Corpo stellare

Archivio rassegna stampa

  • 20Mar2013

    Paolo Rigo - Patria Letteratura

    Fabio Pusterla è autore, più precisamente poeta, di lungo corso, nella sua carriera, iniziata nel 1985, svettano due cime impressionanti: il Prix Gottfried Keller, prestigioso premio di poesia svizzero assegnatoli nel 2007 e due anni dopo il Premio Dessì.
    Corpo Stellare è la sua penultima raccolta poetica, pubblicata da Marcos y Marcos nel 2010 (16,50 euro; p. 219) raccoglie in sei sezioni quanto Pusterla, seguendo una consuetudine, che si crede più o meno casuale, ha prodotto nei cinque anni precedenti alla data di pubblicazioni.
    La poetica di Pusterla si pone con attenzione verso il mondo da cui emerge un linguaggio specifico, ricercato, elevato, degno di un nuovo lirismo fuso in una sorta di visione meccanica e disillusa del mondo dove ogni fatto o evento viene descritto come se l’immersione dell’io lirico nel mondo fosse sì parziale ‒ norma di tutto il novecentismo ‒ ma altamente profonda. I fatti a cui si interessa Pusterla vengono indagati con dovizia linguistica, il poeta cerca di far emergere la natura primigenia del sema, della parola, a volte l’ispirazione prende corpo da un passaggio biografico, da un viaggio, da un particolare, come accade in Gare Cornavin o nel terzo componimento di Aprile 2006. Cartoline d’Italia (p. 77):
    Basta un raggio di sole per accendere
    i pesci e gli animali sulle rive: e come splendono
    le foglioline più chiare, e quelle pieghe
    del marmo sulla smorfia dei dannati,
    il bianco e le creature
    d’Orvieto. Ma nel bar,
    proni sopra i pulsanti, ragazzini
    muovono calciatori virtuali, e ad ogni azione
    s’illumina lo schermo d’un boato dagli spalti.
    Anche mio figlio
    è con loro stavolta; ma non sa
    a cosa corrisponda il tasto verde, o quello blu,
    e lo chiede lieto
    ai suoi nuovi compagni. Che lo guardano
    attoniti, di colpo senza voce.
    Ma sei straniero, dicono, non sai
    Neanche come si gioca? E il loro dubbio
    Tecnico, non linguistico,
    pare a me atroce.
    La poesia è paradigmatica. Il procedimento alla base segue vettori epiforici di significato: Pusterla passa da una prima sezione (fino al v. 7) dove la situazione poetica è mossa da una descrittività quasi piana, riposante, ma viva ‒ si pensi all’«accendere» ‒, perfino la «smorfia dei dannati» sembra godere della beatitudine del raggio di sole del primo verso. La situazione è rotta dall’avversativo «Ma nel bar», proprio a metà del settimo verso, e si rivolge ad un momento privato in cui l’io lirico è solamente osservatore della situazione successiva fino a giungere negli ultimi tre versi ad un capovolgimento: il momento diventa spunto di una riflessione, seppur ironico, sul tecnicismo del linguaggio.
    Diversi sono poi gli argomenti che meritano una codificazione poetica: si passa dall’osservazione della società in decadenza alla riflessione sulla dispersione degli italiani (p. 72), poesia che apre la sezione Aprile 2006. Cartoline d’Italia e trasmette un senso di malinconia indissolubile; malinconia approfondita ma non risolta dal poeta che può solo registrare gli eventi e le conseguenza, «furono dimenticati, proprio come volevano». La riflessione può essere anche indirizzata a teorie più cosmogoniche e ne è esempio Uomo d’alba, costruita, si legge nelle note finali (214), «sulla celebre beffa risalente agli anni 1908-1915» in cui lo studio del poeta è profondo «sono stati considerati principalmente i saggi di Steven Jay Gould […], il volume netto di Roger Lewin […] il saggio di Kenneth L. Feder […] sull’argomento si può però anche leggere un attentissimo intervento di Luigi Meneghello».
    Due sono gli aspetti interessanti che si rincorrono tra le pagine dell’opera e sembrano permeanti alla poetica presentata: la struttura e il rapporto con il mondo animale. Di fatto in alcune sezioni diventano protagonisti gli animali, l’armadillo (riportato anche in copertina) è il principe della micro-sezione Storie dell’armadillo, quindici componimenti che narrano l’attraversamento del continente americano da parte dell’animale, forse in maniera più fantasiosa di quanto si possa credere rispetto alla sola lettura degli interessantissimi versi.
    A colpire anche in questo rapporto, che sembra quasi teso a figurare un bestiario moderno, è la capacità di indagine, condotta sempre in profondità:
    Il primo cane guaiva tra le tende degli uomini
    guardando nell’occhio fisso dei lupi una preistoria
    selvaggia
    inconsapevole. Erano padre, madre,
    qualcosa di perduto, foresta, nostalgia,
    la lunga epoca muta alle sue spalle.
    Quasi nemico, ormai, lacrima persa, libertà
    Rinunciata per una rischiosa alleanza.
    (Cani p. 31)
    Semmai a pagare lo scotto di una poetica filosofica è il ritmo non sempre impeccabile, ma questa è senz’altro una rinuncia necessaria al rinnovamento lirico messo in atto da Pusterla.

  • 01Mar2011

    Franca Mancinelli - Poesia

    Ai confini di Corpo stellare, l’ultimo libro di Fabio Pusterla (Marcos y Marcos, 2010), ci sono ali e acque. Ali che segnano la direzione di rotta, piccole e fragili ma capaci di «calare nel buio», di andare «controcorrente». Acque dove sporgersi, dove scendere e leggere il segreto di qualcosa che sempre si muove. Ed è proprio un segno, una traccia di cammino ciò che custodisce questo libro ampio e che pure sembra continuare ad espandersi sotto gli occhi del lettore, come obbedendo ad un meccanismo inconsapevole, di continua generazione, ad uno slancio che non deve smettere di portarci. Così il poeta Mandel’štam che, nella poesia Stlanik, diventa l’emblema stesso dell’andare, oltre ogni negazione e impedimento, così l’armadillo, animale inerme e portatore di una tenace forza di ribellione. Non è un caso che questa piccola e quasi fiabesca figura, a cui è dedicato un poemetto nella sezione centrale del libro, campeggi nell’immagine di copertina e compaia già nelle pagine iniziali, al termine di una poesia fondamentale in quanto a indicazione di poetica come Stlanik. Qui Jaccottet, Celan e Mandelstam, sono ritratti da Pusterla come altrettanti esempi di strategie nei confronti dell’inverno, maestri che hanno saputo, come il pino che intitola la poesia, sprofondare nel gelo mantenendosi in ascolto, preparando la rinascita. Il segreto di questo libro sta proprio nel battito vitale che mantiene, sporgendosi sull’orlo dove precipita la storia e il suo carico di insensata violenza, e allo stesso tempo in una sorta di pudore nei confronti della vita, del suo segreto che va preservato e custodito, come qualcosa di inaccessibile, che sfugge (come la cameriera bosniaca nel Trillo per Ruzika). Diversamente, il poeta rischia di divenire prigioniero di «una parola / ferma, definitiva», di consegnarsi alla retorica, di costruire, proprio come gli archeologi creatori dell’uomo dell’alba, una finzione nel luogo del vuoto e della ricerca.
    Fabio Pusterla, “poeta cacciatore di immagini”, orienta ogni volta lo sguardo verso la massima apertura, “al di fuori di se stesso e degli altri”, in uno spazio dove può essere colto dal nulla e dal buio come da una corrente di fiducia e di gioia inattesa che lo ricollega al corpo vibrante a cui appartiene ogni forma di vita. Attraversate le macerie della tradizione e di una parola chiusa in se stessa, trae la sua forza proprio dai territori perduti, dai margini estremi, dove, secondo la lezione di Hohl, per “segni sottili e tensioni impercettibili” può cominciare un linguaggio diverso, una parola capace di dare un senso alla realtà e di modificarla. (vedi il saggio Domande, margini, rive, in Il nervo di Arnold, Marcos y Marcos 2007). Da quell’irriducibile dato positivo della vita che il poeta ha saputo conservare, da quella cellula di luce che ha protetto, può levarsi un «canto silenzioso», che ha bruciato ogni retorica, un canto del ritorno, della riappartenenza, di una ritrovata armonia. Ciò può accadere quando la quotidianità gli riserva quei piccoli miracoli che sono un contatto insperato con l’altro, una vicinanza improvvisa che dura un attimo e poi torna nel nulla, una fratellanza intuita, impossibile e vasta, allora la sua ricerca di un noi, di una comunità anche se solo sognata, lo porta ad un potenziamento del sentire, ad un ampliamento dello sguardo che, come una freccia scoccata, attraversa le ere e le specie, depositando nella voce il segreto di un discorso antropologico, di una vibrazione che illumina la quotidianità e la espande nel passato e nel futuro.

  • 10Feb2011

    Sandra Bardotti - Wuz

    Fabio Pusterla: la poesia per sottrarre la nostra vita profonda alla logica di mercato

    Fabio Pusterla è uno dei più significativi poeti italiani contemporanei. La sua poetica, con gli anni, si è sempre più avvicinata a un’idea di poesia dal forte contenuto civile, nel tentativo di stabilire una comunicazione tra generazioni e civiltà. Alla base di tutto il percorso poetico c’è un’attenzione particolare alla quotidianità e ai suoi oggetti, alle vite e alle cose dimenticate.
    Con Marcos y Marcos ha pubblicato varie raccolte poetiche, tra cui Folla sommersa (2004) e Corpo stellare (2010, primo nella classifica di pordenonelegge dedalus). Nel 2009 Einaudi ha pubblicato una sua antologia di poesie, con il titolo Le terre emerse. Poesie scelte 1985-2008. Tra i premi letterari che ha vinto: Premio Montale, Premio Schiller, Premio Prezzolini, Lionello Fiumi Award.

    In un paese che legge poco – soprattutto pochissima poesia, se non per interessi specialistici –, con un mercato editoriale sempre più aggressivo e focalizzato sulla ricerca del “caso”, cosa può rappresentare la poesia? Perché abbiamo ancora bisogno di poesia? Cosa vuol dire essere poeta oggi?

    La poesia è, appunto, “fuori mercato”: e forse proprio qui sta, paradossalmente, il suo possibile punto di forza, o almeno di resistenza. Il bisogno di poesia, che penso continui ad esistere e sia forse addirittura in aumento, potrebbe avere un rapporto appunto con questo, con il disperato tentativo di sottrarre la nostra vita profonda a una logica di mercato. Non è facile; ma la poesia schiude una soglia, indica un orizzonte distante.

    Qual è il suo rapporto con la tradizione poetica novecentesca? È mutato nel corso degli anni? Quali sono i poeti che sono stati fondamentali per la sua educazione?
    È ovviamente un rapporto stretto, complesso, e in continua trasformazione; alcuni degli autori che venti o trent’anni leggevo avidamente oggi mi appaiono diversi; alcuni hanno persino aumentato il loro fulgore, altri sono un poco invecchiati, come è inevitabile. Inoltre il ‘900 vuol dire per forza di cose una dimensione internazionale: non italiana, e forse nemmeno soltanto europea, visto che alcune voci fondamentali possono averci raggiunto da luoghi e realtà lontanissimi. Questo complica il quadro, ma aumenta le possibili sorprese: non si finisce mai di leggere, e di scoprire cose nuove, per fortuna. Quanto alla mia formazione, dovrei citare prima di tutto la linea che da Montale (e da ciò che Montale chiama a sa dal passato: Dante, Leopardi, Pascoli) sale verso Sereni e Orelli; ma con importanti deviazioni verso i territori di Saba e Sbarbaro; degli stranieri, prima di tutto l’asse Baudelaire-Rimbaud, e nel Novecento Apollinaire, Char, Bonnefoy e Jaccottet; i poeti Russi e alcuni inglesi, in particolare Dylan Thomas; un po’ di Trakl. Moltissima prosa.

    Oltre che poeta, critico e traduttore, lei è anche professore. Mi sembra dunque la persona più adatta a cui chiedere come si può avvicinare i giovani alla lettura della poesia? Quali poeti italiani contemporanei consiglierebbe a chi voglia addentrarsi nell’universo multiforme della poesia?
    Ai ragazzi non dispiace affatto la poesia, di cui sono nel complesso prontissimi a cogliere il valore e il senso profondo, che muove in loro qualche inquietudine, qualche speranza. Però perché ciò avvenga bisogna prima di tutto proporre loro, con semplicità, dei testi poetici (che altrimenti, come dicevamo prima, potrebbero anche non esistere, visto che sono stati espunti del catalogo ufficiale del visibile e commerciabile). Dei testi, prima di tutto. Non delle analisi sui testi, che semmai vengono dopo. E possibilmente dei bei testi: profondi, o curiosi, o giocosi; ma belli. Bisogna leggerli bene, con la voce giusta; e poi stare un po’ zitti, e aspettare. Non so se ci sono degli autori particolari da consigliare; ho fatto buone (e cattive) esperienze con autori diversissimi, da quelli apparentemente più facili e transitivi a quelli più criptici. Una cosa che mi stupisce sempre è la velocità e la sensibilità con cui i giovani lettori identificano e scartano subito quelli che a loro sembrano testi “falsi”. Il resto possono accettarlo: la difficoltà, il mistero, il non capire subito. Ma se hanno la sensazione che l’autore stia barando o recitando la parte del poeta, non gli concedono scampo. Infine, io sono assolutamente d’accordo con un suggerimento che ha dato mesi fa Gianni D’Elia agli studenti della scuola in cui insegno (D’Elia è uno dei molti autori che abbiamo invitato a incontrare i ragazzi: anche questo è un modo secondo me importante di far conoscere la poesia a scuola); ha consigliato loro di prendere  un libro importante, uno qualsiasi ma scritto da un grande poeta: può essere Baudelaire, Leopardi, Montale, Pasolini, non importa poi molto. Deve attirare il lettore e essere un “grande libro”. Prenderlo, e leggerlo tutto; non a scuola, ma per conto proprio. Visto che spesso la scuola deruba gli studenti di questa eccezionale esperienza, è meglio correre ai ripari in questo modo.

    Molti definiscono la sua poesia una “scrittura testimoniale”. Cosa può testimoniare la poesia oggi, in un mondo che sembra aver perso memoria del passato anche più recente, in una società tutta tesa al presente?
    Non so se mi sento così “testimoniale”. Forse comunque oggi si può solo testimoniare l’impossibilità della testimonianza: richiamare appunto ciò che non esiste più o è seriamente minacciato (il senso di un divenire, il riconoscimento di una profondità memoriale e storica, il radicamento dell’oggi nel suo passato), ma non in forma assertiva o documentaria. Richiamare frammenti, frantumi, relitti della coscienza, e accendere così la nostalgia del lettore.

    È ancora possibile una poesia etica e civile, che si ponga nell’ottica dell’impegno, in Italia?
    Perché no? E poi, vogliamo rovesciare per un attimo la domanda? Se la poesia non potesse (più) essere anche “etica” e “civile”, a quale condizione sarebbe mai condannata? Cos’è una poesia “non etica”? Ha ragion d’essere?

    Uno dei temi più autentici della sua poesia è, secondo la mia opinione, quello della Natura, complice nella nostra vita ma anche fonte di disfacimento, nella quale si muovono la corporeità animale e umana. Gli animali, che in Corpo stellare definisce “così tristemente simili a noi nella loro afflizione”, sono immagini esemplari della “terrestritudine” (Golino), insieme ai diversi, ai dispersi, ai bambini, ai mondi sommersi e che sommergono, ai potenti, agli esclusi, all’acqua, agli alberi, alle pietre. E poi vi sono accensioni improvvise, gioie, la tenacia della speranza che rendono questa poesia umanissima. Una umanità che non punta né all’eroismo né al vittimismo, ma che è “corpo stellare”, la materia che rimane di una stella collassata la cui luce, anche se postuma, è ancora percettibile.
    Dove si trova lo spazio di sopravvivenza (se di “sopravvivenza” è giusto parlare) della poesia, nella fedeltà alle piccole cose, alle immagini quotidiane e familiari? È forse la poesia stessa un “corpo stellare”, divisa tra disfacimento e accensione vitale?

    La ringrazio di queste belle parole. Ma come faccio a rispondere? Sono in sostanza d’accordo con lei circa la sopravvivenza, il tentativo di preservare uno spazio interiore per la gioia, la speranza, sia pure improbabili e minacciate, l’umanità e la luce. Ma come si fa? Ci si prova, malgrado le difficoltà che tutti conosciamo, gli orrori che tutti conosciamo; ci si prova umilmente, credo, giorno dopo giorno, tentando di vivere la propria vita senza dimenticare quella altrui, forse. Magari, bisogna accettare di farsi un po’ da parte, qualche volta.

    Lo sguardo animale è simbolo dell’alterità. Cosa ci fa così paura dell’altro, del diverso, nella nostra società così apparentemente multietnica e tollerante?
    Qui ci vorrebbe un filosofo, per rispondere bene. Una volta ho visto in una cartoleria tedesca una carta geografica rovesciata (sono molto comuni al Nord, ma quella per me era la prima volta), in cui l’Italia sale in alto come la gamba di una ballerina, perché il nord sta in basso, secondo lo sguardo mentale che uno di Berlino forse getta verso il Mediterraneo, dando le spalle al Baltico. Mi ha impressionato molto, e quasi mi ha dato le vertigini, perché quella rappresentazione cartografica mi obbligava a considerare un “modo di vedere il mondo” assolutamente diverso dal mio; sbagliato e persino assurdo, secondo i “miei” parametri, ma corretto e sensato in un’altra realtà. Lo sguardo animale: cosa vede di noi? Non lo sappiamo, e la storia culturale umana è zeppa di tentativi di rispondere umanizzando gli animali ed eliminando l’inquietudine della domanda. Invece di quello che vedono, di come (e se) vedono noi, non sappiamo nulla; e forse questo appunto ci inquieta, e in un certo senso ci rivela a noi stessi nella nostra relatività, nella nostra pochezza, nella nostra reale condizione.

    Lo sviluppo delle tecnologie digitali sta aprendo nuovi orizzonti nella concezione, costruzione e diffusione dei testi. Come si evolverà la poesia in questo scenario?
    Non ne ho idea. Non è la prima volta che una innovazione tecnologica suscita interrogativi di questo tipo; tutto sommato, fino ad ora i cambiamenti non sono stati così sostanziali, nonostante le innovazioni; e mi sembrano aver toccato più il contesto che la sostanza delle cose. Voglio dire che il web cambia o può cambiare le regole di sopravvivenza dei testi, modificandone la diffusione e forse anche la percezione. Un po’ minore mi è sin qui parso il suo effetto sulla concezione: le poesie che si leggono in rete non sono poi così diverse da quelle stampate sulla carta (salvo il fatto che devono affrontare meno filtri e meno controlli; sicché si può leggere di tutto, dal buono al gramo). Un altro aspetto non trascurabile è la dimensione più facilmente comunitaria del blog, che forse può incrinare, o comunque modificare, la solitudine che di solito accompagna la scrittura. D’altra parte, chi scrive continua a farlo nel silenzio di un locale spesso deserto; solo dopo, diffondendo ciò che ha scritto, crea forse dei contatti.

  • 01Nov2010

    Stella Caporale - Excursus.org

    Se è vero che la poesia contemporanea – posta di fronte alla propria condizione di marginalità o esilio – si trova divisa tra l’alternativa radicale di due insignificanze, l’autismo esistenziale, frammentario e non partecipabile, e un’enfasi totalizzante, condannata a rimanere senza destinazione sociale e sfiorare il ridicolo, la poesia di Fabio Pusterla (voce culturale di confine, anche da un punto di vista geografico) sa mantenersi distante da entrambi i rischi e dispiegarsi in uno spazio di sopravvivenza e resistenza, in difficile eppure risolto equilibrio. Lo dimostra ancora una volta il suo ultimo, interessantissimo, lavoro: Corpo stellare (Marcos y Marcos, pp. 220, € 16,50).
    Alcuni dei testi della raccolta sono già noti al lettore del poeta di Mendrisio: l’antologia Le terre emerse, pubblicata da Einaudi nel 2009, nel ripercorrerne l’intera produzione (1985-2008) proponeva infatti, in chiusura, una sezione di inediti destinati a confluire nel nuovo lavoro. Se si inizia una lettura di Corpo stellare da questa nota è perché proprio a partire dai testi anticipati dalla antologia einaudiana – e soprattutto dalle ulteriori connotazioni che essi guadagnano come parte di un intero testuale – può scaturire una riflessione sulla maturità e l’intenzionalità strutturale dell’ultima raccolta: che, si può dire subito, conferma e avvalora non solo il livello di una voce poetica già nota e apprezzata da pubblico e critica, ma anche il peso di una proposta meta-poetica (e, diciamo pure politica) tesa alla consapevole delimitazione di uno spazio di sopravvivenza per l’espressione letteraria.
    L’evoluzione della poesia di Pusterla, così come è possibile ricostruirla  proprio dalla lettura dell’antologia del 2009, lascia vedere chiaramente come, avvicinandosi all’oggi, si facciano progressivamente più esplicite le allusioni all’attualità anche cronachistica, più diretta l’espressione di un punto di vista politico: e agli inediti conclusivi, dopo la più scoperta reazione in senso positivo e anti-nichilista già di Folla sommersa (Marcos y Marcos, 2004), era affidato il compito di esemplificare e fissare tale direzione, specie in quelle Cartoline d’Italia esplicitamente riferite alle elezioni del 2006. Ma il richiamo diretto all’occasione politica, o la riflessione immediatamente civile o sociale, è solo una delle vie percorse dal nuovo libro di Pusterla, e certamente non la principale; l’altra è la strada maestra, già collaudata e padroneggiatissima, della rappresentazione allegorica, che ricava i suoi materiali dal mondo naturale e animale.
    Pusterla sembra dirci – e ci dice in effetti, in quel corrispettivo critico della sua poesia che è la raccolta di saggi Il Nervo di Arnold (Marcos y Marcos, 2000) – che non è possibile, se non nello slancio utopico, nella fantasia allegorica, in un umile e lento lavoro di scavo e recupero della memoria collettiva, credere in un risarcimento a breve termine (ma anche medio e lungo, c’è da temere) sul piano storico e sociale: «eccoci qua, prigione di noi stessi / privi di scelta, stretti fra attesa e sospetto, / chiusi al viaggio e sordi alla vergogna» (p. 76).
    Ed è forse per questo, per evitare il crollo nichilistico sempre pronto a risucchiare la poesia contemporanea, che la riflessione politica aperta, il richiamo al nudo dato di fatto, si offre con reticenza in queste poesie, e nel complesso pochissimo. Pusterla ragiona sull’oggi, sulle condizioni di produzione e ricezione dell’espressione letteraria, e individua, per lo scrittore di poesia, una alternativa inesorabile, che esprime attraverso due immagini: la prima è quella della polvere che ricopre i libri allineati in ordine mortuario in una sala da museo, da nessuno visitata. La seconda è quella delle catacombe, e ad essa è associato l’invito alla resistenza, a una sorta di «umile collaborazione» (sono, nelle Storie dell’armadillo, le «lunghe tane, zone umide e buie dove aspettare / tempi migliori, piogge, epoche in cui la speranza / non è poi del tutto impossibile», p. 125). È un programma poetico: i suoi versi scelgono, senza dubbio, la via della resistenza catacombale.
    Il testo che apre la prima sezione di Corpo stellare (e che chiudeva Le terre emerse) offre l’immagine chiaramente allegorica dello «stlanik», l’albero che affronta i rigori della stagione invernale abbassandosi fino a toccare il terreno e risultare invisibile, per poi ergersi di nuovo, prodigiosamente, presentendo il tepore della primavera («Nevica. Il pino prostrato si rialza. / Segna nel gelo la via del primo fiore», p. 16); mentre alla poesia liminare, che introduce le sei sezioni del libro, è affidato il compito di presentare, seppur cifrato e improntato a umiltà, un programma poetico: le «piccole piccole ali» (p. 11) di questi versi sono infatti forse proprio quelle dell’espressione letteraria. L’attività poetica, insomma, si confessa piccola, fin da subito, ma capace di volo (piccole ma ali, corpo ma stellare). La tradizione umanistica che la poesia di Pusterla, insieme, custodisce e ripropone, non è dunque quella di un privilegio e di una centralità nel mondo della cultura che l’espressione poetica ha perso da decenni, forse irreversibilmente: ma è quella della responsabilità, della condivisione, della resistenza.
    La riflessione sulla poesia, sull’asfittico e socialmente non comunicante spazio che l’espressione poetica, insieme, occupa e sfida, si incontra del resto con quella che Pusterla svolge sulla scuola e sulla sua relazione (interrotta) con la società civile. Riflessione condotta, anche in questo caso, dal di dentro – Pusterla è professore di liceo – e risolta (Una goccia di splendore. Riflessioni sulla scuola, nonostante tutto, Casagrande, 2008) in un invito alla criticità mai rinunciataria propria di chi provi a rifondare le basi per una collettività politicamente consapevole e responsabile, senza anteporre – in virtù della speranza ancora riposta nelle risorse dell’espressione poetica o della appartenenza alla istituzione scolastica – alcun privilegio anacronisticamente umanistico-letterario.
    Del resto il dialogo interrotto tra mondo della scuola e società civile è riannodato, tra fatica ed equilibrismi, a partire dalla minima e quotidiana esperienza dell’insegnante; così come la voce poetica è improntata a una vocazione, per così dire, minimalista. Pusterla rimane convinto, «nonostante tutto», (ed è la premessa ostinata e inverificabile di tutto il suo lavoro), che all’attività letteraria e culturale si possa guardare come al «nucleo in cui più intensamente viene elaborata l’esperienza individuale e collettiva», capace di restituirne «un senso, un indizio luminoso, una traccia quasi antropologica». Per andare avanti non resta insomma che appigliarsi, al limite dell’attesa utopica, a quelle «gocce di splendore» che ancora la realtà (se interrogata nella prospettiva di un progetto collettivo) conserva come tracce da interpretare e seguire. «Quello che si può fare / è preservare i luoghi inaccessibili. Costoni / impervi striati di ghiaccio, / rive non accostabili, gole. / Tracce di vita animale che ci sfugge» (p. 156). Tracce che la parola letteraria – e soprattutto, per Pusterla, poetica – nella sua «marginale centralità», ha gli strumenti espressivi per indicare (nella forma, appunto, dell’allegoria storica, della intenzionalità strutturale, della responsabilità politica consapevolmente assunta): proponendone l’adempimento, come un dovere etico-politico, pur senza illudersi di potersene realmente fare carico.
    A dominare l’intera raccolta è la dicotomia (insieme tematica e formale) della verticalità e dell’inabissamento, della salita vertiginosa o volo, e della caduta o spazio sotterraneo. La ricorrenza e la coerenza semantica di questa opposizione – che segna il movimento e la contraddizione fondamentale della poesia – sono un dato consapevolmente strutturale. Ricompare in maniera preponderante dopo aver attraversato l’intera raccolta, nell’ultima, bellissima, serie di testi (Abbozzo degli aerei e delle ali), altro programma poetico cifrato: «Le ali servono adesso a volare al contrario, / a calare nel buio. / L’ultima planata verso ciò che sta sotto, / nel cielo più grande. / Un’altra stella, /dunque, che adesso ci chiama e ci guida? / (…) / una rotta da inventare senza radar?» (p. 205). E già questa attenzione all’architettura formale del libro poetico, mai fine a se stessa ma sempre volta a innescare la partecipazione del lettore alla costruzione del senso e ad una condivisa responsabilità, ne fa un raro, di questi tempi, libro dell’intelligenza. E non è certo un caso che al preciso centro fisico del libro sia posto il testo che gli dà il titolo. È, ancora una volta e in più sensi (cioè anche sul versante della ricezione), una poetica delle tracce, quella che Pusterla ci propone.
    È quindi chiaro che, nonostante i temi mai autistici, mai solo personali (sebbene un registro frequente sia quello del monologo o finto dialogo – sereniano, è stato detto – ma un monologo, per così dire, aperto) è una poesia che non imbocca il vicolo cieco della rassegnazione o della mestizia, se non per pietà dei deboli e degli ultimi (si leggano testi intensi e riuscitissimi come Lamento degli animali condotti al macello o Per un operaio precipitato) e per la «folla sommersa» dell’inadempienza storica.
    Una poesia che «resiste» (come la fortiniana «rosa dei ghiacci» che apriva Folla sommersa), passando attraverso una voce estremamente equilibrata, che sa guadagnarsi il diritto alla sopravvivenza e persino una paradossale e inattuale innocenza, capace di tenersi lontana, come si diceva in apertura, tanto da ogni individualismo incomunicante quanto da ogni illusione di centralità o incisività sociale; e che sa, come un programma di antagonismo mai sproporzionato o vanamente enfatico, «proteggere il silenzio con parole / minime, rispettose, memorabili» (p. 156), mentre «sventaglia artificiale un eterno presente / nasconde il suo vero volto nel profondo e lo dismemora / come una corruzione o una vergogna» (p.146).

  • 20Set2010

    Mariella Delfanti - Corriere del Ticino

    Poesia, nostalgia di una narrazione
    A colloquio con il poeta di «Corpo stellare»

    La poesia contemporanea è stata spesso accusata di essere difficile, oscura: forse è semplicemente dura da leggere perché richiede tempo e concentrazione. Così capita che ci passino davanti dei capolavori senza quasi che ce ne accorgiamo, che rivoluzioni avvengano, strade si aprano, continenti emergano nel regno della parola, e noi ne siamo ignari. Eppure la poesia, quando è grande, ci riguarda da vicino, e ci aiuta proprio a fare chiarezza, indaga sul senso del nostro essere al mondo, raccoglie ansie, domande, bisogni della contemporaneità.
    È il caso dell’ultima bellissima raccolta di Fabio Pusterla, Corpo stellare, (Marcos y Marcos, maggio 2010), presentata ieri a Pordenonelegge e che non è passata inosservata all’attenzione dei critici (soprattutto italiani), ma attende ora maggiore divulgazione anche da noi. Si tratta di una settantina di poesie divise in sei sezioni, ognuna delle quali ruota, in una specie di costellazione, intorno a un poemetto più lungo di cui espande o riprende temi e cadenze stilistiche. Il tutto racchiuso tra un gruppo di versi iniziali, dove «l’allegria/gorgheggia, ti sfiora per caso/e va, nelle sere più cupe,/con piccole ali» (poesia di apertura), all’ultimo verso della raccolta: «ancora un po’ di speranza, d’amore». E in mezzo? In mezzo ci sono il cosmico, eruttante, indifferente, commino delle ere geologiche, e il crudele, aspro, violento percorso dell’evoluzione e della storia dell’uomo, «sovrano feroce». E se questo principio di sopravvivenza che regna in un mondo brulicante e ignaro, può dare un senso al destino dei «mansueti» come l’armadillo, che muore «ridendo», nelle Storie omonime, è comunque la violenza, materiale o simbolica, un tema che attraversa quasi tutte le storia: una raccolta che appare piuttosto un poemetto, tanta è l’unità tematica che le tiene assieme. n una tellurica, accidentata, universale necessità – quale quella descritta nei suoi paesaggi – Pusterla scava non alla ricerca del perché e neppure del senso che sa di non trovare. Eppure sta in questa ricerca, in questo storicismo della volontà, in questa «allegria di naufragi» il nocciolo della sua poesia. Qualche volta, dal «volto atroce del vuoto» può sgorgare la parola e splendere «Come una luna su un deposito di merci».
    Su questi temi e in generale sulla poesia contemporanea, abbiamo parlato col poeta.

    Partiamo dall’armadillo: È simbolo di una condizione che riassume l’etica del libro: andare avanti sempre, mitemente controvento?
    «Il fatto di andare controcorrente e allo stesso tempo essere inermi è qualcosa di diverso dalla vecchia idea della ribellione armata. La funzione della letteratura è porre degli interrogativi, non dare risposte. A volte bisogna scartare, uscire dalla strada maestra, sporgersi sull’abisso».

    Il vuoto, un tema forte della sua poesia. Si squarcia all’improvviso e si richiude. È una metafora per il senso della vita?
    «È come una breve vertigine, un bagliore. Credo che abbia a che fare con la ricerca di un senso pur sapendo che il senso non si dà. Ecco che allora l’improvvisa consapevolezza apre un orizzonte di grande smarrimento che è poi quello antico da Pascal in poi, per capirci. Che poi si richiude, certo, perché noi, comunque, continuiamo a vivere».

    La sua è una sintassi irregolare, ellittica, spesso nominale, che procede per salti, per associazioni, per accumulo. Si può dire che è questo che distingue oggi la poesia dalla prosa: la violazione delle regole?
    «Non direi che la prosa contemporanea sia un esempio, come dice lei, di fedeltà alle regole; però nella prosa c’è un ritmo nella costruzione della narrativa che tende a espandersi in qualche modo orizzontalmente nell’esplorazione del mondo. La poesia privilegia invece l’asse verticale, la trivellazione (o l’ascensione; anche se io sono per la prima) e quindi non va tanto verso la colonizzazione dello spazio, quanto la ricerca di un senso o della stratificazione dello cose. La sintassi si può contrarre, restringere, e tuttavia non è priva di una sua tensione narrativa. C’è un’allusione alla possibilità di una storia, ma non c’è la storia; sono frammenti che rimangono lì, come dei fotogrammi slegati da un continuum».

    Per questo c’è un senso di spiazzamento del lettore di fronte a certe parti della sua raccolta e in generale alla poesia contemporanea?
    «Tradizionalmente siamo legati all’idea che un’immagine in poesia possa avere un valore metaforico o simbolico. Da alcuni decenni però – per me con l’apparizione delle Occasioni, di Montale – è successo qualche cosa in poesia. Certe immagini non hanno più alcun valore simbolico, non rimandano ad altro che a sé stesse e, ciononostante, non sono neppure una semplice fotografia della realtà, ma inquietano o attraggono. Può darsi che in questo possa rientrare il discorso su un passaggio in corso dalla metafora all’allegoria: un ritorno addirittura a Dante che qualche critico ha propugnato come modo per superare il simbolismo e i suoi cascami e reimpadronirsi di un modo di parlare del mondo. La poesia è come il taglio di un fotogramma da una pellicola. La pellicola era la narrazione di qualche cosa, il singolo fotogramma, da solo non significa altro che sé stesso eppure contiene la nostalgia di quella narrazione che non si può spiegare, ma sopportare questa ambiguità e guardare invece di capire».

    La sua è una poesia evocativa ma anche concreta; si nutre di immagini che raccontano la bellezza, ma non soffre compiacimenti estetici…
    «Non sono sicuro che lo spettacolo biologico della natura produca bellezza, ma c’è la capacità della parola di accendere in noi la nostalgia della bellezza. Per parlare di bellezza abbiamo bisogno di cultura e quindi di parola. Allora sopra la realtà bruta, non necessariamente brutta, la parola riesce ad accendere un’illuminazione particolare. La bellezza non è nelle parole, ma nel rapporto che la parola stabilisce tra noi e le cose, perché sono rari quei momenti in cui viviamo con la coscienza di quella che Ungaretti chiamava armonia».

  • 01Set2010

    Lorenzo Cardilli - Idraonline.org

    L’OLTRAGGIO E LA DOLCEZZA

    Fabio Pusterla pubblica a maggio la raccolta poetica Corpo Stellare, ultimo lavoro di un’estesa produzione, documentata dall’antologia Le terre emerse, anch’essa uscita di recente per Einaudi.
 Corpo Stellare ha oltre duecento pagine, un carattere elegante, un armadillo di carta sulla copertina blu oltremare. È un libro vasto e aperto, colpisce per la sua eloquenza. Non è solo un fatto di tono, ma di impostazione della voce poetica. Pusterla, poeta reduce dal suo “viaggio di sempre”,  propone una scrittura evoluta e ordinata, un libro fertile. I segni della maturità sono vari e rintracciabili a più livelli: sicurezza dello stile, controllo delle risorse linguistiche, un’estrema disponibilità tematica e figurale. È specialmente quest’ampiezza, insieme a una forte leggibilità, che distingue il libro rispetto alle rotte canoniche della poesia di oggi. 
Corpo stellare si raccoglie attorno a temi per cui la designazione di “poesia cosmica” non basta. La sua poesia torna molto più all’uomo che alle stelle: attraversa la paleontologia e la zoologia, mostra una sensibilità rispettosa e approfondita per la natura, insegue la complessità dei dati “ambientali” del mondo. Tutto questo in modo originale e non forzato. Ad esempio dedica un ciclo alla beffa di Piltdown – la più grande bufala archeologica della storia, che produsse il fossile d’un fantasioso anello mancante tra uomo e scimmia – o un altro agli animali estinti che pesano sui vivi come “una colpa innominabile”. Il paesaggio naturale, molto spesso montano, è sede e non sfondo del senso. È qualcosa da cercare e non da creare. L’uomo, così com’è proposto in questi testi, ne risulta dimensionato.
 L’aggancio cosmico non è, tradizionalmente, il rimpianto di una condizione anteriore, primitiva. È qualcosa di utopico, di posteriore e insieme presente come possibilità e come sfida. Concepire un legame col cosmo non ha un motivo edonistico ma etico. A questa spinta prepara il confronto con i cicli naturali e con la loro perfezione, anche crudele (“la smorfia del fiore”, “l’oltraggio e la dolcezza”). 
È la natura stessa che fornisce spunti rivoluzionari alla condizione umana. Il poemetto Storie dell’armadillo li espone con grande chiarezza:

    Eppure i miei passi vaghi
vanno da qualche parte, queste tane che scavo 
serviranno anche ad altri, con un po’ di fortuna. Lo spazio
serberà qualche traccia del mio fantasticare
controcorrente. Così l’armadillo, l’idea
di armadillo, mi guida, e io guido lei, io la conduco
nel mio piccolo verso i tempi a venire e le montagne
gelate, e i grandi laghi.

    Pusterla dedica la sua fatica a un animale “ribelle”, che migra risalendo l’America da Nord a Sud, nel verso contrario di antiche migrazioni cenozoiche. Oltre l’originalità delle immagini, per nulla diminuita dalla chiarezza generale della pronuncia (che si avvale anche di un sintetico ed esauriente apparato di note a fine volume), alla raccolta va riconosciuto un grande coraggio. Nel sostenere posizioni lontane da quelle più preziose del letterato, impegnate a registrare il pessimismo storico o l’utopia vaga di un’alternativa intellettuale. 
Corpo stellare è un libro positivo. Di una gioia difficile, sofferta. Cercata nell’immagine e nel concetto, nella musica del verso, in certi momenti davvero riuscita. Sicuramente più dura da ottenere dell’aristocratico catastrofismo che informa tanta poesia. Anche lo stile regge alla verifica: Pusterla usa un repertorio che inizialmente può sembrare convenzionale. Vento, stelle, effetti di luce, voli, indugi descrittivi. Tutto questo risulta però funzionale, propositivo, dinamico. Lontano dall’ansia (ancora) tutta italiana del nuovo ad ogni costo.

  • 13Lug2010

    Pierre Lepori - Culturactif

    Un paese sommerso dall’acqua per costruire una diga – La mia casa si chiama Resistenza e qui tendo l’orecchio / se mai da sotto suonasse qualcosa / un rintocco o un tintinno subacqueo; la beffa archeologica dell’uomo di Piltdown – Nei giorni dissipativi, / negli anni di quadriglia e di trincea, / io sono la musica finta degli eoni, / un sogno d’avvocati e gesuiti; la prima raffigurazione nota del volto femminile: la poesia di Fabio Pusterla fruga tra le eccezioni, le anomalie, gli scarti rivelatori. Sa che lo sguardo fa male / se non mente di fronte all’operaio caduto da un’impalcatura, all’ultimo viaggio dei maiali portati al macello, alle implorazioni e ai lamenti lanciati nell’etere o affidati a un messaggio infilato tra le pagine di un libro. Approda alle pietraie scoscese annusando con occhi di lupo magro il sole dell’alba che disseta i merli, si tuffa negli abissi marini per accogliere l’aereo che precipita e che lento e deciso cala oscillando verso zone sconosciute” (…) La nuova raccolta di una delle voci più amate della poesia contemporanea affonda nelle sue radici e spicca il volo.
    Fabio Pusterla, Corpo stellare, Milano, Marcos y Marcos, 2010, pp. 223.
    Laureato in lettere con Maria Corti all’Università di Pavia, Fabio Pusterla ha esordito nel 1985 con Concessione all’inverno (Premio Schiller e Premio Montale). Regolare da allora la sua produzione poetica, sempre pubblicata dall’editore milanese Marcos y Marcos, che gli è valsa nel 2007 il Premio Gottfried Keller per l’insieme della sua opera e la pubblicazione nel 2009 – nella prestigiosa “Collana bianca” dell’editore Einaudi – di un’antologia dal titolo Le terre emerse (Premio Giuseppe Dessì). Notevole anche la sua produzione saggistica ( Il nervo di Arnold , Marcos y Marcos, 2007; Una goccia di splendore , Casagrande, 2009) e l’intensa attività di traduttore dal francese (in particolare della poesia di Philippe Jaccottet, di cui ha firmato la versione italiana di sette libri).

    Critique, par Pierre Lepori
    “Come rendere conto di un capolavoro?”, si chiede Pierre Lepori leggendo la nuova raccolta pusterliana Corpo stellare. Per gli autori svizzero-italiani nati dopo il 1965, Fabio Pusterla è un riferimento certo. E per molti di loro – tra cui anche Lepori, appunto – è compagno, o fratello maggiore, lettore attento dei manoscritti degli altri, da sempre disponibile al dialogo. Proponiamo qui integralmente il suo denso e coinvolgente contributo.
    Come rendere conto di Corpo stellare, e del pulviscolo di voci che trapuntano 200 pagine di poesia, girando su se stesso come un’antica galassia, misteriosamente geometrica e pur totalmente libera? Diciamolo subito: con questo suo sesto libro Fabio Pusterla tocca vertici di maturità inquieta e solenne che gli fanno firmare un vero e proprio capolavoro, generoso e selvaggio, perfettamente leggibile e rileggibile, ma costantemente in movimento. Vertiginoso.
    La prima ragione è certamente di natura geometrica, fisica: poeta geologo, esploratore di anfratti e gallerie, Pusterla non ha mai rinnegato il suo attaccamento alla terra (non tanto al territorio, quanto al depositarsi terroso della storia): quella prealpina franosa e lacustre che l’ha iscritto dapprincipio in una concretezza molto lombarda (nel debutto già fermissimo di Concessione all’inverno, 1985); quella nord-europea che si fa metafora di un confronto con la morte (nelle torbiere da cui emerse come un diamante grezzo il poemetto Bocksten, 1989); quella delle Cose senza storia (1994, sotto influenza decisiva di Philippe Jaccottet) o della vita più rude e intenerita di Pietra sangue (1999) o minutamente collettiva di Folla sommersa (2004).
    In questo nuovo libro la geografia sembra totalmente metaforizzata: se il dettato è realistico, caloroso (ma capace di scatti irsuti), lo sguardo ora si è fatto cosmico (di qui il titolo), cerca il disegno di una costellazione. Per evitare il dubbio di un eventuale spiritualismo, o di una volontà prometeica e vaticinante, chiariamo: il poeta che qui parla è certo iscritto nel “tempo della povertà” (per riprendere le parole di Hölderlin chiosate da Heidegger), ma si attiene alla regola della “poesia onesta” (enunciata da Saba nel 1911). Il cui tono pacato e umanistico – illuminato dai fuochi repentini della resistenza e dello sdegno civile – sa tuttavia di dovere fare i conti con necessità ferree di scrittura. La forma dunque è una questione prettamente etica, di rigore compositivo e mentale – tanto più urgente nel suo contrapporre la necessità poetica al chiacchiericcio dei tempi.
    La raccolta è architettata in cinque grandi sequenze, inquadrate da un proemio e una coda (sequenza VI), entrambi marcati dal sogno delle ali. Piccole ali “nelle sere più cupe” (p. 11) d’apertura; ali vaste di un volo sconfitto dei dipinti di Luca Mengoni nella suite finale, che tocca terra per “la corsa come di cane che segue una pista / nei tramonti e si smarrisce” (p. 202).
    Ognuna delle cinque sezioni centrali (ad eccezione dell’ultima) è attratta dalla stella nera di un poemetto più lungo, che si ramifica tematicamente e stilisticamente attraverso altre composizioni singole o altre sequenze più corpose. Nella prima sono le nove poesie di Galleria dell’evoluzione (pp. 38-48); nella seconda il turbinoso e meta-poetico Uomo dell’alba (pp. 56-71); nella terza il già molto noto Storie dell’armadillo (pp. 120-35); solo la quinta sequenza rompe questo modus operandi, mentre la quarta anticipa il movimento di rarefazione, con un poemetto più meditativo e sospeso come Scablands (pp. 150-59), e si affida al prisma d’istanti che sembra contraddire qualsiasi opportunità totalizzante, globalizzante, definitiva.
    Mentre viene accompagnato con mano ferma in micro-racconti, parabole, esplorazioni “realistiche”, mietiture di parole quotidiane o di semplici gesti, il lettore ha dunque l’impressione di procedere sul filo teso di una deriva, come se intorno ai temi focali e ben riconoscibili di questa raccolta si disponesse a raggiera una perlustrazione degli stati del reale; per poi essere richiamato costantemente (attraverso un gioco di rimandi: visivi, contenutistici, sonori) al nocciolo duro di un gesto di partenza. Una struttura fugata e contrappuntistica, sotto cui batte il basso continuo di un respiro più profondo, la preoccupazione umanistica per un mondo terroso e affaticante. Né fumisterie né chanson grise dunque, ma il rigore volutamente solenne (perché anti-qualunquistico) di una consapevolezza: fare poesia implica un dovere formale che potenzia la ribellione delle parole sul banale.
    Questa consapevolezza è tanto più avvincente e convincente dopo un percorso non facile e non privo di sensi unici: i due precedenti libri di Fabio Pusterla (Pietra sangue e Folla sommersa) avevano lasciato l’impressione, in effetti, di un accumularsi un po’ farraginoso di strati e tentativi (alcuni altissimi, va detto), alla cui angoscia dissipativa la voce sembrava talvolta palliare con un eccesso dichiarativo-pedagogico. Col rischio di un paternalismo che affievoliva il valore provocatorio e ribelle di una poesia per sua essenza indomita.
    Qui, invece, il rigore formale evita ai temi attualissimi e immemoriali, furenti e miti, di sbavare nel moralismo o in un eccesso di consapevolezza. Chi scrive, qui, non è mai “trasparente”, soffre e s’indigna, vede e indica, accenta e stizzisce, ma evitando qualsiasi narcisismo, non si guarda ma scrive. Può sembrare una premessa totalmente teorica e raziocinante, ma può essere verificata sui fatti, sugli stessi soprassalti di umanità – marginale ma guardata “a pieno titolo” – e fisicità di Corpo stellare .
    Per entrare nel vivo di questo confronto con l’umanità, Pusterla ci propone un singolare bestiario: fin dalla prima sezione protagonisti sono gli “animali condotti al macello” (p. 21), i Cani (“ai piedi della festa e del massacro”, pp. 31-36), un Furetto di Tenerife (che “grida tutto l’inganno e il desiderio / di correre nei prati per coniglie e profumi, / di mordere o baciare tramutarsi / in luce sangue latte, / per svanire e rivivere in eterno, / come le nuvole e i fiumi”, p. 37) e naturalmente “l’armadillo [che] cammina verso nord” (p. 16). Un animale emblematico che ritroveremo poi nel poemetto eponimo, nella sua cocciuta e donchisciottesca marcia controvento, contro la corrente di “puma, giaguari, altri animali forti / (…) Predatori, disperati, fuggiaschi / tutti in fila nella stessa direzione, tutti / ugualmente entusiasti” , p. 127). Coerentemente, la prima sezione è chiusa da una straordinaria Galleria dell’evoluzione e la nota finale dell’autore spiega: “nel parigino Muséum National d’Histoire naturelle, di fronte al Jardin des Plantes, un corridoio separato e quasi oscuro ospita le vetrine dedicate alla specie animali minacciate o estinte. Accoglie i visitatori in questa vasta penombra, come un lugubre maggiordomo, un esemplare di Dodo (Didus ineptus), goffo e tragico”.
    “D’altri il futuro, d’altri il passato” dicono pazienti questi inetti sradicati “nostro soltanto il presente negato” (p. 45).
    L’impiego degli animali, del bestiario (vivo o estinto), non è tanto un espediente retorico per invocare la dignità dei vinti e dei persi, dei sommersi e dei bruciati, ma è il cuore stesso di una poesia che insorge contro ogni forma di violenza simbolica; per cui non è indegno scomodare le categorie della bio-politica e filosofi come Foucault, Agamben o Eribon (si veda il disincanto pedagogico di Istruzioni per la colonia marina , pp. 112-13). Non a caso, una delle poesie più squisitamente protestatarie della raccolta, Amici di maggioranza (p. 177), s’indigna dinnanzi al riflusso di “modelli positivi, guarigioni, velate minacce” iscritti in una teoria di brutali normalizzazioni, “maggioranze, biologie, luci artificiali soffuse” (il dato biologico – pretestuosamente biologico – del diktat essenzialista precede la politica come prevaricazione). Ed è anche un modo per tagliar corto col paternalismo o il miserabilismo di una certa poesia impegnata, per spostarsi su un piano simbolico ma senza disincarnare né il racconto né la fenomenologia del reale (salvaguardando, per restare in termini filosofici, la riduzione eidetica che ne è il fondamento indissociabile).
    La pregnanza di questa scelta è confermata in apertura della seconda sezione dal poemetto Uomo all’alba. Il suo protagonista è definito dettagliatamente in appendice, giacché Pusterla non occulta mai le sue fonti (anzi le offre per bussola al lettore): “scientificamente Eoanthropus, denominazione ufficiale dell’uomo di Piltdown. (…) Secondo le cronache, agli scavi paleontologici effettuati nel Sussex [negli anni 1908-15] che avrebbero portato alla luce i (falsi) resti di cranio e mandibola del presunto progenitore della specie umana parteciparono fra gli altri l’operaio Venus Hargreaves e, come inconsueta spettatrice, un’oca, chiamata Chipper”. Quest’ombra dalla notte dei tempi (compagna ispida del Bocksten degli esordi) parla, pur essendo uno “scherzo ”una“ scientifica smorfia” (p. 58). E denuncia. Denuncia l’impostura positivista: ”da me si voleva qualcosa, è ovvio. Una parola / ferma, definitiva: le cose stanno così e così, / tutti lo sappiamo eccetera” (p. 64). Denuncia e si ribella, giacché è lei stessa una “verità” sottratta al delirio di potere (un suo aborto): “Leggetemi al contrario: sono il viaggio / da compiere, la meta non raggiunta, / il corpo da ritrovare” (p. 65). Un vertiginoso capovolgimento spazio-temporale, che spariglia destini e fortuna. L’uomo all’alba ci urla infine in faccia l’orrore di tutte le manipolazioni, linguistiche storiche generazionali: “Vengo da un’alba nera, da uno scherzo / cattivo. Sono un secolo atroce” (p. 69).
    Ed ecco che, conclusosi appena il lai disperato di questa fotocopia a rovescio dell’umana sopraffazione, troviamo le Cartoline d’Italia, datate 2006, in presa diretta con la politica peninsulare, ma vista dalla parte degli emigrati, negletti e burini, che “Impararono a dire no in lingue diverse, / e a dire grazie, mi scusi, ho fame, esisto anch’io”. “Potendo scegliere / alcuni scelsero, infine (…)” (p. 73), opponendo al berlusconismo (inteso anche come figura del potere) “un po’ di civile decenza, la nemesi degli emigrati” (p. 74). Le cose senza storia sono dunque anche volti (un collettivo di volti, se vogliamo, un pulviscolo di marginalità), depositati in anfratti ma in perenne resistenza anti-violenta, come quel “ragazzo venuto a morire sul bordo di un lago” cui l’uomo all’alba riserva la sua muta commozione, “intera la mia ammirazione, / la mia nostalgia”. Estesa, in una straziante invocazione della dignità, “ai fuggitivi, ai perduti, agli speranti / alle scintille e alle selci / lasciate come un pegno sulla via” (pp. 66-67).
    In continuità e coerenza con l’opera precedente di Pusterla, la natura è sempre vivida e presente, a volte oscura e grondante, sfinita e franante; altrove più cantabile e lenitiva: il “muso scimmiesco” dell’uomo all’alba “che odori conosceva, e che dolcezze / vegetali” (p. 65); gli animali condotti al macello cantano (“noi cantiamo / la nostra bellezza negata. E siamo vivi”, p. 21); e canticchia sottovoce l’Armadillo, che sarà sventrato e martirizzato, mentre “va perché va, / perché bisogna andare, perché il mondo / è grande, il tempo breve. Poi il profumo / di certi fiori, davvero delizioso” (p. 121). Mai come in questo libro lo sguardo e la voce del poeta hanno abbracciato con più incisiva pertinenza esseri e mondo: gli oggetti inanimati, gli scartati (ivi compresi gli uomini senza senso e gli animali fuggiaschi) ricevono un’anima nella loro tenace volontà di minima voce – che è dunque poesia.
    Come il sinsigallo, animaletto immaginario di un poemetto in prosa non incluso in questa raccolta (ma pubblicato per i tipi d’If a Napoli lo scorso gennaio), che oppone alla cieca violenza dei carrubi la sua quilia fragilità: “Ma poiché tace, i carrubi lo credono di solito lontano, e giocano a qualche trucido gioco di carte, spesso litigando bestialmente e talvolta ferendosi a vicenda con armi da taglio o mazze di ferro poderose. / Non lontano forse da loro e dalla loro cupezza, dorme il sinsigallo, sognando. I piccoli insetti del deserto, sopra il suo capo, danzano: segno che canta anche nel sonno, ma su frequenze che solo i minimi esseri indifesi sanno percepire. / Deve cantare molto bene, poiché la danza dei minuscoli è aggraziata e commovente” ( Sinsigalli (con gronchi, carrubi e mestizzi), p. 19).
    Opzione umanistica e tenera, dunque, ma non per questo ingenua, giacché Pusterla non cela mai l’orrore, né i tranelli, i travestimenti in agguato: “Dietro maschere o griglie / d’oro, protetto in anfratti accoglienti, / è sempre cauto lo sguardo del potere, / si dissimula, canta” ( Leggendo Svetonio , p. 92).
    V’è, evidentemente, una coerenza di percorso, nelle scelte d’oggetto di questa poesia: l’attenzione a un mondo d’esseri minimi, dalla salamandra alla drosofila, è una costante degli ultimi libri di Pusterla (in particolare in Folla sommersa ), il quale ora ammette “sono ricco di moltissimi animali” (p. 163); ma la geniale intuizione del nuovo volume (e della produzione più recente) sta proprio in questa capacità di superare l’impressionismo di un terrore bovino o di un grido di gufo per entrare in una fluidità più ampia, stellare appunto, quasi di laica religiosità, mai paga delle proprie domande.
    Non si creda però che questi solchi tematici affidati al sapore dell’apologo conducano a un massiccio militantismo di facciata. Il disporsi delle storie brulicanti, il disegno organizzato in costellazione, non abbandona al loro destino le stelle orfane, gli astri ordinari, i buchi di senso, le incertezze. E impedisce alla collera bruciante di farsi retorica o semplicemente di prosciugarsi in un eccesso di buona volontà. Schegge e frammenti non mancano mai, in questa generosa lutulenza di allegorie.
    Talvolta il procedimento adottato per frangere la compostezza del dettato si affida alla pura e semplice emergenza di voci: un modello già parzialmente sperimentato in opere precedenti (Bozzetti per la scagliola in Pietra sangue o Domenica intelvese in Folla sommersa). Nella prima sezione, proprio in apertura, ascoltiamo il Dialogo della partenza e del nessundove tra l’uomo che fuma e la donna delle domande (p. 17), ordito di discorso diretto e dilacerate solitudini; nella seguente è il prodigioso Milano Centrale, gennaio 2006 a offrirci in una colata di versi dal ritmo incalzante il monologo di una donna che implora il suo uomo di lasciarla (“sono più vecchia di te, quarantaquattro come secoli”, p. 86); mentre le schegge appaiate di Fuochi d’artificio a Preda e Donna con bambino accostano il “belato / stridulo, solitario di creatura” (p. 117) di una bimba down dinanzi ai fuochi d’artificio e il silenzio atroce di un rientro nella rassegnazione diuturna, “vanno lenti / verso l’ombra d’un’ombra, verso casa” (p. 118).
    Se si è parlato in precedenza di una struttura a raggiera, Corpo stellare potrebbe anche essere analizzato sotto la forma della spirale, giacché il ritorno di forme da sezione a sezione (poemetto e schegge, descrizione e “viva voce”) non impedisce al libro di avanzare innalzandosi verso il sogno alato (e infranto) che lo conclude. Ciò è tanto più evidente nella quarta e quinta sezione, che lasciano alle spalle le lunghe anse poematiche delle prime 120 pagine per ritornare verso l’ansia dei singoli istanti, prismaticamente colti, in una dolorosa accellerazione. Ed è allora un alternarsi di strappi e momenti di sospensione meditativa (“E’ una domenica questa, / solitaria in cui tutto ristagna e non si basta”, p. 178; “Calante, la sera, calante eppure chiara”, p. 192); di voci e volti nelle mille luci della città (nella fattispecie Ginevra, dove Pusterla ha insegnato per due anni all’Università); osserviamo una ragazza sul tram (p. 182) o i quadretti del mondo accademico, coi suoi insegnanti goffi e l’addetto alle lavagne (pp. 185-7); e ci ritroviamo, in Gare Cornavin, faccia a faccia con un uomo in transito dall’”identità negata incerta”, che ci apostrofa direttamente nella sua lingua meticcia; la sua voce ci imbarazza e ci commuove in un attimo, densa di storie sospiri e mondo, prima di scorrer via con un “Buona fortuna, / amico” (p. 184).
    Queste alternanze, queste contusioni effimere, potrebbero ricondurci verso una poesia intimista ed epifanica, quasi neorealista, se non fossero il frutto di una traversata che non ha avuto paura di transitare per sentieri epici e accorati, né tra stridi più impervi di bestie e derelitti. Se questo libro è perfettamente controllato – e al contempo liberissimo – nella sua inestricabilità strutturale e tematica, è anche vero che Pusterla si è conquistato pazientemente, nel corso degli anni, una voce inconfondibile. Dall’illuminismo pariniano (con vene tragiche mutuate dal Manzoni lirico) e dalla modestia lombarda e anti-orfica (d’un Gozzano sfrondato del suo narcisismo liberty) ha saputo confluire verso il lirismo sostenuto ma mai supponente della migliore poesia italiana contemporanea (da Umberto Fiori ad Antonella Anedda, passando per Gli alleati viaggiatori di Majorino o Gente di corsa di Tiziano Rossi). Senza dimenticare che di qui è passata l’avanguardia (Porta, Pagliarani) e che i cantautori hanno anch’essi dato voce ai vinti, naviganti su fragili vascelli (evidenti i calchi da Guccini, De André, Lolli, …). Alla maturità tematica e strutturale di Corpo stellare corrisponde insomma la piena acquisizione di una voce, al contempo corale e ancorata nella storia, sempre disponibile e antiermetica per il lettore, ma spinta in avanti da un desiderio di libertà, dalla volontà di sapere: “Sopra le nostre parole di tempera e colla / di polvere e d’olio / una rotta da inventare senza radar?” (p. 205).