Ci sono cose che una non può fare scalza

Archivio rassegna stampa

  • 20Dic2010

    S.B. - Grazia

    Nata in Colombia, Margarita García Robayo, 30 anni, vive a Buenos Aires dove fa la giornalista, ma fin da ragazza ha giocato con la scrittura come blogger molto seguita.

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  • 11Dic2010

    Silvia Del Ciondolo - Pulp

    Sono sempre stata curiosa di scoprire che faccia avessero gli scrittori. Digito il nome dell’autrice sulla tastiera e scopro che è colombiana, fa la giornalista in Argentina, ha appena trent’anni ed è bellissima.

    E quando dico bellissima intendo che potrebbe quasi venire a sculettare in Italia in televisione, invece di fare l’intelletuale in Sudamerica per meno di un centesimo dei soldi. Un’interessante bestia rara oppure una terribile sciocca, questo dipende dai punti di vista. Affronto impaziente la lettura dei racconti di questa esordiente colombiana, riuniti da un titolo che una donna non può non apprezzare: ci sono davvero delle cose che non puoi fare scalza. E vi dirò di più, ci sono cose che hanno bisogno di un bel paio di decolté viola coi tacchi, per essere affrontate con dignità, sicurezza e autocontrollo. Beatriz, una delle donne ritratte nel libro, lo sa bene. A lei, ad esempio, servono per chiedere un mutuo in banca. Nove racconti per nove figure femminili le cui vite si intrecciano, si passano accanto sfiorandosi, senza saperlo, come forse accade veramente nella realtà. Chissà quante connessioni non vediamo, quanti collegamenti ci sfuggono, cosa che ci impedisce di percepire la comunione delle nostre vicende, che ci unisce e ci lega nonostante noi lo ignoriamo. È proprio questa la sensazione, lieve ma pervicace, che ho avuto arrivata al terzo o quarto racconto e che non mi ha più lasciato. Julia è l’amante di Arturo, lo stesso Arturo marito della già citata Beatriz, che ha avuto una storia con Carlos, ex marito di Mary, amica di Sofía… Non è tanto importante come i legami invisibili si manifestino, attraverso quale persona, fatto o luogo, ciò che è fondamentale è che esistano. È come se le nove donne si passassero il testimone in una staffetta di storie quotidiane, come se la vita di una fosse il seguito di quella dell’altra. Nove istantanee, nove giornate nella vita, spesso approssimativa, di nove tipi femminili; nove mancanze, latenze, nove e più cassetti dove infilare i propri sogni. Quelli di quasi ognuna di noi.

  • 01Dic2010

    Carlotta Vissani - Rolling Stone

    Saranno l’aria di Buenos Aires e una dimora che affaccia sul mare a fare della 30enne colombiana Margarita García Robayo una scrittrice acuta, conoscitrice dell’animo femminile.

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  • 17Nov2010

    Redazione - Donna Moderna

    Julia detesta che Arturo torni a dormire dalla moglie (perciò una sera gli infila i vestiti in lavatrice).

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  • 01Nov2010

    Elena Spadiliero - wuz.it

    La critica spagnola ha definito Margarita García Robayo «un gradevolissimo incrocio fra Raymond Carver e Ángeles Mastretta» e il suo esordio narrativo, Ci sono cose che una non può fare scalza, un libro «che fa il contropelo alla letteratura “per” le donne imponendosi come letteratura “delle” donne».

    “Blogger dirompente fin dall’adolescenza”, giovane autrice appena trentenne, Margarita García Robayo ama scrivere avvolta nel silenzio della sua casa: è qui che prendono forma le nove figure femminili di Ci sono cose che una non può fare scalza.
    Già in Controvento di Ángeles Caso le donne costituivano il perno della storia: nel romanzo venivano sottolineati la forza e il coraggio con cui la protagonista São e le sue amiche affrontavano le difficoltà della vita e la brutalità maschile. Ci sono cose che una non può fare scalza, al contrario, è una riflessione sulla fragilità femminile: vengono raccontate le storie di donne disilluse, sole, insicure e le cause del loro malessere vanno quasi sempre ricercate negli uomini che non riescono a penetrare fino in fondo le loro mogli, le loro amanti, le loro figlie, perché come cantava Mia Martini gli uomini sono “figli delle donne ma non sono come noi”.
    “Fragilità, il tuo nome è donna!”. Quante volte ci siamo innamorate, illuse di essere “l’ultimo amore di un uomo”? Oppure, quante volte ci siamo guardate allo specchio, insoddisfatte di noi stesse? È successo a tutte, prima o poi. O quasi…
    Julia, ad esempio, non ha nessun problema a mostrare il suo corpo, anzi: ama aggirarsi nuda per casa, sebbene non ci siano tende alle finestre e “anche se aveva il sospetto che la sua dirimpettaia la spiasse”. Da un paio d’anni ha una relazione con Arturo, un uomo sposato: lei vorrebbe che dopo aver fatto l’amore lui restasse, ma Arturo puntualmente si riveste in fretta e l’abbandona per tornare dalla moglie Beatriz.
    Julia ha ragione, Lili la spia: la “dirimpettaia” l’osserva muoversi nuda e sinuosa da una stanza all’altra. Quello che Julia non sospetta è che Lili si sente sola e che vorrebbe chiamarla, anche se non si conoscono di persona, semplicemente per bere qualcosa insieme e farsi un po’ di compagnia. Lili vorrebbe raccontarle che ha fatto sesso con il suo capo, che “era durato poco […], che l’orgasmo è sopravvalutato […]”, mentre l’amore, quello vero, significa “svegliarsi insieme ogni mattina”.
    Le cose non sono diverse per Sofia. Perché Sofia è depressa per la mancanza di suo marito Rodrigo, partito un anno prima come medico per l’Africa e non ancora ritornato. E lei è terribilmente arrabbiata con lui, perché quel senso di solitudine la sta annientando, perchè non riesce più ad andare al lavoro, perché senza di lui le risultano impossibili anche le piccole azioni quotidiane: un uomo non dovrebbe lasciare una moglie a casa da sola per tanto tempo perché “a una ragazza sola succedono tante cose: vede uomini” con i quali finisce a letto, per ingannare quel senso d’abbandono che l’attanaglia come in una morsa di ferro.
    E ancora Susy, concorrente al telequiz Abbasso gli ignoranti, così simile al piccolo Stanley Spector, bambino prodigio di Magnolia, il film di Paul Thomas Anderson. Susy, dotata di una straordinaria intelligenza, ma non particolarmente bella; anche nel suo caso, la denigrazione arriva da un uomo, dal padre, che le ricorda costantemente la sua scarsa avvenenza fisica, sottolineando che una donna può essere o bella o intelligente e che “dal momento che lei bella non era, la sua unica possibilità era di coltivare l’intelligenza”.
    E Mary, Rina, Miriam, Diana…
    “Quando si scrive delle donne bisogna intingere la penna nell’arcobaleno e asciugare la pagina con la polvere delle ali delle farfalle” suggerisce Denis Diderot: un altro modo per dire che per parlare dell’universo femminile bisogna possedere delicatezza e sensibilità, per poterne coglierne al meglio le mille sfumature. Margarita García Robayo possiede queste doti e traccia dei ritratti femminili delicati e intensi, di donne imperfette, alla perenne ricerca di attenzione e conferme da parte del mondo esterno.