Francobollo d’addio

Archivio rassegna stampa

  • 27Lug2012

    Gian Paolo Grattarola - mangialibri.com

    Giunta alla soglia dei quarant’anni Mariana riceve da Fortaleza un grande pacco di carta scura contenente gli scritti proibiti appartenuti alla zia Maria das Graças Nogueira de Alencar, che si è appena tolta la vita nell’antica abitazione di famiglia. Dietro ai racconti della zia si cela il dolore di una donna alla quale, per usanze familiari, è stato impedito di frequentare l’università, di sviluppare e rendere pubblica la propria ansia di scrivere, di aiutare la sorella Melba ad uscire da un riformatorio religioso, in cui era stata reclusa per espiare peccati carnali. Ma soprattutto le è stato imposto di sacrificare i propri sentimenti e restare zitella per accudire la madre.

    Mariana percorre le pagine di questo diario, tenuto nascosto in un cassetto per tutta la vita insieme con il ricordo di un amore mai sbocciato, accarezzando teneramente le segrete memorie personali di chi a sua volta custodisce, da lungo tempo, tra le pieghe del cuore il pesante trauma della scomparsa di Vasco. Il fidanzato che, inviso alla dittatura politica, molti anni prima fu portato al Campo dos Afonsos e gettato in mare da un aereo. Destini lontani quelli delle due donne, eppure indissolubilmente accomunati dallo stesso sangue e dallo stesso temperamento. Una condizione che non impedisce, tuttavia, alla nipote di disobbedire alle ingiunzioni dei propri genitori, laureandosi in giurisprudenza e sposandosi con Benito Assunçao, ultimo erede di una ricca famiglia di armatori. Riuscendo in tal modo a sostenere economicamente l’endemica causa dei Nogueira de Alencar contro la Banca del Brasile e di aiutare la sorella Leonor, nel momento in cui questa deciderà di mettere fine, nella maniera più tragica, a un matrimonio contratto con un uomo gretto e meschino…
    Autrice di numerosi romanzi, Heloneida Studart è stata una delle voci femminili più significative della letteratura brasiliana del secolo scorso, di cui purtroppo in Italia è arrivato pochissimo. Giornalista e attivista politica ha lungamente contribuito a combattere la putredine dei quartieri poveri di Rio de Janeiro e la discriminazione sociale nei confronti delle donne. Ma a leggere Francobollo d’addio, il secondo bel romanzo che Marcos y Marcos pubblica in Italia dopo La libertà è un passero blu, nella piacevole traduzione di Amina Di Munno, il suo lungo itinerario sullo sfondo del Novecento sembra condensarsi in una dimensione domestica, dissolversi in una scrittura intensa e vibrante, in un arabesco che cattura con soffice intuizione tanto i malinconici disagi dell’anima quanto gli amari risvolti della vita. Perché questa è la storia di due intense figure femminili, che hanno compresso entrambe la propria vita in un lungo periodo di coatto servizio silenzioso alle esigenze famigliari, attraverso percorsi esistenziali diversi e in qualche modo speculari. Ma anche l’evocazione di una tradizione sociale, che – lungo il pur tormentato crinale della storia brasiliana – è stata ed è rimasta profondamente maschilista, nelle sue regole non scritte come nelle sue leggi esplicite. E’ da tali profondità che prende consistenza un’intensa vena descrittiva, che si attarda a raccogliere sfumature psicologiche, per affastellarle in una tensione narrativa che si nutre di un mondo dove egoismo e solidarietà, solitudine e amore, protervia e docilità si attraggono e si respingono in infinite variazioni.

  • 09Lug2009

    Chiara Valentini - L'Espresso

    L’ALTRA METÀ DEL CIELO BRASILIANO

    Chissà se è proprio vero che Heloneida Studart era diventata scrittrice per le tante ore passate ad ascoltare storie fantastiche e crudeli dalla sua tata nera a Fortaleza, nel Nord-est brasiliano, dove era nata nel 1932. Forse è solo uno dei tanti miti circolati attorno a questa pioniera del femminismo sudamericano, che nella sua vita avventurosa ha conosciuto la prigione e la tortura, è stata dirigente del Partito dei lavoratori, ma ha anche saputo raccontare da scrittrice autentica l’esistenza lacerata delle donne del suo paese.

    “Francobollo d’addio” (Marcos y Marcos, traduzione di Amina Di Munno, pp. 245, €15) ha come nucleo centrale la storia di due sorelle, Mariana e Leonor, ultime discendenti di una grande famiglia, i Nogueira Alençar, dove le donne disubbidienti finivano segregate in convento. In un Brasile ancora sospeso fra cupe tradizioni e stentate modernità, che si è lasciato alle spalle la dittatura militare, ma dove la tradizione pesa ancora, le due sorelle cercano in modi diversi di ribellarsi. Non è padrona di se stessa Mariana, brillante avvocato ossessionata dal ricordo del giovane Vasco, il suo amore giovanile torturato e ucciso dai militari, e poi costretta a un matrimonio di convenienza con un ricco armatore che più estraneo non potrebbe esserle. Ed è vittima di un marito ossessivo e sadico la bionda Leonor, che per liberarsene arriva al delitto. Ma per questa Teresa Batista che uccide il suo persecutore con il veleno invece che con il coltello è proprio nel suo gesto estremo l’unica identità possibile. Leonor diventa un’eroina dei rotocalchi, la “belva bionda” assediata dai giornalisti, e sceglie la prigione che con l’aiuto della sorella e del potente cognato potrebbe evitare, perché lì finalmente esiste in quanto persona. Riscattando allo stesso tempo le sue antenate oppresse.

  • 28Mag2009

    Redazione - Marie Claire

    FRANCOBOLLO D’ADDIO

    Marina e Leonor, le sorelle Nogueira Alencar, sembrano condurre un’esistenza invidiabile. In realtà sono vittima di una madre egoistae di matrimoni infelici.

    La prima è sposata con un ricco armatore (che colleziona orologi quasi a scandire ogni secondo che la moglie non lo ama), la seconda con un gretto professore nei confronti di cui alleva un odio letale. I diari che zia Maria lascia a Marianan sono l’inizio. Il resto è una storia di famiglia (delitti, segreti e bugie) tutta al femminile. Donne forti, ribelli. E che ieri come oggi – vivaddio! – amano troppo.

  • 16Mag2009

    Maria Vittoria Vittori - Liberazione

    La scrittrice brasiliana, femminista, ricostruisce la storia delle sue antenate.
    Heloneida Studart, una sovversiva che racconta altre sovversive

    “Francobollo d’addio”: da chi, da che cosa si sta congedando Heloneida Studart, con questo suo romanzo?
    Sono molteplici i congedi, come vedremo: ma va detto anzitutto che Heloneida Studart, nata a Fortaleza nel 1932 e morta a Rio de Janeiro nel dicembre 2007, non è soltanto una scrittrice, per quanto d’indubbio valore – come stiamo imparando a conoscere dalla pubblicazione dei suoi libri, avviata 2007 da Marcos y Marcos con La libertà è un passero blu e proseguita con Francobollo d’addio (pp. 246, euro 15,00) – ; è stata pioniera del movimento femminista brasiliano, detenuta politica durante la dittatura militare e dal 1978, deputato per il Partito dei Lavoratori brasiliano.

    Una donna che riesce a trovare, per questo suo impegno, forme espressive di grande naturalezza , prive di ogni appesantimento ideologico, che non pretendono di spiegare il reale ma che si aprono, piuttosto, alla sua inesauribile complessità. L’unica mentalità da cui questa scrittrice, così aperta alle ragioni e ai sentimenti altrui, vuole congedarsi è quell’ipocrita perbenista che per tanti anni ha avvolto in una cappa soffocante la società del suo paese. E non a caso la vicenda si apre su una stanza perfettamente sigillata e satura di gas: questa la morte che ha scelto per sé la protagonista occulta della storia, Maria das Gracas Nogueira de Alencar. Discendente di un’antica famiglia, morta a settant’anni ancora vergine, perché almeno una per famiglia doveva essere immolata all’altare della devozione materna: Maria, però, non è tipo da rassegnarsi facilmente, e invece di confezionare conserve e ricamare lenzuola ricostruisce la storia delle sue antenate sovversive come Barbara de Alencar, l’eroina della Confederazione dell’Ecuador, e la prozia Francisca Clotilde, la prima donna a pubblicare un libro nel Cearà. Entrambe capaci, tra le persecuzioni, di continuare ad abbeverarsi al filo d’aria delle idee e della scrittura che le consente di mantenersi in vita e di passare il testimone a chi verrà dopo di loro. Allo stesso modo farà Maria, affidando il suo quaderno sigillato alla nipote Mariana, la primogenita di sua sorella Mimi. Mariana esercita la professione d’avvocato, ha sposato quello che si dice un buon partito, vive in libertà; eppure conosce bene anche lei la ferita della perdita, inferta né dalla famiglia né da un uomo ma dal potere: il ragazzo dei suoi vent’anni, Vasco, è stato risucchiato nella voragine dei desaparecidos. Mariana non vorrà altri amori: è lei la persona più adatta a raccogliere il testimone dalle mani di sua zia, quel quaderno che è un francobollo d’addio alla vita e insieme una rivelazione. L’anima nera del potere non si annida soltanto nei palazzi governativi e nelle uniformi dei generali: Mariana incomincia a ravvisarla, pagina dopo pagina, all’interno della sua famiglia, nei lineamenti di sua madre, livellati dal grasso e dall’indifferenza, nell’ipocrita brutalità dei suoi nonni che hanno sacrificato le loro figlie sull’altare dell’onore, di quel particolare tipo d’onore sigillato tra le gambe delle donne. Orribili i primi anni Quaranta nel Brasile: ma non soltanto per la guerra, che lì arrivava di riflesso, quanto per quella sorda guerra civile combattuta contro le donne. E che diventa più feroce con l’arrivo delle truppe americane: avere una storia con un americano significa condannarsi a morte. Sospettate e indagate, le donne subiscono l’oltraggio di una verifica ginecologica: e se l’esito è quello temuto si aprono le porte del Buon Pastore. Un nome che suona beffardo: per queste pecorelle smarrite non c’è alcun buon pastore, piuttosto lupi travestite da monache. Questa è anche la sorte di Melba, la sorella di Mimi e Maria. La sua è una di quelle storie esemplari di delitto e castigo, anche se il suo unico delitto è quello di aver amato le canzoni, la vita, la gioia, la sessualità. E anche Maria si sente coinvolta nella sua storia perché il ragazzo che la sorella ha amato non è americano, è un vicino di casa di cui lei stessa è innamorata, Cid: e anche di queste ombre e di questa sotterranea rivalità è intessuto il loro rapporto. Ma la pietà – suggerisce Heloneida Studart – non prescinde dalla comprensione delle contraddizioni proprie, prima ancora che altrui. Altrimenti si diventa come Leanor, la sorella minore di Mariana protagonista di un’altra storia esemplare: quella di una donna avvelenata da un rapporto matrimoniale fatto di prepotenza e crudeltà che decide di applicare la legge del taglione, avvelenando gradualmente il suo persecutore, l’illustre professore nonché “cattolico apostolico romano” Alfredo Sampaio. E intorno alla vicenda di sopraffazione che si sprigiona dal quaderno di Maria das Gracas e intorno a quest’altra d’odio silenzioso che si svolge in parallelo, si accampa un folto paesaggio umano costituito da uomini cresciuti all’ombra di donne avvelenate e soffocanti. Sempre ci sono le donne, anche quando la scrittrice punta l’attenzione sugli uomini: e sono donne che a volte deformano sé stesse e i loro figli perché sono state le prime a subire una deformazione. La stessa Maria das Gracas che ha scritto di persone libere, di quella libertà non ha potuto respirare niente. E non è un caso che nel suo quaderno s’accampi come un miraggio la figura della madre di Cid, la sarta Lica. Una ragazza madre, una poco di buono nell’ottica dei tempi e nel giudizio di tutti, che pure riverbera un alone di felicità. Puro, istintivo, sensuale: l’unico che si possa rintracciare nei tanti personaggi femminili del romanzo. Mi sembra questo, a ben guardare, l’ulteriore congedo, il vero francobollo d’addio di Heloneida Studart. La libertà, quella autentica, quella che fonda i diritti civili, sociali, politici e la stessa possibilità di convivenza nasce da dentro. E’ la libertà di stare dentro sè stesse, nel riconoscimento e nella pienezza dei propri desideri.