Fratello Kemal

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  • 19Lug2015

    Redazione - Liberidiscrivereblog.wordpress.com

    Forse ero proprio ciò che aveva temuto di trovarsi di fronte, quando aveva cercato in internet un detective privato: un rozzo ubriacone dei bassifondi che tentava l’ultima carta dopo aver fatto fiasco in tutte le occupazioni precedenti. Hai problemi con la ex, debiti con il tuo pusher, il ragazzo delle pizze ti tratta male? Chiama Kemal Kayankaya, investigazioni e servizi di scorta, il tuo uomo in centro città.
    Gli scrittori non dovrebbero mai morire. 
Almeno non dovrebbero morire quelli capaci di scrivere libri come Fratello Kemal (Bruder Kemal, 2012).

     

    E invece Jakob Arjouni ci ha lasciato nel 2013, morendo prematuramente a 48 anni, pressappoco la mia età, lasciando il suo personaggio principale Kemal Kayankaya in un limbo sospeso, congelato nello slancio verso un futuro felice, ricco di promesse e nuove indagini, in una Francoforte multietnica suo malgrado, che forse non sa che farsene di un investigatore privato turco-tedesco.
Ma la letteratura sì, e se anche è travestita da narrativa di genere, popolare e commerciale, (la detective story per alcuni è ancora così), ciò non toglie che può permettersi il lusso di parlare di cose serie: di immigrazione, di razzismo, di nazionalismo, di criminalità organizzata infiltrata nei più alti piani della società. E in più si ride, c’è umorismo, venature un po’ splatter e cazzotti nello stomaco del lettore, quando meno se l’aspetta.
Ed è dannatamente irriverente, sentite come inizia uno dei capitoli dedicati alla Frankfurter Buchmesse:
    La fiera non era l’inferno, ma aveva un po’ lo stesso odore. Negli enormi padiglioni si stipavano, dis tributi su più livelli ciascuno delle dimensioni di due campi di calcio, milioni di stand di case editrici, stretti l’uno all’altro. Una fiumana di gente sudata, poco lavata, alticcia, reduce da una sbronza, cosparsa di profumi e gel per capelli, sciamava senza posa negli stand e nei corridoi, sulle scale mobili e nelle toilette, attraverso le grandi porte d’ingresso.
    Anche se l’indagine sociale, serissima e complessa che appare in filigrana, sottotesto neanche tanto marginale, resta la parte più interessante innestata in noir molto chandleriani.
Arjouni esordì nel 1985 con Happy Birthday, Türke! e da allora il cosiddetto etno-thriller all’europea ha trovato dignità letteraria, trasferendosi anche fuori dall’Europa. Arjouni fu il primo, forse per caso, ma dimostrò che la letteratura e fatta di contaminazioni, di culture che si intrecciano, di generi ibridi e meticci. Proiettando il mondo del futuro nel presente. Non più razze, confini, esclusioni, ma un unico paese in cui le differenze sono valori aggiunti, cose preziose.
Il multietnico mondo di Arjouni sta diventando il nostro mondo, e chi ancora non lo capisce sarà destinato ad essere sconfitto, dalla storia, dalla realtà.
La serie dedicata a Kemal Kayankaya è composta da cinque romanzi (ci sono anche altri libri, circa 8 romanzi, due raccolte di racconti e anche tre opere teatrali) tutti editi in Italia da Marcos Y Marcos, di cui Fratello Kemal è l’ultimo, ma se non avete letto gli altri, (Happy Birthday, turco!, Troppa birra, detective Kayankaya!, Carta straccia, Kismet) procurateveli, è un consiglio.
Fratello Kemal, dicevo è l’ultimo libro della serie Kemal, e l’ultimo libro in assoluto che Jakob Arjouni ha scritto. Forse era già malato mentre lo scriveva, ma non ve ne accorgerete, troverete grandi dosi di umorismo, ironia stravagante e ottimismo, speranza, che già col noir dovrebbero fare a pugni, e invece in questo romanzo, che pur non risparmia gli aspetti più sordidi della realtà tedesca, non stona per niente.
    Andai a prendere due Tegernseer, poi altre due, poi quattro e così via. Fu davvero una bella serata. Il sole tramontava sul Meno, la luce rosseggiava sulle facciate a specchio dei grattacieli, l’acqua sciabordava tutt’ intorno, dal bar giungevano le note di un lento piano jazz e di un contrabbasso, e noi chiacchieravamo di Francoforte e dei casi della vita che ci avevano portato in quella città, infervorati in una sorta di strano patriottismo: il parco più bello, i ristoranti migliori, la salsa verde più buona, la birreria più squallida ma divertente, la linea di tram più panoramica, il grattacielo più bello e via dicendo, e poi, a un certo punto, dopo l’ottava birra, il posto più bello in riva al Meno, che era, non c’era bisogno di dirlo, quello in cui eravamo. Immagino che ci saremmo trovati d’accordo anche senza birra, lì sul pontile del Mister happy, ma forse la nostra chiacchierata sarebbe stata meno calorosa.
Quando poi cominciammo, un po’ per scherzo, un po’per dimostrare di essere veri indigeni, a parlare in dialetto dell’Assia scimmiottandolo affettuosamente, pensai per un momento che il turco e il romeno forse non erano così sicuri della propria appartenenza come credevano. Di sicuro non conoscevo nessun Hans-Jorg francofortese che avrebbe inneggiato con tanto entusiasmo e orgoglio infantile a un posto in cui fin dalla nascita nessun ufficio anagrafe, nessuna allegra brigata di bevitori o nessuna campagna elettorale gli aveva mai contestato il diritto di vivere.
    Apriamo il romanzo e ci troviamo nel salotto di una villa ultra kitsch, (mai tanto le apparenze del lusso e della ricchezza ingannano), con Kemal incerto se il tatuaggio che ha sulla pancia la padrona di casa va in un senso o nell’altro. Comunque l’investigatore, (come in molti hardboliled chandleriani) è al cospetto della futura cliente per niente impressionato dalla coreografia (anche se forse un po’ attratto da lei). La figlia della donna è scomparsa e lui deve andare a riprenderla. Incarico neanche tanto difficoltoso. La ragazza è nelle amani di un fascinoso immigrato (nipote di uno sceicco) tutto ricci neri e brillantina. Sa pure l’indirizzo dove trovarla. Un lavoro senza impegno, che anche un dilettante saprebbe fare.
Torna in ufficio (zona stazione, quartiere a luci rosse, palazzo fatiscente) e trova ad attenderlo una stangona che vorrebbe assunerlo come guardia del corpo di uno scrittore marocchino che presenterà alla Fiera del libro di Francoforte un romanzo con tematiche omosessuali. Ragione per cui gli estremisti islamici dovrebbero volerlo fare fuori. Almeno questa è la geniale trovata del suo editore. Kemal sospetta la cosa ma accetta, sono altri soldi facili. (Beh si sbaglia, io lo so, voi lo spaete, ma dopo tutto questi due fatti sono il motore della storia).
Allora va a prendere la ragazza, in pessime condizioni, (l’affascinante fotografo undergorund era meno innocuo di quanto madre e figlia pensassero), trova un “cilente” della ragazza per nulla intenzionata a prostituirsi, morto stecchito, da qualche calcio al ragazzo, legandolo come un salame  e tagliuzzandolo giusto un poco e finita li, direte voi.
Beh non è proprio finita li, ma tra il grottesco e il paraddossale ci sarà da divertirsi quando i complici islamici del fotografo underground, pappone per vocazione, si faranno vivi alla Fiera del libro di Francoforte, per costringerlo a ritrattare una sua deposizione,  rendendo la trovata pubblicitaria dell’editore quasi profetica. E quando minacciano di toccargli la sua amata Deborah… beh ne vedrete delle belle.
Traduzione dal tedesco di Gina Maneri.

  • 20Giu2014

    Piero Ferrante - statoquotidiano.it

    Avete presente i fucili ad acqua che tanto trastullavano le sonnacchiose estati dei bambini negli anni Novanta? Quel senso di adrenalina da rincorsa, di soddisfazione nel colpire l’avversario, di refrigerio nell’essere colpiti e di ribellione nei confronti della mamma che ha appena finito di lucidare il parquet e che sclera al solo pensiero di una goccia che plana dai capelli? Ecco, immaginate di prendere quei fuciloni di plastica e di caricarli a chiodi e bulloni arroventati su una brace, unite al ricordo le stesse emozioni di allora ma traslate nell’età adulta ed otterrete “Fratello Kamal” (Marcos y Marcos, 2014), ultima avventura di Kayankaya, detective turco-alemanno parto della penna di Jakob Arjouni.

    Un romanzo rocambolesco, veloce e impegnativo come una maratona corsa a perdifiato tra le pagine e fitto di personaggi intermittenti come luci su un abete a Natale. C’è una figlia viziata che si è persa nei meandri d’un amore apparente, c’è una mamma culo sodo e ansia a mille, c’è un pappone che gioca a fare l’artista, c’è uno scrittore arabo alla fiera di Francoforte da proteggere e una masnada di potenti che seppelliscono le verità sotto i colpi della convenienza. E c’è Kayankaya, sprezzante e a suo modo romantico, che si muove tra loro come una scheggia folle, ma insieme saldo come un bastone di legno piantato nelle sabbie mobili di una società fondata sulle convenzioni: quella dove il prezzo del sesso è inversamente proporzionale all’età delle puttane, quella della palestra innanzitutto, quella delle insulse domande di giornalisti sciocchi, dove tutto è in vendita e basta stabilirne il costo. E mentre, tira una canzone di Withney Houston e una birra ghiacciata, con l’età si fa largo il senno, Kayankaya si troverà ancora a scegliere, testa e croce, tra giustizia senza senso e senso di giustizia, tra manette e grilletto. In una sola volta dovrà ritrovare la giovane scomparsa, difendersi dagli artigli sensuali della madre, proteggere lo scrittore ed evitare di finire impallinato.

Jakob Arjouni si conferma il solito, inguaribile Arjouni: un adorabile psicopatico, che sfoggia la letteratura con la stessa disinvoltura con la quale si indossa un boa di piume al raduno degli alpini. “Fratello Kemal” è un romanzo senza padroni, senza protettori, senza frontiere, irriverente fino alla blasfemia del buoncostume, fino alla rottura degli schemi, fino alla scorrettezza politica più spinta. Roba coraggiosa, roba da Arjouni. Insomma, una molotov caricata a inchiostro, benzina letteraria in una bottiglia di carta, da lanciare nel campo dei puristi del giallino da ombrellone, quei turisti balneari da lido che poggiano il loro ultimo Camilleri fra il tè freddo al limone, lo scarto dell’involucro del ghiacciolo e il blocco enigmistico, il tutto ben piantato sopra la copia giornaliera del “Corriere dello sport”. La vendetta migliore è guardarla esplodere questa bomba di scrittura bastarda, ammirando estasiati i loro occhialoni spessi macchiarsi di risate sporche e roche, ‘sputazze’ di ironia da bancone e boli di spacconeria da gradasso. E godere come ricci a primavera.

Jakob Arjouni, “Fratello Kemal”, Marcos y Marcos 2014 
Giudizio: 4 / 5 – Jakob rulez!

     

  • 09Giu2014

    Mario Baudino - La Stampa

    L’ultimo libro, per Jakob, è stata l’estrema concessione del male che lo uccise nel gennaio dello scorso anno. O anche la sfida dello scrittore alla malattia; e infine l’opera più consapevole che capiti di scrivere nella vita, dato che non ce ne saranno altre e avrà un valore, in qualche modo, testamento. Ma in tutta la serie noir con protagonista l’investigatore privato Kemal Kayanka, proprio questo Fratello Kemal, uscito postumo, pare il più gioioso, un noir che rispetta con grande allegria le convinzioni del genere, quasi un divertimento, forse  un sberleffo.

     

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  • 13Apr2014

    Susanna Nirenstein - La Repubblica

    Era il 1985 quando Jakob Arjouni pubblicò il suo primo giallo in Germania e fu un successo. L’hard boiled alla Dashiell Hammett scritto in una lingua teutonica tra il cinico e l’ironico era una novità e il sapore esotico, con quell’investigatore privato, Kemal Kayankaya, di origini turche e radicato in una Francoforte malfamata, non era male.

     

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  • 12Apr2014

    Redazone - Marie Claire

    Queste righe sono un omaggio. È la storia di un amour fou iniziato con Happy birthday turco! (se non l’avete letto, è giunto il momento), il romanzo che ci ha fatto conoscere Kemal Kayankaya, detective turco con passaporto tedesco, cialtrone nell’animo.

     

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  • 04Apr2014

    Redazione - Amica

    Jakob Arjouni di vero cognome faceva Borthe, era biondo con gli occhi azzurri, era quanto di più tedesco si possa immaginare. Ma scelse di farsi passare per turco inventando Kemal Karanka, irresisitibile detective privato a Francoforte.

     

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  • 01Apr2014

    Redazione - Il salvagente

    Francoforte. Autunno 2011. Kemal Kayankaya ha ormai 53 anni ma perde pochi colpi. Genitori turchi morti, adottato da tedeschi a 4 anni, gira in vecchia bici o in nuova Astra di seconda mano, con barba lunga e un po’ sovrappeso, resta non religioso e ironico, da qualche anno ha smesso di fumare e da dieci sta molto bene con l’ex prostituta Deborah, che ora gestisce una bella enoteca con cucina. Investiga sulla16enne Marieke, sfuggita alla madre Valerie de Chevannes, malizioso schianto con lo sguardo d’acciaio blu, e scorta alla Buchmesse il famoso scrittore marocchino Malik Raschid.

    Il fotografo pappone, che se la faceva anche con Valerie, sta per offrire la figlia a un ciccione bianco che viene ucciso. Il groviglio si accentua e i casi si intrecciano. Divertente, interessante e ottimamente scritto il quinto della serie (in 17 anni) del grande scrittore prematuramente scomparso Jacob Arjouni (“Fratello Kemal”, Marcos y Marcos 2014, pag. 246 euro 15; orig. tedesco 2012, trad. Gina Maneri), in prima colta e scanzonata. Ineccepibile il clima della fiera letteraria. Whitney Houston e musica di pianoforte. Gran vino rosso: “Les Foulard Rouges Frida”.

  • 01Apr2014

    Redazione - Libereditor.wordpress.com

    Marieke aveva sedici anni e secondo sua madre era «piena di talento, colta, politicamente impegnata, curiosa, con un notevole senso dell’umorismo… insomma, una ragazza fantastica, davvero intelligente, capisce? Non una scioperata, o una che passa il tempo davanti allo schermo di un computer, schifata dalla vita, ed esce solo per fare shopping. Tutt’altro: ‘è rappresentante di classe, ha la tessera di Greenpeace, dipinge benissimo, si interessa di arte moderna, suona il pianoforte e gioca a tennis… o almeno ci giocava…»
La madre abbassò un momento gli occhi e con le unghie laccate di rosso si scostò dalla fronte una ciocca di capelli biondi.
«Sono cose che succedono, no? Due anni fa ha cominciato ad avere anche altri interessi. Marieke è stata quel che si dice una ragazza precoce. A quattordici anni ha avuto il suo primo ragazzo. Jack o Jeff, qualcosa del genere, un americano, figlio di diplomatici, un anno avanti a lei a scuola. Presto pero e arrivato un altro ragazzo, e poi un altro ancora. Marieke è diventata un vero schianto, sa cosa intendo».
…

    Una detective story divertente con dialoghi taglienti e una trama ben costruita. La prosa concisa, efficace ed acuta è un piacere per chi legge.
Lui, Arjouni, è passato a miglior vita, ma è stato e forse è ancora uno dei pochi narratori tedeschi con il dono anglosassone dell’eleganza e della leggerezza arguta.
Colpisce il suo modo di scrivere sempre originale e stravagante. Una scrittura fantasiosa che viene utilizzata anche per sollevare alcune questioni (davvero preoccupanti) a proposito di certi atteggiamenti verso le minoranze o sulla distribuzione ineguale della giustizia all’interno della società.
Fratello Kemal è il quinto libro della serie targata Kemal Kayankaya (una figura innovativa di investigatore nella storia della letteratura poliziesca europea) ed è l’ultima opera di Arjouni.

  • 28Mar2014

    William Grimes - The New York Times, Internazionale

    George Bernard Shaw disse una volta che ci sono due cose per cui i tedeschi non hanno talento: la rivoluzione e i romanzi polizieschi. Jakob Arjouni ha dimostrato che almeno per metà aveva torto. Kemal Kayankaya, il suo investigatore privato che vive a Francoforte, è un’anomalia vivente: turco di nascita, parla tedesco come se fosse la sua lingua madre e spesso sembra americano, con una visione del mondo cinica e umorismo un po’ spaccone che viene dai romanzi di Hammett e Chandler.

     

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