Come un polittico che si apre

Archivio rassegna stampa

  • 10Mar2018

    Dario Accolla - gaypost.it

    Come la bellezza può cambiare il mondo: settant’anni di poesia e militanza

    Ti sembra di essere a casa di Franco Buffoni, mentre leggi l’ultimo libro che lo riguarda, Come un polittico che si apre, edito per Marcos y Marcos. Se hai la fortuna di conoscerlo, ti sembra di sentirne la voce

    – magari davanti a un tè al bergamotto e pasticcini, nella sua casa al centro di Roma – mentre disserta degli argomenti più vari, muovendosi con la disinvoltura che lo contraddistingue (che poi è quella dell’intellettuale) tra i ricordi della sua giovinezza e i temi della letteratura, fino alle riflessioni sulla politica attuale e la questione Lgbt.

    Una lunga intervista

    Ho detto che è un libro “che lo riguarda”, perché si tratta di una lunga intervista condotta per un anno da Marco Corsi, che ha sapientemente raccolto la sua testimonianza fino a farne un volumetto denso di memorie, di aneddoti e di riflessioni profonde. Un omaggio per i suoi settant’anni – che Franco ha compiuto sabato scorso – e che diventa letteratura, dialogo con l’uomo, il poeta e il militante. E sfogliando il Polittico, sono tre i filoni conduttori principali che ci restituiscono un’identità caleidoscopica e densa di vita.

    Il rapporto con i genitori

    Il filone familiare emerge da subito, sin dalle primissime pagine. Il rapporto con i genitori – per altro già presente in altre sue opere, come Reperto 74 e La casa di via Palestro – si sviluppa nella conflittualità con il padre, che non accettava la natura del figlio e la sua sessualità, argomento mai pienamente affrontato ma aleggiante come lo spettro dell’indicibile: «la mia privata guerra d’identità» la definisce, infatti. E quindi l’amore per la madre, improntato sulle orme della delicatezza, del ritrovarsi nel tempo, in un cercarsi continuo che va oltre la morte. E proprio attraverso i rapporti familiari prende forma l’argomento che attraversa tutto il libro.

    Franco Buffoni e l’omosessualità

    L’omosessualità, appunto. Che non è solo l’esplorazione dell’eros e la ribellione rispetto al sistema dominante. È, forse prima di ogni altra cosa, processo continuamente in fieri che diviene costruzione di quell’identità insieme umana, intellettuale e politica. Forse la storia di questo recupero del sé si può identificare nella descrizione della biblioteca di Aldo, che troviamo in Zamel. Un lungo indice di letture che ci ricorda come la letteratura riesce a catturare tutta la vita possibile, riscattandola e trasformandola in arte. E in impegno. Impegno che nel caso di Buffoni, incontra una scrittura raffinatissima, ma mai elitaria – nel senso di autoreferenziale.

    La poesia e le traduzioni

    E quindi l’amore per la letteratura: non solo in quella studiata e che viene restituita al pubblico attraverso le traduzioni – ricordiamo che Buffoni è traduttore, tra gli altri, di Walt Whitman, di cui ha curato un’edizione critica di Foglie d’erba per Einaudi – e la fondazione di Testo a fronte, ma anche per la poesia di sua produzione e che conta numerose pubblicazioni, da Suora Carmelitana (per Guanda) a Noi e loro (raccolta pubblicata per Donzelli), fino all’Oscar Mondadori Poesie 1975-2012. Opere a cui si accenna, nel Polittico, e di cui scopriamo il “dietro le quinte”, attraverso i racconti dell’autore.

    Una scrittura militante

    Chiude il libro, infine, un capitolo dall’alto valore militante intitolato: “Ultimi irriducibili impegni: sul vivere in società”. La scrittura, sosteneva Luigi Malerba, o è impegnata o non è letteratura. E forse il libro di Buffoni che più rinchiude questo carattere engagé è il Laico alfabeto in salsa gay piccante (Transeuropa) in cui troviamo molte delle suggestioni presenti nella chiusura del Polittico, come il rapporto tra società e chiesa, l’esigenza di una democrazia veramente laica e di una politica che guardi ai bisogni della cittadinanza.

    Una vita per raccontare un mondo migliore

    Emerge, insomma, il ritratto di un uomo che ha fatto della sua intera parabola esistenziale – e dell’identità in essa racchiusa – un pretesto per immaginare e narrare una realtà diversa, migliore: con la poesia, con l’attivismo, con parole giuste e opportune in un mondo che dimentica troppo spesso i canoni della bellezza, della giustizia, dell’inclusione.

    http://www.gaypost.it/libro-franco-buffoni-polittico

  • 03Mar2018

    Corrado Benigni - L'Eco di Bergamo

    L’intervista. Franco Buffoni a 70 anni si raconta nel libro-intevista “Come un polittico che si apre”. Dai ricordi di Bergamo alle prime traduzioni.

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  • 03Mar2018

    Riccardo Deiana e Jacopo Mecca - L'Indice dei Libri del Mese

    Scommettere vuol dire prendersi dei rischi

    Intervista a Franco Buffoni di Riccardo Deiana e Jacopo Mecca

     

    È appena uscito per Marcos y Marcos il suo ultimo libro- intervista scritto a quattro mani con Marco Corsi intitolato Come un polittico che si apre. Un libro che dà conto della sua esperienza umana, artistica e professionale. A quale polittico si riferisce?

    Il titolo trae spunto dal verso di una mia poesia che per la prima volta apparve nel libro I tre desideri (1984), e che ha conosciuto una seconda vita quando ho deciso di porla come incipit di Il profilo del rosa (la mia raccolta-ricognizione del 2000). Il polittico era un armadio privato con un numero variabile di ante all’interno delle quali veniva decorata una storia che, a meno che non lo si aprisse, restava segreta. Le aperture di solito avvenivano per le occasioni importanti. Dato che il libro esce per festeggiare il mio settantesimo compleanno, ho pensato che la metafora del polittico fosse quella giusta per intrecciare la questione del disvelamento di sé in un giorno di festa al tema dello scorrere del tempo. Riflessioni che tornano anche nella mia prossima raccolta La linea del cielo, che uscirà per Garzanti nei prossimi mesi.

    In questo libro, inoltre, si parla dei longevi Quaderni di poesia contemporanea, che tuttora rappresentano una guida imprescindibile per chiunque si interessi di poesia italiana. Perché nascono? E perché da Gue- rini sono poi passati a Crocetti e infine a Marcos y Marcos?

    Il progetto nasce alla fine degli anni ottanta e si ispira ai “Quaderni della Fenice” del mio maestro Raboni, sui quali ho esordito a trent’anni con la silloge Nell’acqua degli occhi. C’è quindi una continuità ideale con quella brevis- sima esperienza, della quale ho però modificato gli aspetti che ritenevo più deboli, ovvero gli apparati critici: troppo asciutti e scritti o da Raboni o da Cucchi. Per i miei Quaderni ho voluto sia allargare lo spettro dei collaboratori, sia fare delle note introduttive più ampie. Uscirono per Guerini semplicemente perché nel 1988 ero associato all’Università di Bergamo e Guerini era l’editore di riferimento del nostro dipartimento. Nel 1988 organizzai il convegno La traduzione del testo poetico, i cui atti vennero pubblicati da Guerini, così come la rivista “Testo a Fronte”, dalla quale gemmarono due collane: “I testi” e “I saggi”. Nei “Testi” misi i primi quattro quaderni di poesia italiana contemporanea. Poi, dato che Guerini aveva un’impostazione più saggistica, e che io nel frattempo ero transitato nel direttivo di Crocetti, pensai di portarmeli dietro. Uscì solamente il quinto numero perché Crocetti era assorbito dal mensile “Poesia”. Così nel ’98 approdai da Marcos y Marcos. Accettarono l’offerta anche perché nel frattempo avevano avuto il tempo e il modo di riscontrare quanto i Quaderni fossero cresciuti. L’editore ci ha creduto talmente tanto che quando al decimo Quaderno ho pensato di smettere, fu lui a incoraggiarmi a continuare.

    Che cosa ha significato questo passaggio?

    Principalmente una cosa: ci siamo strutturati. Se prima i Quaderni li autogestivo, dal ’98 abbiamo fondato un comitato di lettura, composto dagli editori Marco Zapparoli e Claudia Tarolo, e dai due poeti Umberto Fiori e Fabio Pusterla, già autori della casa editrice. In questo modo i Quaderni hanno assunto anche una funzione di mappatura e di ricerca, cosa che prima, con le mie sole energie, non riuscivo a fare.

    Ogni poeta è proposto con una “silloge breve ma compiuta”. Questa scelta fa in modo che i testi non vengano presentati secondo la formula dell’antologia poetica, che prevede la selezione delle poesie più significative di ciascun autore; al contrario, si richiedono lavori con una struttura organica e unitaria, un “libro” a tutti gli effetti. Perché questa scelta?

    Questa è in effetti la scommessa più difficile. Le ragioni sono molte e tra loro si intrecciano. Ovvero: la visibilità che si può ottenere attraverso un Quaderno comporta una certa dose di precauzione, perché i lettori, data la strutturazione ormai consolidata dei Quaderni, si sono moltiplicati, e si deve perciò puntare al massimo. Dico sempre ai miei autori che è molto probabile che tra dieci anni di loro si troverà di più quel mini-libro che non l’opera prima. Va quindi composto al meglio. E questo “meglio” può capitare che sia identico alla prima versione della silloge, o che sia il risultato di un processo di perfezionamento che segue alla lettura e ai suggerimenti di uno di noi. Per me, allievo di Anceschi, conta moltissimo la progettualità, la riflessione poetica e lo stile che la esprime. Io scommetto sul talento, sulla qualità stilistica. Nei casi in cui la percepisco solo in potenza, cerco di stimolarla. Scommettere vuol dire prendersi dei rischi.

    Restiamo dietro le quinte. Come funziona il vostro comitato di lettura?

    Lo stesso manoscritto gira su più tavoli per mesi. All’epoca del cartaceo era più faticoso, anche perché Pusterla viveva a Lugano. Oggi, invece, gli scambi sono meno impegnativi. Quando ci siamo convertiti al digitale, ho chiesto a Massimo Gezzi di darci una mano. Così, dai primi anni duemila, il processo di lettura inizia da lui. Gezzi fa una valutazione di due tipi: controlla la conformità ai termini anagrafici richiesti e fa una scrematura di base; poi registra i candidati. Dopo la registrazione, si avvia il lavoro del comitato. Si fa una seconda grossa scrematura andando a individuare il talento (usiamo il voto in decimi). Quando si arriva a circa 15 nomi, ci confrontiamo su lingua e stile. Arrivati a questa fase, scegliamo i 7 finalisti. Qui emergono considerazioni anche non esclusivamente letterarie; la più banale: se due autori sono in bilico, si dà la precedenza al più vecchio. A questo punto, i gusti personali entrano in gioco in modo più prepotente. Dal mio canto, però, cerco di essere ecumenico, nel senso che se riconosco il talento do voto favorevole anche se la poetica dell’autore è lontana dalla mia (così fu per Giovenale e Calandrone). Noi cerchiamo dei poeti, non degli adepti. Il comitato di lettura, a volte, si serve anche di consulenti esterni, come Cucchi, Viviani, Conte, o i più giovani Mazzoni, Zuccato.

    Sentire i nomi di Mazzoni e Zuccato, fa sorgere una domanda: cosa avviene dopo il Quaderno? Continuate a seguire gli autori che avete selezionato in precedenza?

    Sì. Così per esempio ho fatto io con Marco Corsi e Maddalena Bergamin per Interlinea; e così ha fatto Pusterla con Testa per Marcos y Marcos. Succede anche che alcuni invece di destinarli a un Quaderno, li travasiamo direttamente in collana. Così è stato per Giovanna Cristina Vivinetto per Interlinea quest’anno, o per Gabriele Belletti, che è uscito da Marcos y Marcos.

    Nell’antologia Velocità della visione, Cucchi denuncia l’assenza pressoché totale della critica nelle nuove generazioni. Leggendo le introduzioni dei Quaderni verrebbe da dire il contrario. Lei come la vede?

    Io vedo che c’è una sproporzione oggettiva tra l’attenzione critica e ciò che viene pubblicato in poesia: mediamente l’attenzione critica è scarsa. Non penso tanto che la critica sia morta (Fabio Zinelli, per esempio, lavora benissimo). Il problema è piuttosto cosa questa sproporzione genera, ovvero: non essendoci concorrenza, alcuni critici di media qualità appaiono come autorevolissimi. Uno degli obiettivi dei Quaderni è proprio quello di sopperire a questo male, anche perché i giovani, vista la situazione, rischierebbero di non avere un inquadramento critico per anni.

    In un’altra sede, ha dichiarato che ciò che più manca nelle nuove generazioni è il dialetto. Ha avuto modo di ricredersi in questi ultimi tempi? Si sentirebbe di incoraggiarne l’uso in poesia?

    Rispetto a tre anni fa, la questione del dialetto è solo peggiorata. Anche perché a livello antropologico e sociale sono venuti a mancare i contesti in cui parlarlo, ad eccezione di pochissime zone. In Lombardia, per esempio, è praticamente scomparso. Già quella di Loi fu un’operazione di recupero: il suo milanese è spesso inventato. Lo incoraggio, ma credo che la battaglia sia persa.

    A proposito di contesti: secondo lei l’Italia ha una capitale poetica? Una capitale, si intende, non editoriale.

    Con il consolidamento di internet e dei social, è difficile parlare oggi di luoghi definiti. Ci sono due tipi di aggregazione: quella fisica e quella virtuale. Pensiamo al gruppo GAMMM: i poeti si incontravano su skype! Anche il rapporto tra centro e periferia è cambiato. Ma al tempo stesso è evidente che stare in una città come Milano faciliti certi processi di sprovincializzazione e abbrevi l’apprendistato poetico (anche se non sempre esordire precocemente è un bene, perché si corre il rischio di fossilizzarsi). A ogni modo, a livello di geografia letteraria, con i Quaderni ho cercato sempre di tenere un equilibrio tra i centri e le province. Oggi credo che la provincia stia andando molto, come Claudia Crocco, Antonio Lanza, Franca Mancinelli, Stefano Pini, Jacopo Ramonda dell’ultimo Quaderno stanno a testimoniare.

  • 01Mar2018
  • 31Gen2018

    Redazione - argonline.it

    [Pubblichiamo in anteprima un estratto di Come un polittico che si apre, libro-intervista di Marco Corsi a Franco Buffoni di Marcos y Marcos. Narratore, poeta, saggista, traduttore, studioso, docente universitario, talent scout: Buffoni è uno degli intellettuali italiani più importanti, soprattutto in ambito poetico, non solo per la sua produzione in versi, ma anche per la sua capacità analitica, le sue doti pedagogiche e la sua predisposizione al dialogo intergenerazionale. Il libro è corredato da una nota biobibliografica sull’Autore, a cura di Massimo Gezzi.]

     

    Tu sei un poeta, un intellettuale, che vive tra Roma e Milano, ma che gira anche molto l’Italia: quando la osservi e la vedi nelle sue province, nella sua dimensione meno metropolitana, che sentimento provi? Magari scendendo in una stazioncina…

    Un profondo sentimento di amore. Sia che arrivi ad Aosta o a Treviso, sia a Palermo o a Taranto: vedermi venire addosso quei secoli di storia, quei monumenti, anche i meno importanti, e saperli leggere perché ne conosco i segreti (in Thailandia non mi succede, non li so leggere) mi appaga e a volte mi esalta. L’amore che nutro per le pietre che mi parlano, per i dialetti, le cadenze, le inflessioni, i cibi e i vini italiani, il sorriso di chi viene ad accogliermi: solitamente persone giovani, desiderose d’essere ospitali, gentili. Non idealizzo nulla e non voglio apparire ingenuo. Ma sono contento di essermi tenuto spicchi di lavoro a Venezia in Fondazione Cini per il premio Geiger, a Napoli a Palazzo Reale per il premio Napoli, o a Firenze. A Roma e in Lombardia ci vivo, a Torino ho insegnato, così come a Trieste, Parma, Bergamo, Cassino con San Vincenzo al Volturno che è qualcosa di immenso dal punto di vista della cultura tra carolingi e longobardi in Italia. Mi basta citare questi nomi per sentirmi appagato. Certamente, molte, troppe cose mi danno fastidio, però riesco ad astrarmi e una delle gioie più grandi è rivedere in seguito, a schermo, posti e monumenti. Un godimento estremo. Storia dell’arte, pittura, architettura, archeologia: tutto ciò che profondamente amo, che ho studiato e continuo a studiare. Scendere a Santa Tecla a Milano sotto il Duomo, o a Roma a San Clemente fino al mitreo, a Tivoli o Frascati, o tornare sul lago Maggiore dove ogni pietra, ogni piccolo borgo miricorda qualcosa. All’isola dei Pescatori in cinque minuti di barca da Stresa, il coregone un bicchiere di bianco il Mottarone di fronte e sono contento.

    Ci avviamo verso la fine del pomeriggio, forse dell’intera intervista, e inevitabilmente arriviamo alle domande più scanzonate: quelle che ci piacciono e che a volte rischiamo di tralasciare, ma che qui non possono mancare. Abbiamo detto di un Buffoni up-to-date, informatizzato, da social media, ma dal punto di vista delle mode, delle tendenze, dei nuovi stili di vita e di quello che si legge sui giornali… c’è qualche nuova forma di costume, di piacere, di sfizio che ti affascina o qualcosa che ti repelle o che ritieni un abominio della specie?

    Difficilmente uso termini severi come abominio. Per dire: non mi piacciono i tatuaggi, non riesco a stare con una persona dal corpo tatuato. Prima ti dicevo: l’odore, la pelle delle persone. Non sopporto la depilazione nei maschi. Un ragazzo con le sopracciglia depilate con me ha chiuso in partenza. Devono
    tenersi i peli sotto le ascelle e dappertutto. Sopporto abbastanza invece, anche se non mi esalta, il ciuffo biondo sul castano. Comunque, se un ragazzo ha di questi vezzi, scende nella mia scala di interesse. Da un punto di vista estetico magari non mi dispiace guardarlo ma la cosa si ferma lì. Parlo
    di maschi. Altro discorso è quello sul travestitismo e sulla transessualità. Ma Mario Mieli, che si travestiva, non si depilava… Queer ante litteram. Ho un servizio fotografico inedito a colori su di lui molto esplicito al riguardo. Probabilmente ne farò una mostra.
    Di idiosincrasie te ne ho raccontate abbastanza?

    No, parla ancora…

    Sono cresciuto in un’epoca in cui il jeans non era tale se non spaccava sul culo. E i pantaloni erano a zampa di elefante, si allargavano sotto il ginocchio e sopra erano iperaderenti. Bisognava avere una linea perfetta. Era una moda mirata a esaltare il corpo maschile, come i paggi eternati dai pittori nelle corti rinascimentali. Oggi mi fanno tenerezza certe mode, come quella del tubino, il pantaloncino aderente che si ferma alla caviglia, strettissimo: anche in pieno inverno li vedi in giro con le caviglie nude… che teneri. Che gelida caviglina, insomma! Ormai le mode le ho viste girare tre volte… dall’aderentissimo al larghissimo, dalla vita bassa che più bassa non si può a quella altissima. Le mode non possono fare altro che giocare sugli eccessi. Quando a seguirle sono adolescenti qu’en même temps vanno scoprendo il loro corpo, il mio sguardo è indulgente; quando si tratta di persone sopra i vent’anni il mio occhio si fa ben più severo. Leopardi scrisse parole sacrosante sulla ‘foggia’, moda e morte son sorelle: in La linea
    del cielo ci sarà una sezione dedicata a lui.

    […]

    Che rapporto hai con gli animali?

    Ne studio i comportamenti, non riesco a staccarmi dai documentari che li descrivono. L’etologia è una scienza estranea al mio bagaglio formativo, che ho acquisito successivamente, con immenso interesse. Se invece ti riferisci ai pet, i cani li vedo con simpatia solo se hanno un giardino a disposizione: negli appartamenti sono sacrificati, e quando i ‘padroni’ li conducono all’esterno di solito incrementano il degrado del nostro scarso verde pubblico e dei marciapiedi. L’idea di castrare i gatti per costringerli in casa mi repelle, come quella di tenere gli uccelli in gabbia.

    http://www.argonline.it/come-un-polittico-che-si-apre-libro-intervista-di-marco-corsi-a-franco-buffoni/

  • 31Gen2018

    redazione - leparoleelecose.it

    A breve uscirà per Marcos y Marcos Come un polittico che si apre di Franco Buffoni, un libro in forma di intervista condotta da Marco Corsi. Questa è la premessa e il primo capitolo].

    Premessa

    Queste pagine registrano in presa diretta, e con una spiccata disposizione all’ascolto, una serie di conversazioni registrate tra l’aprile del 2016 e la primavera dell’anno successivo. Dodici mesi intercorrono tra domande e risposte che non hanno mai la pretesa di esaurirsi in un unico momento, ma che ricorrono nel corso del tempo richiamandosi a distanza, tese sul filo di una memoria lucida, analitica e schietta.

    La familiarità con l’opera in versi e in prosa di Franco Buffoni, argomento centrale di questo libro-intervista che festeggia il suo settantesimo compleanno, si rivela soltanto un pretesto: un motivo in più per conoscere e approfondire la storia e l’evoluzione di un pensiero costantemente “poetante”. Un pensiero che si fa, e cresce attraverso incontri, date, appuntamenti con la storia e con personaggi che hanno fatto la storia – letteraria e non solo – del nostro Paese. Dialoghi, monologhi, brevi intermezzi e riprese scandiscono dunque le fasi di avvicinamento a una personalità intera, senza pose o manie intellettualistiche. Domande secche, improvvise. Risposte altrettanto sincere, comprensive, mai devianti. Un modo per scoprire come, piano piano, diventiamo con coscienza noi stessi, valutando o rivalutando certe occasioni della vita, mettendo in successione i fatti e scoprendo quanta parte del passato non è mai definitivamente trascorsa. E ci preme ancora di raccontare.

    m.c.

    Come un polittico che si apre
    E dentro c’è la storia
    Ma si apre ogni tanto
    Solo nelle occasioni,
    Fuori invece è monocromo
    Grigio per tutti i giorni,
    La sensazione di non essere più in grado,
    Di non sapere più ricordare
    Contemporaneamente
    Tutta la sua esistenza,
    Come la storia che c’è dentro il polittico
    E non si vede,
    Gli dava l’affanno del non-essere stato
    Quando invece sapeva era stato,
    Del non avere letto o mai avuto.
    La sensazione insomma di star per cominciare
    A non ricordare più tutto come prima,
    Mentre il vento capriccioso
    Corteggiava come amante
    I pioppi giovani
    Fino a farli fremere.

    da Il profilo del Rosa (2000)

    1. Metti in prosa (e in rete) la vita

    Sai, caro Franco, credo che dovremo imparare fin da subito a dare un tempo a queste parole, perché il tempo è una variabile non indifferente durante l’esecuzione di un ritratto. L’esposizione, la sua durata, determina l’intensità della luce che fissa un’immagine nel ricordo. La memoria nel fluire di un discorso. Oggi, per esempio, è l’8 aprile 2016, siamo a Gallarate, siamo nei luoghi che appartengono alla vita e alla scrittura di Franco Buffoni, siamo vicini al Teatro del Popolo, siamo vicini alla casa di via Palestro, ci muoviamo nella geografia delle sue memorie. Quanto è importante per te la dimensione geografica entro la quale hai vissuto?

    Purtroppo è importante. Credevo, con la morte di mia madre nel 2010, di essermi liberato di questa casa, di Gallarate. Negli ultimi dieci anni di vita di mia madre mi pesava questa dislocazione: abitavo a Roma, avevo cattedra a Cassino, rapporti con l’America e l’Inghilterra… sapere che questa persona anziana mi aspettava sempre… mia madre è stata sposata per trent’anni e per altri trent’anni vedova. Nel secondo trentennio il marito sono stato io, insomma. Mi opprimeva raggiungere questa casa, era un pensiero, non tanto per la telefonata che dovevo farle ogni sera, quanto perché sapevo che lei viveva in attesa dei miei ritorni. Questa casa è stata per anni il teatro mentale dei miei nervosi egoismi. Quando poi mia madre a ottantotto anni improvvisamente morì, era Natale e io ero presente. Pensai subito che la fase gallaratese della mia vita si fosse conclusa, e quindi anche il rapporto con questa casa. Poi, per ragioni pratiche – quando si eredita una casa devono passare cinque anni prima di poterla vendere – continuai ugualmente a tornarci. Cinque anni di scorribande tra fotografie e vecchi libri, carte e oggetti d’uso, sullo sfondo del mio non voler pensare al futuro della casa e ai suoi dintorni. Trascorsi i cinque anni, mi sono reso conto che volevo restare qui, pur senza lasciare Roma. Che volevo restare anche qui.

    Te ne sei dato anche una spiegazione razionale?

    Ho dovuto ammettere che il legame con questa cittadina e con questa casa era troppo profondo. Hai citato la via Palestro col Teatro del Popolo, posso aggiungere l’Aloisianum coi gesuiti e la loro biblioteca, il museo di arte contemporanea Ma*Ga, il Chiostrino col Davide e Golia di Tanzio da Varallo e i reperti archeologici della Lagozza. Ho rinsaldato i rapporti con mia sorella, coi nipoti. Adesso torno a Gallarate perché ci voglio tornare. Conseguono le ragioni pratiche, la vicinanza a Malpensa e a RhoFiera, a Torino, alla Svizzera, e naturalmente a Milano centro. Però sarei ipocrita se tacessi la necessità affettiva di rivedere questo prato, questa collinetta, questi alberi, questo terrazzo… siamo in aprile, e se penso a dove vorrei essere in agosto per scrivere il nuovo libro di poesia – sarà un’opera teatrale con quattro personaggi – vedo questo terrazzo e un bicchiere di Matheus gelato.

    C’è quindi un’idea forte di ritorno, quasi di nostos, che fa slittare le geometrie di questi luoghi in una sorta di topografia degli affetti, in termini di coinvolgimento ma anche di distacco… Coinvolgimento e distacco che già attribuivi alla figura materna, e che si estendono al complesso familiare, penso ora al padre. Identifichi anche la figura paterna con Gallarate?

    Mio padre scomparve nel 1980… quindi, anche se in Avrei fatto la fine di Turing ho cercato di accostare le figure paterna e materna, i due ritratti non sono alla pari. Nel Racconto dello sguardo acceso parlo di mio padre con riferimento al Ma*Ga, ricordando la sua reazionaria esecrazione per le “torri” dell’architetto Moretti nella Gallarate degli anni Sessanta/Settanta. Quindi, certo, pur se più lontana nel tempo, anche quella figura è presente. Solo che col padre ci furono sempre conflitti molto forti, che non mi piace ricordare dopo la full immersion di Più luce, padre. Mentre mia madre era una persona molto buona… aveva una animalesca capacità di essere buona, non riuscii mai a detestarla. Era capace di parlare con la stessa intonazione di Luisa Ferida – un’attrice d’epoca fascista uccisa dai partigiani alla fine della guerra insieme al compagno Osvaldo Parenti – e del massacro di partigiani di Borgo Ticino da parte dei nazifascisti: lo racconto ne La casa di via Palestro.

    Mia madre negli ultimi anni diceva: vado dalla Luisa Ferida a provarmi una gonna. Dopo cinquant’anni ancora designava con quel nome una sarta che si chiamava Luisa. Sempre aggiungendo: eh sì poverina, è stata ammazzata! E con lo stesso tono: poverini quei ragazzi… pam pam pam! Faceva proprio il gesto, come lo può fare una donna anziana… pam pam! fingendo appunto un mitra o un fucile in mano… Non distingueva ideologicamente o politicamente, c’era solo il fatto: poverini! Il rapporto di mia madre con l’esistenza era di questo tipo. Una totale assenza di giudizio storico al cospetto dell’umano troppo umano. Credo sia stato questo tratto in primis a rendere unico il nostro rapporto.

    Sei il poeta che forse ha parlato di più dei suoi famigliari…

    Penso anch’io di non aver fatto mancare tessere al mio pantheon, a cominciare dalla Suora carmelitana, sorella di mio padre, fino al nipote in Theios. Col nonno paterno che si prese di striscio i gas nervini austriaci nella Prima guerra mondiale e rimase paralizzato per vent’anni. Erano gallaratesi entrambi i nonni e portavano lo stesso cognome, Buffoni Angelo e Buffoni Francesco. Lontani cugini, ma i Buffoni a Gallarate sono molto numerosi. Mentre le nonne no: la nonna paterna era milanese, una Viganò di Cernusco sul Naviglio – il dialetto lo imparai da lei – e l’altra era piemontese, una Novazio di Borgo Ticino. Confesso che i cognomi delle nonne mi piacevano di più del mio e all’inizio del percorso in poesia fui tentato dal nom de plume. Furono Maurizio Cucchi (“Hai già pubblicato come anglista: te ne pentiresti”) e Antonio Porta (che pure lo aveva fatto) a dissuadermi. Raboni no, a queste cose era indifferente: “Allora hai deciso con che nome uscire?”

    I luoghi e la famiglia sono componenti essenziali per quanto riguarda l’acquisizione dell’identità. Vorrei partire proprio da qui, mettendo a confronto diretto due opere narrative, all’interno delle quali la famiglia, prima che i luoghi, ha un referente specifico ed essenziale: Reperto 74 e La casa di via Palestro. Reperto 74 già nel titolo indica una sorta di recupero, un’idea di ritorno: benché i materiali scritti risalgano all’anno che campeggia nel titolo, per il contesto editoriale in cui sono stati pubblicati connotano forse un’idea di nostalgia; mentre nella Casa di via Palestro, l’idea di ritorno si apparenta con quella di “riapertura”, che già si trovava nella plaquette Nella casa riaperta… partiamo da qui.

    Reperto 74 lo scrissi lì, su quel terrazzo, nell’agosto del ’74, erano tutti in vacanza… Viene da lontano l’abitudine di lavorare in questa casa d’estate… Inviai il dattiloscritto a Feltrinelli. E Feltrinelli lo avrebbe pubblicato, ma avrei dovuto togliere il primo capitolo – che era teorico, una sorta di excursus sull’omosessualità – e aggiustare il finale aggiungendo una conclusione. Risposi che non ero d’accordo e il libro rimase inedito. Quando trent’anni dopo rilessi il dattiloscritto mi resi conto che l’editor di Feltrinelli aveva ragione su entrambi i punti. Difatti l’ho pubblicato nel 2007, togliendo il primo capitolo e riscrivendo il finale. Questa la verità fattuale. Ma c’è anche un’altra verità. Nel 1974 si stava profilando il mio primo concorso universitario, l’imperativo era: pubblicare pubblicare pubblicare… ma pubblicare saggistica accademica. Ciò significava biblioteche tra Inghilterra, Germania e Scozia. Entrai in una sorta di apnea. Cominciai a scrivere il libro su Chaucer e quello sui poeti pastorali scozzesi. Passarono gli anni. Poi i decenni. Ma la vera ragione è che non volevo pubblicare Reperto 74.

    Francesco Gnerre, che da quarant’anni si occupa di narrativa a tematica Lgbt italiana e straniera, definisce romanzo breve o racconto lungo Reperto 74, e parla dello stile sperimentale – con riferimento ovviamente agli anni settanta – di un ventenne immerso nel dramma della problematica conoscenza di sé, puntando l’attenzione sulla mancata pubblicazione del libro. In effetti, dopo Arbasino, le altre grandi prove di narrativa italiana esplicitamente omosessuale (a parte Pasolini, che si colloca su un altro piano) furono quelle di Tondelli e Busi negli anni ottanta. Quindi, conclude Gnerre, la pubblicazione del tuo libro nel 1974 avrebbe potuto segnare significativamente la narrativa gay italiana.

    Scrissi quel libro per un’estrema necessità di scriverlo, ma non ero convinto di volerlo pubblicare. Quella dell’editor fu una scusa. Gnerre ha azzeccato assolutamente il taglio critico. Se nel ’74 quel romanzo fosse uscito, avrebbe pregiudicato la mia carriera accademica. Si badava troppo, allora, all’immagine complessiva del candidato. Anche Walter Siti – siamo coetanei – ha cominciato a pubblicare la sua narrativa negli anni novanta, dopo aver vinto l’ordinariato. Oggi la situazione è molto cambiata, ma in quegli anni… Arbasino, che era stato assistente a Giurisprudenza, lasciò l’università quando pubblicò L’Anonimo lombardo. Gli scrittori con coming out incorporato (anche se allora questo termine non esisteva) non erano tollerati in accademia. Quindi, volendo sintetizzare, il mio comportamento fu subdolo: scrissi il libro e lo mandai all’editore, ma quando l’editore mi impose una rilettura critica ebbi la scusa per non farne nulla. Credevo persino di aver distrutto il dattiloscritto.

    Un altro aspetto su cui Gnerre – a ragione – insiste riguarda la progressiva consapevolezza della propria identità omosessuale. Il libro è scandito in tre fasi, esemplificative di altrettanti stadi dell’io. In particolare tre affermazioni balzano agli occhi e segnano i diversi momenti della consapevolezza: «Comincia così per Franco la stagione della colpa», che coincide con la prima messa a fuoco del soggetto su sé stesso in età pre-adolescente; l’altra, a cavallo tra adolescenza e maturità, quando scrivi «Franco ormai ha imparato a fare l’invertito»; infine, il momento della maturità piena: «razionalizzare e calcolare», strumenti di valutazione, contrappesi. Credo che questi tre stadi rappresentino un percorso esemplare nell’acquisizione dell’identità omosessuale. Quali sono i ricordi di Franco Buffoni relativamente all’età della colpa, a quella dell’apprendistato e poi a quella della ragionevolezza?

    I ricordi non sono per niente piacevoli. All’inizio si incentrano sulle figure genitoriali, l’amore assoluto materno totalmente sottomesso alla figura autoritaria paterna, che paralizzava qualunque volontà di autonomia. In un bambino omosessuale significa censure su atteggiamenti, modi di vestire, letture, preferenze nei giochi. L’oppressione esercitata da mio padre fu costante. Poi, con l’adolescenza, imparai a combattere. E appresi della guerra, del fascismo, dei Lager (cioè del passato del padre) mentre combattevo/subivo (prima subivo, poi combattevo) la mia privata guerra d’identità. Fu – quella privata guerra – il mio strumento di conoscenza del mondo. E il primo “caino sociale” fu il padre. Il peggiore: in seguito non ci fu più circostanza o persona (vita privata, militare o accademica) che mi abbia fatto veramente paura. Quando mi dissero: “Lei ha un cancro al polmone…”, reagii con la massima razionalità. E fortunatamente ne uscii vivo. La paura e l’angoscia le avevo già tutte consumate da bambino e da adolescente perquella ragione. Sono anche stato fortunato: ero sano, alto, di aspetto gradevole, abbastanza intelligente. Ma non ricordo di essere mai stato gioioso, sereno o spensierato. Recuperai la misura della spensieratezza da ventenne, quando cominciai a potermi gestire in autonomia. Ancora oggi ne risento: mi piace divertirmi, persino giochicchiare… Michaux diceva che l’intelligenza per fiorire deve essere ferita, e prima ancora che deve essere sporcata. Io aggiungo: se non va in setticemia – dopo essere stata ferita e sporcata – finisce che conferisce al soggetto una marcia in più.

    Forse dunque nel «calcolo», in quell’accenno alla convenienza di rapporti e intenzioni, c’è una forma di consapevolezza preventiva, di difesa… ma di una difesa propositiva, necessaria, stimolante. Quando si sono già fatti i conti con una certa «paura» tutto ciò che riguarda il futuro risiede nel campo delle possibilità, tra le variabili di qualcosa che già intravediamo…

    Posso farti un esempio: il primo dei miei due nipoti, Stefano – dedicatario di Theios – a sedici anni subì una forte delusione amorosa: cose che succedono agli adolescenti… Quella delusione d’amore eterosessuale mi colpì perché diventò un problema famigliare: ne parlavano la nonna, la mamma, il papà, il fratellino minore… Stefano, è vero, soffriva, come avevo sofferto io per Alberto alla sua stessa età, ma con una differenza: io non lo potevo dire a nessuno… anzi, la mia prima preoccupazione era di nascondere il mio stato. «Bene vixit qui bene latuit», disse Cartesio dopo il processo a Galileo. Qui invece la famiglia allargata era al corrente e cercava di consolarlo. Io stesso ricordo che lo portai con me a Torino al Salone del Libro per distrarlo. E mentre compivo volentieri il mio dovere di zio, pensavo a quanto mi fossi sentito solo io, doppiamente: come sedicenne e come omosessuale. Il mio dolore era da tenere assolutamente nascosto. In famiglia e con gli amici. Io ero solo. Con questo non voglio drammatizzare: è chiaro che se ricevi le bombe in testa o se ti seviziano soffri molto di più. Ma in un’ottica di comune vita borghese, in periodo di pace, quella situazione di solitudine è una vera palestra. Ho cercato di descriverla nel Racconto dello sguardo acceso parlando di Romeo e Giulietta. Quando anche la nutrice, che è l’unica amica di Giulietta, le dice “Ma sposati Paride! E’ un bel ragazzo, è persino meglio di Romeo”, Giulietta capisce che è davvero sola. Nel mio immaginario quella scena è passata tout court a rappresentare la solitudine. Che ti uccide ancor più del tradimento. Perché è la persona di cui ti fidi, l’unica che ti si sia sempre dimostrata amica, a non capire. E cerca di convincerti, per il tuo bene, a fare qualcosa che per te è peggio della morte. Ecco, io non avevo neanche la nutrice!

    In Reperto 74 mi colpisce quel bisogno estremo di mettere una lettera, un io, accanto a tutto ciò che sentivi affine alla tua giovane persona. Mi piace pensare a Guido Guinizzelli e a tutti quei segni e senhal che ti richiamavano e definivano la tua identità…

    In quel racconto descrivo la mia palindromica necessità di raccontare e di svelare, al tempo in cui i programmi scolastici erano rigidi e lo studio delle letterature avveniva in maniera esemplarmente cronologica. Allora Guinizzelli entrava nella nostra vita durante l’inverno dei sedici anni per consegnarci diciassettenni alla primavera. Al cor gentile rempaira sempre Amore veniva letto dopo Già mai non mi conforto di Rinaldo d’Aquino e Disgusto del mondo di Compiuta Donzella, e prima di Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira di Cavalcanti. Poi avviene una cosa strana nel mio libro di scuola: il quarto testo guinizzelliano antologizzato – Chi vedesse a Lucia un var capuzzo – non reca segni di spiegazioni o di studio; evidentemente “non era stato fatto”, forse non piaceva al professore, o non c’era stato tempo, il resto del programma incalzava, o forse era il giorno della festa degli alberi o della campestre (corsa che permetteva ai maschi per una mattinata di disertare i banchi). Un verso del sonetto però è seguito da una freccina che porta alla fine della pagina con la lettera I, il soggetto di prima persona singolare inglese, che allora scrivevo all’uso antico, ricamando quasi una chiave di violino. Il verso corrisponde all’attacco della prima terzina, dove la “voglia” è prepotentemente protagonista, il poeta confessando che tanto vorrebbe spingersi “oltra su’ grato”: al di là della possibilità di gradimento, dunque, della persona amata, e baciare la bocca e’l bel visaggio e gli occhi suoi, ch’èn fiamme di foco. Ah prender lei a forza, scrive Guinizzelli a pagina duecentododici. Una geometria dei numeri e delle lingue solevo mettere in funzione in quegli anni per registrare segretamente ciò che a nessuno credevo di poter mai dire. Riesco a ricostruirla a distanza di tanto tempo, dopo un po’ di riflessione. Provo a pagina trecentododici (trovo Dante con A ciascun’alma presa) e io con la stessa biro avevo scritto un mon, aggettivo possessivo francese. So già che cosa troverò a pagina duecentossantadue, la voce verbale mancante: quiero, indicativo presente prima persona in spagnolo. Il resto non potrà venire che alle pagine trecentosessantadue (dove trovo liebe) e quattrocentododici dove trovo in piccolo ritrovo la sillaba iniziale dell’agognato nome AL. Faceva atletica all’Arena, l’avevo conosciuto l’estate prima a Bellaria-Igea Marina e aveva sedici anni come me.

    In questa alternanza tra identità e geografia degli affetti, guardando alla Casa di via Palestro e cercando di tenere insieme questo materiale che hai riversato nella tua scrittura in prosa, mi verrebbe da chiederti: nel passaggio verso una forma di narrazione più illuministica, più storica, più scientifica, più consapevole della propria posizione nel mondo… che cosa interviene?

    Intervengono l’età e l’esperienza. Scrissi La casa di via Palestro come atto d’amore nei confronti di questo luogo e di questa casa nel 2013, mentre appunto maturava in me la decisione di non eliminarli dalla mia vita. Da qui la messa in luce della lapide della signora ebrea Clara Pirani Cardosi e dei discorsi su fascismo e antifascismo, sul soffocamento dei sindacati nel biennio rosso, sulla guerra e la lotta partigiana, e su padre e madre giovani. In definitiva sulla mia necessità di ripensare quelle vicende e di narrarle con gli strumenti critici di cui dispongo oggi.

    Sei ridiventato gallaratese…

    Forse sì. Ricordo che nell’ultimo decennio di vita di mia madre, quando desideravo affrancarmi da Gallarate, pensavo per me stesso al cimitero degli Inglesi a Roma, come Dario Bellezza. Proprio ieri invece ho chiesto alla direttrice del Ma*Ga di Gallarate di essere ricordato lì, con una piccola lapide nella sala di lettura e una sobria cerimonia. Queste riflessioni allungano la vita, lo sai…

    Certamente! E se il Ma*Ga è centrale per il Franco della maturità, per il Franchino di Reperto 74 è centrale il Teatro del Popolo. Mi piacerebbe che ne raccontassi brevemente la storia, perché penso che costituisca un tassello importante del mosaico che stiamo delineando attraverso i libri di narrativa…

    Forse possiamo riaprire la prima pagina della Casa di via Palestro con Mozart, Eine kleine Nachtmusik ben eseguita dall’Orchestra dei Pomeriggi Musicali di Milano nel maggio del 2006 al Teatro del Popolo di Gallarate. Ero rilassato e tranquillo, avevo scelto di godermi quel bel programma mozartiano. Eppure non riuscivo a concentrarmi. Era la prima volta che mi accadeva di entrare in quel teatro da poco restaurato: e quegli stucchi sobri rimessi a nuovo, quel palco e quella platea continuavano a riportarmi a quando – bambino – accompagnavo mia madre dalla sarta Cozzi (la pentola col bollito e le verdure a produrre vapore a mezzogiorno) che abitava all’ultimo piano nell’altra ala dello stesso edificio. Ma soprattutto – salendo quelle scale – potevo sbirciare dall’alto i pugili che in quel teatro, trasformato in palestra, si allenavano. Che cosa era accaduto? Che il teatro – voluto dalle associazioni operaie del contado gallaratese nel 1920, ciascuna donando l’importo di una giornata di lavoro per realizzarlo – ebbe vita brevissima: soltanto due stagioni. Perché l’edificio che lo conteneva, denominato Casa del Proletariato al civico 7 di via Palestro, il 5 settembre del 1922 venne sconvolto da un violento attacco fascista, che portò alla devastazione anche del teatro con conseguente chiusura. E poi, a partire dagli anni cinquanta, a quell’uso improprio – che la mia memoria infantile aveva indelebilmente registrato – col ring sul palco e i camerini adibiti a spogliatoi della Società Pugilistica Gallaratese “Ausano Ruggeri”…

    E la tua bicletta?

    La mia bici di bambino cresciuto, ormai quindicenne, appoggiata al muretto di fronte all’ex Teatro del Popolo. E io che entravo in palestra con la scusa delle interviste agli allievi, perché l’ultima cosa che volevo fare nella vita era il pugilato! Che i pugni se li dessero tra loro! A me bastava avere uno di loro ogni tanto negli spogliatoi… Ma il discorso è più serio. Perché le tue radici sono di quel tipo, di quel segno? Perché l’individualismo ti ha profondamente segnato negli anni fertili dell’adolescenza? Per autodifesa. Una costrittiva educazione all’autodifesa. Come avrei potuto essere tifoso di una squadra di calcio? Il tifo è una situazione corale. Io potevo farlo solo per finta, se mi interessava un calciatore o qualcuno del gruppo. Per finta si possono fare tante cose… e mi viene in mente il manifesto del Gay Liberation Front inglese del 1969, che si conclude con la frase: “Abbiamo recitato per tanto tempo, siamo attori consumati, adesso possiamo cominciare a vivere, e sarà un gran bello spettacolo”. Ero a Londra nell’estate del 69. Due anni prima l’Inghilterra era entrata nella modernità con l’abolizione del reato di omosessualità tra adulti consenzienti. La città che incontrai con Mario Mieli era effervescente, davvero swinging. Chelsea era un crogiuolo di desideri che si potevano finalmente appagare senza il timore di commettere reati.

    Questa incursione in un ambito di militanza ci introduce nel clima di un altro romanzo, Zamel. Forse quel capitolo teorico poi espunto, che apriva Reperto 74, in qualche modo costituisce il nucleo più incandescente delle riflessioni di Edo, l’antagonista di Aldo in Zamel

    Solo che il capitolo espunto da Reperto 74 era scritto da un ventenne con le conoscenze scientifiche degli anni settanta.Zamel è il frutto del lavoro di un professore cinquantenne degli anni zero. In breve: negli anni settanta si era ancora nella fase della medicalizzazione, chiusa definitivamente dall’Oms il 17 maggio del 1990 con la cancellazione dell’omosessualità dall’elenco delle patologie e la sua definizione come variante naturale dell’umana sessualità.

    Riflettevo mentre parlavi su una sorta di compensazione nei confronti della condizione di solitudine del ventenne…

    Una condizione in parte riscattata dalle lingue straniere. Che mi permettevano di respirare in altre dimensioni, persino di avere altre identità. Bastava solo che studiassi… Allora non c’erano mezzi audiovisivi: si apprendeva solo dai libri.

    Lo studio, dunque…

    E’ stato l’ancora di salvezza negli anni perfidi dell’adolescenza: non avevo persone con cui parlare di ciò che ero davvero. Mi sfogavo sui libri. Li scoprivo da solo, come un rabdomante in biblioteca o negli scaffali alti della libreria Carù. Mi accadde, nella stessa settimana, di trovare una vecchia edizione di Morte a Venezia e Luciano tradotto da Settembrini. Pescavo con quella sicurezza che solo l’istinto sa dare. Una spiegazione razionale non c’era. Solo qualche anno dopo, quand’ero all’università, uscì il film di Visconti (e andai a vederlo con Milo De Angelis) e molti anni dopo seppi di Settembrini da Giorgio Manganelli. Da ragazzo funzionava solo l’istinto. Molti anni più tardi mi resi conto di aver introiettato inconsapevolmente interi filoni letterari negli anni fertili.

    Letture disordinate che poi componevano armomiosi puzzle…

    Un’estate lessi tutto Hermann Hesse dopo aver letto tutto Thomas Mann. Mi ci immergevo perché mi rispondevano. Poi c’erano i suggerimenti di Arbasino, che venivano inoculati nelle case borghesi dal «Corriere della Sera» all’insaputa dei genitori.

    Il virus Arbasino…

    Da un nome che Arbasino faceva in un articolo risalivo, compivo ricerche… erano operazioni di affrancamento dall’eteronormatività in cui la scuola non c’entrava niente. La scuola tendeva solo a soffocare e persino a mistificare ciò che dalla classicità o dall’umanesimo poteva risultare liberatorio per un adolescente omosessuale. Come al tempo di Byron.

    Lo racconti bene nel Servo di Byron, un romanzo che nasce come costola di un progetto più ampio, se non ricordo male…

    Perché risente della fusione, avvenuta intorno al 2006, del mio stile saggistico con la scrittura diaristica privata e top secret: da lì sono nati i cosiddetti docu-fiction. In primis trasformai le monografie che avevo ancora in cantiere su Byron, Wilde e Auden in un progetto unitario. Trovavo tra loro varie analogie anche caratteriali: tre anglosassoni che avevano messo il genio nella vita e il talento nell’arte; tre omosessuali allievi di Oxbridge che si sposano: Byron e Wilde hanno anche dei figli. E Auden – che pure impalma la figlia di Thomas Mann solo per permetterle di lasciare la Germania nazista – prese sempre molto sul serio il suo ruolo di married man. Tre bellissimi uomini: Wilde giovane era stupendo persino quando in disguise recitava la parte di Salomé; come era bello Auden: ci sono foto memorabili con Stephen Spender, con Cristopher Isherwood. E Byron era un idolo, i suoi ritratti spopolavano in Europa. Ma sfiorì molto in fretta, mentre il servo coetaneo, come una sorta di Dorian Gray, restava giovane e bello. Tutti e tre invecchiarono male: Wilde imbolsito, per una brutta caduta in prigione, diventò anche sordo; Auden nell’ultimo decennio scrisse di sé: “I’m a butterbowl”, sono un fiocco di burro, un uomo-donna, un uomo incinto di me stesso. Auden, che in The Mirror and the Sea, immagina il prosieguo della Tempesta di Shakespeare, curioso dei lunedì mattina, quando ci sarà il bucato da fare e l’amore di Ferdinand per Miranda sarà come una calza vecchia. Messi in sequenza BWA costituiscono una sorta di staffetta con passaggio di testimone dall’epoca romantica a quella vittoriana, dal decadentismo al modernismo, fino alla creazione di un’unica ideale figura: il poeta omosessuale anglosassone che vive l’evoluzione dei costumi dal tempo della gogna e delle impiccagioni sino al manifesto del Gay Liberation Front.

    Quindi esistono dei capitoli con questa impostazione?

    Sì, i primi due. Una trentina di pagine in cui parlo dei tre artisti come se fossero un unico personaggio. Poi compresi quanto fosse necessario anche focalizzare bene e procedere in ordine cronologico, prima con Byron, poi con Wilde e infine con Auden. Raccolto il materiale necessario, mostrai il lavoro a Elido Fazi, che si entusiasmò all’idea del servo narratore e mi propose di pubblicare subito la “vera storia” di Byron. Così espunsi i primi due capitoli e uscì Il servo di Byron, che recentemente è stato tradotto in sloveno con relativa mise en espace a Lubiana. Ma non ho affatto abbandonato l’idea complessiva. Adesso ho un libro di poesia da chiudere, che in realtà è un’opera teatrale ambientata a Parigi. Teatro da camera: Personae, con quattro maschere ben caratterizzate poste in una situazione emotiva e costrittiva. Ma poi, quando tornerò alla prosa – perché ormai si è abbastanza cristallizzata l’alternanza tra poesia e prosa – penso che andrò in quella direzione. Negli ultimi anni di vita di Auden studiavo a Edimburgo ed ero frequentemente a Londra. Posso raccontare la storia di una liberazione, dal tempo delle guerre napoleoniche fino ai tempi miei. È una cosa che mi entusiasma molto, la voglio fare.

    Si percepisce entusiasmo…

    Per altro, questo progetto mi ha indotto a riflettere sulla possibilità di compiere una ricerca dello stesso segno anche tra i nostri poeti, inanellando Leopardi, Pascoli e Clemente Rebora, con le loro “soluzioni” tutte italiane: la passione per il bellimbusto napoletano che si sostanzia nel brigante Musolino fino a sublimarsi nella tonaca.

    Niente di meno! Prima hai parlato di scrittura diaristica e di docu-fiction: approfondiamo questo punto…

    Smisi di tenere un journal intime – che scrivevo dal 1970 – nel 2006. Trentacinque anni di diario, centinaia di fogli di protocollo, che nell’ultimo decennio divennero documenti in word. Oggi costituiscono un pacco molto cospicuo di fogli manoscritti e dattiloscritti, sigillato e secretato fino al 3 marzo 2048 – quando compirò cento anni – custodito al Centro manoscritti dell’Università di Pavia. Nel 2006, scrivendo per Sossella Più luce padre, coniugai la mia quarantennale esperienza come saggista alla necessità di tenere un journal intime, pur se sotto altra forma. L’esperimento si è consolidato nel decennio successivo con Laico Alfabeto, Zamel, La casa di via Palestro, Il racconto dello sguardo acceso. Alcuni li definiscono romanzi, altri docu-fiction, altri ancora narrazioni. La genesi sta nella “coniugazione” tra scrittura saggistica e diaristica.

    Il personale è politico… Certo, anche perché molte di queste pagine prima le pubblichi sui social… Se pensiamo a Laico alfabeto

    Laico alfabeto era apparso in embrione su Nazione Indiana nel 2008-9, poi rielaborai i post coi relativi thread, aggiungendo altre pagine, e nel 2010 è uscito il libro. Mi capita spesso di scrivere un pezzo per Lplc o una pagina per Facebook, che poi finiscono in un libro. Non mi dispiace sapere mentre scrivo che dopo pochi minuti alcune centinaia di persone mi leggeranno. È stimolante, in particolare quando tratto di argomenti politici e di diritti civili. Mi diverto nel senso proprio etimologico di dis-vertere, volgendomi altrove rispetto alla scrittura poetica, che è un’attività molto più severa. In poesia non puoi sbagliare una parola. Se sbagli non sei più… La scrittura di un docu-fiction by instalments, come al tempo di Dickens, invece permette tante cose: ti permette la contemporaneità, ti permette persino di combaciare con la cronaca diventando presto obsoleto, perché certi fatti vengono subito dimenticati. E alla fine questa continua ginnastica risulta salutare. La poesia non se lo può permettere. La poesia, come la vivo io, è il genere più alto: nei social ben raramente metto poesia; quasi sempre sono altri che pubblicano un mio testo. E mi interessa capire perché lo hanno scelto. Comunque ben me ne guardo dal postare la poesia che ho scritto la sera prima. Mentre con i docu-fiction posto tranquillamente. Il mio amico Guido Mazzoni mi ha detto: «Quando scrivi i tuoi docu-fiction, scrivi per la contemporaneità e con intento illuministico, scrivi per cambiare il mondo: all’interno di uno Stato di diritto vuoi cambiare alcune leggi, alcuni rapporti di forza, sei un uomo del tempo e nel tempo che ragiona sulla sua società e la vuole trasformare. Quando scrivi poesia invece scrivi per i posteri…» e sottolineava la differenza fra Guerra e Più luce padre. Mi diceva: «In Guerra tu dici la verità, non ti fai illusioni e non vuoi cambiare il mondo, perché sai che non lo puoi cambiare. Evidentemente poi hai bisogno di quest’altro coté, che ti permetta di illuderti di poter cambiare il mondo».

    C’è un aspetto interessante in questo termine “docu-fiction”…

    Che non ho inventato io e che non amo, sia chiaro…

    Ma che credo ci permetta di mettere a punto – attraverso il prefisso “docu” – i due aspetti fondamentali che appartengono alla tua narrativa: da una parte il documento; dall’altra l’erudizione, la conoscenza. Perché se c’è un valore di conoscenza immediatamente spendibile nel proprio tempo, ne esiste anche un altro che si unisce a un sentimento ulteriore imprescindibile, che non si può demandare a nessun altro, e che rappresenta il significato del proprio esserci, della propria testimonianza, nei confronti di chi verrà dopo di noi. Riprendendo i sentieri interrotti, vorrei tornare al Servo di Byron e a Zamel: il primo, in particolare, rappresenta ciò che per Franco Buffoni è l’erudizione calata nella maschera, nella finzione narrativa storico-letteraria; in Zamel troviamo invece un racconto quasi epistolare in presa diretta, che si accompagna a un impianto intellettuale e di pensiero molto forte e persino evidente. Che cosa ha rappresentato per te lo studio di Byron e poi la scelta di trovare la voce del servo che potesse raccontare la vicenda; e che cosa rappresenta per te lo studio della storia del movimento, che sta alla base di Zamel?

    Sono due situazioni appartenenti a fasi diverse. Studiai Byron da giovane, poi tradussi integralmente Manfred: il 12 marzo 1983, quando mi giunse notizia del suicidio di Mario Mieli, ero concentrato sulla scena della Jungfrau, con Manfred che non precipita, trattenuto dal demone per un capello. Nei due anni precedenti fui spesso a Londra presso la Byron Society, un posto frequentato da gentildonne e gay d’alto bordo. Allora sopportavo l’alta società molto più di oggi. E la Byron Society e tutto ciò che fu Londra per me nei primi anni Ottanta, in qualche modo, trent’anni dopo, sono finiti nel Servo di Byron. Da qui la cover straniante di Fazi, più audeniana che byroniana. Mentre l’edizione slovena del romanzo ha ristabilito le prospettive rimettendo in copertina Byron vestito alla turca. Perché scelsi quella struttura per il romanzo? Influenzato forse dal Servo di Losey, come poi scrisse Nadia Fusini su «Repubblica», pensai che il servo mi avrebbe concesso un più ampio respiro narrativo. Il servo coetaneo sopravvive alla morte del padrone trentaseienne e diventa scrittore: ha imparato tanto ascoltando i discorsi del Lord coi suoi amici. Tra i miei libri in prosa questo è certamente il più “narrativo”. C’è dentro molto anche della mia Londra precedente, anni Sessanta/Settanta. Avere tanto studiato filosofia e storia politica inglese mi è sicuramente servito, soprattutto per il coté giuridico e giudiziario: leggi consuetudini pene punizioni gogne impiccagioni famiglie rovinate. Londra allora come Teheran oggi.

    La filosofia come terreno su cui innestare la letteratura…

    La filosofia analitica inglese in contrapposizione alla filosofia idealistica continentale. Lo studio di Duns Scoto, Okham e Ruggero Bacone, quindi di Francesco Bacone, David Hume e Jeremy Bentham, fino a Ayer. Cogli a fondo il pensiero scientifico, il concetto di stato di diritto. Qualcuno un giorno mi ha detto che sono l’unico poeta italiano “a fare certi discorsi”. Ecco, rivendico questa diversità: è il mio pensiero, dal rasoio di Okham ai truismi di Moore. Quando nei primi anni settanta sentii la necessità darmi un’identità politica italiana, mi proclamai radicale. Sono un liberalsocialista, certamente non marxista e certamente non cattolico. Per cui sono spesso a disagio con l’intellighenzia italiana, che sembra ancora non riuscire a prescindere dalle due chiese (Pasolini docet). Il servo di Byron fuoriesce anche dalla mia necessità di distinguermi da quello che sull’argomento avrebbe scritto un narratore italiano.

    E Zamel?

    Zamel è ambientato in Tunisia, ma risente delle lotte di emancipazione gay nel mondo occidentale. Nel mondo post-Stonewall. C’è un passaggio in Zamel che però permette un collegamento con quanto appena detto. Guardando il panorama dalla collina di La Marsa, Edo e Aldo osservano la nuova imponente moschea che pare sfidare la vecchia cattedrale cattolica, costruita dai francesi, oggi diventata museo. Conquistata l’indipendenza, Bourghiba volle che la moschea rivaleggiasse nello skyline col vecchio edificio. Che si guardarono bene dal distruggere. Abramitici pour cause.

    Al centro di Zamel diventa determinante una questione linguistica, oltre alla tua stessa esperienza…

    In Zamel Edo afferma che tra qualche decennio il termine “zamel” avrà nel Maghreb la stessa valenza semantica di queer o camp oggi nel mondo anglosassone. Certo è un insulto, significa ‘frocio’, ma se gli omosessuali lo accolgono con orgoglio, riescono a trasformarlo in una parola di rivendicazione. “Zamel” peraltro è una parola dell’arabo classico, si trova anche nel Corano, significa ‘l’uomo che ha freddo, l’uomo timoroso’, e viene pronunciata dal Profeta dopo che l’Arcangelo Gabriele gli ha preannunciato il compito immane a cui è destinato. Il Profeta è talmente impaurito che suda freddo e ordina alla moglie di coprirlo, perché è ‘zamel’. Nel volgare magrebino questa parola diventa poi sinonimo di uomo debole, di omosessuale – naturalmente passivo – nel Maghreb non esistendo il concetto di omosessuale attivo, considerato un uomo e basta.

    L’evoluzione dei significati…

    Gli insegnanti e i maestri coranici magrebini non leggono in classe quel versetto, lo ‘saltano’ per non suscitare l’ilarità dei ragazzini. Se penso a come l’insulto “camp” veniva usato a Londra negli anni Sessanta… E dopo Susan Sontag il “camp” è diventato un concetto, e il “queer” addirittura una categoria filosofica. In Italia la parola “frocio” ha acquisito valenza nazionale, mentre prima aveva una mera dimensione romanesca. Ha soppiantato tutto: qui in Lombardia si diceva “culattone”. Per dire, ho una lettera del 1971 in cui Mario Mieli mi scrive: “la nostra rispettiva culattonaggine”. Oggi sono sempre più numerosi i gay che riferiscono a sé il termine “frocio” con tono rivendicativo. Nel romanzo sostengo che tra vent’anni dei ragazzi magrebini diranno con orgoglio “Io sono zamel”. Così come nel Servo di ByronFletcher preconizza: “Verrà il giorno in cui a Piccadilly due ragazzi potranno tenersi per mano e baciarsi”. E il giorno è venuto. Per questo prima citavo il manifesto del Gay Liberation Front.

    In Zamel racconti anche di due diversi modi di essere omosessuali: Aldo è l’estrovertito, il “frocio” manifesto che aborre ogni forma di rivendicazione; Edo invece è gay, ideologico, movimentista. Aldo è l’uomo dei fatti a cui piace sentirsi “troia”, che vive in maniera disinibita le sue pulsioni in una sorta di esilio. Edo vive un esilio diverso, quello della non identità: sceglie le mail per parlare all’amico. Una forma di doppia distanza e di doppia solitudine. Due tipi che incrociamo ogni giorno per le strade delle nostre città. Penso adesso a Franco Buffoni in giro per Milano o Roma, che incrocia qualche ragazzo o qualche uomo più maturo. Tanti Edo. Altrettanti Aldo. Vedi ancora, nonostante quello che è successo nel campo dei diritti e del costume, questo bisogno di cercare un’identità che vada oltre l’appartenenza a un genere?

    Mi colpirono molto, alla presentazione di Zamel, le parole di un giovane militante del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli di Roma: “Sa, mi sono proprio riconosciuto in quello che ha scritto nel libro…”. E io: “Nel giovane Edo, immagino…”. E lui: “Beh, sì, ma anche in Aldo. Il suo libro mi ha fatto riflettere perché ho scoperto di essere Edo dal lunedì al venerdì, ma nel weekend divento Aldo”. Rimasi senza parole: quel giovane, attraverso il mio libro, aveva guardato talmente a fondo dentro di sé e i suoi desideri, da poterlo esprimere ad alta voce con chiarezza e onestà. Edo e Aldo rappresentano dunque due dimensioni che possono coesistere nella stessa persona. Magari non in persone anziane, come Nico Naldini o Gian Piero Bona, che ancora pensano “meglio gli antichi castighi”, non sopportano l’impegno militante e continuano a idealizzare il passato. Sono un po’ il prototipo di Aldo. Pur ritenendomi loro amico, è una posizione intellettuale che non sopporto… Vuol dire non aver capito nulla di quanto è accaduto negli ultimi cinquant’anni. E questo è squalificante dal punto di vista intellettuale. Invece giustifico chi vive entrambe le dimensioni, perché se sei stato educato in una condizione di profonda omofobia, te ne liberi razionalmente (appunto, dal lunedì al venerdì), però dentro rimani quello che vuole sentirsi dare della troia: come Monica Vitti in quel film ambientato nella provincia veneta: “Dime porca che me piase”. Nel romanzo ci sono momenti in cui persino Edo cede al sesso atavico: quando si apparta col poliziotto magrebino, per esempio. Ma subito dopo ritorna al suo atteggiamento consueto da intellettualino snob e sentenzia: “Ha pensato solo al suo piacere…”. E Aldo gli replica: “A cos’altro dovrebbe pensare un maschio infoiato?”.

    La condizione, dunque, è trasversale…

    E investe varie fasce di età. Peraltro credo che l’omofobia interiorizzata – che è la causa per l’omosessuale della necessità di sentirsi “donna” – andrà scemando in futuro, diminuendo socialmente il peso della compressione omofobica. Prevedo che se sul piano del costume e delle leggi il mondo occidentale continuerà a progredire, potremo avere future generazioni più serene nell’accettazione della propria sessualità… Non penso affatto che finiranno le aberrazioni (anche in campo eterosessuale), però non saranno più così inevitabilmente inoculate sin dall’infanzia dall’ambiente omofobo. È un processo di liberazione in corso. Un processo che si sviluppa parallelamente a quello di liberazione femminile. La parità legislativa uomo-donna è stata raggiunta in Italia nel 1975. Ma la penetrazione nel costume è stata lentissima e non si è ancora compiuta pienamente.

    http://www.leparoleelecose.it/?p=30871

  • 30Gen2018

    redazione - nazioneindiana.com

    Il nuovo lavoro di Franco Buffoni,  Come un polittico che si apre, libro intervista con Marco Corsi per i settant’anni dell’autore. Ne diamo qui volentieri un’anticipazione. Buona lettura a tutti. 

    ULTIMI IRRIDUCIBILI IMPEGNI:

    SUL VIVERE IN SOCIETÀ 

    Siamo tornati al clima di partenza, perché queste conversazioni si sono protratte nell’arco di un anno. Oggi il tempo è benigno, promette una discreta primavera, e vorrei parlare della tua attività di pensiero e di impegno nei confronti della società… prenderei le mosse da un titolo che sbirciando in metropolitana in questi giorni mi ha particolarmente colpito, su uno di quei giornali gratuiti che vengono diffusi ad ogni angolo: “Anche i gay possono adottare”. Ecco, vorrei riflettere con te sull’utilizzo di un termine ancora inquadrato come categoria estetica, invece che come realtà di un individuo, come suo modo di essere all’interno della società; un appellativo ancora lontano da un riconoscimento dei diritti naturali della persona. A partire dall’aggettivo “naturale”, vorrei chiederti della differenza tra “diritto naturale”, per certi versi sempre tirato per la coda dai conservatori, a dispetto di quel “diritto positivo” che si è affermato con l’illuminismo ma che ancora non si è imposto completamente. C’è questa frizione evidente, anche con le direttive ONU e le direttive europee. Che cosa vuol dire, per te, trovarsi ancora in Italia nell’evidenza di una situazione sociopolitica che si rispecchia in un titolo come “Anche i gay possono adottare”?

    Quel titolo è certamente uno specchio dello stato anche della lingua italiana. Il fatto di dover ricorrere a un ex aggettivo della lingua inglese è sintomatico. Gli inglesi però metterebbero la s del plurale. Altrimenti parlano di gay community, che comprende tutte le categorie che noi tentiamo di rappresentare con la sigla Lgbt, a cui continuiamo ad aggiungere lettere. Adesso è Lgbtqi per comprendere anche Queer e Intersex. Peraltro, quando la sigla era solo di quattro lettere, personalmente preferivo Glbt per una questione metrica. Glbt è quadrisillabico, mentre Lgbt è un pentasillabico. Questa cosa la dissi in pubblico a un convegno di militanti e vidi attorno a me solo occhi sgranati: capii che non era il caso di insistere. Dobbiamo ricorrere ai termini inglesi perché non abbiamo le parole adatte, se non nella volgarità dei dialetti. (Omosessuale perlatro è un termine medico ottocentesco). E non abbiamo le parole perché non avevamo il reato, i nostri codici non contemplavano il crimine. Invece il mondo di lingua inglese aveva il reato e lo definiva, poi l’ha abolito, ma sono rimasti i termini per definire lo status. Noi non avevamo il reato, persino il codice Rocco non menziona l’omosessualità: si mandavano al confino gli omosessuali come disadattati o asociali. Tornando al tuo titolo, è evidente che l’espressione ad effetto “Anche i gay” strizza l’occhio a quella parte di pubblico che ritiene gli omosessuali altra cosa da sé. Così denunciando una non-accettazione intrinseca. In effetti oggi un giudice in Italia può solo valutare caso per caso. Quella invocata dal titolo sarebbe stata la stepchild adoption, che M5s non volle far passare, sulla pelle di sei milioni di italiani e delle loro famiglie, per mettere in difficoltà il Pd.

    Già, il canguro…

    Non riesco ad esclamare: Right or wrong my country! Che poi un giudice illuminato a Trento emetta una sentenza a favore, vuol dire soltanto che la società civile è più matura del legislatore, che il potere giudiziario è più avanzato rispetto al legislativo. Quanto alla riflessione generale che la tua domanda presuppone, ebbene, mi illusi negli anni settanta e primi ottanta che le cose si stessero finalmente muovendo: divorzio, aborto, cambiamento di sesso, legge Basaglia…

    Poi che cosa accadde?

    Accadde che la revisione craxiana del concordato nel 1984 portò al subdolo imbroglio dell’ottopermille, che arricchì enormemente la Cei. Abolendo l’assegno statale di congrua ai sacerdoti, sparirono i preti del dissenso: la loro sopravvivenza ormai dipendeva direttamente dalla Cei, che poteva affamarli come e quando voleva. Cl e Opus dei si infiltrarono nei centri di potere e i diritti civili in Italia restarono al palo.

    Con la seconda metà degli anni Ottanta l’Aids…

    Paralizzò tutto, anche sul piano del costume, ma fece sorgere una solidarietà nuova tra appestati e reietti: un senso di comunità; poi ebbe inizio il ventennio del Menzogna, quello secondo il quale Eluana poteva ancora partorire. La nostra timida ripresa è dovuta all’Europa: grazie ai danesi, agli olandesi, ai belgi e via via a tutti gli altri: noi come sempre fanalino di coda. Il nostro ritardo e la parzialità della legge approvata nel 2016 dimostrano una grave arretratezza, implicita per altro nella prima parte della tua domanda, con la menzione di diritto naturale e diritto positivo…

    Vogliamo parlarne brevemente?

    La teoria del diritto naturale, o giusnaturalismo – alla quale i clerico-fascisti ancora oggi si rifanno – postula l’esistenza di una serie di princìpi eterni e immutabili, inscritti nella natura umana, cui si darebbe il nome di diritto naturale. Il diritto positivo – cioè il diritto effettivamente vigente – non sarebbe altro che la traduzione in norme di quei principi. Per le confessioni religiose ovviamente si tratta dei princìpi dettati dai loro testi sacri. Per gli studiosi laici ottocenteschi i princìpi furono quelli di giustizia e di equità, oppure concezioni quali il “popolo” e lo “stato”. Non essendoci accordo sui princìpi – a meno che essi non siano imposti da un potere autoritario – il fondamento stesso della teoria del diritto naturale venne considerato obsoleto già alla fine dell’Ottocento, quando cominciò ad affermarsi il positivismo giuridico o giuspositivismo che, contrapponendosi al giusnaturalismo, asserisce che il diritto è solo ed esclusivamente diritto positivo, e non può esservi spazio per alcun diritto naturale trascendente il diritto positivo. La filosofia del diritto si sposta così dal campo del trascendente a quello dell’immanente, dal dominio della natura a quello della cultura. Sono in tal modo poste le basi per il successivo e fondamentale passaggio che nel secondo Novecento porterà al costruttivismo relativistico giuridico. Quindi il ricorso alle categorie del diritto naturale nel secolo XXI per contrastare unioni omoaffetive e GPA non ha alcun fondamento scientifico. E’ antistorico, patetico.

    Per rimanere su un terreno linguistico, quando parlo con persone della tua generazione, a dispetto del confronto che posso avere con i coetanei o con quarantenni che non provengono da territori accademici e di ricerca… ecco, tu prima hai fatto ricorso a un termine come fascista, connotandolo. Quanto si è dimenticato, quanta parte di memoria è andata persa con l’evoluzione dei costumi e dei comportamenti? Insomma, che cosa è accaduto? C’è stata davvero una rivoluzione socio-politica? E il Welfare? Se un tempo il costume condizionava il pensiero politico, quanta memoria bisogna recuperare per uscire da una condizione così disarmata e ondivaga che non riesce a produrre niente di concreto a livello sociale, politico e economico?

    Vorrei risponderti sempre sulla base degli studi che ho compiuto. Solitamente chi scrive nel campo della memorialistica omosessuale è qualcuno che ha studiato, che ha potuto riflettere su sé stesso: un intellettuale, scrittore poeta filosofo. Un individuo, portato all’individualismo. Il popolo, nella sua saggezza, ha sempre risolto questi problemi a modo suo. E pure la chiesa cattolica. La soluzione della chiesa era una bella veste nera che tutto ricopriva, dal collo fino ai piedi, e poteva diventare anche rossa o persino bianca… Mentre il popolo si era inventato le categorie dei femminielli, delle checche… trovando un ruolo per queste persone, proprio come lo trovava la chiesa. Perché nelle nostre famiglie contadine, il figlio più sensibile, più intelligente, più delicato di salute, quello meno adatto a produrre figli e arare i campi, andava in seminario. Poi va beh, se ci scappava qualche chierichetto ogni tanto, si chiudeva un occhio. L’attenzione ecclesiastica per i pre-adolescenti c’è sempre stata. Che cosa credi che accada – da sempre – nelle scuole coraniche? La differenza è che oggi nel mondo occidentale la si denuncia definendola pedofilia: è il tramonto di un’epoca e di una civiltà culturale.

    Dicevi dell’intellettuale…

    C’era una élite intellettuale che talvolta lasciava qualche testimonianza. Non tutti, certamente. Gadda per esempio, distrusse ogni traccia delle sue memorie; resta una lettera di Montale del 21 novembre 1946 indirizzata al critico Silvio Guarnieri: “Carissimo Silvio, qui le cose non vanno bene, ora i giornali escono a due pagine perché manca la corrente per le industrie, cartiere comprese; e così anche la collaborazione al «Corriere» (unico mio reddito) sarà molto ridotta. (…) Landolfi è sempre a Pico ed è meglio per lui che stia là. Il «Mondo» è morto. Carlemilio è a Venezia con alcuni pennerasti (si impaluda sempre più) e degli altri meglio non parlare… Tuo Eusebio”. Il sommo poeta s’inventa un dispregiativo per gli amici omosessuali dell’omosessuale Gadda, storpiando il nome di Sandro Penna.

    Toglie il fiato…

    Poi c’era il popolo che aveva le sue soluzioni, mentre i codici ignoravano il problema. Questa secolare tradizione è stata messa in discussione da istanze giunte dal mondo anglosassone e nord-europeo. Sappiamo bene con quanta ostilità da parte della chiesa cattolica e delle destre. Attraverso la musica leggera e il cinema nuovi modelli sono penetrati nel tessuto sociale più semplice e popolare. E il costume è mutato. Ricordo che in una circostanza pubblica, quando uscì Zamel nel 2009, avevo fatto un lineare excursus citando i vari pionieri della emancipazione omosessuale, fino all’Associazione americana di psichiatria che il 17 maggio 1990 ottenne la cancellazione dell’omosessualità dall’elenco delle patologie da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: da qui la festa del 17 maggio ormai celebrata in tutti i paesi civili. Ebbene, alla fine, bonariamente, un ascoltatore intelligente osservò: “Dal suo discorso sembrerebbe che da Stonewall nel 1969 si sia passati al manifesto del Gay Liberation Front e poi al 17 maggio come per una lineare evoluzione. E che le legislazioni nei vari paesi ne abbiano preso atto derubricando il reato di omosessualità tra adulti consenzienti. Fino al riconoscimento delle unioni civili e poi del matrimonio egualitario. Però se pensiamo alla fascia medio-bassa della popolazione, che è la più numerosa, forse più dei documenti da lei citati hanno giocato un ruolo fondamentale le canzoncine di Raffaella Carrà”. Credo che il gentile interlocutore avesse ragione. Forse oggi citerebbe Maria De Filippi che apre al tronista gay… In effetti le canzoncine della Carrà permisero un’espressione di gaiezza totale agli zii operai d’Italia. Come oggi Maria De Filippi entra nelle case degli ex-contadini e dei piccolo borghesi mostrando che domani il figlio timido potrà salire su quel trono e scegliersi un fidanzato. Sui grandi numeri inevitabilmente Elton John e la Carrà sono imbattibili. E noi intellettuali con le nostre rivendicazioni di diritti costituiamo un’astrazione. Ci vogliamo anche noi, certo, ma è evidente che nella società italiana prima è venuta Raffaella Carrà con la sua subliminale operazione, e solo molto più tardi la (parziale) acquisizione legislativa. In pratica si doveva riconoscere qualcosa che nella concezione giuridica italiana non era mai stata sancita come reato. Che semplicemente non esisteva.

    https://www.nazioneindiana.com/2018/01/30/comeunpolitticochesiapre/

  • 23Gen2018

    redazione - nuoviargomenti.net

    Come un polittico che si apre, di Franco Buffoni e Marco Corsi, è un libro-intevista che uscirà a breve per Marcos y Marcos (2018). Riportiamo di seguito in anteprima alcuni estratti.

     

    Mettiamo a fuoco un nucleo di riflessioni e di ricordi forse più privato, ma inevitabilmente connesso alla scrittura. Quale diversità di sguardo si realizza nel poeta degli anni Novanta, nel tuo caso nel Buffoni del Profilo del Rosa, rispetto a quello di vent’anni prima? Come si poteva davvero raccontare quella temperie?

    Sarei prudente nel risponderti, perché il mio rapporto con la poesia italiana negli anni Settanta fu alquanto particolare. È vero che ebbi una precoce commistione con gli ambienti poetici, però in quegli anni altre erano le priorità, tant’è che il mio esordio avvenne solo nel ’78. E fino all’84, quando uscirono I tre desideri, praticamente non mi mossi nel panorama poetico italiano, avendo sempre e solo l’Inghilterra come paese di riferimento. Il mio impegno attivo nel mondo della poesia – mia e dei più giovani di me – ebbe inizio solo nell’86, quando divenni professore associato, uscendo dal tunnel delle traduzioni alimentari. Una prima svolta era avvenuta nel 1980 con l’acquisizione del ricercatorato, ma era talmente sottopagato da costringermi a fare anche altri lavori. Nella nuova condizione potei organizzare nell’88 all’Università di Bergamo il convegno sulla Traduzione del testo poetico, e attraverso lo studio della teoria della traduzione potei coniugare l’impegno nella ricerca alla scrittura poetica. Ma nell’88 avevo quarant’anni: quindi posso dire che nei vent’anni precedenti, dai venti ai quaranta – mentre Conte, Viviani, Lamarque, Cucchi, De Angelis, Bellezza, e in parte anche Magrelli, coglievano al volo l’ultimo periodo di centralità della poesia nella cultura italiana – la mia testa e il mio impegno erano assorbiti altrove. Questo spiega l’esordio tardivo e il fatto che i miei compagni di strada siano stati Pusterla, Anedda, De Signoribus, Frasca. Io sono oggettivamente un poeta della fine degli anni Ottanta e degli anni Novanta. Difatti – tranne che con Milo, per via dell’antichissima amicizia risalente ai tempi di Mieli – anche sul piano del rapporto interpersonale mi sento maggiormente legato a poeti più giovani, coi quali ho collezionato esperienze comuni.

    […]

    Possiamo procedere inoculando nel discorso alcuni concetti più astratti, che certamente ricondurrai alla concretezza dei fatti. Partiamo dal concetto di ‘responsabilità’ perché discende da quello che mi stavi dicendo. Responsabilità per quanto riguarda la scrittura, la tradizione, l’impegno. Ci sono figure in campo letterario, filosofico o del diritto civile che per te rappresentano dei modelli di responsabilità – in accordo col significato che attribuisci a questo termine?

    Non sono uomo da un solo maestro, ne ho avuti diversi nelle varie branche in cui ho operato. I primi furono Carlo Bo e Claudio Gorlier in Bocconi. Quindi Emilio Mattioli e Allen Mandelbaum. Mattioli a sua volta era il primo allievo di Anceschi e contribuì a rinvigorire la mia discendenza anceschiana in campo estetico. ‘Rinvigorire’ perché Anceschi
    lo avevo frequentato a Milano negli anni Settanta con Antonio Porta, quando «il verri» riprese le pubblicazioni. Ma fusolo attraverso Mattioli che potei recuperare in toto il pensiero anceschiano. Poi Agostino Lombardo, il traduttore di (quasi) tutto Shakespeare, che mi fu molto vicino quando vinsi l’ordinariato a Cassino e vi impiantai ex novo un Dipartimento di linguistica e letterature comparate.

    E in ambito poetico?

    In primis Vittorio Sereni, col quale purtroppo ebbi pochi contatti diretti, perché morì giovane, ma alla cui immagine e al cui carisma mi sento tuttora legato. Come scrivo nelle poesie a lui dedicate – Di quando la giornata è un po’ stanca, Vittorio Sereni e Vittorio Sereni ballava benissimo – riconoscevo mio padre in Sereni, e Sereni in mio padre. Entrambi ufficiali dell’esercito italiano, coetanei (Sereni nato nel ’13, mio padre nel ’14, Sereni morto nell’83, mio padre nell’80), entrambi prigionieri dal ’43 al ’45. E molto simili nel modo di fare e nel modo di porsi, autorevoli e anche un po’ autoritari. Contatti diretti per molti decenni li ebbi invece con Luciano Erba e Nelo Risi. Soprattutto Risi è stato per me un maestro di etica: abitavamo vicini a Roma, e lo andavo a trovare a via di Capo le Case, poi negli ultimi anni a via del Babuino,nella casa della ex moglie Edith Bruck. L’asciuttezza morale e l’estremo rigore ateo del medico Nelo Risi mi hanno insegnato molto, più di quanto non mi abbia insegnato il cattolicesimo pessimistico di impianto francese di Luciano Erba, al quale tuttavia mi legava una profonda simpatia umana. Ti faccio un esempio: quando diedi a Erba il testo della Suora carmelitana, glielo diedi espurgato dei due versi relativi al fistfucking, perché ero convinto che lo avrebbero ferito. Ne ebbi conferma pochi mesi dopo, quando a Mario Luzi diedi il testo integrale, ed egli mi rispose (tornando a darmi del lei) che quel poemetto, per via di quei due versi, era écoeurant,
    disgustoso, aggiungendo: “Credo che questo fosse proprio l’obiettivo che lei si era prefisso. Quindi: bravo”. La lettera autografa di Luzi sta con tutto il mio epistolario al Centro Manoscritti dell’Università di Pavia. Mentre quando feci leggere il testo integrale a Giovanni Giudici (col quale ci fu un intensissimo rapporto nell’ultimo decennio della sua vita cosciente), e gli chiesi consiglio sull’opportunità di espungere quei due versi, mi rispose: “Invece li devi lasciare. Se tu li togliessi verrebbe a mancare una colonna portante del senso complessivo del lavoro”.

    Ma su tutti spicca il più giovane Raboni, o sbaglio?

    Giovanni, in una parola, fu il mio mentore: mi inventò come poeta e mi inventò come traduttore: io esco da una sua costola. Mi pubblica, quando sono assolutamente inedito, nel ’78: «Paragone» e poi il Quaderno collettivo di Guanda. Malgrado quell’esordio, resto un appartato. Ed è proprio ciò che Raboni fa notare nella prefazione a I tre desideri. Nonostante i riconoscimenti, ancora non ero entrato nel meccanismo. Ci entrai solo nell’86, quando finalmente divenni padrone del mio tempo. Ma nell’81 Raboni mi aveva posto la domanda essenziale: “Perché non traduci tutti i poeti romantici inglesi?” Già mi aveva fatto tradurre Keats per Guanda. In precedenza non avevo mai pensato di applicarmi seriamente alla traduzione di poesia. I due esordi – come poeta e come traduttore di poesia – sono cronologicamente vicini e, quel che più conta, furono mossi dalla stessa volontà e per la stessa collana: la Fenice di Guanda. Credo proprio di essere stato trattato bene dal destino. Quindi non è paragonabile quello che ricevetti da Raboni, rispetto a quanto ricevetti da altri maestri. Coi quali – e penso a Giudici, a Fortini – forse poi c’è stato più scambio… Perché Raboni dall’83-84, quando una nuova compagna entrò nella sua esistenza, non fu più lo stesso. Né con me né con gli altri – come Vivian Lamarque – che in precedenza erano stati suoi discepoli. Non potette più avere un rapporto normale con noi; tutto divenne filtrato, quasi clandestino. Quando lo si incontrava in circostanze pubbliche, Giovanni era praticamente inavvicinabile: nulla poteva permettersi se non un cenno di saluto. A meno che non si trattasse di un giovane poeta temporaneamente nelle umorali grazie della nuova compagna. Ricordo però un giorno nei primi anni Novanta, quando insieme a Raboni venni invitato da Silvio Ramat a leggere a Padova al Petrocchi. Ci incontrammo sul treno coi posti prenotati vicini. In quelle tre ore di viaggio ritrovai dopo anni il Raboni di sempre. E fu simpaticissimo, chiacchierammo con amicizia, semplicità, scioltezza. Poi leggemmo assieme e fu anche molto generoso nell’elogiare pubblicamente la mia poesia. Credo ci sia la registrazione. In seguito non ebbi più occasione di incontrarlo da solo. Ci furono solo occorrenze epistolari, evidentemente sfuggite al controllo. L’ultima sua lettera è del 12 marzo 2004. Raboni aveva allora settantadue anni e parla di Guerra – che sarebbe poi uscita nello Specchio alla fine del 2005 – come di un libro già pronto (anche questa lettera è custodita a Pavia). Allora dirigeva la collana di Marsilio, e tra le altre cose mi chiede: dove intendi pubblicare questo libro così compatto e forte? Non ebbi la possibilità di rispondere perché mi giunse la notizia dell’ictus che nel volgere di pochi mesi lo portò alla morte.

    E con Fortini?

    C’è stata molta vicinanza nella seconda metà degli anni Ottanta e nei primi Novanta. Ricordo che lo andavo a trovare a piedi, nella sua casa vicino all’Arena, perché per quattro anni ebbi anche un contratto all’Università di lingue e comunicazione Iulm di Milano, ancora nella vecchia sede all’Arco della Pace. Qualche volta faceva lui la passeggiata,
    ascoltava la mia lezione di letteratura inglese, poi la commentava al bar ritrovando a tratti anche la sua antica energia polemica. Infine lo riaccompagnavo a casa. Tutto questo avveniva dopo il convegno di Bergamo sulla Traduzione del testo poetico. Fu un rapporto stupendo, molto generoso da parte sua, che credo di dovere un po’ all’ingiustizia da lui messa in atto nei confronti di Pasolini. Mi son fatto questa convinzione. Che l’affetto e l’amicizia per me, così immediati e così gratuiti, fossero una sorta di compensazione. Essendo egli stato ingiusto ai tempi con un omosessuale in quanto omosessuale, ed essendo questi scomparso tanto precocemente, non potendo quindi più egli ‘rimediare’ (Fortini era fatto così), fu con me generosissimo, quasi a compensare le parole cattive di tre decenni prima. Anche le sue lettere sono custodite a Pavia.

    […]

    Ti chiedevo anche dell’ambito filosofico e del diritto civile…

    Norberto Bobbio è il primo nome che mi sento di fare. Ricordo che a Torino andavo sempre ad ascoltare le sue prolusioni a scienze politiche, disertando Vattimo – che pure era il preside a lettere – col quale non mi sono mai inteso, malgrado la comune militanza gay: troppe capricciosità marxistiche in un pensiero fondamentalmente ancora nostalgico delle proprie radici cattoliche. Di Raymond Aron ho già detto, e lo ribadisco: è stato fondamentale. Come Ayer in Inghilterra. Sto parlando di persone che ho conosciuto, non di filosofi del passato. Quindi non sono molti. Anche perché coi filosofi, in Italia, se togli i cattolici e togli i marxisti il panorama non è vasto… Sono ancora amico di Giorello: recentemente abbiamo tenuto a due voci una conferenza shakespeariana e il pubblico si è anche molto divertito.

    Coi poeti le interferenze ideologiche contano meno?

    Più preponderante è il dato estetico, ma contano… Giudici per esempio aveva certe striature cattoliche da paura… poi era sibillino, luciferino in alcune manifestazioni. Una volta mi disse: “sai, in realtà credo di essere ebreo, i miei bisnonni facevano Giudice di cognome, poi per vivere tranquilli cambiarono la vocale finale, si mimetizzarono”. L’unico che aveva davvero superato il moloch abramitico, a parte Nelo Risi, era Zanzotto. In alcune lettere lo chiamo ‘Zanzy’. Per me è stato un modello altissimo. Lo conobbi quando volle assegnare il premio San Vito al Tagliamento per l’inedito a Nella casa riaperta. Era il ’94: poi, piano piano, quel libro divenne Il profilo del Rosa. Non ho potuto frequentarlo molto, ci si scriveva: una sua lettera l’ho anche pubblicata nel volume Con il testo a fronte (Interlinea 2007, 2ed. 2016): parla in modo zanzottianamente finto-ingenuo delle questioni attinenti la pubblicazione di un testo poetico senza il testo originale a fronte. Ho delle belle foto con lui scattate in circostanze estive, ma non volle entrare nel comitato scientifico di «Testo a fronte»: era ritroso in queste cose. Però mi interpellava con domande e istanze di ordine traduttologico. Lo corteggiai affinché – come Nelo Risi e Luciano Erba – accettasse di pubblicare nella collana I Testi di Testo a fronte il suo quaderno di traduzioni. Niente da fare. Non riuscii a convincerlo. Non lo diede a me né a nessun altro. Eppure le traduzioni le aveva, eccome se le aveva! In senso etico-filosofico è lui il poeta italiano che ho maggiormente ammirato. Zanzotto, secondo me, è stato il più intelligente intellettuale italiano del Novecento. Se mi chiedi: ma l’hai amato? Be’, ho amato di più Caproni. Sto parlando di poeti che però non ho frequentato a lungo. Con Caproni, pure, ci fu uno scambio epistolare, e gli incontri, lo confesso, furono deludenti. Quando lo contattai per il convegno di Bergamo dell’88, trovò il modo di dirmi che sì aveva tradotto Genet, ma per opposizione, non era certo omosessuale, lui! Poi però una sua insuperabile versione da Apollinaire la misi in copertina su «Testo a fronte».

    Dicevi di Zanzotto…

    Credo che la sua intelligenza estetico-filosofica si staglierà con vigore sempre maggiore nel nostro Novecento. Gli altri poeti che ho amato per certi aspetti mi deludono: Raboni stesso, con quel suo insistito ritorno finale al cattolicesimo… per non dire della sua posizione riduttiva su Leopardi. Ma al rapporto con Manzoni e Leopardi da parte di Raboni e Fortini ho dedicato un intero capitolo di Più luce, padre. Invece Zanzotto rimane lucidamente ateo sino alla fine. Non è il poeta che amo, ma lo ammiro follemente. Doveva essere lui il nostro candidato al Nobel, non Luzi, del quale comunque amo la musicalità, soprattutto nel primo Luzi: credo che il suo enjambement sia superiore persino a quello di Montale.

    […]

    Mi ha incuriosito quanto prima dicevi della tua esperienza politica alla Comunità europea.

    Politica culturale, beninteso. L’atmosfera negli anni Novanta era quella di un elegante club; la sera ci si ritrovava all’hotel Métropole nel centro di Bruxelles, dove – come per altro negli uffici e nelle commissioni al mattino – la lingua veicolare era il francese. Poi, col programma Cultura 2000, vidi la situazione mutare radicalmente: il passaggio all’Europa a ventotto provocò la disgregazione di quella vecchia piccola comunità che parlava (bene) francese. Come entrarono i paesi dell’est, tutti dovettero parlare (male) inglese, un inglese rarefatto e standardizzato. Il mondo che avevo conosciuto negli anni della formazione non era valicabile da Danzica a Trieste. Ciò che stava al di là della cortina di ferro era prigione, becera ideologia soggiogante. Poi magari ti racconterò del mio viaggio nella DDR nel ’73 e di quello in Ungheria nell’86. La Germania divisa non era arrogante ed era bello vedere la Repubblica federale tedesca diventare un vero stato costituzionale di diritto. Poi c’erano gli Stati Uniti d’America e il Canada. Non c’era altro. La Cina era un’entità astratta.

    E oggi?

    Oggi è cambiata la conformazione geo-politica. Non dico che siano andati in crisi i miei convincimenti, però parlare di stato di diritto e pensare alla Cina a l’è düra, per dirla in milanese. E gli stati africani? L’India è uno stato di diritto? E la Russia? La Turchia? E poi il mondo islamico in generale, col quale pure ho avuto contatti assidui per un decennio. Ho avuto persino casa in Maghreb e sono stato visiting professor in Arabia Saudita, Marocco, Palestina, oltre che in Israele. È un mondo che mi ha molto interessato, che mi ha attratto. Oggi però, dopo aver scritto Zamel, non desidero più frequentarlo… Sarà che non potrei più fare quello che facevo vent’anni fa… Se penso ai veri motivi che mi spingevano in quei paesi: non rinnego nulla, per carità! Sono contento di essere stato Lawrence d’Arabia a
    modo mio… Oggi mi rilassa molto pensare che non ci devo più tornare. Iraq, Iran, Siria, Arabia Saudita, il Maghreb, l’Egitto… mi fanno venire i brividi, mi sento persino a disagio a parlarne. Se penso a quanti giovani vorrebbero davvero costruire moderne democrazie in quei paesi e non ci riescono e sono perseguitati. Quindi mi sento debole, impotente di fronte all’universo globo. Il mondo in cui mi mossi per qualche decennio (Europa occidentale, Stati Uniti, Maghreb) era più risolto, più chiaro. Era il solo mondo allora percorribile. A quei tempi conoscere le vecchie lingue coloniali significava conoscere le lingue tout court. Ero disinvolto. Oggi percepisco tale vantaggio come miserrimo: oggi per un giovane europeo conoscere inglese, francese, tedesco e spagnolo è la normalità. Si comincia a prendere sul serio chi conosce anche l’arabo, il cinese, il giapponese o almeno il russo. Siamo entrati in un’altra dimensione: come potrei dare consigli?

    […]

    La primavera ancora non cede il passo all’estate, mentre inevitabilmente il nostro dialogo si avvia a percorrere i territori della poesia, sostanza tangibile – lo abbiamo visto – anche della prosa e della riflessione civile di Franco Buffoni. Cosa significa per te ‘fare poesia’?

    Potrei banalmente rispondere: è la mia vita. Perché ho sempre fatto poesia, anche quando apparentemente mi occupavo d’altro: uno stage di archeologia o lo studio della filosofia estetica. Cronologicamente, ho distrutto le poesie scritte nell’adolescenza, salvandone una sola, inedita, oggi custodita al Centro Manoscritti dell’Università di Pavia.
    Poi c’è una seconda fase, intorno ai ventiventidue anni, risalente al periodo del Gruppo di viale Col di Lana: ci scambiavamo i testi, ce li leggevamo a vicenda, quindi non posso escludere che qualcosa sia rimasto in giro. Di mia volontà ho tenuto un solo testo,una prosa poetica – G – a cui Milo era molto affezionato, e che oggi si trova, inedito, a Pavia. La terza fase ha inizio nel ’75, successivamente alla scrittura in prosa di Reperto 74.
    In quel periodo scrissi anche dei racconti racconti che non ho mai pubblicato, ma che ho tenuto e sono a Pavia. Li essero sicuramente Milo (che ancora se ne ricorda) e Mario Mieli, che li chiosava sapidamente. A differenza di G. – che oggi verrebbe definita una poesia in prosa e potrebbe rientrare nelle scritture del gruppo GAMMM (insomma
    non si inventa mai niente) – gli altri sono racconti tradizionali nella forma. Ma il contenuto per allora era all’avanguardia. Così scattò la stessa autocensura che mi indusse a non pubblicare Reperto 74.

    Reperto 74 però nel 2007 lo pubblicasti e questi racconti no.

    È vero. E forse sbagliai nuovamente. In futuro si potrebbe pensare a un unico libro giovanile con Reperto 74, quei dieci racconti inediti, G e la poesia superstite dell’adolescenza.

    Quindi è dal 1975, come fedelmente registra l’intitolazione del tuo Oscar (Poesie 1975-2012), che inizia la tua produzione poetica ‘adulta’…

    Sì, solo a partire da quell’anno riprendo a scrivere poesia in modo continuativo e consapevole. Anche se nella mia esistenza la poesia costituì sempre quello che in filologia chiamiamo il sostrato: agli studi, alla ricerca, alla scrittura saggistica, alla traduzione. Permettendomi di acquisire consapevolezze che andavano ben oltre il narcisistico desiderio di veder pubblicate le prime poesie. Contemporaneamente studiavo anche francese e tedesco, frequentavo il corso di cinematografia di Morando Morandini e Sergio Raffaelli all’Aloisianum, con tesi su Buñuel il primo anno e su Bergman il secondo; i corsi di storia dell’arte a Brera; gli stage di archeologia… L’archeologia è stata decisiva per la mia maturazione poetica: lo scavo, i millenni, il concetto di tempo profondo, le incisioni
    rupestri… Uno di quei natali degli anni Settanta, Milo mi regalò una copia del Kamasutra (oggi pure a Pavia) con una dedica che recita: “a Franco poeta estroso, prelibato amatore, pugnace tennista, guardingo archeologo…” La mia vita era quella di un ventenne effervescente, curioso di tutto, come ripeteva sempre Jucci. Ero portato per le materie scientifiche, dalla microbiologia all’astrofisica, volevo imparare tutto, capire tutto… Ma se penso al modo in cui approcciavo l’archeologia (e di scavi ne feci diversi, in particolare nella zona di Castelseprio) e soprattutto a come conducevo la ricerca sulle incisioni rupestri, trovo una radice sicura di quella che poi diventerà la mia poetica.
    Avevo notevole forza fisica e capacità di resistenza… Poi crollavo e dormivo anche ventiquattr’ore di seguito… Non sentivo la stanchezza… Quello che avevo dentro era poesia. Adesso capisco bene perché, malgrado tutto, Jucci non riuscì mai a lasciarmi. Il mio rapporto col mondo era in sé poetico, e questo mi aiutò a superare le pastoie dell’educazione cattolica e la mentalità piccoloborghese della famiglia d’origine. Intanto andava formandosi anche una coscienza filosofica profonda, grazie agli studi ‘inglesi’. Ecco quindi che il mio poiein, a partire dalla seconda metà degli anni Settanta – apparentemente in ritardo rispetto a quello dei coetanei – in realtà fu una lunga rincorsa
    nutritasi selvaggiamente di tutto, e dai benefici effetti. Mi dà ancora una spinta creativa genuina, sento di non avere il fiato corto nella scrittura poetica. Ciò che seminai in quel decennio dei vent’anni ha radici talmente profonde da riuscire a produrre frutti ancora oggi. E Jucci era al centro di tutte queste cose, perché lei era la poesia in tedesco, era i classici latini, era il rigore nell’apprendere le filologie… era il rigore fatto persona: i corsi di cinematografia li frequentammo assieme. Con lei iniziai la ricerca. Lei fu la mia vera università.

    […]

    E sul ruolo sociale della poesia…

    Tutti conoscono i nomi dei cantautori, mentre va accentuandosi l’abbandono a se stessi dei poeti e della poesia come genere letterario. Resiste uno zoccolo duro di poeti anche giovani, e a volte ti domandi quale sia la ragione: non c’è remunerazione, eppure li vedi accaniti. Come se il poeta avesse ancora un ruolo sociale. Però si vergognano con il portinaio se arriva un plico indirizzato al poeta. Tutto questo è paradossale. In Germania il Dichter è ancora una figura importante; in Francia è come in Italia: il termine per un vivente è quasi disdicevole. Negli Stati Uniti ci sono nicchie e circoli, niente di pubblico. Ormai la questione si risolve su internet: uno può stare a Tokyo a Parigi o a Chicago, le persone si incontrano virtualmente e mandano avanti riviste online e piattaforme.

    Dunque la poesia ha perso completamente il suo ruolo sociale?

    Ha un ruolo marginale, di nicchia. In questa nicchia però trovi alcune persone attente, per le quali vale la pena di continuare a lavorare. A me capita sovente, quando leggo in giro, che il poetino arrivi con la fidanzata, o la ragazza che scrive poesie e ha letto il tuo libro venga con il ragazzo. E capita che questo ragazzo – che magari fa il geometra – alla fine ti dica: “Ma sa che mi è piaciuto!” E te lo dicono col tono sorpreso: si aspettavano una serata noiosissima, erano lì solamente per compiacere il partner o la partner. Per questo penso di essere danneggiato dal disdoro, dalla cattiva fama, dalla noia mortale che si porta dietro il termine poesia. La mia poesia non è affatto noiosa. Come l’agganci, non può lasciarti indifferente. Qualcuno della mia categoria deve aver ammazzato il
    desiderio di ascoltare poesia o di leggerla.

    […]

    La linea del cielo?

    Uscirà nel 2018 da Garzanti, e avrà al centro una riflessione sulla mia genealogia ‘tematica’, che è più appenninica che lombarda, o meglio, è giuliano-friulana con Saba e il primo Pasolini, poi bolognese, quindi passa per la Perugia di Penna per giungere alla Roma di Bertolucci e Bellezza. Con sintesi efferata potrei forse schematizzare in questo
    modo: Saba-Pasolini-Penna-Bertolucci-Bellezza vs Sereni-Erba-Risi-Giudici-Raboni. Tentando però una conciliazione, grazie alla già citata definizione anceschiana di poetica. Perché se le mie moralità e i miei ideali si trovano maggiormente a proprio agio nella linea appenninica, i miei sistemi tecnici e le mie norme operative, la mia officina, insomma, rimane saldamente legata a “quella faccenda di laghi e di discorsi in un gran parco verdissimo” che è la poesia in re, prosciugata e scabra, dei miei maestri lombardi, Sereni in primis. Non a caso, forse, anche logisticamente, oggi io sono un lombardo che vive a Roma. E questo nuovo libro costituirà un organico tentativo di convogliare le poesie ‘lombarde’ e le poesie ‘romane’ su un unico binario, che potrei definire di una personale
    linea ‘lombardo-appenninica’, secondo un criterio etico – le mie moralità, i miei ideali – e secondo un criterio di confezione testuale: i miei sistemi tecnici, le mie norme operative.

    La Lombardia dei ricordi e la Roma dei pensieri…

    Come se dal Buffoni lombardo di una “giovinezza che non trova scampo” in dialogo col Buffoni romano fuoruscisse un poeta che non miscela ma fonde, cercando di evitare il rischio di pensarla in modo diverso sullo stesso argomento, a seconda che ne scriva da Roma o da Milano.

    ‘Egli’ a Roma, ‘lui’ a Milano: un po’ come la barista cinese della poesia Confucio con Maometto a San Lorenzo (“Folse se dice egli se lui è gay”), che ho già letto da qualche parte.

    E forse come la sintesi della lettera di Sereni a Pasolini del 27 gennaio 1954 sul poemetto Canto popolare, poi entrato nelle Ceneri di Gramsci: “… oltre al tuo solito coraggio, c’è anche quello, non so quanto raro in te ma abbastanza raro al di sopra di un certo livello, di correre il rischio di fare dei versi brutti pur di dire una certa cosa che preme e che se non fosse detta toglierebbe buona parte del significato ai versi più belli”.

    Perché La linea del cielo?

    Sarebbe lo skyline: dalle guglie alle cupole.

    […]

    Il lavoro del traduttore è ben altro rispetto a un semplice esercizio sulla lingua; il movimento della traduzione necessita di un respiro che parte dall’ispirazione e arriva a una serie di interrelazioni sociali, culturali, ideali, persino politiche… E tu sei andato oltre lo specchio perché – partendo dalla traduzione dalla lingua straniera verso l’italiano – in questo caso hai sperimentato la necessità di portare l’italiano verso un altro sistema linguistico. Credo che questa operazione richieda uno sforzo ulteriore, supplementare…

    Uno sforzo supplementare che ogni volta deve rinnovarsi, non è mai definitivo. Alle tue riflessioni fa da denominatore comune il concetto di ritmo, che include tutte le metriche. Perché la metrica è un fatto storico, cambia di lingua in lingua, di epoca in epoca; vi sono metri che decadono, nuovi metri che sorgono… Io stesso sono un poeta di lingua romanza che principalmente traduce dal latino e dall’inglese, quindi riverso in una lingua abitata da secoli da metriche quantitative, dei testi scritti secondo criteri metrici accentuativi. Già questo comporta sforzi supplementari. Le metriche sono un fatto storico, come già scriveva Beda il Venerabile: “Il ritmo può sussistere di per sé, senza metro; mentre il metro non può sussistere senza ritmo. Il metro è un canto costretto da una certa ragione; il ritmo un canto senza misure razionali”. Una distinzione che ritroviamo modernamente espressa nel Traité du rythme di Meschonnic e Dessons: “Il ritmo non è formalista, nel senso che non è una forma vuota, un insieme schematico che si tratterebbe di mostrare o no, secondo l’umore. Il ritmo di un testo ne è l’elemento fondamentale, perché ritmo è operare la sintesi della sintassi, della prosodia e dei diversi movimenti enunciativi del testo”. Con i ‘poeti’ – ricorrendo al termine in senso anceschiano, molto ampio: meglio sarebbe scrivere ‘con gli artisti’ – ciò che conta del ritmo è il momento in cui esso si fa parola, cioè diventa linguaggio, e dunque si realizza attraverso una particolare intonazione. In quanto il ritmo è soggetto, se un poeta trova il ritmo, trova il soggetto; se non lo trova, i versi che sta scrivendo non sono arte. Il ritmo è dunque questo respiro interno alla scrittura, che ingloba tutte le metriche. Perché le metriche possono mutare, fondamentalmente sono legate alla moda, nel senso leopardiano del termine. Mentre il ritmo è ancestrale: è quel respiro che viene dal battito del cuore materno assorbito durante la gestazione. Così si impara poi a parlare.

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