Derrumbe

Archivio rassegna stampa

  • 24Giu2014

    Marco Ostoni - La lettura

    Violenza assoluta. Parodia involontaria

    Sfaldamento, crollo, collasso, precipizio. Non c’è una traduzione efficace, in italiano, a Derrumbe, il titolo – quasi onomatopeico e non a caso lasciato nell’originale spagnolo da Claudia Tarolo – di questo feroce romanzo dell’asturiano Ricardo Menéndez (Marcos y Marcos, pp. 187, 15,00 euro) terza tappa (dopo L’offesa e Il correttore) di una trilogia dedicata al male.

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  • 20Mag2014

    Andrea Storti - ilmeleto.wordpress.com

    Derrumbe mi ha inquietato.
 Moltissimo.
    O meglio. Derrumbe ha una prima parte che mi ha davvero, davvero inquietato.
 Ha poi una seconda parte che continua ad essere inquietante ma che, leggendola, più che rabbrividire fisicamente ti fa rabbrividire cerebralmente.

    Poi c’è una terza parte. Quella conclusiva. Che non mi ha fatto tremare ma che, in quanto padre, ha saputo darmi una previsione della tremarella che potrei provare in futuro.
    Ora tento di essere più chiaro.
    “Qui si discute del male, pensò Manila. Stiamo discutendo del Male, con la maiuscola. Una delle parole più corte; uno dei viaggi più lunghi.”

    Derrumbre non è un romanzo tradizionale. È piuttosto una storia costruita di frammenti. Non ha un vero e proprio continuum, ma vari flash che ti mostrano come sta procedendo la storia e questo, davvero, rende il tutto più crudo, e cupo, e spaventoso.
    Ha una prima parte in cui si assiste alla vicenda di Manila, un poliziotto, e di un assassino a cui piace lasciare, accanto alle vittime, una scarpa della vittima precedente.
Si tratta di un killer davvero ‘satanico’ (non mi viene altra parola), perché sevizia, brutalizza, e non ha, apparentemente, un metodo. Né un motivo.
    La seconda parte parla invece di un gruppo di ragazzi che, sempre nella stessa città del killer, si votano al terrore e compiono azioni terroristiche di varia natura a mo’ di accusa contro la società attuale.
    Humberto pensò che non importava di cosa si diventasse soci e men che meno quanto costasse. Uno diventava socio di Universo tematico per dimenticare che non far parte di Universo tematico era un problema. Il problema non era la mancanza di denaro per pagare la quota di Universo tematico, il problema era non far parte di nessuna associazione privata, di nessun club esclusivo, di nessuna loggia cospirativa. (In realtà, si disse, non esistono persone che desiderano la libertà. Le persone creano vincoli con la massima rapidità possibile. È un modo, forse l’unico, per garantirsi l’immortalità.)
    E la terza parte tira un po’ le fila dei due casi. E lo fa in maniera molto poco convenzionale, nel senso che, specialmente per quanto riguarda il secondo caso, si arriva a parlare ‘di altro’.

    L’insieme di queste cose risulta davvero angosciante, in alcuni tratti. Inquietante, come ho detto all’inizio.
Ma il punto focale è che ti ritrovi a pensare. Cosa che ogni buon libro, a ben vedere, dovrebbe portarti a fare.
    Perché è un romanzo sul Male. Quello con la M più che maiuscola (come dice Manila). Quello che fa davvero paura.
Ed è inevitabile rapportare quanto si legge con quanto accade nella realtà. Ed è inevitabile pensare che molte persone, come i ragazzini terroristi, agiscano più per il terrore in sé che per un vero obiettivo. Perché se uno è contro la deriva presa dalla società attuale, dovrebbe cercare di cambiarla, non compiere azioni, a mio modo di vedere, senza senso.
    Però…
    La vita mi ha insegnato che è il bene ad aver bisogno di giustificazione. È il bene che necessità di un perché, una causa, un motivo. È il bene che, in realtà, rappresenta il più profondo degli enigmi.

    Però il punto che forse più di tutti mi ha colpito, di questo Derrumbe, è la paternità che, anche se forse velatamente, è un tema centrale del romanzo.
    Voi lo sapete, sono diventato papà da non moltissimo. Ed è stato impossibile, davvero impossibile, mentre ero immerso nella lettura, fare a meno di voltarmi, ogni tot pagine, a controllare mio figlio che dormiva. Perché il romanzo parla di una paternità rubata, ma anche di una paternità vissuta con angoscia, con paura del mondo circostante. Ma parla anche dell’adolescenza, e del fatto che i figli sono creature indipendenti, che crescono e un giorno faranno cose che potrebbero non piacerci, che potremmo non capire.
E forse li ameremo lo stesso. Forse no. Probabilmente sì, senza capirli. Rimanendone perfino inorriditi.

  • 09Apr2014

    Redazione - Grazia

    L’ispettore innamorato

    Sette uccisi, ben quattro investigatori e un segno dell’assassino: accanto al cadavere dell’ultima donna, il killer lascia la scarpa della vittima precedente.

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  • 12Dic2013

    Carlo di Francescantonio - mangialibri.com

    “Sparò e la testa rimbalzò e vide come gli occhi si nutrivano per l’ultima volta di un sorso di luce e come poi si tingevano di ombre – ombre in cui poté vedere il proprio riflesso con il braccio ancora proteso – e come infine si spegnevano simili a una stella lontana che palpita con forza anomala prima di estinguersi per sempre concentrando in quell’ultimo scintillìo tutto ciò che fu un giorno: il suo splendore, i suoi meriti, la sua eccellenza: la stupefacente e stupefatta evidenza di aver sentito, di aver goduto, di aver riso: di esserci stato”.

    Manila si trova sul luogo del delitto, l’ottava vittima giace per terra. Accanto a ogni cadavere viene rinvenuta una scarpa della vittima precedente, come a formare un macabro anello di congiunzione. Manila, Olsen, Gudesteiz e l’Ispettore, sono le quattro persone, che per vie personali, si trovano a investigare su questo orrore. Poi c’è un altro uomo, il quinto, inviato “dall’alto” che ha come compito ricordare ai quattro che il tempo vola e l’indagine deve risolversi in fretta. La verità è talmente semplice da far paura: un serial killer, spietato, mosso da un sadismo fuori da ogni comprensione, si aggira in città col solo scopo della tragedia. Oltre alle scarpe, gli indizi sono pochi e il fatto che non si concentri su una tipologia di persona rende tutto più torbido. In parallelo si muovono anche gli Estirpatori, sabotatori anche loro sadici, si “limitano” a mettere aghi nei cartoni del latte. L’apice del terrore verrà raggiunto quando a scomparire sarà Mara, la moglie dell’ispettore. Questo elemento segnerà il vero inizio della corsa contro il tempo unita alla battaglia personale di Manila, costretto a combatterla per difendere anche i suoi sentimenti…
    Ricardo Menéndez Salmón è nato a Gijón ed è il direttore editoriale di una piccola casa editrice, scrive anche su quotidiani e riviste. Il suo romanzo L’offesa è stato celebrato nel 2007 come la migliore opera di narrativa pubblicata in Spagna. Il male che l’autore racconta in Derrumbe viene descritto in modo chirurgico, così spietatamente e senza metafore che può essere toccato. Si percepisce l’odore della cattiveria, il gusto assoluto per il degrado, la violenza insaziabile che tramuta tutta la storia in una paradisiaca visione per gli occhi del killer. Perché si tratta di visioni, di quadri composti a regola d’arte, che soddisfano la malvagità. Ogni personaggio fatto nascere e mosso in questa storia dall’autore è ambiguo, perché esserlo significa anche avere una possibilità di salvezza.

  • 26Lug2012
  • 20Lug2012

    Giuseppe Ortolano - Il venerdì

    Derrumbe

    È  il male il protagonista di questo nuovo romanzo di una delle voci più apprezzate della letteratura contemporanea spagnola

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  • 27Giu2012

    Romina - DiarioDiPensieriPersi.com

    Cari lettori, lo ammetto, non conoscevo Ricardo Menéndez Salmón. E ne sono rimasta piacevolmente colpita.Presentato come una delle voci più originali e apprezzate del vivace panorama letterario spagnolo, l’autore di Gijón sbarca su Marcos y Marcos con una traduzione di Claudia Tarolo per un titolo dal suono molto accattivante, quasi onomatopeico: Derrumbe, che in italiano ha il significato di precipizio, crollo.

    Titolo decisamente appropriato per la storia nera raccontata con uno stile assolutamente riconoscibile e particolare, un viaggio nei labirinti della ragione che poco distano dalle tenebre. E l’impressione di stare sospesi sull’orlo del precipizio, dove le percezioni si confondono e basta un nulla, un movimento impercettibile come un respiro per precipitare nel vuoto, non abbandona il lettore neppure dopo l’ultima riga.
    Il Male raccontato nelle pagine di Derrumbe – 187 per l’esattezza, ma che si leggono d’un fiato o, meglio, trattenendo il respiro – viene descritto in modo vivo, tangibile, concreto come le parole che Menéndez Salmón usa per rievocarlo agli occhi del lettore, per farne sentire l’odore marcescente, il degrado, la vorace insaziabilità che si trasforma in un inferno fatto di sensi e visioni estatiche. È un Male spiegato attraverso metafore ardite, a volte barocche, che si imbevono della filosofia che permea tutta la narrazione. Non a caso l’autore cita con disinvoltura Platone, Spinoza, Nietzsche.
    Difficile parlare della trama senza sottrarre al lettore il piacere di una lettura che sorprende, non tanto per i colpi di scena, quanto per le domande, le immagini forti, che con ritmo sapientemente cadenzato si insinuano nella lettura: un vortice dove tutto sembra, in conclusione, riprendere dall’inizio, come un serpente che si morde la coda, nel sapore claustrofobico di un mondo che non ammette vie di uscita né scappatoie. Credo che una delle chiavi per capire e amare questo romanzo stia proprio nella percezione sottilissima di confini labili tra ragione e follia, tra vittima e carnefice, tra Io e società. Una società che dà e riempie, ma mai di ciò che serve davvero, e di cui è simbolo Corporama, il parco tematico che contiene la gigantesca riproduzione dell’ermafrodito, creato per permettere al visitatore un viaggio tra le meraviglie e le mostruosità del corpo umano.
    E la domanda sorge più volte e inevitabile, scorrendo le pagine: è ancora possibile mantenere il candore, non lasciarsi infettare dallo stesso malessere di un mondo che corre verso la paranoia, l’orrore, confuso da una sovrabbondanza di aggettivi e verbi che rendono la realtà irrimediabilmente indecifrabile?
    Procede per simboli, Menèndez, e ci catapulta dall’orrore di chi ha scelto il male e fa della paura il suo stendardo, come il serial killer al quale tutti danno la caccia, all’assoluta mancanza di comunicazione tra generazioni che si riflette nell’incapacità di comprendere i propri figli fino a deformare la realtà più intima e familiare in qualcosa di altrettanto aberrante e all’improvviso sconosciuto. Sono personaggi ambigui, quelli di Derrumbe, espressione di una percezione del Male come vischioso pericolo che si annida anche nella casa borghese più insospettabile, nella famiglia più rispettabile.
    L’ispettore Manila dovrà trovare il serial killer che ha sconvolto la città, precipitata nella spirale dell’orrore e del sospetto, in una corsa contro il tempo che vedrà nascere, come un proliferare di spore infette, altri seguaci, altri spettri, giullari della paura, questa volta sotto forma di una banda di insospettabili – gli Estirpatori – che si diverte a infilare sottilissimi aghi nei cartoni del latte, sabotando alla fine quello stesso Corporama, simbolo di un’umanità degradata, da cui comunque non potranno scappare, perché figli di quella stessa fetta di storia e della stessa aberrante civiltà.
    Ed è in questa corsa contro il tempo, che l’ispettore Manila dovrà combattere anche la sua personale e intima lotta per difendere un amore che forse sta fuggendo, e una normalità che appare sempre più lontana e irrimediabile. Perché il Male, come dice Salmón trova giustificazione nella sua esistenza. Il male non richiede prova ontologica, né riduzione all’assurdo, né fede né profeti. Il Male è la sua stessa aspettativa. La vita mi ha insegnato che è il bene che necessita di un perché, una causa, un motivo. È il bene che, in realtà, rappresenta il più profondo degli enigmi.
    L’AUTORE:
    Ricardo Menéndez Salmón è nato a Gijón, “piccola Atene” nel cuore delle Asturie, nel 1971. Ha studiato filosofia, è il direttore editoriale di una piccola casa editrice, scrive su quotidiani e riviste. Con i suoi romanzi e racconti ha conquistato più di quaranta premi; I cavalli blu, il racconto che abbiamo incluso nella raccolta Gridare, ha vinto il Premio Juan Rulfo, uno dei più prestigiosi riconoscimenti internazionali riservati alla letteratura in lingua spagnola. Il suo romanzo L’offesa è stato celebrato come la migliore opera di narrativa pubblicata in Spagna nel 2007. Ricardo Menéndez Salmón è una delle voci più ammirate della narrativa spagnola contemporanea.
    “Degni di nota”:
    Non conosco le opinioni dell’autore sul nostro Paese, ma la citazione che ne fa a pag. 35 è  degna di nota. Se non altro per l’originalità e la fantasia della metafora.

  • 23Giu2012

    Redazione - LiberiDiScrivere.wordpress.com

    Accese la radio.
    Glenn Gould che interpretava Bach. Pensò alla bellezza. Alla sua inutilità difronte al male. Cimabue sconfitto da Gilles de Rais. Beethoven calpestato da Hitler ad Auschwitz. Versi di Rimbaud bruciati a Hiroschima. L’aria conclusiva delle Variazioni Goldberg non gli portò la calma.

     

    Ricardo Menéndez Salmón scrittore, giornalista, filosofo, da me soprattutto amato grazie a Il correttore, uno dei tre volumi della cosiddetta “trilogia del male” che comprende inoltre La colpa e Derrumbe (Derrumbe, 2008) romanzo di cui oggi vorrei parlarvi, oltre ad essere un autore anticonformista e portatore di una scrittura ricercata, preziosa, sfarzosa che teoricamente per complessità e profondità dovrebbe escludergli l’interesse del grande pubblico, è invece nello stesso tempo anche una delle voci più significative della narrativa contemporanea spagnola. Tradurlo presumo sia un’ impresa oltremodo complessa, ardua, se non frustrante per cui va senza dubbio ringraziata Claudia Tarolo che è riuscita a dare scorrevolezza ad un testo che racchiude incognite e rischi molto più familiari in un testo filosofico che in un romanzo. Il Male è al centro delle riflessioni e delle indagini di Menéndez Salmón, ma non solo il male visto come sofferenza, angoscia, dolore, cancro esistenziale individuale, ma anche come nocciolo duro della nostra società sempre più consumistica, sempre più vuota di valori, di certezze, di fondamenti. I suoi testi sono testi di denuncia, di protesta, di critica sociale, molto più incisivi nella misura in cui trafiggono la quotidianità borghese, anonima, fintamente rassicurante, denunciandone il suo aspetto terrificante. Non a caso il tema del terrorismo nel suo aspetto più destabilizzante riemerge come male endemico della nostra società contemporanea. La propagazione del terrore, fine a se stesso, magari senza matrice politica, religiosa, filosofica, un male senza senso e senza limite metafora stessa dell’inferno. Derrumbe sotto le mentite spoglie di un poliziesco noir, c’è un serial killer, ci sono i poliziotti che indagano, c’è un gruppo di giovani studenti di filosofia improvvisatisi terroristi, è in realtà un romanzo filosofico alla Camus, affascinante nella misura in cui si può restare attratti e soggiogati dall’orrore, disturbante della misura in cui si vuole essere rassicurati e calmati dalla società che ci circonda. Quando il poliziotto Manila che sta per diventare padre per la seconda volta avverte la consapevolezza di in che mondo metterà i suoi figli, noi lettori avvertiamo che questa stessa vertigine e condividiamo la rivelazione che arriverà nel finale quando in un’unica parola, sarà concentrato tutto quello che al male si contrappone. Non la cito, la scoprirete da voi.

  • 04Giu2012

    Giuseppe Scintilla - ClubDante.net

    Al Male, quello con la maiuscola, spesso si tende a sfuggire. Oppure, dal Male ci si lascia tentare sino a rimanere impigliati nella sua trama diabolica.

    Tuttavia, non è uno spettro senza consistenza che si aggira nel mondo, e, sebbene sia difficile da afferrare, ha un corpo e delle sembianze umane. Come quelle di un uomo, tanto crudele quanto affascinante, o di tre ragazzi animati da una vitalità sfrenata e distruttiva. Derrumbe, l’ultimo lavoro di Ricardo Menéndez Salmón, mette in scena la “carnalità” del Male, il suo essere sempre presente, accanto a ognuno di noi, sfuggente e temibile, pronto a far vacillare le più salde certezze, scientificamente fondate, soprattutto per mezzo del terrore. Un terrore generato dall’assassino seriale che infligge mutilazioni e vessazioni alle proprie vittime, o proveniente dalle azioni crudelmente eclatanti di tre giovani – gli Estirpatori – stanchi di osservare e subire la mediocrità che li circonda. I loro propositi, autenticamente terroristici, culmineranno con la distruzione del Corpodromo, il gigantesco ermafrodita in paraffina, plastica e vetro, attrazione principale del parco tematico che domina la città. Un corpo enorme, artificiale, che andrà completamente in frantumi.
    Peraltro il corpo umano, nel romanzo di Salmòn, è accuratamente sezionato, spesso martoriato e smembrato. Descritto con una cura degna di un referto medico. Da una parte si hanno i cadaveri delle vittime, con le loro viscere in mostra e i crani fracassati, dall’altra il corpo scolpito dei giovani Estirpatori e delle loro compagne. La consistenza materica dei personaggi, esaltata dalla ricchezza e dalla precisione chirurgica della lingua di Salmón, fa da contraltare al propagarsi invisibile, indiscriminato e contagioso della paura che si traduce, a livello affettivo, anche nel timore di perdere l’amata moglie o in quello di vedere una figlia coinvolta in giri loschi. Dunque, il Male e la paura, sua fedele compagna, si annidano ovunque in Derrumbe, sia in famiglia che nelle strade cittadine, tra un killer e la sua vittima, come tra un padre e una figlia. Ineludibili, nella loro indeterminatezza, e pronti a manifestarsi in modo nitido per demolire affetti, relazioni e sicurezze, acquisite nel corso del tempo. Del resto, gli Estirpatori sono tali in quanto, con i loro atti, sradicano la consistenza, il coraggio e il futuro dalle proprie vittime. L’effetto di destabilizzazione che emerge dalle pagine del libro contribuisce a rendere ancora più vulnerabili tutti i personaggi; uomini e donne, vittime e carnefici, in preda all’ansia e all’incertezza degli eventi. E all’inevitabilità del Male e delle sue conseguenze. L’unica risposta efficace e timidamente consolatoria che Salmón sembra dare – affidandola ai personaggi del romanzo – è quella di abbandonarsi completamente al carattere effimero della gioia e al piacere di vivere il momento, hic et nunc. Provando, magari, a non farsi assalire dalla paura.

  • 28Mag2012

    Giulia Zavagna - Flaneri.it

    Finalmente, una voce. Questo è ciò che viene da pensare prendendo tra le mani Derrumbe (marcos y marcos, 2012), l’ultimo romanzo di Ricardo Menéndez Salmón. Sì, perché ancor prima di addentrarsi nella storia, di palparne l’oscura atmosfera, ciò che si percepisce è una voce autoriale, netta e forte, che avvolge personaggi e situazioni.

    Un romanzo che è carne e sangue, in cui la narrazione della violenza non si limita a inondare la trama e gli avvenimenti, ma va a contagiare lessico e sintassi, facendo del linguaggio utilizzato l’involucro perfetto per quella specifica materia narrativa: il male.
    Due storie parallele e a tratti intrecciate in una matassa aggrovigliata e scura, dalla quale tentano di districarsi personaggi di un’umanità tanto palpitante da risultare quasi dolorosa. Manila, un ispettore di polizia alle prese con un serial killer non solo introvabile, ma terribilmente efferato, cannibale, addirittura bulimico, si direbbe, dal momento che la scelta delle sue vittime non sembra essere guidata da altro criterio se non quello dell’ingordigia, della necessità di sfamarsi, letteralmente, di terrore. Mortenblau, il mostro la cui ossessione distruttiva ha le sembianze di un leone, e sembra quanto di più vero e tangibile un uomo possa concepire. Gli Estirpatori, tre ragazzi che fanno del terrorismo – violenza innalzata a modalità di comunicazione sociale – la loro personale valvola di sfogo su un mondo che dà loro tutto, ma non ciò di cui hanno bisogno. Valdivia, un fisico che collabora alla costruzione di Corporama, un parco tematico sul corpo umano, l’ennesima espressione di una mania che «si propagava come un crampo lungo la spina dorsale del pianeta». A legarli, le molteplici manifestazioni di un solo, inebriante, meccanismo, quello del terrore: «Il male trova giustificazione nella sua esistenza. Il male non richiede prova ontologica, né riduzione all’assurdo, né fede o profeti. Il male è la sua stessa aspettativa».
    Derrumbe, termine dal sapore quasi onomatopeico, indica proprio questo: uno sfaldamento, un crollo. Il collasso di ogni certezza, di ogni punto fermo, ma anche la perdita di speranza e l’incapacità di agire di fronte a questo perverso fenomeno che sembra autoalimentarsi. I protagonisti del romanzo, più che le persone che ne vengono travolte, sono gli effetti stessi del male: non le vittime dirette ma coloro sui quali il male si riflette come il raggio di un sole impietoso.
    Attraverso questa lente fumosa, Menéndez Salmón esplora tematiche che vanno ben al di là di un thriller o di un romanzo noir. I pochi atti d’amore che rischiarano il romanzo sono frutto di un amore perverso, tormentato. Lo stesso attaccamento di Manila alla moglie, coincidente con l’indicibile timore dell’abbandono, si mostra tanto puro quanto, a tratti, morboso: «Pensò a lei come a un grande bicchier d’acqua, qualcosa che toglie la sete e rinfresca, qualcosa la cui presenza tranquillizza. Pensò a lei come a un cibo ben conservato, una cellula geometrica e precisa, ricca di proteine, conservata in una cella impermeabile. Pensò a lei come alla sua pace, il suo rifugio, il suo riparo contro l’indifferenza del mondo». L’ispettore e Valdivia, inoltre, sembrano impersonare due versioni di uno stesso ruolo, a volte ingrato: l’essere padre. Le due serie di crimini sono poi accomunate da un’assurda reificazione del terrore. Gli oggetti sono dappertutto: l’unica firma, inconfondibile, che Mortenblau lascia sul luogo di ogni delitto è una scarpa, l’evidente e sgraziata scia del suo passaggio. E che cosa veicola gli atti terroristici dei tre ragazzi se non lo stesso Corporama? Sarà proprio quel grossolano simulacro del corpo umano fatto oggetto, plastica, vetro – in una sorta di decomposizione postmoderna – a ospitare l’ultimo atto di quel terrore inesperto, e pertanto crudele.
    E tuttavia, come ci ricorda l’autore, il vortice del male, sebbene sorga da una vaga consapevolezza, da uomini lucidi e di cultura, sembra tramutarsi in un fardello troppo pesante da sopportare: «C’è un momento in cui ogni gioco perde la sua freschezza e plasticità, per diventare qualcosa di duro e rigido. È un momento sgradevole, perché il giocatore deve ammettere che è una forma di infanzia che muore in quel momento, che una forza fino a quel punto inedita, una sorta di pedagogia misera e cinica, illumina senza pietà».
    Dopo L’offesa e Il correttore, Derrumbe va a completare la cosiddetta “trilogia del male”, nella quale Salmón penetra con indubbia efficacia i più reconditi e oscuri risvolti dell’animo umano, in una prosa densa e piacevolmente ricercata.

  • 28Mag2012

    Pino Cottogni - thrillermagazine.it

    Dallo spagnolo Ricardo Menéndez Salmòn il terzo romanzo di una vera e propria trilogia del male.
    La Marcos y Marcos pubblica un nuovo romanzo dello scrittore spagnolo Ricardo Menéndez Salmòn, infatti in questi giorni troviamo in libreria il romanzo Derrumbe (Derrumbe, 2008).

    Questo romanzo che arriva in libreria dopo L’offesa e Il correttore, conclude quella che possiamo definire la trilogia del male di uno degli scrittori con più talento e futuro della Spagna contemporanea.
    A Promenadia, una tranquilla cittadina balneare, pende una minaccia straordinaria.
    Manila, in attesa della nascita del suo secondo figlio, indaga sul modo di agire di un serial killer che lascia dietro come souvenir vicino ai corpi delle persone assassinate una scarpa della sua vittima precedente. E questo suo modo di agire sembra non seguire alcun modello preciso.
    Manila, vede che il suo mondo di falsa sicurezza si va disfacendo, il tutto si aggrava quando un altro gruppo di pazzi nichilisti che si fa chiamare gli Arracandores prende a seminare paura nella città indiscriminatamente.
    Promenadia, una città occidentale, dove i suoi abitanti hanno goduto finora di comfort e sicurezza,
    si trova ad affrontare una situazione quasi apocalittica, facendo emergere in tutti una paura profonda.
    Il male è da sempre uno dei temi prediletti di Salmón, che non cessa di essere colpito dalla sua natura imprendibile, infettiva, magmatica: il male come paura individuale e collettiva, il male come ideologia, come menzogna, come attrazione irresistibile.

  • 25Mag2012

    Redazione - Lacompagniadellibro.it

    Di lui abbiamo conosciuto e apprezzato l’Offesa e il Correttore. Ora Derrumbe – che è in realtà il secondo romanzo – viene a comporre il trittico attraverso il quale il giovane scrittore spagnolo si è confrontato col tema del male passandone al vaglio gli esiti tra passato storico, presente e spazi immaginari delle nostre angosce. In questo caso Derrumbe dà voce e volto ad alcune ossessioni della nostra contemporaneità. Da un lato un serial killer inopinato, inafferrabile, dalla mente diabolica e a suo modo non priva di derive estetiche.

    Dall’altra un gruppo di nichilisti in lotta con la civiltà e con se stessi, abbagliati da un ideale di consunzione globale della natura umana.
    La scrittura di Salmon è come al solito brulicante di immagini, effetti, crudezze e risvolti barocchi con un sontuoso dispiego di una tavolozza di soluzioni lessicali esaltate dalla splendida traduzione di Claudia Tarolo, che nell’occasione oltre a essere editrice del romanzo lo ha anche ‘convertito’ efficacemente nella nostra lingua. Salmon lo abbiamo incontrato a Torino a margine di una applauditissima conferenza di presentazione nello spazio dedicato agli scrittori iberici.

  • 21Mag2012

    Monnalisa - lankelot.eu

    Il Male ha una sua logica. Orribile e spesso inspiegabile, ma concreta e tangibile. Soprattutto quando viene incarnato da esseri umani che agiscono per distruggere e terrorizzare.

    La letteratura ha generato i suoi mostri, gli incubi umani ne partoriscono altri eppure, sempre più spesso, la realtà sa essere più spaventosa e crudele di quanto possa concepire la nostra immaginazione. Siamo quasi “abituati” a convivere con il terrore ma aver terminato la lettura di “Derrumbe”, il romanzo di Ricardo Menéndez Salmón che esplora nel profondo alcune forme di terrore, proprio nel giorno in cui a Brindisi una bomba è esplosa di fronte ad una scuola uccidendo Melissa Bassi e ferendo altre ragazze, mi ha raggelata. Coincidenze, mi sono detta. Eppure le parole di Salmón, lo scrittore-filosofo spagnolo, al cospetto dell’attentato hanno assunto, nella mia mente, un peso ancora più gravoso e lacerante.
    “Derrumbe” inizia con un omicidio. Un colpo di pistola in testa e l’immagine dell’assassino che “si portò alla bocca frammenti di ossa e cuoio capelluto e lì in piedi, eretto come un totem oscuro, nella stanza appena illuminata dalla luce di garza dei vecchi lampioni d’epoca, chiunque l’avesse visto assaporare quel pugno di materia confusa avrebbe provato la tentazione di scappare molto lontano e molto in fretta”. L’omicida è, in realtà, un killer seriale e visionario. Si chiama Mortenblau (nomen omen!) ed ha l’abitudine di lasciare sul luogo del delitto, come segno distintivo del suo macabro passaggio, una scarpa della precedente vittima. Manila è uno dei poliziotti che lavora al caso ma è anche un marito e un padre premuroso. Il numero delle vittime cresce e l’omicida sembra trovare ogni volta forme sempre diverse per infliggere la sua sofisticata crudeltà. Intanto in città comincia a diffondersi un’altra orribile notizia: qualcuno ha iniziato a mettere degli aghi all’interno dei contenitori del latte. Tre ragazzi, incappucciati e travestiti da buffoni di corte, rivendicano l’azione terroristica attraverso un video trasmesso in TV. Gli “Estirpatori”, così si fanno chiamare. “Il loro obiettivo, dicevano, era vecchio come il mondo, terrorizzare, e non avrebbero desistito dal loro intento prima di aver instaurato un regime di panico costante. Non volevano nulla in cambio. Si accontentavano dei nudi fatti. Perseguivano soltanto la paura in sé e per sé; pretendevano soltanto di allarmare; nessun credo politico o religioso, nessuna ideologia li sosteneva, si sentivano forti perché non incarnavano altra bandiera che quella di colpire tante vite arrabattate, false, contingenti”.
    Le efferate gesta di Mortenblau lasciano gradualmente il posto a quelle degli Estirpatori di cui conosciamo l’identità, la vita e la psiche. Tre giovani studenti di Filosofia: il colto ed affascinante Menendez e i fratelli gemelli Hugo ed Humberto, ragazzi dalla vita agiata e dai discorsi affascinanti e sibillini. Li osserviamo mentre vagano all’interno di “Corporama”, un parco tematico dedicato al corpo umano, un gigantesco giocattolo, “il Soma o Corpodromo, volgarmente noto come Ermafrodita, una figura realizzata in paraffina, plastica e vetro…”. Ed è proprio in quella sorta di viaggio dentro a “Corporama” che “tutto cominciò a delinearsi, il giorno in cui decisero di fare del terrore una disciplina, bighellonarono di qua e di là sprecando tempo ed energia, rinviando il momento di tornare nelle loro case dove non mancava nulla e dove, tuttavia, come loro stessi avrebbero insinuato in seguito nel primo dei loro video, tutto era accessorio…”. La sera stessa i tre pensano di annegare degli aghi nel latte. Nessuno di loro sa in quale devastante progetto sta per imbarcarsi, “erano inesperti, e di conseguenza crudeli” per questo pronti a dar vita ad un piano di terrore capace di far sentire loro un fuoco sacro e vitale scorrere nelle vene. Quello stesso fuoco che useranno, da lì a poco, per distruggere e far esplodere il gigantesco “Corporama”. Un attentato che assume tutto l’aspetto di un’apocalisse anche metaforica, la profanazione di uno spazio e di un artefatto incantato ma posticcio. Crolla la gigantesca creatura inventata dagli uomini e con essa sembra dover crollare una civiltà, quella contemporanea, che non sa trasmettere ai suoi figli nient’altro che valori svuotati e contraffatti.
    “Derrumbe” non è un thriller e non è un giallo. Non è un noir e non è un poliziesco. A Salmón non interessa scovare l’assassino o far trionfare i buoni, a Salmón interessa penetrare nel Male, quello con l’iniziale maiuscola, rintracciarne l’essenza, individuarne il nucleo, la radice. Così ci mette di fronte ad assassini dotati di grande intelligenza e cultura, persone che maneggiano la sofferenza altrui senza percepirne l’orrore, personaggi chiusi in un nichilismo esasperato che possono apparire mostri privi di ragione ma che una ragione, invece, ce l’hanno. Lo stile di Ricardo Menéndez Salmón è scarno, asciutto ma minuzioso ed attento, la costruzione delle vicende narrate poggia su momenti di suspense ottimamente dosata. La componente visiva ha il suo peso e riesce a coinvolgere e ad appassionare il lettore. Ho letto da più parti che Salmón è un autore di talento e, leggendo il suo “Derrumbe”, non posso che confermarlo.

  • 21Mag2012

    Redazione - Marie Claire

    Derrumbe

    Fa più paura un serial killer feroce che accanto a ogni cadavere lascia una scarpa appartenuta alla  vittima precedente

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  • 12Mag2012

    Carlo Mazza Galanti - D La Repubblica

    Apocalisse spagnola

    “Derrumbe” in spagnolo vuol dire caduta, collasso, e davvero tutto crolla, in questo nerissimo romanzo del giovane e talentuoso spagnolo Ricardo Menéndez Salmon.

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  • 10Mag2012

    Redazione - Myself

    Brividi freddi lungo la schiena

    Ricardo Menéndez Salmon è uno spagnolo amabile, ma come scrittore non fa sconti: temi forti, parole acuminate.

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  • 10Mag2012

    Redazione - Tuttomilano

    Derrumbe

    Lo scrittore Ricardo Menéndez Salmon, tra le voci più intense della narrativa spagnola contemporanea, presenta il nuovo romanzo (Marcos y Marcos) con Antonio Scurati.

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  • 06Mag2012

    Ricardo Menéndez Salmon - Il Sole 24 ore

    Il killer lascia sempre una scarpa

    Sparò e la testa rimbalzò e vide come gli occhi si nutrivano per l’ultima volta di un sorso di luce e come poi si tingevano di ombre – ombre in cui poté vedere il proprio riflesso con il braccio ancora proteso – e come infine si spegnevano simili a una stella lontana che palpita con forza anomala prima di estinguersi per sempre concentrando in quell’ultimo scintillio tutto ciò che fu un giorno

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  • 04Mag2012

    Simona Maggiorelli - Left

    Rivolta spagnola.

    Una nuova generazione di autori scava nelle questioni più scottanti del presente, dalla crisi del Psoe al precariato all’invadenza della religione. “Tutti i monoteismi sono per definizione intolleranti”, dice Ricardo Menéndez Salmon.

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  • 12Apr2012

    Redazione - Meloleggo.ii

    “Qui si discute del Male, pensò Manila. Stiamo discutendo del Male, con la maiuscola. Una delle parole più corte; uno dei viaggi più lunghi.”
    Sente il ruggito del leone: allora gli si asciuga la bocca, avverte una pressione al petto e deve colpire.

    Derrumbe
    Otto sono le vittime, finora.
Uomini, donne, giovani, vecchi.
Accanto a ogni cadavere trovano una scarpa della vittima precedente.
Sono in quattro, a investigare: Manila, Olsen, Gudesteiz e l’Ispettore.
Poi c’è il Quinto uomo, inviato dall’alto a ricordare ai quattro che hanno carta bianca, ma devono agire  in fretta.
Un serial killer feroce e completamente pazzo fa paura.

    Più paura ancora fanno gli Estirpatori.
La loro idea è semplicissima, come tutte le idee geniali, commenta la moglie di Manila davanti al telegiornale: infilare aghi sottilissimi nei cartoni del latte.
Manila guarda sua figlia dormire, la porta a vedere il mare, sente in lei un appiglio fortissimo per continuare a vivere.
Manila conosce tutti gli odori di sua moglie, tutti i segni che il tempo ha lasciato sul suo corpo rendendolo sempre più desiderabile. Soprattutto ora che aspetta il secondo figlio.
Quando il serial killer la porta via, però, non riesce più a ricordare il suo viso.
    Derrumbe è uno slalom vertiginoso sul confine mobile tra buio e luce; un romanzo d’amore e di terrore.
    L’autore. Ricardo Menéndez Salmón è nato a Gijón nel 1971. Ha studiato filosofia, scrive su quotidiani e riviste. Con i suoi romanzi e racconti ha conquistato più di quaranta premi; I cavalli blu, l’ultimo racconto della raccolta Gridare, ha vinto il Premio Juan Rulfo, uno dei più prestigiosi riconoscimenti internazionali riservati alla letteratura in lingua spagnola. L’offesa è stato celebrato come la migliore opera di narrativa pubblicata in Spagna nel 2007. L’offesa, Derrumbe, e Il correttore sono stati concepiti come una vera e propria “trilogia del male”; il male è in effetti da sempre uno dei temi prediletti di Salmón, che non cessa di essere colpito dalla sua natura imprendibile, infettiva, magmatica: il male come paura individuale e collettiva, il male come ideologia, come menzogna, come attrazione irresistibile. Ricardo Menéndez Salmón è una delle voci più ammirate della narrativa spagnola contemporanea.

  • 02Feb2008

    Giovanna Fiordaliso - Università della Tuscia

    Ricardo Menéndez Salmón (Gijón, 1971), giovane scrittore asturiano, è considerato oggi una delle voci più acute e profonde nel panorama della narrativa spagnola contemporanea: si tratta di un autore che, nonostante la sua giovane età, ha già ottenuto molti riconoscimenti e premi letterari – tra cui il prestigioso Premio Juan Rulfo per il racconto Los caballos azules (Ediciones Alfabia, Barcelona, 2009) – e che la critica indica come “uno de los grandes narradores de nuestro tiempo”.

     

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