E io che intanto parlo

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  • 07Mar2017

    Gianni Montieri - Anna Maria Curci - poetarumsilva.com

    Anna Maria Carpi, e intanto parlo con voi

    “E io intanto parlo con voi”, è il risultato di una chiacchierata che Anna Maria Curci ed io abbiamo fatto con Anna Maria Carpi; molti sono i temi trattati e gli spunti interessanti, è stato bello e divertente, speriamo che lo sia anche per voi. Grazie. (Gianni Montieri)

    D: Cara Anna Maria, tu sei nata a Milano, e a Milano vivi. La città è molto cambiata negli ultimi anni: qual è il cambiamento più sensibile, a tuo avviso? E cosa, secondo te, Milano ha perso o cosa non ritrovi più della “tua Milano”?

    R: Sono nata a Milano da un’emiliana e da un toscano (figlio di un’elbana e di un irlandese  adottato un secolo e mezzo fa da dei Carpi di Lucca). Ho sempre abitato dove abito tuttora, in questa casa del quartiere Magenta che conserva il suo volto borghese di primo ‘900. Qui sono ogni volta rientrata dai miei giovanili soggiorni di studio all’estero e poi dai decenni durante i quali, sia pure pendolando, ho insegnato alle università di Macerata, di Bonn e di Venezia. La “mia Milano”? Sono di fatto solo alcune vie che potrei indicare una per una, tutte entro piazzale Baracca e piazza Cadorna, e la mia via che, parallela ai treni della Stazione Nord, sbocca sui primi alberi del mio amato Parco. La città è cambiata? Lo constato quando vado a piedi da Cairoli a S. Babila, e molto oltre non ho voglia di andare. Salvo delle visite al nuovo centro di Porta Nuova che è mirabile, vedi il grattacielo dell’Unicredit, ma che mi sembra appartenere a un continente del futuro. Già la parola “grattacielo” non suona più attuale.

    D: Cosa nasconde e cosa mostra il cuore dei milanesi?

    R: Il cuore dei milanesi? Nella città degli affari? Come ben si sa, pochi a Milano sono nativi milanesi, e ora meno che mai. A parte i limitati commerci degli africani, a colpirci oggi è la presenza di quelli che chiamiamo per comodità i “cinesi”. Ma questo è  oggi il mondo, e da noi di nativi ora ci sono solo i digitali, uguali ovunque. E altra novità: anche fra sconosciuti non digitali ci si chiama tutti  per nome. Il tu, il tu della paura di restare soli?

    D: Per il tuo lavoro a Ca’ Foscari hai fatto per molti anni la spola tra Venezia e Milano, luoghi molto diversi tra loro, quanto di queste due città ha influenzato la tua scrittura? E quanto ha contato, invece, il tuo viaggiare?

    R: Ho ambientato il mio primo romanzo, Racconto di gioia e di nebbia, a Venezia. Ho molto amato Venezia negli anni ’80 e vi ho comprato casa. Ma se sogno, sogno il nord, l’inverno, il maltempo. Altri miei scenari successivi, dovuti ai miei viaggi, sono: l’Olanda, dove ho avuto una lunga amicizia, Mosca, dove nella mia passione per il russo sono stata più volte, una cittadina inglese dove studiavo la lingua, e Bonn, Berlino, la Germania. Milano ritorna nell’autobiograficoPrincipe scarlatto. Ma la mia scrittura è più fatta di personaggi che di luoghi. E la natura? Qui cito una mia recente poesia: «Non ti fermi a guardare?/ Sì ma per qualche istante,/ è così bello/ che diventa un tormento./La natura!/ Lo so che io non c’entro./ Io non sono natura». Forse per questo le mie modeste donazioni vanno alla difesa del pianeta, dall’Artide agli  uccelli al leopardo delle nevi.

    D: Veniamo alle poesie, alle tue «piccole arroganti», che cosa ti consentono di raccontare? Quanto conta la capacità di accelerare che consente il verso?

    R: La poesia. Pretendere di dire in breve è certo un’arroganza. Ma se riesce, l’effetto supera ogni lungo dire in prosa. Solo che il materiale emotivo dev’essere imbrigliato dalla logica, ossia la logica deve controllare i nessi fra le fuoriuscite. I  nessi vengono dal profondo, sono  più seri dei momentanei arbitrii, e sono ciò che può poi far dire ai lettori: è quello che sento anch’io.

    D: I tuoi testi sono da sempre molto musicali, non ti piace rinunciare alla metrica e non rinunci mai al ritmo, è questa l’unica strada possibile?

    R: No, non rinuncio a una certa metrica: le rime hanno un effetto semplificatorio, se vuoi comico, e si può farne a meno. Ma non del ritmo. Da me si fonda su settenario, doppio settenario ed endecasillabo. Molto tradizionale. Certo che non è l’unica strada possibile, io uso anche il verso libero, però il ritmo svolge forse una delle più antiche funzioni della poesia, quella di farci sentire che siamo tutt’uno.

    D: Non hai mai fatto mistero di amare Celan e Caproni, potresti dirci brevemente che cosa ti piace della loro poesia?

    R: Di Celan amo il freddo e lo slancio metafisico, di Caproni la mano calda e il suo stringere il reale.

    D: Uno dei temi ricorrenti nella tua poetica è quello della ricerca degli altri: cercarli e sentirli indispensabili. È ancora forte in te questo sentire?

    R: La ricerca degli altri ovvero il desiderio di comunicazione: no, non mi  venuto meno. E se fantastico su come vorrei morire, è di un gruppo di amici riuniti a cena che dopo la cena e i reciproci brindisi si suicidano insieme. Sono certa che Dio, se c’è, e io non ho mai smesso di sperarlo, non possa non comprendere chi a un certo punto non regge al male di vivere.

    D: Una cosa molto apprezzata della tua scrittura è la capacità di raccontare il mondo, magari, descrivendo la tua scrivania, o quello che vedi dalla finestra di casa; ritieni ancora che si possa raccontare tutto partendo da una piccola cosa, una cosa che si conosca molto bene?

    R: Nessuno lo sa ma io per vari anni ho disegnato, disegnato dal vero, a matita e a china, con una spiccata tendenza alla caricatura. Sono una visiva, ma non ero abbastanza cattiva e hanno poi prevalso la simpatia, lo stupore, il desiderio di cui dicevamo. Sì, scrivere è descrivere – e perché si descrive, se non per salvare anche una piccola cosa da cui si è partiti?

    D: Negli ultimi tuoi libri, diciamo da Quando avrò tempo in poi, è diventato molto presente un altro tema, anzi, per essere più precisi, una domanda, che potremmo sintetizzare con: Cosa c’è dopo? Per cui non una riflessione sulla morte, ma sulle possibilità, sul fatto che tutto possa esaurirsi con la fine delle nostre vite o meno. Potremmo dire che ti chiedi se tutto questo abbia un senso?

    R: Ci sono tanti che a domandargli se si pongano l’interrogativo di “un dopo” rispondono con un netto no. Io è solo quando concludo che sono da buttare che non m’importa più del dopo e nemmeno se ci sia Dio o no, ma nei momenti in cui credo in me stessa mi torna Dio e con Dio il rifiuto della morte. Ciò che mi lascia perplessa è che il perno di tanta meditazione sia il mio io. Come giustificarmi?

    D: Quando avrò tempo, dicevamo, e quanto ne sprechiamo?

    R: Nella globalizzazione il tempo è diventato un vero dramma. Tutti assillati, tutti sovraccarichi. Proliferare della burocrazia in ogni nostra minima relazione pubblica, mezzi di comunicazione che consentono d’instaurare sempre nuovi fulminei legami virtuali. Io spero sempre in un’improvvisa reazione contro questa smania. Qui è  lo spreco. Solo i momenti di solitudine sono fertili, solo questi poi condivisibili – ma sensatamente.

    D: Come definiresti il rapporto tra la tua scrittura e le tue letture, in particolare di autrici e autori di lingua tedesca da te frequentati come persone di famiglia, e dunque amati e talvolta, perché no, cordialmente detestati, ma pur sempre ineludibili?

    R: Le mie relazioni con autori di lingua tedesca hanno avuto per centro la traduzione. Ho fatto sempre amicizia coi viventi che ho tradotto, tutti poeti, perché traduco solo poesia, ad esempio con Durs Grünbein e Michael Krüger. Adoro Gotffried Benn, ma è morto nel ’56 e peraltro dubito che gli sarei andata a genio e quanto al remoto Kleist l’ho anche odiato, anche a causa dei suoi esaltati apologeti.

    D: Mi affascina il rincorrersi di poesia e prosa nella tua scrittura e le confessioni, contenute soprattutto ne Il principe scarlatto, circa l’aspirazione all’opera in prosa, quasi una fantastica “opera al nero”, alla quale si affianca la poesia, avvertito come presenza minore ancorché costante, una sorta di ‘gatto domestico’. L’impressione è quella di tensione e dinamismo in continuo divenire: è così per te?

    R: Ho scritto poesia già nell’adolescenza ma, essendo convinta che per chi scrive la vera prova fosse la narrativa, per anni ho speso il mio tempo, e lo rimpiango, in una quantità di incipit senza soluzione. Molto tempo ho speso fino al 2002 anche a tenere un diario, sono migliaia di pagine, ma questo non lo rimpiango. Dopo il ’90 ha vinto comunque la poesia. Non è una sorta di gatto di casa, è, credo, la mia vera vocazione, consona al mio “non saper inventare”. Un non saper inventare che a volte ha trovato sfogo nella brevità del racconto. Alcuni dei racconti sono stati poi pubblicati in due piccole raccolte, vedi Il mio nome era un altro. Bambini dell’Est e Uomini, ultimo atto.

    D: Tra i tuoi romanzi qual è quello che hai più amato?

    R: Fra i miei romanzi credo che il più valido sia il quarto, Un inquieto batter d’ali. Vita di Kleist. Avevo un immenso materiale, l’inventare si è concentrato nel trasformare in dialoghi i suoi scritti minori e le sue tragiche lettere, e qui mi è parso di capire che invece dei romanzi avrei forse potuto scrivere qualcosa per il teatro, e da ultimo l’ho fatto: una breve pièce, il titolo un suo disperato detto: «Io voglio, io devo entrare, e fosse di traverso» (H.v.K.).

    D: Ti si vede molto spesso ai reading, anche di giovani autori, la tua curiosità è ammirevole, così come la capacità di ascolto. Vale ancora la pena uscire di casa, prendere un tram e andare ad ascoltare le poesie di uno sconosciuto?

    R: Per me è sommamente interessante vedere cosa scrivono gli altri e giusto i più giovani. Non gli si appropria più che mai il detto di Kleist?

    D: Il tuo ultimo libro, E io che intanto parlo, raccoglie una parte sostanziosa della tua opera poetica. Cosa significa raccogliere tutto, riordinare, trovare un nome nuovo a cose di un altro tempo: in sintesi, com’è guardarsi indietro?

    R: Selezionare e ordinare materiali degli anni passati in vista di un complessivo, come ho fatto due volte con le poesie, per un’edizione tedesca e per l’edizione Marcos E io che intanto parlo(titolo ironico), non è un lavoro indolore: sono dubbi continui sulla forma, sull’immagine di sé, sul ne vale la pena. E parecchi testi a me cari delle mie cinque raccolte ne sono comunque rimasti fuori.

    D: E tu intanto parli ancora? Ci dici a cosa stai lavorando?

    R: A cosa sto lavorando? Qualche nuova poesia, e nello scorso autunno ho scritto un racconto satirico, Dietro le tende écru, 100 pagine, su due tipi come noi. Ho rubato il titolo alla Guardia bianca del sommo Bulgakov: come difenderci dai “rossi”, dal bolscevismo della globalizzazione?

    *

    Intervista  a cura di Gianni Montieri e Anna Maria Curci, ringraziamo moltissimo Anna Maria Carpi.

  • 27Giu2016

    Antonella Fiori - Natural Style

    È il desiderio, e non la disperazione, quello che muove l’universo poetico di Anna Maria Carpi. Nei versi di questa raccolta, che va dal 1990 al 2015, ci svela il tratto più forte del suo carattere

     

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  • 27Giu2016

    Dario Borso - satisfaction.me

    Celaneggiando

    Lo psicanalista Mario Ajazzi Mancini con il saggio L’eternità invecchia (Orthotes ed.) ha completato il periplo filosofico del continente celaniano iniziato nel 2009 con A nord del futuro (Clinamen). Appena uscita è anche l’antologia poetica della germanista Anna Maria Carpi E io che intanto parlo (Marcos y Marcos), una cui sezione scritta vent’anni fa, “Compagni corpi”, testimonia di un serrato dialogo con Paul Ancel-Celan.

    Il lettore italiano ha dunque l’opportunità di saggiare quanto questo poeta appartato e centrale del Novecento tedesco abbia avuto ed abbia tuttora la virtù di suscitare domande ultime come emozioni prime. Poiché è più facile epitomizzare queste della Carpi che quelle di Ajazzi Mancini:

    E QUANDO DICONO “diritto di vivere” –

    e tutti a lustrarlo

    questo gioiello,

    farlo risplendere, guai chi lo tocca,

    ma francamente –

    che cosa ci serve?

    Se è per le brave cose compiute

    un po’ per caso un po’ per timore,

    il tempo perso

    non so più come

    e ciò che ancora faremo

    di dovuto e di simile agli altri…

    Cose io volevo senza diritto,

    navi porti felici irresponsabili.

    Io in verità non comprendo

    cosa sia tutto questo che vedo,

    sono una gazza bianca e nera,

    io grido “voglio” e “non voglio”

    e “bene” e “male” e “amo” e “odio” –

    oppure taccio, l’occhio che pulsa

    per la paura.

    Cose infantili,

    ah, tutto infantile sino alla morte –

    e non c’è più tempo.

    ANCEL, INVECE TU MAI

    eri bambino,

    e per poco lo fu

    Isacco con Abramo

    o la bimba di Jephte o il piccolo

    Izaac a Odessa,

    il cranio raso, bluastro,

    il violino sbattuto in cortile,

    i due colombi sventrati

    nel pogrom.

    Non c’è tempo per esser bambini –

    dentro una storia sacra.

  • 04Giu2016

    Andrea Galgano - cittàdelmonte.it

    Anna Maria Carpi: la parola e l’altro

    La nuova antologia di Anna Maria Carpi (1939), fine germanista e saggista di valore, E io che intanto parlo. Poesie 1990-2015, edita da Marcos y Marcos, restituisce la compiutezza dissodata di un mondo primario che viene continuamente riformulato e donato, come se il mondo poetico dovesse, in qualche modo, restituirsi sempre. Tale restituzione si distende, nella sua profondità, lungo tutta l’arsi poematica, come incontro e relazione, rivelando l’interezza dell’espressione e avvertendo, come annota Roberto Galaverni, «il sentimento del proprio particolare destino, l’inconciliabilità, non importa se nel bene o nel male, del proprio sentire con quello degli altri, a partire dal riconoscimento di una ferita iniziale – «la macchia dell’origine perdura» – mai risanata».

    A morte Talleyrand (1993, Premio Pisa 1993, Premio Diego Valeri 1994) esplora l’anteriore origine familiare dipanata nelle relazioni tra voci umane e percorsi esiliati, e «[…] quasi alla ricerca di un senso, di una risposta impossibile», sostiene Fabio Pusterla, «la scrittura continuerà a tornare inesausta, compulsando genealogie e transumanze umane», celebrando la distanza cerimoniale tra la separatezza e l’origine, l’estremità e l’avvicinamento, come l’ampio confine dei suoi luoghi sospesi e umbratili e in cui, come afferma Anna Toscano, «i suoi dove sono postazione da cui poter osservare gli altri nel tentativo di scorgere un senso, una condivisione delle umane prassi».

    La sua delimitazione spazio-temporale diventa l’avamposto scomposto e rituale di una soglia vibrata, in cui la concrezione della realtà si impone come rilucenza e lesione, itinerario e spoliazione d’essere, e laddove l’adito nella datità si scompone per rimanere indenne ed escluso:

    «È alla mia fermata in piazza Sud / che non so dove vado, / che vorrei / tutt’altro luogo, / una casa altrui per esempio, / un letto, un tavolo / e la mia roba sulla sedia. / È nella mia casa di sempre il male, / è dalla mia esistenza / che non dovrei passare, / anche se amo quegli alberi all’inizio del parco / e il loro inverno e la neve. / E ancora accettabile è la porta di casa, / quella esterna, / e l’intervallo fra questa / e quella a vetri, / ma il mio nome, il nostro nome fuori / già non posso vederlo. / Adesso ho un’altra casa, in un’altra città – / da nuova era normale, / come ogni casa d’altri – / ma come una macchia sul muro / anche là è apparsa a un tratto / la mia esistenza».

    L’ingresso dell’esistenza diviene, pertanto, l’avviso della lontananza e dell’attrito della sua stanza terrena verso la salvezza, «[…] si è sempre appena arrivati, / sempre in partenza, / si sta in una stanza terrena, / nell’anticamera / di ciò che sarà: appuntamenti / andirivieni per la salvezza. / Così per me è l’aldilà», nella densità quotidiana si addensa la memoria e la sua mancanza di porte chiuse, nell’abbandono disfatto di tempo e spedita sospensione.

    La stanza di Anna Maria Carpi è lotta che splende e incenerisce, come ha scritto Alfonso Berardinelli, tavola atroce nell’ora della bufera («Siamo a tavola. È ora di bufera»), gioia efferata di parole che scagliano buio disciolto in una domanda elementare, in un furore basico che si annoda sull’ora, interna ed esterna, del quotidiano.

    Italo Testa afferma:

    «Un registro sentimentale spezzato, frequenti scatti umorali, l’impudicizia di tornare spesso su di sé, sul proprio magone, sulle magagne, le macchie di un’esistenza. Eppure la tonalità dominante non è quella del lamento, ma semmai una certa levità, che traluce in uno sguardo spesso trasognato, a volte leggermente ebbro. Questa risentita svagatezza è come presa in un moto arioso, e se a volte stempera un nocciolo duro, minerale, di sofferenza, non è tuttavia estranea a una nota ingenua, di felice resa, come se lo squilibrio dei versi fosse il tracciato verbale, l’idiografia di un’oscillazione interna, di un’ironica altalena tra malinconia e grazia. Se c’è una legge individuale di quest’opera, non andrà cercata in alcuno dei due poli, ma solo nell’intervallo tra la malinconia dell’introversione del sé e la grazia dell’abbandono all’estraneo, in una continua triangolazione tra un sé dolente, gli altri immaginati e il disordine percepito delle cose».

    Tale furiosa scultura è una prominenza di riflessi segnati che anche nella luminescenza raccolgono ombre accese ed evitano ciò che è identico («e io mi vergogno / delle cose che tocco, / della mano che prende la tazza, / del mio esserci ancora»), come un fondale disarmato che rincorre un diritto, una speranza, una singola vita travagliata esposta nella luce interiore dei dipinti e degli ingressi, nelle chiusure avite delle terre e delle nebbie: «So che non posso dirlo, / che tutti riderebbero / quando mi sveglio presto / in certe albe / c’è l’eterna bellezza. / davanti agli occhi, manifesto / è quel che mi può salvare, / la compagnia della luce, / passeri, merli, / l’ora di nessuno, l’ora d’oro, / e come piaccio a me stessa piaccio a loro».

    Il battito disorientato dell’io insiste sulla provvisoria presenza degli altri amati, immanenti e distanti, scoprendosi «lacerato […], preso dalle forze tempestose di due figure genitoriali in perenne conflitto, […] che estendono la loro influenza anche ben oltre la loro fisica scomparsa. […] Tutto il dramma dell’io sta, si potrebbe dire, nel territorio del “fra”, in questa terra d’esilio e  disorientamento […] che impedisce di definire serenamente un’identità, e condanna a non potersi mai abbandonare,a  non potersi mai sentire parte di qualche cosa» (Fabio Pusterla).

    Scrive Roberto Galaverni:

    «La figura dell’io che si disegna in questa poesia – una poesia visceralmente, pervicacemente egocentrica – oscilla continuamente attorno a questo nodo che di fatto non può essere sciolto, pena l’annullamento di un’instabile, sofferta ma in ogni caso ben riconoscibile identità. Ecco allora che le situazioni poetiche sono tutte variazioni di uno stesso incontro-scontro tra opposti: desiderio di radicamento e insofferenza per ogni possesso o fisionomia garantita, la ricerca della comunione con «gli altri» (continuamente evocati come per contrappasso: nei bar, nei metrò, negli aeroporti, nei supermercati, nelle stazioni, sui treni) ma al contempo la pretesa di una redenzione esclusiva del proprio io. C’è un fondamento drammatico inamovibile nella poesia della Carpi, rispetto a cui l’immersione nella vitalità o l’aggiramento dell’ironia non rappresentano che il tentativo di allontanarsi da un demone da cui non si può, da cui non si vuole, fuggire».

    L’anagrammatica compresenza di figure scandisce il tempo della ricerca, come avviene in Compagni corpi (2004-2005). Nel trauma la poesia della Carpi compendia  la scoperta irradiata di un dialogo umbratile ed intenso che non si placa, anzi, nella sua divisione e dimidiata scomposizione cerca la composizione dell’altro, la tenerezza, il centro propulsivo di qualcosa che non muore, che non si svuota ma che, in tutto il suo drammatico taglio furente, propone il suo fondo insondabile e la sua vita.

    Attraverso il nomadismo corporeo e spaziale, il suo slancio permea lo scivolo del suo approfondimento esistenziale, la cui tentazione, dice Roberto Galaverni, è attestarsi in «qualcosa d’irrisolto, di non accordato, di schematico, quasi uno slogan; qualcosa che avrebbe potuto esprimersi meglio in un’annotazione in prosa, in un aforisma, in un raccontino».

    Ma nelle annotazioni, come un rovescio di medaglia, il mondo di Anna Maria Carpi, insegue la parola sotterranea che mostra l’intensa armonia del viaggio umano, dove la condivisione della lingua e della «colorata ciarla / dell’in-esperienza acquisita» divenga tremore di se stessi e ultra-limite, perchè «là dov’erano gli altri, i cari altri, / anch’io volevo stare, / anch’io su questa transiberiana – / perché, pensavo, / dove si è in tanti / qualcosa si farà contro la morte».

    La condivisione del limite che ammanta un lungo percorso di volti, luoghi e modelli (una sorta di caproniana evidenza) in un addentramento di brusii e interrogazioni che tenta di rintracciare l’istante scomposto e la dismisura, in un grumo di sillabe: «Compagni corpi, / bocche che dicono / ogni momento / “abbiamo una vita sola”. / Sacrosante parole. Ancel sorride: come / lo sanno, / come lo sopportano? / E ode, / lui, il senza occhi – che venga giorno che venga notte / tundra o tajgà – la dismisura: / che la neve s’aggruma ad ogni sillaba, / e l’impossibile agrimensura».

    La corporeità dell’incontro, pertanto, diventa l’acrobazia di un’ipotesi furiosa di soglie e confini ampi (Mosca, Russia, Urali, Parigi, Milano, Venezia), in cui l’ironia si dispone come l’ordine di un transito scuro e fulgente che inclina il mondo nel cuore dell’altro e nel desiderio di essere amati: «A sera a notte, la notte tutta / è festa, luce coatta,e  tutti fratelli / e tutti / così nel bene e nel male / su questo inclinato Titanic terrestre. / Tremano solo nel fondo. Nel buio degli occhi / è il guizzo, l’assillo: / essere amati. / E langue il flauto: la vera gioia sei tu, / cuore dell’altro. / Cuore dell’altro, / forse senti qualcosa, forse / hai memoria, a volte sembra / che qualcosa vorresti, / ma non dai a vederlo, / ah, non c’è tempo, / sei già passato ad altro / e perchè non lo sai».

    La radunata origine delle parole-avanzi rimesta la rada sproporzione dell’essere che ricerca il fondale della propria natura («nulla mi rassicura, / e mi divora / non sapere chi sono»), lo splendore di una narrazione abrasa e lustrata, che anche attraverso l’occhio sgominato di Celan, grida («Io in verità non comprendo / cosa sia tutto questo che vedo, / sono una gazza bianca e nera, / io grido “voglio” e “non voglio” / e “bene” e “male” e “amo” e “odio” – / oppure taccio, l’occhio che pulsa / per la paura»), avverte l’opaco silenzio dei detriti della natura attraversata «da una lingua / muta e senza nome, / dal residuo del verbo creatore / di Dio, che si conserva / nell’uomo / come nome conoscente», che crea avidità di dialoghi e di occhi, come la parola-tenda che unisce l’illeggibile dimora delle appartenenze, il segno dello sguardo provvisorio e la diffusa narratività che, secondo Fabio Pusterla, «funge da contravveleno a un’eccessiva concentrazione sulla figura dell’io; si potrebbe dire che la narrazione svolge in quest’ottica poetica lo stesso ruolo del viaggio sul piano esistenziale: rompe la prigionia statica dell’io, trasporta la “parola-tenda” lungo un cammino che le impedisce di raggelarsi o di chiudersi nell’autocommiserazione, e per finire consente, sia pure per la sola durata del viaggio-narrazione, di sfiorare il miraggio della condivisione, di accostare finalmente l’altro da sè».

    La lacerazione accostata dell’io rimane nel nascondimento della gioia, accetta il limite richiuso, si scontra contro l’assenza di senso, asserendo lo sgomento di una partitura minima e profonda che insegue l’esistente nella adiacente consolazione dell’altrui, nel senso di realtà delle cose, nella migrante andatura del tempo sulla via, dove rintracciare le steppe dell’eterno, come interlocuzione senza fine al suo Dio dialettico: «Ti dicono: lo sai, / la vita, il mondo / è di chi va, chi prende, / sbrigati, se ci stai su a pensare hai già perduto. / E se di mondo ce ne fosse un altro? / Ridono: che domanda! / Ragazzino, / lasciaci lavorare. / In certe sere di sgomento penso: / non sarà che siano già arrivati / anche nell’altro, / e magari da un pezzo? / E che l’antico impero / degli angeli, di Dio / come i compagni russi / abbia già convenuto / che hanno ragione loro / e gli ha già dato / di sfruttare le steppe dell’eterno?».

    La bruciata tensione si risolve in un tentativo di saldatura alla fuggente dinamica dell’altro, che mai si rimuove ma diventa il luogo appartato di un amore disperso e risoluto che si protrae oltre la morte e la dispersione, cercando il fondo dove la vita si concreta nel sua ignota conoscenza e nel suo esilio, e, allo stesso tempo, svolge la sua festosa numinosità, la venuta spaziata del mare e il vento nelle case vuote, per intessere i tappeti dell’eterno, dai fili pazzi e sfrangiati: «Chi siamo dove stiamo, continente, / città, casa, a che piano, e cellulare: / uno per uno ci ritroveranno, / noi sparsi fili, la notte del raduno, / fili pazzi, sfrangiati, / e passeremo a forza per la cruna / a intessere i tappeti dell’eterno».

    La celebrata assenza, il congedo che proclama partenze imminenti e irriducibili, evoca il territorio di una presenza costante che popola il suo verso quasi strappato, ma così proteso all’inesorabile adunata delle cose nel mondo, alla voluttà dei rumori e delle personali sonate, e dove, scrive ancora Galaverni, «[…] le interrogazioni radicali, l’orizzonte metafisico-teologico, il verso tante volte secco e appuntito, l’andamento a strappi del discorso, l’impasto linguistico essenziale e un po’ amarognolo, la rima ironica posta in clausola, la preminenza del pensiero, il riso, la rabbia, il sarcasmo, gli infiniti congedi degli altri e della realtà che non impediscono però di continuare a parlare, di evocare presenze»: «Di tutto il creato / il punto più bello, di tutta la festa / la luce sei tu, / nel tuo sguardo d’affetto / mi avvolgo e non ci credo / e continuo a pensare e non ho pace – / scrivevo un tempo, a mano, su un quaderno. / Come se tu continuassi / tu sei il mio eco, / tu la risposta, tu / sei il mio amico, / nemmeno l’amore ci divide. / Era questo l’amore? / E tu chi era? / Era nessuno. / E tu chi è? / Chi amasse la storia / e avesse a memoria / chi io sono / fiducia in chi sarò, / quella che io non ho, cuore da nulla».

    In E tu fra i due chi sei (2007), le simbologie percettive della condizione umana si sdipanano in un doppio elevamento di radici e sradicamenti, poggiandosi sui suoni della storia, aperti alla contesa dei venti e delle fioche lontananze: «Cos’è la terra? Erba / aria folate erba / fruscio contesa / fra radicati e sradicati. / E tu fra i due chi sei? / Se com’è vero sono tre gli accenti / che i nostri orecchi intendono, / suona acuto il presente grave la storia / circonflesso l’eterno, / guardalo questo – è un tetto, / aperto ai quattro venti, / e sotto è freddo / e tutt’una contesa».

    Oppure cadenzando il gesto di un’interrogazione inesausta verso l’immagine divina, come una promessa, il cui desiderio, come sostiene Fabio Pusterla, «non ammette il limite della mortalità, proprio come non accetta il limite della sola vita individuale; tanto che “gli altri” e “Dio” sono i soli due orizzonti impossibili cui tende il viaggio, orizzonti forse e senza forse irraggiungibili eppure necessari per non ricadere nell’immobilità autoreferenziale»: «Io lo so bene a che mi serve Dio. / Che sappia dove sono, / non in ogni momento, non pretendo, / nemmeno lui potrebbe, / basta quando lo cerco, / e mi assicuri: / in qualche forma ci sarai per sempre. / Io non domando quale».

    Non è lo scoglio del solitario grido, «fra gli altri / fra le cose / fra astinenza o overdose», a toccare la trama gioiosa e diversa dell’io, non è il buio viaggio dell’umano nell’umano ad annullare le fermate intermedie e a solcare mete, a bastarsi nei letti bianchi come le vesti dei fantasmi, perchè «Solo un viaggio comune è senza fine».

    L’ordito di Anna Maria Carpi inscena situazioni e relazioni per cogliere l’incontro, come la narrazione di una scrittura che svela la consistenza illeggibile di una tensione che non recede, dove l’ostinato coraggio della ricerca di «un nulla incoronato / e votato a sconfitta» che ne sente il peso, avverte, allo stesso tempo, la propria fisionomia in una cavità di gloria e infanzia sul destino delle linee, su una sorta di ordinato ritiro dove guardare l’approdo di un senso antico e quotidiano, in cui la vita si espone e comunica se stessa: «In altomare a volte, / sulla curva terrestre, / va un carico di luci nella notte, / una nave, che cera / l’emisfero australe – / è un senso antico, / ma forse là si è felici, / forse là non si scrive: ci si parla, / e non in poesia», o ancora, «Ma c’era già / nel pulito mattino delle stanze / nelle cose che avrebbe toccato / e in quei miei lunghi giri / giù nelle strade dove saremmo andati / e nei negozi dove saremmo entrati / a prendere da bere e da mangiare / ogni giorno. La vita».

    La scrostata immobilità è un punto nodale di abbandono e pace, naufragio e demarcazione, dove segnare e guardare le carte: la porta aperta sulla stanza interna, le coperte e la rimpatriata avvertenza del sonno, dopo le parole alterate e i cinque continenti bevuti dall’oceano del mondo.

    Il grado di separatezza oscilla tra una partenza-assenza e la carne in viaggio che non contiene l’io, che, rimbaudianamente, è un altro. Come la cessata permanenza di un amico, in una leggenda di grandezza, gioia e fortuna, («[…] Ora di cena, rientro dal lavoro, / brilla la megaperiferia, / immani blocchi, occhi nel cemento / per dieci, venti piani, e in ogni piano / c’è qualcuno che vive / con in un pugno il permesso di soggiorno, / extracomunitari siamo tutti, / e il tagliando è sempre più consunto. / Eppure ognuno ha una sua leggenda / di grandezza, di gioia, di fortuna. / La vita vera non importa a nessuno»), o come la contesa tra estremi sia una piana che reclama giustizia: «Dunque c’è l’aldilà: è questa piana, / tra filari di pioppi, sempre uguale. / E c’è anche Dio? / Ha sempre detto: non si può sapere. Niente contro, / ma credere è un impegno non da poco, / credere è duro, / non è un trip da poetico new age. / Certo, sarebbe bene che Dio fosse – / per far giustizia: grida / vendetta per quello che succede / ogni giorno nel mondo. / Ma che adesso mi veda e mi conduca / su questa strada / non lo pretendo. Io non l’ho mai pregato».

    L’incipit di L’asso nella neve (2011) esprime la trafittura della grazia come stemmatica relazionale di solitudine e bisogno, alterità e dolore: «Il mio cuore ha l’accesso stretto / il sangue non ci passa facilmente / o rigurgita o rimane dentro, / così gli altri non sanno / che passione ho per loro / che potrei / fermare anche gli ignoti per la strada / e dirgli / tutto quello che ho dentro e non mi passa – / e sarebbe la grazia».

    E in questa tensione drammatica le figure sembrano sollevarsi attraverso l’ignota immobilità oggettuale, toccano la forza di una sintesi segreta, non rinunciando mai all’interno fugace e bellissimo: «QUI SUL MIO TAVOLO: / ho la luce accesa, / una tazza tedesca di Bayreuth, / la biro e nella scatola / che ho foderato io di carta a fiori / la gomma il temperino / il rotolo di scotch la cucitrice / Rapid One, è svedese. / Guardali, uno ad uno / non pensare, non muoverti. / Solo un metro più sotto / c’è la disperazione. / Ancora un’ora, poi berrai qualcosa / poi guarderai le mail,  il telegiornale / poi qualcuno telefona».

    Giorgio Linguaglossa, soffermandosi sul livello di sostituibilità assertiva della poesia di Anna Maria Carpi, così argomenta: «La sostituibilità generalizzata pare essere il regno di questa poesia. La sostituibilità come traslato simbolico del regno della libertà (impossibile) allude a quella cosa che è poi il «quotidiano» che altro non sarebbe che qualcosa d’altro, qualcosa di irriconoscibile e di impenetrabile […] In qualità di atto linguistico, la ricerca del senso (in cui questa poesia è impegnata) sposta il problema sul discorso poetico, su ciò che esso dice non dicendolo o non dice dicendolo. C’è uno spartiacque: tra ciò che sta a monte (la domanda fondamentale: la ricerca del senso) e ciò che sta a valle (il discorso poetico: l’individuazione del senso). Così, il rapporto figurale-letterale di questa poesia si presenta come un rapporto di inferenza (soppressa), un dialogo di chiarificazione tra l’autore e l’uditore; ciò spiegherebbe il tipo e l’aspetto argomentativi della infrastruttura discorsiva, l’argomentatività di un discorso poetico privo di ogni figuratività (se si intende la figuralità come quel ponte che si estende dagli atti linguistici alla simbolica)».

    Sono memorie oggettuali che appartengono alla posteriorità dei detriti disastrati nelle rovine inspiegabili («MATTINE DISASTRATE, / sola in casa, / avanti e indietro scalza dal computer al frigo / per trovare una frase / nel rhum nel whisky, e non so mai quanto, / scrivo anche mail, confondo / i destinatari / e dico ciò che non dovrei mai dire / perché il mondo ha i suoi usi / e una decenza. Io non l’ho appresa), inermi nello sgomento d’amore che non muore («non mi devi parlare come a un comune umano, / amore è dire all’altro non hai fine. / O io sono immortale oppure niente»), prostrati in una lama interna senza abbraccio («Così non ho misericordia di me stessa, / e non ho niente che mi abbracci dentro») e solcati nel frammento senza difesa di un tram «con un lungo sospiro» o di un suono remoto di stanze.

    Nello struggimento radioso che si insedia nella sua «cara abitudine alla vita», scrive Maria Grazia Calandrone, «Tutte le cose hanno pietà di noi, in esse sono contenute la rassicurazione e la costanza di un bene parentale. Ma qui è Cristo che parla. […]  Gesti di puro spreco, azioni mosse dalla semplice gratitudine d’essere vivi, il nostro continuo omaggio alla vita, così spontaneo e connaturato e continuo che nemmeno ce ne rendiamo conto. Che generosità sta veramente nel sacrificio di Dio che non è soggetto al tempo? Il tempo è la sola cosa che davvero possediamo e dunque davvero doniamo. Carpi, immersa nella metafora di una sera continua, regala tempo a una scrittura nella quale protesta: «amore è dire all’altro non hai fine. O io sono immortale oppure niente». Che amore manifesta la morte di chi sa che al terzo giorno verrà rinato? Giusto lo stare in quel poco di sofferenza del corpo – ma è un dolore piatto, della carne, senza il dubbio e l’angoscia di una infinita oscurità; giusto provare l’illusione di poter morire e di avere anche io – Dio – l’ostinazione di inspirare, espirare, inspirare nonostante la morte. Eppure, questo Cristo carpiano si permette anche il lusso di criticare l’ignavia degli uomini, delle creature definitivamente commensurabili e che vogliono essere salvate».

    All’interno di questa interrogazione così sprofondata e solenne, la sua poesia ricostruisce sempre la similarità dell’incarnazione del tempo oltre-tempo senza incisioni, l’ignoto corpo, l’amore sbandato e la gioia sconfinata, il segno antico e adunco, l’ultima cena di Cristo e il suo crudele amore per la bellezza: «Anna Maria Carpi scrive quasi “a cose fatte”, scrive dopo», sostiene ancora Maria Grazia Calandrone, «dopo che l’amore è tutto avvenuto, scrive da una solitudine dannata ma attraversata da lampi di inconsulta gioia, da una testarda ammirazione per quanto è vivo. Carpi è continuamente in dialogo, cerca compagni – vivi o morti – sui treni, sugli aerei e nelle pagine dei libri. In questi testi scintilla allo specchio post mortem la bottiglia preferita di Vysockij come nella poesia di Luzi lampeggia il vestito verde di una donna infelice, un incontro mancato. Da un vivo, da un morto, che importa – se l’invocazione di Celan al Dio-Nessuno secondo Carpi non è a un Dio smentito dalla storia – ché qui anche l’angelo benjaminiano della storia è ricacciato indietro, nell’istante – ma a un Dio esistente».

    In Quando avrò tempo (2013), è il tempo rotto dalla luce a contenere la sua vocazione ultima, l’attesa consumata della morte nella narrazione sconosciuta e introvabile di un lido nel quale proteggersi come oleandro rosa o scroscio di acqua obbediente, dove poter avere una riva, un ormeggio in un duello di sciabole di luce («[…] ma le case scintillano, / tutte abitate, / sento gente che va fra ciarle e risa, / i cari altri. / A due passi da me e non mi vedono, / non sanno che ci sono, / che sogno e in sogno parlo con loro, / e che non c’è la morte / se non ci viene tolto di parlarci»). L’icona sghemba e strizzata dell’accumulo di scintillii deboli («E io che intanto / ingombro questa casa come un bimbo / che sparge intorno i giochi / e di far ordine non è mai il momento»), la notte presaga sul mondo-nebbia, l’irriducibilità alla fine, destinano l’anima a una sintesi residuale altissima e dolente, finendo per sentirsi una sanguinosa traccia di Dio.

    L’animato porto (2015) spinge il vertice della reciprocità e il tremore della speranza, con la leggerezza «negata al tragico», che diventa sospiro inclusivo di ossimori indicibili, peso delicato di storia familiare, sconfinato e arreso verso «l’isola australe della gioia».

    Nel tempo mancato e infinito della nostra latitante provvisorietà e della nostra incombenza, accorre l’amore e il destino, per aggrapparsi all’ultima tramutazione «sul cuscino fresco della speranza» e sulla retina, e nonostante lo stupro della luce che ritorna, ravvivata dall’infinita arsura di trascendenza,: «No, non essere il fumo / che se ne va da quel tetto di fronte, / mi fa paura non avere forma, / e non esser l’uccello / che vola via improvviso dal suo ramo […] / Tramutarmi in un albero, mio Dio, / platano acero ippocastano o tiglio / o ailanto, in uno di quei bastardi / che su un pugno di terra fanno un regno».

  • 01Mag2016

    Gianluca D'Andrea - carteggiletterari.it

    Brevi appunti sulla fine IV – La relazione?: “E io che intanto parlo – Poesie 1990-2015” di Anna Maria Carpi, Marcos y Marcos, Milano 2016

    E perché io non esiste
senza di tu di lui di noi di voi di loro

    L’operazione poetica di Anna Maria Carpi, a cui la pubblicazione complessiva che inaugura la nuova collana di poesia della Marcos y Marcos ci permette di accedere, è incentrata sulla tematica, forse troppo novecentesca, dell’assenza. Del soggetto lirico e, di conseguenza, relazionale, per questo la traccia macroscopica, la presenza sovraesposta della prima persona, sembra diventare il segnale di un disorientamento, di una carenza originaria dell’identità.

    Le attuali analisi di quest’opera, strutturata in sei tappe che si muovono in direzione di un tentativo di fuoriuscita dall’impasse identitaria – sin dalla prima raccolta, A morte Talleyrand del 1993, impostata su un dialogo con un analista e che si muove alla ricerca, quindi, di un trauma di cui non sembra importare realmente la natura, e infatti è l’ironia a ribaltare la “serietà” con cui affrontare se stessi, primo segnale di una marginalizzazione dell’io – fanno sempre riferimento (Testa, Galaverni, infine Pusterla nella prefazione al libro) all’irresolutezza caproniana, al tono di sospensione e inadeguatezza del soggetto nel quadro della rappresentazione. Insomma, partendo da una sfiducia collaterale – il Caproni ironicamente dis-topico, almeno dal Congedo in poi, Carpi tenta una risalita, prova ad attraversare il negativo e prova a rilanciare (si veda il titolo dell’ultima raccolta, L’animato porto del 2015 che ribalta l’assunto del perduto approdo, di matrice addirittura primonovecentesca se pensiamo che Il porto sepolto fu pubblicato nel 1916) un barlume di speranza.
Cominciamo dalla fine:

    LA MIA LINGUA è inattuale?
Io piaccio
a giovanissimi ignoti che mi scrivono
su facebook. Quale faccia,
se ogni giorno cambiano.
E perché piaccio? Perché parlo semplice?
Sentono in me a distanza
il cucciolo pezzato
che fa salti e che abbaia
perché, lui così crede,
la poesia emana dalla vita?

    Poi sparsi non datati ho dei seguaci
seri nerobarbuti
che ancora guardano alla montagna sacra
dove senza di noi,
dissennata, da sé,
la lingua compie ancora dei prodigi.
Poi vedo che mi apprezzano
i fermi
i senza fede,
sono onesti e di solida cultura
e credono all’io interno, solitario.

    E poi ci sono i vecchi,
voglio dire i nati nei Cinquanta
o nei Sessanta, che in molti già si sentono
nel vento della morte. Così presto, perché?
Sono loro i compagni che vorrei
Ma quel che in me gli manca è la bravura
Di far misteri fra parola e cosa.

    Qual è stato il mio tempo? Io non lo so.

    (p. 225)

    Se si esclude il compiacimento per un’accoglienza intercettata in extremis, piuttosto dissimulato d’altronde, si può cogliere un lieve cambiamento di prospettiva nella considerazione di chi, modificando fittiziamente i propri connotati – «Quale faccia, / se ogni giorno la cambiano» – non sente più necessaria la dimensione del riconoscimento. Certo, è solo questo, perché poi il testo nella sua discorsività esposta, finge disinteresse ma poi tende all’auto-agnizione e si rifugia nel dubbio: «Qual è stato il mio tempo? Io non lo so».
Ma tornando alle origini del cammino proviamo a leggere un testo dalla seconda raccolta, Compagni corpi del 2004:

    È PERCHÉ IO NON ESISTE
Senza di tu di lui di noi di voi di loro.
“Coraggio, baby, ci vediamo presto”,
“o prima o poi” ridacchia il vento
su per la cappa “è tardi, è tardi…”
Parole-avanzi,
lo sporco nel camino dopo il fuoco – e nulla,
nulla mi rassicura,
e mi divora
non sapere chi sono.

    Andarono in fumo alcuni
dentro un bianco cielo tedesco –
altri come bimbi
nel bianco di una stanzuccia
o come vecchi su un viale alberato d’autunno,
rade le foglie, radi i capelli.
I pro-, i ge-
nitori
non si muovono più.
Posano ancora però: per un ritratto
che sembri vivo e resti
un altro mezzo secolo.
Quasi nessuno da vivo aveva coraggio,
forse si muore
per pura viltà.

    (p. 69)

    La mancanza di ogni sicurezza “divora” l’io, ma perché è la scomparsa di chi viene prima a rendere orfano il presente. La seconda raccolta ha la stimmate esposta della grande Assenza (e infatti è inaugurata da uno dei grandi padri del vuoto novecentesco, Paul Celan): «Ancel ancora all’incontro / di Dio – nella sua lingua si chiama Nessuno» (Gli ebrei, diceva l’ebreo, p. 61, vv. 10-11); della perdita delle tracce dei «pro-, ge- / nitori», della scissione tragica che si allarga dal trauma della storia.
Nel movimento io/mondo, tra le vicende del quotidiano, infatti, s’insinua spesso il grande Altro della Storia, ma il “piccolo” altro è già pressante all’altezza della terza raccolta, E tu fra i due chi sei, 2007:

    ORA FA BUIO e sarà buio un pezzo
e lungo il viaggio, il tempo
per contemplare gli altri
che non sanno di me né io di loro
e non abbiamo niente da temere:
la gente è buona fuori del suo ambiente.
C’è chi ha aperto il computer, chi telefona,
c’è chi ha un giornale,
e chi lascia la nuca al poggiatesta
e dorme a bocca aperta – perché mai quel sussulto
che gli prende ogni poco
per riassettarsi, richiamare il mento?
Un rigurgito, l’immagine di sé?
Nessuno è mai ciò che vorrebbe essere.
Poi il mento ricade:
va bene, sono brutto, come voi,
chi è bello qui?

    Le fermate intermedie: da abolire.
Perché si alza, perché vuole scendere
quell’uomo che ho di fronte da Friburgo?
E perché scende
la simpatica donna là di fronte
nella morta Lucerna o a Bellinzona
e va nell’irreale,
nella notte del mondo?
Figli, marito, un lavoro, un congresso?
Li troverà? Lei crede.
Nessuno trova niente alla sua meta,
a volte un letto caldo e non è poco
ma è bianco come le vesti dei fantasmi.

    Non ve ne andate. Eravamo compagni.
Perché arrivate?
Solo un viaggio comune è senza fine.

    (pp. 111-112)

    L’altro che s’incontra casualmente – e forse non s’incontra realmente – nelle «fermate intermedie», in quelle fasi di passaggio, i viaggi, in cui non è importante che il linguaggio faccia presa, ma ugualmente possa agire nelle pieghe cronologiche, nella fugacità di una locazione temporanea che non necessita di affondo nel riconoscimento: «la gente è buona fuori del suo ambiente», perché inconoscibile se non per visuali rapide, per soggettive presuntive, «Nessuno è mai ciò che vorrebbe essere», che introiettano l’altro e allo stesso tempo lo tengono a distanza.
Eppure un altro modello più che plausibile, almeno per sintonie d’intenti e avvertita affinità, così si esprimeva nel 2002: «Sono quella che sono. / Un caso inconcepibile / come ogni caso» (W. Szymborska, Nella moltitudine, in Attimo, Scheiwiller, Milano, 2004, a cura di P. Marchesani), il che manifesta un avvicinamento all’altro nella casualità – il negativo? – che in Carpi non avviene, forse a causa dell’ingombro identitario. Comunque anche dall’accostamento al modello si può intuire quale sia il movente, il desiderio di essere “tra” che muove la scrittura della Carpi.
Così lo spostamento alla fuoriuscita si scontra sempre con l’«ossessione» di sé, pur cercando di tendersi «in mezzo agli altri»:

    FUORI DEL MONDO infine.
Ah, quanto mento.
A me soltanto il mondo mi consola.
Ridono: il mondo? Cosa diavolo intendi?
È una sera a teatro, è una platea,
fra tante luci e io che vado in scena,
come comparsa o autore del copione,
ma essere in gioco, in mezzo,
in mezzo agli altri, in mezzo senza fine.
Questa è la mia ossessione.

    (p. 131)

    Mentre in Szymborska sembra agire una reclamata assenza (presenza in/del negativo), Carpi insinua una reclamata presenza (assenza in/del negativo). È presente la tensione per il ribaltamento del negativo novecentesco ma non si raggiunge lo scopo, neppure nelle ultime tre raccolte. Se ne L’asso nella neve (2011) le vicende storiche paiono preavvisare una nuova apertura, è anche vero che siamo sempre lontani dal vero, e ricadiamo nella fame di un orientamento perduto: «Fame di padri, fame senza fine», oppure «Mai il vero mi ha interessato» (Ad uno ad uno se ne sono andati, p. 154). Non avviene trasposizione perché ancora “io” cerca una ribalta, combatte la sua marginalità.
I dispersi sparsi qua e là nel libro sembrano confermare la separazione identitaria e, infatti, ancora all’altezza di Quando avrò tempo (2013), possiamo leggere: «Solo in quell’uno che vuol far diverso / io vedo un senso, una gioiosa / sanguinosa traccia di un dio» (24 Dicembre, i quotidiani, p. 190) e anche «Come potrebbe chi come il poeta / spera imperterrito / d’esser figlio di Dio, figlio unigenito?» (Un tempo qui arrivava il luccichio, p. 191).
È proprio il desiderio, ma sempre respinto come per dovere, di un’unità – perduta? da ritrovare? – a lasciare segni irrisolti d’ambivalenza. Forse il risultato peggiore, in termini di irresolutezza espressiva, è proprio l’ultima raccolta, L’animato porto (2015), nonostante il programmatico tentativo, come accennavamo in precedenza riferendoci al titolo, di rinnovare l’approdo sepolto.
Certo, alcune avvisaglie di allontanamento definitivo dal sé ci sono:

    RAINOTTE. Nulla può più accadere.
Per oggi è tutto,
vi ringraziamo per averci seguiti.
Un lampo: ho spento, e non devo più nulla.
Sotto le coltri
con l’amante sonno
coi piedi tocco la felicità
tutto il corpo è speranza.
Alle tre ancora nulla, non un suono,
non c’è più il mondo,
il leviatano dorme.

    Notte innocente che non sa di ore
né del primo biancore
là verso i monti sopra la ferrovia,
lo stupro della luce che ritorna.

    (p. 210)

    Ma la sensazione complessiva è di resa a una temporalità implosa, come se non ci fosse più niente da dire: «Non lo senti anche tu che non c’è più? / Il tempo non c’è più, / Tu sorridi: in che senso? / Non stiamo forse andando…? / Sì, uno a uno / ma finora il tempo era anche altro, / era anche un padre. / L’avevamo in comune» (Non lo senti anche tu che non c’è più?, p. 215).
È vero, non abbiamo un “padre in comune”, non esiste forse neanche una comunità, termini condivisibili – «Un altro mondo? È assodato, non c’è», p. 218 – eppure il mondo è qualcosa che balugina dal suo non esserci, e forse è anche il momento di sconfessarla la comunità, di eliminare ogni residuo da vecchio «confort» (p. 218).
Per ora la poesia di Anna Maria Carpi si ferma sulla scelta della fuga, sembra volersi preservare dalla trasfigurazione, così come sembra annunciare anche l’inedito a fine volume, Caro Agostino: «E allora è al padre / che mi rivolgo, come nell’infanzia, / a quel barbuto volto in mezzo ai nembi. // Ma non è l’amore. / O è l’amore questo, / non me non lui non gli altri / solo un’arsura, solo sete sete / di trascendenza» (p. 229).
Non so a cosa miri questa trascendenza ma forse è solo un moto del desiderio, un tentativo per leggere l’attuale ed infinita mutazione.

  • 01Mag2016

    Italo Testa - Leparoleelecose.it

    L’altalena. Sulla poesia di Anna Maria Carpi

    [È uscito in questi giorni l’antologia di poesie di Anna Maria Carpi E io che intanto parlo. Poesie 1990-2015 (Marcos y Marcos, 2016). Questo articolo è comparso sul numero 73 di “Atelier”. Lo ripubblico insieme a tre poesie di Anna Maria Carpi che compaiono nel libro]

     

    In der Fremde. Sarà per l’esordio relativamente tardo nel 1993 con A morte Talleyrand, e il vantaggio di non aver avuto la propria socializzazione letteraria nel mondo poetico; sarà per la professione di germanista, l’intensa attività di traduttrice e saggista, o forse per la primaria, e immaginifica, vocazione a una Russia del cuore; sarà per qualche altra idiosincrasia la cui radice non è poi nemmeno importante, ma in Anna Maria Carpi è avvertibile sin dall’inizio una qualche eccentricità rispetto alla poesia italiana contemporanea: come se in questa voce, pur articolata in una lingua media, piana, che non rifugge da forme della tradizione, chiusure rimiche e, soprattutto all’inizio, un certo cantabile caproniano, quasi si avvertisse un elemento di estraneità, un accento, una nota proveniente da un altro luogo, una diversa provincia dell’anima. Certo, Anna Maria Carpi è stata in der Fremde, ha viaggiato nella ‘lontananza’, ha sfidato il monito paterno di guardarsi “dalle nebbie e dai tedeschi” (A morte Talleyrand, ora in Compagni corpi, Scheiwiller, Milano, 2004, p. 31): e ne è tornata con una sua giocosa libertà rispetto ai giochi di squadra, alle norme veteromoderniste del poeticamente corretto, alle velenose poetiche del divieto che hanno imposto una teoria di vincoli esterni su ciò che può essere legittimamente espresso in poesia.

    Altalena. Un registro sentimentale spezzato, frequenti scatti umorali, l’impudicizia di tornare spesso su di sé, sul proprio magone, sulle magagne, le macchie di un’esistenza. Eppure la tonalità dominante non è quella del lamento, ma semmai una certa levità, che traluce in uno sguardo spesso trasognato, a volte leggermente ebbro. Questa risentita svagatezza è come presa in un moto arioso, e se a volte stempera un nocciolo duro, minerale, di sofferenza, non è tuttavia estranea a una nota ingenua, di felice resa, come se lo squilibrio dei versi fosse il tracciato verbale, l’idiografia di un’oscillazione interna, di un’ironica altalena tra malinconia e grazia. Se c’è una legge individuale di quest’opera, non andrà cercata in alcuno dei due poli, ma solo nell’intervallo tra la malinconia dell’introversione del sé e la grazia dell’abbandono all’estraneo, in una continua triangolazione tra un sé dolente, gli altri immaginati e il disordine percepito delle cose.

    Entropia del quotidiano. Il fondale di questo turbinio è una quotidianità disarmata, una casa governata da “un sognante disordine”. Anche l’esordio dell’ultimo libro, Quando avrò tempo (Transeuropa, Massa, 2013), è dominato dall’immagine (“E io che intanto / ingombro questa casa come un bimbo / che sparge intorno i giochi / e di far ordine non è mai il momento”, p. 5), ricorrente del resto in tutte le raccolte, dell’incessante accumulo, dell’ammasso di oggetti nelle stanze della vita (“le nostre cose – che, vissute da fanciulli / in sognante disordine per anni, / abbiamo accumulato in ogni stanza?”, ivi, p. 30): l’impilarsi di libri sul tavolo di lavoro, le “Mattine disastrate” – per citare il verso scolpito, alla maniera di Heiner Mueller, sul frontone testo de L’asso nella neve (Transeuropa, Massa, 2011, p. 13) – trascorse nel tentativo di far resistenza alla deriva, porre argine all’entropia del quotidiano, “tornare all’ordine”.

    Io-sciagura. Non succube del divieto pseudo-avanguardista di dire io, che ignora graziosamente ad ogni piè sospinto, questa poesia, nonostante tutte le apparenze, non è neppure confinata nel cerchio dell’elegia, del lamento crepuscolare per l’estinzione del sé. Certo, un “sé dolente” (L’asso nella neve, p. 28), è continuamente nominato, evocato con ironia dolorosa (“io cialtrona” recita un incipit, p. 14), per la sua ostinazione, assurda e pur luminescente, a non arrendersi alla fine (“è questo debole /scintillìo di esser me, me sola / e non voler la fine”, Quando avrò tempo, p. 36), ma anche maledetto, quasi schopenhauerianamente, quale principium individuationis, radice individuale del male (“Io-sciagura, io mio unico male, / basta, basta con me”, L’asso nella neve, p. 28). Questo è però solo un vettore del discorso poetico di Anna Maria Carpi, cui corrisponde una controspinta, un moto centrifugo che ad esso si oppone, ne sospende per così dire l’ossessione, spostando il baricentro verso un punto estroflesso, infinitamente sottile ma tenace.

    Esser guardati. E’ come se questi versi fossero mobilitati dall’opera di un potente, magnetico attrattore, che attiva la brama “d’esser visto visto visto visto” (Quando avrò tempo, p. 31), l’anelito “fra mille altri d’esser vista udita / essere amata” (p. 59). Se osservata dalla gabbia centripeta, a dominare la scena è “quell’uno che vuole farsi diverso” (p. 25), che anela a essere “una gioiosa”, una “sanguinosa traccia di Dio” (ibid.): il bisogno di singolarità che fa dire a chi scrive “voglio la muta bevanda / di uno sguardo che intende chi sono” (p. 10). Questa sarebbe però una visione dimidiata, che non terrebbe conto che anche la gioia qui convocata è divisa, bipartita, perché alla “gioia” del “destino singolo e perdente”, fa da contraltare la liberazione dell’abbandono all’estraneo, della resa alla sua forza d’attrazione.

    Attrattori. E’ nella traiettoria centrifuga che si manifesta la fonte d’attrazione, in definitiva il vero soggetto della poesia di Anna Maria Carpi. Sono gli altri, con il loro magnetico esercizio, a dominare questo campo di forze, tanto che il “sé dolorante” si disegna infine come un caduco, precario effetto di ritorno, un rimbalzo, una labile eco di quel potente richiamo. Basta un sommario, non esaustivo campionamento a ritroso, per dare evidenza alla ricorrenza quasi ossessiva di questo motivo profondo. Così, in Quando avrò tempo, l’io che scrive confessa: “Gli eventi del mio tempo / li ho vissuti di striscio / nel solo anelito / di star con gli altri, gli altri” (p. 46); e ancora: “ha il suo bello non essere se stessi, / passare ogni momento a un’altra cosa / dire in coro con gli altri non ho tempo. / E’ la salvezza” (p. 59). E in L’asso nella neve l’appello inaggirabile degli altri era già il Leitmotiv dell’intera opera, sin dal componimento incipitario: “così gli altri non sanno / che passione ho per loro / che potrei / fermare anche gli ignoti per la strada / e dirgli / tutto quello che ho dentro e non mi passa – / e sarebbe la grazia” (p. 9); per arrivare alle parole del Cristo che compare in un’ultima cena tra i ghiacci russi: “Esserci, star con gli altri, / far le cose di sempre come loro / o cara / o cara abitudine della vita” (pp. 39-40); sino alla poesia che riprende il titolo della raccolta precedente – in cui era confluita tutta la prima produzione – quasi ad esplicitare il motivo latente del percorso sin qui fatto in questa luce allogena (“compagni corpi: erano gli ignoti / nel metrò agli aeroporti / sui treni della notte, oltre confine “, p. 54) e dove Carpi scrive, con accento celaniano, che “Dio è la parola ‘insieme’ / e alla parola ‘insieme’ / neve e ghiacci si fanno / tenda, dimora e calda la tormenta” (Ibid.). La “salvezza” nel “coro” degli altri, che più avanti si preciserà come anelito alla salvezza dalla “morte”; la “grazia” della comunicazione a cuore aperto – motivo quasi pietista, che nei Monologhi di Schleiermacher ha trovato il suo apice romantico, e che risuona più avanti nelle parole “[…]la vera gioia sei tu, / cuore dell’altro” (p. 97); la figura celaniana della “tenda” e la torsione dialogica del divino nell’”insieme”: un accumularsi di parole chiave che indica un innalzamento di temperatura, l’avvicinarsi del discorso a un nucleo rovente.

    L’utopia sono gli altri. Non di fantasmi disincarnati, impalpabili, ineffettuali, si tratta, bensì di presenze vive, sorta di motori immobili, potenti attrattori che mobilitano una passione divorante. Nella sezione finale di L’asso nella neve,intitolata “A ritroso. Poesie 1990-2005”, e composta da una breve autoantologia che compendia i precedenti libri, la scelta di testi operata dall’autrice è significativamente orientata proprio dal motivo dell’alterità, che qui va in crescendo, come in un gran finale, oscillante ambiguamente tra ansia di possesso, bisogno di consolazione, annullamento e liberazione da sé: “Gli altri: io li voglio tutti, / solo tutti assieme / li posso amare” (p. 58)”; “è perché io non esiste / senza di tu di lui di noi di voi di loro” (p. 98); “[…] Loro non lo sanno / quale gioia è vederli, stare in mezzo / alla cara brigata di migranti” (p. 99); “Restiamo assieme – dov’è chi potrebbe / uno per uno mai consolarci?” (p. 99); “la gioia è più che ogni voluttà, / io voglio tutti – l’occhio / trabocca dentro di sé al vederli” (p. 100). Sino a trovare uno scioglimento nel motivo della partecipazione al coro degli altri quale scudo dalla morte: “In mezzo agli altri / voglio anche morire” (p. 92); “La dove c’erano gli altri, i cari altri, / anch’io volevo stare, / anch’io su questa transiberiana – / perché, pensavo, / dove si è in tanti / qualcosa si farà contro la morte” (p. 96); “A me soltanto il mondo mi consola. /[…]/ma essere in gioco, in mezzo, / in mezzo agli altri, in mezzo senza fine” (p. 115)”.

    Due pezzi. E’ forse nell’autoritratto d’apertura della raccolta Di media taglia, occhi marrone (2000-2002), in un componimento non ripreso ne L’asso nella neve, che si può rintracciare lo stampo originario di questa tensione all’altro: “sono un cucciolo a spasso nella neve: / sono di tutti, appena mi accarezzano / o anche solo mi guardano. / Mi rotolo negli sguardi, nelle mani, / altro non cerco / che un padrone, che un padre” (Compagni corpi, p. 119). E in questa matrice, nella bivalenza edipica, è pure impressa l’ambiguità costitutiva della poesia di Anna Maria Carpi, composta indissolubilmente di “due pezzi”, sospesa tra dialogismo e monologismo (i due padri letterari Celan e Benn): “due pezzi, sempre quelli, sono io: / una sonata per violino e orchestra / con la dedica al mondo – / ma il mio amato, si vede, ha altro da fare. / Il secondo è un a-solo / per silenzio e per flauto” (L’asso nella neve, p. 102). Una dinamica bipolare che si riverbera pure sugli attrattori, se è vero che l’esser con gli altri, pur evocato incessantemente con dimesione celaniana dell’”esser l’uno-con-l’altro”, del “Mit-sammen” (Compagni corpi, p. 113), di una comunione che potrebbe trascendere la mortalità, è tuttavia a tratti inquadrato come una figura del Mitsein heideggeriano, della dispersione nel ‘si dice’, nel ‘si fa’: in una dimensione inautentica della perdita di sé, secondo una linea disegnata da due testi, che si rispondono a distanza, il primo già in Compagni corpi, poi ripreso ne L’asso nella neve (“Io quanto a me mai una volta / ho pensato a un viaggio diverso / a partire da sola – / c’è sempre tempo per essere se stessi, / c’è tutta la vita. / Là dov’erano gli altri, i cari altri, / anch’io volevo stare”, p. 96) e il secondo a dare il titolo dell’ultima raccolta: “’quando avrò tempo’/ e so che non l’avrò’/ dicevo, e quanto tempo ho perso / in compagnia, / poco o niente importava come fosse: / ha il suo bello non essere se stessi, / passare ogni momento a un’altra cosa, / dire in coro con gli altri non ho tempo. / E’ la salvezza” (Quando avrò tempo, p. 59).

    E solo il caso era grazia’. E tuttavia la bipolarità è asimmetrica, il motivo dialogico è materialmente, statisticamente preponderante nell’intero ordito dei versi, e il disinganno, la paura che sembrano prevalere in Quando avrò tempo non oscurano la fonte luminosa cui questa poesia tende. Basti a questo vedere l’inusuale frequenza delle parole stemma “grazia” e “gioia”, nel corpo dei testi e soprattutto come emblema nelle chiuse (per “grazia”: L’asso nella neve, pp. 9 e 89; per “gioia”: L’asso nella neve, pp. 46, 62, 75, 97, 106; Compagni corpi, p. 174), ove la connessione della “gioia” con il destino privato e singolare compare quasi come hapax (“O mio destino singolo e perdente: / certo, è perverso, / ma solo in questo è gioia”, L’asso nella neve, p. 106), mentre nel resto la scena è interamente occupata dal motivo, pur differito, sospeso ipoteticamente o anelato, per cui “la vera gioia sei tu, cuore dell’altro” (p. 97). Così in Quando avrò tempo compare una versione de “l’inno alla gioia: o bella, / o tu scintilla / degli dèi, tutti fratelli / dove batte la tua ala, / questo bacio a tutto il mondo” (p. 36). E’ pur vero che nella strofa successiva questa immagine è contrastata con quella del “Fratello whisky, la mia apoteosi / è qui in cucina, al tavolo di sempre” e con la debole, disperante luminescenza monologica dello “scintillìo di esser me, / me sola, / e non voler la fine”, mentre molte altre chiuse dell’ultimo libro sono in “morte”, “morire”, “fine”, “nulla”, “niente”, “vuoto”. Ma questo non cancella il riverbero di quella scintilla, rara, ma che può accendersi, per serendipity, per accidente, per grazia scettica (“i miei simili erano gli ignoti / o quelli che ho solo sognato / e solo il caso era grazia” (L’asso nella neve, p. 89).

    Esser nessuno. I fratelli sconosciuti, gli ignoti, gli esseri anonimi, le sorelle cose (“O fossi io quella babbuccia bianca / addossata alle altre, / alle sorelle, / a fare come loro”, ivi, p. 83). Presenze che segnano nel profondo la poesia di Anna Maria Carpi, come il coro sotterraneo di cui la voce singolare, nonostante le sue illusioni, non è che una nota, e che riguardano un’animalità ferita, ma capace di accensione e compassione, di dolore e di giubilo. Per questo gli animali, i cani, i gatti, ma soprattutto gli uccelli che così spesso transitano in questi versi, gli “esseri dell’aria” che “varcano il cielo con il cuore negli occhi” (Quando avrò tempo, p. 54), ne sono in qualche modo l’immagine più vera, il loro pigolio la lingua segreta dell’Inno alla gioia (“tu scintilla / degli dèi, tutti fratelli / dove batte la tua ala“).

    In ascolto di “quei plebei dei passeri”, che all’alba ancora dormono (p. 52), degli “storni nell’aria” che migrano, sbandano, ritornano, “nel loro giubilo di essere nessuno” (p. 39). La gioia del coro, in una versione teriomorfa dell’ungarettiano “Fratelli” (“l’invisibile chiede: siete vivi, fratelli? / Risponde un pigolio: i passeri poltroni”, L’asso nella neve, p. 24), è l’altra faccia della fragilità animale (“Uccelli di passo, posati sui tetti vicini, / sogni nel maltempo / nel grigio precoce della pioggia, / amichetti, fratelli / di sventura e di gioia”, in Compagni corpi, p. 174), di quella tenera caducità in cui individualità storica e creaturalità animale si incontrano in un punto d’indifferenza, dove l’inautentico “non essere se stessi” può eventualmente, per accidente, convertirsi nella grazia, nel “giubilo di essere nessuno”.

    ***

    MATTINE DISASTRATE

    sola in casa,
avanti e indietro dal computer al frigo
per trovare una frase
nel rhum nel whisky, e non so mai quanto,
scrivo anche mail, confondo
i destinatari
e dico ciò che non dovrei mai dire
perché il mondo ha i suoi usi
e una decenza. Io non l’ho appresa.
Non mi contengo
come fanno gli altri,
io cerco di spiegargli
la mia rovina e so che non si spiega,
e quando è mezzogiorno trasalisco,
devo tornare all’ordine,
vestirmi, mascherare
il caos in cui mi è parso di danzare – ma se è l’unica
felicità che ormai conosco!
Sei…sei in te? osserva gentilmente
il mio compagno a tavola.
Non è severo, solo non capisce. Lui non si chiede
che senso abbiano i giorni –
ovvero sì: nessuno.
Ma io non posso crederci.

    ***

    QUANDO AVRÓ TEMPO dico
e so che non l’avrò:
mai l’afferro o lo fermo,
non mi sta in mano il tempo,
palpita stride becca vola via.

    E io che intanto
ingombro questa casa come un bimbo
che sparge intorno i giochi
e di far ordine non è mai il momento
e nemmeno è capace, se non viene sua madre.

    ***

    NARRAZIONI,

    bivacchi,
indugi
che non tollero più,
droga da bimbi che rifiuto,
voglio una droga più forte,
voglio la muta bevanda
di uno sguardo che intende chi sono –
un nido sconosciuto
introvabile dalla morte.

  • 27Mar2016

    Roberto Galaverni - laLettura

    Il carattere primo sia della poesia sia della vicenda poetica di Anna Maria Carpi è la singolarità. Nata nel 1939 a Milano, ha cominciato a pubblicare piuttosto tardi, all’inizio degli anni Novanta, quando i poeti della sua generazione, ma anche di quella successiva, già da tempo avevano trovato un’identità e una collocazione precise. Trattandosi di una studiosa di lettere, in particolare di una studiosa di letteratura e tanto più, di una traduttrice molto apprezzata della poesia tedesca, una simile sfasatura ha di per sé qualche significato.

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