Finché c’è prosecco c’è speranza – Edizione speciale cinema

Archivio rassegna stampa

  • 11Dic2017

    L'Alligatore - memoranda.it

    Gialli e vino: intervista a Fulvio Ervas.

    Finché c’è prosecco c’è speranza adesso è anche un film, diretto dall’esordiente Antonio Padovan, con un grande Giuseppe Battiston nel ruolo dell’ispettore Stucky.

     

     

    Ma Stucky è prima di tutto il protagonista di sette romanzi. Tutti scritti da Fulvio Ervas, autore di gialli a tematica ambientalista, come quello del prosecco.

    Come è nato Finché c’è prosecco c’è speranza, il libro?
    L’idea è del 2008, quindi un bel po’ di tempo fa, anche se esce nel 2010. Nasce da un viaggio, guidato da un esperto di vini, per l’Italia, con l’intenzione di scrivere un saggio sul mondo vitivinicolo. Cosa che non so fare. Invece conoscevo un territorio, quello del Prosecco, dove stava crescendo la produzione di un vino che andava assumendo l’aspetto di una monocultura. Con tutta la complessità, e i rischi delle monoculture (non solo vinicole). E dal momento che ogni “puntata” di Stucky ruota attorno ad una questione ambientale, perché la più grande vittima è sempre il territorio (e siamo tutti, più o meno, assassini in tal senso), mi pareva l’occasione per raccontare una storia di un territorio, con un messaggio: vino buono deriva da rispetto per la terra e chi inquina deve pagarla. Poi il titolo si rifà, con ironia, al fatto che nel 2009-2010, in piena crisi economica, una delle poche voci di crescita produttiva nel Veneto, a due cifre, era proprio il Prosecco.

    … e il film? Quale il tuo apporto in fase realizzativa? Sei stato sul set?
    Il film nasce da un evento incredibile: stavo a Santa Lucia di Piave, invitato da un gruppo di lettura di sole donne per parlare di “Finché c’è prosecco” e mi sono trovato davanti un giovane regista, Antonio Padovan che, candidamente, mi chiede: “Posso fare un film dal suo libro?”. Ho risposto di sì, perché, cosa mi costava? Mi pareva una cosa detta tanto per dire. Invece Antonio è uno tenace e assieme abbiamo scritto la sceneggiatura, ha trovato un produttore e gli attori e l’ha portato, dopo due anni e mezzo, al cinema. Abbiamo lavorato tantissimo assieme, è stata un’intensa esperienza umana e professionale. Poi sono stato sul set, a vedere materializzarsi una mia storia ed è stato incredibile. È stato un film che ha creato una bella comunità, anche con le persone delle location, piccoli  produttori, ambientalisti, persino amministrazioni comunali.

    A volte gli scrittori sono delusi dai film tratti dai loro romanzi. Tu, soddisfatto del risultato finale?
    Ho visto il film quattro volte, le prime due con grande tensione e poi, via via, mi sono goduto una pellicola dal forte spirito ambientalista, con una visione della gestione della terra, con un amore per il territorio innegabile. È pieno di cose, anche dettagli che hanno un valore simbolico. Un film senza americanismi (bombe, strazi, vuoti narrativi riempiti con effetti speciali) e questo già mi rende felice. Poi Giuseppe Battison è Battiston. Se considero tutto: la fatica, il tempo  contenuto in cui è stato girato il film, le risorse, la mancanza di aiuti pubblici (tantomeno dal  mondo del Prosecco), direi che è venuto un ottimo film. Grazie anche all’audacia imprenditoriale della produzione K+film, che si è assunta il rischio di fare cultura in una regione che non brilla in questo senso.

    Quando hai scritto il romanzo, pensavi potesse essere un buon soggetto per un film?
    No, io non scrivo mai pensando a storie che vengano trasformate in altri linguaggi. È sempre difficile operare questa trasformazione se non la pensi all’origine, penso a scrittori anglossassoni che costruiscono già pensando al film. Per questo, poi, anche la sceneggiatura fatta da me e Antonio ha avuto bisogno della mano di Marco Pettenello, che è uno sceneggiatore porfessionista, e bravo. Lui ha dato il ritmo e la profondità necessaria per il linguaggio filmico.
    “Se ti abbraccio non aver paura” è già  nelle mani di Gabriele Salvatores, con la Indiana Production. Anche qui: era una storia scritta senza pensare al cinema.
    Io credo che “La Lotteria” (il mio primo romanzo) potrebbe essere una trama per un bel film.

    Gli attori scelti per i vari ruoli ti sembrano giusti?
    La scelta degli attori spetta al regista e io, che riconosco i compiti e il lavoro altrui, non avrei avuto niente da ridire. Se vuoi che gli altri facciano una cosa come la faresti tu, ti conviene farla direttamente. Non commetto mai questo sbaglio nella vita. Certo, il personaggio di Celinda Salvatierra, interpretato da Liz Solari, nel libro è molto più guerriero e caratterizzato. Ma ci sta tutto…

    C’è una parte del romanzo che trovi meglio tradotta in film?
    L’opera si tiene, è come il regista ha assimilato le pagine del romanzo. Questo è bello in sé: qualcuno legge la storia, la fa sua, prova a rimetterla nel mondo. È il contagio delle idee e della sensibilità.

    I tuoi romanzi con Stucky protagonista sono diversi. C’è la possibilità vengano tradotti presto in nuovi film? O in una serie televisiva, visto il grande impatto sul pubblico di film tv sul crimine?
    Il film ha già fatto un bel po’ di strada e credo che girerà ancora. E poi è un caso: un film indipendente, che parla di ambiente, che racconta con  sguardo non consueto il Veneto, senza stereotipi. Si ragiona già come dare continuità. Ci sono contatti per trasformarlo in una serie televisiva. Io non sono molto d’accordo. Mi dispiacerebbe che Stucky rischiasse di diventare il Coliandro del nordest. Le serie televisive, con poche eccezioni, si muovono su un complicato confine tra originalità e puttanate. Vedremo. A me piacerebbe di più un altro film, un’altra costruzione per il grande schermo, con l’ariosità che questo consente.

     

    http://www.smemoranda.it/intervista-fulvio-ervas

     

  • 18Nov2017

    Fulvio Ervas - Il Corriere del Veneto

    «Ispettore Stucky, la vedo turbato»
    «Sì Landrulli, detesto gli assassini di più quelli che usano l’amore»

    Il trevigiano Fulvio Ervas, autore di «Finché c’è Prosecco c’è speranza», scrive la sua versione del caso dell’allevatore di maiali. Con dettagli che aveva anticipato in un suo romanzo del 2011.

    «L’ispettore Stucky lasciò l’area dei rilevamenti portandosi tra i lunghi capannoni della porcilaia. Sbirciò. Strano sguardo quello di un maiale. Pare luccicare, appena. C’è chi sostiene che i maiali annusino la notte, come i lupi, e percepiscano dalle loro gabbie, giorni prima, lo sfrigolio elettrico che li stordirà. Perché è così che andrà a finire, si disse Stucky, una botta di corrente. Si sedette sul rimorchio. Un corpo sepolto in un campo, chissà da quanto tempo».

    Sono poche righe da L’amore è idrosolubile, quinta puntata dei romanzi dell’ispettore Stucky. Era il 2011.

    Aggiungerei, vista la cronaca di queste ore: «Landrulli, attento ai maiali, disse l’ispettore Stucky all’agente».

    «Perché ispettore?».

    «Sono animali intelligenti. E mangiano di tutto. L’ispettore indicò le costruzioni, le galere dove mangimi si trasformavano, rapidamente, in carne e lardo».

    «Quelli mangiano farine, zucche, pannocchie. Anche una gallina».

    L’agente Landrulli strabuzzò gli occhi. «Anche un essere umano, aggiunse Stucky, tagliato per bene. E occhio a chi li alleva».

    «Perché?», chiese l’agente.

    «Chi alleva animali intelligenti per farne braciole, ha qualcosa nella testa. Qualcosa da cui stare attenti».

    «Quindi, ispettore, lei metterebbe il porcaro sotto pressione?»

    «Landrulli, che ti scompaia una moglie è terribile. Che te ne scompaiano due, è impossibile».

    Ma bisogna provarlo, obbiettò il povero agente.

    «E questo è il nostro lavoro. Ci pagano perché lo facciamo bene».

    Nelle fiction

    Non è lecito indugiare sui dettagli, quando si parla di corpi veri e morti vere. Ma si può ragionare sull’effetto che può produrre la notizia, nei parenti e nelle comunità, quando riemergono, autentici fiumi carsici, vecchie delitti sospesi come macigni in bilico tra giustizia e oblio, tra professionalità e sciatteria, tra indagini complesse e fiction. Perché nelle fiction, c’è sempre un Horazio Caine che intuisce, un microscopio che svela, un DNA che identifica. Ma le scene del crimine, quelle autentiche, non sono palcoscenici per commedie, sono vicoli sporchi, confusi, contaminati.

    Le cose si complicano

    E basta una disattenzione, un ritardo, uno sguardo inadeguato, una simpatia o un’antipatia inopportune, oppure la brutale astuzia di un assassino, perché tutto diventi dannatamente complicato, e potrebbe essere bastato l’intestino famelico di un maiale a rendere vane sofisticate tecnologie di indagine.

    I cold case

    Se davvero tutto venne usato. Colpisce, nell’emergere di vecchi casi irrisolti, quest’assenza di corpi. Non solo per gli aspetti strettamente giudiziari. Per il valore simbolico. Perché la loro dissoluzione consegna una rete di relazioni ad un dolore senza fine, mortifica il senso di giustizia e rafforza, al contrario, l’immagine criminale di colui che cancella, non solo la sua azione assassina, quanto la consistenza materiale della vittima. Ne dissolve non solo la vita, ma la carne. La atomizza, la diluisce nel mondo. Un impulso teso a dimostrare che la vittima non era niente e non sarà, mai più, niente.

    «Ispettore Stucky, la vedo turbato».

    «Mi conosci Landrulli. Sai che detesto gli assassini. Ma ci sono assassini di estranei, assassini per caso, assassini per interesse, assassini per stupidità».

    L’ispettore sospirò.

    «Li detesto, uno a uno. Ma molto più quelli che ammazzano dentro casa. Perché quelli hanno usato l’amore come esca. Con l’amore hanno dipinto la camera da letto, imbandito la tavola e comperato un mazzo di fiori. Forse, con l’amore, hanno composto poesie. Questi, bisogna prenderli tutti…»

     

  • 30Ott2017

    Gabriella Gallozzi - bookciakmagazine

    Ervas: “Ora il mio Stucky avrà la faccia di Battiston pure nei libri”.

    In sala dal 31 ottobre (per Parthénos) “Finché c’è prosecco c’è speranza”, il film ispirato ai fortunati gialli di Fulvio Ervas con Giuseppe Battiston nei panni dell’ispettore Stucky, presentato nella sezione Alice della Festa di Roma. Lo scrittore veneto, già protagonista coi suoi libri dell’edizione 2016 del nostro Bookciak, Azione!, tornerà ancora una volta al cinema col suo bestseller, “Se ti abbraccio non avere paura” a cui sta lavorando Gabriele Salvatores…

     

    “Non ci credevo, eppure ora che sto scrivendo una nuova storia dell’ispettore Stucky me lo vedo lì con la faccia di Battiston e mi dico pure che potrebbe chiamarsi Giuseppe, visto che fin qui un nome non gliel’ho mai dato. L’ho lasciato per tanti anni solo con il cognome, preso da quel mulino di Venezia appartenuto a una famiglia svizzera… “.

    Fulvio Ervas folgorato sulla via del cinema. E sì, è proprio il momento del professor Ervas, insegnante di scienze naturali e scrittore baciato dal successo, soprattutto per i suoi gialli ironici ed eleganti a sfondo ambientalista, nati a mo’ di provocazione culturale e proseguiti sull’onda dell’ indignazione per il massacro compiuto nel suo territorio, l’entroterra veneziano dove è nato 62 anni fa.

    Il 31 ottobre arriva nelle sale Finché c’è prosecco c’è speranza, debutto sul grande schermo del suo popolare ispettore, di cui firma pure la sceneggiatura (con Marco Pettenello e il regista Antonio Padovan).

    A seguire, Se ti abraccio non aver paura, il suo best seller, dedicato a una materia così intima come il rapporto di un padre col figlio autistico in un delicato on the road per le Americhe, che Gabriele Salvatores ha preso da un po’ tra le mani per una versione cinematografica prodotta da Indiana. Ma senza alcun intervento di Ervas alla sceneggiatura, stavolta: “Salvatores xe maestro”, dice spiritoso lo scrittore in veneto.

    E ancora, Tu non tacere, il romanzo di sanità e malasanità diventato un corto (Shouting di Denise Dacquì) nell’edizione 2016 del nostro premio veneziano, Bookciak, Azione!, dove soltanto l’anno prima Gabriele Salvatores era stato presidente di giuria.

    Fili di cinema e letteratura che si intrecciano, insomma. Un po’ come le indagini di Stucky, ispettore “sghembo, per niente americano, che non ama le armi, né la violenza, ma piuttosto inciampa, è lento ed è un grande osservatore”. Un personaggio, nato sulla pagina scritta con Commesse di Treviso (2006). Il primo dei sei gialli (tutti pubblicati da Marcos y Marcos) che l’autore ha cominciato a scrivere negli anni del “sindaco sceriffo” Gentilini.

    “Se ci sono due cose che detestano a Treviso – racconta al telefono Fulvio Ervas, durante “l’ora di buco” a scuola – sono i forestieri e i veneziani. Ecco, il mio Stucky è di Venezia e ha origini iraniane da parte di madre”, nazionalità scelta non a caso, ma per “ricambiare la gentilezza” di un caro amico persiano dello scrittore. Quella mamma, morta anni prima, nella vita di Stucky ha lasciato un vuoto incolmabile, il profumo della curcuma e, soprattutto, uno zio venditore di tappeti un po’ invadente (nel film ha il volto amabile di Babak Karimi) che si ostina pure a fargli da padre, poiché quello dell’ispettore è morto in un incidente sul lavoro.

    Finché c’è prosecco c’è speranza è un piccolo film (producono Nicola Fedrigoni e Valentina Zanella), con un ottimo cast (oltre a Giuseppe Battiston nei panni del protagonista, Rade Serbedzjia, Silvia D’Amico,Teco Celio, Roberto Citran) e atmosfere e ambientazioni fedeli ai gialli di Ervas. La provincia e i paesaggi veneti nel loro splendore, in questo caso le magnifiche colline del prosecco, tra Conegliano e Valdobbiadene, messe a rischio – insieme alla vita dei suoi abitanti – dalla scellerata attività industriale di una famiglia coinvolta nello smaltimento illegale dei rifiuti tossici.

    L’impegno civile, la denuncia ambientalista, dicevamo è infatti il motore che ha spinto Ervas a proseguire con i gialli del suo Stucky, che altrimenti, ci dice, avrebbe abbandonato dopo il primo caso. È stato l’incendio della De Longhi di Treviso del 2007 ad accendere nuovamente la sua indignazione e la voglia di denuncia. La stessa che nel film di Antonio Padovan (anche lui veneto ma con trascorsi a New York nella pubblicità) spinge alle indagine l’ispettore, messo di fronte al suicidio di un nobile produttore di prosecco (la star balcanica, Rade Serbedzjia).

    Consigliato sicuramente ai lettori di Fulvio Ervas, Finché c’è prosecco c’è speranza, è un film dai toni garbati e dalla suspense che tiene, ma forse più adatto al piccolo che al grande schermo. Dove, infatti, vedremmo benissimo il nostro ispettore, magari nuovamente con le sue scarpe a punta invece che con le polacchine indossate da Battiston.

  • 28Ott2017

    Elena Masuelli - Tutto Libri - La Stampa

    Librerie e comodini delle case di Giuseppe Battiston, a Roma, Torino e in Friuli, sono piene di romanzi iniziati e di cui ha perso il segno, spesso lasciati per sempre a metà.

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  • 24Ott2017

    Giovanna Battistuzzi - Il Foglio

    “Finché c’è prosecco c’è speranza” di Antonio Padovan, con Giuseppe Battiston, uscirà nelle sale il 31 ottobre. Racconta una regione di cui si parla molto e si sa poco, un ritratto non scontato di colline, vino, problemi (e delitti).

     

    Conegliano. In questa stagione, a percorrere quell’arco collinare che unisce come un semicerchio Conegliano e Valdobbiadene, gli occhi si perdono in un susseguirsi di tonalità di giallo, interotto soltanto da qualche macchia di verde ormai consunto. Sono i luoghi di quei “circhi in ascese e discese e – come gale – / arboscelli vitigni stradine là e qui / affastellate e poi sciorinate / in una soavissima impraticità ah / ah veri sospiri appena accennati eppur più che completi / lietezza ma non troppa / come un vino assaggiato e lasciato – zich – a metà”, dipinti a parole dal poeta Andrea Zanzotto, di quelle colline “che col sole mezzano ritrovano la pace del tempo pigro, trasformandosi in alture dormienti che tentano la fuga dalla bruma della pianura” e per questo, almeno per Goffredo Parise, mettono il vestito buono quello “d’oro, a ricordar il tempo dei raggi passati”. Sono luoghi lontani, almeno dalla confusione del turista agreste, dal finesettimanaenogastronomico che ha reso la Toscana collina d’Europa e l’Umbria e le Marche sue nuove succursali, dove i borghi sono ancora cumuli di case dimenticati da dio, ma non ancora dagli uomini.

    Quell’arco di colline e di vigne, dove ormai l’acino sferico della Glera e i suoi filari ordinati e arrampicati sui pendii hanno conquistato un po’ tutto, trasformando il Prosecco da un vino nel Vino, le cantine da sussistenti a esportanti, la lingua da dialetto a inglese, commerciale of course, di giallo ha assunto anche il travestimento. L’abito è quello largo e un po’ sdrucito dell’ispettore Stucky, il contesto quello che più caratterizza questo colore, ossia omicidio e indagine, ossia letteratura prima,“Finché c’è prosecco c’è speranza”, firmato Fulvio Ervas. Ossia cinema ora (in sala dal 31 ottobre), firmato Antonio Padovan, regista alla prima opera che da questo semicerchio collinare proviene. Qui è prima nato, poi fuggito, come capita a molti, per poi ritornare, come capita a quelli che sanno che il mondo è grande e forse meraviglioso, ma che questo pezzo di Veneto tiene dentro sé, nei suoi luoghi e nei suoi colori, nei suoi panorami e nelle sue bollicine, nella sua cadenza musicale, a volte da operetta, e nelle sue osterie, qualcosa che non può essere dimenticato, qualcosa che funge da richiamo, da attrazione quasi ombelicale, la stessa che spinge le anguille a mille e millemila chilometri di nuotate di distanza, per riprodursi e poi morire in quel fazzoletto di Oceano che considerano casa.

    Un giallo collinare, molto alcolico, sarà per l’ambientazione, le colline del Prosecco Docg di Conegliano e Valdobbiadene, sarà per certe riprese che seguono ottimamente mosse i personaggi, sarà per i personaggi, sarà per i colori, che molte volte tendono a imitare quel vino che da torbido e col fondo, commensale povero di povere tavole, ha conquistato i tavolini più chic del mondo in quel nuovo intrattenimento sociale chiamato aperitivo e ormai trasformatosi in apericena e aperitutto. Un vino per tutte le occasioni, che col tempo si è trasformato per diventare gentile, “femminile”, almeno a sentire un eccellente giornalista di queste zone che di mondo ne ha visto e pure di osterie. “Il Prosecco era altro, poi ne hanno ristretto la bollicina, l’hanno fatta salire perfetta. E così è diventato perfetto, un perfetto non vino, che piace a tutti perché è fatto per piacere, il contrario di questa terra”.

    L’ispettore Stuky è Giuseppe Battiston e di Battiston, almeno nel film, ne ha la corporatura e le espressioni dei suoi film meglio recitati. E’ il Battiston che non è costretto a essere simpatico, che riesce a far sorridere per espressioni e per mezze battute, per antitesi evidente alla malinconia soffusa e sotterranea che parte dalle colline, raggiunge il conte Desiderio Ancillotto, deus ex machina di tutti gli eventi, si incarna nel matto del paese (un bravissimo Teco Celio) che gratta la ruggine dalle tombe del cimitero, e raggiunge la sala. Era il sentimento che cercava, oltre al vino, Marcello Mastroianni quando nella zona di Soligo, si rifugiava per scappare dalla Dolce vita romana, per stare “nelle tavole a parlare di niente e di tutto, a farsi cullare dall’inquietudine che rinforza e a bere quel vino sincero che frizzantino com’è sembra l’opposto del malinconico e bellissimo panorama che lo circonda”, raccontò a Federico Fellini dopo un fine settimana di fuga dal lavoro (in pausa) durante le riprese di 8½.

     

    Nel film di Antonio Padovan c’è un ritratto fedele e sincero di queste zone, una capacità “anziana” di comprenderne le dinamiche e i problemi, le eccezionalità e le contraddizioni di un pezzo d’Italia che continua a essere lontana dai riflettori sia della politica, nonostante il referendum per l’autonomia, sia dal grande e piccolo schermo, schiacciata da panorami più scintillanti e da storie più facili da raccontare.

    Storie di altre genti e altre vini, magari organoletticamente più complessi, magari, a sentir gli esperti, migliori e completi, ma difficilmente più adeguati a raccontare un mondo che nonostante tutto va avanti a suo modo, fregandosene di quell’andazzo politicamente corretto di rapportarsi con le cose di tutti i giorni. Scrisse Jorge Luis Borges che ogni vino “rappresenta la complessità di un territorio, ne asseconda i detti e i non detti, ne riflette le qualità e difetti”. Ogni vino “è una storia che andrebbe raccontata”, ma la grandezza di un vino, non è determinata unicamente dalla sua bontà, “è piuttosto rappresentata da quell’intreccio di storie che si dipanano da esso. E’ l’immaginario collettivo, composto da letteratura, musica e pellicole a rendere eterno il succo dell’uva”. E forse ora il prosecco potrà superare l’espressione scettica dei nasi e dei palati fini, che lo classificano a oggetto di intrattenimento. E’ qualcosa di più, ora è film, esperienza che esce dall’osteria. A patto però che si ricordi l’ultimo insegnamento di Borges, già messo in pratica da Padovan nella sua pellicola: “succo dell’uva, ma frutto della terra”, che va utilizzata, ma non ridotta ad azienda, che va tutelata senza cadere nello stupido errore dell’eccesso di tutela.

  • 14Set2017

    Federica Augusta Rossi - premiocomisso.it

    Gli ispettori del giallo sono i nostri Supereroi. Ervas dai romanzi al cinema.

    Occhiali con sottile montatura nera, capelli castani con la riga in parte, barba vagamente hipster e un fisico imponente: l’ispettore Stucky è diventato un personaggio in carne e ossa. Uscito dalla penna dello scrittore Fulvio Ervas, il poliziotto trevigiano ha varcato il confine della pagina e si presenterà al pubblico del grande schermo con le sembianze di Giuseppe Battiston, protagonista del film “Finché c’è prosecco c’è speranza”, opera prima del giovane regista Antonio Padovan.

    Come è nata l’idea di girare questo film?

    Antonio Padovan: “È nato tutto per caso. Mia sorella mi aveva consigliato il libro e pochi giorni dopo averlo acquistato ho saputo che Ervas lo avrebbe presentato in un club di lettrici a Santa Lucia di Piave. Ho sempre adorato i gialli, negli anni ’70 era un genere molto diffuso, ma quello di Fulvio, con il suo ispettore italo-persiano, è un giallo fuori dagli stereotipi. Non si parla solo di schei. La sera stessa l’ho fermato, gli ho detto che avrei voluto fare un film e abbiamo iniziato a parlarne.”

    Oltre due anni di lavoro tra la prima chiacchierata e l’annuncio dell’uscita nelle sale: come li avete trascorsi, considerando anche la distanza geografica che vi separa?

    Fulvio Ervas: “Un anno intero lo abbiamo dedicato alla scrittura della sceneggiatura. Antonio vive a New York e ci sentivamo via Skype con telefonate che spesso duravano più di un’ora. Non mi ero ancora mai occupato di sceneggiature e ho dovuto imparare a tradurre il linguaggio letterario in uno adatto al cinema, che ha regole e tempi diversi. È stato un lavoro intenso e sono felice di averlo intrapreso. Ma non eravamo soli: c’era l’occhio esperto e vigile di Marco Pettenello, uno dei migliori sceneggiatori in Italia.”

    P: “Ovviamente sono venuto spesso in Italia prima di girare. Conosco bene le zone del prosecco, ci sono nato, ma dovevo scegliere i luoghi, le ambientazioni, gli scorci migliori tra quelli descritti da Fulvio nel suo libro. Poi dovevo trovare il produttore, possibilmente anche dei finanziamenti pubblici, e fare il casting.”

    Una lista lunga. Ma andiamo con ordine, come direbbe l’ispettore Stucky, perché capire cosa stia dietro la produzione del film – e prima ancora del libro – sembra attività complessa quasi quanto un’indagine. Come si è arrivati a Battiston?

    P: “L’ho contattato subito dopo aver trovato Nicola Fedrigoni, il produttore. Sono salito in treno a Verona, destinazione Roma, per incontrare Giuseppe. In mente, l’idea di proporgli il ruolo di Pitusso, il matto che “grata” la ruggine. Ruolo che però non ha accettato, era stanco di interpretare personaggi balordi. Voleva una parte da protagonista. Mi sono detto che valeva la pena tentare e alla fine il binomio Battiston-Stucky si è rivelato perfetto e la coppia Pettenello-Battiston ha funzionato da subito. Avevano già lavorato assieme.”

    E: “E pensare che lo Stucky letterario doveva morire dopo la prima puntata. Non era nato come personaggio seriale. Poi c’è stato l’incendio della De’ Longhi e mi è venuto naturale continuare. Mi sono reso conto che il giallo poteva essere lo strumento più adatto a rappresentare l’Italia. Gli ispettori sono i supereroi italiani. Pensiamo a Camilleri, ad esempio. Un po’ come i supereroi americani e i loro superpoteri. I miei personaggi diventano veicoli di posizione. A muovere la mia scrittura c’è sempre una questione ambientale che voglio risolvere, e prima di iniziare a scrivere, leggo tutto quello che c’è sull’argomento. È successo per l’incendio alla De’ Longhi, per i turisti insopportabili e lo sfruttamento delle terre del Prosecco.”

    Terre magnifiche che grazie al film verranno viste nelle sale di tutta Italia e anche all’estero. Come è stato girare “a casa”?

    P: “Da anni desideravo girare una storia ambientata in Veneto. Sono veramente soddisfatto di avere realizzato un film tutto sul territorio. Abbiamo lavorato sempre dal vivo, senza mai ricorrere al teatro di posa: nella cantina di Gigetto, così come nella vera sede della Confraternita del Prosecco. Rispetto al libro, l’isola della Giudecca si è sostituita a Bassano del Grappa, dove in realtà viveva Francesca, l’amante del conte racconta da Fulvio. Per il pubblico straniero, il riferimento a Venezia è più immediato. Solo il cimitero è stato appositamente costruito, ma è vicino alla chiesetta di San Lorenzo a Farra di Soligo.” 

    E: “La villa del conte Ancillotto è Villa Gera Maresio, totalmente immersa nei vigneti di Conegliano. Dà perfettamente l’idea dell’estensione e del rischio della monocoltura. Il pericolo che il conte Ancillotto, uno dei personaggi della vicenda, aveva vanamente tentato di denunciare.”

    Non si può negare che il film porterà ulteriore fama alle terre del Prosecco. È facile immaginare che i produttori, le aziende al Consorzio e gli enti pubblici abbiano finanziato la produzione. 

    P: “In realtà non abbiamo ricevuto alcun finanziamento pubblico e nessuna sponsorizzazione. “Finché c’è prosecco c’è speranza” è un film con un budget di poco più di un milione di euro, per la maggior parte speso sul territorio.Abbiamo effettuato le riprese in meno di cinque settimane, lavorando dalle nove alle dodici ore al giorno, con una troupe di una sessantina di persone. Poi c’è stato il calore degli abitanti locali, la loro partecipazione. Le comparse erano del luogo. È stata un’esperienza stupenda. Ora non ci resta che aspettare il responso del pubblico. Se proprio devo trovare un neo, è la mia linea: tra calici di prosecco e ottimo cibo, durante le riprese sono ingrassato di dieci chili.”

    Ci stiamo alzando dal tavolino in piazza ad Asolo, dove ci eravamo dati appuntamento per l’intervista, e veniamo presi di mira dalle deiezioni di due piccioni. Ci guardiamo tutti in faccia e scoppiamo a ridere. Non potrà che essere di buon auspicio!

  • 06Set2017

    Pierfrancesco Carcassi - Corriere del Veneto

    «Il mio film sul Prosecco? La Regione e i Consorzi non ci hanno aiutato».

    Presentato «Finché c’è Prosecco c’è speranza», di Antonio Padovan con Battiston. È tratto dal giallo di Ervas, una storia dell’ispettore Stucky. «Se avessimo girato tra Friuli e Trentino ci sarebbe costato la metà: là i finanziamenti sono più corposi»

     

    «Non voglio fare polemica, ma né la Regione, né i consorzi del Prosecco sono stati interessati a darci una mano. Non sappiamo perché». È perplesso Antonio Padovan, ma contento. Il suo primo film, Finché c’è Prosecco c’è speranza è stato presentato ieri mattina allo spazio della Regione Veneto alla Mostra del Cinema e sarà nelle sale italiane entro fine ottobre, poi andrà all’estero: è un giallo – genere di cui il regista è fan – ambientato nei paesaggi del Prosecco e adattato dall’omonimo libro (Marcos y Marcos, 2010) dello scrittore Fulvio Ervas. I protagonisti del film sono le colline rigogliose di Glera e i loro abitanti, intrecciati agli omicidi su cui indaga l’ispettore Stucky e la lotta di un territorio contro la trasformazione in «Proseccolandia». Nel cast Giuseppe Batti! ston e l’iraniano Babak Karimi, già nel film premio Oscar 2017 Il Cliente e Orso d’Argento a Berlino come miglior attore nel 2011. Eppure il film non è stato tra quelli finanziati dal bando regionale per il cinema, né è stato sostenuto dai Consorzi delle bollicine. Coproduttrici sono state alcune aziende venete, tra cui i supermercati bio NaturaSì e la fondazione Masi. «Se avessimo girato tra Friuli e Trentino ci sarebbe costato la me! tà grazie ai finanziamenti più corposi, in Veneto poi i bandi sono meno frequenti e poco chiari – spiega il regista – L’abbiamo fatto qui perché ci interessava raccontare questa terra».

    Padovan, originario di Conegliano, lavora da architetto a New York da una decina d’anni, dove ha iniziato a occuparsi di corti: «Ogni volta che tornavo a casa volevo raccontare queste colline, così poco conosciute», racconta Padovan, che ha girato tra i comuni della Docg, come Valdobbiadene, Cison di Valmarino, Conegliano e Revine. La scintilla è stata l’incontro casuale nel 2015 con Ervas, con cui ha steso la sceneggiatura. Tra i temi del film il rapporto tra uomo e natura e

    il problema dell’inquinamento ispirate al Veneto di oggi: «Il ruolo del “cattivo” lo fa un cementificio che inquina l’aria, riferimento a quello che accade davvero in Veneto; fa da contraltare la produzione del Prosecco, secondo la filosofia del “Meglio meno, ma meglio” espressa dal protagonista vignaiolo – precisa Ervas – Si parla anche del rischio di far fare al Prosecco la parte del cattivo e di rovinare il territorio coltivandolo: il tema è quello di fare soldi sulla salute della gente, anche se 9 anni fa quando ho concepito il libro non si parlava di Glifosate. La vera vittima nel giallo è la nostra terra e l’assassino è l’inquinamento. Sappiamo che un film non cambia il mondo ma è un piccolo contributo per stimolare la gente al rispetto il territorio». «Abbiamo voluto puntare sul positivo invece che sulla critica, non è una puntata di Report – spiega il regista – Il tema dei pesticidi viene solo sfiorato e accenniamo al consumo di suolo monocolturale con una battuta: “Qui – nelle colline del Prosecco, ndr -si seppelliscono le persone per dritto”, intendendo in verticale, per risparmiare terreno buono per le viti. Me l’ha detto un agronomo per davvero!». E sulle recenti polemiche targate Gran Bretagna Ervas taglia corto: «Sciocchezze, se dicono così devono avere pessimi dentisti. Per noi deve essere una sfida: possiamo dimostrare che di fare bene le cose anche con la notorietà mondiale del Prosecco, senza produrre acqua e zucchero. Ovviamente conservando il territorio con lungimiranza, e in questo l’Unesco ci può dare una mano».

  • 06Set2017

    Riccardo Petito - Il Gazzettino

    Sulle vie del Prosecco a caccia dell’assassino.

    Presentato a Venezia il film di Antonio Padovan tratto dal romanzo di Fulvio Ervas, con Giuseppe Battiston nei panni dell’ispettore Stucky.

    Deve ancora uscire in sala, ma per il film “Finchè c’è prosecco c’è speranza” del regista coneglianese Antonio Padovan, tratto dall’omonimo romanzo di Fulvio Ervas, è in programma un lancio internazionale.

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  • 06Set2017

    Tommaso Miele - La Tribuna

    Il “Prosecco”, noir frizzante in 150 sale.

    Il film di Padovan tratto dal libro di Ervas sarà nei cinema a fine ottobre, il trailer presentato al Lido.

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  • 23Ago2017

    Chiara Pavan - Il Gazzettino

    Il titolo lo volevano cambiare, almeno fino a qualche tempo fa quando, a Treviso, regista, cast e sceneggiatori hanno chiuso le riprese per poi andare a festeggiare al Teatro del Pane, a “casa” dell’amico Mirko Artuso. Ma ora che la locandina del film viene diffusa, tutto torna “alle origini”, al titolo originale del giallo ideato da Fulvio Ervas e ambientato tra le colline della Marca:“Finchè c’è prosecco c’è speranza”.

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  • 15Nov2016

    Redazione - Il Gazzettino

    Concluse le riprese de “L’ultimo Desiderio”, dal romanzo di Fulvio Ervas

    VERONA – Prosecco-Amarone, alleati o concorrenti? Più la prima, viene da pensare, alla notizia che alcune scene del film “L’ultimo Desiderio”, che il regista veneziano Antonio Padovan ha tratto dal romanzo “Finché c’è Prosecco c’è speranza” dello scrittore trevigiano Fulvio Ervas (Ed. Marcos y Marcos), sono state girate nelle cantine Masi in Valpolicella, e che il film si è potuto avvalere del sostegno economico dell’omonima Fondazione per la sua realizzazione e la promozione.

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  • 13Nov2016

    Chiara Pavan - Il Gazzettino

    Concluse le riprese del film tratto dalgiallo di Ervas

    L'”Ultimo desiderio” di Giuseppe Battiston è di sfilarsi da quel gruppetto di invitati chiamati a festeggiare la fine delle riprese e di rifugiarsi con l’amico Mirco Artuso, lo scrittore Fulvio Ervas e il regista Antonio Padovan al Teatro del Pane, a Villorba, per una serata meno formale tra amici e compagni di viaggio, a sorseggiare un calice di prosecco senza gialli risolvere o domande cui rispondere.

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  • 13Nov2016

    Tommaso Miele - La Tribuna

    «Con Stucky puntiamo a 150 sale e ai festival»

    “L’ultimo desiderio”, film d’esordio del regista coneglianese Antonio Padovan, ha chiuso le riprese ieri mattina a Treviso, con un set ambientato a Palazzo Giacomelli. Due carabinieri “ufficiali” (davvero appartenenti all’Arma) e quattro comparse hanno girato le inquadrature finali di una storia tutta di Marca, con al centro le colline del Prosecco tra Conegliano e Valdobbiadene.

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  • 05Ott2016

    Mario Anton Orefice - Il Gazzettino

    Prosecco e speranza. Ervas diventa attore

    L’idea l’ha avuta Flavio Nardi della libreria La Pieve: riunire autore, regista e produttore per una serata di presentazione del cast e della storia di un’impresa che sembrava impossibile. L’incontro si è svolto lunedì sera nei nuovi spazi allestiti dalla pro loco di Pieve di Soligno per la sessantesima edizione della sagra dello Spiedo Gigante.

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  • 02Set2016

    Alice D'Este - Corriere del Veneto

    Ervas: prosecco, osti e delitti. Un film sul Veneto operoso

     

    Ci sono in tutto poco più di 30 chilometri tra Conegliano e Valdobbiadene. Lì nasce il prosecco e in quelle zone è ambientato il film di Antonio Padovan, tratto dal libro dello scrittore trevigiano Fulvio Ervas Finché c’è Prosecco c’è speranza (Marcos y Marcos). Ervas insieme a Padovan e al padovano Marco Pettenello (nipote di Carlo Mazzacurati) ha anche firmato la sceneggiatura.

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  • 02Set2016

    Silvia Zanardi - La Tribuna di Treviso

    Battiston, l’ispettore Stucky tra i misteri del Prosecco

     

    Attorno ai vigneti trevigiani del Prosecco succede qualcosa di misterioso. Morte, delitti, intrighi familiari si intrecciano, si confondono e depistano l’ispettore italo-persiano Stucky, interpretato dal grande attore friulano Giuseppe Battiston. È il giovane regista di Conegliano Antonio Padovan, che da dieci anni vive a New York, a portare la macchina da presa tra vigneti e confraternite, tra osti e matti di paese e sensuali donne veneziane.

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  • 03Giu2015

    Francesca Visentin - Corriere del Veneto.it

    Ervas, il suo giallo sul Prosecco 
diventa un film
    Produzione italo-americana tratta dal romanzo dello scrittore trevigiano, che firma anche la sceneggiatura
    Il Prosecco sbarca a Hollywood. Prosecco inteso come vino, come terra tra le colline trevigiane. E Prosecco come romanzo, quello nato dalla creativa penna dello scrittore Fulvio Ervas, che in Finchè c’è prosecco c’è speranza (Marcos Y Marcos editore) ambienta l’ultima avventura dell’ispettore Stucky tra colline, filari e calici di vino. Una produzione italo-americana capitanata dal produttore romano Raffaello Vignoli (al suo attivo i film di Sorrentino e alcuni James Bond) e finanziata in gran parte negli Stati Uniti, anche se si spera in un buon coinvolgimento pure della Regione Veneto.

    Alla regia un astro nascente del cinema americano, il giovane Alessandro Padovan «cervello in fuga», trevigiano di Conegliano, ma da quasi dieci anni negli Stati Uniti dove sta facendo carriera nel cinema. E proprio da Padovan, innamorato della sua terra e delle verdi colline del Prosecco, è nata l’idea di trasferire sul grande schermo il libro di Ervas. Il regista è sbarcato nel trevigiano per un mese, ha girato tra osterie, vigneti, aziende, ha incontrato contadini e produttori di vino e, in gran segreto, siglato i primi accordi con attori di spicco del panorama italiano, dai veneti Natalino Balasso, Roberto Citran, il friulano Giuseppe Battiston e la «superstar » Pierfrancesco Favino.
    «Rendere omaggio alla mia terra per me è un sogno – rivela il regista – . Voglio fare conoscere il Veneto negli Stati Uniti e promuovere il Prosecco a livello internazionale». La sceneggiatura del film è firmata da Fulvio Ervas. «Porteremo in giro per il mondo l’immagine di un Veneto non stupido, fuori dai soliti stereotipi, un Veneto diverso – spiega Ervas – . Continuiamo a essere rappresentati al cinema come se fossimo deficienti. Invece faremo un ragionamento ma coltivata con sapienza e amore, sull’etica del territorio che prevale sugli “schèi”. Un film anche polemico, che parla di sfruttamento del territorio e di un modello industriale che non funziona più». E lo staff ci tiene a sottolineare che il film tratto dal libro di Ervas niente avrà a che fare con «Leoni» di Piero Parolin, protagonista Neri Marcorè, in cui il Veneto e i veneti ne escono come macchiette ridicole alla «Signore e signori».
    «Il giallo narrato nel libro, l’indagine del commissario Stucky sarà il pretesto per raccontare la bellezza, l’operosità e le eccellenze di un Veneto che conserva angoli da sogno – fa notare Ervas – . Senza tralasciare il tema dello scontro tra qualità e quantità nella produzione del Prosecco». In un ferragosto di fuoco Finchè c’è Prosecco c’è speranza, narra dell’ispettore Stucky alle prese con lo strano suicidio del conte Ancilotto, fornitore di vini. Della focosa Celinda Salvatierra erede di un patrimonio vitivinicolo che arriva dall’estero per rivoluzionare terreni e colture, per sradicare vigne e impiantare banane…Tra misteri, equivoci, morti innaturali, il giallo prende forma e il risultato è una storia ironica e graffiante, in puro stile Ervas. Tra i protagonisti del film anche qualche star di Hollywood, su cui le bocche restano cucite. Anche se da quanto è trapelato la caliente Celinda Salvatierra potrebbe essere interpretata da Salma Hayek.

  • 01Set2011

    Daniele Maestri - Bibenda

    “Qualcosa so”, si difese l’ispettore.
    “E cosa? L’origine del prosecco? Lei sarà uno di quelli che mormorano sulle origini giuliane del prosek, o che si appellano alle analisi del DNA per dimostrare che il prosecco è identico al croato Teran Bijeli. Sarà uno di quelli con la puzza sotto il naso, perché per fare il prosecco bisogna essere un po’ bastardi…

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  • 31Lug2011

    Gianfranco Colombo - La Provincia di Lecco

    Come ormai si sa per i lettori l’estate è soprattutto gialla. È questo il genere che più di ogni altro incontra l’interesse di coloro che d’estate trovano il tempo di dedicarsi alla lettura. Da sette anni, poi, a Lecco, grazie al Premio Azzeccagarbugli, l’estate è più gialla che altrove. All’inizio di luglio la Giuria dei letterati ha indicato le quattro opere finaliste: Fulvio Ervas con “Finché c’è prosecco c’è speranza” (Marcos y Marcos)…

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  • 01Giu2011

    Redazione - L'Informazione

    A inaugurare il giallo-noir come genere letterario è stato il padovano Massimo Carlotto. L’intento è quello di riportare dei riferimenti all’attualità, e in particolare a delle violenze che vengono perpetrate sulla natura e sull’uomo…

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  • 01Mag2011

    Redazione - RimbaBit.it

    Bello bello!
    Sono rimasto piacevolmente stupito da questo giallo di Fulvio Ervas, autore a me sconosciuto, almeno fino a quindici giorni fa. Non sono un gran bevitore, ma apprezzo il vino buono in piccole dosi, e leggendo mi è venuta voglia di assaggiare un buon bicchiere di prosecco!
    Il romanzo è molto ben congegnato, i personaggi, ben caratterizzati, sono persone comuni che potremmo incontrare tutti i giorni in giro per la città. Il coprotagonista, l’ispettore Stucky, non è un superuomo, ma una persona che svolge bene il suo lavoro, con curiosità e con impegno e che, chiamato a risolvere un doppio mistero, lo farà in modo chiaro e divertente. L’altro protagonista è ovviamente il prosecco. Le ampie e dettagliate descrizioni che Ervas fa della fascia collinare trevigiana accompagnano il lettore alla scoperta delle terre del prosecco, da Conegliano a Valdobbiadene, da Cison di Valmarino a Povegliano, e lo portano a passeggio tra i vitigni. A volte sembra di sentire l’odore della terra e dell’uva, delle muffe e delle botti nelle cantine; immagini di essere lì seduto nell’osteria con la luce soffusa, a bere a fianco dei personaggi del romanzo e di avvertire il rumore della bottiglia che si poggia al bicchiere, il fluire del vino, il suo odore, il suo sapore, il retrogusto che ti lascia in bocca e il calore che sprigiona nel corpo quando viene assimilato.
    Finchè c’è prosecco c’è speranza è, dunque, l’intreccio di due storie, quella del vino e quella dei misteri di Cison di Valmarino, condite con un ottimo stile, una trama ben congegnata, mai troppo intricata. E’ una di quelle piacevoli scoperte che ti fanno chiedere come mai non hai mai letto nulla di questo autore. L’importante è che mi abbia lasciato la curiosità di approfondirne la conoscenza e che mi abbia insegnato quali siano i quattro troppo del vino: “Non offrirne troppo, non mescolare troppo bianchi e rossi, non berne troppo e non pagarlo troppo poco” (p.45).

  • 01Ott2010

    Redazione - Gardenia

    I vigneti che rivestono le colline della Marca trevigiana sono i protagonisti di questo giallo, scritto con ritmo e ironia…

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  • 01Set2010

    Antonio Prudenzano - Blow Up

    In Italia i giallisti spuntano come funghi e non è facile districarsi in una tale quantità di autori spesso indegni di attenzione.
    Quella di Fulvio Ervas, classe ’55, è senz’altro una delle rare voci interessanti. Il suo ispettore Stucky, metà veneto e metà persiano, è da poco tornato nelle librerie…

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  • 01Set2010

    Arianna e Selena Mannella - ThrilleCafè.it

    Abbiamo raggiunto telefonicamente l’autore Fulvio Ervas in procinto di partire per la Sardegna dove andrà a presentare il romanzo di cui parliamo oggi “Finché c’è prosecco c’è speranza” edito da Marcos y Marcos.
    Con l’occasione veniamo a sapere che Ervas vive vicino all’aeroporto militare e che le sue onde interferiscono con la linea telefonica, subito non gli crediamo, così lo chiamiamo sul telefono fisso. Dall’altra parte ci giungono dei suoni poco chiari, forse Fulvio ci sta dicendo che è il caso di credergli. Tentiamo ancora una volta, non si mai che le interferenze militari non stiano captando qualche altro segnale facendoci fare il nostro lavoro senza troppi intoppi. Ci guardiamo basite senza capire una parola di ciò che ci viene detto, il vivavoce del telefono funziona a perfezione, a quel punto decidiamo di chiamare senza tariffa agevolata sul cellulare dell’autore. Sentire la voce nitida e pulita non ha prezzo! La prima domanda è spontanea… ma con questi disguidi il canone del telefono lo dovete pagare lo stesso?

    (ride) Direi di sì, siamo masochisti…

    A questo punto iniziamo con l’intervista vera e propria…
    Ervas non è nuovo a questo genere di romanzo ecco perché fin dalle prime battute ci troviamo davanti un thriller che nella sua schiettezza narrativa ci regala anche della sottile ironia, caratteristica sempre apprezzata quando miscelata a dovere con una trama ben orchestrata.

    Perché un thriller ambientato tra i vigneti delle colline venete?

    Perché le colline sono belle, sono uno sfondo meraviglioso e il prosecco è buono! Così ho fatto questo gioco di parole…

    Qual è l’ambientazione più giusta per creare un thriller?

    Adoro il territorio quindi immagino una serie di crimini ambientali, cattivi che inquinano, un poliziotto simpatico e poco sangue perché l’adrenalina arriva anche senza un’immagine troppo violenta.
    Come mai ha deciso di dare un tono ironico a una storia nera?
    Un po’ così… perché credo di essere una persona che si gode le cose, per giocare e poi mi ha preso la mano, non è stato un pensiero razionale, è solo il mio modo di vedere le cose, di ironizzare.

    E’ così simpatico anche nella vita?

    Ancora meglio nella vita.

    Allora diremmo proprio che ci sono delle buone premesse… Il titolo del romanzo suggerisce che lei sia un intenditore di vini, è così?
    Sono un agronomo pertanto conosco le cose di cui parlo, mi sono occupato anche di prosecco nello specifico per conto mio, volevo poi scrivere anche un saggio sul vino ma ho scoperto che era troppo impegnativo e ho lasciato stare, devo dire che ho viaggiato in tutta Italia per questo motivo con dei veri esperti…

    Perché non ha parlato per esempio di un vino rosso che poteva magari suggerire meglio l’idea del noir?

    Ho giocato sul vino bianco perché secondo gli esperti, il bianco è utilizzato in periodi di crisi economica. Ho scritto il romanzo nel 2009, nel pieno della crisi economica. Il rosso corposo, più caro, è sinonimo di un migliore tenore di vita, inserire il prosecco è stato un voler raccontare attraverso il vino l’atteggiamento del nostro paese. Io comunque preferisco i vini rossi.

    Il romanzo tratta un tema attuale come quello dell’inquinamento, quanto si sente coinvolto da questo tema?

    E’ una delle mie passioni che chiamerei civili, insegno chimica a scuola e insisto molto sul riciclaggio, poi possiedo due orti biologici, sono un amante della terra, ho seicento metri quadri e faccio tutto a mano. Tra scuola e orto e scrittura ho una vita piena.

    Preferisce scrivere da solo o in coppia con sua sorella come è avvenuto per altri suoi romanzi?

    E’ stata un’esperienza interessante che è sfumata, ormai scrivo da tre romanzi da solo, ma non è cambiato molto da prima perché sento sempre il bisogno di scrivere.

    Oltre a scrivere legge…

    Molti saggi, soprattutto per lavoro, che riguardano la chimica e gli atomi ecc.

    Narrativa? Quella tipica da ombrellone?

    Pochino… ho fatto poche vacanze anche se quando posso vado in Croazia, ha dei paesaggi bellissimi.

    Però sappiamo che sta per partire per la Sardegna…

    Sì ma solo per lavoro, anche se ne approfitto per godermi l’Italia.

    Una società multirazziale ha ancora molta diffidenza verso il prossimo? Lei per esempio introduce la figura di kosovari e boliviani nel romanzo…

    Domanda complessa, qui da noi non puoi prescindere dallo straniero, sono molti. Forzandolo lo inserisco nei romanzi. E’ un lungo percorso che abbiamo appena iniziato anche se dal punto di vista istituzionale, non siamo partiti bene. Anche tra di loro tuttavia ci sono persone buone.

    Che importanza ha la scrittura nella sua vita?

    Orto scrivo, orto scrivo… (ride) senza leggere e scrivere mi sentirei in prigione, non potrei farne a meno.

    Una cosa curiosa che può dirci legata alla sua scrittura?

    Invento di solito le mie storie a Maggio, poi le scribacchio in estate e le aggiusto a Settembre, Ottobre. Tutto ciò che scrivo è un argomento, qualcosa che mi deve interessare.

    Vuole fare un saluto agli amici di Thriller Café?

    Innanzi tutto vi saluto entrambe dato che siete in due… Agli amici di Thriller Cafè dico che mi auguro leggiate i miei libri, ma se non lo fate è lo stesso e poi vi auguro di divertirvi perché l’estate è brevissima e divertirsi è il modo migliore per affrontare le difficoltà!

    Grazie davvero Fulvio per la simpatia dimostrataci e la piacevole chiacchierata senza interferenze!

  • 01Set2010

    Redazione - EstNord.it

    L’ispettore Stucky è tornato ed è, vi assicuriamo, un’ottima notizia. «Finché c’è prosecco c’è speranza» è il titolo della nuova opera di Fulvio Ervas, uscita per le edizioni Marcos y Marcos in cui l’intreccio si annoda ai vitigni di prosecco dei colli trevigiani. E proprio attorno alla bevanda simbolo del Veneto, tanto più con il governo regionale dell’enologo Luca Zaia, si succedono vivide storie su questo tormentato territorio animato da personaggi memorabili – non solo il protagonista- vittima, il conte Ancillotto, nobiluomo d’altri tempi -, ma una tribù di personaggi – Berto il matto del paese, Leonida Saba il ragazzo, l’oste Secondo, Francesca la «escort» – disegnati con sobria perizia. La trama dell’inchiesta poliziesca è il pretesto per illuminare tante storie comuni di questo nordest: la terra avvelenata dai pesticidi, l’aria dalle cementerie e l’ignoranza e la sopraffazione a fare da contorno. Il tutto raccontato con una leggerezza calviniana, un trasporto con non cede al sentimentalismo, un prender parte lucido e consapevole. Il romanzo è arricchito da preziose perle incastonate tra un capitolo e il successivo: una Spoon river in riva al Sile, cantata dal matto del paese, ci offre il racconto delle vite dei sepolti nel locale cimitero e compone il giusto tempo di un intreccio a cui non puoi sottrarti fino alla fine.

  • 22Ago2010

    Maria Vittoria Vittori - Liberazione

    Non mancano di sicuro i commissari nella nostra narrativa, da alcuni anni particolarmente sensibile al filone delle indagini poliziesche, però il commissario Stucky, protagonista dei libri di Fulvio Ervas, dal primo della serie intitolato Commesse di Treviso (Marcos y Marcos, 2006) fino al recentissimo Finché c’è prosecco c’è speranza (Marcos y Marcos, 2010 pp.302 16,50) non è come gli altri…

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  • 14Ago2010

    Sergio Pent - TuttoLibri

    Province malate, alcoliche, delittuose, disoccupate, provincie da trafiletto in cronaca, raccontate con giocosa ironia, oltre i soliti luoghi comuni metropolitani…

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  • 03Ago2010

    Francesca Visentin - Corriere.it - Corriere del Veneto

    LO SCRITTORE TREVIGIANO
    L’accusa di Ervas: «Colline del Prosecco sfruttate con scriteriata avidità»
    «I danni derivano dall’assenza di lungimiranza, altro che bombe d’acqua. Ci vogliono geologi e agronomi non subordinati al Consorzio del Prosecco». Lo sfruttamento agricolo del territorio era già stato denunciato dall’autore in un libro

    TREVISO – «Le colline del prosecco, luoghi bellissimi, ma gestiti con scriteriata avidità. I danni derivano dalla nostra assenza di lungimiranza». Lo scrittore trevigiano Fulvio Ervas, laureato in Scienze Agrarie, ci va giù duro. E affida la sua denuncia alla Rete, postando su Facebook un intervento che mette sotto accusa la coltivazione massiccia delle colline del prosecco, come ipotetica causa della tragedia di Refrontolo. «Una pioggia intensissima (che imbecillità chiamarle bombe d’acqua, come se ci fosse una guerra delle nuvole contro di noi) nella zona tra Cison di Valmarino e Refrontolo (Marca Trevigiana) – scrive Fulvio Ervas su Fb – ha determinato l’esondazione improvvisa e violentissima di un piccolo corso d’acqua. Sono state travolte molte persone, 4 sono morte, tante sono rimaste ferite in maniera grave.
    E’ lo stesso territorio che ho raccontato nel libro «Finchè c’é prosecco c’é speranza», luoghi bellissimi ma gestiti con scriteriata avidità. Siamo noi che ci bombardiamo da soli. I danni sono in funzione della nostra assenza di lungimiranza». L’intervento dello scrittore ha avuto in pochissimo tempo decine di condivisioni e commenti su facebook.
    Spiega Ervas, accalorandosi:«Siamo alla follia. Conosco bene quella zona del Molinetto della Croda, una zona che amo e su cui ho scritto molto. I problemi idrogeologici che incombono sull’area della colline del Prosecco devono fare riflettere: continue frane e smottamenti. Adesso questa tragedia. E’ come avere la pistola della roulette russa puntata alla tempia, o la va o la spacca. Ma non si può più andare avanti così». Lo scrittore trevigiano mette in guardia:«La percezione del rischio dev’essere separata dalla logica del profitto. Bisogna essere educati a questo, non è un gioco. Va fatto un serio monitoraggio del territorio, ci vogliono più geologi e più agronomi e che siano meno subordinati al Consorzio del Prosecco. I produttori poi devono mettere in conto le conseguenze che può avere il profitto: quattro morti mi sembrano ben più gravi di un’annata di guadagni scarsi. Basta chiudersi a riccio sulle critiche, i produttori del Prosecco devono imparare la cultura dell’ascolto e della verifica, riflettere su quanto viene loro detto».
    Ervas conclude con amarezza: «Adesso si piangerà per 15 giorni, poi si volterà pagina pensando alla sagra del peperone o dell’asparago». Il tema dell’eccessivo sfruttamento agricolo delle colline del prosecco sembra diventare sempre di più il centro di polemiche e scambio di accuse, dopo la tragedia di Refrontolo. Una coltura massiccia e «dissennata», che Fulvio Ervas aveva già descritto bene nel romanzo «Finchè c’è prosecco c’è speranza» (Ediz. Marcos y Marcos editore, pagine 301, 16,50 euro)

  • 01Ago2010

    Giovanni Dozzini - Europa.it

    Un buon prosecco ci salverà
    Le colline del prosecco sono la pelle increspata della marca trevigiana, dove il vino bianco che si anima di bollicine è cultura, memoria e filosofia di vita. Fulvio Ervas c’ha scritto su quello che si potrebbe anche definire un giallo a sfondo enologico, che ammicca fin dalla copertina, con quelle bottiglie di vino e quel serpente tentatore che regge in bocca un grappolo d’uva, e dal titolo. Finché c’è prosecco c’è speranza (Marcos y Marcos, 304 pp., 16,50 euro) è il quarto romanzo in cui si raccontano le vicende dell’ispettore Stucky, mezzo persiano e mezzo veneziano, un Montalbano meno smaliziato e forse appena un po’ più dimesso, che piace alle donne, apprezza la buona tavola e i buoni bicchieri.
    E sembra di entrarci davvero, nelle locande e nelle osterie di cui ci parla Ervas, cinquantacinquenne nato a due passi dalla laguna che di mestiere fa il professore di Scienze naturali al liceo e nel 2001 aveva vinto il Premio Calvino con un libro, La lotteria, scritto e pubblicato insieme alla sorella Luisa. Ci sono osti che parlano sempre e altri che lo fanno solo per lo stretto necessario, clienti abituali che si perdono nei loro calici e avventori occasionali che da quelle parti non ripasseranno mai più. E c’è, fuori, un mondo che sta impazzendo un po’, in cui gli interessi accecano, il denaro comanda le azioni e la politica pensa solo a giocare a dama col potere. Stucky, stavolta, si ritrova a indagare su un suicidio che a qualcuno non sembra un suicidio, e su un morto ammazzato che con quel suicidio, di sicuro, finirà per entrarci qualcosa. La scrittura è ironica, color pastello, Ervas si serve di modelli letterari consolidati – un vecchio nobile che si batte per difendere la tradizione, il matto del paese che va in giro a grattar via la ruggine dalle tombe, il prete di campagna che interpreta il ruolo con necessaria disinvoltura – e butta là qualche denuncia neanche troppo stemperata. Se la prende cogli inceneritori travestiti da cementifici che avvelenano l’aria e le carni degli uomini, architetta una messa in scena redentrice e offre occasione di riscatto a svitati ed emarginati.
    Più di tutto piace questo tono lieve con cui dà forma a un Nord-Est meno plumbeo e disilluso di quello spiattellato da altri autori, su tutti Massimo Carlotto, di cui Ervas può essere visto come un controcanto edulcorato e per certi versi complementare. E questo libro ti fa venir voglia di farci un salto, in quelle terre. Magari passata la vendemmia.

  • 01Ago2010

    Redazione - Gentlemen

    Quando l’oste chiede all’ispettore Stucky se il Prosecco lo vuole tranquillo, frizzante, fermentato in autoclave o in bottiglia, rimane deluso dalla risposta distratta di chi non sa decidere né forse distinguere un’etichetta dall’altra…

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  • 27Lug2010

    Fabrizio Quadranti - Cooperazione

    I capitoli in corsivo, il diario del pazzo del paese che, grattando la ruggine delle tombe, propone una sorta di Spoon River della regione del prosecco. E qui il romanzo assume altre connotazioni. Nel senso che la coralità di fondo si afferma pagina dopo pagina. E non è solo una questione di bollicine, ma anche di polvere, cioè di veleno che tutti respirano quotidianamente…

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  • 17Lug2010

    Marilù Oliva - Thriller Magazine

    Fulvio Ervas, classe 1955, nato a Musile di Piave, piccolo centro agricolo tra Venezia e Treviso, laureato in Scienze Agrarie, è insegnante di Scienze Naturali. Insieme alla sorella Luisa ha pubblicato “La lotteria” (Premio Calvino 1999) e “Succulente”. Dopo “Commesse di Treviso”, “Pinguini arrosto” e “Buffalo Bill a Venezia”, “Finché c’è prosecco c’è speranza” è il quarto romanzo uscito per Marcos y Marcos, con l’ispettore Stucky a risolvere le indagini. Proprio su quest’ultimo romanzo abbiamo intervistato l’autore…

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  • 15Lug2010

    Carlotta Romano - La Sicilia

    L’ultimo libro di Fulvio Ervas “Finché c’è prosecco c’è speranza” (ed. Marcos y Marcos) riporta al lettore le indagini dell’ispettore Stucky. Un viaggio per scoprire la verità su due uomini assassinati, il conte Lancillotto e un imprenditore poco scrupoloso nei confronti della terra che lo ospita.

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  • 14Lug2010

    Marilù Oliva - Carmilla

    Sono le colline venete del prosecco l’ambientazione di “Finché c’è prosecco c’è speranza” (Marcos y Marcos, 2010, euro 16,50), di Fulvio Ervas, classe 1955, nato a Musile di Piave, piccolo centro agricolo tra Venezia e Treviso. E proprio a Treviso l’ispettore Stucky, mezzosangue persiano e veneziano, protagonista di questo e di tre precedenti romanzi, tenterà di risolvere alcunimisteri, in primis quello dell’apparente suicidio del conte Ancillotto, fornitore di vini pregiati. Sembra strano anche all’ispettore Stucky che si sia tolto la vita proprio un uomo amante delle donne e soprattutto del vino, simbolo per eccellenza della vitalità. Sarà la bevanda degli dei il protagonista, silenzioso ed effervescente, a scorrere in sottofondo, metonimia di un tutto compreso tra la vigna – e la particella di terra – e il legno della botte, la bottiglia finale, la dedizione del viticoltore, l’umore –e l’amore- del consumatore finale. Stucky, col suo intercalare “Antimama!” e col suo sguardo apparentemente disteso sul mondo, condurrà interrogatori non proprio formali e attraverserà paesaggi descritti con pennellate veloci e intense. Che portano, nella loro descrizione, l’allegria del vino e la malinconia della bevuta che passa: «Stucky vedeva a stento i cartelli stradali, Ponte della Priula sul lungo letto ghiaioso del Piave, poi a sinistra, costeggiando il fiume, tra i nomi famosi della Grande guerra, Nervesa e Sernaglia della Battaglia, ancora a lato del fiume Soligo, dove il percorso non era esattamente una linea retta, piuttosto anse improvvise, bordi fittamente alberati, graziose osterie e clienti ondeggianti sul ciglio della strada. […] Lui seguiva i profili delle colline, lo sfondo di verde cartapesta che faceva dimenticare la pianura, accompagnava lo sguardo verso il cielo e, come una rampa, lo lanciava lontano». Ma accanto a questi scorci intatti, Ervas introduce con delicatezza anche la piaga del progresso, luoghi-non luoghi tetri come il cementificio dai camini svettanti: «Certe fabbriche hanno qualcosa di orrorifico, si capisce subito, al primo sguardo, che non sono luoghi sani, che vi si producono reddito e malattia con la stessa intensità. Invece il cementificio non aveva un aspetto maligno, vi si accedeva da una strada alberata, ottimamente collegata alla rete viaria poiché il flusso di camion, in entrata e uscita, era considerevole. Stucky la percorse piano, osservando la lieve patina di polvere, come un velo di zucchero, che ricopriva la zona. Polveri sottili. Le case più vicine distavano un chilometro in linea d’aria. Chissà se quella polvere gli condiva l’insalata».
O come cave di ghiaia, ditte di smaltimento, discariche, tutte collegate da reti di interessi che si fanno beffe del libero mercato e dei principi d’onestà, spesso con la compiacenza di amministrazioni locali. Un romanzo scorrevole, piacevole, con punte d’ironia e con la freschezza del prosecco. Un prosecco provvidenziale, in questo caso. Perché, se è assodato che in vino veritas, allora non c’è dubbio che in vino spes!

  • 27Giu2010

    Barbara Caffi - La Provincia

    Fulvio Ervas ha sempre un tono leggero nei suoi romanzi: ci si cura poco del morto di turno e ci si interessa quel tanto che basta all’assassino e al suo movente. Hanno, i gialli di Ervas, un che di frizzantino — soprattutto l’ultimo, Finché c’è prosecco c’è speranza — e tutto ruota attorno ai pensieri, invero un po’ confusi, dell’ispettore Stucky. E…

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  • 20Giu2010

    Redazione - Flair

    FINCHÈ C’È PROSECCO C’È SPERANZA: Dopo tanto rigore nordico, scaldiamoci con il giallo di casa nostra…

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  • 01Giu2010

    Gianluca Veltri - Il Mucchio Selvaggio

    L’autore torna a sguinzagliare il suo ispettore mezzo persiano Stucky in Finché c’è prosecco c’è speranza (Marcos y Marcos), giallo veneto a sfondo enologico ed ecologico…

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  • 31Mag2010

    Anna Renda - Il Gazzettino

    Scrive gialli nostrani e divertenti, ambientati tra la Marca di Treviso e Venezia. Che sono le sue terre. Fulvio Ervas vive a Istrana ma è nato a Musile di Piave cinquantacinque anni fa…

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  • 31Mag2010

    Redazione - Grazia

    RITORNA L’ISPETTORE STUCKY DI FULVIO ERVAS CON FINCHÈ C’È PROSECCO C’È SPERANZA, INSOLITO GIALLO TRA VIGNETI, OSTERIE E SOTTILI DIFFERENZE TRA VINI CHE POSSONO COSTARE ANCHE AL VITA…

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  • 26Mag2010

    Giorgia Taffarelli - Il Mattino di Padova

    Sta per finire l’attesa dei fans dell’ispettore Stucky, il poliziotto della questura di Treviso, mezzo veneziano e mezzo persiano, le cui indagini raccontano il Veneto di oggi con tutte le sue contraddizioni…

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Finché c’è prosecco c’è speranza