Cavina

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  • 07Apr2015

    Francesca Fanelli - Corriere dello Sport

    Come un romanzo. Forse di più. Pennac perdonerà l’uso improprio di questa figura. Ma, se provate a immaginare calciatori in pantaloncini e scarpini con un libro sotto il braccio, allora dovete davvero scavare nella mente per farvi venire un’idea. Geniale. Eccola: si chiama #ioleggoperché.

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  • 06Dic2014

    Gabriele Ottaviani - Mangialibri

    Simpatico, alla mano, sincero, con i jeans e la maglietta dei Metallica. E un gran talento di scrittore: lui è Cristiano Cavina e lo abbiamo incontrato a Roma nei giorni della Fiera della piccola e media editoria dell’EUR.

    Sempre vestito per omaggiare il Professor De Mauro (il riferimento è a un aneddoto raccontato anche nel libro La pizza per autodidatti: il look non proprio ortodosso sfoggiato soprattutto nelle serate delle premiazioni letterarie più importanti, come quella condotta da Serena Dandini, bravissima, che però inavvertitamente una volta lo scambiò per un tecnico del suono, era accolto a suo dire ogni volta dall’insigne linguista con sguardi di cupa disapprovazione) eh?
    Assolutamente, sempre in abito da Strega! (ride) Anche se di solito ho la maglietta dei Sex Pistols, e invece oggi per Più Libri Più Liberi ho scelto i Metallica!

    Qual è stata la molla che ti ha portato a scrivere La pizza per autodidatti, questo manuale-non manuale, ma qualcosa di molto più profondo?
    Più che una molla direi una catena, i vent’anni di militanza alla pizzeria “Il Farro” di mio zio. E come tutti i miei libri, sapevo che l’avrei scritto. Pensa che era un mestiere che odiavo. Quando cominci, e hai diciott’anni, il pizzaiolo è un mestiere che ti fa venire un po’ d’acido: la sera gli amici escono e tu non puoi, a Natale lavori… Però poi ho cominciato a sentire che era il mio posto.

    Perché?
    Perché non facevo casini. Io ho sempre fatto casini nella mia vita, e poi non ero buono a giocare a pallone, una volta che suonavo in un gruppo m’han cacciato, litigavo, i problemi con le ragazze… Invece, quando zio è passato dall’altra parte e mi son trovato io davanti al forno a legna, ho visto che ci stavo bene. Che lo sapevo fare bene, il pizzaiolo. Certo, qualche pizza l’ho bruciata, anche perché il forno a legna è capriccioso, però imparare un mestiere è sempre importante, ed è stato davvero molto utile per il mio carattere.

    Tra l’altro, hai iniziato a lavorare come pizzaiolo e a scrivere più o meno nello stesso periodo…
    Sì, esatto.

    Lo scrittore e il pizzaiolo sono due mestieri che hanno entrambi una dimensione creativa. Altri punti di contatto?
    Ah guarda non lo so, non ci ho mai pensato! (ride) Anche perché tutti mi dicono: “Ah, ma tu quando sei in pizzeria osservi, guardi, raccogli materiale…”. Io non ci penso proprio!

    Sei concentrato a fare bene il tuo lavoro…
    A parte quello, ma poi le storie ti si sedimentano da sole dentro! È quando scrivi che ti ritorna in mente: “Ah, ma quel cliente…”.

    Ma quindi è vera anche la storia del turista tedesco che entra in pizzeria e ordina una pizza pomodoro, mozzarella e ananas e la accompagna con un cappuccino?!?
    Sì. Tutto quello che c’è nel libro è realmente accaduto. Tu hai detto che La pizza per autodidatti è un manuale-non manuale: è perché c’è una parte molto spiegata, ma mi piaceva che filtrassero anche i racconti, narrare il mio paese, che è simile a tanti altri, dove ancora si coltiva la santoreggia e hai il tarassaco sul balcone. E poi c’è la psicologia della pizza, perché è vero che certe facce, certe persone, certi caratteri si rispecchiano in certe pizze. D’altra parte io sono dieci anni che faccio presentazioni di libri, ma alla fine spesso le persone non mi chiedono dei libri, ma vengono e mi dicono: “Il mio forno a legna si scarica presto”, “L’impasto è pesante”… E allora ho pensato: “Beh, ma allora glielo scrivo, così magari è utile a tutti: il lievito, l’impasto… Sono cose che conosco…”.

    Quant’è importante per te, che sei un malato di America – e parli con uno che ha le pareti di casa tappezzate di targhe automobilistiche americane – la dimensione della provincia?
    Tutto. Perché per me non è la provincia. È casa. È il mio mondo. Io cerco sempre di non stare via più del necessario. Roma è bellissima, tutte le città sono bellissime, sono tutte più belle di Casola (Valsenio, provincia di Ravenna, ndr), ma Casola è Casola. Ci sono nato, ci vivo, so che ci morirò o che quantomeno ci sarò sepolto. È come il Sangiovese. Lo puoi pure piantare nel deserto o in una foresta tropicale e farlo crescere, ma non sarà più Sangiovese. Il Sangiovese deve stare sulla sua collina. Io sono Sangiovese e sto sulla mia collina. Orhan Pamuk ha detto che a volte un luogo è il destino di un uomo. Casola è il mio destino.

    Cosa scriverai prossimamente?
    Te lo direi, ma non posso, porta male! Però qualcosa di nuovo uscirà sicuro prima di settembre. Tre libri in due anni… Poi non scriverò più per altri venti…

    Beh, ma noi li aspettiamo i tuoi libri!
    Eh, ma io sono pigro e cialtrone!

    E hai scelto di fare lo scrittore e soprattutto il pizzaiolo, che è un mestiere faticosissimo?
    Ma Casola è piccola, non fai mai tardi! Son duemilaottocentosettanta abitanti…

    Proprio piccina piccina…
    Già. Ma di duemilaottocentosettanta non ce n’è mica uno normale! Tutti mi dicono: “Prima o poi le storie da raccontare finiranno…”. Macché! Finisce prima Roma.

  • 09Lug2014

    Chiara Ruggiero - librofilia.it

    Da bambino sognava di fare il missionario o il frate cappuccino per finire invece a fare il pizzaiolo-scrittore.
 Oggi, Cristiano Cavina è uno scrittore amatissimo dai lettori -soprattutto di sesso femminile- che macina un successo letterario dopo l’altro.
 Il merito della sua fama è dovuto principalmente alla sincerità che Cristiano Cavina mette in tutte le sue opere, quasi sempre contraddistinte da elementi autobiografici e all’ironia con la quale descrive sé stesso e i personaggi dei suoi libri.

    Cristiano Cavina si autodefinisce selvatico e coraggioso eppure dietro quella figura possente e anticonformista si nasconde un duro dal cuore tenero e con l’animo nobile profondamente ancorato alla sua terra e alle sue radici.
 Ecco perché i lettori impazziscono per lui e perché ogni suo libro scalda il cuore, solletica la fantasia e balza sempre in cima alle classifiche di vendita.
    Cristiano Cavina è un mix perfetto di fascino e talento e a Librofilia si racconta cosi.

    - Da bambino cosa sognavi di diventare “da grande”?
    Non ricordo di aver avuto sogni precisi, però so che volevo diventare missionario, perché passavo buona parte della mia vita a messa con mia nonna Cristina. Sono diventato chierichetto molto presto. Poi a sette anni ho visto al cinema Guerre Stellari e visto che a Casola c’erano i frati cappuccini, ho confuso i cavalieri Jedi con loro, avevano le stesse tonache marroni e pensavo che se fossi diventato frate mi avrebbero dato anche a me una specie di crocifisso laser. Da adolescente invece volevo diventare una rockstar.

    - Qual è stato in assoluto il primo libro che hai letto e che ricordi?
    Il primo libro che ricordo di aver letto lo presi dall’armadio ministeriale che marciva in fondo all’aula della nostra classe alle elementari. Era un libro della serie Le avventure di Pandi ma il libro che ha fatto di me un lettore per tutta la vita, l’ho letto a 12 anni in ospedale: I ragazzi della Via Pal.

    - Come sei stato scoperto dai tuoi editori?
    Un’amica ha mandato a varie case editrici dei miei racconti. La Marcos y Marcos mi contattò poche settimane dopo, perché uno di quei racconti gli era piaciuto tantissimo e avevano intenzione di metterlo in una antologia di racconti sul Natale. Poi mi chiesero se scrivevo anche romanzi. Era il 2002. Io avevo già scritto tipo una decina di romanzi, quasi tutti thriller o horror, ma da un po’ di tempo avevo trovato la mia voce per raccontare le storie a cui tenevo, così gli mandai quello che avevo appena scritto, che raccontava -più o meno- i miei anni da bambino senza padre alle case popolari e che si intitolava Alla Grande. Lo pubblicarono.

    - Hai qualche mania come scrittore?
    Non si parla mai con nessuno del libro che stai scrivendo, questa è una. Poi devo sempre tenere il quaderno di fianco al portatile mentre scrivo. E poi, ma non so se è una mania che ha a che fare con lo scrivere, sono un malato di cancelleria, non resisto alle matite, alle penne, alle gomme e ai temperini. Ne ho a miliardi.

    - Ascolti musica mentre scrivi?
    All’inizio si, però sono anni che non ne ascolto più.

    - Cosa ne pensi dell’editoria a pagamento?
    Tanti anni fa, pubblicai il mio primo libro a pagamento. Ero un ragazzo però facevo due lavori e avevo qualche soldo da parte e visto che nessuno pubblicava i miei orrendi thriller, me lo pubblicai da solo. E’ il mercato, non ne penso male. Se uno ha voglia di pubblicare un suo libro, ha i mezzi, e sa cosa succederà: se non viene preso in giro, non ci trovo niente di male. Ho conosciuto un ragazzo, un mio lettore, che è venuto a chiedermi consigli su questo, in pizzeria. Lui scriveva fantasy, ma veniva sempre rifiutato. Così mi ha fatto vedere una proposta di pubblicazione a pagamento, non mi sembrava niente di particolarmente costoso e l’edizione non era male. Lui ha pubblicato il suo fantasy e visto che è appassionato, ha iniziato a girare i raduni di amanti del genere con il suo banchetto di libri e in un anno ha finito la prima edizione. Sono stato molto contento per lui.

    - Cartacei o e-book?
    Ci sono certi libri di certi autori che li desidero solo su carta, non potrei mai riuscire a leggere Dumas sull’iPad, altri che li prendo solo su e-book, specialmente quelli di genere, per un motivo di spazio, leggo così tanto che non saprei dove mettermeli.

    - Cosa consiglieresti ad un aspirante scrittore?
    Ci solo tre buoni consigli da dare a un aspirante scrittore: scrivere sempre, perché è quello che fa la differenza, la voglia di sedersi a macinare parole. Leggere tantissimo e imparare dagli scrittori che ti piacciono. Stare lontano dagli avverbi. Come dice Stephen King: la strada per l’inferno è lastricata di avverbi.

    
- Un motivo per il quale consiglieresti a tutti di leggere i tuoi libri?
    Non consiglio mai di leggere i miei libri, nemmeno ai miei incontri di presentazione, ci sono così tanti bei libri da leggere.

    - Qual è l’oggetto dal quale non ti separi mai?
    Le chiavi delle case popolari che porto agganciate con un moschetto ai passanti della cintura e ahimè, il pacchetto di sigarette e l’accendino.

    - Un film, un libro e una canzone per te fondamentali?
    Big Fish di Tim Burton, Il libro degli abbracci di Eduardo Galeano e Alive dei Pearl Jam.

    - Autori che stimi in assoluto?
    Stephen King, Natalia Ginzburg, Giovannino Guareschi, Goffredo Parise, Victor Hugo, sua altezza imperiale il mio amatissimo Alexandre Dumas padre e il padre di tutta la narrativa moderna e contemporanea Mark Twain.

    - Cosa stai leggendo in questo momento?
    Tantissima fantascienza, un mucchio di fantascienza!

    - Quali sono i tuoi progetti futuri?
    Non si parla mai di quello che stai scrivendo! Regola numero uno!

    - Dovendoti descrivere in soli tre aggettivi, quali utilizzeresti?
    Non saprei, una delle cose che tutti mi hanno detto più spesso, sopratutto mia mamma e le ragazze, è che sono selvatico. Ma credo che gli aggettivi più esatti me li abbia affibbiati a un festival di Mantova tanti anni fa Boris Spasky, il famoso campione mondiale di scacchi, con cui giocai una partita. Alla fine mi disse: sei molto ingenuo, e molto coraggioso. Quindi penso di essere così: ingenuo, coraggioso, selvatico.

  • 16Mag2014

    Veronica Ventura - quotidianodigela.it

    Gela. Cristiano Cavina alla lavagna! All’auditorium Piano Notaro, stamane lo scrittore romagnolo si è fatto interrogare   sul suo ultimo libro, Inutile tentare di imprigionare i sogni,  dagli studenti della IV A e della IV B del liceo scientifico e linguistico guidati nella lettura e nella sua interpretazione dalla docente di lettere Maria Concetta Carfì.

     

    Il narratore pizzaiolo, come ama definirsi,  ha così risposto agli interrogativi più tosti;   quelli formulati da Giulia Scembri, Roberta Palmeri, Emanuele Cannata, Giulia Pausata, Chiara Martellino, Sara Sauna, Rachele Fecondo, Chiara Insulla, Roberta Ventura e Davide La Folaga, mediati dalla webwriter Laura Caponetti e dalla dirigente scolastica Angela Tuccio che, insieme alla dirigente amministrativa Francesca Tona ha sposato l’idea di un incontro più umano che didattico, sotto il vigile scatto della fotografa Miriam Alè.
    Con un linguaggio semplice e uno slang catalizzante, Cristiano ha condiviso così esperienze personali, aneddoti divertenti, gag di vita di un giovane pizzaiolo, ex chierichetto,   aspirante frate e chitarrista autodidatta;   nato in una casa popolare di un comune di 1800 abitanti che,   guidato dall’esempio della cattolicissima nonna analfabeta;   dalla zappa del nonno playboy , dalle “rompi” imposizioni della madre e   soprattutto da un innato amore per la lettura, è riuscito a sopravvivere a 5 anni di Itis e a divenire ciò che è oggi:   un lettore che ama scrivere “cose che conosce da vicino”.
    In un clima scanzonato,  il dialogo ha offerto diversi spunti di riflessione : sulla lettura e sulla sua importanza, per esempio ; sulla sofferenza provocata dalla mancanza di alcuni di punti di riferimento e sulla straordinaria possibilità di ritrovarli in Dartagnan,   in Cyrano de Bergerac, o in qualsiasi altro libro ci induca ad ascoltare una voce narrante che ci spieghi, che ci regali qualcosa.
    Al suggerimento dei consigli giusti, la risposta di Cristiano:   “ Non ho consigli da darvi. Non siete prefabbricati come mobili Ikea e non siete corredati da istruzioni per l’uso. Vi auguro che troviate da soli la vostra strada e che attraversiate quella in cui gli errori non mancano. La vostra non è una generazione di “sdraiati”; siete avanti perché vivete in un mondo in cui oramai è difficile far sopravvivere stupore e meraviglia. Sappiate che in questo mondo, il talento non è nulla. Contano le braccia e la fatica impiegata per mettere a punto quel talento. Io per esempio ho scritto milioni di pagine prima di arrivare a scrivere come scrivo, anche se venivo preso per scemo. Ecco cosa vi auguro: di trovare qualcosa che vi renda scemi, che non vi distolga per niente al mondo dal fare, anche se il mondo vi dice che è sbagliato”.

  • 15Nov2013

    Cristiano Cavina - Smemoranda 2013

    Il Loson mi picchiava sempre, quando ero piccolo. Lui aveva qualche anno in più di me e apparteneva a una tribù di bocciati a vita che infestava la zona della Palestra comunale: ammazzavano il tempo fumando di nascosto dietro alle scale dell’uscita d’emergenza.

    Quando noi passavamo in bicicletta da quelle parti, loro ci facevano l’agguato e ci abbattevano a spallonate uno dopo l’altro, come le paperelle al tiro a segno delle giostre.
 Ogni sabato pomeriggio facevano delle retate come gli schiavisti; ci catturavano e poi ci obbligavano a fare penitenza per guadagnarci la libertà, tipo costringendoci a entrare in chiesa e urlare una parolaccia. Noi eravamo tutti chierichetti, e dopo non dormivamo la notte per i sensi di colpa; io pensavo che un fulmine mi avrebbe incenerito da un momento all’altro, per colpa della mia fede che vacillava quando Loson e la sua tribù ci catturavano. 
Adesso sono passati tantissimi anni, e molte cose sono cambiate; è un po’ come un luna park, le cose e le persone entrano nella nostra vita, si guardano attorno, fanno qualche giro sulle nostre giostre e poi se ne tornano a casa loro. Nessuno mi abbatte più come una paperella al tiro a segno, quando passo in bicicletta, e anche la mia carriera di chierichetto è andata a farsi benedire, dopo che il parroco mi ha espulso dalla messa durante l’omelia quando avevo tredici anni.
 Il Loson non se n’è andato mai: non so perché. Lui è sempre il bullo che mi terrorizzava da piccolo e io in fin dei conti sono sempre il bambino con la paura che un fulmine mi centri in pieno per tutti i miei peccati; conosciamo entrambi i nostri difetti e ho l’impressione che stiamo bene proprio per questo: son buoni tutti ad affezionarsi alle cose perfette di una persona, ma solo i grandi amici vanno d’accordo con gli ingranaggi arrugginiti del tuo cuore.
 Io e il mio migliore amico Loson ci incastriamo che è una meraviglia, e ci teniamo su a vicenda. Siamo una minuscola tribù, ma riusciamo ancora a combinare un sacco di disastri.

  • 14Nov2013

    Cristiano Cavina - Smemoranda 2009

    Gli SMS che più mi piacevano erano quelli che mi mandava 5, 3 quando le toccavano i compiti in classe di italiano.
    Mi facevano sentire speciale, brillante; una specie di principe azzurro sempre pronto a salvarla all’ultimo minuto, solo che invece di sfoderare la spada e uccidere il drago che la teneva prigioniera, dovevo semplicemente spiegarle in 160 caratteri l’Orlando Furioso e, come scriveva lei nei suoi messaggi, ‘qlkenotabiodiLdvArstplease!!’. Interrompevo il mio lavoro, o qualunque altra cosa stessi facendo in quel momento, e incominciavo a pigiare sui tasti del telefonino come se ne andasse della mia vita.

    5, 3 era molto più giovane di me, e anche il suo italiano; così io prima scrivevo il mio messaggio in maniera corretta, poi lo condensavo togliendo gli spazi, sostituendo con la K tutti i CH, eliminando di peso tutte le Q e le U, togliendo le I alle preposizioni semplici e accorciando l’accorciabile finché l’Orlando Furioso diventava l’OrFur e Ludovico Ariosto veniva ridotto a quel misero LdvArst, che sembrava più un frammento di codice fiscale che il nome di uno dei pochi geni della nostra letteratura. 
In un certo senso era come partire dalla bella copia e rovinarla, prosciugandola, fino a giungere alla brutta.
    A volte 5, 3 si concedeva una botta di vita, e sceglieva la traccia di attualità: allora era più semplice risponderle. Non dovevo riavvolgere il nastro della memoria fino alla fine degli anni ottanta, quando frequentavo le superiori, per rispolverare le mie dissestate nozioni di Italiano. Le spedivo al volo un SMS che conteneva il riepilogo del fatto di cui doveva parlare, e un paio di idee su come svilupparlo.
    Dopo un minuto mi arrivava la risposta: ‘OKepoi?’. Sorridevo. 
I suoi messaggi erano fenomenali, nel tirarmi fuori dei sorrisi.
    Le inviavo subito un altro SMS zeppo di idee e opinioni, qualche consiglio volante su come infarcire un testo e trovavo anche il tempo, tra me e me, di gonfiare il petto, perché mi sentivo particolarmente maturo, un uomo vero: questo non poteva non far innamorare ancora di più la diciasettenne seduta al suo banco di scuola, che in quel momento cercava disperatamente di nascondere il telefonino alla vista a raggi x della professoressa.
 Mi sentivo invincibile e innamorato.
    E poi 5, 3 era sveglia da far paura, e i suoi temi alla fine andavano sempre bene. Ne ero davvero orgoglioso, come fosse una bellissima e rara pianta che stessi con grande cura coltivando. 
Ma evidentemente non doveva essere un granché il mio pollice verde, perché quella bellissima e rara pianta un bel giorno si è stancata. 
Non aveva più bisogno delle mie cure, evidentemente. 
Niente più principe azzurro che sfodera il telefonino per soccorrerla dal drago durante i compiti in classe di Italiano.
 Niente più 5, 3. Ci chiamavamo così, tra noi, perché era la chiave in cifre di un rebus che le avevo scritto e disegnato per dirle che l’amavo; 
INSERIRE DISEGNO
La prima parola è di 5 lettere, la seconda di 3. 
Se non riuscite a risolverlo ve lo dico subito: A/MORE MI/O).
 E quello che mi manca di più, lo so che sembra stupido, ma quello che proprio mi manca di più è lo scampanellio del mio cellulare quando arrivava uno dei suoi SMS zeppi di K, privi di Q e di U, con foreste di punti esclamativi: suonava in maniera diversa, ecco tutto. 
Non so come spiegarlo, ma è così.
    Il mio telefonino saltellava come un bambino a natale, prima di aprire i regali.
 Sembrava proprio felice.
 Io, di sicuro, lo ero alla follia.

  • 14Nov2013

    Cristiano Cavina - Smemoranda 2011

    Ecco tanto per gradire le tre giornate più belle della mia vita:
    3) 
A tredici anni mi vergognavo troppo a parlare con le ragazze, e preferivo giocare a calcio o truccare il motorino in garage; poi mi innamorai perdutamente, e dopo un anno di dubbi, mi decisi a chiederle se voleva mettersi insieme a me. Lei rispose: “Sei simpatico, ma ti preferisco come amico”. Mi sentii come le patatine fritte, qualcosa che non può essere la portata principale.

    Qualcosa che non basta. Mi sarei ucciso. Poi, molti anni dopo, quella ragazza venne da me, e mi chiese se le piacevo e se volevo stare con lei, e io mi sentii Superman e le dissi: “Sei simpatica, ma ti preferisco come contorno.” Un giorno bellissimo.
    2) A Natale tutta la famiglia si riuniva da noi, alle Case Popolari, perché con noi abitava la Nonna, che comandava tutti quanti. Venne anche mio zio Antonio, che abitava a Roma, e si presentò con uno scatolone gigantesco. “È il tuo regalo” mi disse. E io pensai: “Cosa me ne faccio di un frigorifero?”
 Cercai di non pensarci durante la cena, poi, quando toccò a me, cominciai ad aprirlo. Era pieno di fogli di giornale. Che fregatura. Stavo quasi per mettermi a piangere dalla rabbia, quando dal fondo comparve il sogno di una vita, una bellissima chitarra elettrica bianca, un modello tarocco di Fender, con tanto di tracolla. Fantastico. Per dire quant’era grande lo scatolone: sotto la chitarra, c’era pure l’amplificatore…
    1) Inizio giugno, una mattina che non dimenticherò mai. Da cinque ore fissavo l’orologio sulla parete e mi sembrava che le lancette fossero pesantissime, che facessero una fatica tremenda a spostarsi; quella dei minuti mi sembrava la cosa più lenta dell’universo. Pareva che i secondi girassero a vuoto. Nemmeno sentivo le parole intorno a me, le sedie che ogni tanto strisciavano sul pavimento, le urla nei corridoi. Fissavo quell’orologio che pareva scolpito nella pietra, immobile. Ma incredibilmente arrivò all’una, non so come: ci fu un attimo di sospensione, come un respiro trattenuto, temetti che non passasse mai, e quando stavo per soffocare, esplose esultante la campanella, come il coro degli angeli in paradiso. Facevo la quinta superiore. Ultima ora di lezione. La scuola era finita. Finita!

  • 14Nov2013

    Cristiano Cavina - Smemoranda 2012

    Akela mi aveva detto che se volevo prendere anch’io la pelle da Lupetto avrei dovuto fare la cacca bianca.
 Mi disse proprio così.
    “Oh, se dopodomani vuoi prendere la pelle, devi fare la cacca bianca.”
    Per poco non mi venne un colpo.

    Dopo, andai a confidarmi col mio amico Donna.
    “Cacca bianca?” fece lui.
    “Già. Bianca.”
    “Mai sentito.”
    Era proprio quello il problema.


 Era una settimana che eravamo in ritiro nella casa dell’Arci a Piancaldoli, a prepararci meglio per la Promessa.
 Akela, il primo giorno, aveva inchiodato al portone del fienile un cartellone con tutti i nostri nomi incolonnati, divisi per sestiglie.
 I sei Fulvi in alto, i Neri appena sotto e noi dei Pezzati giù in fondo, più o meno all’inferno.
 Di fianco a ogni nome c’era una fila di sette caselle, una per ogni giorno di ritiro prima della Promessa.
 Quelle che seguivano i nomi dei Fulvi, al sesto giorno, erano tutte immacolate, due impreziosite perfino con note di merito, al capo e al vice.
 I Neri avevano già qualche brutta croce rossa sparsa qua e là.
 Dalle nostre parti sembrava un cimitero. 
Il mio nome era l’ultimo del cartellone, perché ero Rimbambito di Sestiglia.
 C’erano più croci di fianco al mio nome che a Re di Puglia.
 Anche le caselle di fianco al nome di Donna erano una via Crucis di segni rossi e lui faceva finta di fregarsene, ma si vedeva che stava male.


 Chiesi a Rigo, il capo dei Fulvi, dei lumi sulla faccenda.
    “Allora?”, gli chiesi quando lui smise di rotolarsi per terra.
    “Allora che?”
    “Allora, cosa faccio per la cacca bianca?” gli chiesi.
    “Non ne ho idea”, disse, poi si ributtò a terra.
    La cosa diventava via via più pericolosa.
 Rigo era passato con ottimo, in prima media, e aveva la casa arredata a enciclopedie; ai miei occhi stava appena un gradino sotto Dio.
 Era l’unico mortale che mi avrebbe potuto aiutare.


Già mi vedevo tornare a casa il lunedì e scendere dal pulmino nel piazzale della chiesa gremito di parenti. Tutti i miei amici sarebbero corsi dai loro genitori mostrando al collo la Pelle da Lupetto verde Amazzonia. 
Mia madre si sarebbe messa a piangere. 
Lei era stata guida scout e preservava da anni il suo cinturino di cuoio inciso a mano; attendeva di consegnarmelo in pompa magna per tenere stretta la mia pelle da Lupetto.
 Un mese prima quasi sveniva, quando avevo portato a casa lo splendido “sufficiente” a fine scuola.
 Il preside aveva spinto così tanto sulla penna che pareva un bassorilievo.
 Belle soddisfazioni che le davo.
 Dovevo assolutamente fare quella cacca bianca, e alla svelta.


 Quando facevamo le uscite a Piancaldoli ci seguiva sempre almeno una suora, per evitare che morissimo di stenti. 
Akela sapeva far ridere, costruire un ponte di corde su un torrente, usare la bussola in una tempesta magnetica e riusciva miracolosamente a impedire che ci uccidessimo a vicenda durante le battaglie ad Alce Rossa, ma davanti ai fornelli tornava a essere il brufoloso trentenne fuoricorso che ancora viveva con i genitori. 
Così l’Arciprete distaccava dal convento delle Orsoline una suora che ci cuocesse i due pasti quotidiani.
Quell’anno ci affibiò suor Gianna, che ci odiava a morte. 
Era quella che ci faceva dottrina dopo la scuola, il sabato.

 Martedì, il secondo giorno di ritiro, ci aveva cucinato una delle sue porcherie. 
Suor Gianna aveva cotto un pentolone di maccheroni, un barile di pasta per trenta ragazzini affamati, e lo aveva condito con un solo pomodoro. Ci odiava, suor Gianna.

 La vigilia della Promessa ero così agitato per quella cacca bianca che andai in cucina a chiedere un consiglio a Suor Gianna.
 Non ero Rimbambito di Sestiglia per niente. 
Era come se Hansel e Gretel avessero chiesto alla strega dove si trovava la pasticceria più vicina.
    “Cosa vuoi combinare?” mi chiese appena entrai. 
Mi parve di sentire gli schedari del suo cervello aprirsi fragorosamente. Dovevo avere una fedina penale lunga fino a Milano Marittima.
 Davanti a quella donna non riuscivo a non sentirmi colpevole. 
Mi si piantava una cosa nella gola, come se avessi mangiato un’albicocca senza cavarle il nocciolo:
    “Avrei un problema”, cercai di dire.
    “Cos’hai rotto?”
    Smise di mescolare un qualcosa dentro ad un pentolone di zinco.
 Avevo già visto quella scena, in molte illustrazioni nei libri di favole.
    “Niente ho rotto” dissi, “ è per via che devo fare la cacca bianca.”
    “Mi prendi in giro, che cacca bianca…”
    Un bagliore del paiolo di zinco gli illuminò gli occhi. 
Tirò fuori un sorriso. 
Non so da dove, ma mi tirò fuori un sorriso. 
Sembrava una coltellata, sulla sua faccia.
    “Ah, sì, la cacca bianca,” disse.
 Mescolava soddisfatta la sua pozione.
    “Sa qualcosa”, pensai.
    Mia mamma non avrebbe pianto, nel cortile della chiesa.
    “Come devo fare?” chiesi.
    “Beh, lo sanno tutti. Bisogna bere la candeggina.”
    Ve l’ho detto, non ero Rimbambito di Sestiglia per niente.

 Mi procurai la candeggina di nascosto e mi appartai con Donna, buon’anima.
    “Mio fratello ci ammazzava i grilli”, disse Donna.
    “Mica sono un grillo.”
    Donna annusò la candeggina dentro al bicchiere.
    “Però dicono che i grilli resistono alle bombe atomiche.”
    Questa era una cazzata. 
I grilli non resistevano neanche alle scoregge.
    “Non resistono neanche alle scoregge”, gli dissi.
    “Boh. Mi pareva che resistevano alle bombe atomiche.”
    I ragionamenti di Donna erano contorti. Del resto era passato con “quasi suff.”, a scuola.
    “Donna, se resistono alle bombe atomiche, come faceva tuo fratello a ucciderli con la candeggina?”
    “E’ un segreto, non te lo posso dire.”
    Questa era la sua frase preferita.
    “Stai bene?”
    “E’ un segreto”, biascicai.
 Avevo delle fitte alla pancia e la faccia di Akela mi sembrava gonfia come una mongolfiera.
    “Oh, stai bene?” chiese qualcuno degli altri che erano lì attorno.
    Mi sembrava di vederli attraverso una fitta nebbia: “Non ve lo posso dire”, blaterai.
 Per il momento sembravano preoccupati, ma non mi facevo illusioni, tempo di rimettermi in piedi e mi avrebbero preso per il culo a sangue.
 Akela mi guardava con paura. Gli tremavano gli angoli della bocca.
    “Perché lo hai fatto?” disse, “Sei ancora così giovane.”
    “Cacca bianca,” dissi.
    E lui: “Eh?”
    E io: “Cacca bianca. Per la Promessa.”
    “Eh?” Akela mi parve molto pallido. 
Lui nella candeggina doveva averci fatto il bagno: “Merda”, disse.
    E io, con un filo di voce: “Sì, bianca.”
    “Ma scherzavo” disse lui, e rise, come se volesse piangere.
    “Porca puttana” piagnucolai. 
Nella nebbia vidi suor Gianna farsi il segno della croce.
 I ragazzi le stavano lontani.
“Me lo ha detto lei” dissi, indicandola con un dito. 
Mi pareva di essermi svegliato all’improvviso in un capitolo impazzito del libro Cuore.
 Lei fece una faccia tenerissima, da veleno da topi. 
Akela ci cascò in pieno.
    “Ma scherzavo, stupidino,” disse Suor Gianna.
    “Scherzava, coglione,” disse Akela.
    “Scherzava,” dissi io. 
Al posto della pelle mi sembrava di avere una lastra di alluminio. Sudavo freddo.
 Donna non perse l’occasione per tirare fuori una delle sue patacche.
    “Lo sapevo che scherzava,” disse.
    Io mi piegai da un lato e gli vomitai della roba bianca sui suoi scarponcini.
 Aveva il colore immacolato di una tonaca. 


Avevo undici anni, e una volta tornato a casa in paese si sarebbe già sparsa la voce del mio tentato suicidio. 
Adesso mamma sarebbe venuta a prendermi nel cortile della chiesa con l’ambulanza della Croce Verde, per portarmi alla Villa Azzurra a Riolo. 
Cacca Bianca.
 Merda.
 Appunto.


 Mi ripresi.
 La mattina ero già bello vispo in piedi. Avevo l’impressione che Donna mi evitasse e che gli altri del branco mi guardassero in una strana maniera. L’avevo capito subito, e mi ero ripromesso di fare un bel discorsetto a tutti quanti, prima di andare a fare il bagno al fiume.
 Era da una settimana che non ci lavavamo.
 Ma poi, il mio grande carattere e la mia forte personalità si imposero e all’ora di pranzo già mi ero dimenticato della faccenda del discorsetto. 
Durante il pomeriggio, mentre ci asciugavamo al sole su un sasso come le lucertole, qualcuno tirò fuori la faccenda del Vescovo.
 C’erano quaranta gradi, ma io rabbrividii.
    “La promessa ce la fa dire il vescovo,” buttò lì Rigo.
    La faceva facile, lui.
    “Come, il Vescovo?” dissi. La voce mi uscì strozzata.
    “Il nostro Vescovo Luigi”, disse Rigo, “lui in persona.”
    Gesù. 
il Vescovo era pericoloso, per me. Era un diretto dipendente del Signore. 
Probabile che quando gli pagavano lo stipendio, l’assegno che girava alla banca era firmato direttamente da Dio. 
Sulla scrivania aveva sicuramente un telefono rosso, anzi, celeste, che lo metteva in contatto diretto con il paradiso per i casi di emergenza.
 Come avrebbe potuto non capire?


 E alla fine, eccolo lì.
 Era la prima persona famosa che vedevo.
 Il Nostro Vescovo Luigi.
 Proprio lui.
 Lì davanti a me, e fra noi due c’era soltanto la figura sempre più prostrata di Donna. 
Lui.
 Aveva già consegnato le pelli da lupetto a quasi tutto il branco e aveva ascoltato le promesse.
Eravamo sulla scalinata del santuario di Boccadirio, un’isola in mezzo a una marea di pellegrini che ci scorreva sorridente intorno.
 Rimanevamo solo io e Donna, che ogni secondo andava via via rimpicciolendosi.
 Teneva le pelli mia e di Donna una per mano, belle rigide di stiratura e annodate a cerchio.
 Mi venne da deglutire.
Sembravano due cappi.
 Akela fece cenno a Donna di avvicinarsi: lui avanzò come se avesse imparato solo quel pomeriggio a camminare. Strisciava i piedi per terra, come uno che se la sta facendo addosso o se l’è già fatta addosso, gli si è seccata nelle mutande e incomincia a pizzicare.
 Io dovevo andarmene da lì.
 Ogni tanto incrociavo gli occhi del Nostro Vescovo Luigi e ci vedevo qualche cosa che non mi piaceva.
 Lui sapeva. 
Il telefono celeste sulla scrivania aveva squillato.
 Dovevo alzare i tacchi, e alla svelta.
 Donna infilò la testa nella sua pelle, prostrato come un condannato a morte; doveva fare la promessa: alzare il braccio destro, tirare su indice e medio e giurare di essere sempre fedele al branco e ai suoi valori. 
Aprì la bocca e lo vidi chinarsi precipitosamente in avanti.
 Udii netto una specie di rutto spaventoso. Akela si era coperto la faccia con tutte e due le mani.
 Gli aveva vomitato sulle scarpette lucide e il Nostro Vescovo Luigi si guardava i piedi con un distacco a dir poco divino.
 Vidi un’altra cosa: per qualche motivo non riusciva a muoversi. I pellegrini si erano bloccati, inorriditi.
 Mi si riempì il cuore di speranza. 


Scattai incontro al Nostro Vescovo Luigi, mentre il segretario si chinava a gettare un fazzoletto ai suoi piedi.
    “Cosa fai!” Akela, che stava cercando di rimettere in piedi Donna, mi stava fissando. 
Avevo strappato via l’unica pelle che il Nostro Vescovo Luigi stringeva ancora nella mano, come se stessi giocando a “ruba-fazzoletto”.
 Anche lui e il suo segretario mi stavano guardando.
Gli altri cercavano di vedere il pranzo di Donna da sotto il fazzoletto.
Mi misi la pelle verde al collo e la strinsi per bene: alzai il braccio destro, tirai su il medio e l’indice e dissi:
“Giuro che sarò buono un casino. Davvero.”
    E tagliai la corda.

  • 14Nov2013

    Cristiano Cavina - Smemoranda 2012

    “Potrebbe essere bravo, ma non si applica”. Credo sia la frase che mi è stata ripetuta più volte nella mia vita, fin dalle elementari.
    La cosa buffa è che non c’era modo di sapere se davvero sarei potuto essere bravo. Era una teoria dei miei maestri, ma non c’erano prove, e forse cercavano solo di non ferire troppo i miei genitori.

    Non ero nemmeno cattivo. Il più delle volte me ne stavo li a disegnare di nascosto o a fissare una mosca sul muro alle spalle dei professori.
    Avevo sempre le bocca mezza aperta, neanche mi avessero appena lobotomizzato.
    Mia nonna mi obbligava ad andare a letto con i suoi pigiami felpati e dei calzettoni di lana che confezionava personalmente; ero così pieno di elettricità che la notte facevo sogni furibondi: il cervello mi girava come una turbina.
    Quando mi alzavo e andavo in bagno, avevo i capelli dritti da tanto ero carico e a ogni passo facevo scintille.
    Era una fatica rientrare ogni mattina nella parte del ragazzo che “poteva essere bravo ma non si applicava”; insomma, magari quella notte avevo salvato il mondo da una invasione di alieni, oppure ero stato una grande rock star.
    Cioè, contavo qualcosa in quel mondo là, mentre in quello vero mi bastava sbagliare strada che qualcuno che mi prendeva a botte o mi urlava dietro qualcosa.
    I miei genitori erano disperati; speravano che prendessi dei bei voti a scuola, chissà, magari mi sarei potuto laureare, cosa mai successa a nessuno nella mia famiglia.
    Ma non ingranavo proprio.
    Per colpa di quei pigiami felpati e dei calzettoni di lana, sognavo così forte che la mattina dopo ero troppo stanco, avevo sempre un velo umido davanti agli occhi.
    Non potevo continuare così. Non stavo andando da nessuna parte.
    Allora un bel giorno ho deciso che era ora di crescere e di darsi una bella regolata.
    Era ora di combinare qualcosa.
    Così, ho smesso di sognare solo di notte e ho incominciato a farlo pure di giorno, da sveglio. Ho iniziato a scrivere. I miei erano disperati, e l’aria imbambolata da lobotomizzato non mi ha mai abbandonato del tutto.
    Non so se alla fine sono diventato bravo, ma di sicuro mi applico con ferocia.
    Sforno sogni a getto continuo e appena mi scappano fuori, gli do la caccia.

  • 14Nov2013

    Cristiano Cavina - Smemoranda 2013

    Durante tutto il periodo di costruzione
della nuova chiesa di Don
Sante, a Riolo Bagni, il nostro arciprete
aveva accusato una serie incredibile
di acciacchi. 
Tutto incominciò con una forma
potentissima di mal di gola, apparsa lo
stesso giorno che avevano scavato le
fondamenta.
Era stranissimo, perché ogni volta che
parlava sembrava raschiare come una
delle ruspe dei fratelli Pozzi, a cui era
stato commissionato quel lavoro.
 Sembrava posseduto.

    Alla prima gettata di cemento gli si
appiccicarono addosso alcune fastidiose
linee di febbre, resistenti ad ogni
medicina che il grande dottor La Porta
si affannava a prescrivergli; se ne andarono
solo quando giunse la notizia
che il grezzo era stato terminato, e
senza battere ciglia lasciarono il posto
a un fungo della pelle.
 Accadde in contemporanea all’annuale
benedizione delle case, e molti non
lo fecero entrare perché spaventava i
 bambini. 
Così toccò a noi chierichetti spruzzare
 un po’ d’acqua santa in alcune case,
 mentre l’Arci recitava la benedizione 
da sotto le finestre.
 Il condominio di Via A. Cenni, che era
pieno zeppo di bambini, decise per
 una funzione di massa, e l’Arci ufficiò 
urlando a squarciagola dalla piazzetta
 davanti all’ingresso, mentre noi correvamo
da un appartamento all’altro.
 Combinammo un disastro, innaffiando
 ogni pianerottolo, e alla fine ci obbligarono 
a passare la cera per le scale. 
In casa di Guiscardino, sua sorella Virgilia
 scambiò l’Arci per la befana e gli 
chiese la calza con le caramelle dentro.
 Lui si grattò furiosamente il collo e le
 rifilò imbarazzato un santino stropicciato
 di sant’Urbano, il protettore di
 Casola, che da secoli riposava bello
 stravaccato sul suo baldacchino in
 parrocchia e aveva tutta l’aria di non
 voler proteggere un bel niente. Sembrava
 troppo impegnato a rilassarsi
 dopo un’incredibile grigliata mista al
 Ristorante Corona.
 Virgilia ovviamente si era messa a
piangere, ululando come una sirena,
 e sua mamma ci aveva buttato fuori
 di casa tirandoci dietro il santino tutto 
stropicciato.
 In fin dei conti, quel fungo della pelle 
non ci dispiaceva per niente, perché
 eravamo gli unici in tutta la Romagna
occidentale ad avere un arciprete che
 sembrava un giaguaro.
 Perlomeno, eravamo primi in qualcosa.
 Con il passare dei giorni, le chiazze
 cambiarono tinta, e per un po’ sembrò 
coperto di muschio, come i vecchi tronchi 
nei castagneti sopra a Pagnano.
 Il cane da tartufo di Pistumbréla incominciò
 ad annusargli con insistenza le 
scarpe, ogni volta che lo incrociava per
strada.
 Da Riolo Bagni giunsero le voci che
 stavano ultimando tutti i lavori di intonacatura 
e all’improvviso le chiazze
 sparirono.
 L’Arci però dovette stare a riposo un’intera
 settimana, stroncato da un colpo 
di sciatica fulminante; si riprese giusto 
in tempo per sapere che i ponteggi
 venivano tolti e che gli elettricisti avevano
 sistemato tutti gli impianti.
 Si beccò la polmonite.
 A fine maggio.
 Ci toccò saltare la gita a Piancaldoli
 con i Lupetti, nella sua casa natale, perché
nessuno di noi si fidava di andarci
 da solo con Suor Franchetta.
 L’ultima volta ci aveva cucinato per
 sette giorni di fila una mousse di panna 
corretta alla grappa, e tornati a casa
 avevamo preso l’abitudine di fare una 
scappatina al bar subito dopo la scuola. 
Quando arrivò la notizia che la chiesa
 di Don Sante era stata inaugurata in
 pompa magna, l’Arci collassò.
 Stavamo preparando l’altare della
 chiesa dei Frati per un matrimonio, 
prestando molta attenzione agli scricchiolii
 sinistri che venivano dalle travi
di legno del soffitto, che nessuno si era
 ancora preso la briga di sistemare da
 quando i tedeschi avevano bombardato 
Casola nel ’44.
 Quando durante la messa andavamo 
a prendere le offerte tra i banchi,
 nonostante le occhiate eloquenti che
 lanciavamo al soffitto, le vecchiette 
impiegavano quarti d’ora interi a
 snodare i fazzoletti e tiravano fuori
 delle misere monetine da venti lire, 
consumatissime, talmente stanche da 
non riuscire a riflettere nemmeno un
 misero raggio di luce.
 Vabbe’ che quasi sempre l’Arci
 staccava la corrente in canonica, per
risparmiare. 
L’Arci collassò mentre sistemavamo
 i candelabri di finto ottone ai lati 
dell’altare.
 Ci stava sopra in piedi, e Bomba ed io
 gli passavamo i pezzi; li posizionava 
con grande cura, come fossero una 
batteria di mortai.
Era tutta la mattina che aveva la tosse.
 Grattandosi furiosamente all’attaccatura
dei capelli sulla fronte, ci disse
che aveva preso freddo all’ufficio 
funebre del giorno prima.
    “Non è vero niente” confidai alla
 Bomba quando mi accompagnò poco
 dopo a prendere la cotta di pizzo da
sistemare sotto la Bibbia. 
L’ufficio funebre l’avevano servito
 anche Don Leo e Don Pio, proprio al
suo fianco, ed erano ancora in perfetta
 forma.
    “Don Leo è perfino andato a caccia”
 dissi.
 L’avevo visto passare per via Roma a
cavallo della sua Panda 4×4 bianca, 
con un capriolo grande come un vitello
legato sul tettuccio. 
Sapevamo benissimo qual era il problema
dell’Arci.
 La notizia dell’inaugurazione era sul
“Resto del Carlino”.
 C’era pure una foto di Don Sante
 che stringeva la mano all’architetto 
di Ravenna che aveva progettato la
 nuova chiesa, un professionista molto
 di moda, rispettato in curia anche se 
in odore di comunismo.
 Quella mattina, una processione di
 vedove dell’Associazione Cattolica 
aveva intasato l’edicola di Bruscò in
 piazza Oriani.
 Alle nove Pierangelo, il fratello di Bruscò
 che tutti chiamavano Badoglio,
 aveva attaccato fuori dalla bottega un
 grande cartello: “‘CARLINO’ ESAURITO” diceva.
Sapevano che per il nostro Arci sarebbe
stato un colpo tremendo.
 Tutto sembrava sistemato a dovere, 
soprattutto quando alle nove e mezza 
le vedove dell’Associazione Cattolica 
fecero un gran falò di tutte le copie del
 giornale nel vecchio forno del convento
 delle Suore Dorotee, trasformando 
la stretta di mano tra Don Sante e 
l’Architetto Comunista in una colonna
 di fumo nero che si alzava pigra sopra
i tetti del centro storico.
 Alle dieci in punto, seguito da una 
folla vociante, Pivetta si era avvicinato
 alla bacheca davanti alla Sezione “Pajetta”
del PCI per affiggerci le pagine
 dell’“Unità”; come per magia, invece,
 compariva una bella copia del “Resto 
del Carlino”. 
L’Arci era stato uno dei primi a
 vederla; prima di venire in chiesa a 
sistemare i candelabri era passato da
 Omero a farsi gonfiare le gomme della 
bicicletta, proprio lì di fianco.
    “Lo hanno riportato in canonica sul 
cassonetto del tre ruote che Omero
 usa per consegnare le bombole del 
gas” spiegai alla Bomba. 
Una volta nel suo studio, l’Arci si era 
accasciato dietro la scrivania e aveva 
cominciato a tossire. 
Mezz’ora dopo, ci aveva raggiunto nella 
chiesa dei frati; sbuffava ingolfato
 come una locomotiva a vapore.
Io e Bomba lo guardammo preoccupati.
 Gli tremavano le mani e la sua pelle 
sembrava stranamente verdastra.
Donna Nuda entrò di corsa, con un 
braccio alzato, come Altobelli quando 
faceva un gol: percorse la navata
centrale a grandi falcate e fece gli
 ultimi metri in scivolata: Nedina aveva 
appena passato la cera e le piastrelle
luccicavano che era un piacere.
 Calcolò male le distanze e inciampò
 negli scalini, schiantandosi contro
 l’altare.
L’Arci si guardò intorno, probabilmente
 cercando una via di fuga, ma come
 al solito non la trovò e aspettò che
Donna Nuda riprendesse i sensi.
 Non si illudeva certo di essersene 
liberato una volta per tutte.
 Donna Nuda si risvegliò e quando riuscì
 a tenersi in equilibrio, appoggiandosi 
all’asta del microfono, tirò fuori
dalla tasca del pigiama una fotografia. 
La sventolò come una bandiera,
 neanche stesse ordinando un assalto
 all’arma bianca.
 Il babbo di Donna Nuda arrotondava
lo stipendio da elettricista con saltuari
 incarichi da fotografo.
 Gli toccavano una trafila di matrimoni 
e battesimi, soprattutto, ma spesso lo
 chiamavo perfino i carabinieri, quando 
c’erano incidenti stradali e altre
 catastrofi di vario tipo.
 La foto famosa del Burigotto privo
 di sensi in via Marconi, dopo che per
 sbaglio aveva sfondato con la faccia 
il vetro antiproiettile del Credito 
Cooperativo l’aveva fatta proprio lui.
Ne andava fierissimo. L’aveva perfino
 fatta ingrandire, e la teneva appesa in 
negozio. 
In un angolo c’eravamo anche io, la 
Bomba e Piter Cammello. 
Ero stato immortalato mentre mi 
toglievo chissà che cosa dal naso. 
Il babbo di Donna Nuda era andato 
a fare qualche foto all’inaugurazione
della nuova chiesa di Riolo Bagni,
 per poi rivenderle allo “Specchio” e al
“Senio”, i due periodici di Casola.
 Allo “Specchio”, ovviamente, non 
sarebbe mai riuscito a piazzarle, visto 
che il codirettore era l’Arci.
 Ma al “Senio” le avrebbero prese
 tutte quante. Non c’erano dubbi. Già 
mi sembrava di sentire le risate alla 
sezione del PCI, mentre impaginavano
 il nuovo numero. 
Probabile che ci avrebbero pure fatto la 
copertina.
 Donna Nuda ci porse la fotografia e si
sistemò i pantaloni del pigiama.
Siccome dormiva fino all’ultimo minuto 
disponibile, non aveva mai il tempo 
di vestirsi da cristiano.
 Al massimo, si metteva un paio di jeans 
e una camicia sopra, se proprio c’era la
scuola.
 Il pigiama era come una seconda pelle.
Era di tessuto giallo sporco e lo faceva 
sembrare malato di colera.
 Io e Bomba ci chinammo sulla foto. 
La chiesa fortunatamente si vedeva 
poco.
 Donna Nuda aveva preso la prima in
 assoluto sviluppata da suo babbo, ed
 era corso da noi. 
Però si vedevano altre cose interessanti.
 Una bellissima piazzetta circondata da 
ulivi, con una statua al centro commissionata
 a un famoso scultore di Castel
 Bolognese, circondata da una comodissima 
panchina in legno grande 
come una ruota panoramica.
 Probabile che servisse come sala 
d’attesa ai milioni di fedeli pronti per il
 loro turno di messa.
 Come nei cinematografi delle grandi 
città, ci sarebbero state messe di continuo;
 terze e quarte visioni, addirittura.
 L’Arci stava tossendo a raffica, probabilmente
 pensando allo spiazzo di 
fronte alla nostra chiesa, a strapiombo 
sul fiume.
 Un deserto infuocato d’estate e una 
landa ghiacciata, spazzata dal vento,
d’inverno.
 Sulla sua pelle verde sbocciarono macchie 
viola; stava in piedi solo grazie al 
candelabro a cui si era avvinghiato.
 In equilibrio precario sull’altare, 
sembrava un naufrago su un mare in 
tempesta.
 Con una corona di spine in testa,
 sarebbe stato uguale al suo principale,
 inchiodato su una croce proprio dietro
 a lui.
 Bomba si lasciò scappare un fischio, 
e io mi chinai per guardare meglio la
 fotografia.
 In primo piano si vedeva Don Sante,
attorniato dalla folla dei suoi concittadini,
 che incominciava a stringere
le mani all’intera giunta regionale,
applaudito dai sindaci dei paesi della
comunità Montana della Valle del
Senio, sotto gli occhi soddisfatti di tre
cardinali, tutti di Brisighella.
 Uno, era segretario personale del
Papa.
 Si sentirono un paio di colpi di tosse
gracchianti, come se i polmoni richiedessero
una bella revisione da Omero, 
poi gli occhi gli si rigirarono.

  • 09Nov2013

    Valerio Millefoglie - Smemoranda.it

    Un uomo, vecchio come l’impermeabile che indossa, si trasforma in un samurai agli occhi di un gruppo di bambini. Lo chiamano silenziato perché non ha parola ma ha un cane che abbaia per lui.
    È il protagonista del racconto che Cristiano Cavina ha scritto per la Smemo 12 mesi 2014: Il samurai silenziato.
    I personaggi dei suoi libri sono i personaggi del suo paese e dei luoghi che lo circondano, Casola Valsenio, sulle colline dell’Appennino faentino. Il suo ultimo libro, Inutile tentare imprigionare sogni (Marcos Y Marcos) è uscito quest’anno. Insieme siamo tornati indietro di un bel po’.

    Lo sguardo che abbiamo da piccoli rende il mondo più immaginario. Ricordi com’era per te a quell’età?
    Mi sembrava epico. Era una storia inventata apposta per me, come se tutte le persone facessero cose particolari per rendermi magica la vita. I litigi in casa, mia nonna che correva dietro mia mamma col coltello, mia mamma che si lamentava con mio nonno col crocifisso, mio nonno che aveva la Vespa truccata e cadeva sempre perché non era buono a guidarla. Erano attori di un film di cui io ero l’unico spettatore. Mi divertivo moltissimo.
    Quando hai iniziato a vedere le cose in modo diverso?
    Forse nel momento in cui ho iniziato a scrivere, perché non le ritrovavo più.
    Quando hai iniziato a scrivere?
    Il mio primo romanzo l’ho scritto in quinta superiore. Avevo già la patente, facevo buca a scuola e stavo chiuso in macchina a scrivere. Il protagonista era un ragazzo cui ammazzavano il vicino di casa e doveva scoprire l’omicida. Mi era piaciuto tanto Il senso di Smilla per la neve, così ne avevo fatto una cover ambientata nel mio paese. Ci avevo messo un sacco di neve, anche se non abitavo in Groenlandia e c’erano anche un sacco di morti perché non sapevo come trovare l’assassino, allora continuavo ad ammazzare gente.
    Oltre al samurai silenziato quali erano gli altri tuoi supereroi?
    C’è n’erano tanti. Un uomo che girava sempre con il suo cane, Kelly, e un cappello di paglia e una sigaretta, ma il cappello di paglia e la sigaretta li portava il cane. Un giorno l’aveva anche candidato a sindaco, girava dicendo: “Vota Kelly”. Un prete bracconiere senza un dito perché l’aveva perso in una battuta di caccia. Fumava gli Avana, indossava gli occhiali da sole, beveva vino rosso e raccontava storie. Mio nonno stesso al bar, che metteva in fila 17 fiammiferi e mezzo svedesi per far vedere quant’era lunga la sua virilità. È anche difficile crescere in mezzo a questa gente, ti mette ansia da prestazione. Oppure persone mai viste, che erano morte prima che nascessi e me ne parlavano al bar, quelli scomparsi durante la guerra, Lungoni che quando era morto non se ne erano accorti perché era morto sotto il campanile e pensavano, talmente era alto, che fosse l’ombra del campanile. Tu ci credevi ciecamente, anche quando ti raccontavano di quello che rubava anatre e volava aggrappato a loro. Tutte storie che sentivi al bar. Per il romagnolo il bar è come il domicilio. Ti becchi quello da piccolo, come la squadra di calcio, poi non lo cambi più. Quando è chiuso il mio bar io non vado al bar. Negli altri bar non ci metto piede.
    Come descriveresti oggi, con il tuo sguardo da adulto, il personaggio del samurai silenziato?
    Era un classico anziano romagnolo, molto permaloso, incazzato nero e gli stavano sulle palle i bambini. Era sordo e aveva questa voce particolare.
    I ragazzi del tuo racconto che molestano il samurai silenziato mi hanno ricordato di quando da piccolo, con alcuni compagni di classe, lanciavamo pietre contro un contadino che aveva la terra confinante con la nostra scuola. Io non avevo forza e le pietre che lanciavo finivano sempre a pochi passi da me. Qualcuno più bravo però era riuscito a colpirlo e a mandarlo all’ospedale. L’infanzia è il periodo più bello ma anche quello in cui forse siamo più crudeli. Come mai secondo te?
    Sono riti profani dell’infanzia, delle liturgie sanguinose che ricordano un po’ i sacrifici dei Maya. Anche noi tiravamo i sassi a un signore che chiamavamo il porco del ponte, perché abitava vicino al ponte della chiesa. Gli gridavamo “Porco”, l’unica colpa che aveva era quella di essere diverso da tutti gli altri, era un raro caso di romagnolo silenzioso, cui non piaceva la chiacchiera. La sua diversità veniva punita anche da noi bambini. Penso sia una cosa animale, come i cuccioli che imparano a farsi i denti e a volte possono far male perché stringono senza accorgersene. Anche a me prendevano per il culo perché ero il primo bambino di Casola senza padre, ma era normale e io prendevo per il culo loro per altre cose. Ci facevamo i denti e le unghie.
    In un’intervista hai dichiarato, “Ho vissuto 34 anni senza mio padre, creandomene uno nuovo, che era perfetto, che erano i personaggi dei libri che ho amato”. Quali erano questi libri?
    Il Conte di Monte Cristo, i tre moschettieri, Sandokan, Cyrano de Bergerac. Se penso a mio padre, parla con la loro voce.
    Erano tutti degli eroi…
    Sì, ma pensavo a mio padre anche come a quello del racconto Full of life di John Fante, un muratore abruzzese trapiantato in America.
    Come sei entrato in contatto con questi libri?
    Non lo so nemmeno io. Sono cresciuto in una casa senza libri. Leggevo quello che trovavo in casa di mia zia, poi grazie alle mie maestre delle elementari, mi han fatto leggere sempre ciò che mi piaceva.
    Che alunno eri?
    Non ero cattivo, prendevo polvere. Mi piacevano italiano e storia, il resto non ci capivo niente, lo facevo perché ci dovevo andare e mia mamma ci teneva. Facevo le mie cose, disegnavo navi romane, soldati, mi svegliavo solo per italiano e alla fine riuscivo a recuperare col rush finale; quando parti con 3, se poi prendi una sfilza di 5 e di 6, ti promuovono.
    Ogni agenda è l’autobiografia di un anno della vita di una persona.
Qual è stata la tua agenda più bella?
    I miei anni magici sono stati il 1987 e il 2007. Il 7 mi porta bene. Nel 1987 facevo la prima superiore e un mio amico mi aveva detto di andare subito a comprare un disco bellissimo, io non avevo mai comprato un disco in vita mia perché a Casola non c’era un negozio di dischi, mi disse Vai a comprare i Kansas Roses, io dissi Avete i Kansas Rosis?, mi risero dietro, Ma chi sono i Kansas Roses? In realtà erano i Guns N’Roses di Appetite for destruction, il disco più bello secondo me, io riuscii a prendere anche la copertina rara, poi ritirata per oscenità. Quel disco lì mi risollevava dal primo anno di scuola. Mi ricorda quando in corriera vedevo le ragazze, il primo appuntamento al quale non andai perché mi vergognavo troppo, poi la prima Apecar con la quale giravamo d’estate io e i miei amici inseguiti dai carabinieri.
    Cosa è successo invece nel 2007?
    È nato mio figlio Giovanni.
    La scrittrice tedesca Christa Wolf ha scritto: “Un giorno all’anno, 1960-2000”, un diario lunghissimo ma sempre dello stesso giorno, il 27 settembre. Rigiro l’idea a te, mi descrivi una tua giornata di quest’ultimo periodo?
    La mattina porto Giò a scuola, fa la prima elementare, torno a casa e rispondo alle caterve di e-mail, dimenticandomi di rispondere a quelle che servono, poi magari prendo su la macchina e vado a prendere il treno che devo essere la sera a presentare un libro, presento il libro, torno in stazione e la notte rientro a casa e vado a letto.
    Il racconto è ambientato a Purocielo. Pensavo fosse un luogo di fantasia, poi andando su google maps ho scoperto che ce ne sono due. Uno in Italia, in provincia di Ravenna. E uno in Messico, sulla cartina viene indicato come El puro cielo, ed è una grande fabbrica di cioccolato. Con un particolare si cambia la realtà. Quali sono i luoghi fantastici della tua zona?
    Di Purocielo ne ho parlato anche nel mio secondo romanzo, Nel paese di Tolintesac (Marcos Y Marcos). Racconto la storia di un paese magico. Ci fu anche una famosa battaglia tra partigiani e tedeschi. Di luoghi fantastici qui ce ne sono tanti. C’è La disperata, una casa sulla collina dietro Casola, si chiama così perché ci si vede. Ci si vede da noi vuol dire che ci sono i fantasmi. Nel ’52 la famiglia che l’abitava è andata via, è una casa in mezzo al bosco, se la vedi da fuori fa paura. Uno dei riti d’iniziazione è andare da soli alla disperata di notte. Poi c’è il cortile del convento dei frati dove ho passato l’infanzia, con una vite secolare che ricopre praticamente tutto. Le case popolari dove sono cresciuto, il fiume Senio, che per noi era il Rio delle Amazzoni, ci andavamo con il canotto a far finta di essere una tribù degli Indios. Sai, non hai cinema, sale giochi, non c’è niente di attrezzato, non c’è un teatro, però nasci dove si estendono boschi per chilometri, con ancora le trincee della seconda guerra mondiale dove trovi le spolette delle bombe, le scatole di tonno americano, tre anni fa hanno trovato un americano disperso. Tutto ci appariva meraviglioso.
    Verso la fine del racconto dici che di gente come lui non ne nasce più. Per quale motivo? Cosa fa nascere gente così?
    Il mondo era coniugato in un’altra lingua. La gente imparava l’italiano a scuola, a casa parlavano in dialetto, anche i miei nonni, il modo di parlare diverso ti espone a fare cose più buffe, divertenti, particolari. Era più selvatico. La gente era cresciuta sotto le bombe, e con la miseria più nera riusciva a conservare l’innocenza e la gioia, adesso per la minima cosa vanno tutti in depressione. La Romagna è fuori dalle tratte principali e conserva quel tratto selvatico che fa sì che le persone vangano su un po’ strambe. I più giovani non conoscono questo lato, però ci siamo noi più grandi che gli facciamo una testa così con i ricordi e magari per un po’ di tempo riusciamo ancora a farne di gente così. Però come il samurai silenziato no, non c’è n’è più.

  • 01Nov2013

    Cristiano Cavina - Rai 2

    Molti anni fa scrissi un racconto di Natale.

    Una storia che mi era capitata da bambino, quando la mattina del 25 mi svegliai convinto che mio zio Franco di Brisighella mi avesse regalato l’autocisterna dei Lego, quella della benzina.

     

    L’avevo sognata così bene, in ogni minimo dettaglio, libretto delle istruzioni compreso, che andai da mia nonna a chiedergli dove me l’avesse nascosta.

    Nonna si limitò a guardarmi.

    Fu la prima volta che mi fissò con quello sguardo che usava sempre con  mio nonno.

    Non disse una parola, ma si vedeva chiaramente che stava pensando: “Eccone qua un altro, come se non ne avessi abbastanza di quello vecchio…”

    Io ero disperato.

    Cercai quell’autocisterna ovunque, sotto ogni letto e dentro ogni cassetto o armadio.

    Smontai perfino il mio amatissimo presepe, che oltre alle solite statuine dei pastori e delle contadinelle ospitava plotoni di soldatini mimetizzati nel muschio e un’orda di pellerossa alle calcagna dei tre Re Magi.

    Niente autocisterna dei Lego.

    Nel racconto avevo scritto di tutti i problemi che il sognare mi procurava da bambino.

    Non che avessi un dono particolare.

    Era colpa dei pigiami e dei calzettoni di lana che mia nonna mi confezionava personalmente.

    A furia di sfregarli contro le coperte, avevo così tanta carica elettrostatica addosso che producevo sogni a getto continuo, come una dinamo.

    Quando poi la mattina mi cambiavo i vestiti, sprizzavo scintille come la coda di una cometa.

    Fu uno strano regalo a farmi dimenticare la delusione per quell’autocisterna fantasma: mia mamma mi regalò una penna stilografica e un quaderno con la copertina rigida, come un libro vero e non come un comune maxi Pigna; senza le righe, con le pagine perfettamente bianche.

    Scoprii che c’era un altro modo di sfruttare tutta quella carica elettrostatica che mi rimaneva addosso.

    Scrissi questo racconto tanti anni fa.

    Venne pubblicato in non so più bene quale periodico, o forse addirittura in un inserto di un quotidiano. Non lo ricordo.

    Molti anni dopo ero a casa che giocavo con mio figlio.

    Suonarono alla porta: era un corriere espresso.

    Aveva una scatola in mano.

    Mi consegnò un pacco, che aprii dopo aver letto una letterina che ci era appiccicata sopra.

    L’aveva scritta una signora di Reggio Calabria.

    Aveva letto il racconto a suo figlio, mesi prima, e se ne era dimenticata, finché un giorno non erano passati per caso davanti a una cartoleria.

    Aveva fatto tutto suo figlio Luca, di sette anni.

    Nel pacco che aprii, c’era la scatola dell’autocisterna dei Lego.

    Luca aveva chiesto a sua mamma di comprarlo per Cristiano e di spedirglielo, perché era così tanto tempo che lo aspettava.

    Non ho mai ricevuto un regalo più bello in tutta la mia vita.

  • 01Set2011

    Cristiano Cavina - Smemoranda 2011

    Mi ricordo così e così: che anno era?
 Non c’erano ancora i supermercati, credo; la televisione a colori non era ancora stata perfezionata e lasciava sbavature imbarazzanti, specialmente quando Saronni in maglia rosa andava in fuga.
 Nando Martellini faceva le telecronache della nazionale e tutti ascoltavano Miguel Bosè: alle case popolari, ogni santo giorno, lo sentivi cantare, neanche fosse venuto ad abitare lì.

    Com’è che faceva? 
Camminiamo… sul filo… del cielo: a più di cento metri dall’asfalto…
Più o meno. 
Io camminavo più in basso, di traverso per la maggior parte del tempo, perché Galera, non si sa perché, ci teneva a menarmi ogni giorno.
Camminavo come i granchi nella speranza di controllarmi meglio le spalle.
 Pertini era presidente, di sicuro, ma Antognoni forse non era più in ospedale per via di quell’uscita sciagurata di Martina che gli aveva spaccato la testa. 
Le Fiat Uno nuove e fiammanti incominciavano a invadere le strade, ma la macchina più bella del mondo, per me, era l’Alfa Sud gialla di S’Ciaflì, il muratore.
 Don Leo aveva ancora tutte e dieci le dita; solo qualche anno dopo si sparò per sbaglio sul pollice mentre dava la caccia a un capriolo.
 Usava ancora nevicare, ogni santo inverno, e le scuole elementari erano rosse, con l’ingresso sui giardini pubblici.
 Avevo sette anni e alcune certezze incrollabili.
 Che non si poteva giocare a calcio in piazza Sasdelli, perché i vigili requisivano i palloni, e che le urla che sentivo per strada la notte, dal mio letto, probabilmente non erano i fantasmi ma i Fumogeni che giocavano a guardie e ladri. 
Per stare sul sicuro, mi votavo ai miei due santi protettori, appesi alla parete di fianco a me: Eric Estrada dei Chips e Alberto Camerini non mi avrebbero mai abbandonato. 
Sapevo di riuscire a recitare il rosario a memoria, di non sapermi fare il nodo alla cravatta (e la cosa non importava granché, perché la prima che vidi fu a tredici anni) e che Poggio era il primo da scegliere se vincevi a pari o dispari. Era un dogma. Come il “palo è sempre palo” di quando giocavi con i giubbotti a delimitare le porte, con la variazione di Lampadina che recitava: “Si, ma gol è sempre gol”.
 Sapevo di non dover in nessun caso salire sulla vespa rossa con Gianì, specialmente quando aveva una balla di fieno legata al portapacchi, perché puntualmente ci saremmo schiantati contro il tabellone delle affissioni di Viale Neri.
 E sapevo un’altra cosa. 
Che il grande Piter Tozzi, in quell’inverno dell’’81, non sarebbe mai riuscito a scendere con il suo bob per tutta la pista di Pagnano, dalla cima del monte fino alla strada. 



Si era preparato a quell’impresa per mesi.
 L’aveva annunciato a tutti, a scuola. 
A me aveva raccontato i particolari di quella sfida ogni giorno, quando veniva a casa mia, dopo cena.
 Alle cinque e un quarto, puntuale.
Considerando che facevamo il tempo pieno, che la campanella suonava alle quattro e mezza e che lui abitava alla Calgheria, vicino al fiume, la cosa aveva del soprannaturale. 
Il suo piano era astuto e audace.
 Avrebbe risalito tutto il campo fino in cima al monte e si sarebbe buttato giù.
 Non era niente male davvero.
 Ma sapevo che non ce l’avrebbe mai fatta, perché era impossibile.
 Quando finalmente nevicò, eravamo già pronti per andare a sbobbare.
 Avevamo dei sensori che ci avvertivano in anticipo della neve, con una precisione che nemmeno Bernacca avrebbe saputo uguagliare.
 Era l’inverno del 1981, e il grande Piter Tozzi avrebbe sfidato l’impossibile.
Arrivai nel piazzale della Chiesa e c’erano già Poggio, Rigo e Bomba.
 Nessuno diceva niente. Aspettavamo e basta.
Arrivarono anche Fattura e Lorenzino Dardi.
 Non provammo nemmeno ad avolare mia cugina, che ci accompagnava sempre.
 Era un momento troppo importante.
 Stavamo lì, immobili, tenendo a freno i nostri bob.
Poi, lui arrivò.
 Indossava una tuta da sci blu scuro, simile a quella di Fittipaldi, perfettamente attillata, guanti da saldatore che sembravano ricavati dalla pelle di cervo e un incredibile casco integrale da motociclista, rosso fuoco, di cinque misure più grande. 
La visiera era alzata e ne uscivano sbuffi di vapore ad ogni respiro. 
S’intravedevano solo gli occhi, simili a due tizzoni ardenti.
Sembrava un cavaliere medioevale prima della battaglia. 
Determinato e spietato, giuro.
 Un Crociato, con un casco integrale al posto dell’elmo.
 Le mie certezze cominciarono a scricchiolare. 
Risalendo in silenzio verso la pista, le persi completamente.
 Il grande Piter ci precedeva di qualche metro e contrariamente al solito non spiccicava parola.
 A parte in Rocky 1, non avevamo mai visto tanta determinazione in un solo uomo.
 C’erano due scuole di bob, a Casola, che si possono riassumere in una sola frase.
 I comunisti sbobbavano a Belfiore, i Chiesani a Pagnano. 
La nostra pista — da buoni chirichetti professionisti — era il campo che costeggiava il primo tratto di strada che portava a Oriolo, appena dopo il cimitero.
 Veniva giù bello ripido per una sessantina di metri, ma la cosa più bella era l’ultimo tratto, dove bisognava chiudere gli occhi e saltare giù nel fosso.
 Qualcuno aveva messo in giro la voce che nel ’77 Lampadina avesse saltato pari pari la strada e fosse finito nel campo dall’altra parte, a strapiombo sul fiume, e si fosse fermato proprio sul ciglio della riva dopo aver schivato in slalom un intero esercito di peschi congelati. 
Era quella, fino ad allora, l’impresa più incredibile vista a Pagnano.
 Ma avrebbe avuto le ore contate, perché il grande Piter Tozzi prese a risalire la pista.
 Sopra al campo c’era una grande casa colonica, il breve tratto piano dell’aia e poi il campo riprendeva ancora più ripido, fino a un boschetto sulla sommità.
 Lo guardammo procedere in silenzio.
Io ero annichilito. Mi ero perfino scordato del maestoso bob Giordani nero che mi scalpitava al fianco.
 Il grande Piter ne cavalcava uno rosso sbiadito, con le manopole e il sedile giallo.
 Diventò un puntino blu in mezzo al bianco. 
Risalì l’ultimo tratto della pista prendendola alla larga, per evitare la pendenza impossibile, e alla fine si riconosceva solo l’immenso casco integrale rosso, che ciondolava dallo sforzo.
 Sembrava un omino del subbuteo e testa in giù.
 Arrivato in cima, ci salutò con le mani.
 Fu come un segnale, perché prendemmo anche noi a risalire.
 Per vederlo meglio, credo, ma anche perché dopo quel popò di saluto, come se stesse partendo per il fronte, ci sembrava giusto andare a dirgli addio.


 Quel tratto di pista era infernale, ripido come un muro.
Qualcosa d’inviolabile. Probabile che nel boschetto ci fossero anche i lupi, e dietro si aprisse una valle sconosciuta, popolata di dinosauri sopravissuti all’estinzione. 
Ci fu perfino lo strillo di una cornacchia, che lì per lì mi sembrò quello di uno pterodattilo. 
Con un gesto da guerriero il grande Piter tirò giù la visiera, e gli sbuffi di vapore scomparvero.
 Noi trattenemmo il fiato.
 Eccolo lassù, solo contro il suo destino, armato solo di un bob e di un casco integrale gigantesco, probabilmente non omologato. 
Ci sentivamo come gli Sherpa che accompagnavano il grande Messner allo conquista dell’Himalaya. 
E il grande Piter Tozzi partì.
 I primi due metri furono lenti e solenni, come lo strisciare di un coccodrillo sulla riva del Nilo, poi accellerò bruscamente.
 Non ci potevo credere. 
Guardai gli altri. 
Anche loro con la bocca aperta.
 Il Grande Piter Tozzi era un fulmine rosso, e veniva giù così alla svelta che ti rimaneva impressa nella retina come una scia dietro al bob, tipo la coda di una cometa.
L’acellerazione e le irregolarità della neve gli sballottavano la testa da ogni parte: solo anni dopo, con l’invenzione della telecamera negli abitacoli delle macchine di Formula Uno, avrei rivisto i movimenti di quel casco rosso, come quando si curva a duecento all’ora e la forza centrifuga ti vorrebbe scagliare dall’altra parte del mondo. 
Se scendeva veloce? 
Ragazzi, filava come il vento che soffia! 
Il grande Piter Tozzi avrebbe domato il campo, dall’inizio alla fine. 
Ce la stava facendo, e io incominciai a capire l’inutilità delle certezze: tutto il mondo mi si rimescolava nello stomaco e immaginai come sarebbe stato bello averne uno a testa in giù, con gli orologi che girano al contrario e macchine che sputano aria fresca dagli scappamenti.
 Stupefacente.
 Tutto sarebbe stato splendido.
 Forse Galera non mi avrebbe più picchiato.
 E magari per una volta sarei riuscito a scartare Poggio.
Chissà, magari Nonno avrebbe imparato a mettere la seconda solo dopo aver tirato la frizione, e non il contrario, e le aule delle scuole si sarebbero riempite di studenti adulti e di bambini come insegnanti. 
Sarebbe stato un mondo perfetto, radioso, se il Grande Piter Tozzi non avesse dimenticato la barriera di rovi in fondo al campo, coperta di neve, e al massimo della spinta, poco prima del tratto piano che lo avrebbe portato all’ultimo pezzo di pista, ci fosse piombato dentro, sprofondando per metri come in una trappola. 


Ci mettemmo due ore a toglierlo da lì dentro.
 Era come la bella addormentata nel bosco, circondata dai rovi, solo che era sdraiato su un bob rosso pallido e indossava un gigantesco casco integrale, che ci aveva aiutato a localizzarlo in mezzo a tutto quel bianco, come una immensa boa in mezzo al mare.
 La visiera era completamente appannata e la tuta a brandelli. 
Dopo un po’ riuscì a parlare, con un filo di voce, prima di lasciarsi cadere esausto a terra.
 “Andiamo a giocare a pallone”, disse.
 Non so se è andata così. Ormai non sono più certo di niente.
 E questo è un bene, perché ci sono ancora molte cose che mi lasciano a bocca aperta. 
È stato il Grande Piter Tozzi a insegnarmi l’arte di dubitare.
 E anche se i ricordi sono di un materiale particolare, simile a quello dei sogni, che tende a sgretolarsi col tempo e a cambiare forma, spesso a scomparire, posso assicurarvi che non ho mai più visto niente di così eroico in vita mia.

  • 03Giu2011

    Fabrizio Buratto - ilsole24ore.com

    Cristiano, che ne pensi dell’elogio del lavoro manuale dei ministri Tremonti, Sacconi e Gelmini?
    Non so quanto i nostri ministri abbiano esperienza diretta di lavoro manuale. Io sono cresciuto fra persone che facevano solo lavori manuali, e ho un amore istintivo per coloro che si guadagnano da vivere con le mani. Quando traffico con chiodi, legno o gesso, provo una pace soprannaturale, come se una parte della mente se ne andasse in giro e una parte fosse impegnata nella cura che metto in quello che sto facendo. Sono perito tecnico, quindi ho anche fatto una scuola per lavorare con le mani, so usare il tornio e spero che mio figlio diventi un bravo carpentiere, anche se un’altra parte di me spero sia il primo laureato della famiglia.

     

    In “Scavare una buca”, descrivi il lavoro nelle cave di gesso con cui molte persone del tuo paese si guadagnano ancora da vivere. Lo scorso anno ha riscosso successo “Acciaio” di Silvia Avallone, ma sono pochi i romanzi che parlano del lavoro manuale. Perché?
    Forse perché le persone che svolgono lavori manuali sono molto meno rispetto a qualche decennio fa. Quelli della mia generazione sono quasi tutti laureati, e poi forse chi scrive crede che certe storie non abbiano la dignità di essere raccontate. Invece io trovo affascinante descrivere il lavoro in una cava di gesso, con le sue gallerie dentro al ventre della montagna. La narrativa italiana è per l’80% di genere: gialli e polizieschi. Se fra qualche migliaio di anni gli alieni arrivassero sulla terra e scambiassero una libreria per i nostri archivi, penserebbero che siamo un popolo di serial killer e poliziotti. Invece c’è anche chi, per guadagnarsi da vivere,guida un camion.
    “A forza di scavare, arriveranno all’inferno.”, recita la prima riga di “Scavare una buca”, storia di fatica e incidenti sul lavoro. Riusciremo un giorno ad affrancare il lavoro “con il sudore della fronte” dalla maledizione biblica che si porta dietro?
    Non lo so. Nel lavoro duro, come nella vita, si fa fatica solamente a pareggiare. La cosa più grande che può capitare è uscirne con dignità. Il lavoro manuale è stato per migliaia di anni, in molte parti del mondo, solamente schiavitù ed in alcune parti del mondo lo è ancora. Poi c’è stato un periodo, almeno in occidente, in cui si apprendeva un mestiere e lo si faceva con piacere per tutta la vita. Ora, invece, il lavoro sta tornando una “bestia”. Vado spesso nelle scuole a parlare dei miei libri ai ragazzi, e sul lavoro non hanno per nulla le idee chiare. Anzi, non hanno idee, mi dicono: farò quello che capita. E questo per me è la “bestia del lavoro”.
    Ti sconcerta il loro atteggiamento nei confronti del lavoro?
    Quello che mi sconcerta è che quando gli parlo del lavoro come qualcosa da fare con passione, da inseguire alla stregua di un sogno, mi guardano come se fosse la prima volta che ne sentono parlare da questo punto di vista. Hanno un’idea dei sogni come di farfalle da inseguire con il retino, mentre i sogni sono come la caccia alla tigre: se non la prendi tu, ti prende lei. Non si può aspettare che “capiti” il lavoro giusto; intanto il tempo passa, la gente si deprime e inizia a prendere psicofarmaci. Non a caso questa è l’epoca dei depressi.
    Scrivere è un mestiere che si può imparare?
    Si può imparare a scrivere, non so se si può imparare a raccontare. Sono d’accordo con Stephen King: se uno legge molto e passa ogni giorno tre o quattro ore a scrivere, dopo cinque o sei anni probabilmente ha scritto qualcosa di buono.
    Cosa ne pensi delle scuole di scrittura?
    Ho fatto la Holden nel 1999-2000, ma più che una scuola è un laboratorio. Alla Holden si fanno tante cose, mi hanno insegnato a scrivere sceneggiature, un mio compagno di classe scrive per “I Cesaroni”, un altro è Pietro Grossi, l’autore di “Pugni” . Non so quanto sia merito della Holden, certo è che sentire parlare Lucarelli o Baricco in maniera appassionata di “La vita agra” di Biancardi o di Raymond Chandler, è molto stimolante. Sicuramente, quello che nessuna scuola può insegnare, è come inchiodare una persona alla sedia e farla scrivere.
    Tu in quali ore della giornata ti inchiodi alla sedia?
    Fino a quando non è nato mio figlio scrivevo la mattina, dalle sette e mezza anche fino alle cinque del pomeriggio, e poi andavo in pizzeria. Dal 2007, invece, scrivo di notte, al ritorno dalla pizzeria; scrivo di meno, ma anche scrivere di notte mi piace. E poi il sindaco mi ha dato il permesso di lanciare i mozziconi di sigaretta dalla finestra, quando scrivo la notte, se no perdo tempo per spegnerli. Poi scendo con la ramazza a faccio pulito.
    Nel processo di produzione di un libro ci sono vari passaggi. Di quali faresti a meno?
    Farei a meno di fumare. Quando scrivo fumo quattro pacchetti di sigarette al giorno. Inoltre c’è la tensione fra una bozza e l’altra, nell’attendere il giudizio della casa editrice. Col passare del tempo, però, trovo piacere anche in queste fasi, anche nel correggere a matita gli appunti che scrivo sul quaderno mentre digito al portatile. Perché la mente va più veloce della scrittura, e se non prendo subito nota delle idee, poi mi sfuggono.
    Nei tuoi libri e nella tua vita il calcio è molto presente; avresti preferito diventare un grande calciatore invece che uno scrittore?
    Per un certo tempo sì. Giocare in serie A nel Cesena, sarebbe stato bello. Poi ho conosciuto i calciatori veri e mi è scappata la voglia perché ho visto in cosa consiste la loro giornata tipo. Hanno la Porche, ma anche un fogliettino con tutti gli orari da rispettare: allenamento, palestra, riunione. E io non ce la farei mai a rispettarlo, neppure se mi pagassero come Cristiano Ronaldo.
    Nella nazionale scrittori giochi da mediano. Parafrasando la canzone di Ligabue, la tua è “una vita da mediano”?
    Purtroppo non gioco più da quando è nato mio figlio. Forse facciamo una partita in Argentina e mi piacerebbe chiudere la carriera contro la Nazionale scrittori argentina. Mi identifico totalmente nella canzone di Ligabue: sono un medianaccio nella vita, “sempre lì, lì nel mezzo.” Però il Liga ha il mito della scivolata ed è sempre per terra. Una volta abbiamo giocato contro la Nazionale cantanti e avrei voluto dirgli: ok la scivolata, ma cerca di stare un po’ in piedi!
    Il curriculum atipico di Cristiano Cavina, che usa le mani per scrivere, fare la pizza, la calce e le rimesse laterali

  • 11Dic2010

    Redazione - D La Repubblica

    L’ultima cosa che fai prima di dormire?
    Se sono solo, leggo o suono la chitarra.

    È mai andato da uno psicanalista?
    Solo per la visita del servizio militare.

    Il suo rapporto con le droghe o il fumo?
    Droghe ne ho usate tante, ho smesso quando hanno smesso di essere divertenti e hanno iniziato a occupare troppo spazio. Fumo come una locomotiva a carbone da anni.

     

    Cosa le piace di più nel corpo di una donna?
    La schiena e le due fossette che ci sono in fondo.

    Cosa mangia a pranzo la domenica?
    Passatelli, cappelletti, lasagne.

    Cosa la tiene sveglio la notte?
    Il mio vicino simil-punk Martino, che fa casino nella cantina sotto la mia camera.

    Fa sport?
    Talmente poco che la risposta è no, ahimè.

    Si reincarna in donna, la prima cosa che vorrebbe sperimentare?
    Come ci si sente quando una creatura ti cresce dentro. Poi, a essere sincero, una relazione lesbica. E arrivare sempre 20 minuti in ritardo senza che nessuno dica nulla.

    Cosa c’è sempre nel suo frigo?
    Barattoli che mi dimentico di chiudere bene, squacquerone e il latte per mio figlio.

    Il senso più importante? La vista, l’olfatto…
    Il tatto, e l’olfatto quando schiaccio un pisolino con Giovanni. La sua pelle e i suoi capelli hanno l’odore migliore del mondo.

    Cosa non indosserebbe mai?
    Il perizoma e la maglia del Bologna

    Se non facesse male, con che cosa si consolerebbe?
    Andando in giro a picchiare un sacco di gente che non sopporto (o forse si intendeva: se non facesse male a me?).

  • 01Set2010

    Cristiano Cavina - Smemoranda 2010

    In III media, il mio migliore amico era Bomba.
    Non eravamo molto bravi, a scuola. Non eravamo cattivi e non disturbavamo più di tanto le lezioni; più che altro, restavamo in classe a prendere polvere. Durante le lezioni, Bomba passava la maggior parte del tempo a disegnare sul suo inseparabile quadernone Maxipigna. Progettava sommergibili costruiti con pneumatici di trattore, sistemi di carrucole per sollevare la spesa agli ultimi piani dei palazzi o dighe per creare pozze navigabili sul nostro torrente. I grandi gli dicevano: “Sei matto, Bomba”.

    Preso da tutti questi esperimenti, passò l’esame con uno striminzito Sufficiente. I professori gli consigliarono di smettere di studiare e di andare a lavorare.
    Fortunatamente, Bomba e sua mamma non erano d’accordo, cosi si iscrisse all’Istituto Professionale, nel corso di elettronica. “Sei matto, Bomba” gli spiegammo. C’era di buono che se si fosse stancato, avrebbe potuto lasciare la scuola dopo tre anni, con l’attestato di specializzazione. Incredibilmente, finì i tre anni con una media altissima. Eravamo tutti contenti per lui. Pensavamo che potesse trovarsi un lavoro decente, e invece lui disse che intanto che c’era, avrebbe preso pure il diploma. “Non ti montare la testa -gli dicemmo- sei sempre il matto che disegnava sul Maxipigna!” Credeteci o no, si diplomò con il massimo dei voti. Eravamo tutti fieri di lui. Il nostro grande Bomba! Adesso sì, che poteva trovarsi un ottimo lavoro. Bomba scomparve.
    Pensavamo facesse uno stage in qualche fabbrica. Macchè. Lo rivedemmo a settembre. Ci disse che aveva studiato tutta l’estate. “Sei matto! – urlammo – hai finito la scuola per sempre!”. Si era iscritto all’università. “Nessuno di quelli che pastrocchiavano su un Maxipigna ha mai fatto l’università” gli spiegammo. E che facoltà aveva scelto. Mica roba facile. Fisica! Pensammo tutti la stessa cosa: sei matto, Bomba! Adesso Bomba non abita più nel nostro paese, ma torna appena può, a salutarci. Quando lo incontro, mi scappa da ridere. È diventato uno splendido fisico nucleare. Gira il mondo ai convegni e passa il suo tempo nei laboratori, a fare esperimenti. Io lo guardo e rido, perchè vedo il bambino che disegnava sul Maxipigna i suoi strani progetti. È diventato quello che è sempre stato. La sua passione, è diventata il suo lavoro, la sua vita. È contento, come se lo pagassero per giocare.
    E così, mi viene da pensare che se combatti per le cose che ti piacciono, e tutti, tutti ti dicono che sei matto, be’, allora forse sei sulla strada giusta.