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Fuori per sempre

Archivio rassegna stampa

  • 18Lug2019

    Michela Gelati - Famiglia Cristiana

    «La grande forza di chi ha una mente fragile»

    Giulia ha la voglia di vivere e la sofferenza dei vent’anni. Un litigio risveglia la sua inquietudine, cerca di uccidersi. Si troverà in ospedale psichiatrico. Fuori per sempre (Marcos y Marcos) è la storia del suo sbandare per trovare una via per il futuro. […]

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  • 17Lug2019

    Marisa Padula - Modulazioni temporali

    I viaggi della mente – “FUORI PER SEMPRE” di Doris Femminis
    “No, un amore breve come il sospiro di una testa ghigliottinata, la testa di un re o di un conte bretone, breve come la bellezza, la bellezza assoluta, quella che contiene tutta la grandezza e la miseria del mondo e che è visibile soltanto a chi ama.” Roberto Bolaño

    “Fuori per sempre” di Doris Femminis (Marcos y Marcos 2019, pp. 348, euro 18) è la storia di Giulia, piccola e fragile vittima degli eventi, la sua è una pazzia lenta e straziante e così  come una Ofelia in chiave moderna, raggiunge l’apice della sofferenza e tenta il suicidio. Shakespeare  descriveva l’animo umano nella sua interezza, la Femminis lo fa con quello dei suoi personaggi.

     

    La pazzia a volte è ereditaria, tale concetto trova espressione in Carmela – la madre di Giulia – che alterna a momenti di buio depressivo a momenti di  riadattamento alla sopravvivenza. La vita di Giulia viaggia su due binari, la bambina studiosa, diligente, servizievole da un lato, e la Giulia fuori dalle righe, in corsa verso la propria autodistruzione, chiusa in un mondo suo, fatto di silenzio, dove l’unico suono percettibile è  quello del bosco di Giusello, vicino Lugano. Qui la gente è semplice, vive attraverso  i silenziosi inverni imbiancati e Giulia la spia e nel suo smarrimento ricostruisce, in una radura nel bosco, le loro vite, con rametti, insetti, sassi. Tutto questo è fondamentale per far tacere le voci che genera la sua psiche. Episodi come il viscido approccio dello zio pedofilo, a cui viene affidata durante un inverno dai genitori ignari – la spingono sempre più a fondo nella malattia. Cresce con i suoi disagi, occulti, nell’indifferenza della propria famiglia, distratta da altro, che la rende inconsapevole e impreparata all’enormità del problema. Solo quando il castello di carte viene spazzato via da una folata di vento, tutto diventa palese a tutti, malessere, stato di insoddisfazione, lo sminuirsi del concetto di vita e di morte, nonché ricerca di stordimento chimico. Tutti i personaggi,  la stessa psichiatra, Elena, è ammorbata dal nemico che quotidianamente – nello svolgere  il proprio lavoro – cerca di annientare; nel suo caso, rifiuta di credere l’imminenza della  sentenza di divorzio che le cambierà  la vita. Tutti e tutto sembrano contaminati, ognuno in una variante differente.

    Doris Femminis sa come catturare l’attenzione del lettore, gli fa vivere le vicissitudini della protagonista in prima persona con un linguaggio intenso ed essenziale, proprio per permettere alla mente di chi legge di spaziare su temi drammatici e attuali. Non mancano colpi di scena, che trasmettono forte adrenalina, dall’arrivo sulla scena di Alex Sanders alla sua drammatica uscita. Il tutto genera un unica domanda: da cosa può nascere tanto dolore? Annalisa…

    https://www.modulazionitemporali.it/i-viaggi-della-mente-fuori-per-sempre-di-doris-femminis/

  • 03Lug2019

    Giuditta Casale - Giuditta Legge

    Chiacchierando con… Doris Femminis

    In riva al fiume Maggia – Mi risponde Doris Femminis quando le spiego la tradizione del chiacchierando di tracciare una linea rossa che congiunga tutti gli incontri che ho fatto nella rubrica: un luogo dove mi avrebbe dato appuntamento per chiacchierare.

    Quindi immaginateci là.

    “Fuori per sempre” il romanzo di Doris Femminis pubblicato di recente da Marcos y Marcos è un romanzo complesso e stratificato, che ha la lucentezza strutturale di un lago ghiacciato, una scrittura corposa e densa come l’odore del muschio nei boschi, una straordinaria capacità introspettiva che si ramifica nelle tante voci e tante storie che si intrecciano nelle pagine intorno alla vita di Giulia Borioli.

     

    Un romanzo pieno di vita che si occupa con precisione affilata del desiderio di morte e dell’inadeguatezza alla vita di cui drammaticamente si soffre.
    Nella quarta di copertina si legge una decisa scelta di vita che Doris Femminis ha deciso di intraprendere, nei confronti della quale il paesaggio di ghiaccio e di bosco che le è proprio mi sembra abbia giocato una valenza importante.
    Non a caso è lo stesso paesaggio che ritroviamo così vivido e vitale nel romanzo.

    Potremmo partire da qui, Doris: quanto la scelta di vivere in un certo paesaggio abbia influenzato la tua scrittura e le tematiche di “Fuori per sempre”.

    A parte la parentesi urbana di Ginevra, che ha avuto il suo fascino per 12 anni, io per boschi, foreste e montagne sono cresciuta e la decisione di ritornarci nel 2014, anche se il paesaggio da cui vengo, quello ticinese lussureggiante e latino, si è mutato in vallate di conifere, è stato quasi un ritorno alle origini. Il giorno che ho visto per la prima volta la casa nella quale ora vivo, tra l’odore dello sterco di mucca e i prati ondulati dal pascolo, mi è sembrato di stare all’alpe, e abbiamo traslocato. Nel romanzo ho illustrato il bosco vivo della mia infanzia, con le sue meraviglie e sensazioni intense nel quale con i miei cugini abbiamo giocato alle bande e alla guerra, e la foresta di grandi spazi in cui perdersi, del freddo, della neve, e del suo lago ghiacciato che ho scoperto nei primi anni di vita qui sull’altipiano: di ambedue ho tentato di rendere la meraviglia. Direi che l’anima selvaggia che pervade un po’ le ragazze di “Fuori per sempre”, è il frutto di queste terre inabitate, montagnose o pianeggianti, in cui un essere umano può sentirsi in combutta con gli elementi, invaso dalla forza della solitudine e  animato da una sensazione di libertà quasi animale.

    Il bosco in “Fuori per sempre” diventa un personaggio vero e proprio, di cui tu Doris sai rendere nella pagina gli scricchiolii, gli odori, gli umori e la vita più minima e sotterranea. Ma questa tua capacità rimane immutata anche per gli interni, in particolare quelli asettici e bianchi del Mottino, l’ospedale psichiatrico in cui è ambientata parte della storia, e tra le cui pareti si intrecciano scontrano avviluppano le esistenze della maggior parte dei personaggi che animano il romanzo.
    Come nelle serie americane di maggior successo, tra le tue pagine la clinica prende vita e diventa brulicante di sensazioni emozioni reazioni e comportamenti. Nello scontro tra il disagio e le malattie dei pazienti e il brulichio pieno di vita incessante che anima la clinica il romanzo trova la sua chiave d’accesso per raccontare il mondo nella sua vasta multiforme e contraddittoria grammatica reale ed esistenziale.
    Più che essere in opposizione alla foresta, la clinica psichiatrica ne diviene un alter ego, uno spazio complementare in cui si realizza la vita nel suo estremo e conflittuale movimento.
    C’è opposizione o dualismo nel “dentro” della clinica e nel “fuori” della foresta svizzera? da quale esigenza o modelli letterari nasce l’idea di ambientare il romanzo in un ospedale psichiatrico?

    Dentro la foresta, dentro la capanna di Annalisa in foresta e dentro l’ospedale sono il miraggio della protezione (dentro l’utero, la casa, le mura, ecc…), e in opposizione metterei il dentro che rinchiude (quello che impedisce a Cris di uscire dalla sua camera, quello che isola Annalisa quando si mette a vivere tutto dentro di sé, quello che può succedere dentro alle camere delle case, o alle camere d’isolamento degli ospedali).

    Fuori dalla capanna può essere riallacciare i ponti con una realtà meno complessa di quella umana, quella degli alberi e degli animali, delle temperature, degli odori e dei suoni. Fuori dalla foresta può essere un tentativo di riagganciarsi al corso della vita e delle relazioni. Fuori dall’ospedale è per Giulia la decisione di farcela, di andare avanti, ma fuori è anche perdersi nella foresta o nel mondo, e fuori di testa è inteso come essere allo sbaraglio, senza più un contenitore in cui sentirsi al sicuro, essere fuori dal giro, escluso, o fuori dalla realtà, per malattia o per la droga.

    Insomma, quando si può e si fa con intenzione, è bello spaziare tra le possibilità di stare in bilico, un po’ dentro, un po’ fuori, e sperimentare qual è il proprio limite.

    L’ambientazione in ospedale nasce invece dal desiderio di illustrare un mondo in cui tanti prima o poi passano qualche giorno, qualche mese, o solo in visita, ma che continua a essere permeato da un alone di terrore nell’immaginario.

    Certo è il luogo in cui si è rinchiusi, ma non solo, è un luogo di sofferenza ma anche di emozioni intense e profonde e di momenti in cui l’unico scopo è capire dove ci si trova e cosa si vuol fare della propria vita. Ho lavorato più di vent’anni in ospedale e volevo renderlo  verosimile e vivo, un po’ meno temibile e terribile, un luogo di passaggio che può avere un senso.

    Abbiamo fatto riferimento al “fuori” e all’importanza come nodo e snodo narrativo per il romanzo.
    Il titolo “Fuori per sempre” è ricco di sottintesi per il lettore del romanzo, a partire dal riferimento a “Mery per sempre”, pieno di rimandi funzionali ai personaggi e alla loro introspezione.
    Cosa possiamo svelare e raccontare?

    Che la ricerca e l’affondo in sé possono rivelare sorprese, a volte sconvolgenti.

    Che Mery è per sempre com’è, bellissima, e che l’identità si riconosce e si svela pian piano, a volte un po’ più in fretta quando ci si imbatte nella crisi e, se si ha fortuna, si incontrano persone che ci aiutano a capire.

    Che “per sempre” è un pensiero di gioventù, perché forse non si starà per sempre fuori dall’ospedale, ma neppure per sempre fuori di testa.

    Delle tre ragazze che si incontrano nel romanzo, soltanto Giulia è capace di vivere l’ambivalenza: tenta di evitare di calarsi dentro, ma allo stesso tempo ha fiducia e accetta di farlo. È grazie alla consapevolezza di avere delle parti di sé che sono in conflitto tra loro e al desiderio di capirsi che Giulia trova una via per uscire fuori, dalla confusione e dall’ospedale.

    Per Annalisa e Alex l’impulso di andare fuori e di fuggire è l’unico motore di ogni azione e, senza sosta, il rischio è di slacciare il contatto con la ragione, anche quella di restare ancorati al mondo.

    Hai introdotto le tre ragazze su cui ruota buona parte del romanzo, il cui perno è Giulia, attratta ora da Annalisa e ora da Alex, quasi come se il romanzo fosse bipartito. Ma le pagine di “Fuori per sempre” sono affollate di donne, ciascuna con una propria declinazione del femminile. A ciascuna, Carmela, la dottoressa Sortelli, Maria solo per nominare le prime che mi vengono in mente, tu regali una personalità molto spiccata, attenzione introspettiva e cura per la storia di ognuna.
    Il femminile ha avuto un ruolo predominante nell’animare il mondo di Giusello e i corridoi del Mottino?
    Con questo non voglio escludere il maschile che pure è ben rappresentato nel tuo universo narrativo, ma è come se non avesse quella predominanza che è data alle donne.

    Io credo nell’individuo, nella sua unicità e spero che ognuno possa al meglio riconoscere il giardino in cui piantare i suoi fiori…

    Sono convinta che le differenze tra uomini e donne siano delle costruzioni culturali: l’importanza che si è data alla forza fisica e alla gravidanza sono arbitrarie e il valore che ne ricevono completamente è sproporzionato. Una delle rappresentazioni in cui siamo un po’ imprigionati vuole che siano le donne ad occuparsi del corpo, dal bebé al morente, anche se infermieri e medici uomini dimostrano di saper benissimo incontrare l’altro nella sua più grande intimità.

    Il mondo delle cure è quindi delle infermiere (aiuto curanti, assistenti, ausiliarie) come quello della meccanica ai meccanici (anche se dal mio c’è un apprendista ragazza).

    Ho voluto rispettare la realtà e rendere onore alle donne che da sempre si occupano della malattia e della sofferenza, che da sempre accolgono e curano e sono capaci di una generosità che si vorrebbe insita nei loro geni. Non lo è: occuparsi di qualcuno che soffre o è dipendente è difficile e faticoso, è doloroso, a volte straziante e ogni tanto mi dico perché Doris non hai fatto il falegname?

    Siamo giunte spedite all’ultima domanda.
    Non è solo l’ambientazione e la danza dei personaggi a rendere fascinoso “Fuori per sempre”, ma la voce dai diversi registri che usi all’interno del romanzo riesce a coinvolgere intimamente il lettore. Una lingua tersa e cristallina, che sa essere affilata e tagliente ma anche lirica ed intima.
    Un ritmo che ogni volta si addice e si adatta al momento del vissuto dei personaggi.
    Che cos’è la scrittura e l’uso delle parole per Doris Femminis?

    La scrittura è per me un modo di ordinare la vita, di sintetizzare anni banali in qualche frase e intensificare qualche giorno in cento pagine. È dare risalto ai momenti chiave che magari non ho neanche riconosciuto e trovare una “terza via” tra la realtà e il sogno (o la follia).

    La letteratura è quella via di traverso che prende distanza dagli eventi e attribuisce loro un’importanza, mi stacca dal suolo e, a volte, mi conforta: l’essere umano è capace di essere trascinato in un altrove che dà senso al qui e ora.

    Per me scrivere è abitare in questo terzo luogo, il posto del pensare, del lasciar emergere, dello scavo, ma anche un luogo di comprensione, perché mentre scrivo mi si affacciano delle verità di cui ero inconsapevole e ne sono sorpresa, e un luogo di piacere, perché la musicalità di una frase può suonarmi dentro per ore e sono felice di averla trovata.

    Sono molto affascinata da come poche parole messe insieme possano evocare un paesaggio, un momento o una personalità. È incredibile trasmettere e ricevere delle immagini mentali che suscitino emozioni o pensieri e che si inseriscono a puntino lì dove siamo, nel nostro mondo immaginario, proprio nel tempo di quella riflessione, e la nutrono. Nella lettura abbiamo la scelta di essere toccati dalla cosa giusta: al contrario dell’immagine (reale, cinematografica) che con la sua forza, a volte, è invadente, l’immaginario mescola quello che riceve con quello che ha già, e si crea una storia personale. Leggere è creare.

    http://www.giudittalegge.it/2019/07/03/chiacchierando-con-doris-femminis/

  • 01Lug2019

    Maria Perillo - mariaperillo.it

    Intervista a Doris Femminis; tra psichiatria, libertà e dolore.

    Doris, benvenuta nel mio blog letterario dallo slogan #temiladonnachelegge.

    Comincio con una domanda semplice: chi è Doris Femminis?

    In realtà non è una domanda semplice perché l’identità è difficile da descrivere. In ogni contesto ci si può sentire in modo un po’ diverso, mentre “essere” rileva quasi di uno stato immutabile che sottende a tutte le azioni. Perciò rispondo a chi è Doris Femminis con quello che fa: l’infermiera in psichiatria, da qualche anno a domicilio, la mamma, una passeggiatrice in foresta e, se mi viene una storia, una donna che tenta di raccontarla.

     

    Com’è nata l’idea di scrivere un romanzo ambientato – anche è soprattutto – in un ospedale psichiatrico?

    Da quasi trent’anni, di cui più di venti passati a lavorare in ospedale, sento parole quali “vocazione, coraggio, io non potrei mai” che lasciano intendere un’idea della psichiatria come qualcosa di lontanissimo e pericoloso. Anche le persone che si trovano di fronte all’idea del ricovero, per sé o per un famigliare, reagiscono con la paura e una parte della paura penso sia legata all’immaginario nutrito dal cinema e nel quale sono messi in scena ambientazioni squallide e rapporti di potere. Anche la follia è ancora rappresentata nelle sue manifestazioni più inquietanti, cioè quando il rapporto con la realtà è completamente falsato, senza ricordare che, spesso, sarà ritrovato, e attraverso le sue manifestazioni di violenza.

    Io avevo voglia di mostrare altri ambienti e modi della crisi che non fossero soltanto esplosive; volevo rispondere alla domanda “ma cosa fai tutto il giorno” con qualche momento della quotidianità di un reparto e desideravo mostrare che l’asimmetria del potere è molto ridotta rispetto all’immaginario e, quando non lo è, spesso si giustifica.

    Volevo anche illustrare e rendere più vicino a noi lo stato d’animo di qualcuno che in ospedale potrebbe essere ricoverato.

    Quanto c’è della tua esperienza professionale nei personaggi?

    Io e la psichiatria siamo inscindibili, il mio pensare è stato nutrito dall’esperienza professionale, come da quella personale e dalle relazioni umane in genere.

    Giulia, per me, è stata uno specchio in cui rivedere molte delle mie paure e fasi della vita. Una figura fragile che deve imparare ad esser forte ed imporsi nella sua stessa vita, eppure noi donne sembriamo aver raggiunto ogni forma di potere ed indipendenza… non sarà mica che questa nostra emotività e sensibilità rappresenti uno svantaggio?
    Parlando di donne; sentire di più, è uno svantaggio o un vantaggio?
    Io, detto in confidenza, a tratti credo sia uno svantaggio…

    La donne importanti della mia vita sono state solide, determinate e forti, capaci di accogliere le maree di emozioni e attraversarle per tenere la barra di una famiglia, di una coppia, di una sfida professionale. In questo senso, donne e uomini possono essere più o meno emotivi e sapere più o meno barcamenarsi. Chi è meno emotivo avrà la vita più semplice, ma forse meno ricca.

    Invece, le donne non hanno ancora l’indipendenza e il potere che saprebbero benissimo assumere e questa è una difficoltà supplementare che le svantaggia, perché per raggiungere i loro obiettivi, devono lavorare molto di più e, spesso, lottare per poco o niente.
    È questo svantaggio a farci la vita più dura, secondo me.

    E poi c’è l’educazione: ai maschi si dice che devono essere forti e superare/cancellare la sensibilità,

    pena l’esclusione. Invece si considera normale che le bambine siano travolte dai sentimenti che la realtà esterna o interna può suscitare, a rischio di renderle dipendenti da qualcuno che le sorregga e di non trovare un modo per contenere da sole le maree interiori. Penso che i due modelli educativi dovrebbero unirsi, penso che si dovrebbe dire ai bambini e alle bambine che possono benissimo raggiungere i loro sogni anche se la morte degli orsi bianchi del Polo Nord li fa piangere.

    Il tema degli abusi è ancora forte, scuote e fa paura… uno storia vecchia come l’umanità! Perché non riusciamo ad estirpare quest’erba cattiva dalla società? Perch’ gli uomini abusano delle donne?

    Direi per il potere, l’abuso è un atto di dominazione. Non riusciamo a estirpare il desiderio di potere dall’umanità e le guerre lo dimostrano benissimo, ma quello dell’abuso sessuale non si è neanche tentato di contenerlo, finora. Forse perché le cifre sono impressionanti (si parla di un terzo delle donne e un settimo degli uomini che hanno subito un abuso sessuale). Forse non si sa da dove cominciare, forse che le cifre di chi abusa sono altrettanto impressionanti (sarebbe logico) e sono in tanti a non voler iniziare la svolta. Io comincerei con denunciare le situazioni che si conoscono; la volontà di potere si argina con laLegge.

    Perché le donne tacciono e si rifugiano in Lilì piuttosto che urlare il proprio dolore e denunciare?

    Lilì è un meccanismo di difesa psicologico, non è una scelta ma un modo di sopravvivere a qualcosa di troppo incomprensibile e angosciante. È una capsula che svolazza separata lasciando a Giulia tutte le sue facoltà, finché…
    Ma le donne tacciono per paura di perdere le persone amate, per paura delle ritorsioni, per paura di quel che dirà la gente, per paura della pietà altrui, per vergogna e a volte anche per amore della persona che abusa, per non farle del male, perché mandare in prigione il padre dei propri figli non è facile…

    La realtà degli ospedali psichiatrici è spesso sconosciuta, temuta; qualcosa di cui si ha paura a scoprire di più. Credo che questo sia collegato al fatto che, ancora oggi, la morale comune veda psicologi e psichiatri come figure da cui stare alla larga… io, personalmente, penso che tutti ne abbiamo un gran bisogno perché tutti abbiamo dei problemi, ma solo chi lo riconosce ed ha il coraggio di risolverli si rivolge a queste figure professionali. Qual è il tuo suggerimento per far avvicinare le persone a questa realtà?

    Se ti senti male, non sai perché, non sai come uscirne, non vuoi parlarne ai tuoi cari per mille ragioni, oppure l’hai fatto ma non sanno come aiutarti, perché non provare a rifletterci con qualcuno che di quella cosa lì ci capisce perché è il suo mestiere? Se hai un dolore che non passa, dopo un po’ vai dal medico. Ecco.

    Cos’è, per te, il femminismo?

    L’affermazione del diritto alla parità e all’indipendenza. Le donne guadagnano meno degli uomini, le donne fanno gratis quel che dovrebbe incombere alla coppia. La paura della precarietà che ci aspetta se la coppia si sfalda ci tiene in posizione di dipendenza. Non ci manca nulla, perché dovremmo considerarci inferiori?

    Ci consigli tre libri da leggere?

    La luce è più antica dell’amore, di Ricardo Menendez Salmon, che è un inno profondo al senso dell’arte.

    Ottanta rose mezz’ora, di Cristiano Cavina, che mette in luce un uomo e una donna in difficoltà con i propri sogni e i propri fantasmi

    Accabadora, di Michela Murgia, perché è un romanzo perfetto che ritrae il coraggio e la generosità di una donna e un grande grazie a te per il tempo e la passione che passi a trasmettere il gusto della lettura. Un abbraccio a tutte

    Grazie Doris.

     

    https://www.mariaperillo.it/intervista-a-doris-femminis/

  • 28Giu2019

    Adelaide Barigozzi - Cosmopolitan

    Scelti da Cosmo

    Fuori per sempre, di Doris Femminis (Marcos y Marcos, 18€).

    Giulia ha 20 anni, è nata tra le alpi della Svizzera italiana e soffre di depressione. […]

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  • 28Giu2019

    Francesca Bussi - Elle

    La giusta distanza da noi stessi

    Doris Femminis parla e scrive in un italiano che sa di montagne. Ticinese, un passato da capraia, lavora come infermiera di salute mentale. E scrive. Fuori per sempre (Marcos y Marcos) è la storia di Giulia, che una sera decide di farla finita, ma viene salvata.

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  • 21Giu2019

    Alessandra Pigliaru - Il Manifesto

    Tra i licheni di Giulia e Annalisa, sorelle in fuga dalla incuria

    Fuori per sempre di Doris Femminis pubblicato da Marcos y Marcos

    Dopo l’esordio di Chiara cantante ed altre capraie. Saga di donne strette tra le montagne e il cielo, Doris Femminis dà alle stampe il suo secondo romanzo. Fuori per sempre (Marcos y Marcos, pp. 348, euro 18), conferma l’originalità letteraria della scrittrice ticinese a cui si confà il tono definitivo del titolo, sentenza ma anche promessa di uno sguardo capace di svettare oltre i luoghi, anche quelli comuni. […]

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  • 14Giu2019

    Serena Uccello - La Domenica - Sole 24 ore

    Fuori per sempre, e se per fuggire ed emanciparsi servisse la follia?

    Come l’amore e la morte, la follia è certamente tra i temi più battuti dagli scrittori, da sempre, e ovunque. La follia in tutte le sue declinazioni mediche, la follia in tutti i suoi colori narrativi, dal malessere più nevrotico al male ossessivo e distruttivo, dalla lievità degli eccentrici alla bizzarria degli alienati. Il romanzo di Doris Femminis appena pubblicato da Marcos y Marcos entra in questa produzione con talento e originalità. Fuori per sempre è la seconda opera di Femminis – nata tra le montagne delle Svizzera italiana – che alla scrittura affianca un lavoro da infermiera a domicilio. E in questa pagine c’è molto della conoscenza dell’ambiente ospedaliero che l’autrice restituisce con perfetta aderenza alla realtà, narrandone l’organizzazione. Soprattutto perché ad essere fotografato è un ambiente per certi versi unico all’interno di una struttura ospedaliera e cioè il reparto di psichiatria.

     

    La protagonista infatti è Giulia una studentessa universitaria che dopo un litigio in famiglia, scappa e tenda il suicidio. Un gesto chiaramente inspiegabile come lo sono in sè i suicidi ma che diventa ancor più incomprensibile quando al risveglio i medici e gli infermieri dell’ospedale cercano, attraverso l’esperienza terapeutica, di ricostruirne le ragioni, la frattura determinante. Giulia reagisce con furore respinge l’ambiente ospedaliero, la terapia, ma soprattutto nega la gravità di quel che ha compiuto. Una scivolata, un errore, nessun reale impulso verso la morte. Questa è la teoria di Giulia. Forse la stanchezza, lo stress per gli ultimi esami prima della laurea . Forse una perdita. Nell’auto in cui l’amico Esteban ritrova e salva Giulia compare una scritta: “Lili per sempre”. Chi è Lili? Perché per sempre?

    Dopo un rifiuto iniziale, una fuga conclusasi con il rientro in clinica, e infine l’accettazione – se pur parziale – della cura, Giulia inizia a raccontare di Annalisa, la misteriosa Lili. Ed è Annalisa la protagonista della seconda parte del libro. Il dolore di Giulia è la perdita di sua sorella Annalisa. Annalisa che quando nasce sconvolge la psiche della madre, e per poco non ribalta la famiglia. Una famiglia che è un clan confuso con tanti fratelli. Una madre fragile, un padre mite. Annalisa è un essere stralunato, una mente che pare aver ereditato la fragilità della madre. Annalisa è una animale selvaggio che vive l’esperienza della tossicodipendenza e ne esce a pezzi. Annalisa muore. Ma è davvero questa la storia di Giulia? La terza parte sovverte le nostre certezze. Ciò che è reale non lo è più. Irrompe un nuovo personaggio che scardina e ridefinisce la follia dentro la fuga.

    La Femminis sceglie il taglio dell’evocazione con una lingua che alterna sostanzialmente tre timbri: la presa diretta dell’azione, l’affabulazione dell’evocazione, lo scavo dell’analisi. Interessante la scelta lirica del linguaggio che al passo descrittivo preferisce quello allusivo. Coerente all’aspirazione del romanzo: tratteggiare un inno alla libertà, alla vita.

  • 10Giu2019

    GMGhioni - Critica Letteraria

    Il desiderio e il terrore della fuga: “Fuori per sempre” di Doris Femminis

    Fuori per sempre
    di Doris Femminis
    Marcos y Marcos, 8 maggio 2019
    pp. 348
    € 18 (cartaceo)
    € 11,99 (ebook

    La lasciavano in pace, l’osservavano per non vedere nulla, non era tanto depressa: mangiava, dormiva, affermava di non avere idee nere, soltanto un persistente sentimento di vuoto. A volte rideva tra sé: spiegava che le pareva di essere un’attrice sulla scena; trovava divertente il suo ruolo e lo scenario, ma si chiedeva che senso avesse vivere così, senza passione, spenta, a guardarsi recitare. (p. 105)

    Se volessimo trovare una parola-chiave che percorre tutto il romanzo, questa è certamente: fuga. Quando facciamo la conoscenza di Giulia, nelle prime pagine del romanzo, la troviamo in fuga dopo un brutto litigio e subito dopo in fuga da sé stessa, con il gesto estremo di assumere un quantitativo di medicinali elevato, sperando di farla finita. E invece Giulia viene trovata da un amico storico, che chiama l’ambulanza e la salva: al suo risveglio, la ragazza è ricoverata nella clinica psichiatrica del Mottino, e di nuovo l’imperativo categorico è la fuga. Ma attorno a Giulia le mura della clinica si chiudono inesorabilmente con tutto il loro biancore: bianca la camera d’isolamento, bianchi i camici degli infermieri che sedano continuamente questo scricciolo di paziente, tanto minuta quanto rabbiosa nel suo cercare di liberarsi. L’unica via di fuga concessa è quella della parola: Giulia è invitata a parlare, a condividere le sue angosce con la psicoterapeuta, Elena Sortelli, che cerca di scavare a fondo nel passato della paziente, per capire cosa l’ha portata a un gesto tanto estremo. La ragazza resiste: dà la colpa allo stress, agli esami universitari, ma è chiaro che c’è ben altro sotto.

    E perché, prima di assumere i farmaci, ha scritto “Lilì per sempre”? Forse bisogna partire da lì, dalla storia familiare che ha imposto a Giulia di crescere prima del tempo: dalla grave depressione della madre alla sorella minore Annalisa, che è sempre stata una spina nel fianco con la sua autodistruzione; dai problemi economici alle tante bocche da sfamare in famiglia… Più la dottoressa Sortelli fa parlare Giulia, e più il suo racconto si fa ambiguo, e il discrimine tra realtà e mistificazione si fa sottile: ma Giulia è convinta di tutto ciò che racconta; e dunque dove inizia e dove finisce la verità?
    Più la protagonista si sfoga, più il Mottino smette di essere una prigione: è, anzi, una specie di casa che protegge la ragazza da quel che c’è fuori, ma soprattutto che tampona i traumi che Giulia ha dentro e di cui non è pienamente conscia.
    Tuttavia, l’arrivo improvviso di una nuova paziente, la selvatica e indomabile Alex Sanders, porta nuovamente Giulia a pensare alla fuga: Alex è tutto ciò che Giulia non è mai riuscita a essere, è la fuggiasca per eccellenza, colei che è scappata parecchie volte dal Mottino e che ha sempre lottato contro le autorità, come pure è fuggita da sé più volte con la droga.

    Ma quale effetto può creare l’incontro di due personalità tanto esplosive? Riusciranno a restare fuori per sempre? E da cosa, o da chi?
    Il romanzo di Doris Femminis ha il merito di portarci a conoscere da vicino la realtà complessa della malattia mentale, dei turbamenti che portano a distorcere i fatti per renderli più accettabili, o perlomeno tollerabili. E tuttavia la vicenda a volte si sfilaccia: la vicenda di Giulia lascia il posto alla vita di Elena Sortelli, di altri componenti della famiglia, di alcuni infermieri del Mottino,… Se il desiderio era quello di rivelare la complessità delle vite di tutti i personaggi, l’obiettivo è raggiunto; resta però da chiedersi se fosse necessario scivolare tanto nelle realtà degli altri, diluendo o lasciando in sospeso la narrazione principale. Il romanzo ha però una capacità tutt’altro che scontata: ci fa sentire cosa si prova a sentirsi prigionieri delle decisioni altrui e preda delle nostre più recondite pulsioni.

    https://www.criticaletteraria.org/2019/06/fuori-per-sempre-doris-femminis.html

  • 17Mag2019

    Ira Rubini - RadioPopolare

    Doris Femminis “Ogni angoletto viene smussato”

    In questi giorni è in uscita Fuori per sempre (ed. Marcos y Marcos), un romanzo che sta raccogliendo molto interesse. La sua autrice, Doris Femminis, è ticinese ed è stata recentemente ospite del Salone del Libro di Torino. Il romanzo parla di destini incrociati e di giovinezza difficile perché spesso attraversata da dubbi, disagio psicologico e talvolta psichiatrico.

     

    Affronta con grande potenza questo contesto perché non è un romanzo che fa dichiarazione di intenti, ma una storia che porta dentro la vita delle protagoniste. Il libro non “parla di” ma “ci parla” con la voce di una di una ragazza, anche se gli altri due personaggi principali continuano a essere fortemente presenti nella percezione del lettore.

    L’autrice Doris Femminis ci ha raggiunto negli studi di Radio Popolare nella trasmissione Cult per parlarcene.

    La protagonista Giulia si trova in una condizione che potrebbe aver riguardato ciascuno di noi a quell’età. Una serie di accadimenti la spinge a scappare, inseguita dai suoi pensieri. Come è nato questo personaggio?

    Giulia è nata dall’idea di poter raccontare il tempo della crisi: quel momento in cui tutti ci siamo trovati, in cui non abbiamo più i nostri appigli soliti. A un certo momento della sua vita, per una ragione che neanche lei riconosce, Giulia tenta il suicidio e finisce in ospedale psichiatrico. L’idea della crisi nasce proprio da quella del cambiamento possibile e il suo primo moto è quello della fuga. Un istinto che abbiamo tutti: quando un problema si presenta, la prima cosa che abbiamo voglia di dire è “Non ce ne occupiamo e passerà. E se non passa, poi vedremo”. È vero che spesso i problemi si risolvono da soli quindi non sono  problemi grossi, ma non è il suo caso, e lei tenta di sfuggirlo attivamente: per esempio inizialmente, fugge dall’ospedale. In seguito però ci ritorna e si crea una specie di tira e molla con i terapeuti che la invitano ad analizzare la ragione per la quale ha deciso di morire, che lei non conosce, e a cercarne l’origine.

    Fuori per sempre è un titolo che si presta a moltissime interpretazioni: gioca con il gergo, con un modo giovanile di essere che viene ben rappresentato all’interno del romanzo. Questo è l’altro grande macropersonaggio che si riscontra: il disagio mentale che per alcuni giovani diventa quasi una persona, qualcosa di tangibile e concreto. Nel libro, una dottoressa guadagna la fiducia di Giulia tanto che l’ospedale diventa improvvisamente una protezione, non più un luogo da cui fuggire. Tutto questo però rivela un’interiorità che sempre più rappresenta tanti giovani. Un esempio è la sorella Annalisa: una sorella difficile, complicata, che rappresenta tutta la famiglia.

    Annalisa è il personaggio che racconta la storia della famiglia. In seguito Giulia narra la storia di sua sorella quando finalmente decide di cercare qualcosa dentro di sé. Racconta le sue origini nelle montagne ticinesi, in un piccolo villaggio e in una famiglia che è a cavallo tra la civiltà contadina appena superata e gli anni ’90, in cui lei ha venti anni e molti desideri. Una mamma che vorrebbe, o non può far altro che immaginare per lei, la vita che lei stessa ha avuto: avere dei figli, occuparsene, restare in paese. Carmela, la mamma di Giulia e di Annalisa, tutti gli anni cade in una depressione cronica. È qualcosa che succede spesso nelle famiglie, ci sono genitori che hanno depressioni molto profonde. I figli, questi momenti di assenza del genitore, li vivono spesso sentendosi abbandonati, a volte volendo salvare il genitore oppure reagendo con la rabbia per non avere qualcuno capace di occuparsi di loro. Giulia cerca in qualche modo di restare leale a quel mondo e trovare la sua via.

    Gli anni ’90 in un contesto come quello della Svizzera italiana erano un crogiolo di provenienti da tanti ambienti differenti. Immagino abbia messo memorie proprie nella descrizione di questo mondo. Il tipo di pressione sociale che può subire una ventenne anticonformista, viene molto fuori dal libro. Com’era il Ticino negli anni ’90?

    Il Ticino è sempre stato un luogo di emigrazione: i ticinesi sono emigrati moltissimo nell’America del Sud e in California all’inizio del secolo. Poi è diventato un luogo di immigrazione dopo la guerra grazie al benessere che ha cominciato prosperare. Però il Ticino è anche un luogo in cui, nelle valli, questa povertà in qualche modo è rimasta. Non tanto nel benessere ma nella scarsa apertura verso il resto del mondo. Negli anni ’90 in un villaggio ticinese c’era ancora un atteggiamento di protezione della comunità. Da una parte può far sentire accolti e coccolati ma dall’altra tende a smorzare tutte le originalità: ogni angoletto non conforme che potrebbe spuntare nella personalità di qualcuno viene subito smussato. Non è concesso essere diversi e quando qualcuno è diverso lo avverte in modo profondo, si sente subito inadeguato.

    Il terzo personaggio importante è Alex: artista straordinaria, tutta fuoco, passione e tempesta che arriva nell’ospedale dove Giulia si trova e sovverte, non tanto le sue certezze quanto i suoi dubbi, mostrandole una possibile via. Una via più grande del vero, una via tutta fatta di maiuscole. Questo personaggio che valore ha nel romanzo?

    Alexander già nel nome rappresenta qualcosa dell’onnipotenza che sconfigge ogni cosa e il motore che la porta nel mondo è la rabbia. La sua reazione costante in tutto l’arco del romanzo è quella del passaggio all’atto: appena si trova di fronte a una qualsiasi difficoltà trova il modo di interpretarla come un attacco al quale rispondere. La sua vita è una battaglia e come ogni guerriero prova anche un certo sentimento eroico. Ho scoperto che Alessandro vuol dire “colui che protegge gli altri” e, in effetti, Alexander in fondo se ne frega un po’ degli altri ma li imbarca comunque perché preferisce non essere sola, se possibile.

    Certamente nel libro ci sono memorie personali relative soprattutto alla descrizione di un contesto da cui proviene la nostra Giulia e anche di gran parte della sua famiglia. Ma è vero che lei voleva fare la capraia e pascolare le capre, come Heidi praticamente?

    Io volevo fare la capraia nell’infanzia, avevo dei prozii che erano caprai per cui da bambina andavo nelle stalle dove nascevano i capretti e mi sono innamorata. Era uno dei miei sogni di infanzia.

    Se non sbaglio ha avuto anche esperienze da infermiera e conosce bene gli ospedali e le case di cura.

    Lavoro come infermiera in psichiatria da quando avevo 18 anni, non ho avuto bisogno di fare uno stage di immersione.

    Mi sembra importante ricordare che lei è molto legata al territorio che descrive e che tutt’ora abita in un in un luogo particolare, in un borgo.

    Dopo questa esperienza di otto anni con le capre sono emigrata a Ginevra quindi ho vissuto per dodici anni in città, ho fatto anche il mio stage urbano. Poi sono tornata a vivere su un altopiano tra le foreste.

    https://www.radiopopolare.it/2019/05/doris-femminis-ogni-angoletto-viene-smussato/

  • 14Mag2019

    Marianna Zito - Modulazioni temporali

    Doris Femminis presenta “Fuori per sempre” al Salone del Libro

    Nella Sala Bronzo del Salone Internazionale del Libro di Torino, Doris Femminis ci ha raccontato – insieme alla scrittrice Elena Varvello – il suo romanzo “Fuori per sempre” pubblicato dalla casa editrice Marcos y Marcos.  Sono molti i personaggi in questo romanzo, forse i principali sono tre. Ma uno sopra tutti, Giulia. È la storia questa del crollo psicologico di una ragazza di vent’anni e del suo tentativo di togliersi la vita. Dopo di ché il ricovero in ospedale, le fughe nella svizzera italiana, l’incontro con Alex, la preoccupazione delle persone che la curano come Elena, che dirige il reparto dell’ospedale in cui è ricoverata. E il suo ritorno a casa, in qualche modo.

     

    L’idea di base della Femminis era scrivere un romanzo in cui il principale argomento fosse la psichiatria. Da una prima versione più poliziesca e leggera nasce una seconda versione più emotiva che vuole approfondire  gli aspetti di questa disciplina complessa. Tutto parte dal personaggio di una bambina nata nella testa di Doris Femminis, una piccola di nome Annalisa, che diventerà nel libro la sorellina di Giulia. “Annalisa è un personaggio meraviglioso e misterioso” dice con passione Elena Varvello.

    Ci troviamo tra le mani un romanzo pieno di metafore che raccontano la malattia mentale, seguendo la malattia di uno dei personaggi e un momento di crisi per un altro. Si parte sempre dalle emozioni umane vissute nel quotidiano, ed è il potere delle immagini che nascono dalle parole della scrittrice a evocare queste emozioni e a fare nostra questa esperienza di sofferenza. Un testo, sostiene sempre Elena Varvello, che potrebbe dare pace a chi nella vita è entrato in qualche modo in contatto con esperienze come queste.

     

    https://www.modulazionitemporali.it/%EF%BB%BFdoris-femminis-presenta-fuori-per-sempre-al-salone-del-libro/

  • 13Mag2019

    Marzia - Un libro, una tazza di tè e il camice bianco

    Fuori per sempre - Doris Femminis

    E’ un attimo, un momento, un turbinio di pensieri, di paure, di rabbia. È il baratro. Sono i farmaci, tanti, tutti giù. È il buio.
    E Giulia si sveglia confusa e sedata in un reparto psichiatrico.

    Questo libro è la sua storia, la storia di Giulia, una ragazza nata e cresciuta in un paese della Svizzera Italiana negli anni novanta. È la fotografia di una fragilità che nasce da un contesto di solitudine e incomprensioni.
    È una storia di arrivi, di fughe e di ritorni.
    È una storia di eccessi, di tormenti e di crescita.

     

    Questo è un libro che ho infinitamente apprezzato perché parla del disagio psichico in modo delicato, senza giudizio e con l’accuratezza di un manuale psichiatrico.

    Se non lavori in questo ambito, se non hai mai guardato gli occhi spenti di un paziente depresso, quelli persi di un paziente angosciato, se non hai mai ascoltato una voce che ti dice che vuole morire, se non hai mai stretto mani che tremano, se non hai mai assistito alla devastazione dell’anima, non puoi capire.
    Da adesso invece, leggendo questo libro, se vuoi potrai capire.

    Ed io per questo motivo farei un monumento all’Autrice, una standing ovation virtuale, non so, qualunque cosa possa veicolare il mio grazie.

    Grazie per aver reso accessibile una tematica complessa, per aver parlato di quanto la Depressione possa incidere nel contesto di un nucleo familiare, di quanto possa essere difficile stare accanto a chi ne soffre.
    Per aver raccontato l’adolescenza con le sue incertezze, le sue fragilità e per averlo fatto tramite personaggi che toccano il cuore nel profondo.
    Giulia, Annalisa e Alex rappresentano, ognuna a modo proprio, il buio che scende nel cuore e nella mente, la rabbia che non si riesce incanalare e tradurre, il terremoto di emozioni ambivalenti che, a volte, avvicinano i giovani alle droghe.
    Infine grazie per aver reso splendidamente l’idea che noi che lavoriamo in Psichiatria abbiamo un solo obiettivo, un unico scopo che scandisce le nostre giornate: aiutare a guarire.

     

    Lo consiglio? Asssolutamente si!

    Per mille ragioni. Una tra queste è che di disagio psichico bisogna parlarne e Doris Femminis lo ha fatto splendidamente!
    (Che poi, posso dirlo che questo titolo è fantastico? “Fuori per sempre”…  Il fatto che possa essere interpretato con significati opposti lo trovo assolutamente geniale!)

    Sinossi:

    Giulia è smarrita come puoi esserlo a vent’anni se ti spaventa troppo il futuro.
    La tentazione è sparire nella foresta, insieme alla sorella Annalisa, o seguire l’amica Alex, artista della fuga.
    Serve linfa vitale straripante per uscire dal gorgo in cui è caduta e starne fuori per sempre.

    Un litigio risveglia pensieri insopportabili e Giulia salta in macchina, guida giù per la valle, ingoia pastiglie.
    Si sveglia all’ospedale psichiatrico, e diventa una furia: vuole uscire subito, tenta in tutti i modi di fuggire, rifiuta le cure e i camici bianchi.
    La dottoressa Sortelli ci mette tanto a conquistare la sua fiducia.
    La spinge a raccontare la storia della sorella Annalisa, che per Giulia è un macigno da superare.
    Una volta aperto il cuore, tutto si capovolge: da prigione, l’ospedale diventa una culla, e Giulia non vorrebbe più rinunciare alla sua tiepida protezione.
    Non si sente pronta ad affrontare la propria fragilità, e il rischio della vita vera.
    Nel pieno di questa resistenza, irrompe in reparto Alex Sanders, tutta fuoco e tempeste.
    Porta il fascino della fuga irresponsabile, e Giulia non resiste.

    https://www.unlibroeunatazzadite.com/single-post/2019/05/13/Fuori-per-sempre-Doris-Femminis

  • 09Mag2019

    Carlotta Bernardoni-Jaquinta - Viceversa Letteratura

    Fuori per sempre

    Doris Femminis

    Un litigio risveglia pensieri insopportabili e Giulia salta in macchina, guida giù per la valle, ingoia pastiglie.
    Si sveglia all’ospedale psichiatrico, e diventa una furia: vuole uscire subito, tenta in tutti i modi di fuggire, rifiuta le cure e i camici bianchi.
    La dottoressa Sortelli ci mette tanto a conquistare la sua fiducia.
    La spinge a raccontare la storia della sorella Annalisa, che per Giulia è un macigno da superare.
    Una volta aperto il cuore, tutto si capovolge: da prigione, l’ospedale diventa una culla, e Giulia non vorrebbe più rinunciare alla sua tiepida protezione.
    Non si sente pronta ad affrontare la propria fragilità, e il rischio della vita vera.
    Nel pieno di questa resistenza, irrompe in reparto Alex Sanders, tutta fuoco e tempeste.
    Porta il fascino della fuga irresponsabile, e Giulia non resiste.

    (dalla presentazione del libro, Marcos y Marcos)

     

    Recensione

    Dopo l’esordio nel 2016 con Chiara cantante e altre capraie, Doris Femminis, infermiera psichiatrica di professione, torna in libreria con il suo secondo romanzo che esplora il mondo lavorativo dell’autrice. Fuori per sempre, edito da Marcos y Marcos nel 2019, racconta la storia di Giulia, giovane ventenne ancorata alle valli ticinesi degli anni ’90 che, a seguito di un tentativo di suicidio, viene ricoverata nell’ospedale psichiatrico di Mendrisio.

     

    È proprio nel contesto difficile e poco conosciuto della psichiatria che ci invita ad entrare Doris Femminis: con delicatezza e incisività allo stesso tempo, l’autrice rende accessibile ai lettori la depressione, presentata qui sia dal punto di vista dell’esperienza dei pazienti che da quella del personale curante. Il corposo romanzo dell’autrice ticinese, residente da anni nel Canton Vaud, permette di iscrivere il contesto del ricovero nella complessità del mondo esterno. L’ospedale non è qui concepito – come spesso nella realtà che conosciamo – come un luogo a sé stante ma, al contrario, come un universo che – per gli esseri umani che lo abitano, personale compreso – è naturalmente e fittamente intrecciato con quanto lo circonda.

    La vicenda si articola principalmente attorno alla storia di tre ragazze, Giulia, Annalisa e Alex Sanders, i cui destini si riveleranno essere ancora più legati di quanto non sembri inizialmente. Giulia è nata a Giusello, un piccolo paese situato in una valle di montagna negli anni ’70, in una famiglia numerosa in cui il ruolo di ogni membro sembra da sempre essere ben definito. A lei spettano il matrimonio e una vita concreta. Nonostante il forte legame con la sua terra natale, la ragazza, portata per gli studi, è però attirata dalla vita di città e decide presto di trasferirsi a Ginevra per studiare storia. Diversa, confusa e in cerca del suo futuro, Giulia si ritrova ingabbiata nella depressione fra le mura dell’ospedale che dovrebbe aiutarla a capire sé stessa, inizialmente tramite il racconto della storia di Annalisa – la sorella piccola –, poi con la vicinanza di Alex Sanders, altra paziente dell’ospedale particolarmente passionale, irriverente, e stracolma di rabbia, che la trascinerà di fuga in fuga alla scoperta dei propri limiti. A completare il quadro ci sono poi le storie dei suoi famigliari – la madre, afflitta da una depressione cronica, i fratelli, fra i quali Saverio – quel “cuore impacchettato di betulla” che cerca di vivere la sua omosessualità nel contesto della vallata di montagna non ancora pronta al cambiamento, il migliore amico Esteban, un “lumino acceso tra i rami”, saldamente e salutarmente ancorato, insieme ai genitori, al territorio naturale che lo circonda, poi la psichiatra Elena Sortelli che vive in prima persona le difficoltà di un divorzio, le infermiere, le anime del villaggio. Quello di Femminis è un romanzo che dà spazio a tante voci: dalla vicenda principale prendono spunto tutte le altre, a riprova del fatto che una storia porta sempre con sé anche quelle delle persone vicine e che dietro a un contesto spesso considerato freddo e anonimo come quello di un ospedale pulsano le vite e le preoccupazioni degli esseri umani che lo costituiscono in quanto luogo. Ognuno dei personaggi – anche quelli secondari – viene introdotto nel contesto che lo ha forgiato. Così la descrizione della famiglia Sortelli: “I Sortelli erano un’importante famiglia di Milano. Benedetta Bonalumi, la madre di Elena, considerava la schiena dritta e la fronte alta una responsabilità che la figlia doveva onorare insieme ai doveri di una donna, alle esigenze dello studio e al rispetto di Dio.” In poche righe, grazie a qualche immagine efficace, Femminis riesce così ad aprire ancora di più la trama del romanzo fornendo gli spunti per riflettere ad altre questioni apparentemente laterali che hanno il pregio non solo di costituire un terreno solido e convincente per lo sviluppo dei personaggi e del contesto della narrazione ma anche di arricchire ulteriormente la vicenda riflettendo la complessità del mondo reale. Fra i banchi di scuola, per esempio, “il maestro di biologia aveva informato la classe di Giulia che una nuova malattia avrebbe finalmente liberato l’umanità da froci e drogati e, adesso, la paura aveva anche un nome.”

    Se il moltiplicarsi delle storie fornisce al lettore un contesto estremamente ben rappresentato che tratta una gran vastità di temi interessanti – il rapporto madre e figlia, le relazioni di coppia, il diventare adulti, l’io in relazione con l’altro, il legame col territorio, la città in contrasto alla vita di campagna, la droga, la sregolatezza, il sesso, gli eccessi, passando per la storia della psichiatria e i pregiudizi verso tutto quanto è diverso –, la ricchezza del romanzo rischia forse di rallentare leggermente la lettura, soprattutto nella parte iniziale, in cui la narrazione della vicenda principale – nonostante l’incipit in medias res – fatica leggermente a entrare nel vivo a favore della posa del contesto colorato dagli eventi più o meno marginali. Tuttavia, una volta preso il via, la trama non concede più nessuna pausa e il lettore è preso in un piacevole vortice ritmato dalle fughe e dalle vite intricate dei personaggi.

    Particolarmente avvincente dal punto di vista della trama e convincente dal punto di vista linguistico la parte centrale, dedicata ad Annalisa, sorella minore di Giulia, il cui destino è una ferita aperta nel cuore della ragazza. In profonda connessione con la foresta e tutto quanto essa vi trovi, Annalisa è una bambina che si appropria del mondo non tanto tramite le parole quanto grazie al materiale offertogli dalla natura. Con grande potenza espressiva, Doris Femminis riesce a descrivere le emozioni, le sensazioni e le immagini che la bambina elabora per mezzo di miniature che lei stessa compone servendosi di foglie, corteccia, fili d’erba, legnetti: “Il dottor Turini disse parole di faggio. Ai genitori si dipinsero fiori in volto. Le lumache erano sparite, niente ricci.”

    Questa parte del romanzo risulta la più riuscita, tuttavia Fuori per sempre è convincente nell’insieme. La lingua è una lingua viva; le immagini, forti ed essenziali e dirette quando serve, riescono a dire l’indicibile – rendendolo ancora più incisivo – scartando leggermente di lato. È così che viene descritto l’ambiente del celebre Platzspitz di Zurigo durante una delle fughe dall’ospedale:

    “A vent’anni, l’unica forza che rimaneva era quella del manco; ed era grazie a quella sofferenza che si sarebbero alzati per vendere o vendersi in cambio della prossima dose.
    La polizia marciava su e giù con i manganelli e s’immischiava nelle risse che scoppiavano tra le bande, di fronte ai tavolini dove volontari della Croce rossa distribuivano siringhe e disinfettavano ascessi, mentre i ragazzi che vivevano nel parco trafficavano con clienti di passaggio, si bucavano in ginocchio e stramazzavano contro un albero o un’infermiera. Un olocausto di figli dei fiori.”

    Le variazioni stilistiche e di ritmo da una sezione all’altra corrispondono al contesto che descrivono. Le parti dedicate all’ospedale – più lente, più piane – vengono rianimate da quelle vive e scattanti delle fughe (dove il linguaggio giovanile è ben amalgamato al resto del testo e le sensazioni provate dagli adolescenti frementi espresse con l’ardore corrispondente) o della vita a contatto con la natura. È tuttavia proprio quest’ultimo elemento a dare il nutrimento vitale alla lingua di Femminis che, nelle parti in cui può ispirarsene, riesce a dare il meglio di sé:

    “Il treno che li avrebbe condotti sull’altopiano partì lentamente dalla cittadina termale, attraverso gli ultimi prati verdi, s’inoltrò tra le colline che pian piano sbiancavano e s’inerpicò tra le foreste come una slitta trainata dai cani, rallentando sulle curve, faticando sui dislivelli, finché, giunto ansimando, corto e tracagnotto, riprese fiato e varcò il colle tra mura di neve. Allora si fece leggero e scivolò verso una pianura che sembrava un racconto nordico di abeti e orizzonti, e in quel paesaggio che si apriva bianco e immacolato, Giulia rimpianse il Mottino, Maria, Saverio e ogni cosa conosciuta e rassicurante che fin lì l’aveva protetta dallo sbando.
    Giunsero al capolinea un dicembre di tormente.”

    Un’esperienza di lettura interessante dal punto di vista linguistico che conquista il lettore anche per l’attitudine con cui presenta una realtà difficile così com’è, nuda e cruda ma tutt’altro che fredda, che dice quello che c’è da dire senza sentimentalismi tramite una lingua che ci permette di concepirla.
    https://www.viceversaletteratura.ch/book/19148

     

  • 07Mag2019

    F. Capacchione - TuStyle

    I tormenti della mente

    La paura di diventare grandi, di trovare il proprio posto nel mondo, di costruire un rapporto stabile che preveda l’arrivo di un pargolo. […]

    Leggi l’articolo completo

  • 03Mag2019

    Redazione - Il Venerdì

    Giulia è inquieta come solo a vent’anni si può esserlo. Tocca il fondo quando si mette in macchina e ingoiando pastiglie si lancia giù per la valle. Si spalancano per lei le porte dell’ospedale psichiatrico, dove conosce la dottoressa Sortelli, che comincia ad aiutarla a tirare fuori la storia dolorosa di sua sorella Annalisa. […]

    L’autrice è svizzera di lingua italiana, e dopo un’infanzia rurale si è spostata a Ginevra e si è infine trasferita in una località adagiata sull’altopiano del Giura vodese in riva sd un lago ghiacciato, che compare anche in questo romanzo.

    Leggi l’articolo completo

  • 01Mag2019
  • 29Apr2019

    Laura Marzi - Azione

    La normalità ci salverà

    La malattia psichiatrica nel romanzo Fuori per sempre della scrittrice ticinese Doris Femminis

    Il secondo romanzo di Doris Femminis, autrice ticinese, dopo Chiara cantante e altre capraie, ci riporta di nuovo in una valle di montagna per raccontare una storia che, come faceva l’esordio, narra di donne e delle loro sofferenze. Sono varie, infatti, le vite femminili che Femminis riesce a cucire insieme nello scenario del paesino di Giusello.

     

    La protagonista del romanzo è Giulia, una ragazza che per un tentato suicidio si ritrova ricoverata nell’ospedale psichiatrico di Mendrisio: interessante a questo proposito il riferimento che la scrittrice fa alla trasformazione radicale che la psichiatria cantonale ha attraversato, a partire dalla rivoluzione attuata in Italia da Franco Basaglia, accolta e potenziata dal sistema svizzero. Nel romanzo il racconto di questo centro di cura è fondamentale e leggendolo si riconosce la peculiarità del punto di vista di chi, come Femminis, è un’infermiera psichiatrica di professione. Infatti la narrazione di questi personaggi secondari nel romanzo, le infermiere e gli infermieri, denota un equilibrio tra il riferimento alle loro vicende personali e la descrizione del loro ruolo professionale, che conferisce loro il giusto spessore. Campeggia la pazienza con cui si prendono cura di coloro che non sanno prendersi cura di loro stessi, la preoccupazione sincera che hanno per le persone come i pazienti psichiatrici, che nel mondo difficilmente trovano comprensione. Femminis, però, non indulge in nessuna forma di buonismo o di eroismo: la prospettiva che sceglie predilige il racconto di come funziona il sistema delle cure, frutto di una visione rivoluzionaria della psichiatria incarnata dal personaggio della dottoressa Elena Sortelli, e del lavoro di squadra all’interno dell’ospedale.

    Anche Elena ha la sua storia, che Femminis riesce a inserire all’interno del romanzo con armonia: forse uno dei pregi maggiori di questo testo è proprio la capacità dell’autrice di raccontarci una vicenda corale, come a voler testimoniare che nella sofferenza di Giulia sta inscritta la solitudine di un intero paese. Della madre della ragazza, per esempio, che nella dura vita di sacrificio e lavoro, quale quella della montagna, ha perso la capacità di essere felice, oppure quella di suo fratello, che vive la difficoltà della propria omosessualità in un luogo in cui essere gay significa ancora portare una colpa che non si può fare altro che espiare, giorno dopo giorno.

    Femminis nel romanzo racconta, però, anche di un nucleo familiare, quello di Esteban, migliore amico di Giulia, mostrando come la serenità sia possibile pur vivendo in un piccolo centro di poche anime: il segreto sembra essere il rapporto con il territorio, in questo caso la montagna, il desiderio e la capacità di vivere in essa, di trovarvi rifugio piuttosto che considerarla un ostacolo insormontabile per l’accesso alla vita di città, allo sfavillio del contesto urbano.

    Forse la scelta di raccontare le storie di coloro che vivono con Giulia, dei familiari, degli amici, deriva dalla volontà di rappresentare come il malato psichiatrico non sia mai una monade isolata dal proprio contesto, e dal desiderio di dare spessore anche agli altri, agli affini, che spesso vengono oscurati dalla malattia mentale di un loro congiunto, risucchiati e cancellati da tanta invincibile sofferenza. Il dolore di Giulia viene narrato, poi, con la sapienza di chi conosce da vicino i disturbi psichiatrici, riuscendo a far entrare la lettrice e il lettore nella realtà parallela in cui vive la ragazza. Anche in questa sezione l’autrice offre un quadro composito di storie, quelle dei pazienti con cui Giulia entra in relazione in ospedale.

    Giungendo alla conclusione del libro a colpire è la constatazione – tanto evidente quanto dimenticata nel nostro approccio spesso disattento all’esistenza – che niente ci salva quanto la normalità, intesa non come norma a cui aderire, bensì come lo scorrere dei giorni, la possibilità di vivere coi propri cari e di muoverci con gioia nella terra in cui abbiamo scelto o ci è capitato di vivere.

     

    https://www.azione.ch/cultura/dettaglio/articolo/la-normalita-ci-salvera.html