Fermata del tempo

Archivio rassegna stampa

  • 26Nov2018

    Giacomo Cerrai - ellisse.altervista.org

    Di Spigno, come ad esempio De Lea (v. QUI , – ma con altri esiti, altre tonalità, un diverso uso plastico della lingua), è poeta in cui la scrittura è ricerca di rassicurazione e identità. Lo è per diversi aspetti, a cominciare dal suo “sforzo di frenare o addirittura di arrestare il flusso del tempo, di illuminarne una fermata” (Umberto Fiori in prefazione), il che mi pare significhi, anche alla luce dei testi di questo libro, non solo una ricognizione per momenti e luoghi topici della propria vita, ma anche la ricerca in essi del proprio essere attuale.

    E’ in altre parole un ragionato ritorno a casa (dovunque in realtà essa sia), in cui però la nostalgia ha un’importanza relativa, è più motivo lirico/elegiaco che epico o tragico, poiché mi pare vi manchi un’eco lancinante, come se Di Spigno di quella “casa” riconoscesse più la forza evocativa e identitaria che la sua mancanza. Luogo che tuttavia certamente non “sembra proprio una casa qualunque e indolore” (in La nudità, Pequod, 2010, v. QUI ), una specie di disperso, molteplice e personale “posto delle fragole” su cui Di Spigno posa uno sguardo essenzialmente rivolto al passato, facendo un po’ il punto della propria vita. Se il tempo ha un senso, quindi, – e qui sta parte della rassicurazione – , è per il suo essere storia e replica (come rappresentazione) di eventi e luoghi (Roma, Gaeta, Napoli, Anzio, la Calabria…) per così dire filogenetici, di cui cioè il poeta reca traccia in sé. E poiché storia è narrazione di sé stessa e di chi trascina con sé, ecco che ne consegue naturaliter la scrittura che Stelvio ritiene più adatta, un flusso di cui avevo già parlato brevemente a proposito de La nudità, appunto narrativo, a volte ipertrofico, a volte predittivo, e in cui, come accennavo prima, trova talvolta il suo spazio anche l’elegia pura, quasi foscoliana, come ad esempio in Faville, ma con un certo equilibrio (ha ragione ancora Fiori in prefazione) e poco timore di lanciarvisi pur col rischio calcolato di qualche sbandata, conoscendo come un pilota il suo mezzo, le sue parole. In un certo senso Di Spigno cerca e trova un’altra rassicurazione proprio in questa lingua in cui quel che devi dire e la forma in cui lo dici sono indissolubili, nella quale cioè elemento fàtico e funzione poetica sono così fusi che il carattere lirico/elegiaco vi trova la sua collocazione naturale, non extra ordinaria. Ne è così convinto che a volte si allunga e dilunga, come già avveniva ne La nudità, non è poeta che lavori per sottrazione, tende semmai a non buttare via niente di quel che ha da dire, fossero anche i nomi di persone e luoghi che risuonano, per ovvie ragioni, solo per lui. Sia i luoghi che la scrittura sono per Di Spigno, a mio avviso, spazi mentali o ricordi “affidabili”, che è necessario in qualche modo non tradire, omaggiando e rinovellando i primi con la seconda, anche con una certa maestria lessicale, con una capacità connotativa e a volte esornativa del “fatto” che tende a dare una certa aura “mitica” all’oggetto del poetare, ma che crea in definitiva una tessitura di rilievo. Quando Stelvio riesce ad allentare un po’ la pressione sull’acceleratore del dire, a favore di una emotività meno mediata, consegue gli esiti più alti come quelli (v. Il distacco) contenuti nella sezione Generazione mortale, a mio avviso la migliore del libro insieme  a Le radici sepolte.

    A pensarci bene più che di nostalgia o di ritorno ai lari, di tratta di malinconia/rimpianto, spesso con uno schema classico e abbastanza ricorrente di enunciazione/ipotiposi del ricordo seguita da una ripresa attualizzante/riflessiva (“Eppure quando torno…”, “E ora eccomi qua…”, “Ma intanto passano i treni…”, “Qui ho vissuto tra gente…”, “Ora io ti penso…”, “L’alba ride come allora…”, “Ecco cosa ripetono i miei anni…”, “Li rivedo in lontananza…”) con un andamento leopardiano, come ne La quiete o ne La vita solitaria per capirci, che si ritrova anche in un uso esteso del verso libero ipermetrico che già avevo notato a suo tempo, segnato più da spezzature che da enjambement significativi (ma vale la pena rimarcare anche qualche eco pasoliniana, come in Trastevere ore quindici). Tutto sommato quello di Di Spigno non è un mondo particolarmente complesso, perché non è particolarmente moderno (e nemmeno postmoderno), descrive – spesso molto bene – dinamiche intime su sfondi che, al di là della geografia, da un punto di vista lirico potrebbero essere ovunque, salta a pie’ pari (per fortuna) tutti i mugugni della crisi dell’uomo di oggi di fronte al nulla, preferendo cantare le sfumature di un esistenzialismo semplice. Entro il quale, in una prospettiva ben definita, contenuta nelle due direttrici passato/presente che tendono a riprodursi (il presente è già un passato), l’individuo/poeta si pone come custode di una memoria che aspira ad essere “non per rimpiangere, piuttosto per sapere dove andare”. Cioè una memoria non lapidaria, malleabile. Ma, dice l’autore, “siamo una specie senza predizione”, cioè senza futuro, senza contare che “il tempo non avanza di un momento”. Solo la poesia (ed è la fede di Stelvio) può sperare di risolvere una tale aporia.

    http://ellisse.altervista.org/index.php?/archives/920-Stelvio-Di-Spigno-Fermata-del-tempo.html

  • 01Dic2017

    Massimo Morasso - Capoverso

    Fermata del tempo, quarto libro del napoletano Stelvio Di Spigno, è uno dei libri più interessanti di questi anni, non c’è alcun dubbio.

    Partiamo dalla fine, per capire. Dei cinque “amici” ringraziati nella nota dell’autore (Antonella Anedda, Silvia Bre, Stefano Dal Bianco, Claudio Damiani, Umberto Fiori – autore della prefazione) gli ultimi tre sembrano far capolino nei versi come una sorta di “ganga” linguistica – tutt’altro che sterile, tuttavia – mentre le prime due vengono avvertite un po’ come le “stelle polari” dell’orientamento generale: non tanto presenze che stanno dentro al flusso verbale, quanto nunzi sidereo-carnali che si muovono nei pressi di un con-sentire essenziale. Del modo proprio e individuale di questa raccolta, sono amabili in particolare i passi dove ancora s’avverte quelli che Fiori in sede introduttiva definisce “spigoli e torsioni”, attribuendoli, con sollievo, ai libri precedenti di Di Spigno. Controfiorianamente, invece, sono contento che ancora ci siano, sparsi qua e là, quegli spigoli e quelle torsioni, a dar testimonianza di un attrito intra-linguistico fecondo, o, per dirla semplice, a dar segno anche stilistico di una dialettica in corso d’opera, come accade di pensare di fronte a qualche ciuffo d’erba sghemba che resiste, nonostante tutto, fra le geometrie di un acciottolato dalle ragioni fin troppo piane e auto-evidenti, per così dire. Se un pericolo c’è, nella schietta narratività di questo libro, così intensamente perseguita, a mio avviso, sta nella confusione fra il semplice e il facile. Da grande ammiratore del romanticismo tedesco e non solo, amo il semplice e non riesco a non storcere il naso di fronte al facile, foss’anche d’autore, e foss’anche di un autore noto. Dico «se un pericolo c’è»: ma Di Spigno lo sa bene, che quel pericolo esiste, e se ne scampa sempre, o quasi sempre, con invidiabile colpo di pollice, stigma di talento duttile e percettivo. Tanto che anche per l’artigiano che c’è in ogni vero scrittore, direi che c’è da imparare una misura, dal passo e dal ritmo di Fermata del tempo – un passo e un libro che vengono anch’essi dopo la lirica, perché non si sfugge allo Zeitgeist, ma inesorabilmente, anzi per fortuna, pur sempre nella sua grammatica e nella sua intenzione. E chiudiamo, invece, dall’inizio, dalla prima sezione di Fermata del tempo, dal titolo inequivocabile: Le radici sepolte.
    Le poesie in essa contenute sarebbero da chiudere in uno scrigno con su scritto Subrisio saltat, di cui scrisse Rainer Maria Rilke nella Quinta delle Duineser. In questo libro dove tutto è raccontato, l’autore sente con «infamia» la necessità del racconto di se stesso. Ma può dormire sonni tranquilli. Gli infami sono altri. Ce n’è a mazzi, in giro. E s’ingolfano, e c’ingolfano, e vincono anche dei premi. E sono inascoltabili.

    “Capoverso”, n.34, luglio-dicembre 2017

  • 02Lug2017

    Paolo Romano - 12mesi.it

    Lì dove va a fermarsi il tempo, nel limbo d’una poesia totale

    Poesia confusa con la vita e vita confusa con la poesia. Esiste un’osmosi che non ha bisogno di costruzioni e sovrastrutture, un’esperienza totale di scrittura, persa nel vortice dell’atemporalità del tempo presente. Ne è interprete Stelvio Di Spigno che con il suo ultimo libro di poesie “Fermata del tempo” (Marcos Y Marcos), presenta un campionario di versi vissuti tra memoria e presentificazione, un annullamento del tempo che non corrisponde al classico “eternare” dei poeti, quanto piuttosto ad una sospensione che trova nel registro della memoria lo spazio dove il tempo può adagiarsi immobile.

    Lo sottolinea anche uno dei più grandi poeti italiani contemporanei, Umberto Fiori, nella prefazione al volume : “La musa di Di Spigno – scrive Fiori – è classicamente – figlia della memoria. Il suo sforzo è quello di frenare o addirittura di arrestare il flusso del tempo, di illuminarne una fermata, appunto, per chiarire un’identità che rischia di perdersi, travolta dal corso caotico e inconcludente dei giorni. L’io lirico non si astrae, non si sublima: è nell’ordinario della vita e degli affetti che cerca le proprie ‘radici sepolte”. In una sorta di lessico famigliare mai assunto a mito delle radici, Di Spigno prova a trovare corde e appigli per rimanere ancorato nel reale, senza fughe nell’immaginario e senza incarnazione totale. Il risultato è una sorta di limbo comune, dove il livello letterario e quello esistenziale finiscono per convivere e per confondersi, nell’ottica di quella totalità espressiva di cui si diceva all’inizio. Il tempo diventa per Di Spigno quasi “un amico di famiglia”, il grande ospite con cui si è convissuto da sempre. Ecco quindi che in “Contabilità infinita (Annum per annum)” il poeta sembra accomodarsi ai tavoli di Crono: “Gli anni mi si siedono davanti./Sui sandali, vestiti da padroni./Parlano”. Le affabulazioni si infittiscono di poesia in poesia e tutto il libro sembra caratterizzarsi come offerta di frammenti, spezzoni di conversazioni imprecise e imprecisate. Sul tram del tempo le fermate sono diacroniche e geograficamente allergiche a qualsiasi tentativo d’essere irretite in qualsiasi mappa. Così i luoghi, le persone, le situazioni, i ricordi e gli accadimenti entrano a far parte di uno stesso personale viaggiante. I versi di Di Spigno parlano come si può parlare con disinvoltura ai personali fantasmi della propria mente. C’è attualità nel fluire del ricordo e c’è presente nel conteggio dei ieri; il poeta sembra ricordarcelo baypassando il paradosso e costruendo le sue impalcature di versi a ridosso dei palazzi della mente: “Ci hai portato a palazzo, ti abbiamo vaccinato,/come un pezzo d’avorio infarinato/di segale ferrigna e minestra di dolori,/e noi a farti da balia, perché non ti perdessi,/mentre tutto era contato, era meno di niente, e tu/squadernato di smanie, senza frutto, senza onore,/una scopa col manico di sale./Hai vissuto in stratosfera, hai muggito/credendo a ogni fuoco castrato in desiderio,/e  il tuo tempo, smisurato, fu una fede/messa al dito per dispetto, l’hai pestato/nelle corse di notte, con le donne degli altri,/con le droghe e le toghe di cui si veste chi è doloso./Ora vengono i treni pieni d’altri messi male:/l’odore di vergogna, il sudore del paesaggio,/cemento dentro e fuori, l’inferno incatenato/momento per momento. Dappertutto,/un diamante sfiorito nel suo osso./Ecco cosa ripetono i miei anni./Non posso rinfacciare. Non ringrazio, non ho vita/da opporre alla fatica. Solo che non duri/il silenzio di quanto mi ha scaldato. Che il teatro/non mi resti sulle spalle senza attori”. Di Spigno ci regala un itinerario cinetico-metafisico di versi sulla strada della vita. Il suo è un viaggio “on the road” sulle strade scalcagnate dell’esistenza e della memoria, dove nessuna via e agevole e dove molte strade sono interrotte.

  • 01Lug2017

    Emanuele Spano - Almanacco di poesia

    A guardare il titolo di questa raccolta di Stelvio Di Spigno che riesce, come avverte in calce lo stesso autore, a compattare materiali eterogenei e a farne un libro armonioso che quasi non patisce la cesura netta imposta dalla cadenza delle sezioni, si potrebbe pensare che il senso intero della sua scrittura sia racchiusa in quell’immagine tanto densa.

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  • 01Ott2016

    Elisabetta Monti - L'Azione

    Nella fermata del tempo

    Cesare Pavese scriveva nel suo Il mestiere di vivere, che le cose si scoprono attraverso i ricordi che se ne hanno. Ricordare una cosa significa vederla per la prima volta. Stelvio Di Spigno è un poeta che proviene dal passato e al passato ricongiunge la tramatura dei suoi versi come fosse proprio la prima volta che scorre, stupefatto, “la quantità dei giorni” accumulati.

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  • 30Set2016

    Silvia Guidi - L'Osservatore Romano

    Gian Burrasca ante litteram

    «Ora tu sei, minestra, dei versi miei l’oggetto / e dirti abominevole mi porta gran diletto». La poesia prosegue su questo tono con altri allegri, birichini versi martelliani, ma la cosa sorprendente è la firma: Giacomo Leopardi. Sembra una parodia ma non lo è: con queste parole un Giacomo non ancora dodicenne prende in giro la cucina della nonna e non lascia adito a dubbi sulla sua avversione per le zuppe.

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  • 15Set2016

    Lucilla Noviello - www.affaritaliani.it

    Ritrovi. L’arte poetica e il coraggio di pubblicarla: Stelvio di Spigno, Fermata del tempo, Marcos Y Marcos

    E’ meno semplice leggere la poesia, meno usuale, probabilmente. Sembra essere un genere per pochi, per coloro che in particolare amano la carta, o non badano al passaggio del tempo. Oppure semplicemente è un genere che, per quanto occupi poco spazio in un volume, abbia generalmente posto dentro una rilegatura sottile, presenta una densità propria – una sua specifica e spessa densità di genere – da produrre un rispetto che spesso trova il suo limite nel timore. Ma la poesia – quando è arte – si impone da sé. Ha solo bisogno di essere letta, appunto, come un qualsiasi altro messaggio scritto: un romanzo, un fumetto, un sms, o un vecchio volume della Treccani. Ha solo bisogno di essere conosciuta, sciolta, resa leggera nel suo dispiegare la parola – e soprattutto la composizione – affermandosi come opera e non come esercizio privato.

     

    Il libro di Stelvio Di Spigo, Fermata del tempo, edito da Marcos y Marcos, è una raccolta di composizioni poetiche su cui il lettore – grato al coraggio di quegli editori che ancora pubblicano poesia in un Paese come il nostro dove l’arte poetica esiste ed è riconosciuta al di là dei premi e delle politiche, per fortuna, perché i poeti si impongono da sé – potrà trovare la parola contemporanea e  la metafora classica; su cui non rimpiangerà di aver incantato la propria cultura o la propria ingenuità lasciandosi guidare in un percorso di memoria; di ritrovi tra morti; di riflessione, a volte cinica a volte mirabilmente infantile, su ciò che mai il futuro sia. Su ciò che ci negherà.

    Su come lo sviluppo potrà esistere – quello di una terra o di un essere. Composizioni poetiche come La strage di Filippo in cui la tragedia è una dimensione così piccola e umana da diventare ancora più difficile da guardare nel suo nero centro opprimente; oppure Questioni di pronuncia in cui la gioventù, anche se tristemente, è pur sempre qualcosa di lieve e circolare; o Fotografie dell’epoca assoluta che sembra rappresentare  il passato di ognuno di noi: non perché somigli a qualcosa che a ognuno di noi sia capitato ma perché rende tutto uguale il miserevole che, pur se andato via, pur se trascorso, ancora ci commuove, ci fa pena – come solo noi stessi sappiamo farci pena – e ci riporta l’immagine riflessa di noi stessi, come umanità semplice ma non ancora salva.

    Stelvio Di Spigno, Fermata del tempo, Marcos y Marcos editore. Pagg. 111. Euro 15,00.

  • 01Set2016

    Daniele Piccini - L'Indice dei Libri del Mese

    Fermata del tempo

    La biografia di un poeta è un semenzaio fondo e misterioso. Attingervi non è mai privo di rischi e scriverla, quella biografia, non significa mai ricalcarla, ma inventarla, farne una materia indefinita e franca, sottomessa alla legge delle cose e insieme fuggitiva, implorante, diversa. Stelvio Di Spigno (nato a Napoli nel 1975) è poeta del trobar clus: un poeta cioè non aperto nè facile, ma introverso, sigillato.

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  • 01Lug2016

    Sabino Caronia - Studium

    Stelvio Di Spigno Fermata del tempo

    Vien fatto di richiamare per quest’ultima raccolta di Stelvio Di Spigno, Fermata del tempo (Marcos y Marcos, Milano 2015), lo Sbarbaro di Pianissimo («A volte sulle sponde della vita / Preso da un infinito scoramento / mi seggo: e dove vado mi domando, / perché cammino…»).

    Il senso di estraneità dal mondo, la meditazione leopardiana sul trascorrere del tempo e il perdersi della memoria («le generazioni passano / come onde di fiume») di Sbarbaro, non possono non essere tenuti presenti come fa il prefatore, Umberto Fiori, anche per il poeta napoletano.

    E non a caso vien fatto di richiamare quel volume di Sbarbaro che Mengaldo ha definito “il primo vero esempio di poesia che torcesse radicalmente il collo all’eloquenza tradizionale senza l’aria di volerlo fare”.

    Di Spigno infatti, «classicista impoverito», secondo la definizione di una sua raccolta precedente, Formazione del bianco (2007), rifiuta la tendenza a voler stupire della generazione a cui appartiene, quella dei nati negli anni settanta.

    La musa del Nostro è figlia della memoria, come scrive giustamente il prefatore che osserva: «Il suo sforzo è quello di frenare o addirittura di arrestare il flusso del tempo, di illuminarne una fermata, appunto, per chiarire un’identità che rischia di perdersi» alla ricerca delle proprie «radici sepolte».

    Da questo ricordare( i nonni, la madre, le zie), da questo voler, direi quasi, fotografare una geografia del cuore (Fotografie dell’epoca assoluta si intitola significativamente quello che si può considerare una sorta di manifesto di poetica), nascono alcuni dei componimenti più felici, come Il pranzo delle zie.

    Certo, Fermata del tempo è il racconto di una iniziazione al vero, secondo la lezione del prediletto Leopardi, ma ciò che soprattutto interessa è la presenza di una religiosità tanto profonda quanto poco esibita

    Si pensi al componimento di apertura: «Il ricordo mi distrugge eppure / ascoltare le campane / altrove mi riporta / alle calle della vecchia chiesa, / a mio zio che le metteva sull’altare / senza lasciarmi la mano”.

    Si veda soprattutto Ballata del giorno normale dove chiaramente risulta quel sentimento delle distanze che pone nella vita dell’uomo l’esigenza implacabile dell’infinito: «Milioni di anni sotto i piedi / e nessuno sa dirmi cosa mi aspetta. / Siamo una specie senza predizioni. / E col presente non va meglio: / cos’è questo tutto che mi circonda, / quanto è larga la parola destino, / quando incontrerò qualcuno / che mi somigli».

  • 01Giu2016

    Simone Lucciola - DeComporre

    Stelvio Di Spigno – Fermata del tempo

    Pasolini scriveva di Sandro Penna che la sua poesia aveva deliberatamente ignorato l’esistenza della ferocia del fascismo – assorta com’era nella contemplazione della bellezza della vita – e più in generale ci s’attende dal testo poetico, a livello critico, una totale astrazione dal contesto storico o la sua esatta antitesi, quasi che la sua connotazione introspettiva e l’avventura collettiva non possano materialmente coesistere nella medesima pagina scritta, e dunque il poeta debba essere necessariamente bianco o nero, voce di se stesso o voce di una moltitudine. Stelvio Di Spigno – pubblicando un libro come Fermata del tempo, che può essere compreso intimamente soltanto dalla generazione dei nati negli anni sessanta e settanta del Novecento – rappresenta invece una tonalità esemplare del grigio, ponendosi a cavallo tra queste due dimensioni, e la grande modernità del suo lavoro, seppur dissimulata da una continua rivendicazione di piglio vintage, unita a un sentore di Sud Italia brancatiano, risiede per l’appunto nell’abilità con cui si destreggia nel gioco sulla fascia mediana.

    Si può guardare a Di Spigno, a prescindere da questa considerazione, da svariate angolazioni, ognuna meritevole di un qualche interesse: alcuni recensori faranno leva sulla religiosità di cui il testo è intriso, altri si soffermeranno analiticamente sulla sua metodica scansione, un concept già caro agli autori del secolo scorso, ma anche un rimando al poema (epico, per certi versi) di cui la prima sezione del libro, intitolata La stessa faccia e conchiusa in un unico componimento autoconclusivo, andrebbe a costituire senz’ombra di dubbio il proemio. Altri ancora percorreranno a ritroso i tre lustri di carriera, dal suo Mattinale alla Formazione del bianco a La nudità, alla ricerca delle sottili analogie tra un capitolo e l’altro che sono proprie di un’autorialità organica, ma non a tutti sarà data – per opinabile privilegio d’anagrafe e forse anche semplicemente geografico – la sottile crudeltà di un’identificazione con l’Io narrante, prima ancora che poetante, dunque il sentimento di appartenenza a un Peripato sbandato di quarantenni cresciuti all’interno di un contesto domestico privo di connotazioni borderline, ma forte contemporaneamente di un vademecum di valori astratti e per lo più universali e obsoleti: di linee guida comportamentali che conducano nobilmente alla caligine di un diagramma di flusso che si rivela fallace, a una schiera compatta di mulini a vento da affrontare quotidianamente senza alcuno scudiero se non il ricordo inconsolabile di un’eredità di incertezza.

    Vissuti in periferia. O in una villa tra due strade. / Sempre pronti a scappare. Dalle montagne al mare, / dalle scarpate ai pendii. Sempre in vacanza, in bilico, / benché lavoraste alacremente. Essere senza essere / è la grazia di chi regge il timore. Come in una reggia / tutto si diceva ma con parole errate, statiche di rabbia. […] In silenzio, al plurale, con nessuna meta a cui arrivare. / Sempre in mezzo alle cose e quasi fuori. […] Di tutto avete fatto, per rimanere puri. Anche vivere male, / con poco fuoco, con scarso vitto e alloggio […]

    Il titolo del volume – come sottolinea Umberto Fiori nella prefazione – è particolarmente importante, perché contiene in sé una risposta, un ossimoro possibile unicamente nell’esclusiva dell’artificio poetico: il che non è la riproduzione mimetica e autobiografica del vissuto e dei suoi protagonisti, ma una sua idealizzata cristallizzazione, sulla base filosofica della consapevolezza che “i morti diventano noi, danno la vita a uomini presunti, / commuovono tutti e spariscono come fumo”.

    Li rivedo in lontananza: per poco che li ho conosciuti, / questi alati che si alzarono prima di noi, / un altro tempo mi è entrato nelle vene: / ho avuto due vite, una loro e una mia, so come / si parlava nel ’30 o nel ’50. Tra il privilegio di allora, / e il dolore di oggi, si formò un uomo, la sua identità.

    I Lari di Di Spigno, per quanto parlanti, non sono dunque tanto le lapidi antropomorfe di una personale Spoon River, quanto una compagnia costante, un moto interno, una catena di anelli del DNA. Di qui il ricorso alla metonimia, implicita o esplicita: il nonno, con la sua weltanschauung, diventa una catena d’oro ereditata, che è insieme icona, reliquia e medaglia; berretti, bottoni, vestiti impomatati e mentine conservate nei cassetti da decenni – immagini volutamente crepuscolari oltre il limite del gozzaniano – sono null’altro che la transustanziazione dei loro originali proprietari. Lo stesso principio vale se applicato ai contesti: Napoli diventa “metropoli quattordicenne”, perché nella rimembranza adolescenziale dell’autore egli stesso è Napoli: ma anche Gaeta, Formia, Minturno, l’intera cartografia del Sud Pontino e del Golfo che lo finitesima a conchiglia, panorama di un passato (concepito come) sostanzioso ed evaporato in un presente anemico, che può ammettere senza vergogna l’ausilio necessario di “medicinali corrosivi per la mente” allo scopo di ripristinarne vagamente la coloritura.

    Il bruco del treno ritorna nel presente, / nel gorgo della folla e nella pratica del niente.

    La realtà, quella sensibile, è una parata di treni da prendere insieme a mille altri pendolari, sono rapporti sociali inconsistenti o forzati dalle circostanze di un lavoro che viaggia su un binario parallelo a quello del desiderio: ma ci sono fughe ideali a surrogare la gioia di vivere, che fanno parte oltretutto di una storia familiare; si pensi in particolare a questi versi, che sono i più solari del libro e che fanno pensare a un road movie:

    […] Estate benedetta, che mi riporti / dove tutto è cominciato. Agosto torrenziale, / che mi fai vedere a figura intera i volti, i templi / i tempi in cui tutto si è interrotto. Fuoco per ogni dove, / fuoco su di me. Sparate pure, non mi prenderete. / Non ancora, tra le rotonde e le spiagge con nomi / californiani, anche la fine perde l’orientamento.

    E se ogni tomo di un poeta corrisponde poi realmente a una fase stabilita della sua esistenza, che è proiettata giocoforza verso il futuro finché c’è, mi piace arrestare bruscamente qui questa disamina, e pensare che Fermata del tempo – a prescindere dalla fede – sia ancora un libro di speranza, un sentimento fruibile soltanto dalla soggettiva dei bambini e degli ingenui: è questa fortunata prospettiva, del resto, tutto quello che si può augurare al poeta e soprattutto all’uomo – la cui sofferenza è esibita e non si può ignorare – foss’anche la mia soltanto una pia illusione, o la mano sulla spalla di un amico redivivo.

    […] il mio numero l’ho lasciato a Elvio, / so che è fuori, ma vedrete che torna”.

  • 17Apr2016

    Rodolfo Di Biasio - Oggi

    Tempo e Memoria in Di Spigno

    Ho voluto far passare qualche mese prima di mettere su carta le mie impressioni di lettore su «Fermata del tempo» (Marcos y Marcos, Milano 2015) di Stelvio di Spigno. Da una parte ho voluto per così dire frenare il mio interesse per un poeta che ho visto crescere (e che ho quasi tenuto a battesimo con il suo «Mattinale») e dall’altra, cosa che sempre mi accade, ho voluto leggere e rileggere il libro in un tempo ampio durante il quale ho potuto consolidare quelle mie impressioni su una poesia lavorata stilisticamente e che richiede interamente l’attenzione del lettore.

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  • 11Mar2016

    Alessandro Ramberti - Farapoesia.it

    Versi che innescano domande: su “Fermata del tempo”

    Questa notevole raccolta poetica ci offre una visione del mondo e di ciò che sta oltre la visione sensibile in componimenti caratterizzati da versi per lo più lunghi che hanno il ritmo della risacca: c’è un mormorio di fondo (meglio, la suggestione di una sinfonia mahleriana) che pare cullare anche i versi più doloranti, i momenti più critici, le questioni più angoscianti o sospese (non a caso l’esergo è pascaliano ed inizia con le parole “Se non ci fosse alcuna oscurità, l’uomo non sentirebbe la sua corruzione”). Il poeta si espone, ci parla di sé, delle persone che ama, di quelle che hanno comunque lasciato in lui una traccia importante (“Mio nonno, il comandante, dilaniava i giardini. / dava fuoco all’aurora…” p. 35), di luoghi, di viaggi… condivide pensieri, meditazioni, preghiere sobriamente e laicamente inserite in varie poesie. Ci offre immagini vivide, pastose e dagli accostamenti audaci: “Tracce di ferro e cemento steso male / fanno da confine all’aria angolata. Poi c’è l’orto che da sempre / s’incanta col pineto, e un mucchietto di utilitarie / che stanno in silenzio, (…)” (Faville, p. 33).

    “Fermata del tempo” è un titolo che esercita su di me (di formazione scout) un certo fascino: mi ricorda il “fare il punto” cioè determinare la propria posizione in una mappa topografica, con tutte le interpretazioni metaforiche e allegoriche che la cosa comporta. La prima sezione si intitola “La stessa faccia” ed è composta di 7 brevi (sei o sette versi) movimenti con un titolo fra parentesi (sottrazione) che si direbbe tautologicamente rivelatore di un mancanza, di un vuoto. Nel secondo movimento è scritto: “il volto è sempre quello mentre / il corpo se n’è andato” (p. 17). Forse questo distico può essere una chiave della raccolta?
    La seconda sezione, “Le radici sepolte” (di sapore ungarettiano?), ha in esergo versi di Drummond de Andrade (“La festa è finita, / la luce si è spenta…”) che esprimono molto bene la saudade, e si apre una poesia che esprime il desiderio del paradiso ove possano essere ricomposti gli affetti “insieme nel puro silenzio” e “senza dovere niente alla fatica e al lutto / al mancare interno e al rischio dell’eterno” (p. 23). Mi ha qui colpito non tanto il desiderio di essere “per sempre nello stesso giorno / magari d’infanzia o adolescenza” (di questo parla ad esempio anche Fabrice Hadjadj ne Il paradiso può attendere, Lindau 2013), ma l’immaginare il paradiso come “puro silenzio” mentre, specie da un poeta, ci si attenderebbe più la consueta immagine di un iperspazio fuori tempo (siamo comunque al di là dello spazio-tempo) ripieno di musica sublime. Forse Di Spigno privilegia un fermo-immagine, un silenzio assoluto che accolga (come il bianco i colori) tutte le musiche e tutti i movimenti?
    Nella poesia successiva, “Parole da libro dell’infamia” (p. 24) ho sottolineato questi versi che credo rivelino un po’ i segreti della sua officina poetica: “Le parole si svelano con gli anni. Prima / sono vento che tace. Quanta luce è possibile che passi / da corpo a un altro, da una mente a un’anima, perché diventi sé stessa e non un’altra”. Li trovo di una sfolgorante bellezza e ancora una volta abbiamo una metafora (o meglio una kenning, come ci ha rivelato Borges) del silenzio: “Vento che tace” potrebbe suggestivamente essere il nome “indiano” di Stelvio.
    In “Prosa della madre incantata” (p. 30) troviamo i versi: “Era una donna e insieme una finestra, mai cresciuta. / (…) / Una volta l’ho raggiunta nel ’70: / non sono ancora nato ma parliamo, / sento la sua pietà come il suo sonno”. La poesia emana nel complesso bagliori tragici, anche se il registro scelto e molto anglosassone.
    In “Faville” (p. 34) il poeta canta: “Qui voglio morire, perché l’anima piagata / non trova né una donna né un luogo migliore / per dare tutta sé stessa  al silenzio finale dei vecchi. / La compagnia dei fiori di campo mi farà / da corteo funebre e l’Irpinia, lontana e senza foschia, / intonerà un concerto come solo il vento, / incastonato tra i rami dei pini e i trifogli argentati, / sa fischiare tra i corridoi immensi delle case, / anche se preferirei il fuoco delle stoppie / per capire se Dio mi è stato amico negli anni di vigilia.” Mi sembrano versi dai molteplici echi biblici: il “vento” mi ricorda lo spirito di Dio e la sua energia vitale e creatrice, “l’anima piagata” il Salmo 41/42 (Come una cerva anela…); “il fuoco delle stoppie” il roveto ardente di Esodo 3… Sono poi menzionati luoghi cruciali probabilmente da annoverare fra le “radici sepolte”.
    Nella sezione “Napoli rivisitata” la poesia “Senza vergogna” ci offre un esempio particolarmente intrigante della poetica del Nostro, giocata su un umorismo venato di drammaticità, su un’autoironia che denuncia al tempo stesso con giornalistica precisione le cose che non vanno in te e nel mondo “fuori” (un mondo che non rado è davvero “fuori di sé”), le questioni che ci smuovono e pungolano e al tempo stesso ci bloccano sulla soglia delle scelte: “… Vorrei vivere poco, / ma dopo mi resterebbe, seppure in paradiso, / troppa curiosità. Sono tutto e il suo contrario, / l’arte di tenermi insieme è più difficoltosa / dei primi gorgheggi quando studi canto” (p. 43). E alla fine si parla delle lacrime che scaturiscono dal vedere al proprio posto nel coro i nuovi adolescenti: il ricordo del poeta adolescente gli fa piangere lacrime più amare di quelle “del primo vagito”: entrare nella vita è (solo) amaro pianto?
    Ed eccoci cursoriamente arrivati alla sezione “I testimoni”. Da “Preghiera del mezzogiorno” (p. 53) estraiamo questi versi: “Sarebbe magnifico evaporare, / essere fiore, strada, frontiera, / ascoltare quello che dicono i risorti / con la loro voce di gloria, col permesso / del paradiso in persona, sarebbe intramontabile, / la gioia di lasciare il corpo, assestare la mente, / annientarla nella luce oltremontana, dire credo / che qualcosa cambierà…”. La morte è il frutto di tutta una vita, come diceva un poeta tedesco…
    In “Trastevere ore quindici” (p. 63) è scritto: “ci assomigliamo ma qualcosa ci divide, / e questa cosa è la parola che invece condivide”. C’è dunque una parola “diabolica”, mentre la vera parola (magari con la P maiuscola) abbraccia?
    Nella sezione “Generazione mortale” che si apre con una citazione di Isaia 22,13 di sapore qoheletiano (v. in particolare il cap. 3: “Ogni cosa ha il suo momento, ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo: Tempo di nascere e tempo di morire, / tempo di piantare e tempo di sradicare, / tempo di uccidere e temo di curare / tempo di demolire e tempo di costruire, / tempo di piangere e tempo di ridere / (…)”, versione Edizioni San Paolo 2014), a p. 68 si invoca il perdono di Dio. A p. 71 si constata che “La vita è tutta un debito. Attorno è terra bruciata. / L’uomo deve vivere, invece sopravvive”. A p. 73 (Trentasette primavere, interessante la coincidenza dell’inversione delle cifre) il poeta fa il punto del suo cammino e confessa che “A trent’anni la vita si spezza e non si rialza. Lo vedo da me, / coricato in questa clinica per dementi di cuore, per afflitti / da vene in coma e otturazioni di arterie. Dicono: realizzati”. A p. 78, pensando ai suoi cari defunti, Stelvio scrive che “la parete della morte / non si fa attraversare. Loro sono oltre, io dall’altra / parte, non se se partire, restare, pregare / per una vita breve”.  A p. 81, in “Ballata del giorno normale” (scritta in corsivo forse perché musicale?) attesta che “Siamo una specie senza predizione. / E col presente non va meglio: / cos’è questo tutto che mi circonda, / quanto e larga la parola destino, / quando incontrerò qualcuno / che mi somiglia. // Anima, sole, castrazione / di ogni volontà”. Ecco ci pare significativamente sotteso un significativo rapporto con la fede: una scommessa pascaliana e/o nell’incarnazione troviamo davvero amico e prossimo nel prossimo Colui in cui vale la pena di “ricapitolarci”?
    Nella penultima sezione, “La buona maniera“, nella poesia “Nautica popolare”, si rievoca il mito di Ulisse: “… a niente, se ci pensi, servono gli uomini, / se non hanno nel cuore un luogo eletto, / una patria o nazione immaginaria, dove fuggire”. Forse la poesia stessa è per Di Spigno questo luogo eletto.
    L’ultima sezione, “Lettera di una badante”, consta di un solo componimento intitolato (lento con grazia), attribuito a una badante ucraina la quale, dolo la morte della vostra zia che la chiamava figlia, vi chiede: “ricordatemi tra una preghiera / e l’altra, se non vi è di disturbo, / chiamatemi quando viene sera: / il mio numero l’ho lasciato a Elvio, / so che è fuori, ma vedrete che torna” (pp. 102-103). Immagino che Elvio sia lo stesso Stelvio. Questo congedo sembra chiedere al lettore di non essere dimenticato: certo tutto il libro è una intensa richiesta di senso e di amore, un andare in cerca di tracce che vengono dall’alto; un ricomporre con estrema onestà ed empatia il puzzle di una esistenza, dei suoi momenti più critici e delle sue sorprendenti bellezze in cui si fa spazio, sia pur fra le inevitabili tenebre in cui ad ognuno è “affidata” una croce, la grazia che fa della croce una scala e un abbraccio, aprendoci gli occhi e le orecchie ai bisogni di coloro che spesso è più comodo lasciare con loro ferite al bordo della strada.

  • 01Feb2016

    Simone Di BIasio - Leggere Tutti

    Fermate quel tempo

    Stelvio Di Spigno sembra immobile, ma la (sua) vita si sposta di stazione in stazione. Lo (di)mostra questo volume di poesia appena edito da Marcos y Marcos: “Fermata del Tempo”.

    Leggi l’articolo per intero

  • 31Gen2016

    Redazione - Versanteripido.it

    Prosa della madre incantata, poesie di Stelvio Di Spigno.

    Nel suo quarto libro organico, Di Spigno porta al limite un’antinomia che da sempre caratterizza i suoi versi: da un lato la memoria, declinata attraverso immagini nitide e scultoree di luoghi, persone e situazioni che hanno avuto importanza nell’educazione sentimentale dell’autore, dall’altro la consapevolezza storica del male insito nel mondo, che l’autore affronta con toni ultimativi e sdegnati, senza tuttavia cedere alla disperazione e al nichilismo.

    Al termine del libro, complice anche una religiosità vissuta e mai esibita, il mal di vivere si fa canto e viene superato in una rinnovata sintesi di vita e arte. Ma Fermata del tempo è anche un’opera di continue invenzioni stilistiche che vanno da soluzioni tenacemente narrative fino a liriche purissime. Questi simultanei cambi di registro, ai limiti del virtuosismo, spingono la dimensione del privato ad aprirsi verso l’esistenza dolente e solitaria dell’umanità, registrando puntualmente la meraviglia che ogni vita può offrirci.

    Stelvio Di Spigno vive a Napoli dove è nato nel 1975. È laureato e addottorato in


    Letteratura Italiana presso l’Università “l’Orientale” di Napoli. Ha scritto la monografia Le “Memorie della mia vita” di Giacomo Leopardi – Analisi psicologica cognitivo-comportamentale (L’Orientale Editrice, Napoli 2007). Ha collaborato all’annuario critico “I Limoni” con recensioni e note sotto la guida di Giuliano Manacorda. Per la poesia, ha pubblicato la silloge Il mattino della scelta in Poesia contemporanea. Settimo quaderno italiano, a cura di Franco Buffoni (Marcos y Marcos, Milano 2001), i volumi di versi Mattinale (Sometti, Mantova 2002, Premio Andes; 2a ed. accresciuta, Caramanica, Marina di Minturno 2006), Formazione del bianco, (Manni, Lecce 2007, finalista Premio Sandro Penna), La nudità (Pequod, Ancona 2010), Qualcosa di inabitato, con Carla Saracino (EDB, Milano 2013). Il suo ultimo libro, Fermata del tempo, (Marcos Y Marcos, Milano 2015) ha ottenuto il Premio Nazionale di Calabria e Basilicata.

    Di Spigno ci propone qui alcune poesie tratte dal suo ultimo  “Fermata del tempo”,  Marcos y Marcos ed., 2015.

    Quadranti

    Quanti fascicoli di luce, quanti sguardi innevati,
e mattine il cui carico è dolore dovrà attraversare
questo corpo corale di tutte
le gioie distrutte, i disamori, le cadute,

    prima che il tempo di ognuno anche per me
si esaurisca, sulla soglia di casa, o rinculando
con montagne di parole nella mente, guardando
solo il cielo, facile da vedere qui da Anzio,

    quando, per non odiare gli uomini, storci il collo,
distrai gli occhi, punti a caso dentro una stradetta
senza uscita,

    e i lavori in corso sono la sola certezza
che tutto si riabitua e si riabita,
ma non saremo noi a goderla, la felicità promessa.

    *

    Visione nominale

    Era una piega alta nel cielo
arato e notturno di solitudine e tuoni
e pioggia sulle spiagge d’inverno
all’imbrunire, era tutto e solo da capire,
quel vento angusto che non disturbava,
era l’amore, la speranza infinita, la canzone
invalida, estatica della felicità:
era la donna che ti stava accanto, era tua madre
e tuo padre, era mio nonno con la busta della spesa,
il sabato quando don Biagio veniva a pranzo,
la campagna e l’asfalto nella loro lotta, e ora
la fine di ogni cosa nel suo dimenticarsi
di te e del tuo tempo migliore, il silenzio
della casa di Anzio, tu lontano da tutto
che pensi distrutto agli anni del liceo,
il cuore che batte senza un movimento,
il tempo che non avanza di un momento.

    *

    La bandiera di Vittorio

    Da piccolo mi facevi vedere
la metà del cielo che è andata a riposare
nelle Americhe dei soldati partigiani,
quelli che vinsero la guerra per noi, poi
mi fischiettavi il silenzio militare, imparato
da giovane, e io mi addormentavo
come ogni bambino che si sente sicuro,
perché c’eri tu a fare da guardia; tenere lontano
gli incubi, poteva solo la tua grande mano,
che ha stretto 92 anni di vita e una sola morte,
arrivata nel tempo che a te più piaceva,
il 31 di luglio, quando si stava già da un mese
nell’adorata Gaeta. Ora io ti penso in mille
modi: il vuoto che hai lasciato è un oceano
di sangue e lacrime, e proprio non si asciuga,
e nemmeno potrebbe se anche lo volessi.
Cosa fa un morto accanto a un giovane?
Gli ricorda la strada da seguire, specie se come me
si perde, non fa testo, non riesce a vivere
di suo. E allora ecco che ricompari: ti metti
dentro, mi fai l’eco, ancora fischi motivetti cari,
giurandomi che sto vivendo, che ne vale la pena,
che oltretutto non c’è scelta, e io faccio ciò che vuoi,
mi stringo a te piangendo, scrivo una poesia,
prendo il cibo a cui tenevi tanto e lo riporto
più vicino alle mani, perché non si perda
neanche una parola, e il ricordo, anche se sacro,
mi faccia andare avanti con te come bandiera.

    *

    Prosa della madre incantata

    Si muoveva per casa come per dire basta.
Svuotava ceneriere, lucidava i fornelli,
e quando il guanto di smania la lasciava
chiacchierava col gatto e foraggiava il davanzale:
era la regina di passeri e colombi.

    Era la madre, il principio di tutto:
per questo tratteneva
lacrime amare in sillabe cadenti: è tutto sangue
da travasare, e farà parte di te, anche se scalci e rifiuti.
Era una donna e insieme una finestra, mai cresciuta.

    Da giovane il male lo capiva. Pensava ai figli
come a un lenimento. Non arrivò, ma ricorda
cosa pensasse nel ’66 o che indossava
il giorno del diploma, esattamente.
Dai suoi vent’anni non s’era mai mossa.

    È in quei momenti che puoi domandarle
perché ha sofferto tanto e di quale dolore.
Perché l’ha passato anche a me. Se ama il mare.

    Una volta l’ho raggiunta nel ’70:
non sono ancora nato ma parliamo,
sento la sua pietà come il suo sonno.
Ora è riversa dentro il suo rimorso, è sempre sola.
Qualcuno dice che anche questa è vita.

    *

    Cavallo di ritorno

                                 A Stefano Dal Bianco

    Di una duna che si converte in altre dune,
facendo scempio di ramarri e poltiglie sottomarine,
forse di questo stavo leggendo, ritornando su Ciclo del mare,
e di come anch’io sono passato sotto le carrube
della sera e del male, fino a smarrirmi
nella dolcissima pena – andavo adocchiando, ridacchiando
della mia futura trasparenza, senza infiltrare spiegazioni,
incoraggiando gennaio a seppellirmi
con quel freddo che interpone tra le mani.

    E di quanto ha di meschino
lo sbocciare della vita
per chi ha il mandato di salvarsi da solo,
anche questo ho letto, a pagina 68, scansando
i turisti e le camicie estive, i cerotti immischiati
tra le borse da spiaggia e chi insistendo rinasce,
mentre senza salite, nelle ore di passaggio,
il mare ci conduce alla morte e si defila.

  • 18Gen2016

    Stelvio Di Spigno - Zibaldoni.it

    Lettera di un poeta

    Caro lettore,

    perdona il ritardo con cui mi faccio vivo. Ecco alcuni “approfondimenti” sul mio libro Fermata del tempo (Marcos y Marcos, 2015), che spero ti riescano utili.

     

    • Il titolo indica la volontà di fermare il tempo, di rallentarlo, di fissare nella memoria alcune figure umane e alcuni luoghi e situazioni perché restino fissi nella mente e favoriscano la nascita di una identità più profonda e una consapevolezza maggiore, contrapposte ai ritmi e ai contenuti fatui dell’oggi. Ma la Fermata, come quella dell’autobus, o del treno, indica anche la transitorietà di ogni esistenza: una fermata dove si sale o si scende, velocemente, una via più naturale rispetto alla volontà “innaturale” di fermare ciò che non si può fermare. La vita col suo caos lotta con la memoria che invece forma l’uomo integrale, la sua identità.
    • La prima poesia, il poemetto La stessa faccia, indica il momento del distacco dalla casa dove si è nati e cresciuti. Distacco doloroso, in cui tutto sembra perduto, in cui non ci sono più coordinate e resta solo il senso della perdita. Il personaggio (l’io lirico, cioè io stesso) del libro sa che gli tocca vivere, e non può più scansarsi questa responsabilità, e il suo è un lamento. Nel dolore lancinante che prova, si sdoppia, si rivede alla finestra. Ma lui è in partenza. Comincia il viaggio.
    • La prima sezione: Le radici sepolte. È una specie di storia familiare, il ricordo di figure di parenti vicini (i miei nonni, mio nonno in particolare, le sue sorelle, tutte rigorosamente del lato materno, con le quali sono cresciuto) ma anche degli avi, i bisnonni, che ho visto solo in foto. Da noi, a Napoli, c’è un grande culto per i defunti, e io mi riconosco erede di questa famiglia napoletana, molto antica, molto giusta. Le radici sono “sepolte”, perché più scendono in profondità e meno si vedono, ma ci sono, e non possono essere ignorate. La mia speranza è di essere all’altezza, con la mia esistenza, di questo passato così “positivo”, contrapposto al caos morale dell’oggi. L’unica cosa che spero è non perdere queste radici. Ma anche le radici hanno qualcosa di tagliente: nella poesia L’eredità traccio un solco netto che purtroppo si trova effettivamente nella mia famiglia nucleare: mio padre e mio fratello simili fino allo spasimo, io e mia madre simili fino allo spasimo. Una famiglia spaccata a metà, che non ha mai conosciuto unione. Io e mio fratello abbiamo gli stessi problemi nel comunicare che hanno mio padre e mia madre. Due modi di vedere il mondo completamente differenti. «Papà, mamma, voi lottate dentro di me» dice Sean Penn in The tree of life di Terence Malick.
    • La sezione Napoli rivisitata. Il soggetto rivede Napoli nel suo passato, la Napoli di quando era al liceo, la Napoli di quando viveva ancora con i suoi familiari; è una città rivista in sogno, o di passaggio, da straniero o da turista, ormai il personaggio che parla lavora altrove, può solo ricordare, come ne La campanella. Ma c’è anche una Napoli presente, quella della Stazione marittima, e una storia di quartiere, Senza vergogna. Dalla Napoli di Stazione marittima prende le distanze perché non gli appartiene e quando gli capita di passare e di tornare nel porto di Napoli, alla vista dei turisti, sente un moto di ribrezzo, perché lui è altra cosa. Lui è la sua storia, individuale e familiare. Niente da spartire con tanta gente che non sa chi è, da dove viene, cosa vuole dalla vita. Che non ha affetti, che non è umana.
    • Testimoni: questa sezione è la più “profonda” del libro. Si rievocano, dopo Napoli, delle persone scomparse. La prima poesia, Preghiera del mezzogiorno è una specie di protasi cristiana per questo viaggio tra i defunti. Molto ha influito Dante (il viaggio nell’aldilà), Il seme del piangere di Caproni e l’intonazione “vocativa” di Leopardi nelle sue “Sepolcrali”. Ci sono Amelia e Velia (Trenodia per Amelia e Velia), prozie (sorelle di mio nonno) con le quali sono cresciuto, e che il personaggio che parla, l’io lirico nell’accezione più classica, non può che vedere in paradiso, perché la loro bontà vince anche la morte, e sono un segno di speranza: la speranza che la vita umana non finisca nel nulla. Speranza che vacilla nella poesia successiva, Il pranzo dalle zie: anche qui sono rievocate le prozie dalle quali andavo a pranzo il sabato, ma qui è il dolore della perdita a farla da padrone. La bandiera di Vittorio è dedicata a mio nonno, una roccia d’uomo che spero abbia passato un po’ della sua tempra di quercia anche a me. Cupa del principe è dedicata al vecchio parroco di quando ero adolescente, una presenza viva che mi ha lasciato con la frase ti ho voluto veramente bene, tra noi c’è stata vera amicizia, e questa amicizia vince anche la morte. Resterà per sempre. Una guida fraterna e un vecchio napoletano frugale e buono, come non ne ho conosciuti altri. La strage di Filippo parla dell’unico amico vero che ho avuto, Filippo Viola, morto suicida a 25 anni, dopo una diagnosi di disturbo borderline di personalità. Era un ragazzo splendido, il prototipo della persona pura che non trova posto in un mondo di compromessi e di marciume. E infatti questo mondo laido che è il nostro solo mondo contemporaneo lo ha assassinato, facendolo ammalare, perché troppo dissimile da tutti gli altri. In Trastevere ore quindici c’è il tentativo di esaltare ma anche di dare degno saluto ai “testimoni”, che condividono con me la speranza di una vita dopo la morte in lotta con il dolore per la perdita sentita come la più grande ingiustizia “ontologica” che è comminata a ogni essere umano. Che è consustanziale alla specie umana.
    • La sezione Generazione mortale parla dell’immersione nel mondo di oggi, nel quotidiano senza speranza, nella materia della vita, dura da accettare. Ci sono figure come la supplente (Il sabato della supplente) o il «comandante Costigliola» (Trentasette primavere), amico di mio padre, morto nel fiore degli anni nel naufragio della sua nave. Anche mio padre è ufficiale di marina, e loro erano amici. Ma il personaggio-io, ora nel pieno di quella vita che ha cercato sempre di evitare, si rende conto che non solo è dura, anzi durissima, ma che c’è una cosa che mai aveva messo in conto: la vita, anche a trent’anni, può fermarsi: si può morire, o non trovare o perdere il lavoro, la vita può non decollare. C’è un esame di coscienza individuale (lo si vede nella prima poesia, Contabilità infinita), sul tempo perduto in cose sbagliate, ma anche un dato generazionale, perché molti sono quelli che sono morti giovani, hanno tralignato, vendendosi al sistema, o si sono ammalati, o non hanno avuto possibilità per farsi una vita dignitosa. Il personaggio, l’io, sente questa dimensione collettiva, ma non riesce a farsene una ragione. Del resto, il male comune non è mai mezzo gaudio, anche se il proverbio dice il contrario. Il dato generazionale è un’altra “scoperta” dell’età adulta. Tutto quello che hanno avuto i miei genitori io non l’avrò, né l’avranno i miei coetanei, oggi alle soglie dei quaranta. C’è una spiegazione? No. Siamo una generazione di mezzo, dopo non si sa cosa ci sarà, tutto è precario, o lo accetti o ti chiami fuori. Ma chiamarsi fuori non è possibile. Neanche Gaeta, che è il luogo “numinoso” della mia infanzia felice, riesce più a dare conforto. Oggi l’io la guarda dal treno dei pendolari e il ricordo della felicità passata si trasforma in dolore acuto (Il treno per Sezze, Notizie dall’estate). Nessuna «felicità promessa» (Quadranti), solo esclusione (Ultima notte di scuola). Con contorno di fallimenti amorosi (Il distacco) e di «castrazione di ogni volontà» (Ballata del giorno normale). Il negativo irrompe nell’esistenza impossibile e sembra avere la meglio su tutto. Ma non è così. Non può finire così.
    • E infatti l’ultima sezione, La buona maniera, si apre alla speranza. I ricordi cominciano a fare meno male (ContagioElegia locale), si comincia a capire che la sopportazione è, anche cristianamente, l’unica via verso la salvezza e la saggezza (Il premio del deserto). E anche se tutto è andato a ramengo, l’anima è ancora viva e vuole ancora provare amore e bellezza, anche se è passata sotto le forche caudine del Male (Cavallo di ritorno). Renata è la figura femminile che sa stare al mondo, ed è da prendere come esempio, se non come modello. L’io cerca di imporsi alle cose, e piano piano ci riesce. Resta la malinconia, ma il dolore acuto è superato.
    • L’ultima poesia (Lettera di una badante, che chiude il libro) è una sorta di “spersonalizzazione” voluta e insieme anche subita. A parlare non è più l’io ma una delle tante badanti che a un certo punto hanno abitato la nostra casa. È lei che ora ricorda le persone che sono morte e che lei ha accudito: sempre le prozie. È ancora lei che dice che ora il personaggio, l’io, Elvio o Stelvio che sia, è lontano, ma un giorno tornerà. E non sarà più il ragazzone che piangeva sotto le finestre di casa quando a 36 anni ha dovuto lasciare tutto quello che amava e che per lui era tutto ciò che di degno e di onorevole aveva conosciuto nella vita.
    • Questo libro, lettore esimio, è una specie di “concept album”, o un poema, anche se molto carico e non sempre omogeneo. Ma l’omogeneità ho cercato di evitarla a favore della realtà, che ho cercato di fare entrare in dosi massicce. Il percorso concept è l’entrata nel mondo, l’abbandono delle certezze dell’adolescenza e della prima giovinezza. Un percorso di iniziazione al male del mondo, all’esistenza come condanna, con la sfida di non perdersi, che alla fine sembra riuscire.
    • Lettore, non scordare la questione del tempo: sia quello “mortale”, sia il quotidiano, sia il metafisico, ovvero l’eternità, con la quale la nostra vita, riuscita o fallita che sia, deve fare i conti. Io sono credente, ma non mi nascondo che la vita umana è soprattutto tenebre.
    • Mi chiedi di Leopardi, giusto lettore. Ebbene: mi ci sono laureato e addottorato. La tesi di dottorato è una lettura cognitivo-comportamentale di alcune prose autobiografiche delloZibaldone. Leopardi è sempre presente nella mia poesia, insieme a Dante, che dà l’intonazione a parecchi incipit di poesie…
    • Le generazioni, amabile lettore… Che non vanno e non vengono, come vorrebbe l’Ecclesiaste. Io vedo una discesa, una flessione netta tra la generazione dei miei nonni, nati tra il ‘12 e il ’22 e i loro figli, che in Italia si sono divorati tutto, hanno fatto la grande abbuffata ai danni dei loro figli, non lasciando quasi nulla, né come eredità morale, né come possibilità materiali. Te la passo col beneficio d’inventario. Forse sono condizionato dalla mia situazione familiare, ma ho idea che non sia poi troppo lontana dal vero, questa mia “opinione”…

    Non so cos’altro dire, caro lettore, forse ho detto fin troppo. Spero che questo “papello” ti sia in qualche modo utile, quando leggerai il mio libro, del quale ti presento di seguito un ampio estratto. Perché so che se lo desideri, questo libro ti raggiungerà, in un modo o nell’altro, e tu lo leggerai e forse amerai lui e un po’ anche me.

     

     

  • 01Gen2016

    Fabio Zinelli - Semicerchio

    STELVIO DI SPIGNO, Fermata del Tempo, prefazione di Umberto Fiori, Milano, Marcos y Marcos, 2015

    La buona maniera è il titolo di una sezione del libro (il suo terzo) che conferisce un nuovo spessore alla poesia di Stelvio Di Spigno (n. 1975), ed è un titolo che siamo invitati a prendere alla lettera. La maniera è, a credere ai versi di una celebre canzone napoletana di Raffaele Viviani riportati in esergo, l’arte con cui la prostituta Bammenella seduce ’o brigadiere per ottenere la libertà del suo ‘guappo’ protettore. Ma chi seduce chi nel libro di Di Spigno? Va detto innanzitutto che è difficile immaginare un libro linguisticamente meno vernacolo di questo anche se è vero che le situazioni di un contatto con quanto c’è di più domestico nel mondo reale sono frequenti. Il rapporto vernacolare con la realtà consiste in un rapporto ‘d’uso’ con il quotidiano che si ritrova nel libro proprio nei suoi aspetti più ripetitivi e banali.

    Per esempio, si prenda l’epica minore (freudianamente unheimlich, ‘perturbante’ quanto si conviene) della storia familiare fatta di occasioni tutte al passato: il pranzo dalle zie o l’emergere di fotografie, con mestieri e rosari di nomi: «Ricordo Vittorio, sua figlia Rita, sua moglie Elena, / rivedo foto della Manifattura, le gelosie di lei, / l’indifferenza di lui, che era sentimento / di chi non sa parlare apertamente». Lo stesso vale per la bella trovata della restituzione (ma noi non la sentiamo) di una lingua d’uso in versione originale: «ho avuto due vite, una loro e una mia, so come / si parlava nel ’30 o nel ’50. Tra il privilegio di allora, / e il dolore di oggi». Rapporto vernacolare coi morti di casa dunque, mentre i viventi ne sono, per così dire, la somma ineluttabile (di difetti ed aspirazioni deluse, soprattutto). E in questo, il principio di nominazione che risponde indubbiamente anche a un bisogno di ‘salvare col nome’ secondo la lezione di Antonella Anedda la cui ombra si allunga su molte parti del libro, è un esercizio dell’arrivare all’estremo limite: chi è stato salvato nel ricordo, salva ma in qualche modo ‘castra’ (parola che appartiene al lessico di Di Spigno) anche il ricordante. Del resto la presenza dei morti può essere fragorosa in un vero e proprio baccanale del più classico animismo mediterraneo: nei cassetti «berretti, bottoni e persino mentine / conservate da decenni, fanno quel baccano / che si sente di notte, nei sogni», o ancora: «fai per abbracciare il cuscino, era tuo nonno». È nell’imbuto topografico di Napoli che il passato si riunisce al presente così che pare proprio la città la fermata del tempoche dà il titolo al volume. È una Napoli rivisitata (titolo di una sezione del libro), città del presente vista con gli occhi del passato, domestica ma anche personale (e per questo «metropoli quattordicenne»), e insieme la città da invettivare, con forse un po’ troppa inoffensiva retorica, per quella «mole di infamia che ti fa nera», dove un amico si butta da un balcone a Scampia o dove assistiamo alla morte morale di una giovane supplente di scuola. Ma se c’è così tanta realtà nel libro perché la sentiamo invece così lontana? Ora, è precisamente questo l’effetto della buona maniera che si rivela per quel che è: la seduzione dello stile che permette di sfuggire alle manacce della realtà/brigadiere. Il libro si accampa così su un registro linguisticamente ‘alto’ (la maniera) il cui compito è di funzionare come un air bag per assorbire gli schianti della realtà; è dunque una maniera buona, cioè soccorrevole, pietosa. Il processo è estremamente vicino, per motivazioni, alla sottrazione stilistica intrapresa da Stefano Dal Bianco solo che in quel caso è la sottrazione dello stile (attenzione: non la sua assenza, tant’è che si può parlare di stile della sottrazione) a mettere a nudo il soggetto. Il dialogo con Dal Bianco, peraltro esplicitato nella nota finale del libro, si concretizza soprattutto in un bellissimo omaggio a Ciclo del mare (da Ritorno a Planaval, 2001«Davanti ai palazzoni orrendi, quelli bianchi, con piscina, fronte mare, / forse ora si convertono le dune […]»): «Di una duna che si converte in altre dune, / facendo scempio di ramarri e poltiglie sottomarine, / forse di questo stavo leggendo, ritornando su Ciclo del mare». Il testo termina sulla stessa spiaggia/soglia dove «nelle ore di passaggio, / il mare ci conduce alla morte e si defila», così che è evidente che l’incontro si celebra nel segno di Sereni. Del resto l’appuntamento con Sereni non è eluso nemmeno nella poesia per l’amico suicida che rappresenta anzi il punto massimo della sublimazione per via stilistica: «Vasta e signorile la tua presenza, / in calde limature di paesaggi periferici» con un finale che cerca addirittura di scolpirsi in un inno: «sul tuo folle volo […] da un balcone di Scampia, in un applauso veggente, / di morte ustoria verso un sole perenne». Ma anche il registro interrogativo/esclamativo è un’occasione di praticare con padronanza la lingua lirica di quella stagione novecentesca: «Quanti fascicoli di luce, quanti sguardi innevati, / e mattine il cui carico è dolore / dovrà attraversare questo corpo corale […]», o si prenda ancora un notevole inizio che di quella lingua pare una rivisitazione secondo la ‘maniera’ di Anedda: «Dei morti una parte è lunare, silenzio della radura / Neve e rampicanti ricoprono il fossato che dalla memoria porta qui» (Le radici sepolte). A volte, anche l’illusionismo aiuta, come in Prosa della madre incantata che appunto una prosa non è. Chi deve mettersi al riparo dello stile è l’io, per definizione (roussoianamente) innocente, regressivo («crescere è peccato») e già ferito («e sogno di essere ancora amato / come quando nessuno mi faceva del male», «continuo a ferirmi ma sanguino in pace»). Inchiodato alla sua «univoca educazione sentimentale» (Giuseppe Bertoni, sulla precedente raccolta, La nudità, in Semicerchio 2011), il soggetto tocca il massimo dell’esposizione, una forzatura che nemmeno l’istituzione ‘io-lirico’ basta per coprire, così che l’autodifesa quasi da blog a cui assistiamo pare a sua volta fuorviante: «Peccato per chi mi dice autoreferenziale. O peggio ancora: infame». È una difesa o uno sfregio a sé stesso? Certo può perfino essere onesto, l’io, come avviene in una simile situazione di dialogo riportato: «“Uno che non si è mai mosso” dicono “come si fa / a dire che ha vissuto?” Giusto. Come si fa. // Si fa che sono uno che non viaggia. Che i motori / li ho sempre tenuti sotto chiave. Troppa paura / di perdermi, troppa fisicità nell’aria / che non conosco, troppe donne, troppo impulso / a buttarmi via […]». Ma questo ‘io’ la cui missione principale sembra essere quella di forzare la macchina delle emozioni, può accreditarsi addirittura, per la non occasionale postura leopardiana rilevata da Umberto Fiori nella prefazione, come quasi ‘pre-confessional’. Soprattutto, non c’è fenomenologia possibile, ‘non c’è altro fuori dall’io’ tanto che ce se ne può avvantaggiare per può oggettivare le minacce provenienti dall’esterno investendole con un fascio di assoluta spersonalizzazione (degli altri): i bambini che vanno a scuola sono, per esempio, percepibili come il movimento di «piccole chele che si muovono / sotto la lente del potere», il potere stesso, del resto, è lontano e intangibile: «Essere senza essere / è la grazia di chi regge il timore» (allontanamento sancito dalla bella applicazione della tecnica del lapsus a partire da ‘reggere il timone’). L’inespugnabile ridotto della centralità dell’io è inscenato nel testo conclusivo del libro, Lettera di una badante. Chi parla è la donna ucraina al servizio di due anziane signore che capiamo, avanzando nella lettura, essere le zie dell’autore che è infatti nominato nei due versi finali: «il mio numero l’ho lasciato a Elvio, / so che è fuori, ma vedrete che torna». Non ne dubitiamo, in realtà, l’autore dal testo non se ne è mai andato.

  • 01Gen2016

    Marianna Comitangelo - incroci

    Fermata del tempo

    Il quarto libro di poesie di Stelvio Di Spigno vede l’uomo alle prese con una duplice, enorme responsabilità: conoscere Dio e conoscere la propria miseria. E a conti fatti, cioè a libro concluso, possiamo riconoscere che l’io poetico di Fermata del tempo ha esperito tutte le forme in cui si è tradotta la sua miseria, ma che in questo inferno in cui il trauma della pena si ripete, «molto è il desiderio / di un paradiso abbarbicato al tutto» (p. 23).

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  • 01Dic2015

    Giuseppe Napolitano - Il Foglio Volante

    Un racconto per fermarsi nel tempo

    Come è triste il paesaggio quando è umano.

    Al doppiare la boa dei 40 – e giunto alla quinta pubblicazione personale di poesia – Stelvio Di Spigno (si) racconta (a) se stesso. Compie cioè l’operazione classica (Svevo docet) di chi – pur avendo chiara idea del domani, almeno potendosi a quello dedicare – continua a guardarsi indietro per capire come affrontare quel domani partendo da oggi, evitando di “rincorrere ieri nel domani”, evitando allora di pensare al futuro come una soddisfazione al passato, se l’oggi non è del tutto appagante, non quanto ci si sarebbe aspettati. Perché, “rimboccando le coperte al domani” (dice il poeta, in un verso emblematico), si avverte che “niente è reale di ciò che verrà dopo”. Ma, per citare Saffo, tutto devo osare… Non ci si può sedere ad aspettare sulla riva del fiume, non usa più.

    Fermata del tempo, dunque… Magari si potesse! Ambiguità di un titolo: il tempo non si ferma; possiamo provare noi a fissarlo sulla carta (Svevo sempre docet!), appunto fermandoci nella memoria su episodi e persone che al tempo nostro hanno dato corpo. E sono tempo ormai eterno se altri potrà leggerne e condividerne occorrenze e sembianze. Sono luci ed ombre, sono lapidi e vessilli.

    Qui c’è un racconto fatto in primis a se stesso, di sé, per fare – come si dice ma come conviene – il punto, a un punto di svolta esistenziale. Si ripercorre la strada ben nota, si richiamano a vita gli amici e i parenti, si rivivono anche situazioni che a volte sarebbe meglio rimanessero sotto il fondo della memoria (ma fa d’uopo misurarsi anche con i fallimenti)… C’è il coraggio di un intellettuale che sa bene a qual prezzo si può vendere l’anima, se la vita ci fa incontrare “la felicità promessa” senza essere in grado di goderla. “Sono uno che non viaggia”, confessa (pur “Senza vergogna”, dice altrove) – “Ma intanto passano i treni e gli anni”.

    Comunque “è prosa” – direbbe qualcuno che non riconosce la poesia se non canta intonando un peana accompagnandola dorate buccine – e spesso prosa in realtà sembra (e forse è) questa fluente inarrestabile eruzione verbale nella quale si cerca (riuscendovi, sì) di coniugare memoria e futuro, madre e figlio, evanescenza e forma: in una parola, vita e morte.

    C’è anche l’amore. L’amore per Napoli (banale dire: odio-amore, ma è così, forse appena un po’ più amore, ma la rabbia per come si è ridotto un simbolo è forte, cocente la delusione per quanto male sia capace di regalarsi). “Ma questa è solo una poesia” – dice Di Spigno in un testo che dal titolo (“Sega circolare”) già vorrebbe farsi giustizia e non può che guardare il mondo girare in tondo sempre in tondo a sconfiggere la voglia di cambiare. Forse un po’ di speranza, “alla fine, si riaffaccia” (scrive Fiori in copertina) – davvero? E quanto costa? Conviene? L’umanità di questa storia sembra appagarsi di un mezzo fallimento e puntare almeno a qualche mezza soddisfazione ogni tanto.

    Poi – dopo leggere e rileggere – si trova, si (ri)scopre la poesia. Ci sono pagine di altissima commozione. Ma perché allora ci sono tanti testi che paiono buttati lì come panni dismessi che – si sa (forse nemmeno) – i poveri vorranno indossare? Ma i poveri non leggono poesie.

    Giuseppe Napolitano

  • 28Nov2015

    Pier Luigi Razzano - La Repubblica

    L’affermazione di Eugenio Montale sull’inesistenza di un unico tempo, ma di “molti nastri che paralleli slittano/spesso in senso contrario e raramente si intersecano”, è la traccia nascosta che innerva la poesia di Stelvio Di Spigno.

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  • 06Nov2015

    Damiano Sinfonico - Poesia

    “Basta che il mio vagone si agganci a un lieto fine” era un verso del precedente libro di Stelvio Di Spigno (La nudità, peQuod, 2010). Oggi il lieto fine non si vede: Fermata del tempo si blocca in un fluente lamento per le età trascorse, luminose e spensierate, accese da una sottile gioia ora convertita in pianto. Di Spigno non si lascia intimidire dai diktat poetici e offre uno sfogo – sempre misurato nei versi lunghi e quasi cantilenanti – autobiograficamente rivolto al libro della propria vita, le cui pagine sono quasi sfuggite di mano.

    Il soggetto officia un rito che affonda le radici nel religioso: una fitta teoria di custodi trapassati viene evocata perché la loro corrente, di affetto e memorie, non smetta di irrorare il presente. Desolato panorama quello dell’età adulta, perché i miti dell’infanzia sono caduti e l’innocenza si è dissipata nei traffici quotidiani. Di Spigno non nasconde le sue lacrime, operazione inattuale e spiazzante, condotta con una consapevolezza perturbante. Si assiste così a “l’urto solenne della vita col suo cono d’ombra, / la sua scomparsa per le mille feritoie del tempo”. In questo percorso, articolato in sette sezioni, le epigrafi rivelano una tempra quasi da giansenista: il libro si apre con un pensiero di Pascal (l’uomo è tirato da luce e corruzione, da Dio e miseria), il profeta Isaia troneggia sulla sezione Generazione mortale, la vanità del tutto cantata da Petrarca e da Leopardi introduce I testimoni, una mezza lassa di Drummond de Andrade figura a introibo di Le radici sepolte. Il mondo sembra fare da schermo alla grazia, le “fedeltà / non infrante” restano l’unico filo di salvezza. Attonito di fronte alle “cornici di ferro istoriate”, rievocando “un sapore / di credenza, di infanzia, di biscotti e lacrime a merenda”, il poeta tasta i ricordi, li rigira fra le mani. L’imperfetto è il tempo dominante, un fondale sonoro e percettivo che scivola sempre più lontano. Chi non c’è, è “ancora un architrave nella mente”; e un giovane suicida continua sanguinare nella memoria: “Fraterno Filippo, il non avuto mai / porta le stimmate del tuo sangue ventenne, / perdona se non ci sono stato / mentre indietreggiavi e di lato morivi, / perdona che il tempo non si sia fermato / alla sola felicità del tempo andato”. Il canto non ammorbidisce il dolore lancinante, ma può fissarlo sulla pagina e comporsi in preghiera, come quella – più distesa – che al centro del libro il poeta formula in omaggio a una sorta di continuità tra tutte le vite: “Sarebbe magnifico evaporare, / essere fiore, strada, frontiera, / ascoltare quello che dicono i risorti (…) per i secoli a venire essere vulcano e stoviglia, / semaforo e allodola, canzone e ramarro, utile come tutte / le creature di tutti i mondi, tutti i momenti. Amen”. È forse il momento più felice di Di Spigno, uno dei pochi dove la “fatica” e il “lutto” non insidiano il presente. Come anche nella poesia finale, (lento con grazia) (ma la sezione, di un solo testo, si intitola Lettera di una badante), la storia di una donna proveniente dall’Europa orientale, tra sfruttamento e dolori, approda a una insperata serenità domestica, accolta da una casa e una famiglia. La badante può così terminare la sua lettera: “chiamatemi quando viene sera: / il mio numero l’ho lasciato a Elvio, / so che è fuori, ma vedrete che torna”. C’è qualcosa di sorridente in questo congedo: dopo i ricordi, le nostalgie e i rimorsi, avviene una nota luminosa di oasi ritrovata, come un riequilibrio che la sorte ha per strane vie ricomposto. Questo non è ancora un lieto fine, ma il poeta non ha esaurito le sue carte.

    Damiano Sinfonico

  • 13Ott2015

    Simone di Biasio - Leggeretutti.net

    “Fermate quel tempo!”, il grido in versi di Stelvio Di Spigno

    Stelvio mi accolse nella sua casa napoletana di spalle. Mi diede le spalle per qualche minuto. Io sedevo dietro la sua scrivania che sembrava più da medico che da letterato e leggevo il suo “Mattinale”, una sorta de “Il Mattino” in versione poetica: quei versi erano per me notizia. Lo guardavo, immobile alla finestra; lui non ricambiava. Aveva inserito nello stereo un cd di un gruppo rock a me sconosciuto e si era fermato davanti al vetro; oltre il vetro un piccolo parco di grossi pini.

    Oggi apro il suo libro, a due anni di distanza, primo testo il seguente: «Me la immagino uguale la mia faccia,/ a fissare dal vetro/ il mondo che fa paura/ e si avvicina, e io fermo per timore/ che lasciare la mia casa/ mi facesse scordare/ chi mi voleva bene». Ho capito che allora mi aveva confessato in quel modo, immobile, la sua poesia. Me l’aveva consegnata non come ad un ospite qualunque, ma a qualcuno cui poteva dare le spalle, regalarle davvero per donare la vista oltre il corpo. Lui sì, Di Spigno è immobile, ma la vita si sposta di stazione in stazione.

    Da una parte, dunque, la prima volta nella sua casa; dall’altra la prima volta nella sua seconda casa, la poesia di questo volume appena edito da Marcos y Marcos: “Fermata del Tempo”. E se il prefatore Umberto Fiori ha ironizzato sul nome del poeta (che dovrebbe chiamarsi Stelvio Di Sdegno), io direi che questo libro avrebbe dovuto intitolarsi, magari, “Fermate quel treno!”. Una ontologia del pendolare, una raccolta di versi in stazione, di fermate del treno umano, ritardi accumulati, maleodori. Un grido lancinante lanciato da più parti: «Ma intanto passano i treni e gli anni./ Io ricordo tutto e niente. L’altra domenica,/ però, quando ho visto i nuovi quindicenni/ che hanno preso il mio posto nel coro/ della chiesa, sono uscito dal sagrato, ho finto/ un malessere, mi sono appartato e, lo dico/ senza vergogna, ho pianto le peggiori lacrime/ dai tempi del primo vagito».

    È un bardo, Stelvio, del pendolarismo, dell’arte di pendolare, di oscillare tra una stazione e l’altra, di ordinare i versi minutamente: tra uno spazio e l’altro ci sono tempi definiti. Non riesce sempre a lasciarsi cullare: immaginatelo con lo sguardo fisso su quei vetri del regionale talmente sporchi da poterci vedere riflessa, al massimo, la propria ombra. Anche così si fa un quotidiano viaggio con se stessi e si sconta la propria presenza ingombrante, i propri passi non obliterati, il proprio corpo mutilato multato. «Nella teoria del verde dopo il verde,/ arriva questo treno che batte ogni paese:/ Sezze, Fondi, Itri. Campi, bestiame, cimiteri.// Si riavvicina pericolosamente/ al golfo di Gaeta che ci attende inutilmente». Perché ci attende inutilmente? È forse l’inutilità che attende, e la paura: «Qui fallisci e vai via. Espulso dalla tribù. Non hai/ diritto di replicare. E dire che il fallimento/ ha la stessa scatola cranica della morte. (…) Ma questa è solo una poesia». Solo una poesia? Davvero solo una poesia? Perlomeno questo è un andirivieni: «Fuoco nell’aria mista a sale e a corpi terrestri/ e incostanti. Pedalare, camminare, sterzare con l’auto/ per Gaeta, Formia, Minturno. (…) tra le rotonde e le spiagge con nomi/ californiani, anche la fine perde l’orientamento». L’estate contro l’inverno, l’attesa contro il piacere, andare contro partire. Ma che fare? «Qualcuno dice che anche questa è vita», scrive riferendosi alla madre che ha «cercato di amare» (qui ho pianto, io “senza vergogna”).

    Stelvio ha scelto di rimanere nel golfo. Che sia di Napoli o di Gaeta poco importa, ma è esattamente nel luogo in cui «Le parole si svelano con gli anni. Prima/ sono vento che tace». Magari perché protette da quella cinta di monti, e protese. Il treno non produce vento, spostamento, anni, tempo? Lo ricorda anche de Libero che, come Di Spigno, gridava “Vecchiaia fermati” e scriveva: «Tu gonfia di geloni cammina più lenta,/ non affrettarti, il cuore ti minaccia,/ il fiore che sta per sbocciare lasciami/ godere e tutte le botti del mio vino.// Vergognati d’inseguirmi così nuda,/ sfasciata all’inguine e in cenci i tuoi seni,/ addosso ti cucirò una bella gioventù/ e per allegro marito la mia ombra./ Fermati, vecchiaia, riposa laggiù,/ contentati di strappare i miei ritratti/ e io attenderò che passi tutto il fiume/ della vita per venire alla tua riva». Stelvio riporta: «Gli anni mi si siedono davanti./ Sui sandali, vestiti da padroni./ Parlano» anche «nel silenzio infinito della catena d’oro/ che portava mio nonno e che ora porto io». Il libro si chiude con questi versi, con questo discorso della badante in famiglia: «”chiamatemi quando viene sera:/ il mio numero l’ho lasciato a Elvio,/ so che pè fuori, ma vedrete che torna”». Elvio è Stelvio senza il suo prefisso “st”, “sta”. Sta Elvio, il suo stare è però un treno che sta accanto al tuo e non sai se è l’altro che abbandona la stazione o il tuo che ti porta lontano. È questa una poesia al passato, imperfetto per essere precisi.

  • 05Ott2015

    Giovanna Fozzer - Città di Vita

    Stelvio Di Spigno, Fermata del tempo, ed. Marcos Y Marcos, Milano 2015

    Ha già un bellissimo titolo questo nuovo lavoro, in certo senso molto lontano dai precedenti, poiché ci investe come una vasta ventata degli affetti, sale e vero nutrimento della vita. Dalla più tenera infanzia e anche dalla prima giovinezza dello scrittore è come tutto un palpitare del cuore nella tenerezza della vita familiare e di altri affetti.

    Poi accade la crescita, la trasformazione, “crescere è peccato”. Ma sogna ancora, il poeta, di essere amato “come quando/ nessuno mi faceva del male”, nel “desiderio/di un paradiso abbarbicato al tutto”, di vivere “con gli amati e gli antenati, /insieme nel puro silenzio/ per sempre nello stesso giorno”.

    L’uomo si forma per lui tra questo privilegio e “il dolore di oggi”, e il quadro si amplia e si anima man mano che l’occhio dell’autore si posa su frammenti di abitazioni, su scorci di piccola vita cittadina (“Ricordo Amelia e Velia, ma anche Anna e Ciro,/ dietro il bastione di Porta Capuana”) e quando il suo orecchio ascolta il “pianto ingenuo” che esce dalle ”ispide squame di una cassapanca/ piena di foto e di odori”, nella quale pare si assemblino molte delle tracce di un secolo intero. Il contesto è, per così dire, napoletano, intimo, naturale, una ricerca delle proprie “radici sepolte”.

    “Mi chiedo che ci faccio chiuso a chiave tra le date,/ spogliato di ogni resistenza, piangendo sopra il sale”: il poeta si guarda con una sorta di paziente ironia, di compassione ma quasi anche disdegno, ha una modo intenso e riservato di vedere, di considerare le cose, porta agli occhi del lettore tutto se stesso, e insieme tutto di sé è per lui riserbo, in una sorta di scorata dolcezza, di rimpianto cantato a fior di labbra.

    “Ma intanto passano i treni e gli anni./ Io ricordo tutto e niente”. E poi la confessione del suo pianto più amaro, uscendo sul sagrato della chiesa nella quale cantano “i nuovi quindicenni/ che hanno preso il mio posto nel coro”. “Sono tutto e il suo contrario,/ l’arte di tenermi insieme è più difficoltosa/ dei primi gorgheggi quando studi canto”.

    Ne La campanella la disperazione è esplicita ma elegantissima, Di Spigno è poeta della misura, che confessa le pieghe dell’anima, la loro grazia. La sua intensa malinconia tersa, ‘di testa’, rivela infine che cantare il rimpianto è già consolazione a se stesso . C’è un altro nostro vivere, l’infinito irrimediabile dolore d’essere adulti, al quale non possiamo sottrarci.

    La morte che entra nelle composizioni del libro è quella di tanti cari amati, e mirabilmente quella (La bandiera di Vittorio) di Vittorio (d’età quasi veneranda), dalla grande mano che consolava il sonno del bambino, e che ricompare nel sogno giurandogli che vale la pena di vivere.

    La strage di Filippo (amico fraterno e indimenticato) è la morte giovane e volontaria, commemorata in un bellissimo threnos che si chiude con una preghiera.

    Un libro commovente e fine tutto da rileggere, questo di Stelvio Di Spigno, da ascoltare perché ci scenda nel cuore, come un canto di intensa purezza e di umile quotidiana verità.

  • 19Set2015

    Rita Felerico - Il Denaro

    Tempo figlio della memoria: premio al poeta Di Spigno

    Desideravo segnalare all’attenzione dei lettori quest’ultima pubblicazione di Stelvio Di Spigno, poeta, napoletano doc, conosciuto fra gli appassionati e soprattutto dai giovani amanti del verso.

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  • 13Set2015

    Andrea Caterini - Il Giornale

    Non l’identità, che si trattasse di questo sarebbe una poesia, quella di Fermata del tempo, di Stelvio Di Spigno, appena malinconica, non più che l’evocazione di un passato familiare che si vuole recuperare, o riattualizzare sentimentalmente.

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  • 08Set2015

    Gianni Montieri - Poetarum Silva

    Quando ho finito di leggere Fermata del tempo di Stelvio Di Spigno ho pensato a una parola, alla parola perdono. Di Spigno ha perdonato soprattutto se stesso, poi ha perdonato le cose accadute perché ormai sono passate, ha perdonato il tempo perché viene come viene, e, quando passa, ogni tanto porta via e quando lo fa si sta male. Ha perdonato non perché ci fossero chissà quali torti (e comunque chi legge non potrebbe conoscerli), ma perché si finisce per far pace con le cose.

    Alcune si conservano come gli affetti e ricordi, altre si lasciano andare perché è così che si deve fare, altre ancora vengono guardate con un po’ di malinconia, il poteva essere e non è stato, il poteva essere ancora, ma non c’è rimpianto. L’occhio che guarda è un occhio che ha visto, ma è un occhio pulito. Sembra che il poeta abbia fatto ordine, abbia fatto i conti, c’è una matematica interiore che alla fine mette a posto le cose. I conti è bene che tornino, e tornano attraverso la poesia, che, come nei precedenti libri di Di Spigno, è bella, spietata, esatta, efficace.

    Stelvio Di Spigno è un poeta che ha attraversato il dolore, quel dolore che deriva dalle lotte quotidiane, fosse pure dalla più banale forma caratteriale, dallo scontro cercato con le parole e, azzardo, anche con le persone. Il dolore che viene a non farsi una ragione di niente, nemmeno di se stessi. A cosa somiglia, dunque, questo perdono? A me pare assomigli alla serenità. Una serenità conquistata lottando e raggiunta nelle poesie e con le poesie di questo libro. Poesie fatte di persone (alcune significative dediche), di luoghi e cose. Poesie raccolte sotto un titolo che vuole trattenere, vuole dire pausa, ma significare anche una ripartenza. Fatta chiarezza, ricominciamo.
    Me la immagino uguale la mia faccia,
a fissare dal vetro
il mondo che fa paura
e si avvicina, e io fermo per timore
che lasciare la mia casa
mi facesse scordare
chi mi voleva bene.
    Un altro punto chiave della raccolta del poeta napoletano è (e non poteva essere diversamente) la memoria, lo nota correttamente anche Umberto Fiori nell’ottima (e grazie a dio sintetica) introduzione. Le figure chiamate a far memoria sono i nonni, la madre, altri affetti e poi Napoli. Una Napoli, che anche in passato Di Spigno ha raccontato fuori dal canone, dallo schema classico. E, facciamo attenzione, non parliamo di un’altra città, parliamo solo di un diverso modo di raccontarla e di viverla. Pazzo è chi racchiude il capoluogo partenopeo in piccoli scompartimenti. La serenità però non significa resa. Ciò che dava fastidio continuerà a farlo. Cose come l’inautenticità, ed è per questo che Di Spigno scrive i versi senza orpelli, senza incorrere in banalità, fuori dai rifugi sicuri ma anche fuori dallo sperimentare invano. L’esperimento sta nel giocarsi tutto in ogni poesia, rischiando per chiarezza, arrivando al significato parola per parola, non nascondendosi.

    Questione di pronuncia
    Non è assenza di me, è più una rotazione
(causa medicinali corrosivi per la mente),
il piantarmi a memoria in una strada con rimpianto,
frequentata anni fa con la prima delle tante,
ma più pura di tante altre tuttavia e comunque,
che sul bordo della copertina serena mi aspettava,
mi ospitava in una casa troppo sicura e snella
per durare, per drenare per noi sulle stampelle
un temporale notturno in via Tino di Camaino,
e cosa pensavo allora l’ho scordato per sempre:
resta la pace che mi dava lei ogni sera,
il pellame sepolto dell’adolescenza amara,
due braccia tonte che ardevano in cadenza,
come alcolica fragranza in un disordine celestiale,
e dirlo non serve se poi è finita male,
mentre tutto sembrava un Eden fatto apposta
per dire in ogni lingua “voglio cogliere la mela
senza fare peccato e finire in galera”,
e alla fine ci penso e ci ripenso,
ma si dice solo a Napoli e dintorni.

    La nuova ricerca di Di Spigno comincia da queste pagine e poi dalla fine di questo libro. Ci vogliono molte belle poesie per tentare una strada diversa, una modalità di vita che parta da un nuovo zero (zero che viene da un accumulo e non da un reset), e le troviamo in qui in Fermata del tempo, un libro molto coraggioso e non privo di dolcezza. La dolcezza di chi dopo giornate pesanti si concede e concede una carezza. Si dice spesso del piacere di ritornare su una poesia o sull’altra quando ci si trova in mano un libro riuscito, questo è uno di quei casi; la buona sorte di chi legge poesia e di chi legge Di Spigno è di poter fare avanti e indietro, di procedere piano; spesso questo piacere la narrativa, pure se ottima, non ce lo può concedere.

    Sega circolare
    Hai portato le radici a stare basse, a essere
sistema puro, stilema. Le hai sistemate
una volta divelte, nel seminterrato. Ricamavano
sull’asfalto una coltre di dossi e doline
che riducevano le auto a brandelli. Si buttano giù
gli alberi per questo. Per non fallire
quando si ha fretta, e si va a manetta in venti metri
con un odore di scarico munito di utilità.

    Anche gli uomini hanno radici. Falliscono
anche loro. Che portino oro al collo o si siedano
dentro un cratere da muratore. Quanti ne ho incontrati,
in questa città occidentale. Qui da noi se non sei uguale
agli altri, in fatto di fortuna, sei solo fallimento.
Amoroso, polifonico, esistenziale. In un altro
continente saresti stato una cellula di ovatta
che soffre la fame, qui tutti si sentono spiriti
eletti, in cerca di tormento e salvazione.

    Qui fallisci e vai via. Espulso dalla tribù. Non hai
diritto di replicare. E dire che il fallimento
ha la stessa scatola cranica della morte. Le stesse
misure di camicia. Lo stesso rossetto, se fosse donna.
Potresti capire molto dalle sue anche. Fallimento da cavaliere,
operaio, politico, consumatore. Di tutti i tipi,
per tutte le congetture. Se ne potrebbe parlare,
così che non spaventi più nessuno. Ma questa
è solo una poesia.

  • 07Set2015

    Nicola Bultrini - Iltempo.it

    I versi di Stelvio Di Spigno per chi si ritrova dove l’ombra è chiarezza di intenti

    “Il ricordo mi distrugge eppure / ascoltare le campane / altrove mi riporta”, dice Stelvio Di Spigno nella sua ultima raccolta di versi, “Fermata del tempo” (Marcos Y Marcos). E l’altrove è una necessità, lo spazio di un tempo da recuperare, ma senza mai naufragare in una sterile e solipsistica nostalgia.

    La cifra dei suoi versi è chiaramente la memoria, ma intesa come strumento funzionale ad una visione alternativa dell’esistente. “Io mi ritrovo dove l’ombra è chiarezza d’intenti”, dichiara Di Spigno, e “prego di tornare / al sonno senza pace dei bambini”. Nelle pagine, come un canzoniere, si muovono gli affetti verso le persone della vita felice, in una città trasognata nella purezza del sogno infantile, la casa, le case e i loro abitanti, composti nei gesti semplici e certi. È evidente quindi lo sforzo tenace di arrestare il tempo, almeno nell’immaginario, ma non per una resa o un ripiegamento, bensì per mettere in luce una identità, redimerla dalla furia degli attimi. Allora il tempo si vede nella sua oggettività soltanto negli strappi, e “quanta luce è possibile che passi / da un corpo a un altro, da una mente a un’anima”. Tanto sono preziosi questi rari spazi di manovra, che impongono un assoluto rigore. Non c’è spazio per gli intellettualismi, per l’ideologia, “ora non c’è più scampo per i ricordi infranti”, la vita chiede di essere chiamata per nome, con onestà e umiltà, per restituire voce alle cose smarrite, alle persone dimenticate. “Sarebbe magnifico evaporare, / essere fiore, strada, frontiera, / ascoltare quello che dicono i risorti”. Ma Di Spigno, vede troppo bene che “amore, gioia, lutti e dispiaceri / rimangono muti nelle tasche”; percepisce lucidamente che la realtà quotidiana è una fornace che tutto smarrisce e distrugge. Non è quindi taciuta una sincera collera, verso i luoghi d’elezione. A cominciare dalla sua Napoli, verso cui è severissimo, “città di fame immonda e solo da guardare: oggi / lavoro lontano, non posso vederti invecchiare”. In questo insensato riabituarsi e riabitare ottusamente il reale “com’è triste il paesaggio quando è umano”, quanto è tragico constatare che “l’uomo deve vivere, invece sopravvive. / Un sì dopo l’altro, accetta anche la morte”. Ma attenzione, i versi di Di Spigno non sono animati da un cieco e nichilistico risentimento. La sua rivendicazione verso un’immagine più autentica e consistente delle cose, verso una loro radicalità storica, ha invece tutto il sapore di un estremo e viscerale atto d’amore e di speranza.

  • 06Set2015

    Alessandra Pacelli - Il mattino

    “Per chi ha il mandato di salvarsi da solo”. E già qui, in un solo verso, il succo maturo di Stelvio Di Spigno, che in Fermata del Tempo raccoglie testi composti tra il 2010 e il 2013 e in parte già pubblicati.

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  • 01Set2015

    Francesco M.T. Tarantino - Faronotizie.it

    Conoscevo Di Spigno per aver letto alcune sue poesie su questa rivista qualche anno fa, poi mi è capitato di leggere il suo nome in diverse occasioni di recensioni o di citazioni, finché il mio direttore mi ha dato da leggere il suo ultimo libro che mi ha intrigato fin dalla prima pagina e, credetemi, verso dopo verso l’ho trovato pregno di significanze, di costrutti e di risonanze che inducono a meditare sui valori espressi nei versi delle poesie.

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  • 11Lug2015

    Gianluca D’Andrea - Carteggi Letterari

    Libri crepuscolari III. – L’oscuro pianeta del ricordo: “Fermata del tempo” di Stelvio Di Spigno

    Nella dedica personale al libro, inviatomi da Di Spigno lo scorso giugno, c’è un piccolo errore cronologico: “Napoli, 16/6/2016″.
    Parto da questo lapsus temporale, in apparenza insignificante, perché è proprio il tempo il vero dilemma nel ricordo dell’autore napoletano. Come in La nudità (Pequod, Ancona 2010, vedi una mia precedente lettura ora riproposta qui), l’assillo è l’epokhḗ, un senso di sospensione necessario ma apparentemente perduto – tranne nei luoghi e nelle persone vicine – riproponibile, per l’autore, religiosamente, come un dovere.

    La «collera trattenuta», richiamata in prefazione da Umberto Fiori sembra indicare questa religiosità necessaria – anche se, contrariamente a quanto espresso dal poeta ligure, “esibita” – sul piano etico e in termini di volontà di ricostruzione comunitaria. Forse, a volte, la disposizione di Di Spigno sembra scivolare da assunti moralistici, ma è la “fermata” del titolo a giustificare una scelta di revisione e delusione nei confronti del mondo – l’aggettivazione utilizzata, d’altronde, manifesta disprezzo che aspira a concludersi in un cursus migliorativo; purtroppo non emerge innovazione ma ri-corso: «luogo sconosciuto», «reame straniero», «parole errate», «orrenda compagnia», «braccia tonte», «disordine celestiale», «gente brutale», «invertebrata lontananza», «oscuro pianeta» e così via. Di contro, l’aspirazione alla purezza, alla “nudità” (in tal caso, rispetto alla precedente raccolta, Fermata del tempo è il libro della speranza franta proprio a causa del ricorso memoriale): «il piantarmi a memoria in una strada con rimpianto,/ frequentata anni fa con la prima delle tante,/ ma più pura di tante altre tuttavia e comunque» (Questione di pronuncia, p. 41, vv. 3-5).
    Certo, Leopardi continua ad agire sul pensiero poetico di Di Spigno, trasducendo la speranza in una neghittosità spudorata, aperta: «si rivolge il pensiero a questa gente brutale», «e sono io la vera eccezione» (Stazione marittima, pp. 44-45, v. 11 e v. 22), ma castrando la fuoriuscita della parola dal circolo ripetitivo della possibilità perduta, della nostalgia.
    I testimoni della quarta sezione sono figure del crepuscolo, della scomparsa senza avvicendamento: «Sapere che non verrò più da voi/ […] ricordo che non c’è più la casa/ che voi siete in paradiso e nei ricordi» (Il pranzo dalle zie, pp. 55-56, v. 1 e vv. 14-15), oppure del richiamo a una diversità dettata dalla stessa parola: «Come vi ho rimediati/ e di rimedi non ce n’è, nelle tare/ della terra e del cielo, santi morti e sacro passato,/ in orbita breve ma stellare/ ci siamo ritrovati per poco/ a camminare, annusare la stessa aria,/ ragazzi fermi alla fermata della scuola,/ mendicanti che hanno dato al nulla il loro stato,/ abbiamo la stessa forma, le stesse ossa,/ ma non cadremo nella stessa fossa, le date non coincidono,/ ci assomigliamo ma qualcosa ci divide,/ e questa cosa è la parola che invece condivide/ e che io non conosco/ come vi riconosce il giorno aperto,/ le stelle scese dal pendio,/ la vita quando ancora era vita» (Trastevere ore quindici, pp. 63-64, vv. 1-16).
    La colpa, altro tema imprescindibile per Di Spigno, in Fermata del tempo porta a cadute autoreferenziali, chiusure senza riscatto: «Non posso rinfacciare. Non ringrazio, non ho vita/ da opporre alla fatica. Solo che non duri/ il silenzio di quanto mi ha scaldato. Che il teatro/ non mi resti sulle spalle senza attori./ Che non debba mangiarla fino in fondo/ l’ortica che ho piantato sui miei passi./ E che Dio, in eterno, mi perdoni» (Contabilità infinita (Annum per annum), pp. 67-68, vv. 23-29).
    Eco e stanchezza, alcune forzature: «cose e persone che sono ormai ricordi/ s’infrangono nel sole, e ogni inizio è una fine,/ questo dicono i tempi, bagagli alla mano. Orologio mortale» (Il treno per Sezze, pp. 69-70, vv. 6-8); autocommiserazione: «Non un ricordo, non un fiore da parte dei colleghi. E dell’amore/ una vaga rimembranza che è meglio allontanare» (Il sabato della supplente, pp. 71-72, vv. 8-9).
    Qui la lezione di Leopardi, troppo letterale, si affloscia in analisi lontane dall’aderenza alla realtà dei fatti (autoreferenzialità, appunto) nel desiderio, quasi, che la “speranza sia veramente andata in pezzi”.
    La riflessione sul tempo e sul ricordo sembra vivificarsi solo nelle figure del conforto, quando non si cerca più “qualcuno che somigli” all’autore per un ulteriore rispecchiamento. L’agnizione avviene nella diversità, come i bei testi della sezione La buona maniera (Saluto e Renata) stanno a dimostrare. Qui la speranza si riattiva in descrizioni ariose, compiute (i componimenti citati sono riportati in calce alla riflessione).
    Nel complesso, Fermata del tempo appare come un libro d’attesa (titolo in tal senso pertinente). E si aspetta che, lontano dal rimpianto della perdita, la speranza si tramuti in nuova azione.

  • 04Lug2015

    Bonifacio Vincenzi - Ilsognodiorez.blogspot.it

    Stelvio Di Spigno: il personale sentire di un poeta autentico

    “Parlo di età: adesso, allora. Ma quale è la mia vera età di oggi, se le contiene tutte, nessuna consumata, nessuna maturata, tanto che non riesco a seguire il trapasso all’una all’altra? Mi pare di vederle tutte allineate, parallele e discordi, cavalli malamente assortiti, aggiogati allo stesso carro.”

     

    Così scriveva la scrittrice napoletana Clotilde Marghieri nel suo romanzo più famoso, Amati enigmi,  pubblicato da Vallecchi nel 1974 e vincitore del Premio Viareggio.

    Gli amati enigmi toccano anche il poeta napoletano Stelvio Di Spigno che al contrario della Marghieri sembra voler fare delle distinzioni tra un’età e l’altra. Questa sua Fermata nel tempo (Marcos Y Marcos), nel peccato del cambiamento, dove il lutto non si addice alla corsa del tempo,  è, in realtà, una fermata nella Poesia, che è l’unica  e fedele custode di tutte le età.

    Stelvio Di Spigno è un poeta autentico, un poeta che merita un posto di riguardo nel panorama della poesia italiana contemporanea.

    Vogliamo parlare della sua sensibilità? Una sensibilità sofferta, messa a dura prova dalla durezza di un mondo che riconosce a stento il respiro di un’umanità sempre più confinata in  una dimensione quasi inaccessibile …

    C’è sempre un anno che precede, con una voce corta/ che ti dice che è giusto partire, rimescolare/ le frasi, fare a pugni coi desideri e le intenzioni,/ e c’è sempre un anno nuovo, nel quale è doloroso/ tornare, rivedere volti appesantiti, anche se di poco,/ perché poco  il mondo si è spostato, giorno per giorno,/ mentre pensavi che tutto passasse a rilento./ E ora eccomi qua, nella stanza come nuova,/ tra pareti che non parlano più, e che a stento,/ se potessero parlare, mi riconoscerebbero …” (La voce corta).

    La vita, in fondo, è questo immaginare di andare avanti, questo far finta di credersi cambiati. In realtà sono solo i corpi che invecchiano: dentro non si cambia. Se si cambiasse solo in minima parte, l’esistenza non confinerebbe con gli abissi dei rimpianti.

    Poeti come Di Spigno, con intelligenza e sensibilità, tormentano il loro personale sentire, per richiamare la Poesia, l’unica casa edificata vicina ai panorami dell’ eternità. E tutto questo “privilegio” ha un prezzo molto alto pagato con la moneta della sofferenza …

    “Il ricordo mi distrugge eppure/ ascoltare le campane/ altrove mi riporta/ alle calle della vecchia chiesa,/ a mio zio che le metteva sull’altare/ senza lasciarmi la mano …” (sottrazione, 4)

    Un’altra fermata nel passato mentre un’aura si veste di parole e, per dirla con Umberto Fiori, che ha scritto la prefazione al libro, “il male di vivere è là, solido e trionfante, ma la poesia sa affrontarlo a occhi asciutti, sa addirittura cantarlo.”

  • 23Giu2015

    Antonio Spagnuolo - Antonio-spagnuolo-poetry.blogspot.it

    Nella personalissima capacità di realizzare una musica ritmata del verso Stelvio di Spigno realizza tutta la cultura che il suo bagaglio riesce a trattenere. Una cultura pregna e ben difesa, che denuncia anni ed anni di ricerca e di dedizione .

    Così la sua poesia, ricca di elementi candidi e superbi insieme, esprime la “parola” in sovraimpressioni e arrangiamenti che sincronizzano il tempo e la catarsi , il dolore e la gioia, la speranza e l’illusione , la denuncia e la sofferenza , l’urlo ed il sussurro , la memoria ed il rimpianto, l’amore e l’abbandono, per un canto continuo che si amplifica pagina dopo pagina. Il racconto insiste tra le mura, tra le aperture solari , tra le ingenuità di domande o di silenzi, oppure nella rivisitazione di luoghi nei quali si illuminavano fantasmi.
    “Dove abitavamo un tempo, accasati / e incantati, io , i miei nonni , mia madre,/ mio zio – è passato molto tempo e il luogo / non è cambiato. Specchietti per le allodole,/ noi, cristiani di inizio millennio con fantasia / ridotta al grado zero del desiderio , non / ne abbiamo mai inseguiti – e ne andiamo fieri.” – Una pennellata ove ombra è chiarezza e dove il colore stempera fascinazioni luccicanti. Il rincorrersi dei giorni cerca disperatamente un appiglio che potrebbe frenare la frantumazione delle ore, e la sublimazione del ricordo incide con partiture al rintocco di quel sogno che la mente accarezza. La riscoperta delle radici diviene intensità tematica, che si caratterizza per la sua abilità a ricostruirsi in un apporto di umidità e calore, che si trasformano in veri e propri scavi introspettivi, al di là di una improbabile lunaticità umbratile e malinconica.
    La ricerca allora ritorna , mai appagata, in un’ansia di espressività che si arricchisce in variegate composizioni.