Dizionario affettivo della lingua ebraica

Archivio rassegna stampa

  • 19Apr2016

    Marina Grillo - Internostorie.it

    Dizionario affettivo della lingua ebraica di Bruno Osimo

    Adoro i dizionari letterari, da me considerate liste un po’ più elaborate, quelli che nascondono sempre storie bellissime quasi con leggerezza. E in quanto portatrice insana di liste non potevo sfuggirmi l’ultimo libro di Bruno Osimo, Dizionario affettivo della lingua ebraica (Marcos y Marcos).

     

    Cinquantacinque voci in questa seconda edizione, riveduta e ampliata, accompagnate da pronuncia e trascrizione ebraica. Quindi un glossario privato e per nulla scontato, che non si adegua a un rigido percorso alfabetico (procedimento utile in cucina per organizzare i cibi), i ricordi affollano la mente, si spintonano, si fanno largo con prepotenza, non possono seguire una logica.
    Le voci sono quelle che il paziente sente quando è solo a casa propria. Questo dizionario si profila come una cura: è scritto nella breve introduzione, come un foglietto informativo.
    Si narra della quotidianità a Milano, delle vacanze a Salò in una casa circondata da spiriti e dagli ulivi prima che le speculazioni edilizie avessero la meglio, del rituale edicola-barbiere-caffè-mercato del sabato mattina con il padre, lemma che apre il libro, del colore preferito della madre, de premio di consolazione dopo le iniezioni a base di olive e grana, della Millecento grigia, del coltissimo amico Raffaele, delle differenze sempre additate, della zia Lucia e dei figli emigrati California e in Inghilterra, dell’amore del padre per la cucina, delle mutande e dei calzini con l’elastico lento, delle nonne. È l’Italia del boom economico.
    Lo scrittore non nasconde segreti e scheletri, anzi gli fa prendere aria senza timore. Oggetti, espressioni, situazioni hanno una storia che deve essere raccontata. «Quei reperti erano foglie di tè verde giapponese pronte a dispiegarsi in tutta la loro forma e il loro profumo al contatto violento, implacabile con l’acqua bollente».
    Bruno Osimo diventa archeologo e agente segreto, tenta di spiegarsi fatti allora incomprensibili o taciuti: il fine ultimo è di riacciuffare l’infanzia. E così pagina dopo pagina, lemma dopo lemma, si va a comporre un’autobiografia bizzarra, ironica e nostalgica per un tempo perduto, per la tragedia appena sibilata.
    Alla voce Monumento appare chiaro che la Storia ha coinvolto la sua famiglia. Si intuisce, i genitori non ne parlano mai apertamente. A Gerusalemme il narratore davanti allo Yad Vashem, il museo eretto in memoria dell’Olocausto, cerca di far luce su molti punti inconfessabili. Quando Bruno Osimo nasce è il 1958, sono trascorsi tredici anni dalla fine del secondo conflitto mondiale.

    Ho cercato di andare in giro per il mondo fischiettando e facendo finta di non sapere (in fondo non lo sapevo per davvero) che ero ebreo, ma adesso che sono qui dove c’è questa stazione, questo posto dove ci si ferma, dove si fa memoria, dove ci sono quelli che hanno sofferto come i miei genitori – cioè non come i miei genitori, ma in modo simile e diversissimo dai miei genitori, e tuttavia simile e comunque mi devo accontentare di quanto è simile, perché tanto i miei genitori non mi hanno raccontato nulla – adesso che sono qui dove c’è questa sorgente di memoria, dicevo, capisco che quello che che mi è stato detto non è nulla in confronto di quello che mi è stato trasmesso senza dirmelo.

    Vita e lingua viaggiano sul medesimo binario, si combinano per dare vita ad un catalogo intimo. La lingua è quella degli affetti e dei ricordi in cui il mammese, il codice personale della madre, ha un ruolo di primo piano.

    Mia madre non parla né italiano né ebraico (questa dell’ebraico la dico così, a scanso di equivoci, perché molti quando sentono che sei ebreo non capiscono bene cosa vuol dire, e pensano che tu parli ebraico, anzi ‘ebreo’ o, a volte, ‘israeliano’): lei parla mammese, detto anche tampònico. Questa lingua non è ancora stata analizzata, ma consiste fondamentalmente nel fatto che non descrive la realtà come appare, ma come apparirebbe se non facesse paura. Se non mettesse in imbarazzo. Se non facesse provare dei sentimenti. Più che una lingua, è una difesa. È uno smorzamento, un ammosciamento. È un’attenuazione. È un materasso, un respingente, un tampone: l’etimo del secondo nome di questa lingua – tampònico – è incerto, ma molti studiosi propendono per l’attribuzione a quest’effetto di tamponamento di qualsivoglia componente affettiva di coinvolgimento.

    Quello che desidera Bruno è sempre un’altra cosa, la sua volontà è influenzata dal sottile potere di dissuadere e dalla concezione del mondo attraverso gli occhi di lei. Il lessico della madre ha plasmato la sua infanzia e adolescenza, per farsi capire dal lettore è necessario affidarsi ad un traduttore.
    Il complicato esercizio della traduzione deve esser libero da significati troppo inflessibili, il traduttore riformula il concetto in base alle proprie conoscenze e esperienze e propone al lettore un messaggio nuovo, non una trasposizione univoca ma una corrispondenza completa nel passato per formulare una congettura sul presente. Il traduttore è un comunicatore per conto terzi, un esperto delle sfumature di senso, decodifica, in questo caso, attraverso i ricordi un racconto sincero, compila dizionari affettivi.

    Nella kabbalah il numero 55 significa l’esistenza, la ricerca della serenità: chissà se Bruno Osimo è riuscito a placare quelle voci…

     

  • 04Feb2012

    Elda Lo Cascio - meta-morphosys.com

    Cosa accade se un uomo sostituisce al lettino del terapeuta lo spazio potenzialmente infinito della pagina bianca? Che le parole volano via dalla stanza dell’analista e si fanno segno, nero su bianco. Vecchie parole lasciano il posto alle nuove, alcune svaniscono del tutto, altre assumono significati inediti.
Tutto questo ne Il dizionario affettivo della lingua ebraica, edito da Marcos y Marcos, esordio alla narrativa per Bruno Osimo, milanese, classe ’58, di professione traduttore che, con una buona dose di incoscienza, sfida i lettori con un romanzo che non è esattamente un romanzo, con un dizionario che non è esattamente un dizionario, ma una sorta di misteriosa cabala.
Il testo, suggerisce l’autore, è lo sfogo di una personalità ossessivo compulsiva, una nevrosi tradotta su carta. 
Nella prefazione, tutte le istruzioni per l’uso. Il lettore è avvisato: prendere o lasciare.
Chi accetterà la sfida, si perderà nei meandri di un incompiuto codice dell’anima, nel tentativo di dare una risposta all’enigma mai soluto della nostra umanità, ovvero: “Io, chi sono?”.
In 45 voci Osimo traccia il profilo della sua anima, nutrita con l’amata-odiata cultura ebraica, restituendo il proprio posto alle cose smarrite, ma non per questo dimenticate: il linguaggio fuorviante della madre (né ebraico né italiano,ma “mammese” o “tampònico”), la città di Alessandria e la voce sopranile della zia Alice, il papà Felice e Milano, la casetta bifamiliare di Salò infestata da spiriti agresti. Nella descrizione delle strategie di annientamento di questi mostri evanescenti nei confronti di un Osimo bambino, l’autore ci fornisce un saggio del suo stile, sempre sospeso fra autocontrollo e abbandono: ”Dal centro del mio corpo cercavano di farmi diventare grande grande grande grande, allora tutto si allargava dentro di me, lo stomaco mi si gonfiava come un palloncino, il cranio tendeva a spingere contro la pelle per espandersi, i piedi tiravano verso il basso, e io, per tenermi insieme, dovevo mettercela tutta, tutta[…] Allora finivo schiacciato contro le pareti e avevo paura anche di proliferare fuori dalla finestra come un gigantesco blob e sentivo in bocca un sapore metallico come quello che viene in bocca quando non si ha in bocca niente ma si ha paura”. 
Il personalissimo dizionario di Bruno Osimo non è di certo un posto per menti scientiste avvezze al rigore del cogito cartesiano, ma un centro di permanenza temporanea per gli amanti di quelle intermittenze del cuore che hanno il pregio di riuscire a strapparci a labbra strette un sorriso in un misto di meraviglia e complicità.

  • 12Dic2011

    Costanza Prinetti, Sandra Sassaroli - stateofmind.it

    Il Tamponico (o Mammese): una strana lingua. (Bruno Osimo, Dizionario affettivo della lingua ebraica)
    L’invenzione più divertente di questo bel libro (Bruno Osimo: Dizionario affettivo della lingua ebraica. Marcos Y Marcos editore), è il “tamponico” lingua materna che implica il tamponare, attutire, manipolare la realtà con fini che avvolgono il figlio in una perenne confusione, in dubbi eterni, in titubanze e incertezze.
    “Lei parla mammese, detto anche tamponico. Questa lingua non è ancora stata analizzata, ma consiste fondamentalmente nel fatto che non si descrive la realtà come appare, ma come apparirebbe se non facesse paura. Se non mettesse in imbarazzo. Se non facesse provare dei sentimenti. Più che una lingua, è una difesa. È uno smorzamento, un ammosciamento. È un’attenuazione. È un materasso, un respingente, un tampone.“
    Questa bella invenzione/definizione linguistica mi ha fatto venire voglia di definire meglio l’attività manipolativa nelle relazioni interpersonali.
MANIPOLAZIONE:
    Una persona ha un’idea che considera giusta sulla realtà, sugli altri, sul mondo.
    Ha il desiderio o l’urgenza che questa lettura venga accettata da altri.
    Non ha voglia, desiderio o capacità di affrontare un dialogo tra pari che potrebbe portare a risultati incerti.
    Si adopera ad una rilettura della realtà in modo che l’altro non comprenda, non si orienti, accetti il suo punto di vista come vero e necessario.

    Nella sua versione severa questa patologia ovviamente tocca la perversione.
    Nella sua versione quotidiana e meno severa, genera però danni sia in chi tampona (chi utilizza il linguaggio tamponico) sia in chi ne è vittima. Ad esempio alcune persone manipolano in modo consapevole, altre non conoscono altro modo di comunicare.Infatti la distinzione tra “mi conviene” e “non so fare altro” è importante dal punto di vista clinico perché ci porta a interventi differenti.
    DANNI IN CHI TAMPONA:
    Il tamponatore non impara a confrontarsi in modo maturo e forte con gli altri.
    Non si abitua ad ascoltare ed esplorare punti di vista diversi, nuovi, creativi.
    L’onnipotenza manipolativa è un’illusione che nel tempo mostra i suoi limiti nella scarsa propensione a mettersi in gioco su partite grandi e complesse e dal risultato incerto.
    DANNI NEL TAMPONATO:
    Il tamponato perde chiarezza sui propri scopi personali.
    Disimpara a fare i conti e a leggere in modo fine le proprie emozioni.
    A volte si irrita se si rende conto di essere oggetto di manipolazione.
    I suoi scopi si disorganizzano e nel tempo diviene per lui difficile fidarsi di portare avanti progetti complessi con determinazione.
    Diviene passivo, a volte depresso, apatico, malinconico.
    ESEMPIO DI EVENTO TAMPONICO:
    Una madre di una figlia adolescente, odia certe scarpe leopardate e bizzarre che la ragazza ha comprato, le ritiene brutte e non conformi ai suoi gusti. La figlia resiste e le difende con forza e determinazione. Un giorno la figlia si assenta da casa e tornando la madre le dice: “Sorpresa! Ho messo a posto la tua stanza, ti ho comprato una nuova coperta per il letto e ho buttato alcuni vecchi ciaffi che avevi in giro!”
    La figlia si sente contenta, è anche grata.
    Poi va a cercare le sue scarpe e non le trova. La madre le dice: “ah scusa, mettendo ordine forse le ho gettate…”
    La figlia entra in confusione: da un lato deve essere grata alla gentilezza della madre che le ha messo a posto la stanza, dall’altro è arrabbiata e triste della perdita delle sue scarpe.
Se dimostra irritazione viene considerata ingrata, se tace si sente sconfitta.
    L’esito nel lungo periodo: tristezza, confusione, rabbia, passivizzazione. Desiderio, spesso irrealistico, di essere ascoltata.

  • 01Nov2011

    Roberto Coaloa
 - Il fatto quotidiano.it

    Ebraismo: lingua e vita
Cosa succede quando un traduttore professionista, interprete di scrittori come Lev Tolstoj e John Steinbeck, si cimenta in un’opera narrativa?
Il risultato, come dimostra Bruno Osimo, allievo di Peeter Torop e docente di traduzione, è sorprendente, affascinante e divertente.
Il “Dizionario affettivo della lingua ebraica” coinvolge subito il lettore in una autobiografia bizzarra, suddivisa in quarantacinque voci, nella quale apprendiamo l’originale noviziato culturale dell’autore. Originale per due motivi: l’impronta materna, vero leitmotiv del libro, e l’incontro, avvenuto dopo la Shoah, tra zii fuggiti in Inghilterra, Svizzera e America durante la Catastrofe, con la cultura ebraica.
Il giovane Bruno scopre che la lingua parlata della madre non racconta la vita come appare, reale, ma come essa apparirebbe se fosse priva delle brutture del quotidiano, se non mettesse disagio, se non suscitasse continui rovelli interiori. Apprendiamo, quindi, in una pagina che ricorda (ironicamente) Marcel Proust, quasi novant’anni dopo che lo scrittore francese, gustando una madeleine, vide risorgere tutta la sua infanzia, che “Era un po’ fortino” vuol dire “l’odore di dolci era talmente forte che faceva venire la nausea”. La lingua della madre funziona come un “tampone”, la sua lingua, così la definisce Osimo, è il «tampònico» o «mammese». “Mi raccomando” vuol dire “È questione di vita o di morte”; “Ti voglio bene” si dice “Complimenti”.
Una mattina, e siamo alla voce “Alessandria”, il giovane Bruno racconta dell’Altra Città. Altra rispetto a Milano, dove è nato e vive l’autore. Alessandria è il posto «dove si va per certe feste molto importanti». È anche il luogo che ricorda un tragico destino della famiglia, dove il nonno, con l’ausilio non desiderato del famigerato Regio decreto dell’anno 1938, promulgato da Vittorio Emanuele III per grazia di Dio e per volontà della nazione Re d’Italia Imperatore d’Etiopia, perde la grande farmacia intestata alla famiglia Osimo e diventa spazzino. Dopo la guerra, la famiglia Osimo si ritrova ad Alessandria dallo zio Arturo. Ma prima di partire da Milano, il sabato mattina, il giovane Bruno si ferma con i genitori all’angolo tra via Silva e via Monte Bianco, «dove c’era il negozio preferito della mamma: lo spaccio dell’Alemagna, dove vendevano le cose malriuscite e impresentabili» (che in «tampònico» suona: “Sono cose buonissime, solo che non sono venute perfette, ma a noi cosa importa?”).
Tutte le sensazioni del giovane scrittore e traduttore sono intimamente legate a delle idee o a delle evocazioni. Ed è stata l’esperienza di traduttore dal «mammese» che insegna a Bruno Osimo l’arte della differenza, la difficoltà di comunicare e l’arte di adattare e di adattarsi. Tutto questo si chiarisce alla voce finale del “Dizionario affettivo”, dedicato alla “Traduzione”, nella quale si conclude il viaggio formativo di Osimo, legato al lavoro letterario, una malattia da cui non si guarisce. Non c’è rimedio. Ti svuota, ti asciuga dentro. Come avere un parassita.
In questo viaggio l’autore confessa le sue passioni di lettore, ma anche quelle di cinefilo e musicista, da Jane Austen, a Luis Buñuel, a Francesco De Gregori. «La traduzione è un po’ dappertutto, a ben vedere. Non succede solo quando un testo va riformulato in un’altra lingua – spiega Osimo – e dire “lingua”, poi, è un’astrazione. I traduttori non sanno le lingue, sanno i discorsi. Non conoscono la grammatica, conoscono l’uso. Non sanno le prescrizioni, conoscono i registri». Chi diventa traduttore? «Il traduttore è uno che ha avuto un’infanzia difficile, e che per sopravvivere emotivamente si è adattato. E, in casi estremi, compila dizionari affettivi».
Aggiungiamo che ci troviamo davanti a un romanzo autobiografico, intriso di cultura ebraica e di un atavismo letterario che collega l’autore Bruno Osimo alla tradizione narrativa russa, a Tolstoj in particolare. Come osservò Madame Daria Olivier, che tradusse in francese l’opera di Tolstoj, fu il profeta di Jasnaja Poljana, settanta anni prima di Marcel Proust, a far risorgere la sua infanzia attraverso gli odori della menta, dell’acqua di Colonia e della camomilla. Osimo riconquista il suo passato a partire dal suo piatto preferito: olive e grana. Nel “Dizionario affettivo” di Osimo, come in Infanzia di Tolstoj, si ritrova uno charme profondo tutto legato alla semplicità, alla naturalezza del racconto, a un tono di sincerità e di verità sostenuto per tutte le pagine senza nessun cedimento.
L’ebraismo aggiunge al libro di Osimo un fascino maggiore poiché esso si manifesta in gesti concreti, come espressione di un antico quotidiano ancora attuale. La tradizione di una cultura millenaria diventa in Osimo parte del proprio “stile” di vita, di cui lo scrittore è messaggero.
Nell’ambito della rassegna “Undicimila Verbi” venerdì 18 novembre, alle ore 21.30, sarà presentato il libro Dizionario affettivo della lingua ebraica di Bruno Osimo presso le Cave di Moleto di Ottiglio Monferrato. Con l’autore ne discutono: Elio Carmi e Francesca Olga Hasbani.

  • 01Apr2011

    Roberta Paraggio - Stato Quotidiano

    In mammese si dice così

Bruno Osimo fa il traduttore, dà voce e sfumatura alle parole altrui. Ne dipana il mistero, quando arrivano al suo sguardo attento. Scandisce fonemi altrimenti astrusi. Meticoloso e timido, nevrotico ed empatico, Bruno Osimo, l’autore del “Dizionario affettivo della lingua ebraica”, testo edito dalla Marcos y Marcos, è un geniale narratore di disarmonie affettive e familiari.
Abituato sin da bambino a tradurre dal mammese tampònico, un linguaggio del tutto intimo e domestico che usa le parole come scudo contro le brutture della realtà, generando al tempo stesso paure e dipendenze, il povero Bruno, bambino diversamente figlio, ha fatto della traduzione il senso unico della propria vita, il modo di relazionarsi al mondo che non ha saputo interpretarlo e che adesso lui cataloga in parole e adattamenti. Non più il mammese attenuato, ma parole piene; non più interpretazioni falsate e filtrate del mondo, ma una serie di racconti divertiti che formano questo ironico dizionario, composto dal Bruno-Osimo-adulto che guarda il Bruno-Osimo-bambino timido e solo, provetto agente segreto affetto da un incolmabile bisogno di certezze affettive, di amore senza attenuazioni.
Le parole scelte e tradotte, da papà a maschi, fino ad abbandono e clandestino, sono un pretesto per ricostruire la storia della sua famiglia di ebrei atipici, di parenti emigrati e nonne affettuose, di ricette paterne che affogano nell’olio e vacanze in montagna, di calzini mai rammendati e mutande smollate.
Pungente e a volte caustico, il suo sguardo senza filtro se non affettivo minimo, è quello di chi paga le conseguenze di essersi sentito fuori luogo per tutta la vita, in una bambagia stranamente pungente ed inospitale, che stringe ma non avvolge, spettatore delle cose taciute e mai spiegate e adesso compilatore pignolo di uno screening della vita di figlio fardello.
Ha aperto i libri e gli occhi Bruno, ha cercato nella lingua ebraica un posto dove mettere radici, un luogo che sia di pace con sé, dove le parole significano esattamente ciò che sono e non ciò che sembrano; ha fatto scendere sua madre dal piedistallo lucente di eroina dell’abnegazione, le ha fatto a distanza un ritratto impietoso, lasciando aperto quel piccolo spioncino chiamato comprensione; ha incasellato i personaggi rendendoli innocui, ha sedimentato il mammese ma lo ha aggirato, fino a lasciarlo in un angolo, utile ai ricordi privi di commozione e alla narrazione oramai divertita e affettiva.

  • 21Mar2011

    Maria Tatsos - Elle

    Si intitola Dizionario affettivo della lingua ebraica il libro di Bruno Osimo che di un dizionario non ha nulla, se non la struttura: una serie di capitoli, dedicati a una parola chiave (riportata in italiano e in ebraico) che fa da filo conduttore alla narrazione. 
Con questo impianto narrativo, lo scrittore ci racconta a spicchi la sua infanzia e la sua adolescenza nell’Italia degli anni ’60 e ’70, quella del boom economico (l’autore è nato nel 1958) e delle vacanze per tutti, in macchina (tipicamente, una Fiat). 
Scherzosamente, in un capitolo, Osimo ci racconta che aveva proposto all’editore il seguente sottotitolo: “L’ossessione di conoscere di preciso il contesto della mia vita prima di sentirmi libero di viverla in modo normale come fanno tutti”, naturalmente cassato per ovvi motivi di marketing. 
Eppure, questo sottotitolo mancato riassume molto bene lo spirito di questo memoir, che è la storia di un’infanzia divisa fra due identità (quella ebraica e quella italiana), senza sentirsi perfettamente a proprio agio con nessuna delle due. 
Il rapporto con i genitori e soprattutto con la mamma, la presenza-assenza del fratello maggiore di nove anni, le amicizie, i parenti: sono le figure chiave nell’infanzia di qualsiasi bambino, personaggi il cui comportamento resta impresso e forgia pavlovianamente le reazioni del futuro adulto. 
Ciò che fa la differenza in Osimo è il fardello della doppia identità. Ma i ricordi che ci racconta, gli oggetti e le atmosfere che evoca non possono lasciare insensibili i bambini cresciuti della generazione che andava a letto dopo Carosello. Adulti che condividono il vissuto infantile di quell’Italia che non c’è più. Da regalare ad amici e parenti over 45.

  • 15Mar2011

    Michele Lupo - Il Recensore.com

    Non sempre il curioso romanzo di Bruno Osimo, “Dizionario affettivo della lingua ebraica” (Marcos y Marcos, 2011), è così divertente, altrimenti sarebbe un capolavoro. Osimo fa il traduttore (dal russo), ma non si limita a questo; lui l’arte della traduzione la insegna, pubblica manuali sulla traduzione e ha fatto della stessa la chiave d’accesso alla realtà, una via per orientarsi nel mondo – almeno, il protagonista del suo libro – “ebreo tra i non ebrei, diversamente ebreo tra gli ebrei.“
Un breve saggio della scrittura di Bruno Osimo: ecco un brano. “Dopo avere fatto tantissimi lavori – tra cui l’autista a New York senza avere la patente e senza saper guidare – Franco è finito a fare il contabile in California per una multinazionale petrolifera che aveva una politica antisemita, quindi, paradossalmente, dopo essersi salvato dal fascismo e dal nazismo in Europa, in America ha dovuto nascondere per tutta la vita fino alla pensione di essere ebreo sul posto di lavoro per evitare di essere, non sterminato, semplicemente licenziato. L’azienda per la quale lavorava aveva una politica discriminatoria verso gli ebrei dettata dalle splendide relazioni con le famiglie regali arabe.”
Sebbene sia la storia di una vita e di un’epoca in quarantacinque voci, al centro del libro c’è la madre del protagonista. Vero che in ebraico papà si dice aba; e che dunque, la prima voce sia proprio papà; eppure, prima che il narratore articoli l’opera attraverso l’intero dizionario, si chiarisce che è la madre il centro nevralgico di tutto. Difatti, è lei che incontra un’altra donna ebrea che le dice: “Mio figlio, pur di parlare di me, va dallo psicanalista quattro volte la settimana“, e la signora risponde: “Mio figlio, pur di parlare di me, ha scritto un libro“.
Protagonista lo è perché è sua l’azione fondativa per eccellenza: il dar voce alle cose, il nominarle. Infatti, prima di comporre la storia attraverso le quarantacinque voci di un dizionario paradigmatico, occorre lavorare con i materiali di una lingua basica per paradosso straniera: materna sì ma nel caso specifico assai bizzarra. Questa mamma difatti parla il  “tampònico”, che è una lingua utile ad attutire la violenza della verità e la brutalità della vita, che allontana la paura, che tiene in piedi realtà complesse e periclitanti diminuendone al massimo la forza d’urto. Crescere con una lingua così costituisce un esercizio di allenamento al compromesso, un addestramento alla mediazione, ciò che consente al narratore di infilarsi nelle intercapedini delle cose, di lavorare per osmosi alle loro influenze reciproche, di leggere con distacco spiritoso avventure di parenti assortiti, di fughe verso il resto d’Europa e gli Stati Uniti.
Una lingua propedeutica alla dissimulazione, al mascheramento, forse all’imbroglio – il ragazzo è costretto a infilare i gustosissimi panini al salame nella borsa di nascosto. Impara ad adattarsi, impara a salvarsi. In fondo, sebbene perplesso, sebbene distaccato, impara un’arte che ebraica lo è ontologicamente. E cosa meglio che scriverne?

  • 09Mar2011

    Redazione - booksblog.it

    “Dire “lingua” è un’astrazione. Le lingue non esistono in senso stretto. Esistono linguaculture, di cui le lingue sono la superficie verbale”, scrive Bruno Osimo, di mestiere traduttore, e autore di questo Dizionario affettivo della lingua ebraica edito da Marcos y Marcos.
Un romanzo di formazione filtrato da una saporita ironia yiddish, e diluito in lemmi di un “dizionario affettivo” in cui l’autore traduce i personalissimi significati che hanno determinate parole. La maggior parte delle quali sono mediate dal senso materno del mondo.
Si tratta della lingua “mammese” che Bruno inizia a parlare nei primi anni della sua vita, salvo poi rimanere traumatizzato dallo scoprire che il mondo attribuisce tutt’altro senso alle cose rispetto a quello dato loro dalla madre. 
Il “mammese”, altrimenti detto “tampònico”, è infatti quella lingua che descrive la realtà “come apparirebbe se non facesse paura. Se non mettesse in imbarazzo. Se non facesse provare dei sentimenti. Più che una lingua, è una difesa. E’ uno smorzamento, un ammosciamento. E’ un’attenuazione. E’ un materasso, un respingente, un…tamponamento di qualsivoglia componente affettiva di coinvolgimento”. Insomma per dire “ti voglio bene” è meglio usare “complimenti”, e “mi raccomando” vuol dire “è una questione di vita o di morte”. 
E così passiamo dal leggere il rapporto di Bruno con la biancheria intima (sempre usurata, sempre slabbrata, ereditata dal fratello maggiore) secondo lui all’origine dei suoi attacchi di panico quando si tratta di parlare in pubblico (”Nel momento in cui so di dovermi presentare a un pubblico…il mio panico probabilmente deriva dal fatto che ho paura che il pubblico scopra che sono clandestino che sotto sotto io sono soltanto mezzo uomo, smutandato e sudato”). 
Oppure c’è il modo in cui sviluppa una vocazione alla fuga a causa della preoccupazione per il bimbo-Mosè affidato in un elegante packaging dalla madre al fiume (e proprio per questo Bruno deciderà di diventare un nuotatore provetto), il gustosissimo capitolo sulla sua sommaria educazione sessuale di preadolescente, e le “scelte politiche” dietro l’acquisto di una macchina (la Cinquecento famigliare comunista vs Lancia Fulvia grigia o Alfa 1750 bordò per quelli di destra, quelli che leggevano il Corsera).
Il senso di abbandono (apposita “voce” del dizionario) si attenua con complicati movimenti fra le isole di tepore lasciate dai corpi dei genitori sul letto, poi c’è la libidine per gli articoli di cancelleria di Lydia o le mattinate di noia, da bambino, passate con Santina e i suoi mutandoni, intravisti quando va a fare pipì.
Il libro di Osimo – oltre a essere la divertente narrazione di una storia di famiglia, in forma di puzzle- è la ricostruzione di un intimo universo di significati che ridanno senso al mondo attraverso le parole su cui la sua vita è stata fondata.

  • 07Mar2011

    Giusi Meister - bibliotecadisraele.wordpress.com

    Dizionario affettivo della lingua ebraica.Intervista a Bruno Osimo.

    Partiamo dal titolo ‘Dizionario affettivo della lingua ebraica’, mi interessa molto comprendere il ruolo dell’affetto nell’apprendimento e nella elaborazione di una lingua. Inoltre, come hai fatto a selezionare solo quarantacinque voci, e perché hai scelto proprio il termine ‘Voci’ e non già ‘Parole’ o ‘Lemmi’? Mi sembra una scelta che contiene già in sé dei rimandi molto intimi a colori, odori e che possiede una dimensione di coralità.
Vedi, per me è funzionale l’esperienza del dizionario perché ho scritto libri sulla traduzione e , in questo modo, potevo far finta di scriverne un altro, anche se, in realtà, quello a cui mi stavo avvicinando era qualcosa di ben diverso. I miei tentativi di essere anticonformista c’erano già come autore di saggi sulla traduzione. Aggiungere accenti scherzosi alla trattazione mi è sempre sembrato importante, dunque, quando mi è venuta in mente l’idea del dizionario, questa particolare formula, mi è piaciuta.
Quanto al numero quarantacinque, be’, io credo nella kabbalah, e quarantacinque vuol dire ‘ebreo’.
La scelta del termine ‘Voci’, inoltre, mi è tornata anche molto comoda quando descrivo il delirio psicotico del protagonista. Per una persona con quel tipo di nevrosi, questa è decisamente la struttura più adatta perché gli consente di trovare un canale espressivo attraverso cui esprimersi.
In ultimo, riguardo all’affetto, io sono convinto che la lingua si impari attraverso l’affettività, i metodi tipo Berlitz, servono per cavarsela in modo pratico, ma per imparare una lingua devi avere un legame affettivo con essa.
    Emmanuel Conegliano. Perché hai scelto di far introdurre gran parte delle voci da lui? 
Io di natura sono un polemico. Mi piaceva particolarmente il fatto che, seppur conosciuto da tutti come Lorenzo da Ponte, lui nascesse in realtà con un nome ben diverso in quanto ebreo. Oltretutto, Emmanuel Conegliano aveva deciso di convertirsi solo per motivi esclusivamente pratici. Uno dei temi del libro, infatti, è: sono ebrei solo quelli che decide il rabbino o sono ebrei anche quelli che si sentono tali?. Conegliano per me lo è a tutti gli effetti, ad esempio. In quell’opera di Mozart, inoltre, ci son tanti spunti anche molto utili anche dal punto di vista della struttura, e da lì ho mutuato, ad esempio, il personaggio del cherubino. Infatti, ad un certo punto, il protagonista si rende conto di avere il problema del ‘cherubinismo’, cioè di cedere nel rapporto con gli altri, e prestarsi a fare il ‘cherubino’ per farsi accettare. Il cherubino, inoltre, è anche una figura ambivalente dal punto di vista del genere sessuale. La femminilità del carattere in un corpo maschile, mi sembrava qualcosa di molto importante e di estremamente moderno.
    Trovo particolarmente significativo questo passo: ‘’ Non desidero imparare l’ebraico. Desidero studiarlo. ‘’. Questo marca il tuo tipo di atteggiamento nei confronti della lingua ebraica e l’intenzione di relazionarti ad essa compiendo quasi un’opera di scavo anche rispetto alla tua vita, è così?
Esatto. Il protagonista compie quasi un lavoro da archeologo. La sua infanzia è stata rimossa, e per individuare e allargare gli spiragli, usa le parole ebraiche imparate alle elementari. Inoltre, poiché l’ebraico è la lingua della Bibbia, essa può essere realmente studiato per aprire un varco in se stessi, e non solo esclusivamente per esprimere qualcosa di estremamente pratico e riferibile alla mera, prosaica, quotidianità.
    ‘’Il fatto è che ci sono alcuni caratteri cirillici che in mammese sono uguali a quelli ebraici. C’era una parte di me che voleva studiare l’ebraico, però poi c’era una parte di me che non voleva perché era troppo legato a mia madre e quindi ho finito per studiare il russo La definizione di ‘lingua russa’ è “lingua che si studia quando non si vuole studiare l’ebraico”. E questa è anche la risposta che danno molti cittadini israeliani contemporanei. ‘’. Ho adorato questa pagina in cui descrivi la tua cauta manovra di avvicinamento non solo all’ebraico, ma alle tue origini, alla tua storia familiare.
Vedi, quando ho cominciato a studiare il russo avevo 14 anni ed ero molto adolescente, cioè un ragazzo riconducibile perfettamente allo stereotipo del ribelle. Credo che allora nel mio inconscio pesasse ancora troppo il fatto che l’ebraico fosse la lingua dei miei genitori, se però pensi al rapporto tra l’alfabeto cirillico e quello ebraico, a quelle lettere rovesciate … in qualche modo, dentro di me, devo aver notato questa specie di affinità … sì, qualcosa avrà di sicuro giocato un ruolo nell’inconscio. Io ho frequentato la scuola ebraica, e il fatto che a sei anni abbia iniziato a studiare una lingua con un alfabeto diverso, e mi sia poi avvicinato al russo e non ad un’altra lingua con un qualsiasi altro differente alfabeto, dài, qualcosa di interiore avrà inciso in tutto questo.
    Ogni famiglia ha una sua lingua che poi diventa un vero e proprio linguaggio. Tu dici: ‘’In tampònico il verbo ‘amare’ non si usa perché è troppo forte, al più la gente si frequenta’’. Il tuo excursus nella lingua è anche un viaggio in quello che è lo strumento per eccellenza di avvicinamento e allontanamento nei rapporti tra gli esseri umani. Le relazioni, infatti, sono marcate dall’uso che si fa del linguaggio.


    Sì, certo, il protagonista ha una madre anaffettiva, e così, col tempo, impara a prendere quel che c’è della madre e a tradurlo. Invece di piangersi addosso per quella anaffettività, interpretandola, le dà un po’ alla volta cittadinanza nella propria vita, cercando il senso di quello che gli viene detto. Insomma, ‘Auguri e complimenti’ vuol dire ‘Ti amo’ in mammése o tampònico.
    Tu scrivi: ‘’Il senso, che non è fatto di parole ma di pensieri.’’, e sei già verso la conclusione del libro, ma già all’inizio, quasi a disegnare una circolarità, dicevi anche: ‘Il senso è anche indeterminatezza’.Questo è molto bello e vero. In definitiva, noi tutti cerchiamo un senso definitivo nelle parole, una soluzione.
Questa non è farina del mio sacco, lo ammetto. In queste parti sul senso e la traduzione cito senza citare degli autori che ho studiato e che ammiro. Non li ho citati in modo esplicito per non appesantire il tutto e mantenere quindi l’opera godibile. L’indeterminatezza della traduzione, tuttavia è essenziale, ed è di Quain, un filosofo del linguaggio americano degli anni ’60, e poi, altri concetti vengono da Wolff, Lotman e altri studiosi ancora.
    Il senso morto, invece, è per te è quello dei dizionari e questo mi fa capire ancora meglio perché non hai usato la parola ‘Lemma’ al posto di ‘Voci’ per il titolo del tuo libro. Tu scrivi inoltre: ‘’I dizionari bilingui sono repertori di significati, ossia di cadaveri di senso. I dizionari sono obitori, e i lemmi celle mortuarie. Se i traduttori attingessero qui per il loro lavoro, produrrebbero opere putrefatte.’’ Questo illustra benissimo il lavoro del traduttore , o meglio, del bravo traduttore, quello che ha una affezione per il proprio lavoro. Mi spieghi questa affermazione?
Anche questo è uno strascico polemico che mi viene dal mio lavoro di traduttore. Non dimentichiamo che il fondatore della semiotica affermò la necessità di inserire nell’analisi il c.d. interpretante, ovvero una entità mentale frapposta tra la parola e l’oggetto proprio per meglio chiarire il rapporto tra le parole e i pensieri. E l’affetto per me è senz’altro un interpretante. E non solo per me. Io sono convinto che quando si fa un discorso, esso passa prima di tutto attraverso l’affetto, ovvero attraverso un filtro molto personale e soggettivo. Pertanto,ci vorrebbe non solo un dizionario per ogni libro, ma per ogni capitolo di ogni libro. Le parole, infatti, non solo suonano diverse per ognuno di noi, ma per ogni libro che apriamo. La ridefinizione del senso delle parole è costante e continuo man mano che ci si avvicina ad opere diverse della letteratura, e la realtà, a sua volta, viene così ridefinita più e più volte nel corso della vita. Le parole, del resto, sono solo etichettine mobili e sfumate che si muovono in modo volatile nella nostra mente, e il traduttore prende contatto con loro pur sapendo che non potrà mai riuscire a fissare una lingua perfettamente sincronica con il lettore.
    Parliamo di traduzione per mezzo della forma e, quindi, anche dello Yad Vashem. Tu scrivi: ‘’ Sì, lo so, la mente di un architetto ha inventato tutto questo, e quello che mi viene proposto qui è una traduzione, una traduzione razionale, e il fatto che produca su di me un effetto emozionale non significa né che sia vero né che sia spontaneo…. È questo l’unico posto in cui paradossalmente mi sento protetto, non nel fisico ma nell’identità, qui sono legittimo, non sono più clandestino, né come ebreo né come cittadino del mondo, qui ci sono i miei ‘documenti’. Posto che ci sono innumerevoli modi per tradurre la realtà, quello che colpisce di questo passaggio è che, attraverso il lavoro sulla forma di quell’architetto -traduttore del reale anche lui- tu sei riuscito, alla fine, a tradurre te stesso. Il tuo passato e il tuo presente. Me ne parli?
Ho messo questo pezzo per evidenziare che la traduzione per quanto finga spontaneità e disinvoltura, è sempre una razionalizzazione della realtà.
La clandestinità di cui parlo nel libro derivava dal fatto che il mio avvicinamento alla scuola ebraica, da piccolo, non era avvenuta con una adeguata preparazione, per cui mi ero sempre sentito colpito da una sorta di estraneità. Il senso dell’essere ebreo pertanto, l’avevo trovato allo Yad Vashem. E lì ero riuscito anche a fare il punto su un passato familiare che non mi era mai stato compiutamente spiegato.
    Il viaggio della tua famiglia per salvarsi, di cui parli nel libro, non ti fu mai veramente raccontato. Come sei riuscito a ricostruirlo?
Mi hanno aiutato le memorie di zia Lucia e il diario di mia nonna Elena oltre ai racconti di mia madre. E’ così che ho ricostruito le cose. Mia madre, però, era sempre stata molto reticente. In qualche modo, nella vita della mia famiglia, si era messo un punto e si era andati avanti come se nulla fosse successo, ma invece qualcosa era successo. Eccome. In papése come dico nel libro, però, le parole per raccontare tutto questo non c’erano. Se ci pensi, ci sono stati tantissimi uomini e donne che, prima di riuscire a dire qualcosa rispetto al proprio vissuto di quegli anni, hanno dovuto lasciar passare tanto tempo. Levi ci è riuscito in tempi brevi, ma non per tutti è stato così. Alla fine, è un problema di elaborazione del proprio vissuto e delle cose. Ci sono persone che cercano e trovano gli strumenti per farlo, e chi, invece, non lo fa o pur provandoci, non riesce a dare cittadinanza alla vita dentro alle proprie parole. Per me un intellettuale non è chi ha i titoli di studio, le lauree, ma chi compie questa operazione. La più difficile in assoluto.

  • 01Mar2011

    Redazione - albuonlibro.it

    Si può capire, capire sul serio, una lingua attraverso l’approfondimento di appena 45 parole? La risposta è no. E invece sì. Si può capire se la lingua in questione è l’ebraico e se a farlo è uno scrittore colto, spiritoso, divertito e divertente come Bruno Osimo che sarà un “ebreo per caso”, come dice lui, ma  non per caso è diventato letterato e traduttore (dal russo) e adesso acuto scrittore.
Tanto per dire quanto sia sottile e raffinato il suo umorismo, Osimo introduce il suo Dizionario con questa paginetta:
“Il signor Osimo, all’età di anni ventidue, si è presentato presso il Centro PsicoSociale di via Procaccini 14 a Milano nel settembre 1981 e, dopo i tre colloqui iniziali, mi è stato inviato nell’ambulatorio presso l’Ospedale Fatebenefratelli dove l’ho sottoposto a una serie di test proiettivi. Il paziente, che inizialmente presentava un quadro borderline, lamentava di sentire voci quand’era solo a casa propria, non faceva sperare nella remissione dei sintomi.
Le voci che sentiva le ha finalmente trascritte in questo dizionario.
Ora, vedendo che sono ben quarantacinque, mi rendo conto che guarirlo era un’impresa impossibile”.
(Dal certificato dello psichiatra, dottor Ferrando Franchini).
Poi incomincia il libro. Il racconto a brandelli di una vita diversa, vissuta in una sorta di delirio psicotico, al fianco di una madre che parla in “mammese” o tampònico (non chiedetemi di che cosa si tratta) e di un padre iperprotettivo, una vita che ovunque mostra disordine: in famiglia, in amore, tra gli altri.
Ma da questo disordine si esce, sostiene Osimo. A fatica, ma se ne esce. Come? Attraverso la comprensione di 45 parole.

  • 17Feb2011

    Antonio Prudenzano - Affari italiani.it

    L’esordio di Osimo, un inconsueto omaggio letterario alle nostre origini
    In ebraico papà si dice aba; dunque, nemmeno a farlo apposta, la prima voce è papà; e da qui in poi ogni voce è un appiglio, una lente, uno specchio della storia di Bruno. Tra zii fuggiti in Inghilterra e in America durante la Catastrofe, calzini spaiati, piaceri e dispiaceri della carne, cammina Bruno, senza bussola nel mondo finché non scopre che la lingua parlata da sua madre, e spacciata per italiano corrente, è in realtà mammese, o tampònico. Sua madre parla una lingua che non descrive la realtà come appare, ma come apparirebbe se non facesse paura, se non mettesse in imbarazzo, se non suscitasse emozioni: “Mi raccomando” vuol dire “È questione di vita o di morte”; “Ti voglio bene” si dice “Complimenti”.
Cominciare a tradurre dal mammese salva la vita a Bruno e gli insegna l’arte della differenza, la difficoltà di comunicarla; l’arte di adattare e di adattarsi. Si trasforma così in un traduttore alfiere: indomito, sempre in servizio. Alle prese con paure improvvise ma dotato anche di risorse segrete: per esempio una mano morbida e asciutta che a volte lo protegge quando vede le cose brutte davanti a sé. È la mano che suo padre gli metteva sugli occhi e sulla fronte quando, facendo spese il sabato mattina, il macellaio alzava la mannaia. Storia di una vita e di un’epoca in quarantacinque voci.
Due madri ebree si incontrano e una dice all’altra: “Mio figlio, pur di parlare di me, va dallo psicanalista quattro volte la settimana”. La seconda mamma ribatte: “Mio figlio, pur di parlare di me, ha scritto un libro”.
E in effetti Bruno Osimo, con un sorriso, presenta sua madre come ‘la protagonista di questo libro’. Leggendolo, si scopre che è un omaggio alle nostre origini, che impariamo ad amare in ritardo; al senso che abbiamo finalmente dato alla vita dopo capitomboli, scosse e progressivi adattamenti. Nel suo caso, la vita di un uomo che è venuto a patti con la sua condizione di “ebreo tra i non ebrei, di diversamente ebreo tra gli ebrei” e ha fatto della traduzione la chiave d’accesso alla realtà, accettando l’indeterminatezza del senso, la preziosa rarità di ogni corrispondenza.