Ervas

Archivio contenuti speciali

  • 26Mag2017

    Angelo Molica Franco - Il venerdì

    Una ragazza corre nuda per Via Veneto a Roma; un uomo di quarantasette anni, dopo ventuno di lavoro all’Acciai Speciali di Terni, viene licenziato; una bambina brutta che “non sa dire i propri desideri”; Raniero e Gabriele, due adolescenti difficili, scoprono “un amore forsennato”.

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  • 06Mag2015

    Fulvio Ervas - Letteratitudinenews.com

    Sì, sì, fatti le analisi del sangue, che con quel po’ che ci capisci di glicemia e colesterolo t’illudi di capire di corpo e salute.
    Che sono continenti misteriosi, miscela di cromosomi e pizza ai quattro formaggi, di respirazione e stress da Collegio Docenti, una dose di “prendiamola con filosofia” e un chilo “di qualcosa si deve pur morire”.
    Il corpo: il nostro tutto, l’oceano biologico, energia, percorso, sino al punto.
    Io ne provo attrazione, per il corpo e per il suo stato, la salute. La salute come la grande proprietà, la conquista, il bene prezioso, il calendario dei giorni con uno smile spontaneo.
    E ho provato a raccontare un po’ il corpo e un po’ la salute. Era una sfida: si può trovare un modo per raccontarli?
    Ma chi poteva raccontarlo, un mondo così affascinante e, però, intricato?

    Lorenzo, un giovane aspirante medico, che la vita mette di fronte ad un’esperienza molto forte: il padre, Paolo, subisce un grave incidente stradale e ne deriva una tremenda infermità. Ma Lorenzo, testardo, curioso, energico, mentalità scientifica, sente che il padre non è stato soccorso adeguatamente, che c’è stato un errore dei medici e che la vita di Paolo si è giocata anche in quel porto di salvezza che dovrebbe essere l’ospedale.
    E vuole capire. Vuole verità. Vuole esplorare quel territorio che si estende tra il curare bene e il curare male.
    La vicenda di Lorenzo, che è tratta da una storia vera, è il viaggio di un giovane uomo che cresce nonostante la voragine che gli si apre davanti, la perdita del padre. E’ un viaggio per misurare i propri affetti, le relazioni familiari (con la madre Elisa e i fratelli Laura e Alvise), per comprendere come si ridisegni l’ecosistema degli affetti dopo una tempesta, ma anche capire se abbia per davvero scelto la giusta professione, per misurare la natura e la trasparenza dei macrosistemi (Sanità).
    Perché mi è venuto lo schizzo, dopo aver visto che il mio colesterolo è a quota 242 sul livello del mare (qualche decennio fa, con gli stessi valori, sarei stato moderatamente sano), di parlare, oltre che di corpo e salute, anche di Sanità?
    Lei. Il Macrosistema. L’Incrocio degli Incroci.
    Per la verità, a me piace pensare alle persone come a degli incroci. E lo siamo, dal punto di vista genetico: cromosomi di una madre e di un padre. I genetisti britannici avvertono, tuttavia, che ogni dieci nati in terra d’Inghilterra, almeno uno ha i cromosomi del postino.
    Siamo, perciò, più “incroci” di quello che crediamo. Siamo attraversati da una fitta rete di direzioni e diramazioni. Noi stessi attraversiamo gli altri.
    Si tratta, comunque, di un incrocio relativamente semplice. Anche se possiede tutto il valore della nostra speciale esistenza.
    Proviamo, però, a cambiare scala.
    La relazione dei medici di base della mia regione, il Veneto, ricordava che nel 2014, i contatti con i pazienti, cioè le visite, sono state all’incirca 40 milioni. Ogni cittadino veneto si è rivolto al medico di famiglia all’incirca 8 volte in un anno.
    Immaginiamo di sommare gli accessi dell’intera rete regionale, sommiamoci anche le utenze delle strutture ospedaliere nazionali, e navighiamo sull’onda di cifre a sei zeri.
    Un primo cenno di complessità, fornita dai numeri.
    Nel Sistema Sanitario ogni persona-incrocio porta con sé una sua percezione della malattia e della cura; avrà un suo linguaggio, una sua storia, una sua immaginazione; elaborerà gli accadimenti con la sua particolare sensibilità e maturità.
    Perché ciascuno ha il suo colon irritabile, cerco di spiegare nelle ore di Anatomia e Fisiologia umana al Liceo. Anche se, poi, non so dare un’esatta risposta, alla domanda seguente: “Prof, perché il colon è così irritabile? C’è qualcuno che lo detesta? E’, forse, un tipo così antipatico?”
    Non saprei, ed è anche difficile capire come mai, da un punto di vista evolutivo, si sia selezionato un colon con un alto tasso d’irritabilità. Dato il fastidio che ci provoca, avrebbe dovuto estinguersi. Nemmeno è spiegabile come colon irritabili abbiano potuto generare una folta discendenza. Nessuno di certo, vorrebbe chiedere a Babbo Natale un colon irritabile come regalo.
    “Allora perché, prof?”
    Forse perché sopporta il cervello, azzardo. Il grande connettore.
    Cosa connette, invece, le grandi compagnie assicurative e le industrie del farmaco con la disposizione dei tavoli per gli esami di accesso alle facoltà di medicina? Cosa collega tabelle statistiche, ricerca molecolare con una schiera di aspiranti medici?
    Il Sistema Sanitario.
    In quale altro luogo convergono il progresso sociale, l’andamento economico, il patto solidale tra cittadini, la scienza, la malattia, la cura, la speranza, la rassegnazione, la fragilità biologica, la forza morale?
    Il quale altro luogo, si confronta la dimensione particellare del paziente con quella gravitazionale del macrosistema?
    Chi, più del Sistema Sanitario, può perciò essere indicato come l’Incrocio degli Incroci?
    Chi più di uno scrittore può provare ad attraversarlo, passandoci indenne?
    Così credevo.
    Che facilone…
    Nel romanzo, non in ordine di apparizione, troviamo Lorenzo, due fratelli, una madre, tre donne (Tosca, Norma e Tina) che gestiscono la T.N.T. (azienda che fa tutoring alla persona contro danni medici), Michela fidanzata di Lorenzo, il dottor Clown, Betty che non sta per niente bene, altri personaggi che mi sfuggono e, oltre il citato colon irritabile, fegati, cistifellee e quel gran simpatico del sistema immunitario (I love you, piccolo, dacci dentro sempre!).
    E un prof di Scienze, che in qualche modo, pallidamente, avrei dovuto essere io. Che sono uno scrittore che non ama ricorrere alla prima persona, che si trova a suo agio nella tana del narratore impersonale e non vorrebbe scrivere della propria vita, dettagli del suo armadio, fastidi dell’infanzia, perché chissenefrega della vita dell’autore, un settemiliardesimoduecento milioni dell’umanità?
    Invece è accaduto che scrivendo di corpo, salute, Sanità, io abbia dovuto farne esperienza diretta attraverso i miei cari.
    Come se scrivendo di rotaie ti passasse un treno nel salotto; o di battute di caccia e ti fulminassero con la doppietta mentre stai sognando una distesa di porcini elefantiaci.
    Così, a libro quasi ultimato, nel mese di novembre, mia madre incappa in una endocardite batterica tardivamente diagnosticata e mia moglie viene falciata sulle strisce da un autista un po’ distratto. Un po’.
    Vivo i patimenti di Lorenzo.
    Faccio esperienza di disattenzione medica e di grande eccellenza. Di sciatteria e grande empatia (che è poi un efficace strumento clinico).
    Finisco col chiedere a Lorenzo, come racconta il romanzo, se mia moglie si sarebbe salvata, se i medici, contrariamente a quanto accaduto a suo padre, sarebbero stati all’altezza.
    E Lorenzo mi rassicura.
    Lorenzo sente che andrà tutto bene.
    L’autore, che è vivo, parla con il suo personaggio, che è solo riga su carta, per poter sciogliere l’angoscia, vera, che lo sta attanagliando.
    Questa è la forza della narrazione: una buona medicina.
    Quindi, se mi chiedessero, che romanzo hai scritto?
    Risponderei che mi sono fatto un esame del sangue.
    Succede, senza volerlo, che anche uno scrittore si faccia un’analisi del sangue, ogni tanto.
    E non per cercare il tasso di colesterolo.
    Ma le arterie più profonde della vita.

  • 08Gen2015

    Redazione - La tribuna

    Da qualche anno, Pordenone Legge è diventato anche Pordenone scrive, non battendo la strada ormai troppo frequentata delle scuole di scrittura creativa, ma…

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  • 14Nov2013

    Fulvio Ervas - Smemoranda 2014

    “Se ti abbraccio non aver paura” racconta la storia di un viaggio molto speciale: quello di Franco – un padre “rock’n’roll” – e Andrea, suo figlio, che sa camminare sulle punte… Il loro viaggio tra usa e America latina è durato tre mesi, nell’estate del 2010… Andrea ha compiuto 18 anni ed è stato diagnosticato come autistico all’età di tre. Questa è una pagina notturna del loro diario di viaggio.

    Uno di loro ha un volto intenso, canta come se stesse sulla punta di un campanile in cima all’Everest. Sorseggio un coctelito di aguardiente e succo di frutta, Andrea una bottiglia d’acqua. La notte mette in scena un temporale spettacolare, squarci di lampi e tuoni come tamburi. In albergo scrivo, navigo in rete, Andrea è tranquillo. Non riesco a prendere sonno, non riesco a scendere in profondità. Dalla finestra scruto la magia delle strie liquide quando, in un istante, passano sotto i lampioni. Seguendo quelle chiazze di luce scorgo gente che vive in strada, arrabattandosi come può sotto quel diluvio. Penso ad Andrea: se un giorno rimanesse senza qualcuno che si prenda cura di lui… è così che andrebbe a finire?
    Vedo un povero cristo che si trascina. Quando anche lui entra nel cono di luce di un lampione, mi sembra di scorgerne il volto segnato da righe nere, come se avesse pianto lacrime di carbone. Brandelli di sacchi di plastica gli fanno da impermeabile. I movimenti sono lenti, rigidi, minimi. Batte il palmo delle mani cinque o sei volte di fila contro le vetrate dell’albergo, ripetendo il gesto a intervalli di un minuto. Cammina come una pietra e batte. Sono gesti così simili a quelli di Andrea, è come se entrambi seguissero una nenia che devono avere nella testa. Chissà chi è quell’uomo, quanti anni ha, come vive e cosa mangia, dove dorme. Parlerà mai con qualcuno? È possibile che ci siano persone che vivono così? Mi sento perduto davanti a queste cose. Noi in un albergo, al caldo, con i letti, acqua a volontà, il frigo e tutto il resto. E a volte mi lamento anche!
    L’istinto è di scendere, prendere questa persona e portarla da noi, dargli conforto: lo metto sotto una doccia calda, gli trovo una maglia, lo sistemo un poco. Voglio fare qualcosa per lui. Se l’ho visto proprio questa notte, ci deve essere un motivo. Guardo Andrea, dorme. Mi vesto, prendo il k-way e scendo in strada. Non lo scorgo più. Impossibile! Avanzava così lentamente e si è volatilizzato! Corro per qualche metro, dove può essere finito se la strada è così diritta e vuota? Torno in camera, abbattuto. Andrea continua a dormire: si gira nel letto, è irrequieto, forse sogna. Guardo un’ultima volta dalla finestra, però sento che quella figura è passata, che i nostri tempi si sono sfiorati, le nostre vite sono già lontane.
    Testo tratto da Se ti abbraccio non aver paura di Fulvio Ervas, Marcos y Marcos 2012
© Fulvio Ervas 2012
© Marcos y Marcos 2012

  • 03Set2013

    Antonio Prudenzano - affaritaliani.it

    Cavina-Ervas, dialogo (tra scrittori) su scuola, professori (non sempre perfetti) e studenti (a volte difficili)…
    L’inizio dell’anno scolastico è stato senz’altro segnato dallo scandalo di Saluzzo. E così si discute a proposito della linea di confine nelle relazioni tra maestri e alunni. Ma, al di là del delicato caso di cronaca, l’occasione per tornare a riflettere sulla scuola e i suoi problemi è offerta dall’uscita del nuovo romanzo (autobiografico) di Cristiano Cavina, “Inutile Tentare Imprigionare Sogni” (Marcos y Marcos).

    Che racconta con ironia i complicati e interminabili anni trascorsi negli istituti professionali della Romagna da un’adolescente irrequieto (anche Cavina, come lui stesso ci racconta, nella sua esperienza scolastica non ha certo brillato…)

Affaritaliani.it ha chiesto a Fulvio Ervas, scrittore di successo e professore, e a allo stesso Cavina (scrittore-pizzaiolo), di confrontarsi. L’autore del romanzo in uscita rivela: “Volevo andare a lavorare, era anche il consiglio che avevano dato a mia mamma i professori. E invece mi ritrovai alle superiori, all’istituto tecnico. Non ho ancora capito come sia riuscito per cinque anni a non farmi bocciare…”. Ervas, a proposito degli insegnanti alle prese con contesti difficili, sottolinea: “Sono convinto che ovunque l’insegnamento presenti gradi di complessità. Bisogna esserne coscienti e preparati alla bisogna. Non puoi pensare di andare in missione in Afghanistan avendo come competenza la coltivazione delle margherite. In certe scuole l’addestramento per i militi del’Impero della Pubblica Istruzione deve essere più massiccio. Lo devi chiedere alle istituzioni, ma devi attrezzarti anche da solo”. Si parla anche di letteratura e romanzi dedicati alla scuola, dei protagonisti di “Inutile Tentare Imprigionare Sogni” e di molti altri aspetti… –

    L’INTERVISTA-DOPPIA
    Martedì, 3 settembre 2013 – 10:00:00
    Suo padre, Creonti Vecchio, “si è giocato la bottega a scala quaranta”. Ora, sfinito dagli errori della vita, resta a letto tutto il giorno. Sua madre, invece, porta avanti la famiglia facendo le pulizie nella grande casa del conte Ferniani. Lui, Creonti, il simpatico protagonista del nuovo romanzo di Cristiano Cavina, “Inutile Tentare Imprigionare Sogni”, per ora studia (in realtà molto poco). E il libro, pubblicato da Marcos y Marcos (come tutti i testi di Cavina, nato a Casola Valsenio nel 1974), racconta proprio i complicati e interminabili cinque anni trascorsi alle scuole superiori da quest’adolescente irrequieto, circondato da una fauna di compagni non meno tranquilla. Siamo in Romagna, terra che Cavina conosce bene, e al centro della narrazione, che l’autore porta avanti con ritmo e abilità, c’è il piccolo universo degli istituti professionali di provincia, pieno di problemi e situazioni difficili. Nel corso degli anni il nostro Creonti di guai ne combinerà non pochi. In fondo, però, resta un bravo ragazzo. E’ solo che la scuola non fa per lui (non che a casa si stia meglio…). Eppure, in un modo o nell’altro, tra una sospensione e una rissa, un innamoramento platonico e l’ennesima spedizione dal preside, riesce a portare a termine, o quasi, il suo percorso scolastico. Che è poi il sogno di sua madre, che non ha studiato e che, attraverso un figlio che non la fa star mai serena, immagina di vivere quell’esperienza che da ragazza non ha potuto fare.

    L’uscita di questo romanzo pieno di momenti (e personaggi) esilaranti, è l’occasione per un confronto sul mondo della scuola tra lo stesso Cristiano Cavina e il collega scrittore Fulvio Ervas, del quale sempre Marcos y Marcos non solo ha proposto il recente bestseller “Se ti abbraccio non aver paura”, ma soprattutto l’imperdibile serie di gialli con protagonista l’ispettore (mezzo persiano e mezzo veneziano) Stucky (a proposito, aspettiamo la prossima puntata, che dovrebbe vedere la luce a novembre…), ma anche un libro come “Follia docente”, nel quale Ervas racconta un mondo che conosce bene, quello dei professori, visto che insegna Scienze Naturali “nell’Impero della pubblica istruzione”.
    Cavina, anche la sua esperienza scolastica è stata accidentata come quella di Creonti?
“Beh, considerando che all’esame di terza media sono riuscito a farmi promuovere con un ‘quasi sufficiente’, direi di sì. Io volevo andare a lavorare, era anche il consiglio che avevano dato a mia mamma i professori. E invece mi ritrovai alle superiori, all’istituto tecnico. Non ho ancora capito come sia riuscito per cinque anni a non farmi bocciare. Puntualmente però dovevo recuperare matematica a settembre. Nelle altre materie riuscivo in un modo o nell’altro a racimolare all’ultimo momento delle sufficienze striminzite”.
    Ervas, i professori che descrive Cavina nel suo nuovo libro non sono certo il meglio in circolazione. Conosce il mondo degli istituti professionali? E’ più difficile insegnare in certi contesti, rispetto ai licei?
“Non ho esperienza diretta di insegnamento negli istituti tecnici e professionali. Conosco insegnanti che vi lavorano da anni e raccontano di un mondo spesso di difficile uso, ormoni innestati e pronti ad esplodere. Sono convinto che ovunque l’insegnamento presenti gradi di complessità. Bisogna esserne coscienti e preparati alla bisogna. Non puoi pensare di andare in missione in Afghanistan avendo come competenza la coltivazione delle margherite. In certe scuole l’addestramento per i militi del’Impero della Pubblica Istruzione deve essere più massiccio. Lo devi chiedere alle istituzioni, ma devi attrezzarti anche da solo. E’ il tuo mestiere, fallo bene”.
    Cavina, l’immagine della scuola che viene fuori da “Inutile Tentare Imprigionare Sogni” non è certo esaltante…
“Non credo sia proprio così. La scuola ha i suoi difetti, ogni scuola ne ha, però poi alla fine contano le persone, e i professori del libro sono tutti ottimi professori; solo che alcuni sono simpatici e altri no. In generale, la scuola sarebbe un posto bellissimo in cui passare le mattine, se non ci fosse di mezzo lo studio. E poi credo che sia sano che un ragazzo normale trovi a volte la scuola odiosa. Insomma, alzarsi presto tutti i santi giorni non è un granché come attività. Una maratona ti sfiancherebbe di meno. Però è anche il luogo in cui incontri i tuoi amici, in cui succedono un sacco di cose strambe che ricorderai per sempre. E a volte può capitare di inciampare in una passione. Io credo che a questo debba servire la scuola, non a farti andare bene in tutte le materie, ma a darti più possibilità di inciampare in qualcosa che ti piace davvero”.
    In Italia non mancano scrittori (spesso anche insegnanti) che nei loro libri parlano di studenti e professori. Quali sono i libri sulla scuola più riusciti?
Cavina: “Per me, uno di sicuro è il Giovane Holden, anche se è ambientato quasi tutto lontano dalla scuola. E poi alcune pagine de L’altrieri di Dossi. Fenomenali”.
Ervas: “Ho letto Starnone, Picca, Lodoli, Visitilli. Tutti raccontano una loro scuola e tutte sono riflessioni, che nascono da uno sguardo condizionato dall’età, dal tipo di scuola, dalla fase storica, dal concetto di scuola e di ruolo dell’insegnante che può avere lo scrittore. Non credo si possa raccontare ‘la scuola’, le scuole sì. Contenitori di moltissime, diverse, esperienze umane, sulle quali riflettere. Ci sarà sempre una nuova narrazione sulla vita scolastica e sulle sue conseguenze, perché è una faglia sempre in movimento”.
    Perché quella scolastica per molti scrittori è un ambientazione così ricca di spunti?
Cavina: “Immagino abbia il fascino di un racconto di viaggi. Stai a scuola – se tutto va bene – dodici anni. Incontri persone nuove, devi cercare di sopravvivere alle interrogazioni e ai compiti in classe: e nel frattempo cresci, cambi tu e cambia il mondo, non sai ancora di preciso chi sei e non hai nessuna idea di cosa vorresti essere (e se anche lo sai, non capisci come puoi fare per diventarlo). C’è anche il mistero di scoprire che ne sarà di te a fine anno, almeno per quelli come me che non avevano la più pallida idea di cosa avrebbero scritto nel tabellone degli scrutini di fianco al mio nome. Impari un sacco di cose del mondo, anche se non è detto che le capisci tutte. Io almeno ne ho imparate tante, tranne una. Come funzionava con le ragazze. Del resto, nel mio istituto tecnico eravamo seicento studenti. Tutti rigorosamente maschi…”.
Ervas: “Ci sono dei luoghi ‘pubblici’ in cui si incrociano moltissimi fili dell’umana esistenza. Personalmente credo che l’incrocio di tutti gli incroci siano gli ospedali, ma anche la scuola è una potente intersezione di vite, punti di vista, sogni, aspettative. Il luogo dove le correnti dell’adolescenza, della famiglia e dell’educazione, dell’istruzione e della formazione, della società e dei suoi investimenti, della curiosità e della stronzaggine, s’incontrano e mescolano. Può non affascinare un posto sifatto?”.
    Ervas, qual è la figura di insegnante di “Inutile Tentare Imprigionare Sogni” che l’ha colpita di più?
“Naturalmente il conte Vlad. Cristiano ne rende tutta l’umanità, che è la qualità che fa di un laureato un buon insegnante. L’abbandono dell’insegnamento, da parte del conte Vlad, equivale all’onesto riconoscimento di non essere attrezzato per svolgere una funzione così complessa. Eppure l’affetto che Cristiano gli concede, al momento dell’addio, è la prova che il conte Vlad, magari in un altro momento della sua vita, sarebbe potuto essere un ottimo ‘accalappia-studenti’”.

  • 30Gen2013

    Fulvio Ervas - La Stampa Tuttolibri

    DOPO HARRY POTTER

    La Rowling diventa adulta 
e perde la magia

    Nel “Seggio vacante” uno spaccato
    della società inglese lacerata
    dalla guerra tra due generazioni

    FULVIO ERVAS

    Prof! Questo è un libro per lei, per adulti. Prima che inizi a parlare di aldeidi e chetoni, una studentessa mi mostra un libro, copertina rossa. Leggo: Il seggio vacante, J.K.Rowling.

    Naturale, la ragazza è una harrypotteriana. Anzi, metà dei miei studenti lo sono, alcuni in modo viscerale.

    Sono contento dell’offerta: essere riconosciuto come un adulto e meritare un suggerimento di lettura.
    Lo spulcerò. «Di che parla?», chiedo

    Degli inglesi, di un politico che muore, rivalità, famiglie in crisi, drogati. E poi ci siamo noi, come ci vedete voi, aggiunge.
    I giovani?
    Quelli a cui non lasciate spazio.
    Ecco.

    Mi ritrovo improvvisamente curioso, divento parte della fitta schiera che sta leggendo la Rowling: amici, nemici, critici, insegnanti di lettere e di biologia. Un nuovo romanzo, fuori da una sequenza consolidata, permette un’esplorazione più ampia dell’universo narrativo di uno scrittore, come campionare il nuovo liquido dell’immaginazione.

    Cambiando genere, dove sarà emersa (o sbarcata) la Rowling?
    Siamo a Pagford, da qualche parte scorre il fiume Orr (bellissimo nome) e Barry Fairbrother muore all’improvviso. Lascia, oltre ai suoi affetti, un seggio nel Consiglio locale. Un seggio vacante.
    La scomparsa di Barry Fairbrother è come la lamina metallica che, fatta vibrare, trasforma una soluzione sovrassatura in un solido. Come in quelle confezioni che si acquistano per infilare negli scaldamani.
    Pagford è la soluzione sovrassatura: di rivalità, rancori, pregiudizi razziali, meschinità variamente concentrate. La morte di Barry offre l’occasione, per molti, di concorrere per ricoprire quel seggio lasciato vacante. Occasione che fa assumere consistenza a una squisita assenza di qualità personali.
    Emerge una deprimente umanità adulta: una schiera di vittime e predatori, figure biologicamente appassite e prive di una sensata maturità.

    Eppure in alto, sopra, e non sotto, il formicolio di questi adulti, si staglia il mondo dei figli, degli adolescenti.
    La Rowling lo racconta in modo vivo e affascinante.
    L’adolescenza è quello stato di vapore in cui si pensa a se stessi e si prova ad entrare in contatto, magari senza metodo, con gli altri. Uno stato che aspira alla libertà e che viene, sempre, compresso.
    Un soggetto difficile da narrare, come stelle lontane la cui luce trasporta informazioni da un mondo che già può essere mutato o scomparso.

    Quali strategie di adattamento potrebbe avere un adolescente dei tanti Pagford del mondo? Come potrebbe trovare se stesso, confrontandosi con una tale cerchia parentale e con il «villaggio» che lo contiene?
    Le figure di Stuart «Ciccio» Wall, di Andrew Price, di Sukhvinder Jawanda e ancor più di Krystal Weedon, lo raccontano alla perfezione.
    Se un eccesso c’è, da parte della Rowling, nel delineare un segmento di vita di questi ragazzi, è nell’attribuire loro un’eccessiva capacità di comprendere come stanno le cose. Sin troppo coscienti.
    Siano essi figli di aspiranti al seggio vacante, come i primi due, o come Krystal proveniente da una famiglia frantumata, con madre tossicodipendente, tentano tutti, con maggior acume dei loro genitori, di trovare un senso, d’imboccare un qualche sentiero che li conduca più in là, nella vita. Magari lontano dagli esempi dei loro genitori.

    Tentano, persino, di impedire che le aspirazioni dei loro genitori si realizzino. Costretti, in un certo senso, ad essere una generazione in trincea, in lotta con padri, madri, insegnanti, assistenti sociali. Soldati, come tutti i giovani soldati in trincea, che pagheranno un prezzo altissimo.
    Una tassa per crescere. Una tassa davvero crudele.

    Dove è emersa, allora, la Rowling?
    Da una storia ponderosa che rivela quanto l’autrice non abbia abbandonato «la magia». Mostra, potentemente, cosa sia il mondo senza «magia». Quanto questa possa essere, nelle forme assunte dentro la società reale (dalla musica, allo sballo), l’unica cura concessa per lenire le ferite di una permanente guerra tra generazioni. Guerra insensata. Guerra dei senza tempo.

    Le parole di una canzone, alla fine, sono di Rihanna, dice la mia studentessa e sostiene che si tratti di Umbrella.
    Non le so queste cose.
    Però: vita, pioggia, ombrello, magia…
    Ecco.
    La ragazza aveva ragione: un libro per adulti. Sulla loro inconsistenza.
    Non so se sono soddisfatto, sono ammirato. Molto ammirato.

  • 20Dic2012

    Fulvio Ervas - La Stampa Tuttolibri

    No, la Finlandia non è il dolce paese delle renne e, forse, di qualche babbo Natale. La Finlandia di Kari Hotakainen è un paese duro. Un pezzo d’uomo è un romanzo davvero intelligente sulla crisi. Si entra nella crisi finlandese attraverso il vuoto creativo di un scrittore, spinto a comperare la vita raccontata da una donna, Salme Sinnika Malmikunnas, ex merciaia. Vuole farne un romanzo, cosciente di quanto sia complicato maneggiare quella mercuriale materia che è la vita vera. Certo, quella di Salme è una esistenza come tante, capace però di raccontare un grande ciclo sociale attraverso le fratture nella vita dei figli: Helena, Pekka e Maija (il quarto Heikki non c’è più).

     

    Il mondo di Salme è scomparso: era quello della merceria, dei bottoni che cercano asole, con un rapporto fisico tra venditore e compratore. Al suo posto un mondo creato «da un popolo creduto muto che aveva voluto parlare agli altri attraverso piccoli apparecchi privati», i telefonini. Regno di squali veloci, come Kimmo diventato ricco vendendo finzioni pubblicitarie, un re delle parole mascherate. I figli di Salme sono vittime di questo mondo: per la crisi delle produzioni effimere, dell’impalpabile mondo elettronico. Sono costretti ad arrabattarsi e Pekka, persino, a procurarsi un pasto caldo entrando di soppiatto nei rinfreschi funebri sperando di abbuffarsi di stufato di renna o cercando di rimpinzarsi di salumi con gratuiti assaggi nei supermercati.

    Hotakainen conduce con abilità capitoli che mescolano i racconti di Salme allo scrittore e la stesura del romanzo da parte dello stesso. I capitoli sono titolati come le figure degli arcani maggiori. Ogni personaggio entra ed esce da ruoli assegnati tanto dallo scrittore quanto dalla società, mossi dalla forza dell’immaginazione e da quella economica. Eppure destini così segnati non annegano in un mare di ghiaccio. Trovano una intensità reattiva, non retoricamente positiva, semplicemente dura, all’altezza del paese di cui sono figli.I soldi che Salme incassa dallo scrittore saranno ben spesi, il marito Paavo che aveva perso la voce la ritroverà e il pezzo d’uomo, di cui parla il titolo, forse vuole ricordarci che è sempre possibile ripartire dai propri frammenti. Che possiamo rigenerare, come code di lucertole.

  • 16Ott2012

    Fulvio Ervas - La Stampa Tuttolibri

    Omaggio ai piccoli servitori della bellezza. 31.722 chilometri quadrati, coordinate: 53.5°N e 108.2°E. Il lago Bajkal signori, Siberia meridionale. Con la vista satellitare il lago Bajkal non è quasi nulla: le mappe non sono il territorio e nemmeno i satelliti lo rendono più vivo. Servono i piedi.

    O i buoni libri.
    Come quello di Sylvain Tesson: Nelle foreste siberiane.

     

    L’assessore al turismo dell’area attorno al lago dovrebbe scrivere all’autore una formale lettera di ringraziamento: Tesson rende merito a un territorio che suscita emozioni fortissime.
    Il libro è un diario, pagine di giorni e sfondi, stati d’animo, solitudini e formidabili bio-compagni: cince, foche, orsi fugaci e curiosi, cani gioiosi, pesci-omul da sbafare. Non sono però cartoline statiche, come non lo può essere mai lo sguardo verso una natura avvolgente. Come non è mai, statico, il percepire la forza dello sfondo naturale, il suo respiro.

    Certo ci vuole una pelle sensibile. Perché freddo, ghiaccio, vento, fatica induriscono. Ma la lettura delle loro forme, del loro ritmo, la ricerca del significato, esigono che tutte quelle sensazioni si possano diffondere in profondità, come molecole speciali in un organismo.

    Sylvain Tesson distilla, tra l’acqua gelata e una furiosa giornata di vento, profonde e poetiche riflessioni sull’esistenza umana: perché si parte sempre da sé ma si può arrivare a ragionare sul flusso naturale del tempo che sembra scomparso nelle città o ridotto a dosi omeopatiche nei parchi cittadini, sui balconi con pomodoro e basilico in vaso.

    Il Grande Sfondo è altro: noi viviamo in immense radure cementificate e da queste le foreste non sono nemmeno un ricordo.

    Il Grande Sfondo arretra, bruciato da un incendio, sino ai margini del pianeta e qualcuno deve allontanarsi per confermarci quanto innaturali siano le nostre radure. Il lettore sensibile si ritrova, allora, a urlare: vai, Tesson! Equipaggiamento, una canoa, viveri, tra cui birra e vodka, in quantità non modeste, sigari di cui ci sembra di sentire l’odore dalle pagine. Naturalmente taccuini su cui annotare questa lunga lontananza dalle radure urbane: da febbraio a luglio. Sei mesi a testimoniare il trascorrere fisico del tempo: colonnine di mercurio a -20°C, cristalli di neve, schiocchi poderosi del Bajkal ghiacciato, il vapore del tè, il vetro della finestra dietro cui assistere, immobili, all’immobilità fluida del mondo.

    Però non c’è nessun vuoto attorno a Tesson: lo Sfondo è campo di forza, attrattore emotivo. Tesson è occhio e pensieri, non sempre sincroni, perché lo sguardo segue giornate, sottilmente, in cambiamento e i pensieri trovano sentieri improvvisi, diversi e scavano nella cantina dei ricordi. Nell’essenzialità delle relazioni, dei gesti, necessari, anche il pensare, scrostato, scende o risale, nemmeno è importante la direzione, vale il senso: Il ghiaccio è una delle opere alchemiche del nostro mondo.
    Il mondo lascia intravedere una scrittura sconosciuta.
    Ricordiamoci anche di strizzare l’occhio a un piccolo servitore della bellezza: un fiocco di neve, un lichene, una cincia.

    E non c’è nemmeno il vuoto dentro a Tesson, ottima la compagnia delle pagine scritte (tra i tanti in ordine alfabetico: Camus, Casanova, Conrad, Kundera, Jünger, Lucrezio, Mishima, Thoreau).
    Il libro è, anche, una sorta di sala parto, il travaglio del passaggio dal gelo al disgelo, dalla rigidità del ghiaccio alla fluida liberazione dell’acqua che rigonfia esseri viventi, dirama catene alimentari, riconnette le vite.
    Eppure, per quanto sia affascinante assistere alla primavera siberiana e sentirsi in canoa sul Bajkal con l’autore, scivolare su acque dalle temperature ancora letali, la narrazione del freddo è la più strepitosa, dove si alternano i tempi della capanna, caldi, intimi, solitari, alcolici e quelli essenziali della neve, degli alberi piegati e del ghiaccio, sempre lui: Il ghiaccio si contrae, è vivo e io lo amo.

    Ogni buon libro ha, naturalmente, delle piccole, simpatiche, ‘spalle’: russi alcolici, guardaboschi, pescatori, bracconieri, ex soldati. Tutti abitanti delle terre lontane, glubina per i russi, cioè profondità. Ecco, un bel libro anche sulla profondità.

  • 13Ott2009

    A. Fognini - giallo.blog.rai.it

    Nell’Impero della Pubblica Istruzione è costume aprire l’anno scolastico con un banchetto, il cui piatto principe è un volatile in salsa Imperiale. Le ricette classiche indicano l’anatra come la più consona a tale ricetta. Noi suggeriamo il precario, che si reperisce più facilmente dell’anatra di  laguna.Prendete un precario. Per prenderlo è sufficiente spargere frammenti di graduatorie tra i canneti della laguna( dove nidifica) e di cui è ghiotto. Lo distinguerete facilmente dal beccapesci, che pur apprezza brandelli di graduatorie, perché quest’ultimo non ha vinto alcun ricorso al TAR del Lazio.

    Quando avete catturato un bell’esemplare, dovete sottoporlo, per tre giorni, ad un’intensa dieta ipercalorica per ottenere una lieve marezzatura delle carni. Si consiglia un impasto di miele, Inglese, Informatica e Impresa. Il primo giorno ne mangerà a iosa, dal secondo bisognerà forzare l’esemplare perché una componente dell’impasto, l’Impresa, lascia un retrogusto amaro non del tutto gradito. Ma questa è l’unica difficoltà dell’intera preparazione.
    Infatti i precari hanno meno piume dell’anatra e si eviscerano con facilità. I visceri vanno conservati per comporre un delizioso sughetto per i gnocchi. Il precario va salato e pepato all’interno e subito farcito con supplenze temporanee, cattedre incomplete e  diciotto ore buche, che aumentano la sapidità. Consolazione, come spezia, q.b.
    Una volta preparato il ripieno, il precario, salato e pepato all’esterno, va lasciato per tre ore a riposo. Tre ore, non anni. Al termine delle tre ore, il precario farcito va infornato a 180 gradi. La durata della cottura è variabile e nessuno può dire, davvero, quando un precario sia cucinato a puntino.
    Nel frattempo va preparata la salsa Imperiale. I veri gourmet scelgono le circolari del ministro Gonnella per la base della salsa. Meno raffinata, tuttavia non meno gustosa, ne risulta la salsa con circolari relative al maestro prevalente, al maestro unico e al passero solitario. Va aggiunto del burro, per amalgamare il tempo pieno, il tempo prolungato, il tempo vuoto e la perdita di tempo, che va versata delicatamente, onde evitare la formazione di fastidiosi grumi.
    Uno spruzzo d’Armagnac, di norma. Data la crisi, anche un po’ di ironia funziona.
    Si consiglia un vino rosso, friulano. Tenuta “Mariastella” di Lison.
    Carlotta e Brigitta, tenutarie del “Collegio Docenti”, Lido di Venezia.