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Fuori per sempre

Archivio rassegna stampa

  • 17Mag2019

    Ira Rubini - RadioPopolare

    Doris Femminis “Ogni angoletto viene smussato”

    In questi giorni è in uscita Fuori per sempre (ed. Marcos y Marcos), un romanzo che sta raccogliendo molto interesse. La sua autrice, Doris Femminis, è ticinese ed è stata recentemente ospite del Salone del Libro di Torino. Il romanzo parla di destini incrociati e di giovinezza difficile perché spesso attraversata da dubbi, disagio psicologico e talvolta psichiatrico.

     

    Affronta con grande potenza questo contesto perché non è un romanzo che fa dichiarazione di intenti, ma una storia che porta dentro la vita delle protagoniste. Il libro non “parla di” ma “ci parla” con la voce di una di una ragazza, anche se gli altri due personaggi principali continuano a essere fortemente presenti nella percezione del lettore.

    L’autrice Doris Femminis ci ha raggiunto negli studi di Radio Popolare nella trasmissione Cult per parlarcene.

    La protagonista Giulia si trova in una condizione che potrebbe aver riguardato ciascuno di noi a quell’età. Una serie di accadimenti la spinge a scappare, inseguita dai suoi pensieri. Come è nato questo personaggio?

    Giulia è nata dall’idea di poter raccontare il tempo della crisi: quel momento in cui tutti ci siamo trovati, in cui non abbiamo più i nostri appigli soliti. A un certo momento della sua vita, per una ragione che neanche lei riconosce, Giulia tenta il suicidio e finisce in ospedale psichiatrico. L’idea della crisi nasce proprio da quella del cambiamento possibile e il suo primo moto è quello della fuga. Un istinto che abbiamo tutti: quando un problema si presenta, la prima cosa che abbiamo voglia di dire è “Non ce ne occupiamo e passerà. E se non passa, poi vedremo”. È vero che spesso i problemi si risolvono da soli quindi non sono  problemi grossi, ma non è il suo caso, e lei tenta di sfuggirlo attivamente: per esempio inizialmente, fugge dall’ospedale. In seguito però ci ritorna e si crea una specie di tira e molla con i terapeuti che la invitano ad analizzare la ragione per la quale ha deciso di morire, che lei non conosce, e a cercarne l’origine.

    Fuori per sempre è un titolo che si presta a moltissime interpretazioni: gioca con il gergo, con un modo giovanile di essere che viene ben rappresentato all’interno del romanzo. Questo è l’altro grande macropersonaggio che si riscontra: il disagio mentale che per alcuni giovani diventa quasi una persona, qualcosa di tangibile e concreto. Nel libro, una dottoressa guadagna la fiducia di Giulia tanto che l’ospedale diventa improvvisamente una protezione, non più un luogo da cui fuggire. Tutto questo però rivela un’interiorità che sempre più rappresenta tanti giovani. Un esempio è la sorella Annalisa: una sorella difficile, complicata, che rappresenta tutta la famiglia.

    Annalisa è il personaggio che racconta la storia della famiglia. In seguito Giulia narra la storia di sua sorella quando finalmente decide di cercare qualcosa dentro di sé. Racconta le sue origini nelle montagne ticinesi, in un piccolo villaggio e in una famiglia che è a cavallo tra la civiltà contadina appena superata e gli anni ’90, in cui lei ha venti anni e molti desideri. Una mamma che vorrebbe, o non può far altro che immaginare per lei, la vita che lei stessa ha avuto: avere dei figli, occuparsene, restare in paese. Carmela, la mamma di Giulia e di Annalisa, tutti gli anni cade in una depressione cronica. È qualcosa che succede spesso nelle famiglie, ci sono genitori che hanno depressioni molto profonde. I figli, questi momenti di assenza del genitore, li vivono spesso sentendosi abbandonati, a volte volendo salvare il genitore oppure reagendo con la rabbia per non avere qualcuno capace di occuparsi di loro. Giulia cerca in qualche modo di restare leale a quel mondo e trovare la sua via.

    Gli anni ’90 in un contesto come quello della Svizzera italiana erano un crogiolo di provenienti da tanti ambienti differenti. Immagino abbia messo memorie proprie nella descrizione di questo mondo. Il tipo di pressione sociale che può subire una ventenne anticonformista, viene molto fuori dal libro. Com’era il Ticino negli anni ’90?

    Il Ticino è sempre stato un luogo di emigrazione: i ticinesi sono emigrati moltissimo nell’America del Sud e in California all’inizio del secolo. Poi è diventato un luogo di immigrazione dopo la guerra grazie al benessere che ha cominciato prosperare. Però il Ticino è anche un luogo in cui, nelle valli, questa povertà in qualche modo è rimasta. Non tanto nel benessere ma nella scarsa apertura verso il resto del mondo. Negli anni ’90 in un villaggio ticinese c’era ancora un atteggiamento di protezione della comunità. Da una parte può far sentire accolti e coccolati ma dall’altra tende a smorzare tutte le originalità: ogni angoletto non conforme che potrebbe spuntare nella personalità di qualcuno viene subito smussato. Non è concesso essere diversi e quando qualcuno è diverso lo avverte in modo profondo, si sente subito inadeguato.

    Il terzo personaggio importante è Alex: artista straordinaria, tutta fuoco, passione e tempesta che arriva nell’ospedale dove Giulia si trova e sovverte, non tanto le sue certezze quanto i suoi dubbi, mostrandole una possibile via. Una via più grande del vero, una via tutta fatta di maiuscole. Questo personaggio che valore ha nel romanzo?

    Alexander già nel nome rappresenta qualcosa dell’onnipotenza che sconfigge ogni cosa e il motore che la porta nel mondo è la rabbia. La sua reazione costante in tutto l’arco del romanzo è quella del passaggio all’atto: appena si trova di fronte a una qualsiasi difficoltà trova il modo di interpretarla come un attacco al quale rispondere. La sua vita è una battaglia e come ogni guerriero prova anche un certo sentimento eroico. Ho scoperto che Alessandro vuol dire “colui che protegge gli altri” e, in effetti, Alexander in fondo se ne frega un po’ degli altri ma li imbarca comunque perché preferisce non essere sola, se possibile.

    Certamente nel libro ci sono memorie personali relative soprattutto alla descrizione di un contesto da cui proviene la nostra Giulia e anche di gran parte della sua famiglia. Ma è vero che lei voleva fare la capraia e pascolare le capre, come Heidi praticamente?

    Io volevo fare la capraia nell’infanzia, avevo dei prozii che erano caprai per cui da bambina andavo nelle stalle dove nascevano i capretti e mi sono innamorata. Era uno dei miei sogni di infanzia.

    Se non sbaglio ha avuto anche esperienze da infermiera e conosce bene gli ospedali e le case di cura.

    Lavoro come infermiera in psichiatria da quando avevo 18 anni, non ho avuto bisogno di fare uno stage di immersione.

    Mi sembra importante ricordare che lei è molto legata al territorio che descrive e che tutt’ora abita in un in un luogo particolare, in un borgo.

    Dopo questa esperienza di otto anni con le capre sono emigrata a Ginevra quindi ho vissuto per dodici anni in città, ho fatto anche il mio stage urbano. Poi sono tornata a vivere su un altopiano tra le foreste.

    https://www.radiopopolare.it/2019/05/doris-femminis-ogni-angoletto-viene-smussato/

  • 14Mag2019

    Marianna Zito - Modulazioni temporali

    Doris Femminis presenta “Fuori per sempre” al Salone del Libro

    Nella Sala Bronzo del Salone Internazionale del Libro di Torino, Doris Femminis ci ha raccontato – insieme alla scrittrice Elena Varvello – il suo romanzo “Fuori per sempre” pubblicato dalla casa editrice Marcos y Marcos.  Sono molti i personaggi in questo romanzo, forse i principali sono tre. Ma uno sopra tutti, Giulia. È la storia questa del crollo psicologico di una ragazza di vent’anni e del suo tentativo di togliersi la vita. Dopo di ché il ricovero in ospedale, le fughe nella svizzera italiana, l’incontro con Alex, la preoccupazione delle persone che la curano come Elena, che dirige il reparto dell’ospedale in cui è ricoverata. E il suo ritorno a casa, in qualche modo.

     

    L’idea di base della Femminis era scrivere un romanzo in cui il principale argomento fosse la psichiatria. Da una prima versione più poliziesca e leggera nasce una seconda versione più emotiva che vuole approfondire  gli aspetti di questa disciplina complessa. Tutto parte dal personaggio di una bambina nata nella testa di Doris Femminis, una piccola di nome Annalisa, che diventerà nel libro la sorellina di Giulia. “Annalisa è un personaggio meraviglioso e misterioso” dice con passione Elena Varvello.

    Ci troviamo tra le mani un romanzo pieno di metafore che raccontano la malattia mentale, seguendo la malattia di uno dei personaggi e un momento di crisi per un altro. Si parte sempre dalle emozioni umane vissute nel quotidiano, ed è il potere delle immagini che nascono dalle parole della scrittrice a evocare queste emozioni e a fare nostra questa esperienza di sofferenza. Un testo, sostiene sempre Elena Varvello, che potrebbe dare pace a chi nella vita è entrato in qualche modo in contatto con esperienze come queste.

     

    https://www.modulazionitemporali.it/%EF%BB%BFdoris-femminis-presenta-fuori-per-sempre-al-salone-del-libro/

  • 13Mag2019

    Marzia - Un libro, una tazza di tè e il camice bianco

    Fuori per sempre - Doris Femminis

    E’ un attimo, un momento, un turbinio di pensieri, di paure, di rabbia. È il baratro. Sono i farmaci, tanti, tutti giù. È il buio.
    E Giulia si sveglia confusa e sedata in un reparto psichiatrico.

    Questo libro è la sua storia, la storia di Giulia, una ragazza nata e cresciuta in un paese della Svizzera Italiana negli anni novanta. È la fotografia di una fragilità che nasce da un contesto di solitudine e incomprensioni.
    È una storia di arrivi, di fughe e di ritorni.
    È una storia di eccessi, di tormenti e di crescita.

     

    Questo è un libro che ho infinitamente apprezzato perché parla del disagio psichico in modo delicato, senza giudizio e con l’accuratezza di un manuale psichiatrico.

    Se non lavori in questo ambito, se non hai mai guardato gli occhi spenti di un paziente depresso, quelli persi di un paziente angosciato, se non hai mai ascoltato una voce che ti dice che vuole morire, se non hai mai stretto mani che tremano, se non hai mai assistito alla devastazione dell’anima, non puoi capire.
    Da adesso invece, leggendo questo libro, se vuoi potrai capire.

    Ed io per questo motivo farei un monumento all’Autrice, una standing ovation virtuale, non so, qualunque cosa possa veicolare il mio grazie.

    Grazie per aver reso accessibile una tematica complessa, per aver parlato di quanto la Depressione possa incidere nel contesto di un nucleo familiare, di quanto possa essere difficile stare accanto a chi ne soffre.
    Per aver raccontato l’adolescenza con le sue incertezze, le sue fragilità e per averlo fatto tramite personaggi che toccano il cuore nel profondo.
    Giulia, Annalisa e Alex rappresentano, ognuna a modo proprio, il buio che scende nel cuore e nella mente, la rabbia che non si riesce incanalare e tradurre, il terremoto di emozioni ambivalenti che, a volte, avvicinano i giovani alle droghe.
    Infine grazie per aver reso splendidamente l’idea che noi che lavoriamo in Psichiatria abbiamo un solo obiettivo, un unico scopo che scandisce le nostre giornate: aiutare a guarire.

     

    Lo consiglio? Asssolutamente si!

    Per mille ragioni. Una tra queste è che di disagio psichico bisogna parlarne e Doris Femminis lo ha fatto splendidamente!
    (Che poi, posso dirlo che questo titolo è fantastico? “Fuori per sempre”…  Il fatto che possa essere interpretato con significati opposti lo trovo assolutamente geniale!)

    Sinossi:

    Giulia è smarrita come puoi esserlo a vent’anni se ti spaventa troppo il futuro.
    La tentazione è sparire nella foresta, insieme alla sorella Annalisa, o seguire l’amica Alex, artista della fuga.
    Serve linfa vitale straripante per uscire dal gorgo in cui è caduta e starne fuori per sempre.

    Un litigio risveglia pensieri insopportabili e Giulia salta in macchina, guida giù per la valle, ingoia pastiglie.
    Si sveglia all’ospedale psichiatrico, e diventa una furia: vuole uscire subito, tenta in tutti i modi di fuggire, rifiuta le cure e i camici bianchi.
    La dottoressa Sortelli ci mette tanto a conquistare la sua fiducia.
    La spinge a raccontare la storia della sorella Annalisa, che per Giulia è un macigno da superare.
    Una volta aperto il cuore, tutto si capovolge: da prigione, l’ospedale diventa una culla, e Giulia non vorrebbe più rinunciare alla sua tiepida protezione.
    Non si sente pronta ad affrontare la propria fragilità, e il rischio della vita vera.
    Nel pieno di questa resistenza, irrompe in reparto Alex Sanders, tutta fuoco e tempeste.
    Porta il fascino della fuga irresponsabile, e Giulia non resiste.

    https://www.unlibroeunatazzadite.com/single-post/2019/05/13/Fuori-per-sempre-Doris-Femminis

  • 09Mag2019

    Carlotta Bernardoni-Jaquinta - Viceversa Letteratura

    Fuori per sempre

    Doris Femminis

    Un litigio risveglia pensieri insopportabili e Giulia salta in macchina, guida giù per la valle, ingoia pastiglie.
    Si sveglia all’ospedale psichiatrico, e diventa una furia: vuole uscire subito, tenta in tutti i modi di fuggire, rifiuta le cure e i camici bianchi.
    La dottoressa Sortelli ci mette tanto a conquistare la sua fiducia.
    La spinge a raccontare la storia della sorella Annalisa, che per Giulia è un macigno da superare.
    Una volta aperto il cuore, tutto si capovolge: da prigione, l’ospedale diventa una culla, e Giulia non vorrebbe più rinunciare alla sua tiepida protezione.
    Non si sente pronta ad affrontare la propria fragilità, e il rischio della vita vera.
    Nel pieno di questa resistenza, irrompe in reparto Alex Sanders, tutta fuoco e tempeste.
    Porta il fascino della fuga irresponsabile, e Giulia non resiste.

    (dalla presentazione del libro, Marcos y Marcos)

     

    Recensione

    Dopo l’esordio nel 2016 con Chiara cantante e altre capraie, Doris Femminis, infermiera psichiatrica di professione, torna in libreria con il suo secondo romanzo che esplora il mondo lavorativo dell’autrice. Fuori per sempre, edito da Marcos y Marcos nel 2019, racconta la storia di Giulia, giovane ventenne ancorata alle valli ticinesi degli anni ’90 che, a seguito di un tentativo di suicidio, viene ricoverata nell’ospedale psichiatrico di Mendrisio.

     

    È proprio nel contesto difficile e poco conosciuto della psichiatria che ci invita ad entrare Doris Femminis: con delicatezza e incisività allo stesso tempo, l’autrice rende accessibile ai lettori la depressione, presentata qui sia dal punto di vista dell’esperienza dei pazienti che da quella del personale curante. Il corposo romanzo dell’autrice ticinese, residente da anni nel Canton Vaud, permette di iscrivere il contesto del ricovero nella complessità del mondo esterno. L’ospedale non è qui concepito – come spesso nella realtà che conosciamo – come un luogo a sé stante ma, al contrario, come un universo che – per gli esseri umani che lo abitano, personale compreso – è naturalmente e fittamente intrecciato con quanto lo circonda.

    La vicenda si articola principalmente attorno alla storia di tre ragazze, Giulia, Annalisa e Alex Sanders, i cui destini si riveleranno essere ancora più legati di quanto non sembri inizialmente. Giulia è nata a Giusello, un piccolo paese situato in una valle di montagna negli anni ’70, in una famiglia numerosa in cui il ruolo di ogni membro sembra da sempre essere ben definito. A lei spettano il matrimonio e una vita concreta. Nonostante il forte legame con la sua terra natale, la ragazza, portata per gli studi, è però attirata dalla vita di città e decide presto di trasferirsi a Ginevra per studiare storia. Diversa, confusa e in cerca del suo futuro, Giulia si ritrova ingabbiata nella depressione fra le mura dell’ospedale che dovrebbe aiutarla a capire sé stessa, inizialmente tramite il racconto della storia di Annalisa – la sorella piccola –, poi con la vicinanza di Alex Sanders, altra paziente dell’ospedale particolarmente passionale, irriverente, e stracolma di rabbia, che la trascinerà di fuga in fuga alla scoperta dei propri limiti. A completare il quadro ci sono poi le storie dei suoi famigliari – la madre, afflitta da una depressione cronica, i fratelli, fra i quali Saverio – quel “cuore impacchettato di betulla” che cerca di vivere la sua omosessualità nel contesto della vallata di montagna non ancora pronta al cambiamento, il migliore amico Esteban, un “lumino acceso tra i rami”, saldamente e salutarmente ancorato, insieme ai genitori, al territorio naturale che lo circonda, poi la psichiatra Elena Sortelli che vive in prima persona le difficoltà di un divorzio, le infermiere, le anime del villaggio. Quello di Femminis è un romanzo che dà spazio a tante voci: dalla vicenda principale prendono spunto tutte le altre, a riprova del fatto che una storia porta sempre con sé anche quelle delle persone vicine e che dietro a un contesto spesso considerato freddo e anonimo come quello di un ospedale pulsano le vite e le preoccupazioni degli esseri umani che lo costituiscono in quanto luogo. Ognuno dei personaggi – anche quelli secondari – viene introdotto nel contesto che lo ha forgiato. Così la descrizione della famiglia Sortelli: “I Sortelli erano un’importante famiglia di Milano. Benedetta Bonalumi, la madre di Elena, considerava la schiena dritta e la fronte alta una responsabilità che la figlia doveva onorare insieme ai doveri di una donna, alle esigenze dello studio e al rispetto di Dio.” In poche righe, grazie a qualche immagine efficace, Femminis riesce così ad aprire ancora di più la trama del romanzo fornendo gli spunti per riflettere ad altre questioni apparentemente laterali che hanno il pregio non solo di costituire un terreno solido e convincente per lo sviluppo dei personaggi e del contesto della narrazione ma anche di arricchire ulteriormente la vicenda riflettendo la complessità del mondo reale. Fra i banchi di scuola, per esempio, “il maestro di biologia aveva informato la classe di Giulia che una nuova malattia avrebbe finalmente liberato l’umanità da froci e drogati e, adesso, la paura aveva anche un nome.”

    Se il moltiplicarsi delle storie fornisce al lettore un contesto estremamente ben rappresentato che tratta una gran vastità di temi interessanti – il rapporto madre e figlia, le relazioni di coppia, il diventare adulti, l’io in relazione con l’altro, il legame col territorio, la città in contrasto alla vita di campagna, la droga, la sregolatezza, il sesso, gli eccessi, passando per la storia della psichiatria e i pregiudizi verso tutto quanto è diverso –, la ricchezza del romanzo rischia forse di rallentare leggermente la lettura, soprattutto nella parte iniziale, in cui la narrazione della vicenda principale – nonostante l’incipit in medias res – fatica leggermente a entrare nel vivo a favore della posa del contesto colorato dagli eventi più o meno marginali. Tuttavia, una volta preso il via, la trama non concede più nessuna pausa e il lettore è preso in un piacevole vortice ritmato dalle fughe e dalle vite intricate dei personaggi.

    Particolarmente avvincente dal punto di vista della trama e convincente dal punto di vista linguistico la parte centrale, dedicata ad Annalisa, sorella minore di Giulia, il cui destino è una ferita aperta nel cuore della ragazza. In profonda connessione con la foresta e tutto quanto essa vi trovi, Annalisa è una bambina che si appropria del mondo non tanto tramite le parole quanto grazie al materiale offertogli dalla natura. Con grande potenza espressiva, Doris Femminis riesce a descrivere le emozioni, le sensazioni e le immagini che la bambina elabora per mezzo di miniature che lei stessa compone servendosi di foglie, corteccia, fili d’erba, legnetti: “Il dottor Turini disse parole di faggio. Ai genitori si dipinsero fiori in volto. Le lumache erano sparite, niente ricci.”

    Questa parte del romanzo risulta la più riuscita, tuttavia Fuori per sempre è convincente nell’insieme. La lingua è una lingua viva; le immagini, forti ed essenziali e dirette quando serve, riescono a dire l’indicibile – rendendolo ancora più incisivo – scartando leggermente di lato. È così che viene descritto l’ambiente del celebre Platzspitz di Zurigo durante una delle fughe dall’ospedale:

    “A vent’anni, l’unica forza che rimaneva era quella del manco; ed era grazie a quella sofferenza che si sarebbero alzati per vendere o vendersi in cambio della prossima dose.
    La polizia marciava su e giù con i manganelli e s’immischiava nelle risse che scoppiavano tra le bande, di fronte ai tavolini dove volontari della Croce rossa distribuivano siringhe e disinfettavano ascessi, mentre i ragazzi che vivevano nel parco trafficavano con clienti di passaggio, si bucavano in ginocchio e stramazzavano contro un albero o un’infermiera. Un olocausto di figli dei fiori.”

    Le variazioni stilistiche e di ritmo da una sezione all’altra corrispondono al contesto che descrivono. Le parti dedicate all’ospedale – più lente, più piane – vengono rianimate da quelle vive e scattanti delle fughe (dove il linguaggio giovanile è ben amalgamato al resto del testo e le sensazioni provate dagli adolescenti frementi espresse con l’ardore corrispondente) o della vita a contatto con la natura. È tuttavia proprio quest’ultimo elemento a dare il nutrimento vitale alla lingua di Femminis che, nelle parti in cui può ispirarsene, riesce a dare il meglio di sé:

    “Il treno che li avrebbe condotti sull’altopiano partì lentamente dalla cittadina termale, attraverso gli ultimi prati verdi, s’inoltrò tra le colline che pian piano sbiancavano e s’inerpicò tra le foreste come una slitta trainata dai cani, rallentando sulle curve, faticando sui dislivelli, finché, giunto ansimando, corto e tracagnotto, riprese fiato e varcò il colle tra mura di neve. Allora si fece leggero e scivolò verso una pianura che sembrava un racconto nordico di abeti e orizzonti, e in quel paesaggio che si apriva bianco e immacolato, Giulia rimpianse il Mottino, Maria, Saverio e ogni cosa conosciuta e rassicurante che fin lì l’aveva protetta dallo sbando.
    Giunsero al capolinea un dicembre di tormente.”

    Un’esperienza di lettura interessante dal punto di vista linguistico che conquista il lettore anche per l’attitudine con cui presenta una realtà difficile così com’è, nuda e cruda ma tutt’altro che fredda, che dice quello che c’è da dire senza sentimentalismi tramite una lingua che ci permette di concepirla.
    https://www.viceversaletteratura.ch/book/19148

     

  • 07Mag2019

    F. Capacchione - TuStyle

    I tormenti della mente

    La paura di diventare grandi, di trovare il proprio posto nel mondo, di costruire un rapporto stabile che preveda l’arrivo di un pargolo. […]

    Leggi l’articolo completo

  • 03Mag2019

    Redazione - Il Venerdì

    Giulia è inquieta come solo a vent’anni si può esserlo. Tocca il fondo quando si mette in macchina e ingoiando pastiglie si lancia giù per la valle. Si spalancano per lei le porte dell’ospedale psichiatrico, dove conosce la dottoressa Sortelli, che comincia ad aiutarla a tirare fuori la storia dolorosa di sua sorella Annalisa. […]

    L’autrice è svizzera di lingua italiana, e dopo un’infanzia rurale si è spostata a Ginevra e si è infine trasferita in una località adagiata sull’altopiano del Giura vodese in riva sd un lago ghiacciato, che compare anche in questo romanzo.

    Leggi l’articolo completo

  • 01Mag2019
  • 29Apr2019

    Laura Marzi - Azione

    La normalità ci salverà

    La malattia psichiatrica nel romanzo Fuori per sempre della scrittrice ticinese Doris Femminis

    Il secondo romanzo di Doris Femminis, autrice ticinese, dopo Chiara cantante e altre capraie, ci riporta di nuovo in una valle di montagna per raccontare una storia che, come faceva l’esordio, narra di donne e delle loro sofferenze. Sono varie, infatti, le vite femminili che Femminis riesce a cucire insieme nello scenario del paesino di Giusello.

     

    La protagonista del romanzo è Giulia, una ragazza che per un tentato suicidio si ritrova ricoverata nell’ospedale psichiatrico di Mendrisio: interessante a questo proposito il riferimento che la scrittrice fa alla trasformazione radicale che la psichiatria cantonale ha attraversato, a partire dalla rivoluzione attuata in Italia da Franco Basaglia, accolta e potenziata dal sistema svizzero. Nel romanzo il racconto di questo centro di cura è fondamentale e leggendolo si riconosce la peculiarità del punto di vista di chi, come Femminis, è un’infermiera psichiatrica di professione. Infatti la narrazione di questi personaggi secondari nel romanzo, le infermiere e gli infermieri, denota un equilibrio tra il riferimento alle loro vicende personali e la descrizione del loro ruolo professionale, che conferisce loro il giusto spessore. Campeggia la pazienza con cui si prendono cura di coloro che non sanno prendersi cura di loro stessi, la preoccupazione sincera che hanno per le persone come i pazienti psichiatrici, che nel mondo difficilmente trovano comprensione. Femminis, però, non indulge in nessuna forma di buonismo o di eroismo: la prospettiva che sceglie predilige il racconto di come funziona il sistema delle cure, frutto di una visione rivoluzionaria della psichiatria incarnata dal personaggio della dottoressa Elena Sortelli, e del lavoro di squadra all’interno dell’ospedale.

    Anche Elena ha la sua storia, che Femminis riesce a inserire all’interno del romanzo con armonia: forse uno dei pregi maggiori di questo testo è proprio la capacità dell’autrice di raccontarci una vicenda corale, come a voler testimoniare che nella sofferenza di Giulia sta inscritta la solitudine di un intero paese. Della madre della ragazza, per esempio, che nella dura vita di sacrificio e lavoro, quale quella della montagna, ha perso la capacità di essere felice, oppure quella di suo fratello, che vive la difficoltà della propria omosessualità in un luogo in cui essere gay significa ancora portare una colpa che non si può fare altro che espiare, giorno dopo giorno.

    Femminis nel romanzo racconta, però, anche di un nucleo familiare, quello di Esteban, migliore amico di Giulia, mostrando come la serenità sia possibile pur vivendo in un piccolo centro di poche anime: il segreto sembra essere il rapporto con il territorio, in questo caso la montagna, il desiderio e la capacità di vivere in essa, di trovarvi rifugio piuttosto che considerarla un ostacolo insormontabile per l’accesso alla vita di città, allo sfavillio del contesto urbano.

    Forse la scelta di raccontare le storie di coloro che vivono con Giulia, dei familiari, degli amici, deriva dalla volontà di rappresentare come il malato psichiatrico non sia mai una monade isolata dal proprio contesto, e dal desiderio di dare spessore anche agli altri, agli affini, che spesso vengono oscurati dalla malattia mentale di un loro congiunto, risucchiati e cancellati da tanta invincibile sofferenza. Il dolore di Giulia viene narrato, poi, con la sapienza di chi conosce da vicino i disturbi psichiatrici, riuscendo a far entrare la lettrice e il lettore nella realtà parallela in cui vive la ragazza. Anche in questa sezione l’autrice offre un quadro composito di storie, quelle dei pazienti con cui Giulia entra in relazione in ospedale.

    Giungendo alla conclusione del libro a colpire è la constatazione – tanto evidente quanto dimenticata nel nostro approccio spesso disattento all’esistenza – che niente ci salva quanto la normalità, intesa non come norma a cui aderire, bensì come lo scorrere dei giorni, la possibilità di vivere coi propri cari e di muoverci con gioia nella terra in cui abbiamo scelto o ci è capitato di vivere.

     

    https://www.azione.ch/cultura/dettaglio/articolo/la-normalita-ci-salvera.html