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Due pub, tre poeti e un desiderio

Archivio rassegna stampa

  • 08Giu2019

    Mary Barbara Tolusso - Il Piccolo

    Storia dei Gay Pride da Byron allo Stonewall di New York

    In Due pub, tre poeti e un desiderio Franco Buffoni ripercorre le vicende legate all’emancipazione degli omosessuali.

    La verità, vi prego, sull’amore. È il verso più celebre di Auden. Potremmo prenderlo a prestito per il nuovo libro di Franco Buffoni, cambiando una semplice parola: La verità, vi prego, sulla libertà. Perché quello che ci racconta Buffoni è proprio il percorso fatto per la conquista del Pride, partendo dai moti di Stonewall, nel 1969. […]

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  • 03Giu2019

    Francesca Matteoni - Nazione Indiana

    Due pub tre poeti e un desiderio: Omosessualità e spionaggio

    di Franco Buffoni

    L’associazione era stata fondata nel 1820 a Cambridge come Conversation Society presso il Trinity College, ma subito venne ribattezzata The Apostles perché dodici erano i “brothers” che la componevano. E quando qualcuno era assente veniva definito “angel”. Nata come confraternita anticlericale, contro le ingerenze della chiesa anglicana nella vita universitaria, nel corso dei decenni annoverò tra i suoi membri Tennyson e Lytton Strachey, Bertrand Russell, Keynes e Wittgenstein.

     

    Negli anni venti e trenta del Novecento The Apostles divenne un club d’élite per “iniziati” (con tutto ciò che il termine significava sin dal tempo di Byron), caratterizzato da raffinate riunioni conviviali con brindisi a “bellezza e verità” e fortissimi legami omosessuali. Ma anche da grande simpatia per la rivoluzione sovietica, riscontrabile per altro più generalmente in tutto l’ambiente oxbridgeano.

    The Apostles divenne così il crogiuolo per antonomasia per la formazione di un gruppo elitario di spie britanniche a favore dell’Urss, capaci di rimanere “coperte” per decenni, come Sir Anthony Blunt e Guy Burgess, fuggito in Urss nel 1951.

    Dopo la promessa di impunità, Blunt confessò che il suo era stato in pratica un caso di coscienza: dovendo scegliere tra la lealtà verso l’Inghilterra e quell’intreccio di omosessualità e marxismo che era la lealtà verso i brothers di Cambridge, scelse la seconda. Tuttavia non sarebbe stato difficile scoprire Blunt con qualche decennio di anticipo: bastava scorrere la sua monografia dedicata a Picasso negli anni venti per cogliere un’impostazione critica basata esclusivamente sull’estetica marxista.

    Perché è vero che è lunghissimo l’elenco degli artisti che furono anche agenti o spie – da Kipling agente in India a Maugham spia in Svizzera e Urss durante la I Guerra mondiale; da Graham Greene a Durrell, Ian Fleming e John Le Carré; e forse anche a Noël Coward e Evelyn Waugh – ma furono tutti in vari modi collaboratori dell’Intelligence Service del loro paese e a favore dello stesso. Con gli Apostoli invece il quadro cambia radicalmente: il sogno di liberazione omosessuale si intreccia con il sogno dell’ideologia marxista e il nemico primo e unico è sempre l’establishment britannico al quale appartengono le loro famiglie. Come si evince dal romanzo Il fattore umano di Greene, in cui il protagonista accetta di lavorare per i sovietici e, una volta scoperto, si rifugia a Mosca. Greene chiama Castle il suo uomo, ma in realtà la storia somiglia a quella della celeberrima spia Philby, già apostolo a Cambridge. E ancor più verosimilmente è Philby il protagonista de La Talpa di John Le Carré, con il nome di Bill Haydon, spia pro-Urss. Emblematico il titolo originale del romanzo, evocativo di complicità collegiali e appelli nei cortili, sguardi d’intesa e incontri segreti in spogliatoi e aule di scienze vuote: Tinker, Taylor, Soldier, Spy.

    Crogiuolo anche di altre memorabili associazioni, il club degli Apostoli. Perché Toby Stephen, apostolo a Cambridge, ereditata dal padre Sir Leslie una vecchia villa nel quartiere londinese di Bloomsbury, vi andò ad abitare con le sorelle Vanessa, pittrice, e Virginia, scrittrice. E fu proprio a Cambridge nel 1928 che Virginia, sotto forma di pubblica conferenza, espose le linee essenziali di ciò che poi sarebbe diventata Una stanza tutta per sé.

    In questo quadro si comprende bene il “marxismo” di Auden, da The Witnesses, I testimoni, del 1932 (“Il cielo è come una macchia scura / Qualcosa sta per piovere giù / E non saranno fiori”) a Spain 1937: “Tomorrow for the young the poets / exploding like bombs”.

    D’altronde nel 1939 anche Stephen Spender compose gli appassionati Poems from Spain: sapendo poco o nulla di quanto realmente stava accadendo in Unione sovietica, e ritenendo solo frutto di propaganda capitalistica le prime rivelazioni sui crimini staliniani, l’omosessuale molto praticante ma velato Spender volgeva lo sguardo verso un’utopica fonte di liberazione dal brutale capitale e dall’oppressione sessuale. Spender divenne poi anticomunista dal 1950 e fu tra gli autori del Dio che ha fallito. Diresse anche la prestigiosa rivista socio-letteraria “Encounter” fino al 1965, quando scoprì che molti abbonamenti erano sottoscritti dalla Cia per permettere agli intellettuali liberal di esprimersi e poterli così controllare. In un’intervista che mi concesse a Milano nel 1988 dichiarò: “Sono stato comunista perché allora mi sembrava l’unico modo possibile per essere antifascista”.

    Estratto da: Franco BuffoniDue pub tre poeti e un desiderio, Marcos y Marcos. Pubblicato in occasione dei 50 anni di Stonewall e della nascita dei Pride.

     

    https://www.nazioneindiana.com/2019/06/03/due-pub-tre-poeti-e-un-desiderio-omosessualita-e-spionaggio/

  • 01Giu2019

    Redazione - GayPost

    Dal reato di sodomia a Stonewall: due secoli di storia arcobaleno nel nuovo libro di Buffoni

    È un mondo alla rovescia, quello narrato da Franco Buffoni nella sua ultima fatica letteraria, Due pub, tre poeti e un desiderio, (Marcos y Marcos, 2019). Un mondo in cui il baricentro della tolleranza per i maschi gay – le altre categorie non erano nemmeno previste – era collocato nel Mediterraneo. Lì i nobiluomini inglesi fuggivano per scampare alla gogna e all’impiccagione, prevista in Inghilterra. È il destino di lord Byron, costretto all’esilio per evitare l’infamante accusa di sodomia. Accusa che investirà in pieno Oscar Wilde. Di questi due poeti, insieme a Wystan Hugh Auden, parla l’autore nel suo prezioso volumetto. Raccontando anche tutto il resto.

    Tra story ed history

    La storia che ci offre Buffoni – nel suo libro fa una precisa distinzione tra story e history – è una vera e propria staffetta esistenziale. Staffetta che lega vite dei tre poeti, con la straordinarietà che le accomuna – insieme alla loro omosessualità – e la pesante coltre di ipocrisie e ricatti, di non detti e di verità urlate, che si accavallano nel fluire degli eventi. Due pub, tre poeti e un desiderio, leggiamo nella presentazione dell’opera, «racconta la loro storia come se insieme avessero vissuto una vita sola. Come se fossero stati una sola persona, che fino a trentasei anni è Byron, dai trentasei ai quarantasei è Wilde, dai quarantasei ai sessantasei è Auden».

    Un rincorrersi di eventi

    In questa ricostruzione, non c’è solo l’apporto storico – appunto – ma emerge un filo rosso che accomuna quei destini e li traghetta nel presente. Nel nostro. Sembra metterci in guardia, Buffoni. Se oggi possiamo andare mano nella mano, di fronte a un ufficiale di stato, a pronunciare il fatidico sì, non è un accidente. Niente è avvenuto per caso. Non è men che mai un regalo della fortuna. C’è un rincorrersi di eventi, un mutamento nella storia del pensiero, una lotta che prima di ogni altra cosa è sul piano personale e che poi, in un secondo momento, diventa una questione pubblica. Politica.

    Due pub, da Londra a New York

    I due pub citati sono il White Swann e lo Stonewall Inn. Da Londra a New York. Da una retata che nel 1810 generò arresti, vite rovinate, condanne a morte all’altra – quella notte tra il 27 e il 28 giugno del 1969 – da cui ebbe inizio la liberazione della comunità Lgbt+. Sembra esserci qualcosa di evocativo anche nei nomi di questi luoghi: dal cigno bianco, la cui purezza dell’immagine ne denuncia anche la fragilità, al muro di pietra, dove si infrangerà l’intransigenza e l’omo-transfobia di una società che non voleva vedere l’altro da sé.

    Una storia dell’omosessualità che si serve della coscienza critica

    E in questa narrazione, Buffoni restituisce il carattere complesso di una realtà che per secoli si è sviluppata in modo sotterraneo (ma non del tutto invisibile) nella società del tempo. Lo fa con curiosi aneddoti, analizzando la storia delle parole, a cominciare dal termine gay che già nell’Inghilterra di Byron aveva il significato che oggi diamo ad esso. Lo fa ricostruendo situazioni, retroscena e illuminando con la luce della verità storica quanto sottaciuto nel corso del tempo dal mondo accademico, dalla critica ufficiale, dalla storiografia stessa. La sua è una storia dell’omosessualità vista attraverso lo sguardo dell’uomo di cultura, dello studioso di filologia, del critico letterario. Una history che non si serve solo della conoscenza, ma che si snoda anche attraverso la coscienza. Civile, politica, umana.

    Il libro verrà presentato il 5 giugno, alle ore 18:00, alla Gay Croisette ed è tra le iniziative culturali del Roma Pride 2019.

    https://www.gaypost.it/due-secoli-storia-arcobaleno-libro-buffoni

     

  • 06Mag2019

    Claudio Finelli - GayNews

    “Due pub, tre poeti e un desiderio”: Byron, Wilde e Auden come fossero una sola persona. Il nuovo romanzo di Buffoni in onore di Stonewall

    È in uscita, l’8 maggio, il nuovo romanzo di Franco Buffoni, Due pub, tre poeti e un desiderio, pubblicato dalla casa editrice Marcos y Marcos: un libro che, in linea con altre interessanti pubblicazioni dell’apprezzato autore lombardo, fonde la passione dello studioso e quella del militante, l’impegno filologico e la vocazione narrativa, la storia documentata e la piacevolezza della fiction.

    Il libro, che esce a ridosso dell’incipiente stagione dei Pride, è dedicato proprio ai 50 anni dei Moti di Stonewall del giugno 1969, atto di nascita di una consapevole comunità gay e trans in tutto il mondo.

     

    I tre poeti di cui racconta Buffoni, anch’egli poeta oltre che studioso e narratore, sono Byron, Wilde e Auden, uomini vissuti in epoche assai diverse ma assimilati da uno stesso desiderio e simili conflitti.

    Per saperne di più su questo libro, contattiamo l’autore che, con la medesima casa editrice, ha già pubblicato opere di successo come Zamel (2009) e Come un polittico che si apre (con Marco Corsi, 2018).

    • Franco, come mai hai scelto di scrivere un libro che ha per protagonisti questi tre grandi poeti della nostra tradizione letteraria?

    Byron, Wilde e Auden non furono solo poeti , furono anche uomini d’azione, grandi narcisisti e personaggi pubblici: presero coraggiose posizioni politiche e civili e le difesero, vennero esaltati, adorati, ma conobbero anche l’esilio e la polvere. Due pub tre poeti e un desiderio racconta la loro storia come se insieme avessero vissuto una vita sola. Come se fossero stati una sola persona, che fino a trentasei anni è Byron, dai trentasei ai quarantasei è Wilde, dai quarantasei ai sessantasei è Auden. La narrazione affronta questioni di gender, alcuni aspetti della vita intima e dell’arte, il rapporto con la società e le sue leggi in tre vicende umane esemplari, che si snodano dallo “scandalo” londinese dello White Swan alla rivolta di Stonewall.

    • La vita di tre poeti “sintetizzata” in una sola vita?

    Sì, in una vita sola. Come se fosse una sola persona, che vive tre infanzie e tre giovinezze, due età mature e una sola vecchiaia. Un personaggio che fino a trentasei anni è Byron, dai trentasei ai quarantasei è Wilde, dai quarantasei ai sessantasei è Auden. Con la gogna scampata di Byron che diventa il carcere duro di Wilde e poi l’arroganza di Auden nel non voler parlare della “cosa” con chi non ne è degno.

    La morte di Byron a trentasei anni – disperata per l’amore non corrisposto di Lukas – viene riscattata dal successo mondano e letterario di Wilde, con Londra ai suoi piedi e Bosie al fianco. La morte di Wilde a quarantasei anni – disperata in un alberghetto parigino dalla tappezzeria inguardabile – viene riscattata dal successo mondiale di Auden fino alla luce irradiata cinquant’anni fa da Stonewall e dal Manifesto del Gay Liberation Front.

    Fondamentalmente si tratta della stessa persona, perché i tre poeti hanno lo stesso carattere e sono spinti dalle stesse motivazioni: mutano soltanto – ma troppo lentamente – le epoche.

    • Quali sono i tratti comuni di questi tre poeti?

    In décalage verso il coming out, Byron, Wilde e Auden sono tutti e tre sposati: Byron con fama di tombeur de femmes, ma capace di innamorarsi solo di ragazzi e di uomini giovani come Pietro Gamba e P.B. Shelley; Wilde dai modi effeminati ma padre di due figli che dopo il disastro cambieranno cognome; Auden, esplicito sul proprio orientamento sessuale sin dai tempi del college, e sposato per generosità a Erika Mann. Tutti e tre sono accomunati dal fatto di essere in anticipo sui tempi. Auden con una determinazione che lo rende inviso e ingombrante persino alle “velate” della sua epoca come T.S. Eliot; Wilde con una testardaggine “radicale” e un “pride” nei confronti del proprio sentire tanto esemplari da farne una perfetta vittima; Byron certamente – malgrado le apparenze – il più fragile dei tre, il più bisognoso di rassicurazioni, e comunque il più lesto nella scelta della via di fuga dall’Inghilterra.

    • Qual è la novità del tuo romanzo dal punto di vista stilistico?

    Dopo tanta autofiction, questo è il primo libro italiano di fictional criticism: altra cosa rispetto alle biografie e alla critica impressionistica. Qui non si impone nulla, ma si porta il lettore a condividere, mettendo insieme – metodologicamente – Sainte-Beuve e Proust, vita e analisi, finzione e critica. E grazie all’invenzione delle tre vite in una, alla fine si legge l’opera come un romanzo cubista. Se i pittori cubisti infatti rappresentano l’oggetto da punti di vista spaziali diversi, questo libro rappresenta il suo oggetto da tre tempi diversi, ponendosi come vera e propria interrogazione metaletteraria.

    Di Due pub, tre poeti e un desiderio vi presentiamo un capitolo in anteprima esclusiva.

    LA STORIA DI DUE PUB

    La nostra storia può anche simbolicamente distendersi tra due pub: lo White Swan di Vere Street a Londra, che si situa nel cuore della vicenda byroniana; e lo Stonewall di Christopher Street a New York, che si staglia al tramonto della vicenda audeniana.

    The White Swan era un pub per “iniziati”, che l’8 luglio del 1810 divenne teatro di un’incursione poliziesca, con accusa di so- domia per tutti i presenti: il reverendo John Church vi stava celebrando un matrimonio tra due uomini. L’immediato processo portò a due esecuzioni capitali precedute da gogna e a una lunga serie di condanne al carcere duro, sempre precedute da gogna, contro la cosiddetta Vere Street Coterie: la cricca di Vere Street. Cospicuo fu anche il seguito di collaterali suicidi, di figli costretti a cambiare cognome, di famiglie ridotte in miseria.

    Byron era ancora in Grecia, praticamente senza giornali. E nella lettera del 13 gennaio 1811, l’amico Charles Skinner Matthews – in tono in apparenza scanzonato – gli scrive da Cambridge raccontandogli del giro di vite nei confronti dei cittadini di tutte le classi sociali colti in flagrante, dei suicidi e dell’infittirsi delle condanne alla gogna e al- l’impiccagione. E con chiaro riferimento ai favori sessuali, aggiunge: “Ciò che tu ottieni dai tuoi amici turcomanni con poche sterline, noi qui lo otteniamo rischiando l’osso del collo”. E ancora: “Your Lordship’s deli- cacy would, I know, be shocked by the pillo- rification in the Hay Market of a club of gents who were wont to meet in Vere Street…” Naturalmente il termine ‘pillorifi- cation’ non esiste; è la storpiatura di pillory(gogna) come se fosse glory con glorification. Ma il sarcasmo di Matthews riesce solo a drammatizzare ulteriormente l’ignobile pra- tica. Nella stessa lunga lettera Matthews rileva che il clima di odio fomentato dalla stampa nei confronti dei cultori della ‘paiderastia’ si va facendo sempre più torbido. E scrive il termine in greco: ma la pi greca maiuscola con cui la parola inizia viene allar- gata a dismisura sul foglio fino ad assumere la forma di una forca stilizzata. Matthews e Byron avevano allora ventitré anni.

    Avviciniamo dunque le terribili vicende dello White Swan a quelle di Stonewall in una sorta di ideale rivendicazione. La notte di venerdì 27 giugno 1969, poco dopo l’una, la polizia fece irruzione nello Stonewall Inn al Greenwich Village senza un particolare mandato. Si trattava del classico controllo di routine a cui tutti i locali gay venivano fre- quentemente sottoposti. Ma quella notte accadde qualcosa di assolutamente inedito. Invece della consueta pavida acquiescenza da parte di gestore e clienti, due transessuali – Sylvia Rivera e Marsha Johnson – lanciarono contro i poliziotti una scarpa con tacco a spillo (altre cronache dicono un boccale di birra, altre una bottiglia di gin). Fatto sta che gli agenti furono presto sopraffatti dalla rea- zione violenta di molti altri clienti del bar e dovettero darsi alla fuga.

    In seguito si disse che la nascente comunità gay quel giorno fosse emotivamente in tensione perché aveva appena partecipato ai funerali di Judy Garland, icona gay ancor prima che esistesse l’espressione. Come sempre, nelle sommosse popolari, la reazione scatta quando la misura è colma: la notte successiva i poliziotti giunsero al Village in forze, e gli scontri ricominciarono ancora più violenti; le stime parlano di duemila per- sone che, sul calco di black power, scandi- vano lo slogan “gay power” contro quattrocento poliziotti sempre più sbalorditi di fronte ai ‘faggots’ (checche, froci) che osavano ribellarsi. Riscattando così in un’unica enorme ribellione, tante precedenti umiliazioni, a partire per esempio da quel 21 feb- braio del 1903 in cui avvenne la prima incursione di cui si abbia memoria in una sauna gay: l’Ariston Hotel Baths a New York. Ventisei arresti, con conseguenti processi, condanne per sodomia, pene da quattro a venti anni di carcere, suicidi, famiglie in rovina.

    Proprio perché a dare l’avvio alla rivolta in quella notte del 27 giugno 1969 furono due transessuali, oggi i Gay Pride si svolgono in tutto il mondo il 28 giugno e sono ricchi di colori; ma non sono affatto delle ‘carnevalate’, bensì degli inviti corali a coniugare con rabbia il coraggio della visibilità all’orgoglio del come si è.

    http://www.gaynews.it/primo-piano/item/2123-due-pub-tre-poeti-e-un-desiderio-byron-wilde-e-auden-franco-buffoni-in-onore-di-stonewall.html?fbclid=IwAR0zZaBhgzhBh5mxWzxKh9RC2yhAvZVXUNv07sSkhBPkpJvnQY1H6CdKZ0Q

     

  • 03Mag2019

    Franco Buffoni - leparoleelecose.it

    [Esce l’8 maggio, per Marcos y Marcos, Due pub, tre poeti e un desiderio, il nuovo libro di Franco Buffoni, tra saggio e racconto. Ne pubblichiamo in anteprima il capitolo Sono un ibrido, forse anche sessuale].

    SONO UN IBRIDO, FORSE ANCHE SESSUALE

    Nel suo vagare disperato per l’Europa negli ultimi due anni di vita, uno dei primi luoghi di accoglienza per Wilde fu Posillipo, proprio di fronte a quella Ischia dove sarebbe approdato Auden cinquant’anni dopo. E da dove era passato Byron ottant’anni prima, a bordo del brigantino Hercules, nel viaggio fatale da Genova alla Grecia, dopo la sosta all’Elba.

     

    BYRON

    Nel gennaio 1820 Byron invitò a Venezia a festeggiare il carnevale l’amico più anziano che a Cambridge lo aveva introdotto nel circolo degli “iniziati”, William Bankes, ormai diventato parlamentare. E per rallegrargli il soggiorno gli cedette per qualche settimana il Tita, alias Giovanni Battista Falcieri, il gondoliere muscoloso e fedele, dalla barba corvina, che aveva assunto a suo esclusivo servizio. Ne era orgoglioso: sapeva che non gli avrebbe fatto fare brutta figura, in nessun senso… Per la cronaca, tredici anni più tardi, William Bankes fu accusato a Londra di sodomia, ebbe la carriera politica stroncata e riuscì a evitare la prigione lasciando precipitosamente l’Inghilterra. Come un altro amico di Byron – il bibliofilo Richard Heber, proprietario della più ricca collezione di libri antichi inglesi – che nel 1826, per la stessa accusa, dovette abbandonare tutto e fuggire a Bruxelles.

    Questo il clima in cui si formò e visse il doppio politico di Byron, scozzese e inglese al contempo, e poi veneziano e greco, con gli esibiti amori femminili, gli innamoramenti feroci per gli efebi alla Edleston, gli incontri clandestini con pugili e stallieri, gli amori impossibili per Shelley e Pietro Gamba.

    Da notare che, dopo la morte di Byron, il Tita fu assunto a pieno servizio a Londra da John Cam Hobhouse, già appartenente al gruppo degli iniziati a Cambridge, quindi compagno di scorribande nel Mediterraneo, nonché velatissimo esecutore testamentario: colui che – per non compromettere in primis la sua personale reputazione – fece distruggere i diari di Byron, ripagando l’editore Murray delle duemila sterline versate al poeta all’atto dell’acquisizione dell’opera. Commettendo in tal modo un imperdonabile crimine non solo contro la letteratura ma anche contro il futuro movimento Lgbt+. Perché, dai frammenti che ci sono giunti, sappiamo che in quei diari – scritti sul continente con stile impareggiabile – Byron raccontava la verità su sé stesso e i suoi più intimi desideri.

    WILDE

    In tale ottica non fu da meno il doppio politico di Wilde, irlandese e inglese al contempo, e poi francese e italiano, protestante e cattolico, nel suo ibrido sessuale con i figli avuti da Constance, l’amore per Bosie e il sesso con i ragazzi di vita.

    L’aneddoto potrebbe riguardare una lettera inviata dall’Italia a Robert Ross, suo futuro esecutore testamentario, nonché primo amante quand’era ancora adolescente. Wilde aveva quindici anni più di Robert, ma la saggezza, la dedizione, la profondità nell’amicizia, la fedeltà, stanno tutte dalla parte di Robbie Ross. Wilde gli scrive: “Palermo, dove ci siamo fermati otto giorni, era splendida. La città è posta nella miglior posizione del mondo: passa la vita nella Conca d’oro, una splendida valle che si stende tra due mari. I limoneti e gli aranceti erano così assolutamente perfetti che sono ridiventato preraffaellita, e ho detestato i soliti impressionisti, i cui animi torbidi e la cui intelligenza offuscata avrebbero reso solo con melma e macchie quei lumi dorati appesi in una notte verde. Di Monreale, coi suoi chiostri e la cattedrale, hai sentito parlare. Ci siamo andati spesso in carrozza: i cocchieri sono ragazzi deliziosi, magnificamente scolpiti. In loro, non nei cavalli siciliani, si vede la razza. I miei preferiti erano Manuele, Francesco e Salvatore. Mi piacevano tutti, ma mi ricordo solo di Manuele. Sono diventato molto amico anche di un giovane seminarista che abitava nella cattedrale di Palermo, lui e undici altri, in stanzette sotto il tetto, come passerotti. Ogni giorno mi faceva visitare un po’ per volta tutta la cattedrale, e io letteralmente mi inginocchiavo davanti all’enorme sarcofago di porfido nel quale giace Federico II. Dapprima il mio giovane amico, di nome Giuseppe Loverde, dava a me le informazioni, ma dal terzo giorno gli ho dato io delle informazioni e come al solito ho riscritto la storia, spiegandogli tutto sul Sommo Sovrano, la sua Corte di Poeti e il tremendo libro che non ha mai scritto. Giuseppe aveva quindici anni ed era dolcissimo. La ragione per cui si era fatto seminarista era squisitamente medievale: «Mio padre è povero e a casa siamo in molti, così è stato utile che ci fosse una bocca in meno da sfamare. Perché, malgrado io sia magro, mangio molto: troppo, temo». Gli ho detto di rallegrarsi, perché Dio fa leva spesso sulla povertà per condurre a sé le persone. Così ho dato coraggio a Giuseppe; gli ho anche regalato un libretto di devozioni, molto grazioso, con più illustrazioni che preghiere; quindi molto utile per Giuseppe, che aveva begli occhi. Gli diedi anche molte lire, e gli predissi un cappello cardinalizio, se fosse rimasto molto buono e non mi avesse mai dimenticato. Disse che non lo avrebbe mai fatto: e credo davvero che non gli succederà, perché ogni giorno lo baciavo dietro l’altare maggiore.”

    AUDEN

    Più novecentesco, certo, il doppio politico di Auden, inglese e statunitense, ma poi italiano e austriaco: il matrimonio con Erika e la richiesta di matrimonio a Hannah Arendt; i matrimoni non celebrati con Christopher Isherwood e Chester Kallman, l’attrazione irresistibile per i pugili berlinesi e alla fine per il giovane “boscaiolo” poi premio Nobel Iosif Brodskij.

    L’aneddoto potrebbe proprio riguardare Brodskij, finalmente rilasciato dalle autorità sovietiche dopo la detenzione siberiana, messo su un aereo e spedito in Occidente. Chi c’era ad attenderlo all’aeroporto di Vienna? Auden, il più attivo e autorevole tra gli intellettuali che – grazie a un forte movimento di opinione – erano riusciti a ottenere la sua liberazione. Auden con Chester Kallman. E in una splendida catena di antiche amicizie e solidarietà, il poeta condusse il frastornato, ma ancora splendido, Brodskij nel castello francese di Stephen Spender…

    Curioso che Brodskij non avesse capito che Auden era omosessuale…

    Si consideri l’attacco brodskiano della poesia Ulisse e Telemaco:

    Telemaco mio,

    la guerra di Troia

    è finita.

    Si tratta dello stesso tono che Auden attribuisce a Prospero con Ariele in The Sea and the Mirror: dello stesso uso di un materiale classico (la Tempesta di Shakespeare per Auden, l’Odissea di Omero per Brodskij) in funzione apparentemente anti-mitica. Apparentemente, perché in realtà tale intonazione va assolutamente a rafforzare il mito.

    Ma leggiamo il finale del testo brodskiano, che risale al 1972: l’anno stesso del trasferimento del poeta in occidente. Auden sarebbe morto l’anno successivo: “Certo non sei più quel fanciullino / davanti al quale io trattenni i buoi. / Vivremmo insieme… / Ma forse hai fatto bene: senza di me / dai tormenti di Edipo tu sei libero, / e sono puri i tuoi sogni, Telemaco”.

    Quanto Brodskij – dopo il processo e i lavori forzati – avesse voglia e tempo di pensare al complesso di Edipo, sinceramente mi sfugge. Suppongo che volesse più che altro dimostrare ammirazione per il suo mentore. Una ipotesi che, cinque anni più tardi, Iosif Brodskij – ormai diventato Joseph Brodsky – pare avvalorare in York: In Memoriam W.H. Auden: “Sono quattro anni che sei morto in quell’albergo austriaco. / Sotto la freccia del passaggio pedonale non c’è un’anima: / solo tetti, asfalto, calce, pioppi. / Anche Chester è morto, lo sai certo meglio di me”.

    Chester Kallman era morto alcolizzato ad Atene nel 1975 senza lasciare testamento. E poiché tre anni prima aveva ereditato l’intero patrimonio di Auden, l’estate audeniana passò in toto al suo parente più prossimo, l’odiato padre Edward, di professione dentista. Ma questa è tutta un’altra storia.

    Torniamo all’eterosessuale Jo Brodsky, che scrive: “Nulla trasforma così un noto portone in una selva di colonne / come l’amore per un uomo, specie se egli è morto.” Lontano il tempo dei quaranta metri quadri a Pietroburgo da condividere coi genitori, ponendo sopra l’armadio scatoloni e valige al fine di ottenere un minimo di intimità, allorché una ragazza era disponibile a mostrare “qualcosa di più del seno”.

    Brodsky non è più un “vittoriano” nei confronti della sessualità, come all’epoca del suo arrivo in Austria: “Non sapevo che Wystan fosse omosessuale. La cosa mi era sfuggita. Non che io faccia troppo caso a queste cose. Ma venivo comunque dalla Russia, che in un certo senso è un paese vittoriano”.

    Una riflessione sconcertante. Come è possibile leggere e amare per anni un poeta come Auden senza comprendere il tipo di sensibilità nei confronti della sessualità che permea la sua poetica? Evidentemente la “cosa” nel mondo slavo godendo di così infima reputazione, non poteva concernere – in mente Brodsky – un grande poeta come Auden!

     

    http://www.leparoleelecose.it/?p=35490