Cupo tempo gentile

Archivio rassegna stampa

  • 16Ott2012

    Franco Manzoni - Il Corriere della Sera

    Disastrosi, quegli anni, fra comuni e culto di Mao. Un romanzo di Piersanti sulle esperienze tradite fra i militanti del Movimento studentesco.

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  • 31Ago2012

    Simona - networkedblog.com/BAma3

    Era veramente “cupo” questo tempo di cui parla Umberto Piersanti, lui che invece, attraverso il suo personaggio principale, guardava al mondo in maniera “gentile”.

    Ed è passando in questa contrapposizione che si dipana la trama di questo libro; non che “cupo” sia il contrario naturale di “gentile” ma, in questa organizzazione temporale e spaziale di una storia che si ancora in maniera prepotente alla “Storia” degli anni che vanno dal ’67 al ’68 inoltrato, i due termini acquistano una coerenza grazie proprio a questa loro contrapposizione che difficilmente avrebbe potuto essere più azzeccata.

    Ma cos’è cupo e cosa è gentile? E perché della contrapposizione? La contrapposizione, qui, viene utilizzata come un contrafforte nell’architettura gotica. I muri troppo alti e sottili, nelle cattedrali medievali, tendevano ad aprirsi in alto verso l’esterno e i contrafforti contrastavano questa tendenza mantenendo la verticalità con spinte verso l’interno. Il tutto, pertanto, si teneva in piedi grazie ad un ingegnoso e quanto mai armonioso sistema di forze fra loro contrapposte; l’armonia del muro interno nato, ad “arte”, per stupire veniva contrastata da un mezzo nato dalla tecnica. Questo avviene metaforicamente anche nello scritto di Piersanti: l’interno che sta per “esplodere” verso l’esterno è il momento storico, mentre la funzione del contrafforte lo fa il valore della tradizione rappresentato dalla cultura della “natura” non solo intesa solo come paesaggio ma di più ampio respiro, ovvero la natura, che corrisponde  tutto ciò che è naturale e che costruisce l’io dell’essere umano, intesa anche come tradizione e storia pregressa. E l’equilibrio magico di forze? È metafora della vita naturalmente!
    La trama racconta appunto degli anni della nascita e dello sviluppo del movimento sessantottino a Urbino e il protagonista, Andrea, vive questo momento con uno sguardo diverso dai suoi compagni che invece patiscono la distanza dai grandi focolai dell’organizzazione centrale.
    Andrea aveva in precedenza preso un altro corso di studi e poi si era riscritto a Lettere, è più grande e comprende che è ora di cambiare, ma è anche ansioso di confrontarsi con il mondo che già esiste. Forse perché, in fondo, deduce che nemmeno i suoi compagni sanno esattamente quel che vogliono. Frattanto Andrea frequenta le ragazze che rapiscono il suo interesse, ma trova sempre il tempo per andare alle riunioni per poter vedere da lontano i vari comizi; è come un esercizio, se assisti e ti astrai sarà più facile cogliere gli errori.
    Leggere “Cupo tempo gentile” non significa solo attraversare un momento storico che ha portato radicali cambiamenti – non nell’approccio alla cultura, ma nel coinvolgimento della massa (cosa buona o no, sta a ognuno di noi dirlo anche se libri come 1984, La fattoria degli animali, Il condominio etc. hanno ampiamente descritto tale stato di massificazione della partecipazione o non partecipazione “informata” come status di pari livello e di basso profilo) nella questione sociale condivisa – ma, significa anche confrontarsi con le questioni della vita che ancora oggi hanno un preponderante peso nella nostra epoca.
    Nell’intervista di Fahrenheit che mi ha convinto a comprarlo, Piersanti affermava che sapeva che questo libro avrebbe sollevato facili affermazioni, che da sinistra lo avrebbero accusato di aver tirato fuori le beghe del movimento sessantottino e che da destra avrebbero dichiarato che finalmente erano venuti a galla i retroscena di detto movimento. Ebbene qualora vi trovaste a pensare una cosa del genere, sappiate che siete sulla strada sbagliata. Come al solito, l’obiettivo non è raccontarvi la storia in maniera didascalica, ma  è quello di approfondire un approccio errato che appartiene a tutti i modelli, di sinistra quanto di destra e ultimamente direi anche di centro, che fa parte della nostra vita non necessariamente politica, religiosa e via dicendo. Il problema è il “credo cieco”. Come dicevo in un’altra recensione su “La fattoria degli animali” di Orwell:
    “Se da un lato la presa del potere è ai giorni nostri alla mercé dell’informazione al contempo il valore della massa, in una società che è l’informazione stessa, continua ad avvicinarsi pericolosamente allo zero assoluto. Mi spiego meglio, se da situazioni di totalitarismo come quelle che hanno caratterizzato la prima metà del ‘900, dove non c’era libertà di parola e pensiero e quindi l’adesione era presa come stato di fatto, oggi, con l’avvento della tanto agognata democrazia, dalla metà del ‘900 in poi, si assiste ad una anestetizzazione del valore di libertà di pensiero a favore non delle convinzioni dell’unità che compone la massa ma dell’adesione di gruppo al pensiero altrui. E in effetti questa è la nuova forma di schiavitù moderna: la delega.”
    E la delega di cui si parlava era quella di “pensiero”. Siamo disabituati a pensare e ci sentiamo obbligati ad agire, perché se la massa corre affannosamente da qualche parte, pur di non rimanere soli, sentiamo la necessità di “sposare” un obiettivo, aderendo a questo in maniera quanto mai supina.
    Così smettiamo di ragionare e adottiamo lo slogan, l’aforisma d’effetto perché questo ci garantisce di non uscire dal seminato. Quello che Piersanti descrive in più, rispetto a Orwell, è che questo status di fatto non appartiene più solo al popolo che ne “La fattoria degli animali” era rappresentato in maniera estremizzata nelle pecore, ma appartiene anche ad una classe di futuri letterati o comunque laureati che ancora oggi formano le fila della nostra dirigenza sociale, amministrativa e anche privata. Segno che la “Storia”, e il significato stesso della cultura, cessano la loro ragion d’essere didattica a favore della trasformazione in “momento enciclopedico” da cui attingere, in maniera arbitraria, l’evento, la frase o il personaggio e/o scrittore che ci sembra più adeguato alla situazione. È questa adesione, senza “se” e senza “ma”, che preme all’autore e che condiziona la vita umana, non solo le vite dei giovani sessantottini, ma anche degli antagonisti fascisti e si contrappone alla “gentilezza”, che è tale perché ha, dalla sua, la forza della “natura” e non ha bisogno di cercare, “è in quanto pensa”, elabora e deduce dalla storia pregressa proiettandosi verso altro pur avendo in coscienza la necessità di cambiare lo “status quo”. Come per i romanzi precedentemente nominati, non c’è l’ansia di dare una risposta come, ad esempio, quale sarebbe stata la miglior soluzione dedotta dalla natura. Non vuole darla l’autore rispettando la natura stessa, ieri in un modo e oggi in un altro, perché la natura cambia e si evolve adattandosi volta per volta agli eventi, in cui incorre strada facendo, e rinnovandosi continuamente. E pertanto non c’e’ una risposta assoluta che trapassi i decenni, ma si può solo analizzare “momento storico per momento storico” tenendo presente che:
    “la realtà che veniamo a conoscere è molto differente dalla nostra, e dobbiamo imparare a guardarla come tale. Ho cercato nel corso dell’esposizione di insistere fortemente su questo punto: è diverso il modo di considerare il tempo e di misurare le ore, sono diversi i sentimenti e la percezione del mondo circostante, i sistemi di valori e i criteri di senso comune, per non parlare dell’alimentazione…” (Ottavia Niccoli Introduzione a “Storie di ogni giorno in una città del Seicento”)
    A questa ramificazione di concetti su cui riflettere con serietà e distanza dal proprio credo politico, religioso o culturale, per poterne apprezzare appieno la validità della scelta, si contrappone una storia semplice che sembra ricalcare la natura o, se vogliamo essere più specifici, l’origine del protagonista di questa storia. Di famiglia medio borghese con origini contadine, gli occhi di Andrea vedono la realtà e rifuggono da essa ricercando risposte nella gentilezza della natura. Il tutto si completa dalle normali voglie di nuove esperienze tipiche dei giovani che hanno voglia di sperimentare e di conoscere. Il tutto narrato con un linguaggio snello che non genera intoppi, in una lettura che scorre nelle mani e negli occhi dei loro fruitori con la freschezza di un torrente in piena estate. E in questa “corale quasi pastorale” da un lato e dall’altro “urlo di attenzione”, si pone quasi ad arbitro o come direttore d’orchestra questo saggio di altri tempi che guarda, comunque con una vena nostalgica e affettuosa, i tempi che ancora oggi attraversano i suoi sguardi al momento dell’esercizio del ricordo.
    Come detto, un libro da leggere con uno sguardo attento e mai leggero, una storia bellissima che non bisognerebbe perdere. Farò in modo di postarvi anche il podcast, perché possiate sentire la bella intervista che l’autore ha rilasciato quest’estate.

  • 17Ago2012

    Maurizio Soldini - LaRecherce.it

    “Andrea continuava a guardare gli ippocastani: tra loro e i vetri adesso sfrecciavano rondoni neri e luminosi, maggio splendeva in tutta la sua gloria come nei versi di A Silvia. Sì, lui non pensava alla rivoluzione culturale, ma ai versi di Leopardi e poi ai giorni della sua infanzia”.

    In questo quinto capoverso del capitolo Due c’è un po’ tutta l’essenza della comprensione di Andrea, il protagonista del romanzo di Umberto Piersanti, Cupo tempo gentile. Siamo in pieno Sessantotto nel fervore della contestazione studentesca in una delle tante università italiane, quella di Urbino, nelle quali si cominciava allora a fare Movimento, tra contestazione e radicalizzazione di costumi culturali sociali economici politici e quant’altro. Ma spesso con tanta confusione e con idee talora poco chiare, mentre imperavano al posto delle idee le ideologie. Ideologie che avrebbero condotto anche a prese di posizione violente, che a loro volta avrebbero condotto in molti casi a giustificare le dittature, i soprusi, le uccisioni da parte di regimi politici e non solo. E che anche nei paesi democratici avrebbero condotto nell’ambito degli esponenti di movimenti politici ai contraltari dei revisionismi, ovvero ad una lotta con aspirazioni rivoluzionarie e alla violenza, che si sarebbe fatta violenza armata e avrebbe nel futuro portato anche al terrorismo. Andrea è di Urbino, è studente di Lettere e fa parte del Movimento. Crede fermamente che molte cose debbano essere cambiate, in qualche modo pensa che qualche rivoluzione o meglio evoluzione debba pure avvenire, ma non ama la violenza, crede in valori che debbono rimanere fermi, come è convinto che non si possa fare violenza gratuita su altri uomini e soprattutto è convinto che non si possa uccidere. Ama la sua terra, con la sua gente, con i suoi valori, con quel retroterra culturale e civile che ritiene che in qualche punto debba essere cambiato, modificato, ma che non può essere annichilito e bruciato tutto d’un colpo. Aveva ragione Nietzsche: Dio è morto, ma adesso saranno in grado gli uomini a sostituirLo? Andrea non vuole la morte di Dio, non vuole ucciderLo, liquidarLo, e neppure vuole che sia ucciso, liqui-dato ogni essere umano, sia pure un nemico politico. Spesso Andrea si rifugia nelle chiese, ad ammirare la santità e la bellezza del luogo e dell’arte. A respirare gli ultimi bagliori di una spiritualità, non idealista ma realista, concreta, tutta legata alla corporeità alla matericità di una esistenza davvero reale. Nelle ultime battute del romanzo leggiamo: “… ma quando c’è di mezzo la vita umana…, sì, sì, bisogna riconoscere che quelli dell’Azione Cattolica … non avrebbero mai cercato di bruciare dei nemici politici”. Andrea non vuole uccidere Dio e non vuole che si uccidano gli uomini. Non si è battuto nel Movimento per il nulla, ma per l’essere, per le cose buone e per quelle giuste. Per i cambiamenti, là dove occorrono, ci vuole tempo, pazienza. Ecco perché Andrea non è ben visto dai capi del Movimento: è considerato un revisionista, non un rivoluzionario. Ma quando si tratta di far passare in assemblea una mozione contro l’invasione dei carri armati sovietici a Praga, Andrea predomina sui capi, con l’appoggio di tanti studenti, tra cui ci sono anche due suore… Andrea è costretto in qualche modo ad abbandonare il Movimento. È troppo sensibile. Non si trova in una mentalità scabra materialista nichilista ideologicamente fine a se stessa. Andrea ama gli uomini, l’umanità, con i suoi pregi e i suoi difetti, in particolare subisce il fascino femminile, ha diverse storie d’amore. Così come ama la sua terra, con il suo paesaggio, descritto così minuziosamente nel romanzo, con la sua fauna e soprattutto la sua flora. Ama la sua famiglia, con quel lessico famigliare e quelle usanze, non da ultimo quelle delle feste comandate come il Natale con le sue tradizioni anche culinarie, da cui è bene sì prendere le distanze, ma senza mai abbandonale del tutto, anzi ogni tanto ritornandoci, come Andrea fa con sentimento e piacere e gioia. Andrea ama la cultura e predilige soprattutto la poesia, con i suoi autori, Pascoli, Carducci, D’Annunzio, il conterraneo Giacomo Leopardi. E quindi Eugenio Montale, sul quale Andrea discuterà la sua tesi di laurea, che lo traghetterà nel mondo del lavoro a insegnare a trasmettere a sua volta di tramando i valori in cui ha creduto e crede. Valori che si trovano nelle voci liriche e nello stesso tempo civili di “Montale e anche oltre, Luzi, Sereni, Caproni, Bertolucci”. Ma non nell’avanguardia letteraria e poetica: “ma l’avanguardia no, quella con lui (con Andrea) non c’entrava niente”. Mentre molto si respira della poetica e delle idee di Pierpaolo Pasolini che pervadono l’intera opera. Romanzo di formazione e di memoria e di nostalgia ma senza rimpianti, se non fosse per la nostalgia del tempo che passa, sicuramente con una forte impronta autobiografica, dove emergono in modo forte la Weltanschauung e la poetica dell’autore, Umberto Piersanti, oltre che romanziere, scrittore e saggista, soprattutto poeta di fama. Caratteristiche che ritroviamo appieno nella sua vasta opera poetica. Poetica e Weltanschauung che ad un certo punto del romanzo possiamo cogliere nelle parole di Andrea: “… una poesia… può raccontare la mia emozione più lontana e segreta, il passaggio di una nuvola, un fiore che viene su dalla terra. L’arte può raccontare tutto, essa è al di sopra e al di là della lotta di classe”. Come dire che l’unica cosa che potrà salvare l’uomo e fargli compiere la vera e propria rivoluzione è quella che si compie nell’anima, in interiore homine, attraverso il pensiero del cuore e attraverso il linguaggio della poesia. Del resto non siamo lontani da quando Heidegger sosteneva: “Ormai solo un Dio ci può salvare”. Quel Dio che fa sì che la vita continui ancora oggi ad avere un senso e che l’uomo, pastore dell’essere, custodisca e ogni tanto tenti di portare allo svelamento attraverso il linguaggio della poesia. Poesia che accede a quel mistero di verità spesso insondabile che pure esiste. E che ci consente in qualche modo di compiere quella metanoia che fa sì che si possa compiere una vera e propria rivoluzione o meglio evoluzione sul piano ontologico e su quello assiologico.

  • 07Lug2012

    Alessandro Moscè - L'Azione

    Si intitola “Cupo tempo gentile” il quarto romanzo di Umberto Piersanti. È esploso il Sessantotto e Urbino vive l’occupazione studentesca tra manifestazioni ed esami di gruppo, aspirazioni al cambiamento ed eccessi.

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  • 01Lug2012

    Gianpaolo Grottarola - Mangialibri.com

    La fiamma della contestazione sessantottina divampa inarrestabile non solo nelle università delle principali città d’Italia. Anche l’ateneo di Urbino è stato occupato dal Movimento Studentesco, costituito da giovani infatuati dall’ideologia marxista-leninista o dalle suggestioni della rivoluzione culturale maoista.

    Le giornate trascorrono scandite da assemblee e manifestazioni, discussioni politiche e progetti di rinnovamento sociale, lezioni solo sotto il controllo delle commissioni studentesche ed esami collettivi, rivendicazione di nuovi diritti e volantinaggi, scontri contro le fazioni avverse e resistenze alle forze dell’ordine, considerate “cani da guardia della borghesia”.. Andrea Benci – venticinque anni e ormai prossimo al conseguimento della laurea in lettere – è convinto, a sua volta, che sia venuto il momento propizio per riformare le istituzioni e renderle più democratiche. Ma ritiene che l’arte debba stare al di sopra della lotta di classe, disapprova la dittature del proletariato, ogni forma di propaganda e di mistificazione storica. Ama Gozzano e Carducci, Montale e D’Annunzio. Detesta lo sperimentalismo e le avanguardie letterarie. Il suo animo è incline al fascino femminile e alla bellezza della natura, tanto da essere bollato come un  revisionista…

    Poeta e scrittore tra i più apprezzati del panorama contemporaneo, Umberto Piersanti – durante la sua lunga e prestigiosa carriera culturale – non si è mai stancato di percorrere forme letterarie diverse, ma accomunate dalla poetica della gioia di raccontare la memoria dei luoghi e dei tempi. Né hai mai avuto timore di affrontare con ardimento spinose tematiche storiche e di descrivere il disinganno della politica, come già emblematicamente avvenuto ne L’estate dell’altro millennio. In questa sua ultima opera, antiche tradizioni e nuove irrequietezze s’intrecciano nella rievocazione di un periodo storico, dando vita a una narrazione polemica e solo apparentemente disincantata, nella quale non sono rare considerazioni che fanno giustizia di riti e miti del ’68. Romanzo storico aperto e di divagante andamento, Cupo tempo gentile rappresenta infatti un’elegante presa di distanza da facile equazioni politiche, in cui il protagonista – vero e proprio alter ego dell’autore urbinate – attraversa un tempo cupo, conservando inalterato dentro di sé un senso gentile dei valori e del bello, la capacità di discernere la verità e il falso. Strumento di creativa indagine critica, questo libro rivela una volta di più come l’universo delle forme romanzesche siano una geografia che non smette mai di ridisegnarsi. Per la gioia dei lettori.

  • 25Giu2012

    Isabella Leardini - La Romagna del Lunedì

    Con il romanzo “Cupo tempo gentile” Umberto Piersanti racconta gli anni della contestazione con lo sguardo limpido di chi li ha vissuti facendosi delle domande.

     

    Sul sessantotto si è scritto molto eppure forse non si è scritto abbastanza, nel senso che il tempo forse oggi è maturo per guardare a quegli anni senza la lente deformante delle ideologie. E’ uscito da poco il nuovo atteso romanzo di Umberto Piersanti “Cupo tempo gentile” (Marcos y Marcos, 2012), in cui lo scrittore urbinate attraversa proprio gli anni della contestazione con un punto di vista che certo farà riflettere. Abbiamo rivolto all’autore qualche domanda.
    Qual è il ‘68 che lei racconta, né da apologeta né da pentito?
    Tra il ’67 e il ’69 si svolge un periodo cruciale della nostra storia. La contestazione invade non solo l’Italia, ma l’Europa, l’America, i paesi dell’Est. Si tratta di movimenti i più diversi e i più variegati che vanno dal più cupo marxismo leninismo al libertarismo assoluto e confuso dei situazionisti. C’è un’autentica ansia di rinnovamento che può prendere le strade più difformi e, talora, più assurde, ma si parte sempre da esigenze reali e sentite. I modelli di riferimento sono però degli assurdi per il mondo occidentale: in primis la Cina di Mao e della rivoluzione culturale e poi la Cuba di Castro e, soprattutto del Che, il Vietnam di Ho Chi Minh impegnato in una durissima lotta contro la presenza americana nel sud est asiatico.
    Il ’68 alleva in sé due pulsioni differenti e contraddittorie anche se non avvertite in quanto tali: un’esigenza di libertà nella scuola, nello studio, nei costumi sessuali, nel rapporto tra le classi, i ceti e gli individui: per la prima volta le donne entrano in maniera consistente nel “fare” politico, prendono la parola in assemblea, vivono insomma alla pari con i loro coetanei maschi questa volontà di presenza e di lotta. Fin ad allora in caso di adulterio le donne, e solo loro, finivano in carcere come era successo alla dama bianca nella sua storia d’amore con il grande Coppi. E per moltissimi italiani, non solo meridionali, la verginità era una condicio sine qua non per sposare una ragazza.
    Il ’68 mette tutto in crisi, si spinge talora a forme anche folkloriche e ridicole di libertarismo, ma rappresenta sempre e comunque questo ineludibile bisogno di cambiamento e di rinnovamento. Dall’altra parte però il rifarsi a modelli “dittatoriali” avvia ad un processo di cecità ideologica alla quale contribuiscono moltissimo i media e, soprattutto, gli scrittori e gli intellettuali del tempo. Sarebbe “divertente” fare una statistica per vedere chi tra gli intellettuali italiani è sfuggito al fascino della rivoluzione culturale cinese. Si distinsero tra gli innumerevoli altri Dario Fo e la Maciocchi: sono due nomi che mi vengono in mente ma totalmente insufficienti per raccontare la sbornia degli intellettuali italiani per la Cina e la rivoluzione culturale. Un giornale importante come Il Manifesto nacque in polemica con l’ortodossia del PCI e avendo come punto di riferimento non tanto la Cecoslovacchia di Dubceck quanto la Cina della Rivoluzione culturale. Ed oggi sappiamo che questo fenomeno comportò milioni di morti tra quelli ammazzati e quelli provocati dalle carestie derivate da assurde politiche economiche.
    Ecco, il mio romanzo racconta tutto questo attraverso lo sguardo del protagonista, Andrea che ha qualche anno in più dei suoi compagni e qualche dubbio in più che gli gira nel cervello. Inoltre Andrea scribacchia versi e racconti e la natura, i fiori e gli amori diventano spesso più importanti del Movimento e delle lotte.
    Con L’estate dell’altro millennio, un altro romanzo storico di grande successo, ha raccontato gli anni della guerra, ora sceglie un tempo a noi più vicino. Perché proprio questi due momenti della storia italiana?
    La guerra ha rappresentato il passaggio all’altro millennio. Siamo entrati in guerra con i biplani e ne siamo usciti con l’atomica. Prima della guerra i buoi e gli aratri in Italia superavano abbondantemente i trattori e, nelle mie campagne, i calessi con il cavallo erano abituali per preti e medici.
    Il ’68 ha rappresentato invece il primo momento di dubbio e di svolta dopo gli anni del miracolo economico, che sono stati comunque tra i più felici nella storia del nostro Paese. L’utopia prendeva il posto delle necessità quotidiane, con il suo carico di speranze e con le sue idealità. Queste ultime poi caricate di settarismo e di ideologia nutrivano una violenza che trovava la prima espressione con le spranghe non sempre e non solo usate come difesa per gli attacchi fascisti, ed in seguito nelle pallottole degli anni di piombo. Se al ’68 dobbiamo la scuola di massa, una libertà di gran lunga superiore nei costumi e negli atteggiamenti, la fine di molti pregiudizi, dall’altra parte rappresenta l’incubazione di una violenza che sarebbe sfociata negli anni di piombo. Ma il periodo tra il ’67 e il ’69 che racconto è comunque diverso dagli anni di piombo: è un cupo tempo gentile.
    di Isabella Leardini

    “LE NOSTRE TERRE”
    La contestazione tra la Romagna e le Marche
    Un autore affonda spesso la propria scrittura nella sua vita e nelle sue esperienze, dunque anche nei suoi luoghi. Questo non significa essere localistico: locale diceva un grande scrittore fa rima soprattutto in Italia con universale: che sarebbe di Pavese senza le Langhe? di Verga senza quel pezzo di Sicilia? di Saba senza Trieste? E l’elenco potrebbe continuare. Il’68 che racconto è soprattutto ambientato nelle terre tra Marche e Romagna, ma c’è anche Milano che rappresenta la scena del primo morto di quegli anni che passano da prevalentemente gentili a prevalentemente cupi. Nelle nostre zone le violenze e gli eccessi sono stati minori, ma non inesistenti. Il romanzo racconta anche un episodio vero, l’incendio dell’istituto di Filologia appiccato perché lì dentro si erano asserragliati dei giovani fascisti. Ma il romanzo racconta anche le camminate e le feste su per le Cesane, i balli a Riccione, il mare ancora intatto del San Bartolo e non dimentica che quegli anni non hanno visto solo la contestazione.
    di Umberto Piersanti

  • 09Giu2012

    Massimo Raffaeli - Tuttolibri - La Stampa

    Esistono romanzi in forma di ballata che raccontano una storia in soggettiva ma sanno catturare lo spirito del tempo. E’ il caso di Cupo tempo gentile, dove uno dei nostri maggiori poeti, Umberto Piersanti, deposita i ricordi di un ’68 vissuto in provincia e da una specola particolare, Urbino, che è il simbolo del Rinascimento, un’entità così perfetta da sembrare estranea ad ogni contingenza dello spazio-tempo.

    Nato nel 1941, poeta di spessori terrigeni che privilegia il segno netto e il canto (dunque in controtendenza rispetto alla sua generazione, come testimonia già nel ’94 la raccolta I luoghi persi, prima parte del trittico einaudiano che lo ha rivelato al grande pubblico), Piersanti ha ricostruito l’alveo e il prospetto storico da cui si origina la propria esperienza di uomo e la sua parola di poeta, prima in un libro di levità mitografica (L’uomo delle Cesane, Camunia 1994) poi in un più grande affresco sugli anni della prima infanzia, L’estate dell’altro millennio (Marsilio 2001), cui era seguito, nei modi di una predella tutta dipinta al presente, Olimpo (Avagliano 2006). Ora, Cupo tempo gentile occupa il frangente centrale, decisivo, del romanzo di formazione e perciò gli anni della giovinezza. Suo portavoce è Andrea, studente in ritardo sia sul piano di studi sia, specialmente, sulle parole d’ordine che di colpo prendono a echeggiare fra le pietre antichissime dell’ateneo feltresco. Andrea è un poeta che ancora non sospetta di esserlo, è un ragazzo chiuso nel proprio “tempo differente” dove il ritmo della grande storia è sfasato ovvero proiettato ab origine nel cielo naturale, cioè dentro un universo (piante, animali, esseri umani) il cui fiore più glorioso e struggente è il corpo femminile. Infatti Andrea partecipa alle lotte del Movimento ma il suo distacco è progressivo: egli non abiura da nulla, ma riconosce l’inerzia delle parole d’ordine, l’ambiguità di certi miti che si vogliono salvifici, il pericolo incombente della intolleranza e della violenza estremista. La sua non è una fuga, bensì la digressione progressivamente consapevole verso una alterità che divenga equilibrio esistenziale e scambio simbolico fra eguali: alla cupezza che ipoteca l’ardore della rivolta, oppone infatti una diversa impellenza e si direbbe la poetica gratuità della “gentilezza” fra gli esseri umani.
Una delle pagine più intense del romanzo rammenta la Festa degli Aquiloni che si tiene a Urbino ogni 3 di settembre, implicito omaggio a Giovanni pascoli che vi scrisse una fra le sue più celebri poesie: “E salivano i ragazzi da tutte le contrade […] Ogni contrada con tutti i suoi colori e sul viale che porta alla Pineta, stretto fra sassi e platani disposti sulle file parallele e ben ritmate, era tutto un intreccio di forme e di colori nella limpida luce di settembre”. Sono versi endecasillabi, l’emblema di una coralità diversa, di una humanitas ancora possibile.

  • 01Giu2012

    Nicola Bultrini - Il Tempo

    Quegli anni laceranti tra politica e natura. Umberto Piersanti in “Cupo tempo gentile” rivive il suo Sessantotto: protesta non violenta.

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  • 30Mag2012

    Paolo Lagazzi - Gazzetta di Parma

    Il ’68 raccontato attraverso una vicenda ambientata a Urbino. Rigoroso realismo e delicatezza psicologica.

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  • 13Mag2012

    Davide D'Alessandro - I Fatti

    Chi conosce Umberto Piersanti sa che dietro Andrea, il protagonista del suo nuovo romanzo, non si cela, bensì di rivela l’autore stesso.

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  • 28Apr2012

    Salvatore Ritrovato - pelagosletteratura.it

    Noi che sognammo un mondo più gentile. Un nuovo romanzo di Umberto Piersanti

    L’11 gennaio 2012, a Urbino, abbiamo intervistato Umberto Piersanti su Cupo tempo gentile, suo nuovo romanzo di prossima uscita presso Marcos y Marcos.

    D – Nel ripercorrere la vicenda della tua opera, si direbbe che tu arrivi alla prosa, e poi alla narrativa, a partire dalla poesia. Eppure, fra i due versanti della tua produzione vi è un rapporto più stretto e, oserei dire, simbiotico, com’è vero che i tuoi versi sono venati da un’autentica passione poematica sin dalle prime raccolte, in direzione vieppiù epico-lirica, e come dimostrò a suo tempo L’uomo delle Cesane, un vero e proprio “romanzo di iniziazione”, non solo per il protagonista, Roberto, ma anche per l’autore, voglio dire per te, tanto è vero che tornerai alla prosa narrativa con L’estate dell’altro millennio e Olimpo e, ora, con Cupo tempo gentile. Ti convince questa ipotesi? Si può dire che la prosa narrativa sia solo una via ‘secondaria’ che porta al cuore della poetica?
    R – Il romanzo e la poesia sono due maniere di guardare il mondo, dettate dall’uso dello strumento. Se io voglio raccontare la battaglia di El Alamein quale avvenuta, non la posso raccontare in versi. È vero – e vengo al cuore della tua domanda – l’occhio del protagonista riflette il mio punto di vista. Tanto è vero che io, scherzando, ne faccio sempre un poeta, magari di terza classe. Se prendi uno degli episodi più belli dell’Estate dell’altro millennio – Marco che sta entrando nella grande foresta montenegrina con il suo reparto, a caccia di partigiani, e rischia la pelle a ogni passo – ecco, egli si sofferma sulla natura, sui corvi che passano alti, sul fruscio di un daino in lontananza. Ma non coincide esattamente con il mio, in fondo è il suo punto di vista, quello di un osservatore che descrive un paesaggio. Credo perciò di non avere il difetto tipico di tanti poeti che scrivono romanzi: il mio romanzo è un’opera narrativa, piena di vicende, avventure, colpi di scena.
    D – Quanto è diverso ‘costruire’ un romanzo dal ‘comporre’ una raccolta di poesie?
    R – Vale quello che si dice per le lingue. Certe espressioni italiane non possono essere tradotte in francese o in inglese, e viceversa. Gli eschimesi hanno venti modi per dire la neve, che non riusciremo mai a tradurre. La poesia ha bisogno di una carica intensa ed assoluta, almeno nel mio caso. Sì, non è che scrivi esattamente quel che detta la Musa, ma devi essere carico; certe immagini te le porti dentro da tempo, aspettano solo una soluzione stilistica, che trovi un giorno, quando scatta l’occasione, l’urgenza. Perciò la poesia è legata fortemente all’“ispirazione”, termine un po’ antico, che però non mi impressiona, purché non venga inteso in senso mistico. La narrativa invece non può consistere in una serie di illuminazioni, ha bisogno di un progetto, di un lavoro costante nel corso della scrittura, che non esclude ovviamente la stesura di momenti lirici, passaggi poetici. Per l’Estate dell’altro millennio ho fatto delle ricerche, mi sono documentato attentamente sulla politica e la storia militare della Seconda Guerra Mondiale. Nel romanzo vi è una strutturazione che la poesia non prevede, e questo vale per la mia opera.
    D – Ci puoi dire di che cosa parla il tuo nuovo romanzo e che cosa potrebbe renderlo attuale (o inattuale) agli occhi di un lettore di oggi?
    R – Il mio romanzo si svolge tra la fine del ’67 e la fine del ’69; inizia con le prime occupazioni a Torino e termina nel novembre prima della strage di Piazza Fontana, con il primo morto del lungo periodo della contestazione, l’agente di polizia Antonio Annarumma [morto durante una manifestazione a Milano il 19 novembre 1969, n.d.r.]. Prima di questo episodio, la contestazione vive il suo momento aurorale, il momento più bello, in cui la volontà di cambiare il mondo, il desiderio di trovarsi insieme è dominante, anche se già covano le ideologie più estremiste, l’attesa di una palingenesi assoluta, con le prime avvisaglie di violenza, che segna una nuova fase nel Sessantotto, o forse proprio la sua fine a l’inizio dei così detti anni di piombo. Il mio romanzo finisce con l’inizio di questa violenza (e in particolare con l’assalto, da parte dei ‘compagni’, all’istituto di Filologia Moderna, dove si erano rifugiati dei ‘fascisti’).
    Credo che il mio romanzo sia attuale perché, a mio modestissimo parere, il Sessantotto fin qui ha prodotto poco in letteratura. Porci con le ali? Ma è del ’77, ed è un racconto garbato, anche divertito, di quegli anni. O Formidabili quegli anni di Capanna, che si risolve in un’apologia indiscriminata di quegli anni. O ancora Vogliamo tutto di Balestrini, un po’ ideologico. E tra i film? Ricordo Contestazione generale di Zampa, dei suoi film più brutti. Va bene, c’è Zabriskie point di Antonioni, che rappresenta già un’interpretazione fortemente simbolica del ribellismo giovanile. Una narrazione attenta e disincantata non è mai stata tentata. Io, con il mio romanzo, voglio narrare il Sessantotto né da apologeta né da pentito, e senza prendere scorciatoie (il giallo, il thriller, la fiction sentimentale e quant’altro), ma restituendo l’affresco storico di quel periodo, che era, sì, la contestazione delle città, ma anche altro, e penso alla fine del mondo contadino, a quella campagna verso cui pure si continua a fuggire.
    D – In questo romanzo affronti un nodo fondamentale della storia d’Italia del dopoguerra. Un nodo per molti aspetti non ancora sciolto, credo che tu sia d’accordo. Ora, se ti definissero scrittore ‘impegnato’ tu saresti d’accordo? E direttamente collegata a questa domanda: quanto questo romanzo riflette il tuo punto di vista politico sul Sessantotto?
    R – Non mi piace essere definito ‘scrittore impegnato’. La parola engagé è ormai connotata in modo ideologico. Appartengo a un’area progressista moderata, e considero il poeta inserito nella società. Sono lontano dall’idea che un romanzo debba cambiare le cose; esso è innanzitutto letteratura. Se tu mi parli di una vena civile, sono d’accordo. Il mio romanzo getta uno sguardo preciso sul Sessantotto, e in generale sulle trasformazioni della società, sulla condizione delle donne, su una certa fraternità d’animo, e mette in luce il momento in cui le speranze di una rivoluzione culturale del Sessantotto furono sorpassate da una lotta violenta e sanguinosa, sulla quale purtroppo scommisero molti intellettuali, eleggendo terribili dittatori a icone del movimento. Sì, questo romanzo riflette il mio punto di vista su quegli anni. Non a caso, nel titolo del romanzo, ritorna un mio verso: «Noi che sognammo un mondo più gentile», che piaceva tanto a Remo Pagnanelli.
    D – Credi che un romanzo, o se vogliamo un’opera letteraria, possa tuttora ambire a dire qualcosa di nuovo sulla storia che viviamo? Cioè, possa presentarsi con l’ambizione di un testo che non deve solo intrattenere, ma deve far pensare, riflettere, porre delle questioni? E in che misura questi elementi di criticità valgono per il tuo nuovo romanzo?
    R – Il primo compito di un romanzo è di essere un bel romanzo. Ma non basta. Ogni grande romanzo pretende di interpretare il suo tempo, attraversando i campi culturali più diversi, dalla politica alla religione, ed è un’opera complessa, che ci consente di capire meglio la storia di un certo periodo (penso, per esempio, a Niente di nuovo sul fronte occidentale di Remarque). Non credo nel romanzo come puro intrattenimento, che oggi trova riscontro anche nell’indice di ascolto delle fiction televisive. Vi sono romanzi senz’anima. Penso a Durante di Andrea De Carlo, che sarebbe ambientato nelle campagne dell’Appennino, ma non ho trovato nulla che mi confermasse questa premessa. Potrebbe svolgersi anche altrove, chissà dove. Io sono rimasto a un’idea diversa di romanzo. Sono legato all’ultima grande generazione del Novecento, che ha visto e vissuto la guerra: Pasolini, Calvino, Volponi. Mario Luzi elogiò la mia Estate dell’altro millennio, e in particolare era stupito che io, che vissi la guerra solo da bambino (sono nato nel ’41), compresi molto bene i sentimenti di quell’età e l’animo degli uomini che la vissero.
    D – Una curiosità intorno al tuo romanzo – che rientra forse nell’ambito della Sociologia della letteratura (materia che tu conosci bene, dal momento che l’hai insegnata per anni all’università) – riguarda il rapporto con l’editore. Come sei arrivato all’editore Marcos y Marcos? Pensavi che altri editori potevano essere interessati? Sei stato seguito da un editor che ti ha consigliato di ampliare o di tagliare certe scene in rapporto al loro appeal sul lettore?
    R – Ho mandato il mio romanzo a diversi editori. Alcuni mi hanno risposto, altri non mi hanno neanche degnato di una risposta. Che per cortesia si dovrebbe sempre dare. Ormai l’editoria italiana, soprattutto quella grande, mi pare inseguire un certo modello americano, scatenata a inseguire il romanzo di successo, che l’anno dopo nessuno più ricorda. Il problema però non è solo l’editoria, è anche il pubblico, che non c’è, o meglio che è numericamente debole. In Italia si legge poco, e ai pochi lettori è facile imporre nomi che hanno una certa risonanza mediatica. Solo una élite sa apprezzare ancora romanzi come Il Gattopardo. Gli italiani amano la spettacolarizzazione dell’evento letterario, cui la letteratura migliore – soprattutto la poesia – non sempre possono sottomettersi. Succede, allora, che scrittori importanti in altri paesi, addirittura degni del nobel (penso a Le Clézio e a Transtromer), da noi siano editi da piccoli editori, o incredibilmente ignorati. La scelta di un editore come Marcos y Marcos è stata determinata anche dalla mia personale esigenza di difendere il mio spazio creativo dagli editor e di avere un rapporto sincero con l’editore. Non avrei mai accettato, così come si stava già prefigurando nel contatto che ebbi con alcuni grandi editori, di aggiungere scene di sesso o qualche omicidio per costruire un giallo e catturare meglio l’attenzione del lettore; avrei tradito non solo il romanzo, ma anche me stesso.
    D – Ricapitoliamo, dunque, la tua produzione narrativa. Il primo romanzo è una sorta di “affresco” lirico e realistico, elegiaco e visionario (prendo gli aggettivi dalla quarta di copertina) della vita fra Montefeltro e Cesane, Urbino e campagna, fra gli anni Quaranta e Settanta. Il secondo romanzo è di genere storico. Il terzo punta allo scavo sentimentale-psicologico di un teso rapporto intergenerazionale. Infine, questo quarto romanzo, che pure parla di una storia d’amore, potrebbe essere avvicinato al filone inventato non molti anni fa per il cinema italiano così detto “politico-d’inchiesta”, e collocato magari nella tradizione del romanzo “storico-d’inchiesta”. Ti trova d’accordo questa ricostruzione?
    R – Direi di sì. Cupo tempo gentile è un affresco di un periodo non lontano della nostra storia, i cui nodi non possono dirsi affatto risolti, così come lo sono in parte quelli delle due guerre mondiali. Vorrei però dirti anche ciò che accomuna tutti questi romanzi, al di là delle specificità che tu metti in evidenza. Vi è un bisogno di capire il mondo e insieme di fuga dal mondo in tutti i protagonisti dei romanzi, dall’Uomo delle Cesane ad Andrea, il nuovo protagonista di Cupo tempo gentile. Vi è lo stesso sguardo, convinto ma anche disincantato, razionale e pure sognante, che parte dall’orizzonte urbinate, tra Montefeltro e Cesane, e si allarga via via agli Appennini, all’Italia. Vi è poi la mia idea, fondamentale anche nella poesia, di mettere a confronto le mie radici con il mondo, che è più di uno sfondo, costituisce un orizzonte imprescindibile nel quale prende senso il mio discorso sulle radici. la mia narrativa ha questa continuità nello sguardo dei protagonisti – da Roberto a Marco, a Luca, ad Andrea [nomi dei protagonisti dei quattro romanzi di U. P., n.d.r.] – che mi assomigliano in quanto tendono, per quel che la storia che essi vivono permette, ad abitare poeticamente il mondo.