Gli eroi sono gli eroi

Archivio rassegna stampa

  • 25Apr2016

    Daniele Bernardi - Azione

    Tra i versi delle «silenziose parti»

    Tra le recenti pubblicazioni di poesia in lingua italiana, una delle più felici è certo Gli eroi sono gli eroi di Mariagiorga Ulbar. Nata a Teramo, autrice del volume I fiori dolci e le foglie velenose (Maremmi, 2012), della silloge Su pietre tagliate e smosse ( Undicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea , Marcos y Marcos, 2012) e della plaquette Un bestiario (Nervi Edizioni, 2015), la Ulbar ha vissuto a Bologna ed ora risiede tra Roma e l’Abruzzo. In occasione della sua presenza all’interno della prossima edizione del festival Chiassoletteraria, abbiamo discusso con la poetessa.

     

    Delle asserzioni che compongono la raccolta, quella da cui prende titolo il libro è certo una delle più perentorie: «Gli eroi sono gli eroi». Per quale motivo la scelta è caduta proprio su questo verso e non su altri, anche più misteriosi, o su uno dei titoli delle sezioni del libro?

    «Gli eroi sono gli eroi» è parte di un verso del primo testo del libro, un brano che mi parve buono come incipit e come introduzione programmatica quando mi trovai a dare ordine alle poesie per la composizione del libro. In una versione precedente, uscita su «Il Sole 24 Ore», il testo compariva con un titolo-dedica, forse chiarificatore rispetto ai riferimenti interni, e con un verso in più, in seguito cancellato. Quando il libro si è composto, non avevo più interesse a spiegare le radici di quel testo, ma ne avevo bisogno come inizio, per avvicinare il lettore, e me per prima, a un’atmosfera di incertezza palpabile e a tratti spaventosa, ma al contempo volitiva, che percorre tutto il libro. È probabile che altri titoli si sarebbero rivelati più suggestivi e misteriosi, come lei osserva, ma l’uso della tautologia mi permetteva di affermare una verità – con tutti i significati metaforici che può assumere per chi legge – senza che il titolo avesse valore informativo rispetto a ciò che il libro contiene, semmai soltanto evocativo.

    Come sono andate articolandosi la scrittura e la strutturazione del volume?

    I testi sono nati nel tempo di qualche anno, senza che io pensassi di comporre un libro. In generale la mia scrittura ha uno sviluppo orizzontale, talvolta circolare, scrivo pensando a uno spostamento: sono naturalmente portata alle serie, ma il lavoro di costruzione è avvenuto soprattutto negli ultimi mesi, quando ho ordinato i testi, emendato tutto ciò che non era più utile ai fini della composizione dell’organicità della raccolta. Un libro per me è un organismo a sé stante, in sé concluso, anche se in relazione con ciò che c’è prima e dopo o intorno.

    Il volume è chiaramente attraversato da un «tu» fantasmatico, col quale l’io poetico sembra intessere un dialogo costante: al lettore pare di spiare i mormorii di un idioma proveniente dall’oltretomba. Cosa mi può dire a proposito?

    Posso dirle che nel parlare non faccio distinzione tra vivi e morti, né la faccio tra piani che vengono convenzionalmente definiti di realtà e irrealtà.

    La sua poesia si presenta come un definito paesaggio interiore – i nomi delle città e dei luoghi svaniscono, sono briciole sulla carta in confronto alle tortuosità che sorgono come visioni. Tra i segni forti, reiterati, ce n’è uno che torna più volte: quello del fuoco. Questa immagine prende spunto da un pensiero preciso?

    Ora che mi fa notare l’occorrenza della parola fuoco, mi soffermo a rifletterci. Di certo il fuoco è un’immagine e un simbolo di grande densità e in sé stesso molto variegato. In un gioco veloce di associazioni, se lei mi dice «fuoco», nella mia mente si crea una figura di improvvisa devastazione e di vita insieme, a cui aggiungo l’immagine della fiamma perenne, che tormenta e brucia senza consumare, il roveto biblico o il memorabile verso amoroso di Gaspara Stampa che recita «vivere ardendo e non sentire il male».

    Una delle parti più intense della raccolta è sicuramente il lungo componimento Mio padre era un re . Come si è svolta la stesura di questo testo?

    Ho scritto Mio padre era un re nel corso di circa otto mesi. I mesi di scrittura più intensa sono stati i due estivi, quando, a distanza di dieci anni dall’evento luttuoso da cui prende avvio il componimento, ho sentito montare la lingua nella testa e capito che era venuto il tempo di scrivere. Questo è dichiarato nei primi versi. Ho scritto la parte più lunga in quei mesi e nei mesi successivi ho aggiunto pezzi. Dopo circa otto mesi l’ho chiuso, scrivendo i versi finali. Ho limato parole e sillabe molte volte, ma la colonna vertebrale, la struttura e lo sviluppo, sono rimasti invariati. Se mi chiede quanto sia stato meditato forse dovrei rispondere «dieci anni». Forse lo meditavo anche senza sapere di meditarlo.

  • 18Apr2016

    Giacomo Pontremoli - Lostraniero.net

    Se altri poeti italiani scelgono il gergo formalistico di una scrittura esibizionistica e arbitraria, Mariagiorgia Ulbar (Gli eroi sono gli eroi, Marcos y Marcos 2015) cura il significato musicale dei suoi versi con coerenza severa. E le sue poesie chiamano disperazione e purezza. Ma anche ci ricordano, attraversate dalle voci della tradizione classica come eredità personali, una radicalità capace di orientarci in una storia di orfanezza che è infine la nostra.

    Contengono infatti un discorso, cristallino e vorace, sulla sofferenza della conoscenza, e una testimonianza delle nostre solitudini impolitiche:

    Pescara Portanuova dove andai solo d’estate
    per cose inutili e solo e sempre sola.
    Baluginava vista da lontano
    al centro di un cartoccio
    asfalti e bar bollenti
    tavoli di plastica rossi e bianco avorio
    con il buco al centro senza ombrello.
    E allora grande sole.
    E io piangevo con i nervi
    io piangevo
    per un elettrico liquido penare.

    Di me non seppe nulla mai nessuno
    cosa inutile radiosa e sempre sola
    e tornava un’altra volta l’estate primordiale.

    Oppure:

    E poi c’era un letto strettissimo
    ma il sonno come la morte ci tenne lontani.
    In un giorno acquoso noi ci svegliammo
    in casa d’altri con odore di cani.
    Pensavo di dire ma non era il momento
    e mai è il momento,
    perché noi siamo quelli che non disturbano mai.

    In Gli eroi sono gli eroi, non una raccolta ma una costruzione calibrata in cinque parti, un trauma ha ucciso il mito, la leggenda della propria biografia. Un desiderio bambino e nobile di epicità e di audacia (essere chiamati a calarsi “sugli occhi / il copricapo di pelo” per una grande battaglia) è offeso dai baluginii di fiacche crudeltà medie, adulte, al chiuso (“Devo sapere che vieni a torturare / nonostante tu sia molto stanco”). Argine a queste disillusioni è la fuga nella propria “tenera mente” (“ti prendo e ti metto in una foto / la taglio e la attacco su un cavallo”), e l’ipnosi sull’infinitamente piccolo (“per non distrarmi / e vedere bene al buio”). Ma il sentimento della fiaba ha incontrato lo scandalo della conoscenza:

    Ero una cercatrice di disturbi
    io cercavo l’oro dei difficili
    mi dissero che c’era un tesoro in casa tua
    protetto da due soldati soli
    due mercenari, un arabo e un francese.
    Io cercavo di introdurmi
    nella breccia affaticata
    e dentro la cavità frugavo
    toccavo polvere con le dita
    e cose molli
    e qualcosa che al mio tocco si spostava.
    A quel punto tutto era corrotto,
    le guardie, il cercare, quella buca.
    Nemmeno l’ombra, no, nemmeno l’ombra
    del tesoro.

    E poi:

    Qualcosa di lungo inframmezza stavolta
    un anno arretrato e un anno di fretta,
    di fiabe in tutto ne conto cinquanta.
    Avevo un talento una volta, avevo
    la stoffa, in grado di tessere e filare poi via.
    Fuori ora il mese si accascia, non c’è
    violenza, non c’è la pazienza e
    la bella creanza impediva
    di schiantare gli oggetti, di mettere memorie alla forca
    sparire e apparire di là
    in un’altra città
    erranti, dentro un preciso sentiero ma
    erranti.

    Dolore senza rinuncia, visione senza incoscienza, mistero senza elusione. E incomunicabilità del passato, indecifrabilità del presente, invocazione al futuro:

    Io ho pensato sempre al clima
    e odore di zolfo ogni mattina.
    Zolfo su zolfo si salvava ogni momento
    un fiore dalle bestie.
    L’aria si dirama in direzioni
    ora d’ansia ora di grazia e gira intorno
    tu fermato sempre al centro
    e intorno mostri che ballavano
    turbinava una catastrofe dolciastra
    tu protetto al centro dentro un pozzo
    protetto e a volte soffocato.
    Io amo e ho sempre amato
    un futuro inesprimibile e inespresso
    dentro il grumo contento del tuo viso
    un groviglio che ti imbriglia
    ti tiene in alto e sempre illeso.

    Ciò che sembra tragitto in un bosco “fitto profondo che resta / il cuore più oscuro della foresta”, e favola incantata, è in realtà una nenia grave e commovente sulla memoria e sulla nostalgia, sul bisogno di giudizio, di dovere e di cambiamento che attraversa il tempo. Mentre segnali precisi percorrono gli scenari, pietrificando l’intelligenza:

    Da qualunque parte io mi volga
    e in qualunque posto vada
    gente e oggetti inconsapevoli
    con esattezza mi dettano la piega
    che ha preso l’esistenza in questi anni
    dentro pensieri estremi e cagionevoli.

    Per sfuggire alla violenza della perdita, Ulbar viaggia, con versi ariosi quando resiste la fiducia, cupi quando sa l’irrecuperabilità dei modelli eroici e la loro fine. La capacità infantile di stupore, che trasforma ogni cosa in enormità e meraviglia, rimbomba da una sorta di al di là. Tutto era misterioso perché stupendo; tutto diventa misterioso perché scomparso. E la volontà di conservare il mito (“Mio padre era un re”, “Cabiria sono io”, “Ugualmente a quella morte fui rinata”) è interdetta da una evanescenza che crea una risacca. Il poeta cerca risposte e sapienza, ma “Non sento. Sei divino tu / perché non parli”. L’io di Ulbar sposa la rigidità di questo silenzio che costringe all’enigma degli oggetti e alla consolazione dei luoghi, ma è un sacrificio coraggioso e speranzoso: il libro va dalla tristezza elettrica di Gita sul confine, La cercatrice e La guerra mondiale, alla grande apertura a distesa di Mio padre era un re e Piccola suite per Gengis Khan, fino al galoppo finale della Passeggiata per un compleanno:

    Montato a cavallo fila il tempo più veloce.
    Vivi ancora tu e da lontano
    da un buco nel paesaggio lassù in alto
    fa eco tremolante un’altra voce
    si annuncia un’altra era.
    Ma io non ho visto che cos’era
    che è passato
    non ho visto bene prima;
    tiro il morso
    ma il morso morde a vuoto,
    tiro la criniera e si alza il vento,
    poi due onde, due scintille
    di fuoco, odor di foglie,
    frugale pasto sotto il firmamento.

    Se la verità tace, uno scampo felice è nel luminoso gioco con un interlocutore fraterno; e sembra che un’immaginazione liberata possa trasformare qualcosa, nella rivelazione favolosa di un potere segreto:

    Sul palcoscenico entrino le talpe,
    a seguito lumache e gli aironi.
    Conosci lo spettacolo che faccio
    e anche questa volta sei venuto,
    e aspetti sul confine gli orsi bruni.

  • 06Apr2016

    Maddalena Lotter - LaBalenaBianca.it

    La cercatrice: “Gli eroi sono gli eroi” di Mariagiorgia Ulbar

    Il primo pensiero che nasce in un lettore occidentale di fronte al titolo della raccolta Gli eroi sono gli eroi (Marcos y Marcos, 2015) di Mariagiorgia Ulbar, è un pensiero rivolto a qualcosa di greco. Gli eroi, come scrive Ulbar, sono gli eroi. Tutti sappiamo cos’è un eroe, non serve neanche parlarne: siamo tutti greci. Veniamo da lì, dal cavallo di Troia e dalla grotta di Polifemo. Con quella locuzione, lungi dall’essere tautologica, quanto piuttosto confidenziale, Ulbar sembra suggerire al lettore l’importanza maieutica di intraprendere un viaggio dentro se stesso e nelle cose, per rivelarle.

     

    Il percorso di Ulbar attraverso le parole è in questo senso unviaggio che viene fatto per tutti; la missione è la Ricerca con la R maiuscola, è la ricerca dei significati: «è tutto un simbolo qui, | da qualunque parte io mi volga» scrive la poetessa, e non è un caso che una delle sezioni del libro si intitoli ‘La cercatrice’.
    Se il poeta, come in Caproni, è un minatore che si avventura nelle faccende umane: «io cercavo l’oro dei difficili» scrive Ulbar «mi dissero che c’era un tesoro in casa tua». Così, nelle liriche seguenti il viaggio verso i fondali dell’umano si infittisce: «in un’altra città | erranti, dentro un preciso sentiero ma | erranti» poiché le pieghe che prende l’esistenza possono anche imbrogliare, scompaginare, e sempre «Un filo rosso manca che unisca me al resto: | traduco le stesse storie di sempre | le mie, le tue, dei popoli estinti | quelle dei rimanenti,». Vi è in questo sguardo delicato ai rimanenti una fiducia nell’antico e puro legame che dovrebbe tenerci uniti, nei secoli, noi umani in viaggio, perché infatti «il filo sta sottoterra, scorrente».

    È in questo modo che, molto presto, nel viaggio della poetessa il dolore della visione muta in amore, un amore più forte per l’indagine, amore per l’essere (o essere stati) qui: hora heri (cit.). A volte anche a sua insaputa, Ulbar ci invita a uno sguardo più luminoso sulla vita, che poi è quello degli eroi, gli eroi che, coraggiosi, sognano sempre un mondo nuovo e risolto.

    Ciò che rende questo libro un unicum nel contesto di una giovane società letteraria che va sempre più verso l’espressione di ‘puri fatti’, semplici ed espliciti, è proprio lo stile che Mariagiorgia Ulbar sceglie per raccontarci il suo sguardo sulla vita, uno sguardo che invita ad amare la complessità del reale, mai a rigettarla. Per Ulbar, in questo figlia di Mallarmé, la poesia non si fa con le idee, ma con le parole, e si sa che la prima qualità della parola poetica è la sua apertura verso un mondo sconosciuto, dove vige un continuo dialogo fra suono e senso.

    Il cammino, quindi, è inverso: laddove una gran parte della lirica dei nostri giorni nasce dalla materia, cioè da un’esperienza sensibile, ‘di vita’, per trarre una riflessione più alta che trascenda l’esperienza, la poesia di Mariagiorgia Ulbar parte sempre dalla metafisica, dalla percezione cioè che vi sia un ‘di più’, nelle cose, un nucleo di senso che viva oltre i fatti e che non si mostri ai nostri occhi, se non attraverso una continua metamorfosi e riproposizione attraverso le parole. Il centro non è fermo: si muove.

    In altre parole, la poesia di Mariagiorgia Ulbar suggerisce, ad ogni rilettura, un aspetto che prima non avevamo colto. Per questo ‘Gli eroi sono gli eroi’ non è mai un libro che inquieta, nemmeno quando è ossessionato dal tempo o quando affronta il tamburodella morte, perché al lettore rimane, ad ogni sua rilettura, il piacere della visione.

    In questo senso Mariagiorgia Ulbar è una Cassandra, non tanto nelle vesti profetiche, ma in quelle di guardiana, visionaria e lucida allo contempo. Con la sua opera, infatti, la poetessa si fa custode di un luogo denso e oscuro, che per comodità di sintesi chiameremo anima; una qualità, questa, che si legge ancora in pochi autori: quelli che amano e hanno «sempre amato | un futuro inesprimibile e inespresso.»

  • 16Gen2016

    Livio Partiti - ilpostodelleparole.it

    Mariagiorgia Ulbar “Gli eroi sono gli eroi”
    marcos y marcos

    Un senso di perenne movimento, con i piedi pesanti, con la mappa, tra morti sotto terra e steli stese, per spiagge di lamiere e tubi, sotto dighe che tolgono il respiro, o là dove la pioggia allaga “e non si è più in grado di trovare / il punto in cui finisce l’acqua / del mare e dall’aria si divide”. Dove non c’è più modo di “sapere / se è bonaccia o burrasca in queste ore”.

     

    Un senso d’emergenza: dobbiamo forse “mettere in un sacchetto il nostro oro / se dovesse servirci all’improvviso / per mangiare, lasciare un posto troppo buio, / salvarti da qualcuno, passare le frontiere nottetempo”.
    Camminando su un terreno noto, ma pieno di sprofondamenti, cuniculi, buchi, vediamo fiumi scomparire e poi riaffiorare, sentiamo invocare un tu che è scomparso e ora occupa uno spazio molto più grande di quello che compete ai vivi.
    È forse “un uomo che si incontra nel minuto / di una svolta, / poggiato con la schiena a una colonna, / che porta negli occhiali il tempo grande / dei libri, delle pietre, delle piante, / che mangia miele così come mangia chiodi”.
    E lei, “cercatrice di disturbi”, “terra desolata isolata sprofondata”, potrebbe “fare sconsiderate cose / amare mai mai / o amare sempre sempre / e essere comunque qui presente”.

    Con una musica volutamente disarmonica, con un ritmo di inarcature e frenate, questi versi di bellezza estrema e tangibile, quasi materica, toccano, colpiscono, a tratti accarezzano.

    “Una voce aspra e riconoscibile, di notevole valore” Fabio Pusterla

    La copertina del libro: foto di Gaetano Bellone: Muro di Palazzo Barberini.

     

    Mariagiorgia Ulbar è nata a Teramo, ha vissuto a lungo a Bologna e ora vive tra Roma e l’Abruzzo. Insegna e traduce dal tedesco e dall’inglese. Ha pubblicato la raccolta poetica I fiori dolci e le foglie velenose (Maremmi, Firenze 2012), la silloge “Su pietre tagliate e smosse” all’interno dell’Undicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, Milano 2012), le plaquette illustrate in edizione limitata Osnabrück e Transcontinentale (Collana Isola, Bologna 2013) e le prime nove cartoline del progetto autoprodotto Poste/Poesie. Ha fondato la Collana Isola, che pubblica libriccini di poesia e illustrazione di autori contemporanei. Collabora al progetto di poesia e fotografia Il tempo qui non vale niente, che si sviluppa on line al sito lightpo.tumblr.com.

  • 30Dic2015

    Redazione - Sulromanzo.it

    I migliori libri del 2015

    Non è facile selezionare i migliori libri dell’anno, eppure anche per il 2015 noi di Sul Romanzo abbiamo pensato di provarci.

    Gli eroi sono gli eroi di Mariagiorgia Ulbar, Marcos y Marcos

    Alla voglia di valicare confini (di una lingua “materna” in cui spesso non mi riconosco; degli insegnamenti degli avi; delle terre che ho conosciuto; dei cuori che ho tastato) ho trovato risposta nei versi rocciosi di Mariagiorgia Ulbar.

    (scelto da Monica Bedana)

  • 26Ott2015

    Maria Luisa Vezzali - Le voci della luna

    Sin dal titolo la nuova raccolta di Mariagiorgia Ulbar – che viene dopo la premiatissima I fiori dolci e le foglie velenose (Maremmi 2012) e la partecipazione all’Undicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea, ma subito prima della plaquette Un bestiario, tessuto preziosamente a mano da Nervi edizione – si pone all’insegna di un distinguo, di una lacerazione: in qualche regione lontana e cangiante ci sono gli “eroi”; dall’altra, qui, terreni e forse anche terrigni, noi “quelli che non disturbano mai”, quelli per i quali non è mai, non è mai stato, il momento giusto per dire.

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  • 01Ott2015

    Michela Meloni - Mangialibri.com

    Di poesia si può discutere ovunque, anche dove meno te lo aspetti. Incontro la neovincitrice della XXX edizione del Premio Letterario Giuseppe Dessì per la sezione Poesia (con la silloge Gli eroi sono eroi, edita da Marcos Y Marcos) in un piccolo bar un po’ fuori del tempo, nel cuore di Villacidro. Mariagiorgia Ulbar è nata nel 1981 a Teramo, dopo i 18 anni ha vissuto a lungo a Bologna e per brevi periodi in Germania e Inghilterra e ora vive tra Roma e l’Abruzzo. I suoi testi raccontano di luoghi visitati o solo immaginati, di epica e piccoli oggetti. Di eroi di gesso, gite sul confine e percorsi nell’abisso, speleologia della parola e del ricordo.

     

    In un tuo verso dici “è un uomo che mangia miele come mangia chiodi”. A me ha fatto pensare a un poeta. Questo doni al foglio ancora bianco, miele e chiodi?
    Il testo si riferisce a una persona in particolare, è un pensiero su dei versi che ho ricevuto ma anche un altro modo di chiamare e definire la scrittura, il processo creativo. Credo che scrivere sia proprio questo, mangiare miele e chiodi ma non uno alla volta, entrambi: insieme e non distinti.

    Oltre che poetessa sei traduttrice dal tedesco e dall’inglese. Quanto conta la tua sensibilità nel rendere in altra lingua parole scritte da altri?
    Conta tanto. Il lavoro di traduzione è per me un’officina di poesia. Mi dà ispirazione, perché sblocca qualcosa nel cervello, il pensiero ne accelera il ritmo. Ogni traduzione è un movimento, un passaggio da una lingua all’altra, una scoperta per arrivare al nocciolo del significante che poi diventa significato. Le lingue germaniche e anglosassoni, influenzano tanto anche la sintassi dei miei versi, mi piace capovolgere i sintagmi per creare nel lettore un senso di straniamento e provocare una rottura che potenzia l’attenzione ([…] ma ho cercato per tempo siderale/l’idioletto di me e te allora, non trovato – Mio padre era un Re). Dell’endecasillabo, che pure è ricorrente nella mia poesia, ho provato talvolta a spezzare l’incedere musicale ed epico, quando ciò che intendevo esprimere mi richiedeva di spezzare l’abitudine dell’orecchio interno del lettore italiano.

    Il mare e gli oggetti che dal mare arrivano sono parte essenziale del tuo immaginario. Il futuro, il presente e il passato sono pozzi e abissi da cui pescare?
    È vero, il mare è occorrente e ricorrente in Gli eroi sono eroi. Non sono nata esattamente sul mare, ma in un territorio collinare, alla stessa distanza fra il mare e il Gran Sasso. Ho vissuto per 14 anni a Bologna e in quel periodo non ho visto mai o quasi il mare. L’ho rincontrato l’anno scorso, quando sono andata a lavorare e vivere in una cittadina adriatica, ed esso è ricomparso in me prima come ricordo dimenticato, poi come presenza – prima di dovermene mio malgrado allontanare di nuovo. Il mare è necessità immanente e la montagna è la parte ancestrale e profonda di me stessa. L’abisso compare in alcuni miei versi esplicitamente, in altri in maniera sommersa ed evocativa. C’è un’attrazione per ciò che sta sotto, una sorta di fascinazione per il sublime che si trova nel contingente. Nei miei testi non compare un pozzo eppure la presenza in esso di pietre e di acqua coincide con altre costruzioni, come le dighe o le piscine basse, costituite dagli stessi elementi: provo una sorta di timore per questi due elementi, l’acqua e la pietra, quando si accompagnano e questo finisce per affiorare nella mia scrittura, come simbolo.

    Come lettrice di poesia, cosa cerchi nei versi altrui?
    Leggo tanta poesia, ma raramente un unico autore mi piace nella totalità di ciò che ha scritto. Passo da una silloge all’altra, da un autore a un altro e pesco cose che mi piacciono. Non ricordo sillogi, ma singoli versi che mi colpiscono o brevi testi. Nella poesia cerco talvolta il ritmo dell’epica, altre la sincope e la pausa che sospende, mi piace quando parole semplicissime diventano fulgide e totali quando accostate ad altre, in modo che traspaia chiara la loro essenza più pura. Non sono una fanatica di metrica e tradizione, di manierismi per i quali nessun errore è compiuto. Mi piace quando chi scrive cerca un pertugio nella lingua che riveli l’essenza delle parole, la luce verso la poesia, pur rischiando l’errore del verso “sporco”, corrivo o troppo enfatico. Sono disposta a scusare questi errori se un autore è capace di versi che illuminano la pagina e la mente.

    Credo che, al contrario della narrativa edita dalle major, la poesia abbia più possibilità di venir letta e apprezzata da giurie autorevoli (come questa del Premio Dessì) anche quando pubblicata da editori molto piccoli o ignoti. È così? Qual è la tua esperienza?
    Rischio di essere impopolare, ma credo che il disordine, la poca fortuna commerciale del settore della poesia portino, unitamente – ahimé – alla piaga del dilettantismo, del narcisismo un po’ penoso di certi ambienti e delle edizioni a pagamento, una maggiore libertà e meno pregiudizi. Chi legge poesia in Italia sa perfettamente che il buon libro può nascondersi anche dietro una copertina orribile con i pixel dell’immagine in evidenza o all’interno di un libriccino stampato in tipografia che non ha il codice Isbn, così come sa che, se vuole leggere, se vuole conoscere e capire il panorama della poesia italiana, deve saper cercare, chiedere, scoprire e scovare senza grossi aiuti dall’esterno. Mi sembra che, contrariamente a quanto si senta dire in giro, ci sia una forte energia che serpeggia, e che la maggior parte delle volte si riversa in progetti, esperimenti e sfide degne di ammirazione (basta pensare alla scelta della mia casa editrice, la Marcos y Marcos, che in un momento di cosiddetta crisi dell’editoria, sceglie di puntare su un incremento di pubblicazione di libri di poesia oppure il mio progetto di una piccola collana che si chiama Isola e pubblica libriccini che mettono insieme poesia e illustrazione oppure le neonate Edizioni Nervi, che tornano alla stampa a caratteri mobili, producendo libri di poesia fatti interamente a mano che sposano la sostanza alla forma, in barba alla concezione di libro usa e getta che ha fatto terribili danni negli ultimi anni). Ho occasione di credere che le cose si stiano muovendo in avanti, non indietro, come invece accade per altri settori.

  • 30Set2015

    Stefano Raimondi - La regione del Ticino

    Anche Mariagiorgia Ulbar (nata a Teramo e vivente tra l’Abruzzo e le Marche) è stata pubblicata nei fortunati quaderni di poesia contemporanea diretti da Franco Buffoni e anche lei è un editore in proprio di una piccola collana (Isola), che pubblica libriccini d’arte di autori contemporanei. Il suo essere poeta è davvero non solo un “fare” poesia, ma anche un “fare per” la poesia, testimoniando a tutto tondo, una passione reale e concreta.

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  • 08Lug2015

    Alida Airaghi - Nazioneindiana.com

    Anche senza conoscere la data di nascita di Mariagiorgia Ulbar, che non viene riportata nella terza di copertina, sono certa di non sbagliare attribuendole trent’anni o poco più: e lo faccio con il vago senso di colpa dettatomi dalla mia età, che non è stata capace di assicurare ai giovani come lei più convinte certezze. Perché le poesie qui raccolte esprimono la rassegnazione, l’impotenza, l’impossibilità di progettare un futuro (e non la rabbia, non una più salutare ribellione) di tutta la sua generazione.

     

    Non vorrei dare una lettura sociologica, o solo attenta ai contenuti, dei versi di Mariagiorgia; ma forse è il caso di partire proprio da questa considerazione. La sua scrittura esprime un sofferto, lacerato disorientamento, senz’altro più esistenziale che culturale. Perché i mezzi espressivi ci sono tutti, a iniziare da una tradizione novecentesca – soprattutto mitteleuropea – ben assimilata (da Rilke, con il suo angelo terribile, gli amanti, gli acrobati… fino a Mann), e c’è anche un’evidente sensibilità pittorica (penso ai paesaggi industriali di Sironi, alle marine di Carrà, a qualche incubo magrittiano…) e filmica (Bergman,Truffaut). Troviamo in lei una consapevolezza formale già matura, il dominio di formule retoriche collaudate (anafore, ellissi, sinestesie), l’attenzione descrittiva al paesaggio. Tuttavia, di che paesaggio si tratta?

    Marino, soprattutto, o meglio: marittimo. Non spiagge assolate, estati turistiche, tuffi, passeggiate romantiche; ma città costiere (Ancona, Pescara, Livorno, Trieste, Palermo,Venezia…) nei loro porti fumosi, litorali ingombri di rifiuti: raffinerie, piattaforme, lamiere, tubi. “Ciò che lascia fuori la risacca/ gli oggetti strani, dimenticati o rotti/ quello che resta, lo scarto, i pezzi”, “E’ solo acqua ora sopra e sotto/ così non c’è modo di tirare/ su le àncore, sapere/ se è bonaccia o burrasca in queste ore”. “Andrò sul fondo, sulla sabbia/ dove vivono le salme e i relitti”. Se non è marino, il paesaggio diventa campestre, e brullo, desolato, sporco: “Qui mi sporcano la polvere, il catrame/ gli incarti di pasti già mangiati//…la terra, i balsami, le bende”, “Torno dove termina la strada/ dove resta solo il bivio/ dove trovo i calcinacci//…un solco, una crepa”, “asfalti e bar bollenti/ tavoli di plastica rossi e bianco avorio/ con il buco al centro senza ombrello”, “Sotto le rotaie e sotto il fiume/ vivono i topi…”.

    Un esterno sempre squallido e minaccioso, da cui bisogna scappare per salvarsi, ma senza sapere dove trovare scampo, in che modo sfuggire a incendi dolosi distruttivi, ricorrenti come incubi, e a scenari di persecuzione bellica: “mettere in un sacchetto il nostro oro/ se dovesse servirci all’improvviso/ per mangiare, lasciare un posto troppo buio,/ salvarti da qualcuno, passare le frontiere nottetempo/ fare uno scambio: un mio anello, un mio ricordo/ per una indicazione e acqua fredda in cambio”. Il fatto è che Mariagiorgia e la sua generazione, una guerra non l’hanno mai vissuta (“e a noi è mancata una guerra/ mondiale, ti ho detto all’improvviso”): le loro catastrofi, le tragedie e i terremoti sono sempre individuali, mai collettivi, e assumono dimensioni squassanti da cui non ci si può, o non ci si sa, difendere (“noi siamo quelli che non disturbano mai”).

    Per questo il j’accuse silenzioso e tanto più doloroso e ricattante verso la generazione matura diventa nei versi pesantissimo, quasi insostenibile: riflettendo però anche un’implorante richiesta di aiuto, come nell’intensa sezione “Mio padre era un re”, in cui l’autrice supplica regole e indicazioni, un appoggio sicuro, un insegnamento severo e illuminante per riuscire a resistere, per non soccombere di fronte all’indifferenza crudele della vita: “Di metodo ho bisogno per passare,/ di metodo, di ordine, così invoco”. Il padre tace, i padri tacciono, e Mariagiorgia Ulbar diventa portavoce di una collettività letteraria giovane, spaesata, intimorita ma solidale e affine anche nella scelta dello stile poetico, intimista, mai urlato, più consapevole di memorie che desideroso di futuro: “I cani andavano felici sulle spiagge,/ io in ultima carrozza/ col futuro alle mie spalle, dove vado/ mentre guardo le rotaie del passato/ che si allontanano.”

     

  • 04Lug2015

    Matteo Marchesini - Il Foglio Quotidiano

    Chi entra nella foresta editoriale della poesia italiana, groviglio di piante parassitarie senza più stacchi tra bosco e sottobosco, s’accorge di quanto sia ormai sterile la vecchia opposizione tra novecentismo e antinovecentismo, ossia tra scrittura criptica, oscura, e scrittura chiara, “spiegata”. Se infatti gli “orfici” e gli “sperimentali” cadono quasi tutti nel kitsch, lo stesso capita alla troppa poesia narrativa, discorsiva e referenziale, che scorre sciattamente tra maglie sempre più lasse.

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  • 01Lug2015

    Redazione - Blow up

    E’ un esperimento sulla lirica, sull’arduo incernieramento di esperienza e pensiero, qui in una chiave dolentemente, e forse inconsciamente, epica il punto fondante della nuova raccolta di Mariagiorgia Ulbar, per Marcos y Marcos, che in pochi mesi – è da poco uscito il dodicesimo Quaderno di poesia contemporanea, ne parleremo – inanella una doppietta di uscite poetiche importanti, e non possiamo non giorine.

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  • 17Giu2015

    Gianluca D'Andrea - Carteggi Letterari

    Nel 2002 Marco Giovenale mi parlava delle difficoltà nell’utilizzo dell’imperfetto in poesia. Ci scambiavamo mail su alcuni miei testi imbastiti su quel tempo verbale; in quegli anni si sprofondava nell’eterno presente di una lingua che cercava di rifondarsi su presupposti “comunicativi”, riemergendo dal buco nero novecentesco.
    Mariagiorgia Ulbar, in questo Gli eroi sono gli eroi, tenta un percorso di ri-nominazione attraverso il ricordo e l’imperfetto si attesta come scelta necessitante e decisiva.

    L’operazione si presenta come “fabula” materializzatasi partendo da esperienze concrete, coagulate in impasti linguistici grezzi, ma che riescono a organizzarsi in una trama. Il disegno è lo spezzarsi della linea che contribuisce a implementare sul piano tonale la parola, la “eroizza”, ne spinge il senso su registri più alti, pseudo-epici. Si nota chiaramente nelle aperture di molti componimenti una tendenza “oracolare” che si assume il peso del racconto, impattando da subito, frontalmente, la dimensione temporale, sfrangiando gli slanci in ritorni continuativi, in cerca d’orientamento: «… ritornerà l’estate/ si scioglieranno scoleranno tutti/ i ghiacci tesi e si vedrà più chiaro/ alla fine del fondo dei dirupi» (Montagne già più dolci del Gran Sasso, p. 24, vv. 3-6).
    Relazione mondo/lingua che si rimette in discussione tramite figurazioni innovative, non sempre definibili, come gli eroi, ombre di una tradizione da conservare per l’attraversamento della mutazione – sociale, antropologica, ontologica? – in atto, ma pur sempre ombre, fantasmi che, come tracce, simboleggiano il verosimile dissolvimento.

    Gli amanti non amavano soltanto
    e il ballerino non ballava solamente,
    l’acrobata con le acrobazie non invecchiava,
    la marionetta è viva, possiamo risparmiarla
    ma allora muore il bambino al posto suo.
    Animali vagano in silenzio nel cortile;
    andandomene prenderò le statuette
    degli eroi. Gli eroi sono gli eroi,
    anche se pesano nelle tasche io li prendo.
    Intanto l’angelo inizia il volo sopra il tetto
    io vado via, perché lo so tremendo.

    (p. 13).

    La necessità “memoriale” si lega alle risorse di senso che il soggetto può riscoprire solo facendo agire il passato nel presente e, conseguentemente, lanciando il futuro nell’ipotesi del possibile, in un’immaginifica vivificazione: la favola è anche speranza che elabora nuovi simboli, in un’incubazione faticosa ma indispensabile.

    Speleo

    I

    Il futuro è sotto terra
    grotta, caverna, forra,
    gola, orrido, dolina.
    Oggi ho fatto una gita speleologica.
    Si stava bene.

    (p. 27).

    La gita sul confine, indicata nel titolo della prima sezione, esprime lo sprofondamento materico nel ricordo, il bordo è soglia di visione che solo lo scavo nel viaggio, intimo o “esistenziale”, può provocare. Il tempo è in ribollire, la Ulbar stessa ci avverte in nota che realtà diacronica degli eventi e sincronica della memoria non hanno scarto ma entrano in fusione. Non si tratta di fissare un quadro, quanto di lasciare che la visione fluisca in direzioni che possono anche incrociarsi, oggetti frattali di un diverso dominio. Il mondo che viene è pluristratificato, sottomesso all’autocontrollo nella moltiplicazione dei fuochi d’osservazione, per cui vuoto e pieno di senso oscillano continuamente, slittando l’uno nell’altro. Così piccoli fatti e macro-eventi si unificano in altri, inediti, contenitori.

    Giungeremo lentamente e da lontano:
    odori insoliti, sapori molto acri
    per noi fragili nei palati.
    Ma non è Armenia, questa, solo il nome,
    un muro, caratteri difficili e due mappe
    in cui era più grande e colorata la nazione.
    Al collegio di Venezia a colazione
    l’ombra non basta, non arriva sulle teste
    noi discutiamo al rumore delle imposte
    se non serva studiare l’alfabeto
    prima di andare fino a laggiù insieme
    mettere in un sacchetto il nostro oro
    se dovesse servirci all’improvviso
    per mangiare, lasciare un posto troppo buio,
    salvarti da qualcuno, passare le frontiere nottetempo
    fare uno scambio: un mio anello, un mio ricordo
    per una indicazione e acqua fredda in cambio.

    (p. 35).

    Non distinguere è l’accertamento di ciò che avviene e che è avvenuto, perdita irrimediabile delle vecchie cose. Il nostro presente non ha cose ma sintomi; un trauma che ci investe preventivamente in quella disillusione storicamente acquisita, identificabile nel percorso che dal secondo dopoguerra s’infrange sulle torri e s’insinua fino all’oggi.

    Fuori quella pioggia ci ha lavato
    allagato i cubi di cui ci nutrivamo
    e non si è più in grado di trovare
    il punto in cui finisce l’acqua
    del mare e dall’aria si divide.
    È solo acqua ora sopra e sotto
    così non c’è modo di tirare
    su le àncore, sapere
    se è bonaccia o burrasca in queste ore.
    È come stare dentro al nulla
    non distinguere le cose.

    (p. 38).

    Ecco che l’imperfetto diventa il tempo del racconto eterno, un “c’era una volta una sfasatura temporale”. Il passato aggredisce il presente e il futuro emerge residuale da quest’impatto, una spoliazione per chi giunge e si ritrova tra le mani il compito di sorvegliare una tradizione che ha raggiunto il suo confine. Dal bordo si espande un orizzonte ancora – e sempre – desolato, la speranza che la parola esista e non sia solo resistenza. E può esistere soltanto se affabula nell’onestà, a caccia di nuovi segni:

    Ho piccoli gusti
    piccole cose, parole che mi piacciono
    quei nomi di x e z dei medicinali
    Fossa delle Marianne e Finisterre
    In the middle of nowhere, espressione inglese
    e Strandgut che invece è in tedesco
    ciò che lascia fuori la risacca
    gli oggetti strani, dimenticati o rotti
    quello che resta, lo scarto, i pezzi.

    (p. 39).

    Dopo mille chilometri ho trovato
    le acacie, quei fiori che inebriano
    e fu chiaro che rendeva me assente
    la smania di dire, toglieva presenze
    in carne e ossa e tagli di luce, di ombre.
    Ammucchiarsi di segni, parole, urgenza
    giù per un buco, nell’antimateria.

    (p. 41).

    La cercatrice, seconda sezione del libro, approfondisce lo scavo e orienta la ricerca sulla possibilità della stessa: «io cercavo l’oro dei difficili», «io cercavo di introdurmi/ nella breccia affaticata» (Ero una cercatrice di disturbi, p. 51, v. 2 e vv. 6-7). Appare un’identità che, nella precarietà dei punti di vista, si riavvolge nel suo gesto d’investigazione e diviene elemento che modifica i campi d’esperienza, pur nella disposizione decentrata (quantistica, relatività, spostamento dell’asse relazionale): «e qualcosa che al mio tocco si spostava» (ibid., v. 11).
    L’imperfetto diventa possibilità, dicevamo, eterna la speranza nella trasmissione del messaggio, ma è in funzione di un attraversamento, uno scavo nel materiale: è la lingua a ri-disporsi in direzione del racconto, anche se senza una linea temporale tracciabile (nessun filo rosso evidente). La mappa è memoriale e immaginifica insieme – sincronica, appunto – si aggomitola in cerchi ossessivi, più spirali e più centri, micro-profezie che arrivano dall’esperienza e si comunicano come in stato d’ipnosi.

    Oggi la terra desolata isolata sprofondata
    sono io
    rondini e usignoli
    sono i corvi sempre neri
    che stanno appollaiati alla ringhiera
    o sul cemento che il traffico spartisce.
    Anche oggi è mattina anche oggi
    e io mi butto verso il mare.
    Ma scomparve.
    Forse parla con il cielo che è di spalle
    e di spalle grande grosso resistente
    copre lui che è più tormento più incostante?
    O sbagliammo troppe volte e lui ci ha fatto
    questo massimo crudelissimo dispetto.
    Ora è sera
    chiusa nei caffè gonfi di specchi
    chiamo io dalla terra, io dal sale
    che spianò la città e la mia testa
    e torna l’erba se tu torni solamente
    a me a me a me.
    O un fiore cade ogni notte e si dissolve
    una volta e per sempre
    al fondo della mia insabbiata aiuola
    della mia tenera mente.

    (p. 55).

    Ritorni e iterazioni, somme paronomastiche sono i criteri, le evidenze di un nuovo campo d’azione in cui gli eventi si muovono turbinando, in questa terra, quasi ironicamente, «desolata isolata sprofondata» nel «nulla nulla» da cui affiorano comunque «evidenze/ chiarezza, la chiarezza acuta dentro l’iride» (Un giorno di neve è il colore dell’eccesso, p. 57, v.2 e vv. 8-9).
    Anche ne Gli eroi sono gli eroi, come in altre operazioni contemporanee, è evidente la volontà “annominante”, l’accumulo linguistico come necessità. Ma qui il desiderio ferace di riacquisizione del mondo si compone in una figurazione. L’architettura è fondata su due linee che non s’incastrano in maniera “cartesiana” – nessuna retta – ma fluiscono, curve che roteano attivando altre dinamiche e dimensioni. Mariagiorgia Ulbar ne sembra consapevole, come accennavamo, quando annuncia la sovrapposizione diacronico-sincronica dei procedimenti di raggiungimento delle esperienze. Ma anche in esergo al libro, la citazione dalla famosa striscia “Krazy Kat and Ignatz Mouse” segnala uno spostamento di coordinate spazio-temporali, in un registro ludico che sfrangia la serietà di ogni acquisizione (serietà alla seconda potenza, tragica).
    Secondi, milioni di anni, niente, qualcosa e il battito gravitazionale che non rintocca ma attraversa, anche i nostri corpi e, chissà, veramente ci lascia indifferenti. Sull’orlo della catastrofe – che è sempre – s’intravede «un futuro inesprimibile e inespresso» (Io ho pensato sempre al clima, p. 61, v. 13) che poi è l’ossessione del nome che nomina nella desiderata pienezza etico-estetica in cui il soggetto cade quando sente aderenza col mondo. La strada al riconoscimento è «una parola sola» (p. 64) che viaggia tra le epoche, galleggia sulle guerre mondiali in una «lunga canoa di legno» (p. 67), quasi colpevole di non essere stata presente quando il mondo crollava. Cruccio generazionale che accerta un percorso perduto per la parola. Solo comprendendo – e facendosi carico – dell’impossibile arresto del tragitto, il soggetto motiva l’azione verbale, la sua spinta durevole: «poi so che nemmeno qui mi fermerò/ […] e guarda come corre in direzione contraria/ quest’auto, così che sembra fermo il fiume» (La guerra mondiale, III, p. 69).
    Altra consapevolezza e mutamento di prospettiva, necessari perché si riattivino e mondo e parola – nonostante il buio o grazie a esso -, agiscono perché finalmente sappiamo che non vediamo e forse mai vedremo tutto, noi stessi buio del buio:

    La guerra mondiale

    V

    È notte?, non ci vedo. Ora è notte, risponde
    al mio fianco una voce, non possiamo
    né ridere né accendere il cerino
    per fumare. Piangere nemmeno.
    Conta le pecore o le onde,
    dài dormiamo.

    (p. 71).

    Sul piano della relazione si aggiungono le riflessioni, sempre riguardanti il tempo, generazionali, le quali hanno il compito di rendere tensivo il dialogo e l’accoglienza di un’eredità, il “munus” del verbo e la fragilità del suo fiato effimero – sempre più effimero: «In dieci anni solo questo cambia:/ non sapere mai più di essere immortale» (Mio padre era un re, p. 79, vv. 5-6). “Accumulatio” che si trasforma in invocazione, preghiera, che occhieggia dall’intreccio, come considerazione sicura, senza alone auratico ma in una sacralità terrea, che vibra proprio nell’abbraccio della fragilità della parola, del fiato.
    Il nome può centrarsi nell’attimo forte della memoria che non è – come in uno dei maestri di questa poesia e non solo, il Fabio Pusterla delle recenti raccolte (ma qui andrebbe aperto un ragionamento sugli influssi dell’autore italo-svizzero sulle ultime generazioni poetiche) – semplice (?) dovere, ma dimensione spaziale, approdo della parola che si affaccia sul futuro dopo lo scavo:

    …Con ordine non procede la memoria
    ma procederà la lingua, l’alfabeto,
    che se tutto è nel nome basta dirlo
    e tutto è di nuovo richiamato
    dove è niente.

    Forse non contasti la perversione
    Roboante del tempo che bestialmente
    Ammiccante faceva cenno con dei segni
    Nascosti nelle foschie agostane;
    Certamente a me l’avresti detto
    E mi avresti indicato scappatoie
    Se l’avessi capito tu per primo
    Che era quello il momento era allora
    O non poter più pronunciare una parola.

    Dunque io per cosa sono qui?
    Per preparare una mortale bomba?
    Dunque per cosa sono qui rimasta?
    Deve avere a che fare col tenere,
    tenere a mente, andare a capo,
    tenere a mente, allargarsi fino a diventare
    dieci persone almeno tutte in una
    perché i vivi uno spazio solo occupano
    ma mai basta invece ai morti così poco…

    (Mio padre era un re, p. 81).

    E dopo lo scavo, il senso del segno ha l’unica valenza, precaria, fluttuante, della traccia: «e scriverlo inciso sopra un tronco,/ che popoli futuri troveranno/ smussato e fossile e annerito» (ibid., p. 87).
    Si corrode ogni disegno all’ombra del simbolo, anzi il segno è lo stesso fantasma, un’incisione che si aggira nei tempi, in simbiosi con la sua capacità di scomparire, di evitarsi. Solo nella consapevolezza dell’inefficacia del senso è possibile la sorpresa dell’inaudito, del sempre uguale che si rinnova, come il sole liminare che è «una sfera arancione dominante,/ e intorno una corona di imbrunire» (ibid., p. 89) e con il quale si dice un semplice tramonto ma non solo, perché è il mondo a risorgere nella «notte che è più notte» (ibid., p. 89) , nel nostro oggi estremo.
    Il libro si chiude nel movimento, nel modo in cui era iniziato e aveva proceduto. Il viaggio si rilancia, galoppa – come il cavallo mongolo della finale Piccola suite per Gengis Khan – in immagini selvatiche, nel tragitto ancora libero di ri-crearsi un nuovo spazio, senza morsi o freni. Il tempo vortica su questo spazio rinnovabile e che, da immane e incomprensibile, può farsi più familiare, abbracciandoci e nutrendoci nel suo buio luminoso.

    La passeggiata
    ovvero Poesia per un compleanno

    Montato a cavallo fila il tempo più veloce.
    Vivi ancora tu e da lontano
    da un buco nel paesaggio lassù in alto
    fa eco tremolante un’altra voce
    si annuncia un’altra era.
    Ma io non ho visto che cos’era
    che è passato
    non ho visto bene prima;
    tiro il morso
    ma il morso morde a vuoto,
    tiro la criniera e si alza il vento,
    poi due onde, due scintille
    di fuoco, odor di foglie,
    frugale pasto sotto il firmamento.

  • 29Mag2015

    Alberto Cellotto - LibroBreve

    La poesia non vede oltre, sebbene possa trasportarci col suo metro a misurare cose nuove, oppure le cose che accalcano tutti i giorni. E comunque l’oltre, inteso alla stregua di conoscenza e di esplorazione rinnovata e non come trascendenza, qualora lo raggiungessimo, non sarebbe in grado di confermarci alcunché: rimarremmo comunque in una troposfera aeriforme, in contatto con la superficie terracquea, all’interno di un campo magnetico sotto il firmamento e in compagnia della nostra mente e delle sue illusioni.

    La poesia allora vede piuttosto nell’immanenza del limite e vede anche le stesse cose (ad esempio: statuette di eroi, mare, rovine, vestiti, sole, animali, rotaie, tavolini, duelli, tovaglie dei picnic sulle necropoli, città nominate o innominate) dopo del tempo grazie a un cervello atemporale. Soltanto così è capace di trascinarci in uno spazio che non confermerà nulla, ma che rassomiglierà a una placca che trema fra i mari, ricordandoci del sisma perenne sul quale camminiamo (“E tutto il mio, il tuo, il nostro insieme, / tutto anche dei paesi l’insoluto / poco prima che inizi l’esplosione / è finito in un terremoto che ho sognato.”). Se impariamo qualcosa allora lo dobbiamo forse all’esser arrivati lì, non senza metodo, a esplorare e verificare questo sciame sismico coi piedi ed è da lì che può arrivare la poesia, per chi la scrive e anche per chi la ricerca.

    Non sta scritto da nessuna parte che ci sia prosecuzione o antecedente in testi poetici che si manifestano nel loro essere sospesi o quasi appesi a unvulnus mai nominato; semmai vi è persecuzione del testo, perpetrata su un autore servo della propria opera. E non è neanche detto che vi sia il solito trauma da raccontare oppure l’assenza di trauma (questa seconda più in voga negli ultimi anni), entrambe categorie che a mio avviso si stanno svuotando via via di qualsiasi potenzialità ermeneutica o ipotesi euristica, sia a livello letterario ma forse anche a quello storico, urbanistico, antropologico o psichico. Non sto dicendo che trauma o non-trauma non siano più pertinenti all’umano, sto dubitando che attraverso la loro lente sia possibile cavare altri ragni dal buco (quando scrivo questo mi vengono in mente i saggi contenuti ne L’uomo come fine di Moravia). Non è neanche detto che vi sia qualcosa di nuovo da dire o fare (“Un filo rosso manca che unisca me al resto: / traduco le stesse storie di sempre / le mie, le tue dei popoli estinti / quelle dei rimanenti / il filo sta sottoterra, scorrente.”). Anzi è quasi impossibile che una qualche situazione di novità si verifichi qui dove “è tutto un simbolo”; sosteneva Borges che in letteratura ​ci sono appena quattro storie da raccontare: 1) una historia de amor entre dos personas 2) una historia de amor entre tres personas 3) la lucha por el poder 4) un viaje. E così è anche ne Gli eroi sono gli eroi di Mariagiorgia Ulbar (Marcos y Marcos, pp. 105, euro 15), libro da dove provengono gli estratti citati e per il quale potremmo spendere subito l’elemento del viaggio, poiché queste poesie esistono come e se in viaggio (gli als-ob di Vaihinger): “Catturai figure in giro, ombre e grate / di balconi, il pulviscolo alle tre post-meridiane / i bambini di Palermo guerci al sole. […]”.

    Il viatico del viandante è un balsamo in tutto il libro, persino un’incognita, come nella poesia dedicata a Venezia e al collegio armeno: “[…] Al collegio di Venezia a colazione / l’ombra non basta, non arriva sulle teste / noi discutiamo al rumore delle imposte / se non serva studiare l’alfabeto / prima di andare fino a laggiù insieme / mettere in un sacchetto il nostro oro / se dovesse servirci all’improvviso / per mangiare, lasciare un posto troppo buio, / salvarti da qualcuno, passare le frontiere nottetempo / fare uno scambio: un mio anello, un mio ricordo / per una indicazione e acqua fredda in cambio.” Era questo un aspetto preponderante anche in Su pietre tagliate e smosse – gruppo di testi apparsi nel 2012 in Poesia contemporanea. Undicesimo quaderno italiano sempre di Marcos y Marcos e qui parzialmente confluito – ma è una conferma che arriva come gibigianna già nella prima sezione, che quasi smorza il viaggio titolando più semplicemente Gita sul confine, e poi anche nelle sezioni La cercatrice e nella finale Piccola suite per Gengis Khan. Colpisce la sarabanda di tempi verbali, che in una manciata di versi si sposta anche violentemente tra i passati: spesso è quello remoto intervallato all’imperfetto o al passato prossimo, a un passaggio repentino al presente o futuro. Altre volte v’è la comparsa di uno stile nominale che s’innesta in gruppi di versi (“Su un quadrato di prato quattro pini / quattro pieni e in mezzo pezzi d’aria / con la luce. Due giorni a settimana / oltre i confini dell’umbratile fantasma. […]” o versi isolati e incastonati (“Una scena di ferro e bosco marginale.”). Giochi con la lingua latina (“un’hora heri” ma anche “Nel luogo dei pini d’Aleppo e dei fratìni / un orto in sé concluso dove verde / è verde sempre scuro […]” che non può che portarci all’hortus conclusus), inversioni, ripetizioni (“Anche oggi è mattina anche oggi / e io mi butto verso il mare.”), ripetizioni di stesse parole con funzioni diverse di preposizione/aggettivo (“Se almeno ci avessero sgozzato gli indiani / lungo il tragitto lungo e tentennante […]”), figure etimologiche (“ma il morso morde a vuoto”), un gran campionario di rime (spesso povere, ma anche eccedenti, come in parte noterete dagli esempi) traducono quello sciame di cui si diceva in apertura fino a slabbrare il tempo, i bordi e i ritmi di questi versi in cui la vita è coagulata in “[…] un composto denso / di scure bibite / e celesti instabili striature.”. Sono frequenti le prime persone, sia singolari che plurali. Io e noi sono le persone più ricorrenti, sottintese ma anche esplicitate. Più rare le occorrenze di seconde o terze persone singolari e plurali, che però riaffiorano proprio nella già citata sezione finale Piccola suite per Gengis Khan. Questo accade perché la storia che lega questi testi, quasi sempre privi di titolo, non sembra nascere da un intento di comunicazione dialogica. Insomma, è una poesia che si fida sfrontatamente dell’io e del noi, a dispetto di tutte le elucubrazioni che sono state costruite attorno a queste particelle pronominali ritenute pulciose ed è anche – aggiungo – una poesia di cui ci possiamo fidare proprio per lo stesso motivo. Non ha importanza quale maschera indossi, quale rappresentazione o finzione si celi, giusto per stare ai come-se o als-ob menzionati in apertura, quale proiezione si instauri in chi racconta qui di viaggi, reali o immaginari, attingendo a un registro multilinguistico; interessa di più questo tentativo di ricondurre la poesia in un solco epico del quale non possiamo esserci dimenticati per sempre. Si prendano ad esempio gli “eroi” del titolo, quasi un controcanto al Poema senza eroe della Achmatova. Questi provengono da un passaggio della poesia proemiale che, nella sua circolare e ovvia tautologia, s’accompagna ad animali e angeli: “Animali vagano in silenzio nel cortile; / andandomene prenderò le statuette / degli eroi. Gli eroi sono gli eroi, / anche se pesano nelle tasche io li prendo. / Intanto l’angelo inizia il volo sopra il tetto / io vado via, perché lo so tremendo.”

    La guerra mondiale è una corta sezione di nove brevissimi testi, quasi un raccordo tra il corpo iniziale e la parte più innovativa costituita dal poemetto di cui si dirà tra poco. Versi come “[…] e a noi è mancata una guerra / mondiale, ti ho detto all’improvviso.” sembrerebbero avvalorare le tesi di chi vorrebbe porre l’assenza di trauma come centrale anche nell’interpretazione di questo libro. Eppure la sezione titola effettivamenteLa guerra mondiale e non allude a mancanze di questa, anzi, e il testo conclusivo inscena un’esecuzione dove si enumera ciò che va salvato, per concludere infine “Salvare soltanto il mare.” Prima ancora avevamo letto “Ero una cercatrice di disturbi / io cercavo l’oro dei difficili”. La scansione del libro sembra ergersi quindi sopra un mistero, da non rivelare, ma da percorrere spinti da una varianza di tempi verbali che imprime qualcosa di simile a un’accelerazione centripeta, attorno a un nucleo durissimo che resta impenetrabile e che tuttavia scotta e brucia nei suoi chiari. Solo nel poemetto Mio padre era un re (da un verso di Der Sohn di Rilke) avviene un parziale scoperchiamento, una minima rivelazione su quel mistero e quelvulnus già ricordato poco fa. Qui, per tornare a Borges, potremmo recuperare l’idea di un testo che ci parla di un amore tra due persone, padre e figlia, e del morire di lui, la rielaborazione di quel vissuto a distanza di tempo dal verificarsi di un evento capitale per la psiche: una persona non è più lì e non è nemmeno altrove. Sulla pagina, in posizione di incipit, resta allora un “io” separato dal suo verbo con una virgola: “Io, passerò in mezzo alla strada, / si è fatta l’ora, ormai è avanti luglio / e ho espletato tutte le incombenze / e adesso resta solo da narrare. […]”. Eppure anche in questo caso non scomoderei la categoria del trauma, non è necessario. Parlerei piuttosto del tentativo di rendere e adattarsi a un mutamentofondamentale. E se è vero che la voce è quella membrana che sta tra l’animula, vagula e blandula che sia, e il corpo, qui il suono emesso aspira tutto, lingue, ricordi, paesaggio, altri suoni, le tradizioni letterarie e le stagioni in un’accumulazione che incalza e sorprende: “Di metodo ho bisogno per passare, / di metodo di ordine, così invoco: / formiche, maestre elementari, uccelli in stormi, / di Gengis Khan gli eserciti e dei Cesari, / invoco le tedesche ferrovie, le poste di Germania, / la matematica, il latino, / le lingue antiche europee e le orientali, / del pianoforte lo studio, di terracotta l’armata, / invoco le proiezioni ortogonali / e la forma del quadrato, la forma del quadrato / una volta più del cerchio / e la radice che vince sul pi greco. […]”. Tutto ciò si svolge in una estate catastrofica, nel momento in cui le cose accadono o non accadono (è un libro fortemente estivo questo, di una sfatta controra), un momento che occupa uno spazio preciso “perché io gli anni vidi sempre / divisi malamente in due: / il lungo e alto arco che prendeva / da settembre fino a maggio e poi / il retto segmento dei restanti mesi tre / fulmineo fulminante dentro il caldo / profondo e dentro il secco / incontrarsi morte a morte con il cosmo.”

    Una geografia segnatamente italiana, con rimandi all’Armenia, all’Austria-Ungheria o alla Mongolia, alla Fossa delle Marianne o a Finisterre, fissa alcuni punti nominabili nei quali il tempo e il pensiero che l’accompagna si schiantano appena un attimo prima di dilagare. Ed è la realtà sincronica della memoria che necessita di agganciare questi punti di un’ipotetica mappa o leggenda, laddove si possa creare quel limbo tra il vento di una mente “tenera” e la diacronia (e cronaca) degli eventi: Ancona e la sua raffineria, Trieste e il suo orizzonte (“perché è tempo / di fuoco incrociato all’orizzonte / e noi abbiamo confuso / uomini con panchine.”), le già ricordate Venezia con l’Armenia, Roma e il suo cimitero inglese, Pescara e i bar bollenti, il Gran Sasso e la sua vetta orientale con altri luoghi e fiumi dell’Abruzzo settentrionale, Palermo (manca Bologna, o per lo meno non è nominata, pur essendo stata a lungo luogo di residenza). Sono posti di una qualche pace, forse, dove si sta bene come in un luogo “non narrato”, posti da dove la mente si può anche sganciare. In fondo ci persuade leggere un passaggio ctonio come “Il futuro è sotto terra / grotta, caverna, forra, / gola, orrido, dolina.” Gli eroi sono gli eroi è anche questo, un libro che si espande, proprio come le macchie su una superficie assorbente o come una galassia in un universo di senso primordiale e forse già postumo. È scritto come dai margini di un viaggio, da posizioni di estremità dunque, passeggia in prossimità di un abisso, di un horror vacui o di una conflagrazione, simile all’esplosione del verso conclusivo del poemetto Mio padre era un re, il più lungo di tutti, un chiasmo eccedente, affannato e ancora una volta estivo: “estrema luce bianca dentro bianca luminosa estrema estate”.

  • 18Mag2015

    Azzurra D'Agostino - Castelodivillaltapoesia.com

    Dunque io per cosa sono qui?’ si e ci chiede a un tratto un verso di Mariagiorgia Ulbar, che in questa sua seconda raccolta organica porta la lingua e l’esito del percorso poetico a un suo apice di certo interesse e di commovente nitore. La Ulbar pone queste domande semplici e abissali nel contesto di un dire sibillino e quasi chirurgico, un prendere in esame le cose setacciandole al filtro della propria interiorità per poi rigettarle fuori come gli oggetti lasciati dal mare, Strandgut, ci dice il tedesco, una delle parole preferite dell’autrice e traduttrice. Toccante e disarmante il poemetto ‘Mio padre era un re’, in cui un nome che non si può mai pronunciare esce fuori dai versi tramite un acrostico, un piccolo omaggio cifrato che riluce come una lama nel mezzo di un dettato che ha per tema non solo la relazione, ma soprattutto il tempo, lo scorrere dei giorni e delle ere, il passare dall’essere bambini al conoscere un tempo indefinito, indefinibile, che sia eterno o che sia da presso al nulla non è chiaro.

    ‘Dunque io per cosa sono qui?’ ritorna a ogni slargo di tema, di verso, di riflessione, domanda ingenua e pressante, comune a noi tutti e forse ancora di più a tutti quelli appartenenti a una generazione in fase di passaggio, definitivamente adulti ma non ancora risolti, non propriamente nei loro panni come lo furono tutte le generazioni precedenti. Un testo ricco di suggestioni, con belle scantonature di immagini e accostamenti, una poesia all’apparenza cerebrale che a ben vedere mostra questo schermo come una difesa – perché l’interno e più profondo del verso è tenero, vulnerabile, commosso, sempre nel dubbio d’essere inadeguato. ‘Gli eroi sono gli eroi’ e noi che cosa siamo, verrebbe da dire, eppure queste file di eroi sono sempre molto prossime, umane, vicine a noi, in noi si confondono, e nella voce del poeta trovano finalmente un posto fuori dall’ombra del quotidiano.
    Azzurra D’Agostino

    Conosco un uomo io che non disturba
il mio pensiero a notte fonda,
perché ha anche lui una testa tonda
che rotola ma non poggia e neanche pesa
su un giorno d’aria testa o sull’angoscia
di chi sempre corre, sempre scappa
davanti a un’ombra, che è la sua, che l’insegue.
    È un uomo che si incontra nel minuto
di una svolta,
poggiato con la schiena a una colonna,
che porta negli occhiali un tempo grande
dei libri, delle pietre, delle piante,
che mangia miele così come mangia chiodi
tutto ammanta col suo numero
molto alto di parole ma poi sbuca
nei punti sempre che non fanno suono
ma caldo o bagnato o luce
o odore di nostalgia
essere dove è lui e non ci sono

    *

    Quanto pesano due occhi addosso agli altri?
Quanti grammi fanno due palline d’acqua?
Così come le campane a morto pesano
che dal campanile suonano ogni tanto
non sono per noi ma ci ricordano
che qualcosa sempre ci sta accanto.
    *
    Ho piccolo gusti
piccole cose, parole che mi piacciono
quei nomi di x e z dei medicinali
Fossa delle Marianne e Finisterre
In the middle of nowhere, espressione inglese
E Strandgut che invece è tedesco
Ciò che lascia fuori la risacca
Gli oggetti strani, dimenticati o rotti
Quello che resta, lo scarto, i pezzi.

    *
    (dal poemetto ‘Mio padre era un re’)
    (…)

    Di metodo ho bisogno per passare,
di metodo, di ordine, così invoco:
formiche, maestre elementari, uccelli in stormi,
di Gengis Khan gli eserciti e dei Cesari,
invoco le tedesche ferrovie, le post di Germania,
la matematica, il latino,
le lingue antiche europee e le orientali,
del pianoforte lo studio, di terracotta l’armata,
invoco le proiezioni ortogonali
e la forma del quadrato,
una volta più del cerchio
e la radice che vince sul pi Greco.
    (…)
    Ma ora è note e un desiderio si palesa
che questo mio italiano questo idioma
che imparai trent’anni fa prima del tempo
muoia adesso e stia in eterno in pace
intoccabile diventi, si conserve. E io
cambiare lingua, di conseguenza inalterare
ciò che è stato.