Due belle sfere di vetro ambrato

Archivio rassegna stampa

  • 06Nov2013

    Guglielmo Paradiso - L'AltraPagina

    Circondato dagli storici cimeli dei suoi antenati – tra i quali due sfere di vetro contenenti, secondo una leggenda di famiglia, i testicoli del destriero appartenuto al condottiero Bartolomeo Colleoni – lo stimato professore Alvise Pavari dal Canal, esperto ippologo di fama internazionale, è immerso nella stesura de «L’arte del cavallo e del cavalcare nel Rinascimento Europeo», la relazione che dovrà tenere all’Accademia di Svezia per convincere l’auditorio dell’origine italiana dell’arte equestre.

    Purtroppo, però, come annunciato dal suo maggiordomo Toni «ghe xe un problema»: il fantasma di Ca’ Pavari pare sia tornato a manifestarsi non curante degli ospiti stranieri che soggiornano negli appartamentini ricavati frazionando il grande palazzo di famiglia che da secoli si affaccia, a Venezia, sul Canal Grande.

    La concentrazione è ormai perduta e non resta che ritrovarla sfogandosi con una lunga cavalcata, ma un’affascinante biologa russa che a breve si metterà alle sue calcagna, oltre ad offrire nuovi spunti al suo futuro dibattimento, permetterà all’esimio professore di scoprire che dietro quella curiosa leggenda di famiglia si celano un tassello inedito dell’albero genealogico dei Pavari e, soprattutto, degli inestimabili capolavori di Leonardo Da Vinci.
    Dopo Quando l’automobile uccise la cavalleria, ritorna Giorgo Caponetti con Due belle sfere di vetro ambrato, una nuova opera ispirata dalla sua più grande passione: i cavalli.
    In questo nuovo romanzo, alternando il racconto in due diverse coordinate temporali – i giorni nostri e il 1400, secolo di fondazione della nobile famiglia del protagonista – e attingendo più alla fantasia che a dati storici, l’autore fa il verso al thriller regalandoci un’avventura che ricompensa la suspence con lo spasso.
    Tra servitori degni della Commedia dell’Arte, sexy ladre rubate al mondo dei fumetti, personaggi storici con “attributi” leggendari, e una inedita Venezia rinascimentale, Due belle sfere di vetro ambrato di Giorgio Caponetti, edito da Marcos y Marcos, una storia da leggere tutta d’un fiato, che lascia nel lettore quella piacevole sensazione di leggiadro, autentico divertimento.

  • 16Set2013

    Erminio Fischietti - fuorilemura.com

    A volte è l’ironia a fare la differenza, ma anche la smaccata comicità del nonsense produce i suoi buoni frutti. Lo sa bene Giorgio Caponetti che con Due sfere di vetro ambrato costruisce una storia che ha dell’incredibile e che è davvero un piacere leggere. Le due sfere di vetro ambrato del titolo sono i contenitori dei testicoli di un cavallo straordinario che è appartenuto addirittura al leggendario condottiero bergamasco Bartolomeo Colleoni nel XV secolo e con il quale l’uomo è raffigurato nella nota statua in bronzo sita presso il Campo San Zanipolo (Santi Giovanni e Paolo) a Venezia.

    Ed è dai resti perfettamente conservati di quei testicoli che Eva Kant, una sensuale biologa russa, che vive nella nostra contemporaneità, ha deciso di clonare il noto cavallo del gentiluomo Colleoni. Un’idea che diverte Alvise Pàvari, il discendente di una rinomata famiglia veneziana a cui appartengono le due sfere con i tessuti dell’animale, che la considera una follia bella e buona nonostante lui stesso sia uno stimato studioso di storia equina.
    Caponetti mescola passato e presente alternando l’oggi alle vicende della famiglia Pàvari quando il primo avo Pàvaro, un trovatello del XV secolo senza nome, ben presto divenne un ottimo cavallerizzo e un commerciate di cavalli per i ricchi nobili del posto, tanto che in seguito riuscì egli stesso ad acquistare un titolo. Ma come tutte le storie gloriose di qualsiasi self made man anche quella di Pàvaro ha qualche scheletro nell’armadio, non ultima la follia di sua moglie Rossana – il cui fantasma secondo un’altra leggenda è ancora imprigionato nel palazzotto famigliare che affaccia sul Canal Grande – morta sola e folle dopo aver messo al mondo l’erede del casato che però ha tre testicoli come Bartolomeo Colleoni!
    Storie affascinanti di affascinanti esseri umani, misteri all’apparenza inspiegabili dove c’entrano persino le figura intramontabili del Verrocchio e di Leonardo Da Vinci, quest’ultimo prode disegnatore di animali oltre a tutto il resto per il quale è grandemente conosciuto. Perciò chi è davvero interessato alla rappresentazione del maestro lasci perdere il postmodernismo volgarotto della serie americana Da Vinci’s Demons e si metta a leggere questo delizioso volume perché è molto più godibile e rappresenta, seppur in secondo piano, molto meglio sia da un punto di vista privato che storico la figura in questione. L’autore infatti riesce con grande leggerezza a ritrarre il tempo memorabile del nostro Rinascimento e lo stile di vita veneziano, non dimenticando un bel raffronto fra quegli anni e quelli nostri, nonché quello che conosce meglio: la storia dei cavalli in quanto docente di ippologia all’Università. È una disciplina? A quanto pare sì! Tra storie d’amore romantiche e violente, mogli fedifraghe, sessualità confuse un ritratto godereccio e sopra le righe di un mondo lontanissimo che ricalca schemi boccacceschi di caratteristiche umane. A conti fatti però, finale compreso, Due belle sfere di vetro ambrato è molto più serio di quel che appare e quindi alla fin fine la leggerezza risulta essere solo una maschera per parlare dei fatti importanti della vita.

  • 13Mag2013

    Redazione - A Sud Europa

    Ex pubblicitario di successo, poi insegnante di ippologia all’Università (la sua vera passione sono i cavalli), il torinese Giorgio Caponetti, ha scritto un – documentatissimo – romanzo che, a capitoli alterni, oscilla tra il presente e la fine del XV secolo.

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  • 07Mag2013

    Livin Derevel - scrittevolmente.com

    Simpaticissimo questo romanzo uscito a febbraio del 2013 per Marcos Y Marcos, divertente, pittoresco, originale, interessante, approfondito.
Due storie parallele che si intersecano, 2010 e puro Rinascimento si collegano e corrono su un medesimo piano per raccontare le vicende che hanno dato vita al monumento dedicato a Bartolomeo Colleoni in campo San Marco a Venezia: un cavallo.

    Non un cavallo qualsiasi, si tratta della riproduzione fedele e precisa di Leone, meraviglioso destriero che Bartolomeo in persona aveva scelto come soggetto per il suo fulgore, per la sua energia, per la perfezione del suo portamento che trasmetteva la potenza che lui stesso aveva padroneggiato prima di morire.
Protagonista (odierno) è Alvise, erede di un’importante casata, esperto di ippologia e circondato da uno stuolo di personaggi secondari di tutto rispetto, di cui è stato un piacere leggere e che hanno contribuito a creare una cornice compatta e all’altezza della trama principale.
C’è poi Eva Kant, fascinosa russa arrivata a scombussolare i sentimenti di Alvise e anche le sue idee in merito alle voci riguardo le due belle sfere di vetro ambrato tramandate a Ca’ Pàvari di generazione in generazione, che gli infila la pulce nell’orecchio e lo spinge a curiosare su qualcosa a cui non aveva mai dato credito.
È un romanzo che si legge tranquillamente nell’arco di un pomeriggio, un bellissimo ritratto che con poche pennellate ci regala uno scorcio sulla Serenissima di epoca rinascimentale, svelandoci qualche curiosità e abitudini più o meno conosciute. Ci presentano personaggi come il Verrocchio e un giovane Leonardo da Vinci, Agostino Barbarigo e le difficoltà dovute alle ripicche col ducato degli Este.
È un’opera ironica, leggera e godibile, un’avventura piacevole e intrigante degna di essere letta e apprezzata, un piccola perla da tenere in libreria per i momenti in cui si sente il bisogno della compagnia di un libro ben scritto, che strappa genuine risate e ci trasporta in una Venezia sgargiante e accogliente

  • 01Mag2013

    Stefano Jesurum - Corriere della Sera

    Il tempo di un Freccia Bianca Milano-Venezia assaporando il piacere di infilarsi nell’intricatissimo labirinto di rii che portano, via acqua, alle Fondamente Nove. Poco più di due ore e mezza per viaggiare nel tempo ma non nello spazio…

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  • 30Apr2013

    Gerardo Perrotta - sulromanzo.it

    Giorgio Caponetti non è un personaggio facile da classificare, perché la sua vita sfugge a qualsiasi forma di linearità. Nato a Torino sessantotto anni fa, non si può certo definire solo un umanista, nonostante una laurea in Lettere e Filosofia. Le sue esperienze, infatti, spaziano dal copywriting alla direzione creativa, dalla pubblicità al mondo della canzone, con il gruppo I cantimbanchi, con i quali si diletta alla riscoperta di canti popolari.

    Ma una passione sembra dominarlo più di tutte le altre, quella per i cavalli, in nome della quale abbandona la pubblicità per dedicarsi a tempo pieno al mondo dell’equitazione, fino a ricoprire il ruolo di regista di Nitriti di Primavera – Fiera Nazionale del Cavallo Italiano, realizzata con la Compagnia Maremmana Eventi, quello di advisor per l’immagine della Regione Lazio per il settore cavalli e di relatore alla conferenza Turkmen horse and horse breeding in the art world, nel Turkmenistan.
Ed è proprio ai cavalli che è dedicato il suo ultimo romanzo, Due belle sfere di vetro ambrato, edito quest’anno da MARCOS Y MARCOS, che aveva già pubblicato, nel 2011, il romanzo d’esordio di Caponetti, Quando l’automobile uccise la cavalleria, nel quale viene messa in scena, con toni non sempre entusiastici, la nascita della Fiat.
    Due belle sfere di vetro ambrato è un romanzo agevole, snello, sgombro da qualsivoglia velleità letteraria, guidato dall’intento d’intrattenere il lettore con una storia che ricorda molto la vita dello scrittore, anch’egli, ad esempio, docente universitario, come il protagonista Alvise Pàvari dal Canal, esperto di ippologia del XXI secolo e discendente di quel Pàvaro, allevatore e venditore di cavalli nella Venezia della seconda metà del Quattrocento.
E l’intero intreccio narrativo è giocato proprio lungo l’alternarsi dei due secoli che, però, s’incontrano nel rivivere del lavoro del trisavolo nella passione di Alvise e nei testicoli del cavallo di Bartolomeo Colleoni, condottiero al soldo della Serenessima, conservati (bene o male, lo si scoprirà leggendo il romanzo) nelle due sfere del titolo, che una giovane biologa russa, anche un po’ ladra, tenta di rubare all’ippologo veneziano che, a sua volta, li ha ereditati da Bartolomeo, figlio, o quasi, di quel Pàvaro commerciante ippico.
C’è anche da dire che a rendere la storia più intrigante è un altro aspetto, lontanamente plautino, se vogliamo: per uno strano caso del destino, e qualche sollazzo extraconiugale, Alvise potrebbe essere più un discendente del Colleoni che del Pàvaro di cui porta avanti il casato nobiliare, ma più non ci addentriamo ché si rischia di trasformare questa recensione in gossip spoilerante, e anche un po’ soap, con tinte fosche da melò con donna impazzita e suicida nel finale.
Si scoprirà solo dopo che il sogno di clonare il cavallo di Colleoni, questa la ragione ufficiale con la quale la russa si avvicina al veneziano, è solo una scusa per entrare in possesso dei disegni realizzati da Leonardo da Vinci. Già, perché, in questa storia, forse un tantino ricca, non manca neppure il genio toscano, in trasferta veneziana per ragioni artistiche e pure un po’ di promesse in punto di morte.
    Un romanzo semplice, lineare, costruito senza sbavature, forse un po’ troppo ricco di storie e con qualche strizzatina d’occhio, talvolta eccessiva, al lettore, quasi a volerlo divertire a tutti i costi; una lettura, comunque, che aiuta a trascorrere qualche giorno di evasione con una storia ben congegnata, con qualche momento simpatico.

  • 11Apr2013

    Andrea Storti - lemeledelsilenzio.it

    E’ una splendida sensazione quella in cui ti imbatti quando un libro che ti aveva attratto per quel titolo particolare, per la trama un po’ insolita, per l’editore che è sinonimo di qualità, si rivela poi una piacevolissima lettura. Capisci di aver fatto centro. Anzi. Capisci di aver trovato un piccolo tesoro, e a me è successo di recente.

    Il titolo che tanto mi ha attratto è Due belle sfere di vetro ambrato, di Giorgio Caponetti. L’editore è Marcos Y Marcos. La storia è quella di una bellissima biologa russa, tale Eva Kant, che vuole clonare la statua di un cavallo. Beh, non proprio la statua, ma il cavallo che in quella statua è stato immortalato. Alla fine, ci si ritroverà immersi in un racconto che racchiude un po’ di giallo, un po’ di commedia, arte e cavalli, Leonardo Da Vinci, il Verrocchio, Colleoni e… Venezia!

    Due belle sfere di vetro ambrato è una sorpresa. E’ un testo veloce, che si fa leggere con estrema facilità, ma che allo stesso tempo è scritto bene, con una bella lingua. E’ un testo divertente, che fa sorridere, ma anche che incuriosisce. E’ un’avventura che gioca a ping-pong tra due epoche differenti, gli ultimi decenni del ‘Quattrocento e i giorni nostri, ma che gioca anche con la storia e con la fantasia, mischiandole per creare un qualcosa di unico.
    Poi, Due belle sfere di vetro ambrato è un romanzo su Venezia, sulla Venezia antica e su quella moderna, che un po’ antica lo è tutt’ora. Venezia che è una protagonista bella tanto quanto la Kant, affascinante tanto quanto la storia delle due sfere di vetro.

    Due belle sfere di vetro ambrato è stata una lettura… appagante. Sì, perché mi ha fatto trascorrere un paio di bellissime ore, mi ha fatto sorridere e divertire, mi ha regalato un mistero e, soprattutto, l’ha fatto bene. Molto bene!

  • 10Apr2013

    Marialucia Galli - cavallo2000.it

    “Due belle sfere di vetro ambrato”. L’ultimo lavoro di Giorgio Caponetti è una storia sofisticata sospesa tra presente e passato. A segnare il punto di incontro tra la Venezia di oggi e quella della metà del 1400 è Alvise Pàvari: il protagonista del romanzo. Ultimo discendente di una antica famiglia veneziana, colto, raffinato, dotato di quel sottile distacco dagli uomini e dalle cose che solo nasce da una lunga frequentazione con la storia e con l’arte, il “professore” (come lo chiamano semplicemente i suoi studenti) è soprattutto un appassionato ippofilo.

    E come tutti quelli che sanno, per scienza ed esperienza, che l’equitazione è soprattutto un’arte non si limita a frequentare i cavalli reali, ma ne studia il lungo processo di domesticazione e l’intrecciarsi delle loro vite con quelle degli uomini di ogni tempo. E’ così che, anche sotto lo stimolo di un’affascinante e misteriosa biologa Alvise, Pavari ripercorre le tracce di un antica leggenda che segna l’origine della sua famiglia ricollegandola alla figura di Bartolomeo Colleoni o meglio a quello che risulterà essere il vero protagonista della vicenda il cavallo del grande condottiero . 
Giocando abilmente sul doppio registro del passato (una Venezia del 1400 che vede la presenza di protagonisti culturali di spicco come Verrocchio e un giovanissimo Leonardo) e del presente attraverso la riscoperta di luoghi e oggetti quasi dimenticati dal protagonista, Giorgio Caponetti ha modo di raccontarci non solo alcuni frammenti della nostra storia, ma anche e soprattutto molti aspetti di quella cultura equestre che ha visto il nostro paese essere, nei secoli passati, scrigno di conoscenze e di innovazioni tecniche.
Un libro godibilissimo, quindi, che si snoda quasi sul registro del giallo e che si chiude con un finale a sorpresa che lascia nel lettore un interrogativo sospeso. Un libro per tutti, ma soprattutto per i tanti che amano ascoltare storie di cavalli e, attraverso di loro, riscoprire i segni di quella misteriosa relazione che lega la nostra specie con quella equina e che le pagine del volume sanno magistralmente rievocare. 
Accade così che, terminata l’ultima pagina, resta nel lettore la voglia che l’autore consenta al suo protagonista di vivere ancora nuove avventure per avere il piacere d sentire narrare altre vicende che ci introducano in quel mondo affascinante e misterioso che si agita nell’animo degli uomini di cavalli.

  • 23Mar2013

    Lello Gurrado - albuonlibro.it

    I capitoli di alternano con regolarità: uno ambientato ai giorni nostri, uno nel 1400. Nel primo incontriamo un nobiluomo veneziano, Alvise Pàvari dal Canal e un’affascinante biologa russa che si fa chiamare come la compagna di Diabolik, Eva Kant; nel secondo personaggi illustri come nientemeno Leonardo, Andrea del Verrocchio e soprattutto Bartolomeo Colleoni.

    Che cosa hanno in comune le storie così lontane nel tempo l’una dall’altra? Due belle sfere di vetro ambrato. Questo è il titolo del raffinato divertissment di Giorgio Caponetti, che riesce nella strabiliante impresa di scrivere con classe ed eleganza un racconto che gira, pensate, intorno ai testicoli di un cavallo. Sono proprio quelli, come è facile intuire, ad essere racchiusi nelle due sfere di vetro ambrato. Ma perché la finta Eva Kant si butterebbe nella laguna (il romanzo è ambientato a Venezia) pur di entrane in possesso? Questo è bene non dirlo. Né è bene svelare le altre numerosissime sorprese che Caponetti nasconde nel racconto tirandole fuori una alla volta, con divertita furbizia. In conclusione, una piacevole riconferma della bravura accattivante di Caponetti dopo il successo ottenuto con Quando l’automobile uccise la cavalleria.

    DUE BELLE SFERE DI VETRO AMBRATO, di Giorgio Caponetti – Pagg. 192, Euro 12 – Marcos y Marcos editore

    DUE BELLE SFERE DI VETRO AMBRATO è giudicato un Buon Libro dalla Redazione

  • 21Mar2013

    Stefania Vitulli - Il Giornale

    Operazione certosina di recupero di fonti storiche e “riscoperta” rinascimentale anche per uno scrittore italiano, Giorgio Caponetti, in libreria dal 28 febbrario con Due belle sfere di vetro ambrato

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  • 18Mar2013

    Elisabetta Bolondi - sololibri.net

    Arrivare alla scrittura e in particolare alla narrativa è stato un lungo percorso per Giorgio Caponetti, esperto di pubblicità e di tutto ciò che riguarda il mondo dei cavalli, tanto da divenire addirittura professore di una materia poco nota, l’ippologia. Proprio dai suoi numerosi e vari interessi, dalle sue curiosità di intellettuale, nasce questo delizioso romanzo, dal titolo accattivante, pubblicato da Marcos Y Marcos nel 2013.

     

    ”Due belle sfere di vetro ambrato” è una storia ambientata a Venezia ai nostri giorni ma anche nel 1457, che racconta una vicenda relativa alla nobile famiglia veneziana dei Pavari del Canal, un po’ vera, molto romanzata, dove personaggi storici e artisti famosi si mescolano con altri di pura invenzione dando vita ad un affresco originale e gustosissimo.
    Trama

    Il professor Alvise Pavari, nel suo sontuoso palazzo sul Canal Grande ormai quasi disabitato, sta preparando una conferenza che terrà all’Accademia reale di Stoccolma, dinanzi allo stesso sovrano svedese, dal titolo “L’arte del cavallo e del cavalcare nel Rinascimento europeo”. Alvise è stato sposato, ma ora è solo e solitario. Giunge inaspettatamente ad occupare uno dei suoi piccoli appartamenti una bellissima russa, Eva Kant (proprio così!), esperta a sua volta di cavalli, ottima amazzone, che cerca nei tesori di casa Pavari segni di materiali organici, residui del passato, capaci di clonare il magnifico cavallo su cui è raffigurato Bartolomeo Colleoni nella splendida statua del Verrocchio che si trova a Campo Zanipolo, a Venezia. Alvise è incuriosito e affascinato dalla bella Eva e la segue nel suo spericolato programma di ricerca biologica dei resti del cavallo, appartenuto alla famiglia Pavari e che era stato modello dell’artista toscano. Qui la storia diventa un thriller, con tanto di ladri, colpi di scena, sorprese di ogni tipo, ma a capitoli alterni Caponetti ci racconta il passato dei Pavari, il loro incontro con il grande condottiero Bartolomeo Colleoni, noto per essere fornito, secondo la leggenda, di tre testicoli, la mescolanza dovuta al tradimento della moglie del fondatore della dinastia, Pavaro, il cui figlio, Bartolomeo Pavari, era certamente il figlio del grande capitano di ventura, avendone ereditato l’eccezionale anomalia fisica. Incontriamo dunque i dogi della Serenissima, Leonardo da Vinci, giovane disegnatore gay di sanguigne strepitose di cavalli al galoppo, innamorato del giovane Bartolomeo, il grasso Verrocchio. Il vecchio condottiero ha lasciato una gran somma di denaro a Venezia, a patto che gli venga costruita una statua equestre grandiosa e di questo viene incaricato Bartolomeo junior, che passerà tremendi guai prima che il progetto sia portato a compimento, molti anni dopo.

    Il romanzo che scaturisce da queste due storie è davvero molto godibile: l’autore, colto e raffinato, non fa mai pesare la sua grande erudizione e ci intrattiene sul mondo dei cavalli con eleganza e leggerezza, mescolando con consumata abilità di narratore leggende e fatti storici, pure invenzioni e stereotipi, in un’appassionante cavalcata dal Rinascimento ad oggi… Un libro insolito e originale, un modo diverso per raccontare una pezzo di storia italiana poco descritta, anche se i cavalli sono così gran parte dello scenario artistico della cultura rinascimentale fino quasi ai nostri giorni. Il fascino della narrazione sta anche nel racconto della vita quotidiana a Venezia, allora e ora, tra ombrine di vino bianco, pasti raffinati in osterie popolari, corse in laguna verso itinerari non turistici, e visite in Arsenale, dove la Repubblica Serenissima aveva costruito la sua potenza navale, accompagnata però da cavalli purosangue che potessero accompagnare le campagne di conquista in terraferma: la fortuna economica degli antenati di Alvise era nata proprio da quell’impresa commerciale, l’allevamento dei cavalli di razza.

    L’autore ringrazia alla fine tutti gli intellettuali veneziani che l’hanno aiutato nella stesura del testo (linguisti e antiquari, esperti di vetro e di fusione del bronzo): un lavoro collettivo, ma soprattutto un romanzo davvero interessante.

  • 15Mar2013

    Elena Dallorso - vanityfair.it/viaggi-traveller

    Tra calli e sottoporteghi, grandi palazzi, isole della laguna e giri in gondola, un viaggio nella Venezia del XV secolo e dei giorni nostri, inseguendo artisti, fantasmi, splendidi cavalli, tesori nascosti: ecco Due belle sfere di vetro ambrato, il nuovo romanzo di Giorgio Caponetti.

     

    La prossima volta che andrò a Venezia, prima ancora di mettere piede in piazza San Marco, andrò in Campo San Zanipolo (che in veneziano vuol dire Giovanni e Paolo) ad ammirare la bellissima Campo San Zanipolo, che per la Serenissima combatté vittoriose battaglie per tutta la vita. Andrò a guardarla perché anche se la storia ufficiale non ne parla e di solito non è un buon metodo scientifico quello di utilizzare un romanzo come fonte, la vicenda che Giorgio Caponetti ha raccontato in Due belle sfere di vetro ambrato (Marcos y Marcos, 12 €) è quantomeno affascinante. Prendete un nobile veneziano dei nostri giorni, uno dei massimi esperti di ippologia al mondo, non più giovane, ma piuttosto fascinoso, due matrimoni alle spalle, una vera passione per le “ombre” e le donne, discendente di un nobile (uno che però si è comprato il titolo per meriti sul campo) ai tempi dei dogi, di Leonardo, del Verrocchio e soprattutto di Bartolomeo Colleoni. Alternate la storia dell’uno e dell’altro Pavari, lasciatevi irretire dall’ipotesi che dietro la splendida statua bronzea ci sia un disegno di Leonardo, che all’epoca era poco più di un ragazzo e che nelle due belle sfere di vetro ambrato sia racchiuso un tesoro ambito da ladri genetici… E poi godetevi Venezia, quella di oggi e quella del XV secolo, nei suoi scorci più noti ma anche negli angoli da veri insider.

  • 12Mar2013

    Caterina Ferraresi - i-libri.com

    Venezia, 1430 (data presunta).

    Abbandonato appena nato nella ruota del convento della Clarisse (… come el xe bruto, poareto, el par un pavaro… commentò la madre superiora) viene chiamato proprio così: Pavaro, cioè Papero.

     

    Ma il piccoletto Pavaro ha incredibili abilità di cavallerizzo e un grande senso degli affari, tanto da diventare presto “Paron Pavaro”, ricco commerciante che fornisce cavalli ai condottieri, primo tra i primi il magnifico e temibile Bartolomeo Colleoni.

    Quando la moglie Rossana gli dà il sospirato erede, Pavaro si sente un uomo arrivato, ma il bimbo ha una particolarità: tre testicoli, guarda caso come il grande Colleoni. Il piccolo viene chiamato Bartolomeo, come il vero padre.

    Da qui si snoda la storia della famiglia Pavari: della moglie traditrice Rossana che viene richiusa nella stanza dove ha partorito il ” figlio del peccato” e da dove non uscirà più fino alla morte; del Colleoni e del suo illegittimo e bellissimo erede, al quale viene dato il compito di costruire, in suo onore, una statua che lo ritragga in sella al suo cavallo Leone.
    Per creare questa statua arriva a Venezia il Verrocchio, accompagnato da un giovane della sua bottega, Leonardo, il futuro Leonardo da Vinci, incaricato di fare i ritratti del cavallo.

    La storia rimbalza da quella Venezia, colorata e feroce, alla Venezia di oggi, dove Alvise, un discendente del primo Pavan, conserva chiusi in due sfere di vetro ambrato quelli che la leggenda afferma essere i testicoli di Leone, il cavallo dalla bellezza perfetta del Colleoni, asportati in punto di morte, con la speranza di conservare e tramandarne il seme.

    Qui fermo la narrazione della storia che ha le sospensioni del giallo, coniugate al fascino dell’atmosfera del romanzo storico.
    Specie nelle parti che raccontano la Venezia antica il romanzo ci porta là, a passeggiare per calli con il vecchio Pavan, il giovane Bartolomeo, il terribile Colleoni, il fascinoso Leonardo.

    Da leggere tutto come un giallo, con una pennellata di rosa nelle parti che riguardano la vicenda di oggi e che funziona più come pretesto per condurci a un finale dolceamaro.

  • 06Mar2013

    Redazione - libri.tempoxme.it

    Le Due belle sfere di vetro ambrato del titolo dell’ultimo romanzo di Giorgio Caponetti (Marcos y Marcos, 2013) sono un tesoro leggendario passato di mano in mano tra i discedenti della casata veneziana dei Pàvari.
    “E i testicoli, né troppo gonfi, né prolassati, ma librati e di pari misura”.

    Con questo inizio travolgente e sorprendente Alvise Pàvari, docente di ippologia, sorprende l’auditorio svedese in una conferenza su l’arte ippica nel Rinascimento. Non si tratta di testicoli qualunque, ma di quelli conservati nelle sfere ambrate del titolo, appartenuti al leggendario cavallo Leone, che Colleoni volle che fosse immortalato come destriero nella statua equestre che aveva donato alla città di Venezia e per la creazione della quale aveva contattato il fiorentino Andrea Del Verrocchio.
    Due storie parallele. Una ambientata nel Rinascimento, a partire dal 1457 in cui la famiglia dell’abile commerciante di cavalli Pàvaro de Pàvari accede con uno sfarzoso banchetto alla nobiltà veneziana, che si dipana fino al 1492, anno in cui dopo mille peripezie e ostacoli, tra le quali la morte fulminante del Verrocchio, la statua equestre di Colleoni viene finalmente issata nel campo dei Santi Giovanni e Paolo, dinnanzi la nuova facciata della Scuola di San Marco, tra lo sguardo incantato dei presenti, tra cui lo stesso Bartolomeo Pàvari, a cui Colleoni vent’anni prima aveva affidato l’incarico di sovrintendere i lavori, e il figlio Alvise. L’altra invece collocata nel 2010, in cui l’ultimo discendente della casata, Alvise Pàvari si trova casualmente e per le mire di una bellissima biologa russa a scoprire la straordinaria storia di attribuzione della statua equestre non solo al Verrocchio, ma anche a un giovane Leonardo da Vinci, a cui sarebbero stati affidati i disegni preparatori del magnifico cavallo, partendo proprio dalle sfere ambrate e dal loro misterioso contenuto.
    Come scenario una Venezia che dal Rinascimento conserva fino ai giorni nostri il fascino irresistibile della sua luce, dei suoi canali, dei suoi campi e dei suoi palazzi. Caponetti è attento e curato nella descrizione degli interni della sfarzosa dimora dei Pàvari, croce e delizia dell’ultimo discendente.
    Senza accademismo, Caponetti ci trascina con leggerezza nel pieno Rinascinamento e poi ci fa tornare nel presente, riempiendoci dell’entusiasmo e della frenesia di una scoperta d’attribuzione importante e straordinaria. Solo il sogno del romanziere? Chi lo può dire! Intanto il lettore gode di un quadro mirabilmente verosimile, sia dell’epoca storica che di quella attuale, procedendo in parallelo tra presente e passato.

    Se la ricostruzione della creazione di un’opera d’arte, con i misteri e le storie che nasconde, ha un indubbio fascino e grande attenzione nel romanzo, quello che avvince è il suo essere indissolubilmente legata alla vicenda esistenziale dei suoi protagonisti, tanto che lo stesso Bartolomeo Pàvari non potrà che riflettere con il figlio, a operazione conclusa, su questa innegabile verità:

    Il Colleoni bronzeo era lì, con la bocca serrata e l’espressione da conquistatore, con una rotazione delle spalle che gli dava un’energia impressionante.

    Lui, Bartolomeo Pàvari, si ricordava benissimo di quando, nel maneggio della Giudecca, Leonardo gli aveva detto “Sposta un po’ in avanti la spalla sinistra”.

    Si ricordava benissimo la luce della cavallerizza e il pulviscolo della segatura mentre il grande pittore disegnava.

    Si ricordava benissimo, come se fosse oggi, quel prodigioso cavallo: il suo.

    Leone, lo aveva chiamato, quando era ancora ragazzo. Era proprio lui, il destriero che adesso pareva incedere all’altezza dei tetti delle case variopinte che si affacciavano sul campo nella luce del pomeriggio.

    Erano proprio il suo impulso poderoso, il suo portamento superbo, il suo vigore straordinario quelli che adesso erano lì, immortalati per sempre nel bronzo che scintillava al sole.

    Bartolomeo Pàvari dal Canal vide passare davanti a sé vent’anni della propria vita.

    Quella statua era la sua statua: era lui, era il suo assetto, era il suo cavallo.

    Era sua, era di Leonardo, era di quel povero cristo del Verrocchio. E di nessun altro.

    Anche se forse sarebbe rimasto l’unico a saperlo.

     

     

  • 06Mar2013

    Silvia Bergero - My Self

    Giallo italiano sui misteri dell’arte, con molta ironia, ambientato ai giorni nostri, nel malandato palazzo sul Canal Grande del professor Alvise Pàvari dal Canal…

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  • 27Feb2013

    Monnalisa - lankelot.eu

    “Due belle sfere di vetro ambrato” è sicuramente un romanzo piacevole. Ed è anche un romanzo molto accessibile perché si legge con una certa leggerezza e rapidità. La sensazione è che non solo il libro in sé sia divertente ma che anche il suo autore, il professor Caponetti, si sia divertito a scriverlo. La storia prevede che il lettore viaggi nel tempo: si va dall’anno 2010 agli anni che vanno dal 1457 al 1496.

    Il legame che unisce il presente al passato potrebbe sintetizzarsi in quelle “due belle sfere di vetro ambrato” che, secondo quanto narra la leggenda della famiglia Pàvari, conterebbero i testicoli di un cavallo appartenuto addirittura al condottiero Bartolomeo Colleoni. E se qualcuno, nel XV secolo, ha scelto di conservare all’interno di due sfere di vetro delle parti tanto singolari di un cavallo, un motivo dovrà pur esserci stato.

    A dire il vero Alvise Pàvari dal Canal, ultimo discendente dell’omonima e famosa casata veneziana, non crede molto alla vecchia leggenda. E’ un uomo dei nostri tempi. Un esperto di storia equina ed equestre. Tanto che lo troviamo impegnato a preparare un discorso da presentare di fronte all’Accademia di Svezia sul tema “L’arte del cavallo e del cavalcare nel Rinascimento europeo”. Così Giorgio Caponetti, dopo averci brevemente introdotto nel raffinato appartamento veneziano di Alvise, compie il primo salto nel tempo. Anno 1457. Inizia qui la storia di Pàvaro, il capostipite della famiglia Pàvari dal Canal. Un uomo determinato e sveglio che, pur avendo umilissime origini, è riuscito ad arricchirsi grazie al commercio dei cavalli. Incontriamo Pàvaro proprio mentre è impegnato in una discussione con il Colleoni, capitano generale della Serenissima repubblica di Venezia. I due si stimano e si rispettano, ma nel mondo degli affari è sempre meglio essere chiari e risoluti.

    Anno 2010. Alvise ripete il suo discorso accademico ma viene improvvisamente interrotto da Toni: “Alvise, ghe xe un problema…”. E il problema di cui parla Toni non è altro che il fantasma di Rossana, la moglie di Pàvaro Pavàri che sembra essere rimasto imprigionato nel grande palazzo di famiglia che affaccia sul Canal Grande e che, di tanto in tanto, fa la sua comparsa. Toni ha la sua soluzione: “Bisogna pregàr parché quela povera anima trovi pase dopo tutti ‘sti ani. Quela meschina… chissà mai ghe ce capità…”. Perché Rossana è esistita davvero. Ed è colei che ha messo al mondo il discendente del fondatore della casata, Pàvaro dal Canal, prima di essere rinchiusa nella sua stanza per tutta la vita e morire di solitudine, dimenticanza e follia.

    Nella storia, però, Caponetti va ben presto ad iniettare una piccola dose di giallo che, tanto per cambiare, prende il via dall’incontro, apparentemente casuale, tra Alvise e una bella donna bionda “con gli occhi rosa”. Si tratta di Eva. Eva Kant, per la precisione. Una avvenente biologa russa che ha in testa un’idea piuttosto bizzarra: vuole ricreare il cavallo perfetto. E il cavallo perfetto, per lei, è quello rappresentato ed immortalato nella statua del Colleoni collocata, a fine ‘400, presso il Campo Santi Giovanni e Paolo a Venezia. L’idea di Eva è abbastanza avveniristica ma scientificamente non impossibile: “il mio sogno è clonare quel cavallo, farlo rivivere, ricreare quella perfezione assoluta. E poi voglio montarlo e addestrarlo”.

    Ed è a questo punto che si pone l’autentico mistero legato alle “due belle sfere di vetro ambrato”. Soprattutto perché, nel momento in cui Alvise ed Eva tornano a casa, le due sfere sono sparite. Rubate. Da chi? Con quale scopo? Ovviamente non sta a me svelare l’arcano né raccontare il resto della storia. Mi basta semplicemente spiegare che il romanzo di Caponetti è sicuramente molto avvincente. L’autore ha saputo incastrare in maniera piuttosto abile e suggestiva vicende storiche realmente accadute e invenzioni pure e semplici. Si è preso qualche licenza e qualche libertà letteraria, ma ha saputo ricostruire atmosfere rinascimentali veneziane molto affascinanti e credibili. Nella sua storia trova persino posto il grande Leonardo da Vinci. Non era per caso lui uno dei migliori disegnatori di cavalli del tempo?

    EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

    Giorgio Caponetti è nato nel 1945 a Torino. Si è laureato presso la facoltà di Lettere e Filosofia. Ha lavorato per diversi anni come copywriter e come direttore creativo firmando importanti campagne pubblicitarie. Ha curato la sceneggiatura e la regia di diversi spot e filmati. Nel 1974 decide di lasciare la città e di trasferirsi nel Monferrato, una scelta che gli consente di perfezionare l’arte dell’equitazione che, ben presto, diviene uno dei suoi impegni personali e professionali più importanti. Si trasferisce nel grossetano dove apre la scuola di equitazione di Poggialto. Cura le regia dell’enciclopedico “Manuale di Equitazione”, collabora con la FISE, con TV, riviste e vari organismi istituzionali. Negli ultimi anni è divenuto titolare della cattedra universitaria di “Gestione delle risorse faunistiche e zootecniche”. Nel 2011 esce il suo primo romanzo, “Quando l’automobile uccise la cavalleria”, seguito nel 2013 da “Due belle sfere di vetro ambrato”, entrambi pubblicati da Marcos y Marcos. Caponetti vive e lavora a Tuscania.

  • 17Feb2013

    Paolo Gualandris - La Provincia

    “Professor Pàvari – lo accolse la straniera con un sorriso – non è facile parlare con lei. Di solito sono gli uomini a inseguire le donne.”
    Alvise ebbe tutta una serie di pensieri. Nell’ordine: uno, era di una bellezza straordinaria; due, dall’accento, poteva davvero essere russa; tre, che cosa diavolo voleva da lui?

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  • 01Feb2013

    Redazione - Amici Cavalli

    Un giallo intrigante che ci riporta all’epoca del Rinascimento con artisti come Verrocchio e Leonardo, in compagnia della famiglia Pàvari e del mitico cavallo Leoni. Protagonista della vicenda, lo strano personaggio del di Alvise Pàvari dal Canal…

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