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Donne che parlano

Archivio rassegna stampa

  • 14Feb2019

    F.S. - Corriere del Ticino

    E LE DONNE DECIDONO DI RIBELLARSI

    L’autrice è una delle voci più originali della narrativa anglofona: nata in una rigida comunità mennonita del Canada, a diciotto anni scappa a Montréal e fa della scrittura la sua forma di protesta.

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  • 18Dic2018

    Vins Gallico - Il Fatto Quotidiano

    È stato l’anno delle scrittrici: Helena Janeczek si è aggiudicata lo Strega con La ragazza con la Leica, Rossella Postorino ha vinto il Campiello con Le assaggiatrici (avendo la meglio su Janeczek) e due settimane fa Evelina Santangelo ha ricevuto il premio Libro dell’anno di Fahrenheit con Da un altro mondo (avendo la meglio su Postorino, e tanti altri uomini).

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  • 11Dic2018

    Alice Pisu - giacomoverri.com

     Miriam Toews e il significato di essere vittima

    Nella poesia Il filo del bucato, un bambino immagina che i panni stesi al sole dalla madre abbiano una voce e si scambino messaggi con quelli delle abitazioni dei vicini. È il 2008 e nella colonia mennonita boliviana di Manitoba si mormora appena delle violenze sessuali subite per quattro anni da oltre centotrenta donne e bambine, la più piccola di tre anni.

    Narcotizzate con spray veterinario, le vittime si risvegliano con segni evidenti di torture subite, ma incapaci di dare un volto ai responsabili, ritenuti, dal pastore della comunità, demoni nelle sembianze di fantasmi. Si parla anche di “sfrenata immaginazione femminile” usata per coprire adulteri. Solo nel 2011 otto uomini vengono condannati dal tribunale, ma le violenze continueranno anche anni dopo.
    Con Donne che parlano (trad. Maurizia Balmelli, 2018, 253 pp., €18, Marcos y Marcos, Milano, Women Talking, 2018, Faber), Miriam Toews riporta alla luce una drammatica storia vera per dare forma a un romanzo che si propone, al contempo, come risposta narrativa a quei fatti e atto di immaginazione femminile, come sottolinea nella nota. “Siamo nel mondo ma non del mondo”, ricorda una delle protagoniste, riprendendo uno dei cardini del pensiero mennonita, la cui dottrina è incentrata su pacifismo, carità e povertà, anche nel rifiuto del mondo esterno nell’isolamento comunitario.
    Nel rigido patriarcato che presiede alla gestione di colonie che si sostentano prevalentemente con l’allevamento, le donne subiscono pesanti limitazioni di espressione e devono sottostare ai dettami imposti da figure che rappresentano al contempo l’ordine sociale e la guida morale e religiosa. Tra le poche immagini note, quelle del fotogiornalista catalano Jordi Busqué che trascorse dieci anni a visitare una ventina di colonie mennonite per documentare la vita del gruppo religioso emigrato dall’Europa cinquecento anni fa.
    Una realtà poco trattata in letteratura e nel cinema, con rare eccezioni come Stellet Licht di Carlos Reygadas, Premio della Giuria al 60° Festival di Cannes, che vede Miriam Toews protagonista nella sua unica esperienza come attrice. L’esito di quella prova sarà il romanzoMi chiamo Irma Voth. Rigore e privazioni che la scrittrice canadese conosce da vicino, essendo nata in una comunità mennonita che lascerà a diciott’anni per andare a vivere a Montréal. Torna a parlare di quel mondo nell’ultimo romanzo, scegliendo però la prospettiva di un uomo, che permetterà al lettore di interrogarsi anzitutto sulla possibilità di una reale salvezza, emancipandosi da un senso di colpa legato alla nascita per cercare il proprio senso nel mondo rintracciando nella verità e nella parola l’unica strada possibile.
    È ciò che accade alle donne protagoniste, e al contempo a quell’uomo, August Epp, che prima di tornare nella colonia mennonita di Molotschna, lasciata anni prima a seguito della scomunica dei genitori, era a un passo dal togliersi la vita. Elaborerà il senso della sua esistenza attraverso il distacco, la vita in Inghilterra e il ritorno. La salvezza che inizialmente crede di rendere possibile per quelle donne accettando di redigere i verbali delle loro riunioni segrete, in realtà diventa la propria, scegliendo di vivere e di portare avanti principi di verità e giustizia da insegnare, come maestro, ai futuri uomini di quella comunità.

    Diviso in quattro sezioni, il romanzo si sviluppa in due giornate dove il tempo è scandito unicamente da ciò che precede e segue le riunioni femminili tenute in segreto in un fienile. Le donne della colonia discutono sulla risposta da dare alle violenze subite, ipotizzando tre possibilità, rese per immagini essendo analfabete: non fare nulla (un orizzonte vuoto); restare e combattere (un duello di spade); andarsene (un cavallo immortalato da dietro). “La maggior parte di noi si scarica dalla responsabilità di cambiare romanticizzando il proprio passato. Dopodiché vive libera e felice, o se non del tutto felice comunque senza grandi tormenti”, si sentirà dire August, ed è ciò che le donne di Molotschna intendono scongiurare, consce del peso di ogni scelta, anche nell’andarsene. Gli interrogativi che le protagoniste si pongono e che, attraverso August, rivolgono indirettamente al lettore, sono i grandi temi che innervano il romanzo: il significato del perdono; i diritti fondamentali che esigono per sé e per i propri figli; la condizione di vittima; l’odio necessario alla sopravvivenza; il senso del posto dell’essere umano nel mondo; la possibilità di una reale espiazione solo liberandosi dal fardello della colpa; l’opportunità, ignota sino ad allora, di essere artefici del proprio destino. “Siamo donne senza voce. Siamo donne fuori dal tempo e dallo spazio, non parliamo nemmeno la lingua del paese in cui viviamo. Siamo mennonite senza una patria. Non abbiamo niente a cui tornare, a Molotschna perfino le bestie sono più tutelate di noi. Tutto quello che abbiamo sono i nostri sogni – per forza che siamo sognatrici”.
    Scegliere di restare in una comunità in cui da anni si consumano violenze pensando di combatterne il sistema interno può implicare non solo subirne la sconfitta, ma minare il principio fondante della fede mennonita: il pacifismo. Il timore delle vittime è di fomentare altro male, oltre a rischiare di subire ulteriori angherie ed essere costrette al perdono nei confronti degli uomini per ottenere quello di Dio.
    Pur affondando in una vicenda drammatica, la scrittura di Toews si muove alternando accenti ironici al tono tragico degli eventi, nell’intento di non soffermarsi unicamente sulla descrizione dello sconforto vissuto dalle vittime e delle diverse risposte alle violenze subite, ma restituire il ritratto più ampio di una parte della società mennonita femminile. Così, accanto ai grandi temi oggetto delle accese discussioni consumate in quei due giorni, si inseriscono descrizioni di particolari come la dentiera sbattuta sul tavolo perché troppo grande per la bocca dell’anziana che la riceve in regalo, o dettagli caratteriali che determinano l’indole rivoluzionaria di alcune protagoniste e quella sognatrice o pragmatica di altre.
    E se la famiglia rappresenta uno dei grandi temi della sua intera produzione letteraria, con Donne che parlano Toews arriva a ipotizzare la possibilità, per le sue protagoniste, di staccarsi da quel nucleo originario per provare anche a vedere se stesse a prescindere da ruoli e convenzioni. Una scelta che assume una valenza maggiore perché immaginata in una realtà conservatrice e rigida come una colonia mennonita e presa da donne che provano per la prima volta a prendere il controllo della loro vita.
    L’intera narrazione è accompagnata da descrizioni di sogni e ricordi di storie antiche che hanno come protagonisti gli animali, come in una sorta di insegnamento originario da cui basarsi per comprendere la propria natura umana. In tal senso, uno dei grandi temi del romanzo su cui le protagoniste si interrogano risiede nel significato dell’essere vittima, il peso delle responsabilità indirette nel silenzio e nell’omertà, e il concetto di innocenza in rapporto alla brama di potere esercitata sulle donne. Solo nel raggiungimento della propria emancipazione potranno chiedersi chi sono, ritiene una di loro. Prima di allora occorre fissare quelle priorità che diventeranno, per quel gruppo di donne umiliate e sottomesse, un manifesto: proteggere i propri figli e avere il diritto di pensare.
    La scrittura assume un ruolo fondamentale perché favorisce l’elaborazione, per le protagoniste, di un proclama rivoluzionario che è anzitutto una rivendicazione di diritti fondamentali raggiungibili solo provando a scardinare una posizione di sudditanza femminile e, al contempo, permette a chi stende i verbali di connettere quelle riflessioni al mondo esterno. August ascolta quelle discussioni e intanto pensa a Coleridge per i principi dell’educazione basati sull’abituare la mente alla “precisione intellettuale e alla verità”; ritrova Montaigne nelle descrizioni della paura di affrontare l’incertezza dell’ignoto; ricorda Rabbia impotente di Flaubert riflettendo sulla deriva della promessa amorosa nella violenza. Quelle donne totalmente ignare del mondo esterno, analfabete e incapaci di leggere una mappa, insegneranno a quell’uomo che si credeva perduto che la conoscenza è una forma di resistenza e che la fede è azione.
    La rivoluzione che prende forma tra le pagine risiede, ancor prima della scelta o meno di partire, nel cambiamento messo in atto anteponendo finalmente le proprie priorità come donne e madri, all’interpretazione di un volere divino filtrata e imposta dalla visione altrui. Una rivoluzione che, nel silenzio di un fienile, Toews immagina per dare voce a donne che decidono di slegarsi dalla condizione di vittime per provare con forza a ribaltare le proprie sorti e essere altro rispetto a quel “Siamo solo donne che parlano”.

    https://giacomoverri.wordpress.com/2018/12/11/miriam-toews-e-il-significato-di-essere-vittima/

  • 11Dic2018

    Carla Fronteddu - iltascabile.com

    In un’intervista al Guardian, Miriam Toews ha definito il suo ultimo libro Donne che Parlano (Marcos y Marcos, 2018, traduzione di Maurizia Balmelli) una risposta immaginaria ai crimini perpetrati contro un gruppo di donne mennonite in Bolivia.

    I reati a cui fa riferimento sono stati commessi tra il 2005 e il 2009 da alcuni uomini della colonia ultraconservatrice di Manitoba che ogni notte anestetizzavano le vittime con uno spray sedativo per animali e le stupravano nei loro letti. Al mattino le donne si svegliavano sanguinanti, sporche e doloranti. In un primo tempo hanno tenuto questo orrore per sé, ma quando è diventato chiaro che le violenze notturne riguardavano anche le loro sorelle, madri, nonne e figlie hanno portato il caso all’attenzione del pastore e degli anziani, che hanno liquidato le testimonianze come il frutto della sfrenata immaginazione femminile, dell’azione del diavolo o della giustizia divina. Soltanto quando una donna è riuscita a cogliere uno stupratore in flagrante la comunità è stata costretta a accettare l’evidenza dei fatti.

    Toews ci introduce alla vicenda a partire dalle ore successive all’arresto e incarcerazione dei colpevoli. Mentre gli uomini della colonia sono andati in città a vendere capi di bestiame per pagare la cauzione e riportare i compagni a casa, otto donne di generazioni diverse, appartenenti alle famiglie Loewen e Friesen, si riuniscono nel fienile per decidere cosa fare (sebbene quasi tutte le donne abbiano subito violenze, la maggior parte ha preferito non partecipare alle riunioni, rendendosi utile svolgendo i lavori di mungitura e le altre incombenze della colonia). Prima che tornino gli uomini, devono decidere come rispondere all’offerta del pastore: restare e perdonare, così da garantite a ciascuno l’accesso al paradiso o lasciare la colonia. Hanno due giorni di tempo.

    Il romanzo è costruito a partire dai verbali delle riunioni che si sono tenute il 6 e 7 giugno 2009, secondo la trascrizione e traduzione in inglese di August Epp, su richiesta di Ona, una delle Friesen. Il compito di compilare i verbali è affidato a un uomo perché le donne sono analfabete – “siamo donne senza voce” – e non conoscono altra lingua che quella parlata nella colonia.

    Le donne parlano in plautdietsch, o basso-tedesco, l’unica lingua che conoscono, nonché quella parlata da tutti i membri della colonia […] il plautdietsc è una lingua orale risalente al medioevo, un guazzabuglio di tedesco, olandese, pomerano e frisone. Pochissime persone al mondo parlano il plautdietsc, e tutti quelli che lo parlano sono mennoniti.

    Gli uomini della colonia, diversamente dalle donne, masticano lo spagnolo e i più giovani imparano dei rudimenti di inglese. Ona e le sue compagne sono senza voce non soltanto perché non sanno scrivere, ma anche perché sono confinate in una lingua che, anche se uscisse dai confini della colonia, non potrebbe essere capita da nessuno. Nel corso dello svolgimento della storia la lingua con cui sono costrette a esprimersi, così come l’ordine simbolico in cui sono immerse, risultano sempre più inadeguati e scomodi, come i denti finti di Greta, “donati da un viaggiatore magnanimo venuto a Molotscha con un kit di pronto soccorso dopo aver sentito degli stupri”, che sono troppo grandi per la sua bocca e le fanno male.

    La voce, quindi, viene prestata, non senza difficoltà, da un uomo recentemente riammesso nella colonia come insegnante di inglese e matematica, dopo un lungo periodo in esilio in Inghilterra e un passaggio nelle carceri della regina. Dalle prime righe sentiamo che l’unica cosa che August ha in comune con gli altri uomini sono i genitali, ragion per cui i membri della comunità lo disprezzano. Mariche, in uno dei tanti momenti di tensione all’interno del fienile lo definisce “un uomo effemminato incapace di dissodare un campo come si deve o di sventrare un maiale”.

    August trascrive in un presente continuo i dialoghi delle otto donne, intrecciandoli spesso con le sue osservazioni, che riportano quasi sempre a Ona, l’unica donna non sposata a Molotscha, incinta del suo stupratore, alla quale “è concessa una certa libertà di dire quello che pensa perché le sue parole e i suoi pensieri sono percepiti come insensati”. I verbali, più che verbali ufficiali assomigliano a una lunga conversazione con lei, che non potrà leggerli, ma che se li conserverà potrà donarli a suo figlio o sua figlia.

    Attraverso il personaggio di August, Toews ci posiziona sullo scomodo sgabello da mungitura nel fienile in cui le donne parlano, evocano storie e aneddoti che le aiutano a riflettere e orientarsi nella scelta, costruiscono scenari, si pongono domande. Scopriamo insieme a lui cosa hanno passato, vediamo le conseguenze che la violenza ha lasciato sui loro corpi e sulle loro menti e sentiamo con loro, man mano che il tempo scorre, l’ansia per il ritorno degli uomini.

    Toews disegna sotto i nostri occhi il lento, sudato, conflittuale travaglio verso l’autocoscienza, con le protagoniste che iniziano parlando di sé confrontandosi agli animali, cominciano a chiedersi chi siano. Salomè si chiede “non era assurdo che le donne dovessero paragonarsi alle bestie, al vento, al mare eccetera? Non c’è un precedente umano, una persona in cui vederci riflesse?”. Pensarsi in relazione e indipendentemente dagli uomini e dai modelli da loro imposti.

    Sappiamo che la situazione di Molotschna dipende dagli uomini, che a rendere possibili questi stupri, perfino il concepimento di questi atti, il progetto di questi stupri, la logica che nella testa degli uomini sta alla base di questi stupri sono le condizioni in cui si trova Molotschna. E queste sono state create e stabilite dagli uomini, dagli anziani e da Peters.

    Vediamo venire al mondo dei soggetti e assistendo a questa nascita ci emozioniamo. Leggendo Donne che parlano ci sentiamo partecipi delle discussioni, dei dubbi etici e degli sforzi di Ona e delle sue compagne, perché Toews riesce a rendere la loro storia universale, creando un parallelo tra il microcosmo della comunità mennonita e la società in cui le sue lettrici e i suoi lettori vivono.

    L’autrice riesce a far emergere dalla sua prosa le numerose sfaccettature della violenza maschile sulle donne; le varie forme che può assumere, dallo stupro al silenzio; la sua dimensione strutturale, quella di un ordine simbolico e materiale disegnato dagli uomini per gli uomini a cui le donne possono conformarsi solo a caro prezzo; l’ambiguità di una violenza che prende forma nella relazione con l’altro (a più riprese le donne di Molotschna si chiedono cosa fare con gli uomini: abbandonarli? Chiedergli di sottoscrivere un patto? Di andare via?), molto spesso una relazione intima; la fiducia nell’educazione e nella possibilità di estirpare la dimensione culturale della violenza.

    Dove condurranno le parole delle donne? E di quanto tempo avranno bisogno per produrre un cambiamento? “Sapevate” – dice Ona – “che il tempo che ci mettono a migrare farfalle e libellule è così lungo che spesso i nipotini sono gli unici ad arrivare a destinazione? […] E lo sapete che le libellule hanno sei zampe ma non sanno camminare?”.

    Ecco, l’atto femminista di prendere parola apre una pista, per percorrerla può servire molto tempo, ma anche se non saremo noi le prime a vedere la fine del viaggio, vale comunque la pena cominciarlo: nel frattempo possiamo avere il privilegio di scoprire dentro di noi capacità e risorse che non sospettavamo di avere.

    https://www.iltascabile.com/recensioni/miriam-toews/

  • 08Dic2018

    Ombretta Romei - pulplibri.it

    Intervista con Miriam Toews: Una donna che parla (e scrive)

    Bella di una bellezza disarmante. Con i jeans attillati e il maglione oversize neri, e un parka verde militare, Miriam Toews, classe 1964, sembra uscita da un film di Kathryn Bigelow. Facile immaginarla sul set di Blue Steel o di Strange Days. Una combattente.

    Una ragazza del secolo scorso che, con i personaggi femminili della regista hollywodiana, condivide non solo un’aura estetica e morale, ma soprattutto lo spirito ribelle, la paziente caparbietà delle guerriere e delle sognatrici. Una sopravvissuta. «La nostra è un’epoca essenzialmente tragica (…) Dobbiamo sopravvivere, per quanti cieli ci siano crollati addosso» scriveva D.H. Lawrence nell’introduzione a L’amante di Lady Chatterley e Miriam Toews ne sottoscrive il senso nelle pagine finali di uno dei suoi romanzi più dolorosamente autobiografici, I miei piccoli dispiaceri (2014), quasi fosse un mantra, un viatico per resistere e lottare. Perché, per quanti cieli le siano crollati addosso, Miriam Toews, dall’età di diciott’anni, ha fatto della scrittura un campo di battaglia, scegliendo, come le Women Talking del suo ultimo libro, di andarsene e rinascere.

    Giuro che ucciderei per avere un elenco telefonico di New York.

    (Un complicato atto d’amore)

    Già. New York. Lontana anni luce da Steinbach, la cittadina canadese dove una comunità mennonita mette radici agli inizi del Novecento, sfuggendo alle persecuzioni bolsceviche, ai massacri, all’estinzione. E dove Miriam Toews è nata e ha vissuto la sua adolescenza. Libri interdetti, balli proibiti, parole impronunciabili: un oscurantismo di stampo maschilista e patriarcale che non ammette deviazioni. Il verbo di Menno Simons (1496-1561), storico fondatore della setta anabattista, è più che legge. È una visione (distopica) del mondo. Campi di granoturco a perdita d’occhio delimitano i confini della piccola città, isolandola da tutto, così come pensieri impuri, atteggiamenti trasgressivi, tentazioni mondane isolano i sognatori in odor di eresia e di scomunica. Le chiavi del paradiso e le vite degli abitanti di Steinbach sono nelle mani di pochi fanatici capi religiosi, teorici e praticanti di un fondamentalismo anacronistico.

    1980. East Village «è come un set del cinema, non può succedere niente di vero. È un paese fantasma, l’isola che non c’è» afferma la sedicenne Nomi, protagonista di Un complicato atto d’amore (2004), alla cui voce monologante Miriam Toews affida il racconto di sé e della propria «complicata» adolescenza. Il nome fittizio della sua città natale è un omaggio a New York, a un quartiere – dove Nomi vagheggia di passeggiare nientemeno che in compagnia di Lou Reed! – a una cultura, a uno stile di vita. Agognati, paradossalmente, quanto un elenco telefonico: niente di meglio se può servire a scrollarsi di dosso anni di letture (e immaginario) fantasy, villaggi hobbit e colline dei conigli. Con una Main Street ai cui estremi svettano una statua di Gesù che assomiglia a George Harrison e un tabellone gigante con scritto SATANA È TRA NOI. Scegli: o lui o me, East Village evoca una small town bradburyana: luogo di passaggio di uomini illustrati e freaks circensi, presenze perturbanti contro le quali nulla possono gli incantesimi di elfi e streghe bianche.

    La fuga è, allora, un sogno. Un’intenzione. Una necessità. Dopo la scomunica di Tash e Trudie – la sorella maggiore e la madre di Nomi – il loro forzato abbandono della comunità mennonita lascia un vuoto incolmabile nella casa dove una figlia convive con i malinconici silenzi di un padre inconsolato. Solo un atto d’amore, salvifico e imprevisto, condannerà finalmente Nomi allo status scandaloso di outsider.

    Calarsi nelle cose difficili velocemente, mettercela tutta e poi ritrarsi. Lo stesso vale per i pensieri, la scrittura e la vita.

    I miei piccoli dispiaceri

    1996. Montréal. Dopo studi in cinematografia e giornalismo, con il primo romanzo, Summer of My Amazing Luck, Miriam Toews suggella il suo amore per la scrittura. L’inclinazione naturale per uno stile che abbraccia comicità e disincanto, sense of humor e cognizione del dolore. A riprova di ciò i successivi Un tipo a posto (1998, il secondo romanzo pubblicato) e Swing Low: A Life (2000, in corso di traduzione), un memoir scritto a distanza di due anni dal suicidio del padre, primo atto di una tragedia intima. Il suicidio della sorella maggiore, avvenuto nel 2010, porterà nuovamente una scrittrice ormai affermata «a calarsi nelle cose difficili», a raccontare con disperato pudore la fuga dalla vita.

    Solo nel 2013 Un tipo a posto arriva in Italia, grazie a Marcos y Marcos. La storia di Hosea Funk, sindaco della più piccola città del Canada, e dei suoi bizzarri tentativi di mantenere inalterato il numero degli abitanti – almeno fino al giorno della visita ufficiale del Primo Ministro… – è una comédie humaine dal meccanismo impeccabile. Un dilettevole gioco delle parti in cui genitori e figli, amici e amanti si scambiano rimpianti e afflizioni, speranze e ricordi. Personaggi irresistibili, descritti in punta di penna. Come Nomi Nickel, io narrante di Un complicato atto d’amore, opera che consacra definitivamente la scrittrice canadese, incensata da premi prestigiosi, baciata da un successo planetario.

    Forse vedere un film è come morire, ma in maniera dolcissima.

    (Mi chiamo Irma Voth)

    La fuggitiva ha scelto la sua patria. Ma la letteratura è una patria che riserva sorprese. Come finire dal Canada in Messico, al seguito di una troupe cinematografica. Accade nel 2007. Il regista messicano Carlos Reygadas ha scritto Luz silenciosa, un film ambientato in una colonia mennonita nel deserto del Chihuahua. La lingua originale è il plautdietsch, il basso tedesco parlato dai mennoniti russi, il soggetto è la storia drammatica di un uomo della comunità, sposato e padre di famiglia, che si innamora di un’altra donna. Per interpretare il personaggio di Esther, la moglie di Johann, Reygadas vuole solo lei, Miriam Toews, la quale reciterà nel film insieme alla madre. Luz silenciosa si aggiudica il Premio della giuria al 60° Festival del Cinema di Cannes e da quell’esperienza l’autrice trarrà ispirazione per Mi chiamo Irma Voth (2011; Marcos y Marcos, 2012). Biografia e finzione si fondono magicamente: il set (reale) è lo stesso del film di Reygadas e Irma, al pari di Nomi, è una sognatrice, una resistente. Prima di mettere in atto il suo piano dovrà, però, fare i conti con un padre crudele e anaffettivo (in netta antitesi con l’analogo personaggio di Un complicato atto d’amore), un marito trafficante di droga e due sorelle che non hanno alcuna intenzione di restare senza di lei. E se il cinema è una fabbrica di sogni, chi meglio della giovane Irma, che non ha mai visto un film, può realizzare il sogno della libertà?

    Tre sorelle in fuga, piccole donne alla ricerca di un posto in cui crescere: Città del Messico, tanto per cominciare. Caotica e variopinta, calda e generosa, la metropoli spalanca ai loro occhi la bellezza di un futuro che sarà soltanto l’inizio di un’altra storia. Un plot, quello di Mi chiamo Irma Voth, che si riallaccia al romanzo precedente, In fuga con la zia (2008; Marcos y Marcos, 2017) laddove Miriam Toews coniuga magistralmente on the road narrative e classica commedia hollywoodiana. Lungo la strada che si snoda dal Canada al Messico, Hattie, outsider per vocazione, rinsalda i legami con una famiglia allo sbando, con una sorella troppo fragile per vivere, schiudendo ai due nipoti adolescenti la possibilità di ritrovare un padre mai conosciuto. Ritmo indiavolato e dialoghi scoppiettanti: la tragedia, come in Pranzo alle otto di George Cukor, è solo rimandata, è un fuori campo lancinante. La «fuga» di Hattie sarà, alla fine, un lungo ritorno a casa.

    Siamo donne senza voce (…) abbiamo solo i nostri sogni. Per forza che siamo sognatrici.

    (Donne che parlano)

    La forza del sogno sta nella forza delle parole. Quelle «parole per dirlo» che una lingua madre, come il basso tedesco parlato dalle donne analfabete di Molotschna, non conosce perché patrimonio degli uomini, dei padri fondatori: i colpevoli, i «visitatori indesiderati, i demoni» che hanno usato violenza, notte dopo notte, sui corpi di donne e bambine della comunità di Molotschna. Un luogo tutt’altro che immaginario dove Miriam Toews rievoca, in Donne che parlano (Marcos y Marcos, 2018), un fatto di cronaca realmente accaduto nella colonia boliviana di Manitoba dal 2005 al 2009.

    Teatro di una guerra segreta, di una conversazione scandita dallo scorrere feroce del tempo, è il fienile in cui otto donne, vittime e accusatrici, hanno scelto di riunirsi per decidere cosa fare delle loro vite e di quelle dei loro figli. A trascrivere quanto detto solo August Epp, maestro di scuola di Molotschna, un tempo scomunicato e costretto a un lungo esilio londinese. La sua voce, sommessa e fiera, è un meraviglioso controcanto a quella di Ona e delle sue compagne.

    A modo loro combattenti. Come altre donne nel mondo, rimarca Miriam Toews nell’intervista che segue.

    Nice to meet you, Miss Toews!

    Il tema dominante dei suoi romanzi è quello della fuga. La fuga da un luogo o da una famiglia, ma anche dalla vita stessa. Fuga, dunque, come rinascita, liberazione, conoscenza di sé e del mondo. Resistenza. Andarsene, come scelgono le protagoniste di Donne che parlano, è tutt’altro che una resa, ma un atto di responsabilità che trascende la lotta. Le donne dei suoi libri sembra che non smetteranno mai di combattere…

    Sicuramente le donne del mio ultimo romanzo sono un’estensione delle donne di tutti i miei libri. A volte mi sembra che alcuni personaggi emigrino da un libro all’altro. Sono donne che hanno sempre cercato di combattere sia a livello sociale sia familiare, ma anche per affermarsi artisticamente, ad esempio. In Donne che parlano si tratta di donne che hanno un’intensa conversazione: sostanzialmente, per loro è fondamentale prendere una decisione: non fare niente, restare e combattere o andarsene. In due parole, agire o morire, combattere o scappare. In un certo senso questa conversazione è una specie di summa di tutte le mie opere precedenti e delle varie tematiche che affrontano. Un punto di approdo.

    Il fienile dove le donne di Molotschna si radunano in segreto, uno spazio chiuso, in cui si svolge il romanzo, evoca il set di La parola ai giurati di Sidney Lumet. Stessa unità di luogo e azione, l’inesorabilità del tempo creano, inoltre, una certa suspence… È un film che può averla ispirata?

    Veramente, no. Questa similarità tra il mio romanzo e il film di Lumet è stata notata anche da altri, ma io non ho mai visto il film prima di scrivere Donne che parlano. Quello che trovavo interessante era ambientare la storia in un luogo chiuso in cui varie persone si riuniscono per prendere una decisione urgente in un lasso di tempo strettamente limitato.

    Sin dalle prime pagine del libro, strade, campi, confini rimandano a una sorta di «geografia» metafisica, a uno spazio drammaturgico. Le donne di Molotschna sembrano eroine di una tragedia greca. Quest’aura di tragica atemporalità amplifica, a mio parere, la dirompente forza politica di Donne che parlano. Come è possibile?

    Le donne di Molotschna hanno uno stile di vita quasi medioevale, ad esempio non possiedono l’elettricità o la tecnologia moderna, quindi è come se appartenessero a un’altra epoca. Tuttavia vivono, al contempo, gli stessi problemi legati al patriarcato, alle chiusure culturali, alla religione più ortodossa e all’isolamento che spesso molte donne oggi devono affrontare in varie parti del mondo. Proprio perché la loro conoscenza del mondo esterno è limitata, August ha, per le donne del romanzo, il ruolo fondamentale di ponte tra il dentro e il fuori: lui porta la propria esperienza del mondo esterno all’interno dello spazio chiuso in cui avviene la conversazione.

    Come è riuscita a immedesimarsi nelle donne di Molotschna, creare la loro intensa polifonia di voci e quella, a tratti monologante, di August Epp?

    Tenere insieme tutte le loro voci e, allo stesso tempo, rendere l’unicità di ciascuna è stata una sfida. Creandole cercavo di pensare a ognuna di loro separatamente ma anche come gruppo, senza dimenticare lo scarto generazionale, le loro età e personalità così differenti nonché il fatto che appartengono alla stessa famiglia. I personaggi di Donne che parlano si ispirano a persone reali: amiche, donne della mia stessa famiglia quali mia madre e mia sorella, mio marito, molte altre donne che ricordo. Nelle conversazioni ho cercato di riprodurre le loro voci il più fedelmente possibile, soprattutto il loro modo di parlare e interagire l’una con l’altra, ispirandomi anche a gente che ho conosciuto. Per quanto riguarda August, invece, mi sono ispirata a mio padre.

    L’avevo intuito. Ricorda molto il padre di Nomi in Un complicato atto d’amore.

    Esattamente! August è un insegnante, mio padre era un insegnante e un uomo che ha sofferto profondamente. Per lui era una necessità insegnare ai ragazzi. Quando è stato scomunicato, mio padre è diventato un outsider. Come August.

    Posso fare due domande su Un complicato atto d’amore? East Village, il luogo in cui è cresciuta Nomi, lungi dall’essere simile all’omonimo quartiere newyorkese ricorda una neverland in mezzo al nulla, una sorta di twilight zone da immaginario horror. Suggestioni bradburyane e kinghiane, oserei aggiungere. Quanto di veramente reale appartiene alla sua città natale?

    La mia città natale, Steinbach, è molto molto simile a East Village. In un certo senso, Un complicato atto d’amore è un racconto autobiografico, benché manchino mia madre e mia sorella. Quando avevo sedici anni, come Nomi, avevo gli stessi riferimenti culturali, ricordo che ascoltavo la stessa musica pop: Lou Reed, Keith Jarrett, i Rolling Stones. Oggi Steinbach è un po’ più grande, conta forse diecimila abitanti, mentre all’epoca in cui ero una teen-ager ci vivevano solo alcune migliaia di persone. Tuttavia la struttura tradizionale, patriarcale di questa città fondamentalista e religiosa, governata dai maschi e dai leader della chiesa, è ancora pressoché invariata. Rispetto a questo contesto, Molotschna, invece, è un po’ diversa.

    Tolkien, Ursula Le Guin, C.S. Lewis, Richard Adams… Fantasy e fantascienza. Autori e generi tutt’altro che proibiti a East Village, quasi fossero una Bibbia per i suoi abitanti. Nel periodo dell’adolescenza quali, oltre agli scrittori suddetti, sono stati «complici» della sua vocazione letteraria?

    La fantascienza, in particolare, perché dipinge proprio il mondo dal quale ci tenevano distanti. Quando ero adolescente a scuola avevo un insegnante davvero inusuale, era giovane e iconoclasta. Ci parlava di Dostoevskij, John Steinbeck, Somerset Maugham, ci faceva studiare Salinger. Quando ho lasciato la comunità ho cominciato a leggere anche altri scrittori come Milan Kundera, Henry Miller, Italo Calvino e sono stata inondata da tutta questa letteratura.

    La sua scrittura tradisce un sorprendente delicato equilibrio tra una disperata vitalità e un sense of humor alla Dorothy Parker. Attraverso quali percorsi biografici e più prettamente narrativi è arrivata a cesellare questa personalissima cifra stilistica?

    Sicuramente un ruolo fondamentale lo hanno avuto i miei genitori, in particolare mio padre e mia sorella, che soffrivano di una malattia mentale e si sono suicidati. Nella mia famiglia era, quindi, necessario andare verso la luce, l’allegria, il lato divertente della vita. Fare in modo che tutto fosse ok. Il mio ruolo era un po’ quello di un clown, un pagliaccio che cercava di farli ridere e, indubbiamente, c’è una combinazione tra questa impronta familiare e la mia personalità, una sorta di equilibrio tra commedia e tragedia. Dal punto di vista letterario, poi, mi hanno influenzato Saul Bellow, Kurt Vonnegut e moltissimi altri autori.

    Nel 2007 lei ha recitato nel film di Carlos Reygadas Luz silenciosa. Dopo quell’esperienza non ha mai pensato di passare dietro la macchina da presa? Penso a illustri precedenti come Pier Paolo Pasolini, Marguerite Duras…

    Mi è piaciuto molto partecipare al film ma non vorrei più recitare! Mi piacerebbe molto, invece, diventare regista. Ho anche un diploma in studi cinematografici. Quando ero giovane ero circondata da persone da cui traevo ispirazione e mi sarebbe piaciuto molto dirigere un film. Adoro il cinema neorealista e il cinema italiano in generale.

    http://pulplibri.it/article/intervista-a-miriam-toews-una-donna-che-parla-e-scrive/

  • 08Dic2018

    Valentina Marcoli - pulplibri.it

    #MennoniteMeToo

    Tutto ha avuto inizio con Il racconto dell’ancella della Atwood. E’ «colpa» sua: da quel momento le donne hanno aperto gli occhi e si sono guardate allo specchio. Anni e anni di lotte per raggiungere il minimo sindacale dei diritti e poi accendiamo il TG e sentiamo ogni giorno di donne uccise dai compagni, e ragazze che vengono sfregiate con l’acido per motivi inesistenti.

    Anche Miriam Toews è una guerriera, e la sua carriera lo dimostra chiaramente, sin da quando diciottenne fugge a Montréal da una rigida comunità mennonita. Sin da quando scrive per ribellarsi alle regole che la stringono nella morsa della sottomissione. I suoi primi lavori, inframmezzati da una pausa cinematografica memorabile con il regista Carlos Reygadas che la vuole in Luz silenziosa, nascono da esperienze personali che l’hanno segnata inesorabilmente e inevitabilmente giungono al cuore dei lettori.

    Una continua ricerca della libertà, un ribellarsi al fondamentalismo religioso in cui è cresciuta, una fuga dalla tirannia e dal potere ingiustificato sono tutte tematiche molto care alla Toews, che infatti ritroviamo anche in questo suo ultimo lavoro. Basato sul processo che nel 2011 ha avuto luogo in Bolivia e che portò alla luce come 130 donne di una colonia mennonita siano state ripetutamente stuprate e anestetizzate con dello spray per il bestiame, di notte, da quelli che loro stesse credevano essere demoni, come punizione per i peccati commessi (quali peccati?), nel romanzo la Toews ci porta nella colonia mennonita di Molotschna, giusto per farci capire di cosa stiamo parlando.

    La scena si apre con le donne della comunità che si lavano vicendevolmente i piedi, alla stregua di Gesù con i suoi discepoli. Dopo questo rito intimo consumato con spensieratezza si giunge presto al nocciolo della questione: tutte loro sono lì riunite per decidere come comportarsi con gli uomini che le hanno narcotizzate, violentate, picchiate e contagiate in alcuni casi. Ma hanno poco tempo, solo quarantotto ore per scegliere di andarsene e ricominciare da zero oppure restare e continuare a subire.

    August Epp, l’unico uomo presente alla riunione, ha il compito di redigere i verbali, poiché le donne in quanto tali non sanno né leggere né scrivere. E nemmeno parlare correttamente. August infatti è un ex colono che capisce la lingua, il dialetto stretto che si usa a Molotschna ed è di conseguenza l’unico in grado di assolvere a tale compito. Nei verbali si leggono confronti serrati, scambi fulminei di battute ma si colgono anche attimi di lucidità sulla condizione di queste donne che scoprono che a stuprarle non sono stati demoni o sconosciuti bensì padri, fratelli e amici.

    L’intera colonia di Molotschna è fondata sul patriarcato, dove le donne vivono una vita di serve mute, sottomesse e obbedienti. Bestie. Ragazzini di quattordici anni sono tenuti a impartirci ordini, a determinare i nostri destini, a votare le nostre scomuniche, a parlare ai funerali dei nostri nuovi nati mentre noi rimaniamo in silenzio, a interpretare la Bibbia per noi, a guidarci nel culto, a punirci! Non siamo membri, Mariche, siamo merce.

    Quarantotto ore per valutare una vita in colonia e trasformare la rabbia e il desiderio di vendetta nel coraggio di scegliere la libertà. Quarantotto ore per alzare la voce e dire basta. Quarantotto ore per buttarsi nell’ignoto della vita.

    https://pulplibri.it/article/mennonitemetoo/

  • 07Dic2018

    Micol Treves - lucialibri.it

    “Donne che parlano” è l’ultimo romanzo della scrittrice canadese nota per “I miei piccoli dispiaceri” e “Un complicato atto d’amore”. Anestetizzate e vittime di violenze inaudite, le componenti di una remota comunità mennonita si confrontano alla ricerca di una salvezza. Pochi hanno lo sguardo di Toews sul dolore e su ciò che di oscuro c’è nella vita

    Pochi scrittori, oggi, hanno lo sguardo sul dolore e sulle zone oscure della vita che ha Miriam Toews. Autrice che, in Italia, aveva lanciato Adelphi, ma – incredibile a dirsi – non aveva fatto la differenza con la casa editrice di Calasso. L’ha rigenerata, curata, riscoperta, come si deve, Marcos y Marcos. Poi la bellezza dei suoi libri ha fatto il resto. Tra gli imprescindibili restanoUn complicato atto d’amore e I miei piccoli dispiaceri. Il più recente Donne che parlano (255 pagine, 18 euro), però, ha la capacità di attrarre vecchi lettori e di conquistarne di nuovi.

    Un fatto di cronaca rielaborato

    Uno spunto di cronaca è all’origine di questo romanzo (tradotto in modo molto puntuale da Maurizia Balmelli, con una bella copertina firmata da Laura Fanelli), che fa i conti, ancora una volta, con dogmi religiosi e regole antidiluviane, le cui vittime sono più che altro donne. In realtà si va oltre i dogmi e le regole, subentra la violenza, quella più subdola, psicologica, fisica, sessuale. Una decina d’anni fa, in una comunità mennonita (stessa confessione religiosa d’origine della Toews) della Bolivia alcuni componenti furono condannati, perché anestetizzavano pesantemente (con prodotti destinati agli animali), prima di violentarle, le donne; che si svegliavano doloranti, spossate, ferite, nel corpo e nell’anima. Toews, dopo lunga gestazione, ha rielaborato letterariamente la vicenda. Immaginando alcune donne mennonite (Greta, Mejal, Mariche, Neitje, Autje, Ona, Salomé e Agata) di una comunità che hanno vissuto la stessa tragedia. Una fotografia “sconvolgente”, che va al di là dell’atto di accusa contro una religione, ma che abbraccia le società patriarcali, e le loro storture, in toto.

    Una doppia salvezza?

    Dopo l’arresto degli aguzzini che hanno approfittato di loro, dopo averle drogate con uno spray di Belladonna – e che potrebbero tornare liberi, saldando una cauzione – le donne della comunità si riuniscono in una stalla, pronte per la prima volta a ragionare sul da farsi. Si tratta già di una rivoluzione, perché sono donne analfabete e sottomesse, abituate solo ad occuparsi di mariti e figli, che non pensano a orpelli di nessun tipo (come senza orpelli e prima di effetti speciali è la voce della Toews, che è autentica, e fa riflettere e commuovere, scrivendo di tormenti, dolori e contraddizioni), a cominciare da quelli estetici. Un unico uomo è coinvolto, testimone che possa raccontare, August Epp; lui è un altro modello di uomo, diverso dagli altri, l’insegnante della comunità, suo padre e sua madre erano stati allontanati (erano di vedute troppo ampie), esiliati in Inghilterra, da dove lui ha fatto ritorno. La storiaccia con cui fanno i conti può essere una salvezza per loro, ma in un certo senso anche per lui, che è innamorato di Ona.

    Una giravolta mentale

    I lividi e i dolori non sono frutto dell’azione di demoni o addirittura di punizioni divine, come sostenevano i colpevoli (fratelli e zii, nipoti e cugini), che non si erano fermati nemmeno davanti ai corpi delle bimbe più piccole della comunità. A quanto possono e vogliono rinunciare? È questa la domanda che rimbomba fra le mura della stalla, le donne devono capire e decidere cosa fare: se dimenticare e adeguarsi alla vita di sempre, per sempre, se restare ma con un altro spirito, combattendo, o se sparire dalla circolazione, provare a rifarsi una vita altrove. Opzioni universali, con cui ogni donna violata, maltrattata, succube fa i conti quotidianamente. Già parlare, confrontarsi per capire, è una giravolta mentale per la comunità femminile del villaggio. Che indagano le loro anime e interrogano Dio (perché ha permesso tutto questo, se è onnipotente?).

    http://www.lucialibri.it/2018/12/07/parte-donne-toews-continua-battaglia/

  • 01Dic2018

    Paola Maraone - Elle

    Donne che non sapevano dirlo

    Storia nerissima, verissima: tra il 2005 e il 2013, in Bolivia, in una comunità mennonita un gruppo di donne subisce abusi sessuali nel sonno.
    Si svegliano lacere, sporche di sangue e sperma, senza capire.

    Leggi l’articolo completo

  • 29Nov2018

    Paola Celefato - www.mypoblog.com

    Donne che parlano di Miriam Toews edito da Marcos y Marcos è una delle opere che più ha sconvolta e fatto riflettere.

    Il romanzo è ispirato ai fatti accaduti in una comunità mennonita in Bolivia intorno al 2011: centotrenta donne abusate, seviziate e drogate dagli uomini. L’opera racconta delle 48h che hanno a disposizione le donne per decidere cosa fare: perdonare (accettare quindi gli abusi), lottare o andarsene.

    Vi consiglio di dare un’occhiata anche alla recensione de La Lettrice Geniale.

    Trama

    Venivano narcotizzate con lo spray per le mucche, e poi stuprate nel sonno. Si svegliavano doloranti, sanguinanti. E si sentivano dire che era tutto frutto della loro sfrenata immaginazione, o eventualmente del diavolo. Invece i colpevoli erano uomini della comunità: zii, fratelli, vicini, cugini. Che fare adesso, con questi uomini, che sono in carcere, ma presto usciranno su cauzione e torneranno a casa? Perdonare, come vorrebbe il pastore Peters? Rispondere con la violenza alla violenza? O andare via, per sempre, per affermare una vita diversa, di rispetto, amore e libertà? Il romanzo parte da qui: dal momento in cui le donne devono decidere cosa fare. Sono donne sottomesse, abituate a obbedire. Nascoste in un fienile, prendono in mano, per la prima volta, il proprio destino. La loro ribellione incandescente risana. E linfa vitale anche per August Epp, l’uomo amorevole e giusto che aveva perso la speranza, e che le donne chiamano a testimone della loro cospirazione di pace, perché possa raccontarla.

    Personaggi

    Otto donne e un uomo. Nove persone emarginate dalla loro comunità. Nove anime che cercano il coraggio di cambiare le cose.

    Ona, Salomé, Agata, Greta, Mejal, Mariche, Neitje e Autje che iniziano la loro assemblea lavandosi i piedi tra loro: segno di un’unità contro i soprusi subiti fino a quel momento.

    August Epp, un uomo, colui a cui Ona chiede di mettere per iscritto quelle cruciali quarantotto ore. Un uomo diverso da quelli che abitano la comunità: ha studiato, è scappato ed è consapevole che le donne hanno gli stessi diritti degli uomini. Non sono semplici animali da possedere. August e Ona rappresentano anche il rapporto uomo-donna dolce, fatto di silenzi, di amore rispettoso. Sono la speranza che non tutti gli uomini possano essere paragonati agli animali.

    La comunità isolata diventa un decimo personaggio: quel personaggio che è un mostro perchè privo di confronto e che si trova a sperare di salvare le apparenze per far sì che il mondo esterno non si accorga di lui.

    Stile

    E’ August Epp a raccontarci gli avvenimenti e quanto siano combattute le donne. È un uomo a dar voce alle donne, perchè non sanno leggere e scrivere. Uno stile incalzante visto che l’intera trama si sviluppa nel corso di quarantotto ore. Pochi gli ambienti e quello più ricorrente è il fienile in cui si ritrovano. August racconta anche di sé, di quella madre che sfidando le regole cercava di istruire le altre ragazze. Racconta quel sentimento mal celato per Ona. Racconta la sua condizione di diverso.

    Nonostante sia uno il narratore le nove voci si distinguono molto bene e penetrano sotto la pelle del lettore facendogli sospendere ogni giudizio e ponendolo nei panni delle vittime.

    Conclusioni

    Difficile tirare le somme di quest’opera perchè vorrebbe dire tirarle su quella che, purtroppo, è la realtà. È un piccolo squarcio sulle violenze che ogni giorno accadono anche sotto i nostri occhi. È il mettere nero su bianco di come i mostri si nascondino alla luce del sole e di come, alcuni uomini e alcune donne ancora oggi non ammettano che le violenze non siano colpa di chi le subisce. È la ricerca del coraggio di cambiare le cose e di rendere il mondo un posto migliore. Un mondo in cui l’uomo non schiacci la donna lasciandola ignorante per poterla sopraffare meglio.

    Un romanzo che per me è un pugno in faccia, di quelli che ti lasciano l’occhio nero ben visibile perchè è facile ricordarsi che la violenza sulle donne è sbagliata il 25 novembre, ma farlo tutti i giorni?

    Consigliato a tutte le donne e a chi ha bisogno della spinta per riprendere in mano la sua vita.

    http://www.mypoblog.com/blog/2018/11/29/donne-che-parlano-di-miriam-toews/

  • 28Nov2018

    Jaro - adrenalibri.com

    Donne che parlano: come rispondere alla violenza?

    Qual è la giusta risposta a una violenza inaudita? Scappare? Non fare niente? Combattere?

    Questi sono i quesiti che si pongono le protagoniste di “Donne che parlano” di Miriam Toews, edito Marcos y Marcos.  La vicenda narrata parte da un fatto di cronaca, infatti, in una comunità mennonita boliviana, tra il 2005 e il 2009, molte donne sono state narcotizzate e stuprate dai loro parenti più prossimi: mariti, fratelli, vicini, cugini.

    Le donne si svegliavano tutte doloranti e sanguinanti, ma non erano credute e si liquidavano queste strane aggressioni come punizioni per i loro peccati o come attacchi da parte del demonio. Solo dopo molti anni la verità è venuta alla luce: erano le persone più care che le violentavano quasi due volte la settimana, senza alcun scrupolo morale e/o etico. I responsabili vennero arrestati e stanno ancora scontando la loro pena.

    Miriam Toews prende spunto da questa drammatica vicenda e costruisce un romanzo quanto mai necessario di questi tempi. Il romanzo si svolge in due giorni, ovvero tra il 6 e 7 giugno 2009, nella colonia di Molotschna, quando le donne devono decidere se perdonare o no i loro violentatori. Il narratore è August Epp, un uomo mennonita che fu scomunicato con la famiglia dalla comunità a causa dell’atteggiamento progressista dei genitori. August si rifugiò in Inghilterra, dove imparò a leggere e scrivere, perciò, una volta ritornato, le donne decidono di chiedere a lui di redigere i verbali delle loro decisioni al fine di lasciare una testimonianza per le future generazioni. Quello che il lettore legge sono i verbali che August ha scritto durante queste riunioni, poiché le donne sono quasi totalmente analfabete.

    Le donne che si ritrovano sono di diverse generazioni e fanno parte di due famiglie: i Loewen e i Friesen.

    Le vittime devono decidere cosa fare tra: non fare nulla, andarsene e combattere. August tenta di essere un narratore imparziale e di svolgere bene il suo compito, ma è alquanto inaffidabile, a causa dell’innamoramento per Ona, una delle vittime. Nei verbali sono presenti anche molte divagazioni del narratore su vari argomenti e sul suo passato. A volte, tenta di prendere la parola e di portare degli esempi, ma molte donne non lo capiscono e non lo assecondano. Solo Ona lo capisce e lo ascolta in interesse e curiosità. Le varie generazioni delle donne entrano in conflitto perché nessuno sa bene che cosa comporti andarsene nel mondo esterno, anzi, ne sono spaventate. Non sono mai uscite dalla comunità e non sanno né la lingua del paese né dove si trovano.

    «Era vero? Poteva essere? Dov’è il male? Nel mondo esterno o interno? Sulla superficie calma del Mar nero o nel fiume misterioso che sotto quel mare scorre e tutto preserva, ma solo perché non c’è aria, non c’è ossigeno. Nessun movimento. Nessuna vita.»

    Durante le riunioni si decide di escludere l’opzione del non fare nulla perché bisogna compiere un qualsiasi gesto per far capire che un atto di un’immane violenza è imperdonabile. Seguendo i verbali, il lettore osserva lo scontro tra gli scrupoli religiosi delle donne più tradizionaliste e le idee delle più rivoluzionarie.

    «Tutto è volontà di Dio, niente è lasciato al caso, nella creazione di Dio. Ma se Dio ha creato il mondo, perché mai non dovremmo starci?».

    La Toews, in questo romanzo, riesce a costruire una narrazione intensa e intimista. La scelta di un narratore uomo per raccontare una storia di violenza sulle donne è più che mai azzeccata. August, con il suo amore e la sua timidezza, è il segretario giusto per redigere i verbali perché sa cosa vuol dire essere sopraffatti ed esclusi dalla comunità.

    «Perché il riferimento all’amore, il ricordo dell’amore, il ricordo dell’amore perduto, la promessa dell’amore, la fine dell’amore, l’assenza dell’amore, il bruciante, bruciante bisogno d’amore, bisogno di amare, sfocia in tutta questa violenza?».

    L’autrice evidenzia bene i meccanismi della società patriarcale mennonita e del ruolo secondario delle donne che vengono viste solo come delle cuoche e delle incubatrici. L’inaffidabilità apparente di August rende bene l’indecisione tra le varie opzioni che le donne devono scegliere.

    Ho avuto l’occasione di incontrare l’autrice durante la manifestazione dei Giorni Selvaggi che si svolge a Torino e propone incontri con scrittori e scrittrici durante tutto l’anno. Miriam Toews ha raccontato quanto è rimasta scossa, quando ha letto di ciò che era accaduto alle donne mennonite in Bolivia. Le ci sono voluti un paio d’anni per scrivere e rielaborare questo romanzo. È riuscita così bene nell’impresa di descrivere la comunità mennonita perché lei stessa è nata e cresciuta in una di esse.

    Sono contento di aver iniziato a conoscere Miriam Toews proprio da questo libro perché riesce a far immergere nelle storie che racconta in maniera totale. Ci si sente come se si fosse un secondo stenografo della vicenda. Ve ne consiglio la lettura per due motivi: il primo perché è necessario parlare della violenza sulle donne e far qualcosa per fermarla, il secondo perché la Toews è una narratrice particolare che riserva sorprese.

    https://adrenalibri.wordpress.com/2018/11/28/donne-che-parlano-come-rispondere-alla-violenza/

  • 16Nov2018

    Laura Aguzzi - La Stampa

    “Il rock ha salvato la mia anima dai bigotti”

    Nella comunità mennonita di Manitoba, Bolivia, le donne si svegliano al mattino doloranti, sanguinanti, come stordite. Passano settimane, mesi, prima di capire cosa sta succedendo. La verità è allucinante: alcuni uomini della comunità, spesso parenti, le hanno drogate per notti e notti con un anestetico per mucche e le hanno violentate, più volte.

    Leggi l’articolo completo

  • 12Nov2018

    Sara Prian - wearmore.it

    Donne che parlano: il romanzo sulla voce delle donne di Miriam Toews

    Tutti all’interno del Giudizio Universale di Michelangelo a Roma conoscono la Creazione di Adamo, ma pochi invece sanno descrivere la Creazione di Eva, quinto affresco della Cappella Sistina. In questa rappresentazione, Eva supplica Dio e lo fa nascondendosi da Adamo che dorme per terra, perché sa che lui disapproverebbe… ma che cosa? Il suo incontro senza mediazioni con Dio o quello che sta dicendo?

    Perché, invece io, vi sto raccontando questa cosa? Perché questa è una delle immagini più forti e belle raccontate all’interno del libro di Miriam Toews, Donne che parlano (pp 255, 18,00€) edito da Marcos Y Marcos che racconta la storia delle donne della colonia di Molotschna che venivano narcotizzate con lo spray per le mucche, e poi stuprate nel sonno. Si svegliavano doloranti, sanguinanti. E si sentivano dire che era tutto frutto della loro sfrenata immaginazione, o eventualmente del diavolo. Invece i colpevoli erano uomini della comunità: zii, fratelli, vicini, cugini. Che fare adesso, con questi uomini, che sono in carcere, ma presto usciranno su cauzione e torneranno a casa? Perdonare, come vorrebbe il pastore Peters? Rispondere con la violenza alla violenza? O andare via, per sempre, per affermare una vita diversa, di rispetto, amore e libertà?

    l romanzo parte da qui: dal momento in cui le donne devono decidere cosa fare. Sono donne sottomesse, abituate a obbedire. Nascoste in un fienile, prendono in mano, per la prima volta, il proprio destino. La loro ribellione incandescente risana. È linfa vitale anche per August Epp, l’uomo amorevole e giusto che aveva perso la speranza, e che le donne chiamano a testimone della loro cospirazione di pace, perché possa raccontarla.

    Donne che parlano è una storia vera romanzata. Sì perché la Toews prende ispirazione a dei fatti realmente accaduti in Bolivia, nella colonia di Manitoba, tra il 2005 e il 2009 e decide di dare voce a queste donne attraverso i verbali immaginati redatti da un uomo diverso da quelli che loro sono costrette a frequentare e amare. August Epp è, infatti, il collegamento tra i due universi, è l’anello esemplare di come uomo e donna possano e debbano collaborare per creare un mondo migliore al di là del proprio gender.

    Il libro della Toews è un libro di donne forti, che non accettano più la loro condizione di inferiorità, donne che trasformano le loro cosiddette soft skills per diventare sempre più indipendenti e in qualche modo pensanti. Perché queste, dovete ben tenere presenti, che sono donne rurali, analfabete che, dopo continue violenze decidono di fare gruppo (anche se, come sempre, non tutte) e trovare una soluzione. Sono lì in balia dell’istinto più primordiale che esista, scappare o combattere, ma si elevano dal rango di “bestie” in cui le avevano confinate attraverso il pensiero, iniziando a riflettere grazie alla collaborazione con quell’uomo che, cresciuto da genitori dalle vedute ampie, fa di tutto per aiutarle trovando anche lui stesso la via della salvezza in loro.

    Donne che parlano è uno di quei libri fondamentali per la formazione del singolo, per comprendere un evento storico di cui nessuno, almeno qui, aveva mai sentito parlare e cercare di costruire una cultura fondata sul rispetto della donna, ma non solo. Quello che voglio sottolineare sull’importanza di questo libro è come metta al centro la fondamentale collaborazione tra uomo e donna: la comunità femminile non riuscirebbe mai a scappare senza i consigli di August e August non riuscirebbe a salvarsi dal pensiero costante del suicidio senza la fiducia di queste donne così diverse tra loro, eppure così forti.

    Toews è una della voci più interessanti e particolari della letteratura contemporanea che con la sua prosa schietta e senza orpelli, riesce a colpire il lettore nel profondo, portando a galla discussioni e argomenti verso i quali bisognerebbe sempre trovare spazio per discuterne.

    http://wearmore.it/donne-che-parlano-il-romanzo-sulla-voce-delle-donne-di-miriam-toews/

  • 11Nov2018

    Vanni Santoni - La Lettura/Corriere della Sera

    IL METOO IMMAGINARIO DELLE DONNE MENNONITE

    Tra il 2005 e il 2009, in una remota comunità mennonita della Bolivia, a molte ragazze e donne capitava di svegliarsi sanguinanti, stordite e piene di lividi. I responsabili erano indicati dai più in fantasmi o demoni; altri membri della comunità dicevano che era Dio che le puniva per i loro peccati; altri ancora le accusavano di mentire per attirare l’attenzione.

    Leggi l’articolo completo

  • 08Nov2018

    Alice de Carli Enrico - meloleggo.it

    Dopo aver letto Donne che parlano di Miriam Toews (ed. Marcos y Marcos con traduzione di Maurizia Balmelli) ho iniziato a consigliare a chiunque di leggerlo. “Meraviglioso”, dicevo. “Sotto un infinità di punti di vista”. Così tanti che è quasi difficile mettervi ordine. Ci provo.

    Innanzitutto la storia, che viene presentata così:

    Venivano narcotizzate con lo spray per le mucche, e poi stuprate nel sonno. Si svegliavano doloranti, sanguinanti. E si sentivano dire che era tutto frutto della loro sfrenata immaginazione, o eventualmente del diavolo. Invece i colpevoli erano uomini della comunità: zii, fratelli, vicini, cugini. Che fare adesso, con questi uomini, che sono in carcere, ma presto usciranno su cauzione e torneranno a casa? Perdonare, come vorrebbe il pastore Peters? Rispondere con violenza alla violenza? O andare via, per sempre, per affermare una vita diversa, di rispetto, amore e libertà?

    La violenza non è un espediente narrativo, purtroppo. Sono fatti realmente accaduti in una colonia mennonita boliviana, la colonia di Manitoba, tra il 2005 e il 2009.

    Il romanzo parte da qui: dal momento in cui le donne devono decidere cosa fare. Sono donne sottomesse, abituate a obbedire. Nascoste in un fienile, prendono in mano, per la prima volta, il proprio destino.

    La narrazione della Toews si concentra su questo, sul dopo, e lo fa scegliendo come spettatore proprio un uomo, August Epp, il cui compito consiste nel redigere i verbali nelle 48 ore rimaste alle donne per scegliere cosa fare del proprio destino.

    Qualcuno mi ha chiesto: “ma è un libro sulla violenza di genere?”. A parer mio la violenza non ha genere, ma vittime di tutti i generi, non so cosa ne pensi Miriam Toews in proposito e se questo sia stato il suo intento. Donne che parlano è un libro che secondo me va oltre questa distinzione semplicistica, e lo fa in innumerevoli modi e senza dare opinioni. Ed è capace di raccontare un orrore come un fatto, senza caricarlo di facili giudizi o di sadiche descrizioni. Sembra quasi, piuttosto, voler restituire valore a ciò che è concreto: non c’è bisogno di descrivere minuziosamente uno stupro perché si comprenda e se ne possa capire meglio l’orrore. L’orrore è il fatto in sé.

    Non è un dialogo serrato, un botta e risposta vivace di parole e battute. Il ritmo della narrazione ricorda invece il volo di un’ape: si fa veloce in alcuni passaggi, ma rallenta e si sofferma talvolta su un pensiero, uno sguardo, come l’ape sul fiore. Segue, insomma, il ritmo della mano di August Epp, seduto a parte in quel fienile a scrivere e a riportare parole, gesti, sguardi, qualche suo pensiero, di tanto in tanto.

    E il titolo è accurato: le donne parlano. Non strepitano, gridano, né si strappano i capelli, benché quanto sia successo a loro e alle altre donne della comunità sia un vero e proprio orrore. Le donne parlano perché, in primo luogo, si ascoltano le une con le altre. Non si rubano la parola, si rispettano, si vogliono bene. E si trovano in un tale stato di incertezza da rendere potenzialmente valida ogni opzione, annidandosi in ognuna di queste quasi un’eguale dose di paura: restare e non fare niente, restare e combattere, andarsene… ma in caso, andarsene dove? Loro che non hanno mai neppure visto una mappa del mondo e che sanno parlare soltanto in basso tedesco!

    Mentre le donne parlano, insomma, al lettore è lasciato l’agio di ascoltarle. Ed è strano, non so esattamente quando accada, ma a un certo punto senza neppure accorgervene comincerete a pensare con loro, ad essere loro, a chiedervi cosa fareste voi, in quella situazione. Ecco, la cosa più bella di Donne che parlano è il viaggio umano che vi farà affrontare. È un libro che rimane negli occhi; un filtro forse non del tutto nuovo, ma differente quel tanto che basta per guardare al mondo in modo altrettanto diverso.

    https://www.meloleggo.it/donne-che-parlano-di-miriam-toews_1090/

  • 06Nov2018

    Roberto Antolini - nazioneindiana.com

    Fuga da una comunità mennonita (Ovvero le ironie della storia)

    Gli anabattisti sono stati la parte più radicale della Riforma protestante, la componente che ha subito la persecuzione più feroce, sia da parte cattolica, che protestante (luterana e calvinista).

    Nella Zurigo cinquecentesca di Zwingli venivano annegati, ricevevano una morte d’acqua, perché d’acqua “peccavano”: la loro caratteristica più riconoscibile era infatti quella di rifiutare il pedobattesimo, il battesimo standard, di default per tutti, fatto in età inconsapevole, e dunque una chiesa “territoriale”, legata al potere politico. Un legame a cui loro si sottraevano appartandosi in congregazioni di comunità “fuori dal mondo”, radicalmente pacifiste (si rifiutavano di partecipare alle guerre del tempo), basate sulla meticolosa applicazione dei precetti evangelici in modo collettivo, identificante, e a volte anche sulla proprietà comune. Le loro comunità sono state cacciate dall’Europa della controriforma e delle guerre di religione, si sono rifugiate prima sempre più ad oriente, per poi finire in America, unico luogo dove hanno potuto sopravvivere e trovare una loro pace operosa. Oggi troviamo comunità rurali di origine anabattista – divise fra le correnti mennonita, hutterita ed amish – soprattutto negli USA ed in Canada, con emanazioni novecentesche in Sud America. Mentre in Europa sono rimasti solo sparuti gruppi mennoniti, urbani e ben inseriti nella società moderna, quasi esclusivamente in Olanda e Germania del nord (Gli Amish hanno avuto qualche anno fa, nel 1985, una loro notorietà mediatica grazie al bel film di successo The Whitnes, Il tesimone, con Harrison Ford).
    Miriam Toews (Steinbach, 1964) è cresciuta in una comunità mennonita in Canada, per andarsene a 18 anni e diventare scrittrice di successo ed attrice. Nei suoi romanzi viene spesso descritta la società mennonita: famiglie infelici e stritolate da una cultura dagli orizzonti ristretti, da un super-io religiso angosciante e penalizzante, che soffoca la vitalità dell’individuo. E fa un certo effetto incontrare questa erede degli esuli anabattisti fuggiti alle guerre di religione, impegnata secoli dopo in una sua personale rivolta letteraria contro l’oppressione a cui è approdata la ricerca di libertà dei suoi avi: ironie della storia. E occasione per riflettere sui controcircuiti fra trascendenza e routine quotidiana, ideali e realtà, dimensione collettiva comunitaria e soggettività individuale. Francesco Alberoni direbbe: fra “stato nascente” ed “istituzionalizzazione”, e mi sembra la terminologia più corretta.
    Donne che parlano (Marcos y Marcos, 2018, € 18,00) si ispira ad un episodio vero, verificatosi in una comunità mennonita della Bolivia, fra il 2005 e il 2009. Le donne della comunità, di notte, venivano narcotizzate e stuprate. Si svegliavano al mattino sanguinanti e doloranti (qualcuna incinta), ma la comunità attribuiva la cosa al demonio, ed a dio che lo permetteva per punirle dei loro peccati. Finché non venne scoperto che la responsabilità era di maschi della comunità. Il romanzo è una «risposta narrativa» (p.9) a questi fatti, e mette in scena i discorsi delle donne riunite due giorni di fila in assemblea per decidere il da farsi, che alla fine decidono di andarsene dalla comunità, con i loro figli piccoli. La forma della scrittura mima i modi di un verbale della riunione: l’affastrellarsi dei discorsi concitati, divaganti, contrastati e intimoriti, perché le donne sono analfabete e prive delle conoscenze  necessarie per una fuga: «siamo donne senza voce – dicono di sé – siamo donne fuori dal tempo e dallo spazio, non parliamo nemmeno la lingua del paese  in cui viviamo. Siamo mennonite senza una patria. Non abbiamo niente a cui tornare» (p.78). Il confronto senza bussola porta a galla una geografia psichica della comunità, le sue modalità di adattamento, e ragiona sulle radici degli attriti. Costruendo – un po’ alla volta – una solidarietà fra le donne, e la faticosa riconquista di un senso per le loro vite, fino alla maturazione della decisione di sottrarsi con una fuga collettiva a quell’inferno in cui erano fino ad allora state immerse, decisione motivata con un ragionamento che non nega le basi della loro cultura, ma ne sviluppa una critica: «migrazione, movimento libertà. Vogliamo proteggere i nostri figli e vogliamo pensare. Vogliamo conservare la nostra fede» (p.245).
    La svolta dalla babele iniziale ad un ordine del discorso, verso la decisione finale, prende slancio quando le donne – loro donne analfabete, a cui “la parola di dio” è sempre stata riportata dalle autorità maschili della comunità, fusa all’interpretazione della stessa – arrivano a mettere a punto una propria interpretazione della “parola”, una interpretazione che non le sottomette più ai maschi, ma le libera «Mi balena un pensiero: Forse è la prima volta che le donne di Molotschna [il nome della comunità] hanno interpretato la parola di Dio da sole» (p.190). Significativo come questo passo sembri riproporre, ancora e sempre, la teoria luterana della “libertà del cristiano” (libertà nell’intepretazione della “parola”, da cui nasce tutta la Riforma), come strumento di liberazione, anche dal nuovo contesto di oppressione nato da una vecchia pratica di “libertà del cristiano”, cristallizatasi strada facendo nel suo contrario.
    Non sono le donne analfabete – ovviamente – a stendere i verbali delle riunione: all’architettura narrativa serviva un’altra figura. È quella di August, l’unico maschio coinvolto nella rivolta delle donne, colui che scrive, tramanda il senso. Un marginale, cacciato dalla comunità da bambino assieme ai suoi genitori, tornatovi con le pive nel sacco da adulto, a cercare un difficile equilibrio contro la propria tendenza al suicidio, a cercare anche lui un senso della propria vita, che trova in una concreta funzione di supporto (colui che scrive) alla ribellione delle donne. Una specie di allegoria della figura dell’intellettuale déraciné impegnato nei processi di liberazione. Un autoritratto camuffato dell’Autrice, come quelli che certi pittori rinascimentali hanno lasciato in incognito, nascosto nell’anglolo in basso, nei propri quadri.

    https://www.nazioneindiana.com/2018/11/06/fuga-da-una-comunita-mennonita/

  • 30Ott2018

    Silvia Zacchini - rockerilla.com

    Tra il 2005 e il 2009, in una comunità mennonita, più di cento donne tra i tre e i sessantacinque anni vennero stuprate nel sonno indotto da un anestetico veterinario: i capi della comunità attribuirono le violenze a Satana che le avrebbe così punite per i loro pensieri impuri…

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  • 25Ott2018

    Laura Ganzetti - iltetostato.com

    Si parla moltissimo di donne, di libri scritti da donne, di femminismo e non femminismo, di quote, di percentuali di impiego femminile, di differenze salariali tra donne e uomini con le medesime responsabilità, di voci di donne troppo assenti o troppo tenaci, di violenza sulle donne.

    Si parla, dicevo, moltissimo, e si racconta, spesso in cronaca nera. Miriam Toews ha scritto un libro che prende tutto questo parlare e lo racchiude con la sua voce lieve e feroce, con cui torna a descrivere la realtà delle colonie mennonite, che lei conosce per esserci cresciuta dentro. Donne che parlano è un libro sul silenzio, che racconta di donne senza voce. Un libro che a leggerlo si sta male e la Toews fa il miracolo di proteggere il lettore con la carezza del suo stile limpido e immediato, ma senza vestire di leggerezza una storia di orrore. C’era una volta una comunità mennotita boliviana, in cui intorno al 2011 di notte accadeva qualcosa per cui le donne, moltissime, più di cento, la mattina si svegliano doloranti, sanguinanti, percosse, abusate, ma non ricordavano nulla. E’ storia vera, realtà, vita vissuta e ripresa da Miriam Toews per scrivere questo libro. Cosa fanno donne violentate inconsapevolmente in una comunità mennonita che fa del senso di colpa la propria bandiera? Pensano che sia stato il diavolo a punirle, provano vergogna, tacciono, convinte che a loro sole stia accadendo. Tacciono. Tacciono. Finché scoprono che non sono sole, che tante tra loro, comprese le bambine e le anziane, vivono la stessa esperienza e così iniziano a parlare, tra loro e con i loro uomini. Ma non è questo il punto, il punto è che per parlare queste donne conoscono soltanto una lingua, che non è una lingua ufficiale, è un tedesco sporco noto soltanto dai membri della comunità, sono donne che possono parlare soltanto con le persone del loro villaggio, non conosco la lingua del resto del Paese in cui vivono, non possono parlare con nessun altro. E dopo le violenze, che avvenivano, usando un sedativo veterinario, da parte di uomini della loro colonia, arriva un nuovo dramma, quello della scelta. I violentatori sono stati scoperti e mandati in prigione, ma usciranno su cauzione pagata dagli altri della comunità e le donne hanno due possibilità: perdonarli così da consentire loro di andare in paradiso, o in caso contrario lasciare la colonia e andarsene in quel mondo che non solo non conoscono, ma di cui non parlano nemmeno la lingua e in cui non è capita la loro. Hanno due giorni per decidere, si riuniscono in un fienile per discutere e vorrebbero stendere dei verbali, ma non sanno scrivere, le donne sono analfabete, dunque con loro c’è un uomo che le ascolta, che scrive, che documenta. Miriam Toews non ci risparmia nulla, né il dolore di essere abusate, né quello di non avere voce e apre il suo libro riambientando e romanzando la storia boliviana e partendo dal momento in cui queste donne, abituate a essere sottomesse quasi al limite dell’atrofia di pensiero, devono prendere una decisione. Toews racconta come soltanto lei sa, riporta una logica quasi infantile e una visione chiara, presenta riflessioni e sentimenti che vanno oltre quanto la comunità prevede che le donne pensino e sentano, delinea i caratteri di queste persone – finalmente le loro voci – che per la prima volta devono scegliere: assolvere chi le ha sedate, violentate, picchiate, per mesi e ripetutamente e tornare a convivere con loro nella colonia, o lasciarla, perché se non saranno misericordiose non potranno restare in quella che è l’unica realtà che conoscono. Perdono o esilio.

    Le donne declinano le due alternative in tre possibilità:

    • non fare niente

    • restare e combattere

    • andarsene.

    A voi la scelta.

    Potrebbe essere utile, chiede Ona, prima di elencare i pro e i contro di Restare e combattere, 

    stabilire per cosa esattamente combattiamo?

    http://iltetostato.blogspot.com/2018/10/donne-che-parlano-miriam-toews.html

  • 23Ott2018

    Carlotta Vissani - Tu Style

    ABUSATE IN CASA

    Fino al 2009 le donne della colonia mennonita (rigida setta religiosa) di Manitoba, in Bolivia, si sono svegliate confuse, doloranti, macchiate di sangue e sperma.

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  • 21Ott2018

    Luca Scarlini - Alias/Il Manifesto

    In un romanzo di Miriam Toews la schiavitù delle donne mennonite

    La comunità mennonita in cui è cresciuta Miriam Toews, con i suoi rituali antichi e violenti, con la sua ossessiva dedizione alla Bibbia, torna nei suoi romanzi.

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  • 19Ott2018

    Irina Turcanu - sulromanzo.it

    Il potere della parola

    Profondo e travolgente. Come l’esistenza o il Mar Nero, vivace in superficie, ma anossico, asfissiante quando si scrutano i suoi abissi. Miriam Toews scrive una lunga e meravigliosa metafora in Donne che parlano, uscito per Marcos y Marcos, nella traduzione di Maurizia Balmelli.

    Il romanzo inizia però con una nota. L’autrice ci avverte che si raccontano storie solo fino a un certo punto e quello che ci accingiamo a leggere non è puro intrattenimento. Dice nella nota: «tra il 2005 e il 2009, in Bolivia, in una remota colonia mennonita […] a molte ragazze e donne capitava di svegliarsi tutte doloranti e con un senso di sonnolenza, il corpo sanguinante e coperto di lividi per via delle violenze subite durante la notte. Le violenze erano imputate a fantasmi e demoni». O alla troppa fantasia femminile o ai loro troppi peccati.

    Miriam Toews entra in questa storia vera munita di uno sguardo attento e ponderato, realistico. Coglie le donne del villaggio riunite per decidere come reagire alle violenze. Nessun demone, nessuna punizione divina dietro gli stupri notturni, soltanto mariti, fratelli e zii. Otto, ma solo uno colto sul fatto, reo confesso e accusatore degli altri. Le donne di Molotschna, la colonia mennonita in cui avvengono gli eventi narrati, sono analfabete ma vogliono che il loro dibattito segreto venga messo a verbale. No, loro non usano questa parola precisa, la traduce – per loro, per noi – e adatta August Epp, l’insegnante della colonia, figlio di genitori scomunicati ed esiliati che ha imparato a leggere e a scrivere in Inghilterra da dove ha fatto ritorno. Poco importa però quali siano le parole usate dalle donne che hanno deciso di parlare, l’essenza è racchiusa nei loro concetti, nelle loro paure, nei loro piani.

    Sono donne che subiscono ogni giorno, soprattutto l’ira dei mariti, ma drogarle con la belladonna per poi violentarle brutalmente, senza fermarsi nemmeno davanti al fatto che siano soltanto bambine – bambine nel senso più veritiero della parola –, infettandole di malattie veneree che non ricevono cure per poter insabbiare l’accaduto, è troppo. È davvero troppo. Le donne di Molotschna hanno tre scelte, allora, e le disegnano perché per loro, nei migliori dei casi, risultano intelligibili solo due o tre lettere, quelle che compongono i loro nomi. Disegnano le tre opzioni che si riducono a non fare niente, restare e combattere o andarsene. E tutte e tre le opzioni implicano dover rinunciare a qualcosa ed è tutto lì il centro della questione: a cosa sono disposte a rinunciare le donne che parlano, sedute su secchi rovesciati, nella stalla di un vecchio del villaggio, uno dei pochi uomini che non si sono recati in città dove si trovano ora i violentatori, arrestati, in via cautelare e come protezione dall’ira omicida delle donne stuprate.

    È un dibattito lungo, intenso, sofferto, ma anche globale perché a guardarlo bene esula dai piccoli confini della colonia mennonita, dai sensi di colpa e dalle paure iniettate da Peters, il rappresentante di Dio per chi vive a Molotschna. Se si spoglia la metafora, ritroviamo il nocciolo e questo riguarda tutte le donne e quali sono le opzioni a disposizione davanti alla violenza che quotidianamente ne uccide qualcuna, ne ingravida un’altra, ne infetta un’altra ancora e traumatizza tutte in egual modo e in modo irrimediabile.

    Le donne di Molotschna si fermano per parlare in segreto, per capire che cosa vogliono, per definire che cosa non vogliono più, per capire quanto forti potrebbero essere se si unissero, per stabilire quanto è importante per loro poter pensare. Ed è un evento inedito, potente, rivoluzionario – anche se la parola rivoluzione, ci dice August Epp, non piace alle donne di Molotschna perché loro, appunto, non amano la violenza. La decisione finale è ponderata, soppesata, pianificata ed è altrettanto inedita quanto l’evento in sé, quello di parlare.

    Dal punto di vista stilistico, il romanzo di Miriam Toews è un gioiello per la mente. Scorre, prende fiato, galoppa esattamente come le sensazioni, i sentimenti, i tormenti, le contraddizioni e le prese di coscienza delle protagoniste riunite nella stalla. La riflessione è solo una delle reazioni che il romanzo stimola nel lettore, per gli animi più sensibili sarà difficile trattenere la commozione davanti all’intensità di queste Donne che parlano.

    http://www.sulromanzo.it/blog/il-potere-della-parola-delle-donne

  • 17Ott2018

    Giuditta Casale - giudittalegge.it

    Siamo donne senza voce, afferma Ona, pacata. Siamo donne fuori dal tempo e dallo spazio, non parliamo nemmeno la lingua del paese in cui viviamo. Siamo mennonite senza una patria. Non abbiamo niente a cui tornare, a Molotschna perfino le bestie sono più tutelate di noi. Tutto quello che abbiamo sono i nostri sogni – per forza che siamo sognatrici.

    Miriam Toews, nel nuovo libro “Donne che parlano” pubblicato come sempre da Marcos y Marcos nella cristallina traduzione di Maurizia Balmelli, prende un terribile fatto di cronaca: le ripetute violenze, sessuali e fisiche, subite dalle donne di una remota comunità mennonita boliviana, dal 2005 al 2009, mentre dormivano di notte, sedate con un potente anestetico veterinario, e accusate di essere indemoniate per le ferite e i segni che mostravano al mattino, e lo fa diventare emblema profondo della condizione della donna, disamina affilata del ruolo femminile nella società, grido di speranza e di battaglia insieme.

    Come seguendo le unità aristoteliche di tempo, luogo e azione, la vicenda è vissuta quasi interamente in un unico spazio fisico, il fienile della stalla di un membro malato della comunità, in cui le donne si riuniscono per prendere una decisione fondamentale sul loro futuro, e in un tempo strettamente limitato: le donne hanno pochissimo tempo, due giorni soltanto, che intercorre tra il viaggio degli uomini in città per pagare la cauzione degli aggressori incarcerati e il loro ritorno, con gli stessi aguzzini, tutti uomini della colonia e parenti stretti delle vittime. Peters, il pastore onnipotente di Molotschna, che per lungo tempo, come gli altri uomini della colonia, non ha prestato fede né attenzione alle lamentele delle donne, che ogni mattina si svegliavano doloranti, stordite e spesso sanguinanti, imputando gli stupri a fantasmi, o Satana, presumibilmente quale punizione per i loro peccati, ha imposto che le donne dovranno perdonare i propri carnefici, se vorranno rimanere nella comunità, oppure uscire nel mondo, del quale non sanno nulla. Per questo un gruppo di otto donne, organizzate da Agata Friesen e Greta Loewen che sono i membri più anziani delle due famiglie, decidono di riunirsi per discutere il da farsi. Le altre donne della comunità hanno optato per la prima delle tre scelte: “Non fare niente”, “Restare e combattere”, “Andarsene”, e quindi non presenziano alla riunione:

    la più esplicita delle sostenitrici del Non fare niente è Scarface Janz, membro devoto della colonia, aggiustaossa dei residenti nonché famosa per il suo occhio infallibile per le distanze. Una volta mi ha spiegato che, in quanto abitante di Molotschna, aveva tutto quello che voleva; doveva solo convincersi di volere pochissimo.

    A prenderne parte come verbalizzante è August Epp, voce narrante di straniante potenza, il primo a sorprendersi del volere delle donne a un resoconto delle riunioni, visto che essendo analfabete non sono solo incapaci di verbalizzare da sé, ma anche di leggerlo. A chiederglielo è Ona, la figlia maggiore di Agata, alla quale August è legato da un’amicizia d’infanzia tenace e tenera, e da un silenzioso amore non corrisposto.

    La voce di August serve a Toews per prendere le distanze dall’incandescenza dei discorsi delle donne, per osservare la vicenda e la difficile decisione che si trovano a fronteggiare con uno sguardo alieno perché maschile, ma nello stesso tempo accorato e partecipe, perché August Epp con la sua famiglia ha dovuto subire la scomunica e l’allontanamento dalla comunità, a cui ha fatto ritorno solo da sette mesi, considerato straniero e sospetto dagli uomini. Attraverso August, con il suo afflato filosofico e riflessivo, la sua modestia piena di sentimento, il suo essere quasi un fantasma nella colonia e per questo più vicino alle donne che agli uomini, non solo prendono consistenza e peso le parole delle donne, ma anche le loro reazioni e relazioni.

    August diventa gli occhi e le orecchie del lettore, e di conseguenza il cuore e il cervello. Il risultato è di raffinata sottigliezza, perché affidando ad August la narrazione Miriam Toews ottiene una sovrapposizione di piani emotivi e sentimentali: la partecipazione tragica alla vicenda delle donne e la vicinanza al narratore, che non solo presta una testimonianza fedele della lunga riunione, ma crea un legame indissolubile con le donne e con il lettore, tanto che nelle ultime pagine sarà lui a disvelare lo scopo dei verbali, il senso profondo di umanità che nascondono, che travalica il documento in sé e diventa legame stretto di vicinanza ed empatia.

    Miriam Toews ha da sempre la capacità di disegnare personaggi femminili di bellezza insolita e inconsueta, così queste otto donne, diverse ferite fragili e durissime, aggressive e protettive, pronte a graffiarsi e ad abbracciarsi, riconoscendosi le une nelle altre. Su tutte spicca Ona, indimenticabile:

    Una breve considerazione su Ona Friesen: Ona di distingue dalle altre donne per i capelli tirati indietro morbidamente anziché costretti dalla nuda forza di un arnese dall’aspetto primitivo. La maggior parte dei coloni la considerano una natura sensibile e inadatta a funzionare nel mondo reale (per quel che può valere, a Molotschna, questo argomento). È una zitella. E le è concessa una certa libertà di dire quello che pensa perché le sue parole e i suoi pensieri sono percepiti come insensati, anche se ciò non le ha evitato ripetute aggressioni. Era un bersaglio sicuro perché dormiva in una stanza da sola invece che con il marito che non ha. O che non vuole, a quanto pare.

    Ona la sognatrice, perché senza sogni non si è vivi; Ona che porta in grembo il figlio della tragicità della sua condizione, agguerrita a tenerlo senza un marito; Ona dalle domande scomode e dalle riflessioni rivoluzionare; Ona che è capace di guardare dentro e nel profondo; Ona che è irredimibile per via del suo Narfa che l’ha resa incapace di ragionare; Ona che sa trascendere e proporre implicazioni; Ona che ama tutti, compreso August ma che parte ridendo alle sue promesse d’amore e non facendosi vedere.

    Di cosa parlano le donne? Della decisione da prendere, certo, che però si allarga a una visione esistenziale di sé e dell’essere donna che preme con sempre maggiore irruenza contro le sbarre anguste e claustrofobiche della comunità. La grandezza della Toews è di rendere la marginalità e l’isolamento delle donne mennonite emblema universale, di partire da un dato oggettivo, lo stupro in una comunità maschilista e retrograda, per trascendere a una riflessione generale sul ruolo delle donne, il loro valore, i loro sogni e la loro libertà. Via via che le otto donne, chiuse in un fienile, prendono consapevolezza di sé e delle proprie esigenze anche il lettore acquista, insieme a loro, la certezza che è in gioco qualcosa di fondamentale, di cui le otto donne sono testimoni e vittime insieme. Non c’è nessun sentimento egoistico a muovere i loro passi e a spingere le loro decisioni, anche la rivalsa aggressiva istintiva in alcune di loro è stata messa a tacere, ma sono motivate unicamente dalla persuasione sempre più netta che si tratti di un bene essenziale da perseguire con tutte le proprie forze ed energie:

    per cui, di nuovo, rieccoci alle nostre tre ragioni per andarcene, e sono tutte valide. Vogliamo che i nostri figli siano al sicuro. Vogliamo conservare la nostra fede. E vogliamo pensare.

    La loro non è una fuga, ma una partenza. Miriam Toews ci porta alla finestra, accanto ad August: tremiamo e siamo felici per loro, sappiamo che non avevano scelte e siamo fieri del loro coraggio. Ci sentiamo umani e vivi, consapevoli e atterriti, lucidi e sconfortati. Perché con Miriam Toews è sempre così. La sua scrittura sa immergersi in temi roventi, con grazia ed eleganza senza pari, con un senso pieno di umanità, regalandoci figure amiche che entrano per sempre a far parte del nostro universo emozionale e affettivo. E ancora, la scrittrice canadese sa spiegare quel sentimento complesso e inafferrabile che è l’amicizia, nel suo senso più puro che include anche le relazioni famigliari, e spiegarlo con la forza icastica di un gesto (che ha suggerito la splendida immagine di copertina di Laura Fanelli):

    Autje e Netje, noto, si sono tolte i fazzoletti e hanno intrecciato i rispettivi capelli in un’unica lunga treccia che le unisce.

    Che siano proprio le due donne più giovani delle due famiglie, Loewen e Friesen, non è casuale, e cova l’anelito alla libertà, al pensiero, all’autodeterminazione che serpeggia nelle pagine, per poi essere afferrato dalle otto donne, senza più remore e tentennamenti:

    Agata prende la mano di Ona che prende la mano di Salomè che prende la mano di Mejal che prende la mano di Neitje che prende la mano di Autje che prende la mano di Mariche che prende la mano di Greta che prende la mano di Agata.

    Le immaginiamo così, versione narrativa di La Danza di Matisse, e se le tratteniamo nel cuore, con la mente le lasciamo andare, ponendoci accanto ad August, nella consapevolezza che questa storia ci ha cambiato, nella percezione del sé e del mondo, sia quello in cui viviamo che quello in cui vorremmo vivere:

    Che fienile silenzioso. Le donne se ne sono andate. Mi sono messo davanti alla finestra e le ho guardate partire. Ho pensato: Molotschna per me era l’ultima risorsa, sono venuto qui in cerca di pace e di uno scopo, e le donne hanno lasciato Molotschna per le stesse ragioni.

    http://www.giudittalegge.it/2018/10/17/donne-che-parlano/

  • 17Ott2018

    Salvatore Lo Iacono - Giornale di Sicilia

    Il ritorno dell’autrice canadese

    VIOLENZE NELLA COMUNE

    LE DONNE PRONTE A RIBELLARSI

    La canadese Miriam Toews, tra le principali autrici angolfone, torna con un romanzo (tradotto da Maurizia Balmelli) tratto da una storia vera, ma non da vicende personali come spesso in precedenza.

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  • 16Ott2018

    Paola Babich - Intimità

    Torna la coinvolgente voce dell’autrice canadese, che qui ricostruisce in forma romanzata la terribile e toccante vicenda vissuta tra il 2005 e il 2009 da oltre cento donne e bimbe della comunità mennonita di Manitoba, in Bolivia.

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  • 15Ott2018

    Ilaria Introzzi - lampoon.it

    Senza auto ed elettricità, rifiutano il telefono – sono i mennoniti, una comunità religiosa appartenente al Movimento cristiano anabattista. Popolari nel centro e sud America, sono noti anche in Canada, dov’è nata nel 1964 Miriam Toews, autrice di Donne che parlano (Marcos y Marcos), in libreria dal 27 settembre.

    Il romanzo è tratto da una storia vera, la cui vicenda narra di donne che tra il 2005 e il 2009 venivano narcotizzate con lo spray per le mucche, e poi stuprate nel sonno. Si svegliavano doloranti, sanguinanti. Si sentivano dire che era tutto frutto della loro immaginazione, o eventualmente del diavolo. I colpevoli erano invece gli uomini della comunità: zii, fratelli, vicini, cugini.
    Bisogna prendere una decisione, ribellarsi, denunciare gli orrori subiti. Ma come? È difficile farlo se la maggior parte dell’ordine è omertoso. Quando il pastore Peters dice di perdonare, di tacere. Reagire con altrettanta violenza potrebbe essere una via possibile; la fuga, magari. Parlare sarebbe un’altra soluzione, allo stesso modo coraggiosa. Comincia così il racconto, delineando da subito un ritmo scorrevole, per via della suspance, data dalle tante domande che si pongono tra di loro le vittime.
    Toews si rifugia a Montréal a diciotto anni. Scappa dalla cittadina di Steinbach. Trova il suo manifesto nella scrittura spesso (dolorosamente) ironica e, attraverso, vi esprime la sua ribellione. I libri sono specchi del suo passato, come August Epp, l’uomo amorevole e giusto che aveva perso la speranza, e che le donne chiamano a testimone della loro cospirazione di pace, perché possa raccontarla.
    Donne che parlano si inserisce in un contesto storico in cui il sesso femminile è protagonista, nel bene e nel male: vi sono donne al governo di paesi, alcune assumono ruoli di prestigio in ambiti culturali. Molte altre, però, non possono ancora comunicare.

    http://lampoon.it/libri/donne-che-parlano/

  • 05Ott2018

    Laura Feigel - Internazionale

    Dolore condiviso

    “Siamo donne senza voce”, dice Ona Friesen all’inizio di Donne che parlano. Tra  il 2005 e il 2009, più di cento ragazze e donne furono drogate e violentate di notte in una remota colonia mennonita in Bolivia. Per anni furono accusate di mentire o di essere state aggredite da Dio o da Satana.

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  • 04Ott2018

    Jolanda Di Virgilio - illibraio.it

    “Donne che parlano” contro le violenze degli uomini: il nuovo romanzo di Miriam Toews

    Era il 2011 quando un processo rivelò che in Bolivia, in una remota colonia mennonita chiamata colonia di Manitoba, più di 130 donne erano state ripetutamente anestetizzate e abusate nelle loro stesse case.

    La scrittrice Miriam Toews, cresciuta anche lei in una comunità mennonita, ha scritto un libro su questo evento, “Donne che parlano”, in cui racconta la storia di otto donne (più un uomo) che si incontrano per decidere come comportarsi di fronte alla violenza subita: vendicarsi o perdonare? -

    L’approfondimento

    Narcotizzate con uno spray per sedare le mucche e stuprate nel sonno. Era il 2011 quando un processo rivelò che in Bolivia, in una remota colonia mennonita chiamata colonia di Manitoba – dal nome della provincia canadese – più di 130 donne erano state ripetutamente anestetizzate e abusate nelle loro stesse case.

    “Dal 2005, quasi ogni ragazza o donna è stata stuprata da quelli che nella colonia molti credevano essere fantasmi, o Satana, presumibilmente quale punizione per i loro peccati. Le violenze avevano luogo di notte. Mentre le famiglie dormivano, le ragazze e le donne venivano rese incoscienti con uno spray anestetico che si usa per il bestiame, ricavato dalla pianta di belladonna. L’indomani si svegliavano doloranti, stordite e spesso sanguinanti, e non capivano il perché. Ultimamente è venuto fuori che gli otto demoni responsabili degli stupri erano uomini di Molotschna in carne e ossa, parecchi dei quali sono parenti stretti – fratelli, cugini,zii, nipoti – delle vittime”.

    I media parlarono dell’evento con un termine ambiguo: “ghost rapes”, che non faceva altro che negare la vera natura di quelle azioni. Potevano essere stati i fantasmi, i demoni, delle creature misteriose. Ma non gli uomini, gli uomini no. Lo racconta Miriam Toews, spiegando al Guardian la genesi del suo ultimo romanzo Donne che parlano (Marcos y Marcos, traduzione di Maurizia Balmelli).

    La scrittrice aveva già iniziato a pensare al libro, quando sua sorella Marjorie si suicidò sui binari della ferrovia a Steinbach dove suo padre, Melvin, aveva fatto lo stesso dodici anni prima. La storia della Bolivia era stata accantonata perché Toews sentiva il bisogno di dare voce a un’altra sofferenza: è stato pubblicato nel 2014 I miei piccoli dispiaceri (Marcos y Marcos, traduzione di Maurizia Balmelli), un tragicomico romanzo che racconta il rapporto tra due sorelle, la spiritosa e irresistibile Elfrieda (Elf) e la goffa e incasinata Yolandi (Yoli). Nella narrazione i riferimenti alla vita reale dell’autrice sono evidenti: Elf, proprio come Marjorie, è una pianista di successo ma, nonostante la bellezza e il talento, è terrorizzata dall’idea di avere dentro di sé un pianoforte di vetro che potrebbe frantumarsi da un momento all’altro. Vuole morire, e Yoli non può fare altro che starle vicino, tentare di salvarla, appoggiarla anche se questo vuol dire accompagnarla in una clinica Svizzera dove praticano l’eutanasia assistita. Acclamato dalla critica negli Stati Uniti e in Canada, vincitore e finalista dei più prestigiosi premi letterari, in Italia I miei piccoli dispiaceri ha vinto il premio Simbad 2015.

    A distanza di quattro anni, Toews torna su quell’evento che l’aveva colpita tempo prima e si dedica alla scrittura di un romanzo inquietante (per l’argomento trattato), ma allo stesso tempo lieve (per lo stile con cui la scrittrice lo affronta). Donne che parlano ricorda le distopie a cui siamo abituati in questo periodo, da Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood, a Ragazze elettriche di Naomi Alderman, fino al recente Vox di Christina Dalcher. Infatti la stessa Atwood ha twittato che la storia sarebbe potuta uscire da uno dei suoi romanzi.

    Il libro si inserisce inevitabilmente nell’attuale conversazione sulle violenze sessuali e gli abusi di potere subiti dalle donne. Sempre sul Guardian è stato riportato l’hastagh #MennoniteMeToo, facendo riferimento al fatto che la scrittrice, nell’intervista, ha dichiarato di sentirsi particolarmente coinvolta dalla vicenda, visto che anche lei, come le donne del romanzo, è cresciuta in una comunità mennonita, a qualche miglio da Winnipeg, in Canada, da dove è scappata a diciott’anni, il giorno dopo il diploma di scuola superiore (da questo trae spunto un altro dei suoi romanzi, Un complicato atto d’amore, sempre pubblicato da Marcos y Marcos).

    Donne che parlano racconta una storia di violenza, eppure si apre con un’immagine che non ha nulla a che fare con lo stupro e che rimane impressa nella mente del lettore. Le donne hanno deciso di riunirsi per decidere come reagire di fronte alle azioni degli uomini ma, prima di iniziare il confronto, si lavano a vicenda i piedi: un atto simbolico, di comunione e solidarietà, che rappresenta la volontà di mettersi al servizio l’una dell’altra, “proprio come Gesù ha lavato i piedi dei suoi discepoli nell’Ultima Cena”.

    La trama si svolge in 48 ore. Il tempo in cui gli uomini della comunità vanno in città per il caso giudiziario e le donne hanno la libertà di parlare tra loro. Hanno due giorni fino al ritorno degli uomini. Si incontrano in una stalla – il tavolo consiste in alcune balle di fieno sormontate da un pezzo di compensato, le sedie sono secchi da mungitura –  e discutono. Queste donne – donne che non sanno scrivere, donne che vengono paragonate a bestie e trattate come tali – hanno un’unica arma contro le violenze subite dagli uomini: parlare. Infatti “la domanda più importante da porsi non è tanto se le donne siano bestie, ma piuttosto se le donne debbano vendicarsi del male subito. O dovrebbero invece perdonare gli uomini?”. È questa la priorità: devono prima emanciparsi e poi capire chi sono.

    “Le opzioni erano tre.

    1. Non fare niente.
    2. Restare e combattere.
    3. Andarsene.

    Ogni opzione era corredata da una figura, perché le donne non sanno leggere […]. ‘Non fare niente’ era corredata da un orizzonte vuoto. ‘Restare e combattere’ era corredata dal disegno di due membri della colonia che si affrontavano in un duello sanguinoso. Quanto all’opzione ‘Andarsene’, era corredata dal disegno del sedere di un cavallo”.

    L’autrice riesce a delineare otto voci distinte che rappresentano le donne della comunità, più una: quella del narratore, August Epp. “Il mio cognome, Epp, deriva da pioppo, il pioppo tremulo, l’albero dalle foglie che tremano, l’albero che a volte chiamano ‘lingua di donna’, perché le sue foglie si muovono di continuo”. August è l’unico uomo, ma anche lui è un emarginato e per questo può allearsi con le donne. Ha vissuto lontano dalla colonia, ha studiato, sa leggere e scrivere, quindi può aiutarle a stendere un verbale delle loro riunioni. In particolare, August vuole aiutare Ona, una donna di mezza età, saggia e coraggiosa, non sposata e ingravidata da uno stupratore, “perché per Ona Friesen farei qualsiasi cosa”.

    La storia d’amore tra August e Ona è fatta di gesti mancati e lunghi silenzi, di gonne che si gonfiano al vento e che sfiorano le gambe, di incomprensioni e di distanze che non possono essere colmate. “Ona mi ha raggiunto e guarda oltre la mia spalla. Ci appoggerà la mano? Mi guarda mentre scrivo. La penna mi trema tra le mani. Non sa leggere; potrei scrivere: Ona, la mia anima ti appartiene, e lei non lo saprebbe”. La loro linea narrativa è necessaria, perché, mostrando un’immagine tenera del rapporto uomo – donna, incarna un contro altare significativo rispetto all’evento principale.

    Un altro degli aspetti interessanti del romanzo è la rappresentazione della comunità come luogo isolato: “Una parte del mondo che era stata fondata per essere il mondo di se stessa, separata dal mondo”. È l’isolamento, fisico e culturale, che mette in pericolo gli uomini, perché li espone all’ignoranza, alla paura e alla superstizione. “Pianta degli uomini in mezzo al nulla, confinali, abusa di loro, sospendili in un limbo, ed ecco cosa ottieni”.

    È l’assenza di confronto a generare mostri, a togliere umanità alle persone. E in un contesto in cui domina violenza, l’atto più rivoluzionario, sembra dirci l’autrice, è prendere parola.

    https://www.illibraio.it/donne-che-parlano-miriam-toews-876574/

  • 01Ott2018

    Redazione - Rolling Stone

    Un gruppo di donne viene violentato ripetutamente dai membri della propria comunità religiosa. Scontata la pena, gli aguzzini stanno per tornare.

    Leggi l’articolo completo

  • 30Set2018

    Leonetta Bentivoglio - Robinson/La Repubblica

    Le figlie di Manitoba

    La persecuzione narrata dalla canadese Miriam Towes in Donne che parlano riprende una storia accaduta in Bolivia nei primi anni Duemila. All’epoca se ne occuparono specialmente i giornali americani e furono realizzate inchieste sulla criminosa vicenda, abbattutasi su una colonia di mennonita chiamata Manitoba.

    Leggi l’articolo completo

  • 29Set2018

    Federica Bosco - Tuttolibri/ La Stampa

    Non è il diavolo che ci stupra ma voi maschi che predicate la Bibbia

    La scrittrice canadese ricostruisce una storia vera avvenuta in un villaggio mennonita della Bolivia
    Giovani, anziani e bambine (di tre anni) venivano narcotizzate e violentate dai membri della comunità

    Leggi l’articolo completo

  • 29Set2018

    Marina Grillo - internostorie.it

    Playlist di settembre, senza inventario

    La copertina di Marcos y Marcos è quanto mai eloquente, studiatissima. Parto dall’ultimo che ho letto, anche per la carica attualissima che reca. Donne che parlano di Miriam Toews è una storia, ispirata a fatti realmente accaduti, senza preamboli, non si arriva alla fine per scoprire l’antefatto.

    Il titolo, asettico, ben si addice al tono del racconto: è paradossalmente un uomo, August, a redigere i verbali del dolore, ritornato dopo molti anni presso la colonia mennonita in Bolivia, la colonia degli orrori in cui per anni sono stati perpetrati stupri – persino a bambine –, tenuti all’oscuro, da parti di uomini del gruppo. Per la prima volta le donne sono chiamate a prendere una decisione riguardo la loro sorte: perdonare, combattere o andare via. È una cronaca di quei giorni, di intensa discussione. Sullo sfondo ci sono degli elementi di disturbo: la religione con il suo corredo di paganesimo, i legami affettivi, la protezione di cui godono gli uomini, ma potrebbe essere qualsiasi motivo camuffata per una società maschilista, l’obbedienza. Per la prima volta prendono forza, parola e consapevolezza. Si mettono in viaggio, cercano la Stella del Sud, (r)esistono.

    Mi piace molto questo passaggio:

    Le immagino andarsene in questo preciso istante, rimpicciolirsi sempre di più mentre con Miep tra le braccia attraversano il campo di soia, il campo di caffè, il campo di granoturco, il campo di sorgo, l’incrocio, il letto asciutto del fiume, la gola e poi la frontiera, senza mai voltarsi per l’ultima, dura occhiata.

    E in qualche modo il racconto si scioglie in poesia.

    http://www.internostorie.it/into-the-read/playlist-di-settembre-senza-inventario/

     

  • 27Set2018

    Elena Giorgi - lalettricegeniale.it

    Da oggi in libreria, grazie a Marcos y Marcos, trovate questo romanzo sconvolgente.

    Un libro che ci costringe a scendere dal piedistallo della ragione e a metterci in discussione.

    Cosa faremmo noi donne contemporanee, se fossimo private della cultura, della libertà di pensiero e fossimo vittime di dogmi religiosi invalicabili, di fronte agli accadimenti raccontati da Miriam Toews in Donne che parlano?
    È da giorni che ci penso e ancora non ho trovato la risposta.

    Donne che parlano

    Sarei coraggiosa come Ona, Salomé, Agata, Greta, Mejal, Mariche, Neitje e Autje?

    Siamo in una comunità mennonita, in cui si parla il plautdietsch, un’arcaico tedesco ormai scomparso, e dove alle donne non è consentito andare a scuola per imparare a leggere e scrivere.
    I capelli rigorosamente raccolti, gli abiti dimessi, la privazione di qualsiasi forma di vanità e orgoglio, sono questi i principi di base a cui le donne devono attenersi, senza mai dimenticare che devono essere mogli e madri, sempre e soltanto pronte ad accudire mariti e figli, senza alcuna altra velleità di vita.

    Cosa è accaduto a queste donne? Perché si sono riunite in un fienile per discutere animatamente?
    Sono state ripetutamente stuprate per anni, nel cuore della notte, dopo essere state drogate con uno spray a base di Belladonna.
    Bambine di tre anni seviziate più volte e infettate con malattie veneree, donne adulte violentate dai fratelli e costrette a partorire bambini prematuri praticamente morti.
    Questi sono solo alcuni esempi degli indicibili orrori che leggiamo nel romanzo della Toews, fatti ispirati a episodi realmente accaduti in Bolivia, pochi anni fa.
    Senza filtro alcuno, senza inutili giri di parole.
    La verità sbattuta in faccia, perché queste donne non hanno alcun motivo di nascondersi e di occultare l’orrore di ciò che hanno subito.

    Dal 2005, quasi ogni ragazza o donna è stata stuprata da quelli che nella colonia molti credevano essere fantasmi, o Satana, presumibilmente quale punizione per i loro peccati. Le violenze avevano luogo di notte. Mentre le famiglie dormivano, le ragazze e le donne venivano rese incoscienti con uno spray anestetico che si usa per il bestiame, ricavato dalla pianta di belladonna. L’indomani si svegliavano doloranti, stordite e spesso sanguinanti, e non capivano il perché. Ultimamente è venuto fuori che gli otto demoni responsabili degli stupri erano uomini di Molotschna in carne e ossa parecchi, dei quali sono parenti stretti – fratelli, cugini, zii, nipoti – delle vittime.

    Ona, Salomé, Agata, Greta, Mejal, Mariche, Neitje e Autje, diversamente da altre vittime che resteranno in silenzio, probabilmente a subire ancora le stesse violenze, hanno già deciso che dovranno fare qualcosa.
    Ma cosa?

    Non dobbiamo essere perdonate dagli uomini di Dio, urla, per aver protetto i nostri figli delle azioni perverse di uomini malvagi che spesso sono gli stessi identici uomini a cui dovremmo chiedere perdono. Se Dio è amorevole sarà Lui a perdonarci. Se Dio è vendicativo, allora ci ha create a sua immagine e somiglianza. Se Dio è onnipotente, allora perché non ha protetto le donne le ragazze di Molotschna?

    Ecco perché le donne parlano.
    Il tempo stringe, devono decidere in fretta se andarsene o se restare e lottare contro la crudele misoginia della loro comunità.
    Andarsene verso un mondo di cui non hanno alcuna cognizione, abbandonando le poche certezze di un’esistenza ignorante, oppure restare e cercare di cambiare gli uomini e il loro modo di trattarle come una proprietà, né più né meno degli animali che allevano.
    A far loro da spalla in queste lunghe discussioni, c’è un uomo. Un uomo diverso dagli altri, un uomo che da giovane era stato allontanato dalla comunità per poi tornarci da adulto, in preda a una crisi d’identità.
    Un uomo, August Epp, che ama la bizzarra Ona, senza avere alcuna speranza di un futuro insieme ma pronto a tutto pur di vederla sorridere.
    Un uomo che si mette in ascolto e si trasforma in parte della loro coscienza.

    Agata prende la mano di Ona che prende la mano di Salomè che prende la mano di Mejal che prende la mano di Neitje che prende la mano di Autje che prende la mano di Mariche che prende la mano di Greta che prende la mano di Agata.
    Le donne mi guardano.
    Agata molla la mano di Greta e prende la mia e io poso la penna e prendo quella di Greta, cercando di non schiacciarle le nocche gonfie.

    Donne che parlano è un romanzo doloroso e penetrante, un pugno nello stomaco violento che costringe il lettore a esercitare il non giudizio e a mettersi nei panni delle vittime.
    Sarebbe facile per tutti noi, abituati alle nostre libertà, alzarci in piedi e muoverci con rabbia verso la giustizia.
    Le donne di Molotschna, invece, nel loro confrontarsi, bisticciare e aprirsi ci insegnano il significato profondo del vero coraggio.
    Il coraggio di voler essere qualcosa di più di un pezzo di carne da insudiciare con sangue, sperma e merda.
    La temerarietà di cambiare, per essere finalmente vive.
    Bellissimo e commovente.

    https://www.lalettricegeniale.it/donne-che-parlano-miriam-toews/

  • 27Set2018

    Federica Privitera - criticaletteraria.org

    «Vogliamo proteggere i nostri figli. Vogliamo pensare. Vogliamo conservare la nostra fede»

    Miriam Toews ha parlato spesso di sé e lo ha fatto con romanzi dalla sensibilità e finezza narrativa apprezzate da molti lettori in tutto il mondo.

    Con Donne che parlano decide di assumere un ruolo universale e di raccontare una vicenda che, pur continuando a interessare la sua biografia da vicino, esce fuori dai confini del Canada e dalla sua persona, e approda in Bolivia, nella comunità mennonita (inventata) di Molotschna.

    Il romanzo è infatti una risposta narrativa e un atto di immaginazione femminile (p.9) alla vicenda che ha interessato, tra il 2005 e il 2009, la comunità mennonita di Manitoba. Durante quegli anni la maggior parte delle donne – incluse bambine di nemmeno nove anni – si svegliava dolorante, con il corpo sanguinante e pieno di lividi, e con un innaturale senso di spossatezza. Secondo gli uomini della colonia le violenze notturne erano imputabili a Dio e Satana (o a fantasmi e demoni) che con questi stupri punivano le donne per i loro peccati. Alla fine si scoprì che erano invece proprio loro a perpetuare queste violenze, inveendo con brutalità su donne rese incoscienti dallo spray alla belladonna, usato normalmente come anestetico veterinario sui cavalli.

    Nell’ultimo periodo (per esempio con Tara Westover) abbiamo imparato a conoscere molte delle minoranze religiose più estreme e conservatrici del mondo contemporaneo. I mennoniti, movimento cristiano anabattista che rifiuta la società dei consumi e le sue deviazioni morali, rientrano perfettamente in questi gruppi. La struttura patriarcale che regge la vita austera e pauperistica dei suoi seguaci è l’unica chiave di volta per comprendere il peso delle scelte compiute dalle protagoniste del romanzo. Otto donne, avendo ricevuto la notizia che i «visitatori indesiderati» (p. 70), che hanno violato i loro corpi con stupri dall’evidente connotazione necrofila, possono far presto ritorno nella comunità perché è stata loro concessa la possibilità di uscire di prigione sotto cauzione, si riuniscono in un fienile e si apprestano a decidere. L’atto di scegliere, che in contesti sociali normali regge la quotidiana convivenza con il prossimo, in questa «parte del mondo che era stata fondata per essere il mondo di se stessa, separata dal mondo» (p. 25) si carica immediatamente di un’elevata portata rivoluzionaria e a sugellare il peso di questo atto chiamano August Epp (ritornato da poco nella comunità dopo decenni trascorsi in Inghilterra a seguito della scomunica dei suoi genitori) a redigere i verbali delle loro riunioni, affinché questi scritti, che loro non possono produrre in autonomia né tantomeno leggere in seguito in quanto analfabete (la religione mennonita prevede che solo gli uomini ricevano l’educazione), rimangano come testimonianza ai posteri di ciò che tra il 6 e il 7 giugno è stato deciso dalle donne di Molotschna.

    Come in ogni riunione che si rispetti, le parole sono profuse in tale quantità che August (voce narrante della storia) ammette spesso di non riuscire a riportare interamente nei verbali. Accanto alle parole, però, l’azione dovrebbe muovere la volontà delle donne in nome di un atavico istinto di sopravvivenza che le spinga a sottrarsi ai propri aguzzini. Ma quello che August riporta, e che Miriam Toews ha voluto raccontare, non è una semplice assemblea in cui snocciolare i punti all’ordine del giorno. Le donne – ricorda il titolo (molto più efficace nell’originale inglese Women talking) – parlano, infatti, non agiscono. E accanto alla praticità di quello che devono affrontare emerge con più forza la prima vera presa di coscienza di un gruppo che aveva sempre conosciuto se stesso nel modo in cui gli uomini lo connotavano. Per questo le due giornate si trasformano in una spirale continua che avvolge le donne in una tela di Penelope che alterna alle decisioni (poche), le domande (molte) sul significato di quello che si apprestano a fare. Un continuo fare e disfare che esaspera il lettore che vorrebbe vedere quanto prime queste povere vittime lontane dagli aguzzini, ma che per le donne significa comprendere profondamente loro stesse e operare una rivoluzione con l’obiettivo di migliorare la vita futura della comunità. Quando il gruppo sembrava aver trovato una ragione per la partenza, Mejal solleva la questione del Regno dei Cieli – «La domanda più importante da porsi è se le donne debbano vendicarsi del male subìto. O dovrebbero invece perdonare gli uomini per essere ammesse nel Regno dei Cieli?» (p. 43), che Mariche richiama di nuovo non appena le donne sembravano aver deciso le motivazione alla base dei loro gesti:

    Qual è la nostra priorità e cos’è giusto – proteggere i nostri figli o entrare nel Regno dei Cieli? (p. 47)

    Per poi tornare a chiedere «se dobbiamo rimanere delle buone mogli, come possiamo abbandonare i nostri uomini? Non sarebbe una disobbedienza?» (p. 187) alle altre donne oramai impazienti e convinte di aver chiuso la questione quando avevano deciso di

    Voler proteggere i nostri figli. Voler pensare. Voler conservare intatta la loro fede.

    Con la forza emblematica della personalità di alcune di loro, come Mariche la rigorosa, Mejal la timorosa, Salomè – dal nome inequivocabile – la risoluta, Agata e Greta le anziane caute ma decise, le Donne che parlano costituiscono un simposio filosofico e teologico che tuttavia è impossibile da comprendere. Bisogna operare uno sforzo sovraumano per non considerare ridicolo il loro tergiversare su questioni morali di fronte alla minaccia di una nuova violenza, ma proprio per questa impossibilità la loro vicenda genera una dolorosa presa di coscienza sulla sofferenza a cui moltissime donne al mondo sono costrette, soggiogate da autorità patriarcali violente e inaudite, che dobbiamo amare e per cui dobbiamo combattere. Ecco perché la Toews risulta, con questo suo ultimo testo, ancora più necessaria che in altre occasioni.

    https://www.criticaletteraria.org/2018/09/toews-donne-che-parlano-marcos-y-marcos.html

  • 27Set2018

    M. C. - Gioia

    Narcotizzate e poi stuprate nel sonno dagli uomini della stessa comunità, otto mennonite si riuniscono in un fienile a poche ore dall’uscita dal carcere dei colpevoli, per decidere se perdonarli, combatterli, o andarsene prima che tornino.

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  • 25Set2018

    Stefania Vitulli - Il foglio quotidiano

    Da molte fonti diverse, il “plautdietsch” viene definito “Un linguaggio esclusivo, parlato da pochi eletti”. Nel suo romanzo “Donne che parlano” (Marcos y Marcos), Miriam Toews mette in bocca alla sua voce narrante una “Nota di traduzione“ che dice così: “Le donne parlano in plautdietsch, o basso-tedesco, l’unica lingua che conosco, nonché quella parlata da tutti i membri della colonia…

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  • 21Set2018

    Tiziana Lo Porto - Il venerdì di Repubblica

    É una singolare e riuscitissima opera di true fiction che parte da un fatto di cronaca e da un lungo e attento lavoro di reportage e prende forma come un romanzo corale su una comunità mennonita in Bolivia.

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  • 15Set2018

    Marta Cervino - marieclaire

    “La nostra libertà e la nostra sicurezza sono obiettivi fondamentali, sono gli uomini che ci impediscono di raggiungerli”

    Tra il 2005 e il 2009 a molte mennonite di una remota comunità in Bolivia è accaduto di svegliarsi sanguinanti e piene di lividi.

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  • 13Set2018

    Gabriele Ottaviani - convenzionali.com

    Sono solo voci, congetture, osserva Ona. Non è che se fai tardi al lavoro la mattina e hai le occhiaie significa che hai passato la notte a intrufolarti nelle case per stuprarti le donne.

    Non tutto è sopportabile. Non tutto è tollerabile. Esistono dei limiti. Che non si devono, che non si possono valicare. Su certi punti è necessario, fondamentale, indispensabile non transigere, e non permettere nemmeno che lo si faccia. Non si può non rifiutare senza se e senza ma la violenza, a meno di non dirsi non più umani. Non tutto può essere ridiscusso. Ma la lotta può – anzi, in generale dovrebbe, ma non è facile – prendere anche la forma della pace, ribelle e stentorea risposta all’etica della sopraffazione. Muove da storie vere questo libro devastante, necessario, magnifico, storie di donne avvezze alla forzata ubbidienza. Storie di donne di una comunità che solo un uomo ammettono nella loro compagine che trepida per prendere in mano il proprio destino, perché testimoni e racconti dei soprusi che hanno subito: il pastore le esorta al perdono, ma come si può dimenticare che i loro familiari maschi le hanno narcotizzate con lo spray per le vacche, stuprate e tacciate d’isterica e folle immaginazione quando si risvegliavano doloranti e piene di sangue? Il silenzio sa farsi anche cappa: quand’è così, va squarciato. Imprescindibile.

    https://convenzionali.wordpress.com/page/14/

  • 12Set2018

    Luigia Sorrentino - poesia.rainews.it

    Quarantotto ore per decidere come reagire a una violenza inaudita.
    Da una drammatica storia vera un romanzo di donne coraggiose che dicono basta. Quarantotto ore per trasformare rabbia e paure in forza viva, per scegliere la libertà.

    “Venivano narcotizzate con lo spray per le mucche, e poi stuprate nel sonno. Si svegliavano doloranti, sanguinanti. E si sentivano dire che era tutto frutto della loro sfrenata immaginazione, o eventualmente del diavolo. Invece i colpevoli erano uomini della comunità: zii, fratelli, vicini, cugini.
    Che fare adesso, con questi uomini, che sono in carcere, ma presto usciranno su cauzione e torneranno a casa? Perdonare, come vorrebbe il pastore Peters? Rispondere con la violenza alla violenza? O andare via, per sempre, per affermare una vita diversa, di rispetto, amore e libertà?
    Il romanzo parte da qui: dal momento in cui le donne devono decidere cosa fare. Sono donne sottomesse, abituate a obbedire. Nascoste in un fienile, prendono in mano, per la prima volta, il proprio destino.
    La loro ribellione incandescente risana. È linfa vitale anche per August Epp, l’uomo amorevole e giusto che aveva perso la speranza, e che le donne chiamano a testimone della loro cospirazione di pace, perché possa raccontarla.”

    Autentica rivelazione della narrativa anglofona degli ultimi anni, Miriam Toews nasce in Canada, in una comunità mennonita di stampo patriarcale. A diciotto anni è già a Montréal, e scrivere è la sua ribellione. Il regista Carlos Reygadas la tenta con il cinema, nominandola sul campo protagonista di Luz silenciosa; la sua interpretazione è memorabile, ma il suo vero terreno rimane la scrittura. Un tipo a posto, il secondo romanzo, è pieno di tenerezza e comicità; Un complicato atto d’amore, best seller in Canada, viene tradotto in quattordici lingue.

    In fuga con la zia si aggiudica il Rogers Writers’ Trust Fiction Prize; Mi chiamo Irma Voth evoca la sua esperienza sul set di Luz silenciosa; I miei piccoli dispiaceri è già un caso letterario: acclamato dalla critica negli Stati Uniti e in Canada, vincitore o finalista dei più prestigiosi premi letterari, è segnalato tra i libri più belli del 2014 da The Globe and Mail, American Library Association, New Republic, iTunes Fiction Books, BuzzFeed, The Washington Post, Slate, KirkusReviews, The Daily Telegraph.

    Con Un complicato atto d’amore entra nel catalogo Marcos y Marcos anche lo splendido romanzo che ha portato Miriam Toews al successo internazionale; il primo in cui lei affronta il mondo ristretto e opprimente della setta mennonita in cui è cresciuta, e da cui è fuggita. Donne che parlano è il suo ultimo romanzo.

    http://poesia.blog.rainews.it/2018/09/miriam-toews-donne-che-parlano/

  • 08Set2018

    Redazione - controtempolibri.it

    Una sera, otto donne mennonite compiono quello che rappresenta il gesto più rivoluzionario della loro vita.

    Si nascondono in un fienile e cominciano a parlare.

    Negli ultimi tempi ognuna loro, e le loro figlie, e le loro nipoti, sono state ripetutamente stuprate nel sonno. Al risveglio, doloranti e confuse, si sentono dire che si tratta di sogni, di immaginazione, dell’opera del diavolo.

    Miriam Toews, in Donne che parlano, crea una potente opera di finzione, che rappresenta la sua personale reazione di fronte ad avvenimenti realmente accaduti tra il 2005 e il 2009 in una delle comunità mennonite della Bolivia, dove le indagini portarono a rivelare che alcuni degli uomini della colonia, utilizzando sonniferi spray ad uso veterinario, violentavano le donne mentre giacevano incoscienti.

    È l’autrice che regala loro la volontà di incontrarsi e confrontarsi: cosa è possibile fare per proteggere se stesse ed i propri figli? Quale futuro si può immaginare ed accettare? Di chi possono fidarsi?

    La Toews e quelle donne scelgono di affidare il resoconto di quegli incontri proprio ad un uomo, August Epp, il maestro della piccola comunità. Sarà lui a redigere il verbale, testimonianza scritta di quanto sarà deciso. È Ona Friesen a chiederglielo, con il suo ottimismo e la sua filosofia di vita piena di ottimismo, nonostante tutto, sarà lei a sceglierlo, affidandogli un compito. E August ha un debole per Ona, per il suo modo di interpretare il mondo.
    “Ho chiesto perché le donne volessero un resoconto delle loro riunioni visto che non sarebbero state in grado di leggerlo”.
    Ona, unica donna di mezza età non sposata, eppure incinta del suo assalitore. È grazie ad Ona che le donne troveranno il coraggio di occupare uno spazio e un tempo; il fienile, da luogo di lavoro dedicato agli animali, una volta girati i secchi del latte a mo’ di seggiola, diventa reale momento di incontro, un’occasione di dimostrare di essere vive.
    Perché le donne possono essere mogli, madri, lavoratrici, ma non possono leggere, né scrivere, né esprimere le proprie opinioni. Pietre di pazienza. Ma ora queste otto donne hanno deciso. Approfittando della momentanea assenza dei loro uomini potranno confrontarsi e discutere le possibili opzioni: esiste un’alternativa al perdono che porterebbe all’oblio? È davvero l’unica strada percorribile per continuare a vivere all’interno di quella comunità? Chi di loro è disposta ad affrontare la minaccia dell’allontanamento?
    E le donne hanno deciso: tre sono le azioni che si possono determinare.
    1. Non fare niente 2. Restare e combattere 3. Andarsene.

    Sono molte le riflessioni che la lettrice e il lettore saranno portati a condividere. Sentimenti, reazioni, pensieri, tutti simili e diversi allo stesso tempo, talvolta contraddittori. L’universo femminile, con il suo linguaggio e le sue sfaccettature, viene rappresentato in tutta la sua pienezza. Qui la storia è trama ed ordito, una storia che comprende senso di responsabilità, speranze e desideri che solo apparentemente paiono semplici da realizzare.
    Potrebbe essere che anche alle donne venga permesso di pensare.
    Alle ragazze potrebbe essere insegnato a leggere e a scrivere.
    A scuola potrebbe essere appesa una mappa del mondo che permetta di capire il posto che si occupa.
    Al momento, le nostre protagoniste sono coperte di lividi, infettate, incinte, terrorizzate. Sanno che devono proteggere i propri figli. Sanno che, se queste violenze si dovessero ripetere, la loro fede sarebbe minacciata, incrinata da rabbia, desiderio di vendetta, spietatezza.
    “Vogliamo che i nostri figli siano al sicuro. Vogliamo conservare la nostra fede. E vogliamo pensare”.
    Quindi, non rimane che andarsene?

    Il romanzo è interlocutorio, denso, inquietante e – allo stesso tempo – un simbolo di speranza nella vita e nell’amore; la ribellione di quelle donne appartiene a tutte noi e a chi, come August, contribuisce a questa “cospirazione di pace”.

    http://www.controtempolibri.it/2018/863/

  • 21Ago2018

    Michele Neri - GQ Italia

    Verbale della sofferenza

    L’autrice de I miei piccoli dispiaceri abbandona le vicende private per raccontare un tragico evento della recente storia boliviana.

    Leggi l’articolo completo

Donne che parlano