Follia docente

Archivio rassegna stampa

  • 19Lug2010

    Redazione - Blogdesantis

    Se il libro di Lodoli è venato di memoria e di una ben trattenuta – ma visibile – malinconia per una scuola che si sognava diversa, il libro di Fulvio Ervas (più giovane, ma di poco: 1965) ha tratti più comici, perché invece costruisce un romanzo bizzarro e comico in cui la scuola che verrà diventa la cura per la malattia che dà il titolo al libro: Follia docente (Marcos y Marcos, 12,00 E). Elia è appena assoldato dall’impero dell’Istruzione, la grande macchina  ordinatrice che consuma i suoi fanti per la causa: filtrare orde di ormoni fluttuanti per renderli abili e arruolati alla vita che verrà.

    In fondo la scuola è questa follia, è questa volontaria riduzione a schiavitù. Elia è destinato a Venezia, avrà la cattedra che ha sempre sognato e a cui da va pure un nome come fosse una fidanzata.
    Per la sua battaglia e verrà accolto nel Collegio dei Docenti, strampalato alloggio per prof, gestito dalla riedizione delle sorelle materassi, due ziette affabili coi nomi da zia: Carlotta e Brigitta. Saranno loro ad individuare  nel nipote i sintomi della malattia, che sarà curata in modo singolare. Con dosi omeopatiche di sogni sulla scuola che verrà, però forse ancora più lisergica di quella attuale. Il romanzo è una girandola di situazioni quotidiane in cui il docente diventa degente e tutto intorno ha ragazzi rumorosi che non vogliono ascoltare ma solo far rumore, in cui tutto sembra appartenere ad uno stupefacente paese delle meraviglie. Elia si aggira districandosi tra studentesse dalla seduttività inquisitoria, presidi ossessionanti, precariato rivoluzionario. Classi individuali, stipendi milionari. La realtà è sogno anche per  il novello Don Chisciotte che sta per alzarsi al mattino per andare ad insegnare. Nella follia docente vediamo però specchiati la malattia del nostro tempo. Romanzo per chi prende la scuola sul serio, ma ha anche voglia humor nero.

  • 19Lug2010

    Redazione - Carta

    “L’entrata è sovrastata dalla scritta? Primo non nuocere” ed è affollata da dentisti travestiti da vecchine che spacciano zucchero filato”. è la scuola descritta da Fulvio Ervas nel suo ultimo libro Follia docente. Follia docente è la malattia che assale il giovane insegnante del racconto di Ervas. Malattia allucinogena che, paradossalmente, svela aspetti della scuola che occhi più disincantati e lucidi faticano a vedere. Abituati ad altri sguardi sul mondo scolastica – la commossa partecipazione di Domenico Starnone, ma siamo negli anni ottanta, e la critica radicale, per altro splendida di Antonio Scurati ne “Il sopravvissuto”, per citare gli esempi più conosciuti – la prosa rapsodica di Ervas sorprende e spiazza, ma a una riflessione più attenta risulta l’esito più fedele dell’avvitarsi insensato delle logiche di organizzazione scolastica di questi ultimi anni che solo a un racconto onirico, a tratti delirante, può corrispondere.

     

    “Un negozio durante l’inventario con le vetrine coperte di carta da pacchi in cui è impossibile guardare dentro, capire che merce vi sia in vendita”: questa è la scuola degli ultimi anni nell’immagine di un vecchio insegnante. Un’immagine che aiuta a raccontare l’incomprensibilità della scuola agli occhi degli “esterni”, a decifrare finalità e metodi. Il tentativo gelminiano di risolvere il nodo educativo sul versante della disciplina – voto in condotta, grembiulino, selezione – esalta la perdita di senso che l’istituzione scolastica mostra di soffrire.Esaurito il compito dialfabetizzare la generazione del post boom la scuola fatica a precisare la sua missione nella società flessibile della crisi. ‘orientamento’, ‘portfolio delle competenze’, ‘obiettivi formativi’ appaiono tessre provvisorie di un mosaico ancora indecifrabile, tecniche utili a esorcizzare il nodo cruciale: quello dell’incontro, difficile e duro, con gli studenti e le loro domande spesso inespresse. L’educazione, la sua valenza liberatoria e la sua richiesta di verità, viene letteralmente cacciata da luoghi traboccanti tra formule stereotipate, nuove gerarchie insensate, moduli preconfezionati.
    Non è un caso che nel libro di Ervas gli studenti spesso risultino invisibile nella girandola di specchietti e lustrini che avvolgono la competitiv scuola dell’autonomia. Competizione basata sulla “qualità totale”, sull’assenza di bullismo, su dati artefatti e manipolati. “‘Come mai non ho ancora visto uno studente? chiese [il protagonista del libro]. ‘Perché non le hanno dato ancora i visori speciali. Non si vedono a occhio nudo. Quando passerà per la segreteria chieda del modello Vga-Ph 5.5: è il migliore”. In assenza di relazioni trionfa la competizione, l’ironia corrosiva, l’azzardo pubblicitario: insomma, in poche parole, la follia. Che sfocia anche nell’omicidio alludendo alla consolidata vena giallista di Ervas. Ma qui non c’è una verità da rintracciare, un ordine infranto dal delitto da ricostituire. L’omicidio in realtà non rompre un ordine – e non implica un lutto – ma rientra nelle assurde procedure di un’istituzione rattoppata e senza fondamenta. Così insensata da rendere inadatto qualsiasi tentativo di contestazione: sarebbe come seguire le regole del gioco durante l’onirica partita di cricket descritta da Lewis Carroll in “Alice nel paese delle meraviglie”.
    Le formule che hanno invaso il dibattito interno alla scuola – Piano formativo, qualità, progettualità – turbinano in una nuvola indistinta di coriandoli sulla bocca di personaggi fantastici – il bidello Gambadilegno, il preside Guerra&Piccolomini e la folla di colleghi improbabili – rendendoli inutilizzabili per qualsiasi discorso di buon senso. Invece è il discorso della folla, o meglio, del sogno, che pervade il libro, contemperato da ironia e una vena di grottesco che ci costringe a vedere i lati più tragici di un’istituzione impegnata a imbellettarsi di formule a prescindere dall’umana esistenza di chi percicacemente continua ad abitarla.

  • 02Gen2010

    Matteo Zancanaro - Terra

    Quando la scuola è un delirio
    In questi primi mesi dall’entrata in vigore della riforma Gelmini, si cerca ancora di capire come stia mutando il sistema scolastico. Una fotografia accurata scattata dal rapporto annuale di Legambiente porta alla luce dati allarmanti, in otto anni la scuola italiana ha perso 29.302 docenti di ruolo. Nell’anno scolastico passato i docenti precari sono stati 130.835, il 15,66 per cento del corpo scolastico complessivo. Di questi 110.533 è stato licenziato al termine delle attività didattiche.

    La politica scolastica è chiara: un docente precario costa molto di meno e lo si assume per il tempo strettamente necessario. Inoltre dal 164.499 alunni stranieri dell’anno scolastico 2001/02 siamo passati ben 628.876 (pari a un incremento del 282,99 per cento). Eppure le risorse finanziarie sono sempre le stesse, quelle previste dall’articolo 9 del contratto collettivo del comparto scuola.
    Questi sono alcuni dei testi sui quali viene richiesta una attenta riflessione e un forte intervento da parte della classe dirigente. Si tratta di impegnarsi per aggiornare il sistema scolastico che risulta arretrato rispetto al frenetico incedere della modernità e che rischia di frenare la crescita culturale e tecnologica del Paese. Se effettivamente i giovani sono la risorsa del futuro, bisognerà investirci qualche denaro in più per formarli. Ne parliamo con Fulvio Ervas, autore di romanzi (e non solo) polizieschi come Commesse di Treviso, Pinguini arrosto e Buffalo Bill a Venezia. Il suo ultimo romanzo, Follia docente, dipinge in maniera eccentrica, ma anche elegante e visionaria, e comunque sempre incalzante un habitat pieno di contraddizioni e di controindicazioni, un sistema che brama il futuro e divora il presente, come quello della scuola italiana.

    Follia docente, un altro libro sulla scuola italiana scritto da un insegnante. Ce n’era bisogno?
    Dopo tre riforme in sette anni, di cui quella del ministro Gelmini piuttosto impegnativa, dovrebbe essere spontaneo chiedersi quale sia lo stato di salute dell’istruzione pubblica. A prima vista soffre di allergie diffuse, irritazioni croniche e una certa spossatezza. Il sistema immunitario è messo a dura prova. Personalmente ho colto una certa instabilità psichica, follia docente appunto. Racconto lo smarrimento di un giovane insegnante precario, diventato di ruolo e mandato senza adeguato armamento a combattere la guerra contro le telenovela. Un racconto surreale, credo che un approccio di questo genere fosse necessario per salvarsi.

    Al titolo del romanzo è affiancata la frase “Quando la scuola è un delirio”. Quale delirio?
    Per resistere in cattedra, senza vedere i registri volare, devi capovolgere tutto: gli istituti scolastici sono meravigliose costruzioni rinascimentali, le tapparelle sono indistruttibili, le risorse sono le stesse che ha avuto il progetto Manhattan e i tuoi colleghi sono dei simpatici signori che provengono da Yale e che nel tempo libero discutono di letteratura inutile e di mantidi religiose.

    In “Follia docente” gli studenti sono definiti “una generazione senza lotte”. È proprio così?
    “Follia docente” non è un libro visto dalla parte degli studenti. È un romanzo che adotta il punto di vista di un certo tipo di insegnante (nemmeno quella della categoria) un po’ illuso, un po’ ribelle, un cretino abbastanza intelligente. In questo romanzo gli studenti rivendicano “banchi più alti”, cioè più spazio per la loro crescita personale. Abbiamo bisogno, naturalmente di un ciclo di giovani che guardi lontano e persino lontanissimo: che comincino a mettere delle opzioni forti sul futuro.
    Nel romanzo una protagonista, Emma, chiede ad Elia (il giovane professore) di essere stupita. È una metafora sulla spettacolarizzazione dell’insegnamento?
    Competiamo, inutile negarlo con strumenti molto potenti che agiscono sulla formazione mentale degli adolescenti. Dalla televisione, ai videogiochi, alla Rete. Credere che puoi spiegare chimica, come nel mio caso, con l’entusiasmo di un bradipo in andropausa e con il tono di voce della Jervolino, significa votarti al suicidio. I mezzi visivi assorbono energie ed attenzione, formano e deformano l’attitudine all’apprendimento. Ma questi mezzi funzionano come una pressione selettiva sul corpo docente: ti spingono a competere, migliorarti, motivarti, recitare, tenere l’attenzione. Se non ce la fai, la cattedra non è il posto che fa per te. È la scuola del 2009, bellezza…

    Come si coniugano una formazione prettamente scientifica e uno stile di scrittura visionario?
    La buona scrittura scientifica ricca di immaginazione, di vocaboli, di metafore. Deve fare un attento lavoro sul linguaggio. La cultura scientifica è generosa di spunti, storie, personaggi. Credo che al contrario di quello che possa sembrare. la formazione scientifica sia un potente stimolo a immaginare mondi e a narrarli con una certa originalità. Nel modo della scienza solo le idee originali cambiano i paradigmi.

    I precedenti lavori erano dei polizieschi con protagonista l’ispettore italopersiano Stucky. Rivedremo Stucky?
    Dopo Buffalo Bill a Venezia, l’ispettore si sta occupando di un delitto consumato tra le colline del prosecco dove è coinvolto il gestore di un cementificio. Del resto cementifici e produzione di vino sono entrambi i crisi! Io parteggio per il vino, e spero che la crisi faccia aumentare il vino di qualità e il rispetto per il territorio. Stucky tornerà prima dell’estate del 2010.

  • 30Ott2009

    Carlotta Vissani - Left

    Scuola e delirio, un binomio perfetto di questi tempi. Lo sa bene Fulvio Ervas che ha scelto per la sua ultima fatica letteraria di scriverci su un romanzo. Follia docente, pubblicato da Marcos y Marcos, racconta avventure e disavventure di un insegnante alle prese con la scuola d’oggi. Non si tratta, però del solito saggio dell’ennesimo professore in vena di confessioni. Fulvio Ervas narra la crisi della scuola contemporanea attraverso gli occhi del protagonista, Elia, un insegnante alle prime armi che vive la sua professione con terrore e come tanti suoi colleghi fa fatica a rapportarsi ai suoi allievi.

    «È un romanzo – dichiara l’autore – che nasce da da un’idea di dodici anni fa, dopo che il ministro della Pubblica Istruzione abolì gli esami a settembre. Allora pensai che l’obiettivo dell’istituzione scolastica, cioè istruire, non fosse un obiettivo raggiungibile; c’era l’implcito riconoscimento di un fallimento. Da allora c’è stato un lento, ma costante, scivolare della scuola italiana in una sorta di doloroso non senso. L’ultimo guizzo è stato il tentativo, attraverso l’autonomia scolastica, di creare un circolo virtuoso di emulazione tra istituti, di reciproco competere per il miglioramento delle componenti del sistema. Processo che non mi sembra abbia raggiunto risultati così ampi e consolidati. Così, dopo tre ministri e tre “riforme”, ho ripreso in mano il “Follia docente” di dodici anni fa, per un urlo, stanco di narrazioni edulcorate sulla scuola, di storielle di grembiulini e burocrazia, di studenti somari e insegnanti buoni. No, la scuola è anche un luogo di grandi conflitti, è una trincea. E quando si è in trincea, i comportamenti non sono bianco o nero, le colpe sono diffuse e ogni componente del mondo scuola (docenti, studenti, famiglie e ministri) si devono assumere le proprie responsabilità. Ho provato a lanciare un bengala sulla trincea. Un bengala surreale». Romanzo surreale e ironico – l’autore con l’ironia ci va forte, è caratteristica di tutti i suoi romanzi – in cui ci rivela tanti altri curiosi fatti: la morte misteriosa di una supplente risucchiata dalla cappa d’aspirazione del laboratorio di chimica, le maestre a riposo Carlotta e Brigitta che gestiscono uno strano Collegio docenti di Venezia, un dirigente scolastico che ospita cinesi clandestini nello scantinato, il provveditore che nella camera 46 della pensione “Sorriso” ha come interlocutrice una bambola gonfiabile, e infine la giovane Emma, «una scheggia di nero, il miglior quarto d’ora di una notte oscura». C’è anche la redazione di Radio Precari, che tenta di dare voce a tutto il mondo della scuola: insegnanti, bidelli, presidi e alunni, naturalmente. Una follia, appunto. Del resto l’autore, oltre che romanziere, è insegnante di scienze naturali, ne ha quindi di storie da dire: «Sette anni di precariato a zonzo nelle scuole periferiche della provincia veneziana con l’assoluta mancanza di istruzioni sul come si sta in classe, come ci si muove per l’aula, come si lavora con un gruppo di adolescenti, come si disinnescano gli studenti più difficili, come si stabiliscono relazioni possibilmente umane. Come non nuocere, come valutare l’uomo e la donna che crescono sotto i tuoi occhi. Elia, il personaggio principale, entra per concorso nella scuola e crede di poterla cambiare in quattro e quattr’otto, invece viene travolto, contagiato dalla follia docente. Il romanzo è anche un percorso di cura, lo sforzo di trovare il senso a un lavoro molto complesso». È proprio così delirante la nostra scuola? Sì, è un delirio perché non può stare bene in cattedra un tizio al quale si chieda di essere un amico, un genitore, un adulto, un competente, un pedagogo, uno psicologo, un personal trainer delle pulsioni adolescenziali, quando di un tale dio si dice in ogni bar d’Italia che è un povero fannullone imbecille. Quante mani si alzerebbero in questo Paese per dire: conosco un insegnante che vale e mi ha migliorato la vita, mi ha fatto crescere». E ancora: «La scuola cambia con la società. Nell’oltre quarto di secolo in cui milito nell’impero della pubblica istruzione ha seguito la curva sociale: i giovani si disimpegnano dalla società, sono trasformati in consumatori totali a scapito del loro essere cittadini del mondo, viene prolungata artificialmente la loro già artificiale adolescenza. Ma gli studenti ci mostrano, in forma pura, l’efficacia dei nostri modelli educativi, la loro profondità. Non sono gli studenti a essere “sbagliati” o meno intelligenti, sono i figli dei nostri allevamenti intensivi».

    Singolare l’affermazione della scuola come impero: «Si estende capillarmente su un territorio, sincronizza la vita di milioni di sudditi, agisce sulle loro coscienze ma è un impero debole. Non ha un imperatore, naturalmente. E il posto dell’imperatore è occupato da supplenti a tempo che, quasi sempre, poco o nulla capiscono di istruzione e formazione. È un impero privo di una grande visione, di uno scopo lungimirante. Un impero che ci manda a combattere la guerra dell’istruzione risparmiando sull’addestramento, sulle strutture, persino sulla carta igienica. Quando, da genitore, andavo al ricevimento degli insegnanti con mia figlia, ben travestito perché non mi riconoscessero come docente, ascoltavo i giudizi degli altri genitori. Non siamo una categoria molto amata. Proprio come un esercito di soldati invasori. È un fatto che mi ha colpito molto. La percezione del nostro ruolo è, troppo spesso, quella di una controparte nemica, un modello conflittuale. C’è qualcosa di insano in questo. E credo che dipenda anche da come una parte del corpo docente esercita la propria funzione». Un impero, in effetti, che produce circa sette milioni di studenti e novecentomila docenti, e che rischia di cadere sotto il peso delle riforme, della burocrazia e dei numerosi tagli a insegnanti, strutture e carta per fotocopie. Otto miliardi di euro di tagli non per motivazioni pedagogiche, ma soltanto di cassa. Senza contare al contrario la richiesta di aumento di finanziamenti alla scuola privata.

    E tra i docenti demotivati o tra quelli che non sono riusciti a trovare spazio in un’altra professione ripiegando sulla scuola, ci sono gli adolescenti che si trovano a pagare caro il prezzo più alto del cattivo funzionamento di questo impero.
    «Gli adolescenti appaiono veloci nelle connessioni, ma lenti nelle elaborazioni; aperti nel cercare informazioni ma chiusi nell’esprimerle con il linguaggio. Un baricentro molo centrato su di sé e su una piccola rete di relazioni e un orizzonte futuro nascosto dalle nebbie. Insomma, come gli economisti e i banchieri, vivono questo periodo di crisi e incertezze». Quale è l’immagine di professore che essi vorrebbero trovarsi di fronte? «Un adulto che interpreti le dinamiche di gruppo, che non si smarrisca tra il loro vociare e, soprattutto, uno che sia cresciuto emotivamente, altrimenti non è un professore, ma uno studente invecchiato. Anche uno che entri in classe e dica buongiorno con passione e sappia sorridere, naturalmente. Allo stesso modo di come lo vede Elia: è sciocco credere che si possa essere capaci di stare in cattedra sin dal giorno dopo la laurea. Bisogna guardare e riguardare i propri compiti di italiano, ascoltare e riascoltare tutte le proprie interrogazioni. Bisogna crescere, se non sei cresciuto sei uno studente vecchio, non un professore. Solo allora riesci a digerire una moltitudine di casi e a trattarli con umanità». Una formazione continua.
    Orietta Possanza
    Recensione In Fuga con la Zia. D – la Repubblica delle Donne 7 novembre 2009

    Dopo Un complicato atto d’amore uscito quattro anni fa da Adelphi, toccante fotografia di una ragazzina alle prese con il vuoto pneumatico della religione mennonita e il legame con un padre assente nel contesto soffocante e provinciale di East Village, Miriam Toews torna con un romanzo delicato sul tema della depressione, sul rapporto con l’adolescenza e sul topos del viaggio come catarsi, liberazione dai condizionamenti, riconciliazione con se stessi e risoluzione del passato attraverso l’analisi dei ricordi. La ventottenne Hettie, reduce da un fallimento sentimentale in una Parigi tutta viuzze, baguette e romanticismo, è chiamata a prendersi cura dei nipoti Logan e Thebes ora che sua sorella è ricoverata in un ospedale psichiatrico, in bilico tra il tormento di un’infanzia infelice e la voglia di chiudere gli occhi per sempre. Non sapendo come gestire l’esuberanza comunicativa di Thebes e l’asocialità di Logan, improvvisa un road trip alla ricerca del loro padre, disperso forse in un ashram a trentamila chilometri di distanza. Toews si muove sulla carta con naturalezza spiazzante, facendo interagire i personaggi a livello cellulare, chimicamente, sguinzagliandoli nel vento come aquiloni in cerca della giusta raffica anche se tutto accade all’interno di una macchina mangia asfalto, come in una piccola scatola magica in cui avvengono i miracoli. Ha dalla sua una capacità linguistica innata, il talento di intessere un gergo giovanile che consente l’interazione profonda e autentica con un universo altrimenti inavvicinabile. Ironia, sensibilità e una punta di follia e incoscienza velano pagine servite da una scrittura umana e compassionevole che strizza l’occhio ad Augusten Borroughs o a Michael Cunnigham. Consigli per il viaggio: una VHS di Easy Rider e una copia consumata di On the road aperta al capitolo dieci, “Dobbiamo andare e non fermarci mai finché non arriviamo. Per andare dove, amico? Non lo so, ma dobbiamo andare”. E infatti la Toews va. Sino a ora è sempre arrivata lontano.

  • 30Ott2009

    Orietta Possanza - Left

    Scuola e delirio, un binomio perfetto di questi tempi. Lo sa bene Fulvio Ervas, che ha deciso di scriverci un romanzo. Follia docente pubblicato da Marcos y Marcos, racconta avventure e disavventure di un insegnante alle prese con la scuola di oggi…

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  • 29Set2009

    Orietta Possanza - Terra

    Elia, un insegnante alle prime armi che vive la sua professione con terrore e come tanti colleghi fa fatica a rapportarsi ai suoi allievi. Ma all’interno di questa rappresentazione, anche se in parte autobiografica, succedono tanti altri curiosi fatti: la morte misteriosa di una supplente risucchiata dalla cappa d’aspirazione del laboratorio di chimica, le maestre a riposo Carlotta e Brigitta che gestiscono
    uno strano Collegio docenti di Venezia, un dirigente scolastico che ospita cinesi clandestini nello scantinato, il provveditore che nella camera 46 della pensione “Sorriso” ha come interlocutrice una bambola gonfiabile…

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  • 23Set2009

    Nicolò Menniti-Ippolito - Il Mattino

    Fulvio Ervas abita alle porte di Treviso, insegna scienze in un liceo di Mestre, e scrive libri; cinque negli ultimi quattro anni. Qualcuno con la sorella Luisa, gli altri da solo. L’ultimo è una vorticosa incursione nel mondo della scuola, che ovviamente Ervas conosce molto bene…

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  • 07Set2009

    Valeria Lipparini - Il Gazzettino

    Lo scrittore trevigiano Fulvio Ervas ha fatto dei suoi trent’anni di insegnamento la bussola per scrivere un libro ironico, a volte amaro, tenero e surreale, sull’universo scuola…

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  • 01Gen2009

    Giovanni Pannacci - mangialibri.com

    Elia è laureato in Scienze agrarie a indirizzo zootecnico e si sta interrogando su quale possa essere il suo imminente futuro lavorativo. Purtroppo non riesce ad andare oltre queste bizzarre quanto interessanti possibilità: calcolare il baricentro delle uova da panettone, progettare un reggiseno per mucche da latte o appiccicare coccinelle essiccate sulla buccia delle mele trentine. Fortunatamente (?) un giovane laureato in Lettere, incontrato in un pub fumoso, lo salva da questi confusi scenari e gli propone di entrare nel fantastico mondo della scuola. L’iter è quello classico: si inizia come supplenti precari, poi si fa il concorso e, se si è fortunati, si entra di ruolo.

    Elia comincia così la sua carriera, con lo stupore un po’ ansioso di chi si avventura in un mondo sconosciuto. Contrariamente a quanto accade alla stragrande maggioranza dei precari, per lui c’è quasi subito un concorso di abilitazione disponibile che supera immediatamente e – altrettanto immediatamente – si ritrova ad essere un insegnante di ruolo. “La spada usata dai funzionari del provveditorato per nominarmi era di latta e cartone, ma al momento non ci feci caso”. La sede scolastica che gli viene assegnata è a Venezia, dove, guarda caso, Elia ha due vecchie zie, ex insegnanti in pensione, che gestiscono, ri-guarda caso, una pensione per docenti, che si chiama, ohibò, Collegio Docenti. Carlotta e Brigitta, “il terrore di dislessici, disgrafici, disfasici, discalculici, iperlessici e disprassici” si prendono cura del nipote novizio, dispensando consigli e ansiolitici. I primi giorni di scuola, però, sono per Elia molto difficili: capire regole e accettare abitudini consolidate non è così facile. Tutto gli appare un po’ surreale e assurdo. Sarà per questa ragione che viene irretito con una certa facilità da un precario sovversivo, un informatico che introduce Elia in una organizzazione segreta denominata “Brigata Robin Williams” che ha come scopo quello di realizzare atti sovversivi all’interno della scuola…

    Un po’ Kafka e un po’ Paperino, il protagonista di Follia docente si muove in un mondo che forse nell’intenzione dell’autore voleva essere surreale e ironico ma che invece appare al massimo farsesco. Nonostante la scrittura sciolta e spiritosa, la narrazione non si mette mai in moto e rimane al servizio di un divertissement che però non riesce a coinvolgere il lettore. I personaggi sono più da cartone animato che da romanzo, per ognuno di essi si è attinto agli stereotipi più lisi. Se si voleva strizzare l’occhio al post-modernismo mescolando alto e basso, cinema e fumetto, forse si sarebbero dovuti cercare dei riferimenti meno abusati e più originali (“Ancora me stai a Robin Williams!” Urlerebbe sdegnato il grande regista Rocco Smiterson). Lo scopo del libro forse voleva essere quello di lanciare, in maniera iperbolica e vivace, uno sguardo critico sulla scuola pubblica, in realtà non riesce a essere né un pamphlet di denuncia, né un trascinante romanzo di avventure. Dopo i libri sulla scuola di Domenico Starnone, Paola Mastrocola e Daniel Pennac, davvero non si sentiva l’esigenza di un’altra storia “ironica e delirante” sulla pubblica istruzione.