Come non piangenti

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  • 03Mar2013

    Stefano Guglielmin - golfedombre.blogspot.it

    Ho conosciuto la poesia di Cristina Alziati nel 1989, quando uscì, per il Bagatt, le giornate di poesia 89, il libretto fascicolato di un premio con una giuria prestigiosa (Majorino, Conte, Cucchi, Spaziani, De Angelis, Del Giudice, Pazzi). Già allora scriveva versi come questi: “nulla ci sia più così vicino / ad una terra, se la fronte / chiama e alta (dove, ora che / vivi, prenderà piega il mondo?)”. Evidente, qui, l’iperbato, di cui è ricco anche il suo nuovo libro, Come non piangenti (Marcos y Marcos, 2012). Figura alta, l’iperbato attesta una scelta di campo, ossia il desiderio di inserire la propria parola nel solco di una tradizione importante, scritta piuttosto che orale, tensiva anziché fluida. Eppure, in generale, la Alziati cura tantissimo il registro comunicativo, limando lo scarto ritmico, arrotondando l’impatto fonetico. L’artificio retorico, come in Petrarca, le serve per acquietare, nello stile, quanto la nuda vita racconta, tra malattie e drammi, personali e storici. Le note finali rinforzano l’assunto. In esse si legge, infatti, di fosforo bianco, uranio e ossido di etilene usati nella prima guerra del Golfo, e di baraccopoli, di acquitrini e cumuli di immondizie, del potere quando smette d’avere legittimazione. Ma appunto questa cronaca feroce, persino quella incisa sulla carne, sfuma gli “aculei”, s’addolcisce nel verso senza perdere potenza, si fa segno di una lingua che preferisce guardare il mondo da una stanza e “chiamare per nome ogni cosa” prima che sia perduta. Ogni cosa che piange, ma che sa trattenersi; ogni cosa che ama, proprio perché mortale.

    Il titolo ci consegna questo spirito creaturale, attraversato dalla vocazione al finito, nella sua versione più estrema e filosoficamente densa, quella di Paolo di Tarso: “Gli aventi donna come non aventi, i piangenti come non piangenti”. E’ Giorgio Agamben, in un densissimo studio su San Paolo (Il tempo che resta, Bollati-Boringhieri, 2000) a sottolineare l’importanza di quel “non”, che porta all’essere la negazione quale dimensione dell’aprirsi senza mai risolversi dialetticamente, senza mai essere tolta dal sì della vita. Perché – potremmo dire, semplificando la riflessione di Agamben – il sì senza resto, senza ombra, senza parola ferita, diventa volontà di potenza, diventa dominio. Mi pare sia questo il messaggio che Cristina Alziati vuole infondere al tempo che ci resta, un tempo pieno soltanto se animali, uomini e piante partecipano dell’infondatezza radicale, che li chiama alla scelta ontologica, al decidersi per l’impossibilità del definitivo, dell’assoluto, sia esso luce o buio, salvezza o dannazione. Come non piangenti, ma piangenti, come non parlanti, ma poeti.

    Presto, dai vetri aperti stamattina
    un baccano di uccelli s’è levato. Folli,
    che fate, ho domandato alle chiome
    ossidate nel giardino, è novembre.
    Sbrigatevi, andate. Lasciate ch’io qui
    resti ancora a chiamare per nome ogni cosa,
    il grido la piazza. l’arrotino, a ripetere
    il fosforo, il fosforo, il cargo, è mattina.
    Il mendicante anche se giura
    non verrà creduto. Lasciateci.
    Che qui resti ancora a guardare, e altri
    attraverso il deserto dei rami
    tralucano, alberi.

    A mio padre
    Ti sei lavato, hai indossato abiti intatti,
    poi la mente mi slitta ad ogni passo.
    Non ho voluto vederti, di certo
    ti avranno sdraiato.
    Solo vorrei sapere, oppure è un sogno,
    che non fu angoscia la tua meticolosa
    cura – i documenti posati sulla panca
    la sedia che portasti nel giardino, il nodo –
    ma un qualche imperscrutabile, ma lieve,
    stato. Tutto è con te, segreto.
    Forse a spartirne il peso io serbo,
    dell’ atto tuo, l’altro versante – il tonfo
    della sedia sulla pietra, e la tua assenza
    e il dondolio, che cullo, lento, lentissimo
    del corpo sotto il pergolato.

    da I riccioli della chemio
    1.
    Come vuoi che racconti dei mesi
    di quello straordinario inverno
    di gemme anche quassù, e sole
    fra i rami nel dicembre, quando il manto
    di neve ero io, la corteccia glabra
    lo scricchiolio del gelo nelle ossa – per quale
    voce straordinaria dirti l’inverno,
    quando l’inverno ero io?
    Ora risorgi. Chiudi un libro. Esci.
    Entri nei varchi fra le gocce, nella pioggia.
    Quello che deve sopravvivere viva.
    Ancora vuoi sapere il capezzolo
    dov’ è, dove le carni e quale impresa
    prelevi, dove porti, come
    venga smaltito questo Sondermùll,
    ancora vuoi parlare con l’estroso
    chirurgo cucitore, che nei lembi
    della pelle ti ha cucito
    la discarica all’ anima.
    *
    Tracce II
    a Etty Hillesum
    Non riesco a inginocchiarmi, scrivevi
    e hai portato, dentro i giorni dannati dei campi,
    per proteggere dio una gioia.
    Forse pregare fu quello – le tue ginocchia,
    ossa d’ombra sulla pietra, e tu
    per questa terra a camminare in volo.
    Ora tu credi che basterebbe un niente,
    sedere ad un tavolo sgombro
    in un’ora propizia, e lavorare ai versi
    lavorare ai frammenti. Io sono fatta invece
    di questo non scrivere giorno per giorno ;
    dentro il sedimentarsi delle piccole
    cose, e delle grandi, sono
    l’anima ingombra del loro farsi mute.

    Terza lettera ad Antigone

    Non ti mando la foto, ti descrivo.
    Sulla riva, distesi sotto il sole, vedi,
    i bei bagnanti, e i pueri, e il cadavere
    poco discosto, soltanto dall’acqua lambito.
    Non fosse per i vestiti – per gli stracci –
    diremmo che è uno del gruppo, fra quelli
    ridenti, uno vivo. È un giorno di festa.

    Arriveranno gli addetti, più tardi,
    a sgomberare quel corpo; altrove
    si sbrigherà una pratica,
    faranno un’autopsia, verrà inumato.
    Questo però non c’è, nella fotografia.

    E nemmeno la bava, domani, dei giornali
    né la pena beghina per quel morto,
    “zingaro – dirà qualcuno – ma bambino…”
    C’è questa roccia, invece
    fra il cisto e i rosmarini,
    questa roccia residua da cui scrivo,
    e dentro l’aria una preghiera
    e il mare intero, lento
    che prima degli addetti il corpo
    si porta via, l’istante prima.
    C’è il resto del paesaggio a sua custodia.
    Su you tube una bella intervista

    Cristina Alziati è nata nel 1963 e ha studiato filosofìa. Il suo esordio poetico risale al 1992, quando una sua silloge, presentata con grande convinzione da Franco Fortini, esce in un’antologia. Suoi versi vengono poi pubblicati in varie riviste di poesia, e lei stessa distribuisce copie ciclostilate della sua prima raccolta poetica, suscitando reazioni entusiastiche. Nel 2005 pubblica il suo primo libro, A compimento (Manni), che si aggiudica il Premio internazionale di poesia Pier Paolo Pasolini e giunge finalista al Premio Viareggio. Cristina Alziati vive a Berlino, traduce poesia e narrativa dal tedesco e dallo spagnolo.

  • 21Feb2013

    Davida Racca - punto critico

    “Conosco soltanto la terra promessa, mi dici / – è adesso, è fatta di parti perdute, è fatta di parti / in cui la vita che non vive è vinta.” Così dice “la poesia di uno che scorda / di uno che ricorda strano”, quella di Cristina Alziati in Come non piangenti (ed. Marcos Y Marcos, 2011, pp. 103, euro 14,50). Qui, in questo libro, la storia è ora una miracolosa epifania di natura, una cosa innocente, pulita, un odore d’infanzia; ora, prende le sembianze di quel mostruoso essere nichilista dalla “s” maiuscola e dal distruttivo fiato al fosforo; ora è una tragedia individuale. Ma, scrive l’Alziati: “Non ti confondi, una è la storia / che ci crepa. E dentro quella, dentro / ciascuna ora del mondo senti / gemere il tempo del tempo che resta.” L’incombere di un evento più grande travolge improvvisamente una piccola vicenda quotidiana, piegandola; ma, allo stesso tempo, ne accresce l’intensità dell’io, facendone punto radiante di coscienza e senso, umile sonda di parola che dice di sé: “dentro il sedimentarsi delle piccole / cose, e delle grandi, sono / l’anima ingombra del loro farsi mute.” Ed è qui, in questo ammutolire delle cose, che si colloca “Sofia”, un nome di persona, la piccola figlia del poeta, il senso ingenuo e tenero della vicinanza, o il nome della conoscenza che arriva rivoluzionaria, come un verso di Ernesto Cardenal, nei momenti più bui, incidendo sulla fronte un profondo “mierda a la muerte”. In Cristina Alziati il tema civile si posa tra le cose quotidiane, fra i fogli di lavoro, nelle ore, nei mimetici battiti dei giorni: è una questione di perenne adesione alla vita. La sua poesia raggiunge una paradossale calma mistica, dove frammenti di dialogo, citazioni, lacerti di storie, eventi di fame e di guerra prendono a plasmarsi intorno a centri nevralgici di meditazioni, risonanti di individuo e mondo. È attraverso un limpido, difficile risultato di silenzi metrici e prosodia monodica che questa scrittura mette in discussione il declamatorio “urlato” dell’indignazione, per accoglierla in un grembo intimo, silente, ma allo stesso tempo mediato in un riflesso generale, capace di metterla in mezzo, farne strumento di conoscenza. Così la parola si fa testimone di visione e visione di testimonianza. Non a caso la Alziati accenna nella “Poesie a G.” la citazione dall’Apocalisse: “Scribe ergo quae vidisti, et quae sunt et quae oportet fieri post haec” (Scrivi dunque ciò che hai visto, ciò che è e ciò che è opportuno che sia dopo tutto questo). E d’altra parte l’arte mantiene ancora, in questi testi, una residua ma in fondo sentita forza liberatoria. Nella sensibilissima silloge poetica “I riccioli della chemio”, sulla difficile esperienza ospedaliera, ricorre il motivo di una rinascita attraverso la scrittura, quell’ “ora risorgi” reiterato nel perentorio invito di un amico. La forza di questa poesia sta nel suo essere davanti al dolore col profondo pudore del “Vergesslicher Engel” di Paul Klee (1939), l’ “Angelo smemorato” prescelto dall’Alziati quale “piangente”, dalla citazione di Paolo di Tarso, come un non piangente.

  • 27Lug2012

    Sergio Rotino - Stilos.it

    A volte la poesia abbaglia. Accade quando il poeta ha trovato una precisione, un equilibrio quintessenziale fra quanto vuole dire e il come lo ha reso sulla pagina. E capita di rimanere abbagliati leggendo Come non piangenti, seconda prova della poetessa milanese Cristina Alziati, da anni residente a Berlino. Capita, non tanto su singoli versi, ma sulla struttura complessiva della raccolta, di cui si avverte una precisa finitezza. Sette anni distanziano questo volume da A compimento, l’esordio in solitaria, datato 2005 e pubblicato da Manni, dettando un passo in avanti per quanto riguarda la sicurezza espositiva dei testi, ma creando anche un filo rosso attraverso la ripresa di un testo lì precedentemente apparso (la prima delle “Poesie per G.”) e di «uno stesso luogo», come dichiarato per Terza lettera ad Antigone. A parte queste precisazioni, il corpus di testi che dà forma a Come non piangenti si presenta come un insieme talmente coeso, da apparire quasi inutile la sua scansione in quattro sezioni più una poesia-soglia. Il dire asciutto che li salda uno all’altro, che li porta a trasformarsi in una narrazione sì per frammenti – oltre che di accadimenti fra loro relativamente eterogenei – è forse l’elemento di tanta, avvertibile potenza, e crediamo sia anche uno degli elementi che gli hanno permesso di risultare vincitore dell’ultima edizione del premio “Achille Marazza” di Borgomanero. Dentro questa asciuttezza la parola cerca la sua veridicità, la sua giusta essenzialità, pure con qualche necessaria titubanza. Parliamo di essenzialità, ma il termine più consono a questa raccolta sembrerebbe essere “sobrietà”, ovvero l’uso di un dire temperato che mai sfiora l’alterigia, la supponenza, lasciando al contrario trasparire una giusta partecipazione emotiva: la misura necessaria, anzi, la distanza necessaria per essere vicina all’oggetto del narrare o del ragionare senza svuotarlo di significato. Il fatto che i testi siano vestiti dello stretto necessario per andare nel mondo serve a questo; ed è anche sia il modo sapienziale con cui Alziati mette in campo la descrizione dell’umanità, sia il modo necessario a guardare la sua, la nostra Storia più recente mettendola in parallelo con vicende personali. Tutto Come non piangenti è perciò leggibile, almeno in prima battuta, come una continua affermazione di quanto gli eventi individuali e collettivi – queste due entità apparentemente così distanti fra loro – non possano mai eludersi né cancellarsi vicendevolmente: lo impedisce l’intima coesione che regge entrambi. Da qui il confrontarsi con la realtà della Storia da parte dell’autrice senza volersi fare portatrice di un benché minimo intento salvifico. Una strada percorsa fino in fondo «senza pietismi o autocompiacimenti», per rubare le parole alla nota firmata da Fabio Pusterla, sia che vengano messe in campo esperienze terribili e/o private quali sono quella di un tumore (cui è dedicata la sezione emblematicamente titolata “I riccioli della chemio”) o la morte autoprocurata di un parente (A mio padre), sia che lo sguardo si focalizzi su vicende terribili e di relativo dominio della memoria pubblica internazionale.
È tragicamente bello notare su questo frangente la comprensione da parte dell’autrice di quanto la memoria storica sia, nell’umanità, particella di una labilità assoluta. Qui, nel frangente “pubblico”, appaiono le figure dei bambini; una specie di collante, che si propone non tanto di reiterare la retorica dell’innocenza del puer, quanto di dare corpo al senso di inermità verso chi attua il verbo assolutista della violenza. È una metafora chiara che, per dirne alcune, sta dietro alle figure dei piccoli suicidi di Korogocho in Notte, o alla bambina «masticata dall’interno» a causa di armi cui ancora non si riesce a dare nome in Dove giocano i bambini, o al cadavere del clandestino, che giace come cosa fra altre cose su una spiaggia italiana («“zingaro – dirà qualcuno – ma bambino…”») in Terza lettera ad Antigone. La stessa intenzione, lo stesso riferimento all’inermità dei fanciulli, al loro essere parte del mondo che li schiaccia e li plasma a sua immagine, si ritrova nel lungo arco che unisce la descrizione del piccione morto «sotto la segatura coperto per metà», nella “prosa in poesia” di Tre cartoline 2 («all’uscita da scuola nemmeno lo guardano i bambini, mentre  a una piccolissima che singhiozza più in là, se non smette di piangere la riempiranno di botte, gridano – saranno i genitori, chissà») a quell’altra degli algerini trucidati a Parigi nel 1961, che in un perfetto quanto vivido scivolamento dell’immagine si affiancano ai trucidati delle Fosse Ardeatine nel 1944 in Adesso («Sulla melma del fiume/guardo scorrere lentissimi cadaveri, /qui sotto Ponte Milvio./Ne riconosco i volti, furono assassinati/buttati morti o vivi nella Senna,/li chiamavano ratti, è ottobre, sono d’argento»).
Ma che si rammentino «l’Iraq e le bombe a base di ossido di etilene», in “Tu che hai scritto”, o il terremoto de L’Aquila ne “Il frastuono ci ha sbalzato dal sonno”, testo con un inaspettato prestito da Pavese, non vi è mai «pena beghina» nella voce che racconta e, per l’appunto, mai totale scollamento, distacco, distanza, da quanto è raccontato. Dietro la secchezza con cui vengono composte le immagini e la giustezza formale che esprimono i testi vi è anzi partecipazione, di più: coscienza del tempo che si vive tutti. Coscienza della nostra caducità di esseri umani, della nostra fallibilità, della nostra incoscienza e inumanità anche. Vi è inoltre la certezza che si deve saper riconoscere, quindi si deve dare nome a ogni cosa. Si deve cioè dare, attraverso la parola, concretezza alla rappresentazione del quanto avviene, dell’orrore che si ripete al fianco della quotidianità («Lasciate ch’io qui/resti ancora a chiamare per nome ogni cosa,/il grido la piazza l’arrotino, a ripetere/il fosforo, il fosforo, il cargo, è mattina.»), poiché «ciascuna delle cose che non viene nominata/è per sempre perduta» e perciò «resta ormai come una cecità» interna allo sguardo-filtro del testimone. Il senso di “cristianità” che si potrebbe intuire dietro molte delle composizioni presenti nella raccolta fa parte di questa coscienza, di questo riconoscere il Male perché lo si vede, perché la cecità non ha ancora debellato del tutto la capacità di vederlo e di intuire le reiterazioni delle sue forme. Anche per questo dentro Come non piangenti l’affermazione che sia necessario nominare le cose, dare loro nome affinché siano sempre presenti a noi, ai loro creatori, funziona come bordone, come informazione eterodiretta. In tutto il libro è una certezza, un faro, che non prende mai gli abiti del monito: la scrittrice sa bene che altrimenti questa funzione risulterebbe nulla.
Dunque a fare da motore è l’ambito testimoniale, quello che si palesa fin dalle prime pagine, sfrondato da eroismi o patetismi; un atto che cancella scientemente qualsivoglia canone in odore di romanticismo dal suo orizzonte, per porsi come pura necessità. Il sacrificio del documentare da parte del testimone è necessario e sentito come tale (sempre «Lasciate ch’io qui/resti ancora»), ma è anche parola d’onore data («ti è promesso, consegnerò/ciascuna delle cose») e si pone inoltre intero nell’uso dello sguardo e della voce: l’uno vede, l’altra riferisce («non ti mando una foto, ti descrivo»). L’ossessione compresa nell’avverbio “ancora” ha perciò le stimmate di una cristianità assolutamente laica, rivolta alla politica tutta, intesa come polis, come documentazione del dolore che va verso ognuno di noi, che è di ognuno di noi. Ci si trova così davanti a una fiducia, a una fede nella parola poetica, che d’altro canto è ricca di scetticismi («dentro il sedimentarsi delle piccole/cose, e delle grandi, sono/l’anima ingombra del loro farsi mute») e di pessimismi («Il mendicante, anche se giura/non verrà creduto»), una fede che comunque porta sempre con sé la ferma certezza, in tempi bui di egoismo e disperazione, di come ogni accadimento debba essere sempre condiviso. La fiducia sta in questo saper riconoscere ogni cosa, quindi nel rivitalizzare la memoria – perché legata a noi, sempre – rendendola patrimonio condiviso e non retorico. Il dimenticare sembra essere il più vero degli orrori contro cui si muove Come non piangenti e che lo illumina a ogni pagina. Etico, moralmente giusto, è il non dimenticare il dolore dato e procurato, il non cercare felicità e tranquillità attraverso l’indifferenza verso il mondo, attraverso l’abbassamento dell’evento tragico a normale, accettabile rumore di fondo. Alziati lo dice con linguaggio tendenzialmente alto eppure leggibilissimo, immerso in una compostezza pacata, capace di scavare magistralmente ancora più a fondo nel lettore e di dare nuova linfa a una poesia concretamente civile.

  • 06Lug2012

    Franca Grisoni - Il Giornale di Brescia

    Talvolta ci si nutre talmente dei versi fino ad impararli a memoria: le ripetute letture del libro che ci pare non potremmo mai mettere sullo scaffale fanno sì che la poesia si faccia spazio dentro di noi, che prema fino ad allargare l’anima. Vorremmo avere più spazio per portare dentro le parole degli autori più amati e di quelli di cui ci siamo appena innamorati, quelli che ancora ci ingravidano con la fertilità dei loro versi. Ed è una fertilità contagiosa, che chiede di essere diffusa per condividere ritmi e parole così intensi da desiderare che siano nostri e che possano diventare anche di altri. Sì, ci sono ritmi e parole che ci permettono di conoscere e di conoscerci meglio. E ci sentiamo di acconsentire e diciamo: è vero! è vero! a cose che non avremmo saputo se la poesia non ce le avesse appena rivelate.
    E se ci viene in mente qualcuno che ha detto: «a me la poesia non piace», oppure: «non la capisco», vorremmo potergli dire: leggi qui! E ci pare che ognuno potrebbe conciliarsi con la poesia, anche solo per il bene che fa mandarla dentro a sorsate: dalla sua sonora oscurità alla nostra oscurità silenziosa, in un incontro che non può mancare di produrre scintille. Una prova? Apriamo l’ultimo libro di Cristina Alziati, Come non piangenti, (Marcos y Marcos, pp. 108, € 14,50) e leggiamo: «Tu che dormi, ti affido la luce, / crescerà a breve fra la campagna e il noce. / Bevi al risveglio anche per me, / per questa mente impolverata dove / l’aculeo di una storia esangue giace».
    Quelli di Cristina Alziati sono paesaggi che includono «una stanza della diagnosi / e un vecchio oncologo» che ha comunicato all’autrice il tumore al quale è “sopravvissuta”, e zone di guerra, con armi chimiche e atomiche, con «i soldati bambini / […] / e quegli altri, / con i loro giocattoli-mina» costruiti proprio per attirare i bambini e straziarli. Ed ecco le scene di orrore della contemporaneità, con azioni criminali che si susseguono a diverse latitudini, ma ci sono anche paesaggi di luce, con l’affiorare della “bellezza”, come quella indicata da una bambina che non è sopravvissuta alla leucemia e che, nel mostrare «minuscole conchiglie, le tiene / in una mano. Guarda, mi spiega, / hanno milioni di anni, paiono nate appena».
    Questa poesia afferma che l’essere umano sa portare insieme il “dono” e l’“offesa”, e che proprio nel deflagrare del male si può sperimentare la “gioia”, come quella verticale nella poesia dedicata ad Etty Hillesum, donna che davvero può essere annoverata tra i “non piangenti” del titolo, preso da San Paolo (1 Cor., 7): «il tempo ormai si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; coloro che piangono, come se non piangessero». E c’è di che piangere in queste poesie personali e civili, ma per chi sa che non c’è tempo, imperativo è fare come chi non piange e testimonia: «odo cantare uccelli sconosciuti / e provo intero il dolore, so la gioia intatta», in un atto d’amore che è per redenti e non redenti.

  • 01Lug2012

    Maria Nadotti - Lo straniero

    Cristina Alziati, poeta italiana che da quasi vent’anni vive a Berlino, ha dato da qualche mese alle stampe un libro dal titolo limpido e arcano, Come non piangenti. Vi sono raccolti, divisi in quattro sezioni di misura fortemente divaricata (Vicoli, L’angelo smemorato, Breviario, In pochi fogli), i versi scritti tra il 2007 e il 2011. Ad accompagnarli, come un testo a sé stante, un ricco apparato di Note dell’autore, che collocano, spiegano, traducono, aggiungono, mettono in chiaro che la poesia si coniuga in un tempo dove passato e presente sono un’unica dimensione e lo spazio poetico una zona franca di condivisione, un territorio dove ci si incontra attraverso la trasparenza e l’esattezza dei rimandi e delle parole. In questo volume, l’autrice piega la portata civile della sua cifra stilistica – una etichetta che la critica italiana insiste ad attribuirle – a una scrittura solo all’apparenza più privata e meno politica. L’esperienza del dolore e della perdita che attraversa le pagine non è più solo frutto di empatia e di una visione etica del mondo: i «non piangenti» si sono avvicinati al punto da coincidere con chi scrive, da essere la sua stessa voce che insieme all’altrui storia dice della propria. Se questo succede, tuttavia, non è perché alla capacità di cogliere la sofferenza e l’ingiustizia nell’imperfezione del mondo si è ora affiancata una nuda, ardita dimensione autobiografica. È la misura della scrittura a cambiare, la sua temperatura, il suo respiro. Qui l’intimità di cui è soffusa ogni cosa nasce da una cura inflessibile per il linguaggio, è frutto del lavoro del testo poetico, dell’unire in profondità ogni atto e nome ed evento e prospettiva di cui il testo poetico parla. Ne l’Angelo smemorato, omaggio all’angelo della storia di Walter Benjamin che ha «il viso rivolto al passato e vorrebbe destare i morti e ricomporre l’infranto», Alziati scrive «Ora tu credi che basterebbe un niente, / sedere ad un tavolo sgombro / in un’ora propizia, e lavorare ai versi / lavorare ai frammenti. Io sono fatta invece / di questo non scrivere giorno per giorno; / dentro il sedimentarsi delle piccole / cose, e delle grandi, sono / l’anima ingombra del loro farsi mute». Le poesie scritte da Cristina Alziati fra il 2007 e il 2011 sono esattamente questo: un lancinante residuo di oscurità lanciato con mano ferma in piena luce. Non un atto di esibizione ma di vicinanza.

  • 25Giu2012

    Giuseppe Genna - giugenna.com

    Conobbi Cristina Alziati a un corso di lettura poetica presso la Libreria Rinascita a Milano, più che vent’anni fa. Le lezioni erano parecchio deludenti; l’anno precedente – mi pare – avevo dovuto dare l’addio ad Antonio Porta, a me maestro, che aveva tenuto un corso di poesia strepitoso e assai potente a Milano: il confronto non reggeva. Tuttavia stare lì, alla Libreria Rinascita, era bello e caldo, come diceva Dionigi ecco che rialzava me, curvo sulla terra, una dolcezza che non si riconosceva nel fisico magrissimo e nodoso, bensì nello sguardo e nel desiderio che l’ansia di domanda e di affermazione investiva proprio me, mentre mi rialzava da terra: a compiere questo gesto di bellezza dolce e per nulla inerme era una poetessa guerriera e tragica, che si chiamava e chiama Cristina Alziati. I suoi versi erano amatissimi da Franco Fortini, che ai tempi era sul punto di morire e lavorava a Composita solvantur (Einaudi), uno dei fondamentali della poesia dell’ultimo quarto di secolo, forse anche più. Ricordo una memorabile accelerazione al mito (uno slancio “ad Alcibiade”), ma vòlto politicamente, a una battaglia che è mito e storia indifferentemente: ricordo quei versi secchi e conflittuali, battuti a macchina neigli A4 che mi aveva fatto leggere Cristina Alziati. Per anni rimase una sorta di mitologia fuggita chissà in quali nebbie, presumibilmente nordiche. Ne ritrovo ora un libro, Come non piangenti, da cui traggo alcune poesie reperite in Rete. Il verso e il discorso si è disteso, si è fatto più diretto a volte, a volte antifrastico o apparentemente cortocicuitante, ma sempre pronto a sporgersi come oplita con la sua punta mortale, il richiamo mitologico e teologico sempre presente per pressione implicita o esplicitata in immagine e parola, la violenza delle ellissi e della retorica e degli scarti metrici: è proprio la poesia di Cristina Alziati. Sono felice di ritrovarla, di condividerla con chi legge queste pagine.

  • 06Giu2012

    Davide Dalmas - L'Indice dei libri del mese

    Nel tempo abbreviato 
È possibile che un libro di poesia dove una sezione centrale si intitola I riccioli della chemio (e parla proprio di quello), dove dolorosamente emergono baracche di campi nomadi demolite da ruspe, cadaveri di assassinati, fosforo che distrugge, uranio impoverito, giocattoli-mina, rifiuti tossici e suicidi lasci al lettore una sensazione di gioia? In effetti la postura che il libro richiede al lettore è indicata fin dal titolo, Come non piangenti, un riferimento al «tempo ormai abbreviato» della prima lettera di Paolo ai Corinti, al capitolo 7: «Da ora in poi, anche quelli che hanno moglie siano come se non l’avessero; quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che si rallegrano, come se non si rallegrassero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano di questo mondo, come se non ne usassero, perché la figura di questo mondo passa». Anche quando si piange, quindi, in questa urgenza del tempo, un questo presente di appello e di responsabilità, bisogna fare tamquam non flentes, come chi non piange.
    Di questa indicazione possiamo ritrovare, nel libro, una necessità di contemplare con ciglio asciutto il male per meglio individuarlo, colpirlo, per non perderne le connessioni; ma quella paradossale sensazione di gioia che il lettore percepisce è sprigionata probabilmente soprattutto dall’esperienza di seguire una missione compiuta, un dovere realizzato. Compito e senso della poesia – e in modo particolarmente intenso di questa poesia – è nominare le cose, chiamarle con il loro vero, giusto nome. E qui questo compito assume proprio la forma di una chiamata, un incarico che viene da fuori: subito, sul bordo del libro, alla sua apertura: «Sbrigatevi. Andate. Lasciate ch’io qui / resti ancora a chiamare per nome ogni cosa, / (…) / Che qui resti ancora a guardare, e altri / attraverso il deseerto dei rami / tralucano, alberi». E subito dopo, all’inizio di Vicoli, la prima sezione del libro: «Ciascuna delle cose che non viene nominata / è per sempre perduta, mi hai detto». E ancora, più addentro, in quella successiva, L’angelo smemorato: «C’erano anche i nomi, credo / quelli che uguali diamo ad ogni cosa / e gli alberi, di cui pure dovremo / in uno dei giorni parlare». Gli alberi, come si vede già da queste poche citazioni, sono tra i protagonisti della poesia di Alziati.
    Da questo compito di «chiamare per nome ogni cosa» non deriva però una ricerca del vocabolo-gemma preciso e prezioso (benché si arrivi a nominare anche il fiore del cisto o il frutto del gelso) né deriva una poetica in qualche senso magica, che riassegni alla poesia il gesto primigenio di Adamo del nominare la pluralità della creazione. Si mantiene invece una necessità severa, che nel precedente libro dell’autrice (A compimento, Manni, 2005) conduceva alla ricerca di un preciso nome zoologico nel dizionario, «dentro l’assedio / di una notte insonne», proprio nel momento in cui si richiamavano – e si accusavano – puntuali, reali scenari di guerra.
    Sentire il compimento di questa esigenza nelle parole di Come non piangenti è una prima istigazione alla gioia. La seconda sta in un altro paradosso: il mondo che i tagli di luce che queste poesie descrivono è segnato profondamente dall’instabilità, dalla labilità: ci sono ovunque – a ogni livello del testo – crolli, terremoti, guerra, cancro. Malattie sociali, malattie morali, malattie terribilmente carnali. Eppure questa fortissima presenza della morte, della malattia, dell’orrore è prima di tutto l’origine di uno slittamento rispetto alla percezione quotidiana. «Il tempo è ormai abbreviato», per tornare a Paolo: «La figura di questo mondo passa». La figura decisiva della gioia, della bellezza, pronunciata da questo libro è pertanto in stretta connessione con un’esigenza di cambiamento radicale, con la trasformazione, con la rivoluzione: «Tornerò a sciogliermi, più tardi / dentro il tempo archimedico, del mondo / presso la rosa, che non è la rosa / che è diventare una rosa».
    Le forme dello scarto, dello slittamento, del cambiamento vivono anche nelle inserzioni di parole e frasi latine, dal Cantico dei cantici in primo luogo: voci che nell’intenzione di Alziati devono circolare tra i versi come un registro sovrapersonale, che può essere la voce di ciascuno e di tutti. Oppure si esprimono nell’immissione, in una dizione apparentemente piana, di lessico aulico, di forme arcaiche. Ma di poco, come nota Fabio Pusterla, che parla di un tono «leggermente solenne, ma di una solennità appena accennata». Come quella prodotta dagli iperbati e dalle ripetizioni di una delle poesie più intense, Ricapitolazione: «quando dico terra, / è disfarle, dico, la terra – è farla». D’altra parte, sempre lì, poco prima, avevamo letto: «In una notte come questa, e lontana / qualcosa mi aveva inciso nella mente / come elenchi i nomi». Nello stesso modo doloroso, irrevocabile e decisivo «l’ago del mondo» entrava una volta per sempre nel passato originario della Partenza di Franco Fortini. Il poeta, guarda caso, che per primo riconobbe la voce di Cristina Alziati.

  • 17Mag2012

    Piergiorgio Viti - 2duerighe.com

    Il poeta è sempre civile, perché testimone della modernità e voce autentica di un tempo, di uno spazio che ora si stanno dilatando sempre di più, attraverso le moderne tecnologie. Ecco perché la poesia non ha bisogno degli scritti “d’occasione” dedicati all’11 settembre o alle guerre in Medio Oriente, i cui esiti sono spesso discutibili. Il poeta, attraverso la sua visione del mondo (i dotti direbbero “Weltanschauung”), elabora il suo poetabile che non è mai decontestualizzato e quindi avulso dalla società di cui fa parte (o c’è qualcuno che crede ancora all’idea del poeta-asceta?). Sono davvero perle preziose quelle poesie in cui si indaga il contemporaneo e le sue emergenze con un’ottica civile, di militanza, giungendo a risultati significativi.
Certo, Ungaretti, Sereni, Brecht e Quasimodo sono tra i pochi che hanno affrontato il tema della guerra senza quella retorica ampollosa che porta il verseggiare allo scadimento. Tra le perle più recenti sono da annoverare quelle di Cristina Alziati, solida poetessa che nel suo “Come non piangenti”, “passa da Nairobi alle Isole Eolie, dalle Dolomiti ai romeni di Tor di Quinto” con risultati pregevoli. Il suo sguardo puntato sui drammi odierni non è mai né compassionevole né estetizzante, anzi diventa uno dei motivi per sondare l’alterità (molte poesie sono dedicate ad un “tu” e, mutatis mutandis, questo “tu” in alcuni testi parrebbe l’umanità intera). La sezione tuttavia più riuscita del libro è “I riccioli della chemio” in cui l’autrice affronta, non senza una punta di ironia (“Mamma, ora il cucciolo sei tu”/ esclamava Sofia al taglio dei capelli, prima/ del primo ciclo di chemioterapia…”) il delicato momento dell’inverno del corpo (per quale/ voce straordinaria dirti l’inverno,/ quando l’inverno ero io?), e cioè la scoperta di un tumore. Finalmente la poesia ritrova la sua voce umana, lirica, senza artifici né mode, come rileva giustamente Pusterla nella presentazione. La poesia è questo, soprattutto. Un dialogo con il lettore e non una finzione, come purtroppo, molti, oggi, la intendono.

  • 19Feb2012

    Daniele Barbieri - guardareleggere.wordpress.com

    Di Cristina Alziati e della sovrapposizione dei tempi e delle cose

    Il libro è Come non piangenti, di Cristina Alziati (Marcos y Marcos, 2011).
Sin dai primi versi del libro ci si accorge che queste poesie sono scritte da una mano capace, e dai primi sino agli ultimi non posso fare a meno di sentire risuonare in me l’eco del Montale di Satura, col suo accostare ritmi e temi prosastici e quotidiani a temi e inarcature ritmiche più tradizionalmente e drammaticamente sonore. Apprezzo molto, dopo poco, anche un altro aspetto, cioè il fatto che, in maniera del tutto insensibile, quasi di soppiatto, i temi della poesia civile si accompagnano a quelli personali, pressoché senza differenza, senza cambio di tono, senza nessuna retorica.
Non sarebbe questo, da solo, un motivo sufficiente per apprezzare questi versi, ma è comunque un motivo di ammirazione. Diffido di solito della poesia civile, specie quando ne condivido le ragioni, perché basta poco, quando ci si confronta con la rabbia, l’indignazione, l’orrore, basta poco, davvero poco per essere retorici, per farsi prendere la mano, per trasformare la poesia in oratoria, in discorso persuasivo – mettendo allo scoperto il gioco, rivelando l’intenzione, annullando la sorpresa, la magia…
Qui, è invece ammirevole come l’orrore delle bombe al fosforo, dei suicidi dei bambini, delle bombe travestite da bambole emerga sempre all’improvviso, nel contesto di tutt’altre cose, magari più tradizionalmente liriche, più montaliane. Non solo in questo sta la sorpresa, il fascino di questi versi, ma certo anche in questo.
C’è un motivo che ricorre più volte nelle poesie della Alziati, quello della contemporaneità delle epoche. Lo si ritrova, tra l’altro, nell’ultima delle poesie riportate qui sotto, dove il male di oggi e quello di ieri sembrano confondersi, essere lo stesso.
Ma non sono soltanto i tempi a confondersi. Benché questi componimenti siano scritti più o meno tutti in prima persona, ci si accorge dopo un poco a leggerli che l’io, cioè l’interiorità, non è né più né meno protagonista del resto del mondo, dell’esteriorità. Non c’è dunque grande differenza tra il sociale e il personale, tra la pena per il sé e quella per il mondo. L’io, alla fin fine, è poco più che un testimone, mentre il sé è già una parte del mondo, proprio come l’immigrante annegato, come il bambino malato di leucemia.
La seconda delle poesie che riporto qui sopra appartiene a una sezione intitolata “I riccioli della chemio”. In questa sezione si parla, con relativo distacco, di cure ospedaliere, e di un tumore; ma sin dal primo componimento (proprio questo) avviene il ribaltamento, e “il manto / di neve ero io”, e “l’inverno ero io”. Di fronte a un dicembre soleggiato è l’io lirico ad assumerne la reale identità.
D’altra parte, ancora in altri versi, l’autrice si rivela quasi non come chi scrive, ma come chi voglia trasmettere un silenzio che le viene dalle cose del mondo, piccole o grandi che siano – attraversata, quindi, nemmeno da una voce, ma da quello che resta quando la voce si rifiuta.
Detto – e apprezzato – tutto questo, non siamo arrivati ancora alla radice del perché questi versi mi colpiscono, lasciano il segno su di me. Potrei aggiungere che c’è, certamente, il loro non cadere mai nella banalità, nemmeno nelle banalità montaliane – non perché Montale fosse mai banale, ma perché qualsiasi maniera, montaliana o non, finisce prima o poi per ripetere per stanchezza qualcosa che inizialmente era stato presente per necessità. Questo, nelle poesie della Alziati, non succede; segno che l’eco montaliana non è epigonismo o, appunto, maniera, bensì semmai una convergente adesione a un certo modo di procedere.
Credo che il nocciolo del mio apprezzarle stia, alla fin fine, proprio in un certo loro modo di accostare il quotidiano e l’aulico, nei temi come nei ritmi. Questi ultimi, proprio come in Montale, si aggirano intorno alle misure classiche dell’endecasillabo e del settenario, ma per assumerle in maniera canonica solo in certi momenti risolutivi, mentre il frequente allontanarsene introduce di continuo momenti più quotidianamente colloquiali.
È forse in questo costante uscire e rientrare in quella che canonicamente riconosciamo come poesia, che sta il cuore del fascino di questi versi. Un uscire e rientrare che non permette al lettore di assestarsi in una dimensione chiaramente riconosciuta, e lo tiene lì, sospeso tra io e mondo, presente e eternità, endecasillabo e verso libero, dichiarazione personale e attraversamento da parte delle cose. E queste diverse dimensioni, su questi diversi piani, interagiscono, si intersecano, si rispondono, ora si negano reciprocamente e ora si rafforzano.

  • 17Nov2011

    Amedeo Anelli - Il Cittadino

    Dolore, vita e utopia nella poesia di Alziati

    Come scrive Fabio pusterla nel “retro“ copertina di Come non piangenti, titolo dell’ultima raccolta di versi di Cristina Alziati: «Riassume molte cose, le parole che lo compongono sono di Paolo di Tarso, e suggeriscono contemporaneamente l’esistenza del dolore e la relativizzazione del dolore; il male che ci accompagna e che dobbiamo credere di poter superare; il realismo, la lucidità, ma insieme una specie di utopia da difendere, e tutto questo con un tono leggermente alto, leggermente solenne, ma di una solennità appena accennata». Infatti questa della Alziati è una poesia di misura, limpidezza, potremmo dire di “dizione” o meglio di intonazione. La materia anche di derivazione biografica è scivolosa, a forte pericolo di debordamento, di letterarietà: ecco che la Alziati agisce sulla narrazione, tempera i registri, diviene sovrapersonale nella modulazione di “io” e “tu”, diviene un’istantanea di una condizione. I versi sono ricchi di riferimenti sociali e culturali in parte esplicitati nelle note, essi fanno da fondo all’enunciazione che comunque in qualche modo si chiude su se stessa non rimanendo mai aperta in un macrotessuto. Per tutte le poesie Ricapitolazione: «In una notte come questa, e lontana / qualcosa mi aveva inciso nella mente / come elenchi di nomi. Io da allora / quando chiamo la terra e la casa / la dolcezza il pane, e dentro / c’è una notte come questa, io / quando dico terra, / è disfarla, dico, la terra – è farla.// quando dico mattina ed è questa / in cui guardo Sofia andare a scuola / con altri bambini, e domando / dove saranno i bambini dei fuochi / i soldati bambini, quando dico /mattina, e quegli altri, con i loro / giocattoli-mina quando dico bambini».

  • 02Set2011

    Gian Paolo Grattarola - Mangialibri

    Uno scenario che prende corpo dal buio del dolore e della malattia: “C’era stata una stanza della diagnosi/ e un vecchio oncologo che, secca,/ la ghigliottina mi crollava sulla mente./ Non ero sola, il babbo di Sofia/ venne ferito al cuore, colpito a morte/ il poeta. Intorno, vegetazione.” Un ritratto di sé per paesaggi d’anima segnati dai grumi di una sofferenza rappresa: “Come vuoi che racconti dei mesi/ di quello straordinario inverno/ di gemme anche quassù, e sole/ fra i rami nel dicembre, quando il manto/ di neve ero io, la corteccia glabra/ lo scricchiolio del gelo nelle ossa – per quale/ voce straordinaria dirti l’inverno,/ quando l’inverno ero io?” In una continua osmosi tra momenti astratti e figurati: “E dunque sono viva e sono morta,/ ché adesso è il mio sogno la carne,/ sognarla risorta.” Tra epifanie e metamorfosi di un tempo estremo:” Io ti ho preso per mano/dal tempo senza tempo, in una infanzia. Ora/ dentro i millenni della storia stiamo/ chiari, confusi come il giglio ai campi.” Senza mai distogliere lo sguardo dalle piaghe altrettanto esacerbate della contemporaneità… 
Dopo il successo ottenuto con la pubblicazione nel 2005 del suo primo libro A compimento, vincitore del Premio Internazionale di Poesia Pier Paolo Pasolini e finalista del Premio Viareggio, Cristina Alziati torna in libreria con un nuovo volume in cui, conferma le caratteristiche che hanno felicemente caratterizzato la sua cifra stilistica. In particolare la presa di posizione e la testimonianza di una  poesia civile che si affida a una versificazione scarna e rabbiosa, che del dato naturale ed epocale fa sentire il sangue delle trafitture e la spigolosità degli angoli. Una poesia che, pur nascendo –  per dirla con Mario Luzi – “con le stimmate della sofferenza”, nondimeno risulta sostenuta da un’irriducibile tensione etica capace di opporre le ragioni forti della perseveranza alle note scoraggianti della sofferenza. Sono infatti commiste, nei testi che compongono anche questa nuova raccolta, le inquietudini di uno sguardo che scava nei detriti delle umane vicende, e insieme una logica lucida e visionaria che impedisce che si spenga la fiamma lancinante del nostro stupore dinanzi al mistero doloroso del mondo. Una problematica consapevolezza che trova adeguata sintesi nelle parole di Paolo di Tarso poste a titolo della silloge, e che nella trasposizione poetica diventa sublime elevazione di un martirio quotidiano.