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Cenere, o terra

Archivio rassegna stampa

  • 16Set2018

    Alessandro Moscé - pangea.news

    “E la gioia, chi ha rubato la gioia?”: discorso intorno alla poesia di Fabio Pusterla

    Fabio Pusterla, ticinese nato a Mendrisio nel 1957 (insegna in un liceo e all’università della Svizzera italiana), è uno dei migliori poeti italiani di oggi: lo conferma l’ultima uscita dal titolo Cenere, o terra (Marcos y Marcos 2018), dove i punti di convergenza della testualità che riempie il vuoto esistenziale sono soprattutto gli elementi primordiali: terra, aria, acqua e fuoco di una geografica residenza. La bellezza del creato non è quella di una cartolina folcloristica e promozionale, bensì nasce, nel titolo dell’opera, da un verso dantesco che indica toponimi, siti, un territorio da esplorare inglobandolo, selezionandolo, stratificandolo. Come accertabile nell’antologia riassuntiva di un percorso che dura da trent’anni, Le terre emerse. Poesie scelte 1985-2008 (Einaudi 2009), il verso di Fabio Pusterla si sposta dall’immanenza cartografica ad un’emulsione di materiale franto (fanghiglia, pietrame, calcite, zinco, piombo, carbone, falda), tra “la chiazza di luce sul fondo”, richiamando un verso, e la “chiarità di bruma” appena sfumata dei suoi luoghi prediletti. Luoghi dove all’improvviso può essere avvistata una capra e dove l’aria della vallata può intingersi di nafta ai margini di un viadotto o in prossimità di un costone. La lingua-oggetto e il verso sciolto, cesellato, che incarna le cose (lirico e multiforme), costruiscono l’equilibrio di un manufatto di notevole qualità stilistica. Scrive Enrico Testa nell’antologia Dopo la lirica (Einaudi 2005), che Pusterla “tenta fuori del vischioso conforto di uno stato catatonico, un rapporto con le forme e le figure dell’esperienza e con i loro tracciati percettivi e sentimentali”. È vero: fuori da ogni schematismo, da ogni ideologia, affermazione o negazione civile, questa poesia è un rivolgimento a ciò che risponde alla realtà disossata da simbolismi e convenzioni sociali, fuori anche da obiettivi che non siano meramente rappresentativi di un patrimonio comune, fisico e biologico, di un’appartenenza alla sacralità della vita, quotidiana e primigenia, di chi avverte con intensità i fenomeni privati e pubblici tramite impressioni sensoriali. Nessun apparentamento neppure con la linea lombarda o con una tendenza spinta ad abbracciare una poetica ecologista. Eventualmente Pusterla può essere ascritto a quella tradizione che traduce il gesto sinestetico in un monologo interiore, che accompagna lo slancio auto-conoscitivo ad un controcanto naturalistico e polifonico.

    La luce “nervosa e pulsante”, che abbaglia e fa da contorno, da fissità irradiante, è vista spesso dal basso, tra le case e i posteggi, nell’immobilità tesa, in un punto di sospensione situato nel topos letterario dalle parti di Asiago e Chiasso, nelle boscaglie di Valsolda, nella Madonna dei Campi, piccola chiesa nei pressi di Castel Rozzone, a Focara, citata da Dante nell’Inferno, nella casa del custode delle acque di Vaprio d’Adda, nella Secca del Diavolo vicino Santa Teresa di Gallura, fino a risalire al Canton Ticino, rievocando e intersecando i personaggi incrociati nella letteratura e negli ambienti dove sono vissuti o vivono ancora: Jacopo Da Lentini, Francesco d’Assisi, Giuseppe Parini, Milo De Angelis. Il Monte Zebio, a nord di Asiago, ricoperto di abeti, pini, cardini, stormi di libellule, nei cui boschi emergono i residui bellici del conflitto mondiale, apre il primo sipario naturalistico in una dimora impervia: “Da qui saliva una sera Rigoni / Stern piangendo Primo Levi d’affocata / simmetrica desolazione, sulla roccia spezzata / poggiando una mano smagrita o una lacrima”.

    http://www.pangea.news/e-la-gioia-chi-ha-rubato-la-gioia-discorso-intorno-alla-poesia-di-fabio-pusterla/

  • 13Set2018

    Gianluca D'Andrea - lestroverso.it

    Nuovi inizi

    Sulla crisi e il mutamento si fonda Cenere, o terra, l’ultimo libro di Fabio Pusterla, pubblicato da Marcos y Marcos. E su ritualità penitenziali e di passaggio evidenziate sin dal titolo, il cui rimando è al canto IX del Purgatorio, si apre questa nuova operazione.

    Il nono canto, dicevamo, che è sempre, nelle strategie compositive della Commedia, un luogo di transito, rappresentato da soglie via via – dall’Inferno al Paradiso – più sfumate. E la soglia è ormai figura topica di tutta l’opera di Pusterla, quasi aggancio metonimico e ancoraggio nella precarietà di un tempo percepito nella sua inesorabile scomparsa.

    La percezione transeunte del tempo ha, sin dalle origini, condotto il nostro poeta a confrontarsi con l’archeologia del segno, nella prospettiva/speranza che la conoscenza del passato potesse aprire brecce nel presente, in direzione di un futuro possibilmente luminoso. A sottolineare quest’urgenza di poetica, sono segni tematici e retorici che attraversando l’intera opera sembrano consolidarsi proprio in Cenere, o terra.
    Partendo, allora, dal concetto di soglia suggerito dal richiamo alla Commedia, possiamo da subito individuare il nucleo tematico che, con ogni probabilità, guida il cammino di recupero e contemporaneo rilancio etico di Pusterla: l’umiltà.
    «Cenere, o terra che secca si cavi, / d’un color fora col suo vestimento», così Dante descrive la veste, praticamente un saio, dell’angelo custode all’entrata del Purgatorio, ed è la tensione all’unità, attraverso un ultimo splendore che riattivi la relazione – io/altro, parola/mondo – a spingere il poeta verso una successiva, forse estrema, riflessione sui valori tradizionali.
    L’attrazione dell’humus, della terra in quest’ultima raccolta sembra trasportare con sé alcuni dubbi sulla direzione intrapresa. La novità più produttiva, infatti, è l’inserzione di sequenze oniriche che indicano una reale incertezza, la quale sovrasta la vis etica e apre a nuove ricerche. Certo, le acquisizioni precedenti pressano – intravedo ad esempio un legame stretto tra Cenere, o terra e Folla sommersa, ma non solo, almeno sul piano tematico (il portare alla luce dopo la caduta) e compositivo, in entrambi i libri abbiamo testi ispirati ai Promessi Sposi e al cammino di Renzo, ai suoi attraversamenti – rischiando di soffocare i barlumi di una nuova visione. Lo dice lo stesso Pusterla in nota, parlando degli «antichissimi quattro elementi» cui la scrittura sembrava condurlo nella suddivisione in quattro sezioni della raccolta. Per fortuna, e bravura compositiva, la poetica delle soglie e dei confini è riuscita a spezzare l’impostazione rigida e una facile affabulazione. L’impalcatura etica regge, nonostante si respiri la stessa atmosfera almeno dei tre libri precedenti, come si vede chiaramente nell’Epilogo dedicato al nipote Lucio, in cui la «vita che comincia / nell’unità del tutto e lì si trova / e si perde e gorgheggia, / cieca e fraterna a tutte le altre vite» (p. 211) contiene il suo negativo, le sue potenzialità stranianti, la sua «irrealtà, che la chiama e la fa / più reale del sasso e del vento, / più vera del corpo e del dolore», come si legge in un altro testo nel finale, I fuochi di Tomi (pp. 181-183). Sì, perché se è rintracciabile un’effettiva unità, essa non risiede più nella dialettica e nel dialogo edificante, quanto nella sua fine, in una virtualità che è indissociabile dalla trasformazione continua del mondo.
    In questa direzione, allora, può essere ancora plausibile la poetica delle “porte” così cara a Pusterla (che porta la soglia iscritta nel nome, quasi un gioco del destino), intesa nella definizione data dall’autore riletto durante la composizione di Cenere, o terra, Gaston Bachelard: «La porta è tutto un cosmo del Socchiuso» e, ancora, «l’origine stessa di una rêverie in cui si accumulano desideri e tentazioni, la tentazione di aprire l’essere nel suo intimo, il desiderio di conquistare tutti gli esseri reticenti» (G. Bachelard, La poetica dello spazio, Dedalo, Bari, 2015, pp. 257-258). Ecco, nel concetto di soglia sono in gioco lo spazio e il tempo della parola poetica, il desiderio che muove la sua urgenza e/o inutilità comunicativa e, per il nostro poeta, il fulcro della funzione relazionale che la stessa parola eredita dall’incomunicabilità di matrice novecentesca. Certo, l’impasse comunicativa non è ancora incanalata in maniera decisa sul sentiero di un’accettazione della “irrealtà” – o superficie – che determina il disincanto presente, ma la dimensione onirica, dicevamo, che balugina nella raccolta, ha riverberi sulla strada di una fuoriuscita. Vediamo come.
    I sogni introducono in modo irrazionale alla «vastità delle metamorfosi» (Vano del silenzio, p. 53) che rappresenta l’effettività dell’esistenza, rimettendo in discussione la percezione della fine o dell’«assenza», seguendo le stesse parole di Pusterla. L’apprensione per la vita/parola si fonde con l’assenza/silenzio e sembra assorbirne la necessità, funzionando come un’agnizione, un riconoscimento inaspettato: «senza / sollievo senza fedeltà / a niente il silenzio è silenzio / non conosce parola chiude / nella gola il ricordo azzera / si cade giù nei prati neri» (Altri sogni, 3, p. 173). Ecco, è la potenzialità racchiusa nell’assenza (e nel silenzio) a modificare i confini della parola, i contorni del senso. La dialettica relazionale può capovolgersi in un riflesso schermato, nel “nulla dietro il muro” (intravisto nel primo movimento della sequenza Altri sogni) che espone a nuove scoperte. Nelle inserzioni oniriche di Cenere, o terra, si scorge la potenzialità del salto nell’abisso che ritradurrebbe la scommessa della parola, il suo rischio di silenzio, in una nuova prospettiva. La parola potrà farsi elemento in una dimensione sempre più fluida (il nostro tempo liquido, le relazioni solubili… altri sentieri potrà prendere l’acqua travolgente della sequenza Ultimi cenni del custode delle acque, ma in Cenere, o terra, lo vedremo sempre meglio, siamo ancora dentro la dimensione del recupero), per ora si appura una minaccia dirompente: «quando porti via / tutto con te. // I giorni, i ponti, i tetti. / E anche me» (Ultimi cenni del custode delle acque, 33, p. 155).
    La difficoltà di accettare la forza travolgente di un nuovo scenario sorto sulle macerie del vecchio campo relazionale, porta pervicacemente a un’opera di ricostruzione (come in tutta la poetica dell’autore, fino a oggi), per cui gli slanci e le rese si confondono e i “ponti” disseminati nel libro con funzione connettiva, salvano pur aprendo all’abisso, lo abbiamo visto, cioè introducono ma solo in potenza a una nuova visione. Il movimento del libro, inframmezzato dalle cerniere di questi ponti che incorniciano le quattro sezioni, resta ascendente, nonostante le continue cadute o tentazioni, con un’evidente ulteriore richiamo “purgatoriale”, che si risolve nell’accesso a una luce altra.
    Dopo il prologo, espressamente liturgico – anche se di liturgia laica si tratta, non è possibile non notare una dimensione creaturale, quasi francescana («il mio volo gaudioso», «per tutte le cose precarie che splendono miti / per tutte le cose del mondo», p. 11) – il libro si apre su una “luce invernale fino a concludersi in una «trama di luce» (p. 208), un riflesso sui capelli dell’amata Claudia che si riverbera nell’epilogo dedicato, come dicevamo, al nipote Lucio (nome, ora ci è chiaro, che attraversa e impregna l’intera operazione): nome/segno di presenza che si fa ponte estremo per chi, portato via in parte, «semivivo» (p. 50), si apre al futuro, perché la luce/Lucio è un nuovo inizio che «vede e non vede» (p. 211). La direzione di questo viaggio da luce a luce è già riassunto nella prima strofa della raccolta «verso la chiarezza di luce sul fondo / verso il riflesso del sole / con la memoria dell’ombra / con la speranza del mare» (p. 11), adesso occorre capire se quanto detto finora è supportato dalla tessitura retorica.
    Le figure dell’iterazione e dell’ossimoro si fondono e variano durante la parabola del libro e possiedono una manifesta funzione agonistica, modulano una crisi che, in tutta l’opera di Pusterla, è una costante e, dunque, una cifra stilistica. Sin dagli esordi, lo abbiamo visto nella citazione precedente, Cenere, o terra presenta ripetizioni, nel caso specifico in posizione anaforica, e quindi accentuata, di parole sintomatiche: «verso», «con», «per», ci danno le coordinate del viaggio, un obiettivo in fondo da raggiungere con umiltà per mezzo (con l’aiuto) del mondo. Obiettivo che va formandosi durante un cammino che attraversa i segnali di una catastrofe (avvenuta, di là da venire, che avviene?), come le frequentissime accumulazioni suggeriscono e che diventano parossistiche sulla scia sperimentale che ricalca il linguaggio di autori del passato (Leonardo, Cattaneo, Parini), in un discorso che denuncia e prende atto di un dissesto (vedi Ultimi cenni del custode delle acque, 30, p. 151). Le accumulazioni, appunto, rimarcano con le loro gradazioni un pathos che consolida il senso di pietas pusterliano per l’esistente, come ben esemplificato dal componimento Ponte del cimitero: «Tutto risulta chiaro / tutto risulta vano: / ciò che tace e si oscura, / il tramonto lontano, / lo spigolo di un monte / la fuga delle merci / l’assurdità di un ponte / inutile a tenerci» (pp. 58-59); oppure con funzione oppositiva per elencare il male incontenibile del caos (soprattutto quando la stessa pietas si scontra con le ingiustizie del mondo e l’attrito si carica di vis polemica, tramutandosi in astio, come avviene nella sezione più “civile”, Pasolini appeso): «servi sguaiati reggono microfoni notiziari / lettere aperte chiuse invidie minacce / sondaggi fragorose beatificazioni» (Scoppia anonimo un fango, p. 26).
    Ma se la deriva, il “disastro”, sono sociali, è perché la parola sembra sempre sul punto di perdere valenza etica, di cedere nell’«assenza / di un senso di un progetto dignitoso», come mostrato nella bellissima Via Trinchese (pp. 43-45), in cui s’individua «il punto di non ritorno» della parola, offesa dalla sua stessa capacità di offendere e che, con ogni probabilità, trasferirà alla luce metafisica dell’immagine la riattivazione del senso in un nuovo cammino. Sì, perché Cenere, o terra, occorre confermarlo, è il tentativo di fuoriuscita dall’assenza di senso su un piano generazionale, la cui luce nuova (almeno come augurio), può rompere il silenzio dal silenzio: «Tace la lingua mozzata / il grido ammutolito / il ricordo amputato / la voce allontanata» (Nel silenzio. Lamento di F. K., p. 64).
    L’impalcatura retorico-formale ci fornisce indizi sul procedere per sbalzi e variazioni della lingua di Pusterla: «qualche sorriso provvisorio / ceneri // sempre diretti senza direzione / verso il nome dell’assenza» (Lettere da Zingonia, 1, p. 67). In questo estratto si palesa il tentativo di unione nel distacco attraverso il medium etico dell’umiltà: l’incombenza ossimorica (“sempre diretti senza direzione”) ritrova un orientamento nel “nome dell’assenza” (la poesia che nomina è l’arte del reale, non il reale in sé. Questa la funzione immaginifica che distanzia, ad esempio, Bachelard dalla fenomenologia “obiettiva” di Husserl). “Verso”, parola chiave in tutta la poesia di Pusterla, in Lettere da Zingonia è il “cenno” – isolato e poi lanciato verso nuove direzioni con un’inarcatura vigorosa tra due strofe – “provvisorio” dell’immagine poetica, del bagliore che il “verso” (stavolta metonimicamente nel senso di “poesia”) instilla sul reale, come un «basico segnale di umanità» che giustifica ogni presenza.
    Nel mutamento e nella ripetizione, allora, nel transito da assenza a presenza è riconoscibile (l’agnizione di cui si è parlato all’inizio di questa riflessione) il fine ultimo di Cenere, o terra: «Ritorni, ed è un paesaggio di rovine. / Perché nulla rimane e tutto muta, scompare / o si trasforma» (Am Gletscherrand”, 3, p. 101). E il «cammino invisibile» trasforma il reale, si fa visione metafisica pur restando nel campo della materialità: «Come quegli alpinisti / che si trovano davanti i genitori / calcinati nell’anno e nell’ora della morte / e più giovani di loro, / terribili e splendenti» (ibid., 4, p. 105). Ed è una realtà materiale che sempre disorienta e confonde, eppure unisce continuamente il soggetto al contesto, nel bene e nel male dona attimi di identificazione.
    Altre spie formali sottolineano quanto appena detto, intrecciando la presenza alla responsabilità dell’agire: «Facevano entrare l’acqua nei corpi. / Tenevano le teste sott’acqua a soffocare. / Avvelenavano i pozzi. Requisivano l’acqua. // Facevano facevamo facevate» (Ultimi cenni del custode delle acque, 11, p. 129). In questo estratto il polittoto finale conferma la responsabilità plurima, la moltitudine che agisce e ingloba l’individuo in azioni aberranti, con una chiara funzione di avvertimento.
    Anche nella trama sonora di Cenere, o terra si avverte uno slancio all’unificazione e al ripristino, senza rinunciare, però, alle asprezze dell’indignazione morale. Soprattutto in alcune allitterazioni “espressionistiche” che sembrano risucchiare la dimensione dialettica in una mescolanza inedita: «Dal gorgo che è in te e che il mio gorgoglio ti rivela, /gorgo tuo e dei tuoi simili, un orrido / sempre rimosso, nascosto / tra il sangue e il groviglio/ dei nervi» (ibid., 20, p. 138, corsivi miei).
    Occorre dire, alla fine della nostra riflessione, che l’urgenza regolatrice del libro (una sorta di summa di quanto prodotto negli anni dall’autore), si riflette sia sull’architettura complessiva (le quattro sezioni incastonate tra un prologo e un epilogo, una cornice “classica” frammezzata da quei ponti di cui abbiamo analizzato la funzione ambivalente), sia in quella di alcuni componimenti decisivi. In tal senso, un esempio macroscopico è rappresentato dalla poesia Lo splendore, che quasi apre l’ultima sezione (omonima), se si considerano i due testi che la anticipano (Ponte bruciato e Madonna dei campi) transizioni strutturali che ridiscutono la presenza dopo uno scampato pericolo (nello specifico l’acqua “perigliosa” di Ultimi cenni del custode delle acque che chiude la sezione precedente).
    Anche Lo splendore ci parla di uno scampato pericolo, decisivo perché riguarda la figlia del poeta, Nina, la madre di Lucio/luce, del riscatto «nell’unità del tutto» che chiuderà e rilancerà, lo abbiamo visto, la raccolta. In maniera ponderata la composizione è giocata sulla contrapposizione parola/silenzio, e sulla difficoltà di una nominazione (anche per pudore) sempre dipendente dal caso, da eventi banali, minimi, “millimetrici”, che «tutto» possono cambiare. L’esordio ci dice ex abrupto questa difficoltà, «no, non di tutto è facile parlare», e si dipana in accumulazioni oppositive («luce o buio, fiore o secca») fino alla verifica della possibilità della fine, demandata però, quasi apotropaicamente, a un oggetto, a un libro che ha iscritto nel titolo la misurazione del nostro essere “minimi” dinnanzi alla morte: Millimetri di Milo De Angelis.
    La prima parte del testo si chiude su questa acquisizione, il centro esatto della poesia, infatti, recita questo verso: «La vertigine dunque lasciamola muta», che scaraventa lontano il vortice del silenzio e prepara la parola a nuove nominazioni, un nuovo inizio, la seconda parte in cui, però, persiste il dubbio sottolineato dalla prima, come la costellazione di interrogazioni tra parentesi suggerisce: «(si ferma la parola quando il rostro / del male la sovrasta? Si arrende, forse? / O invece la parola scocca dopo, conquista della luce […]?». Ecco, infine, al termine dei dubbi, la resa a una parola esultante, che riapre infinitamente al mondo, perché noi (in tutta la raccolta assume una nuova valenza la prima persona plurale, soprattutto in punti chiave come questo appena esaminato) «diciamo lo splendore».


    Lo splendore

    No, non di tutto è facile parlare. E in questo caso
    bastano due millimetri a tagliare
    il tempo come lama: due millimetri in più,
    due millimetri in meno, e tutto cambia,
    luce o buio, fiore o secca
    definitiva. Non ho parole per dire la vertigine
    che ogni tanto mi assale, quando lo sguardo
    trema e devo fermarmi, poggiare le mani, respirare.
    Millimetri: era il titolo
    di un libro molto amato,
    ma già ringhiava dentro,
    dura, la disadorna, falci e forbici.
    La vertigine dunque lasciamola muta,
    muto il vortice – per un attimo si è aperto,
    più in là d’ogni parola, senza fiato
    né ritmo /si ferma la parola quando il rostro
    del male la sovrasta? Si arrende, forse?
    O invece la parola scocca dopo,
    conquista la luce, e il male è muto
    da sempre, deprivato
    di senso, condannato
    al silenzio dell’osso e della carne?).
    Diciamo invece il sole dei tuoi anni,
    quando passi e sorridi nella vita,
    diciamo lo splendore.

    (p. 164-165)

    https://www.lestroverso.it/nuovi-inizi-fabio-pusterla-cenere-o-terra-marcos-y-marcos-milano-2018/

  • 06Set2018

    Cristiano Poletti - poetarumsilva.com

    Come la libellula domina la copertina di Argéman, la precedente raccolta di Fabio Pusterla uscita nel 2014, così la rondine domina quella di Cenere, o terra. È una rondine che punta verso il basso (nella bellissima copertina) e ci si chiede se per schiantarsi o per risalire.

    Sarà per risalire, e per pensarlo al poeta è necessario qualcosa di più di un’invocazione (com’era stato con la libellula, in Congedo, la poesia conclusiva di Argéman).

    È una preghiera esplicita stavolta, una richiesta d’aiuto. Ecco il primo testo di questo nuovo libro:

    Verso la chiazza di luce sul fondo
    verso il riflesso del sole
    con la memoria dell’ombra
    con la speranza del mare.

    Per l’acqua e per i prati
    per la mano del vento il mio volo gaudioso
    per tutte le cose precarie che splendono miti
    per tutte le cose del mondo. So solo
    volare impazzita rischiare
    un viaggio.

    E tu aiutami aria
    sostienimi vento dell’Ovest
    aspettami mare.

    La rondine prega l’aria, la prega di aiutarla a risalire, invoca il suo sostegno per un’avventura che avverte rischiosa. Solo grazie al vento, il vento di questo nostro Occidente quindi, potrà farlo. E il mare (cioè l’estensione della nostra vita, di tutte le esistenze, “tutto il possibile” come scrisse Vittorio Sereni) è lì in attesa, potrà e dovrà aspettarla, perché anche in questo approdo si affermi l’accento della verità. Dunque accade qui quello è accaduto in Congedo, negli ultimi tre versi («Dopo, tocca ogni cosa/ sillaba bene il suo nome/ e falla vera»), ma detto ora con un grado più alto di consapevolezza. L’affermazione infatti sembra scintillare, come portasse in sé, del volo, il passaggio da ipotesi a tesi, da invocazione a preghiera, passasse davvero da qualcosa di ancora incerto alla certezza, come tra poco vedremo.
    E se la libellula in Cenere, o terra ricompare in una delle prime poesie, Verso lo Zebio, e in una delle ultime, Al vento di Focara, la preghiera della rondine riemerge nel libro in modo singolare, spinta dentro la materia dei ghiacciai: riappare nel colore del ghiaccio accanto all’Ela-Loch, il foro che caratterizza il Piz Ela, nei Grigioni («e se c’è vento sembra pulsare/ di una luce sua misteriosa/ forse memoria del mare/ o illusione») e si ripete – si direbbe in forma di canto – sul bordo di un altro ghiacciaio (Am Gletscherrand, ripreso da un verso del poeta e bracconiere svizzero Felix Kamil).
    Tornando al testo di questa poesia iniziale, vien difficile non pensare ancora a Sereni, adesso in modo più compiuto: pensare di rimando a quelle «toppe solari» protagoniste de La spiaggia, il testo che chiude Gli strumenti umani. Desiderosa di arrivare su quel tratto di spiaggia prima sconosciuto, per vedere «quelle/ toppe d’inesistenza, calce o cenere/ pronte a farsi movimento e luce», sembra proprio la rondine “liberata” dal poeta. A differenza di Sereni, tuttavia, Pusterla non associa quelle macchie luminose, quei riflessi, ai morti. E se Sereni poi è investito dalla forza del mare, al mare Pusterla chiede pazienza; dal mare la sua rondine è attesa, con la sua vivacità, nella sua vita viaggiante.
    Ma allarghiamo un po’ il quadro, e pensiamo al lavoro del poeta e al compito della poesia. Ecco, sempre di Sereni, questi versi di Pantomima terrestre, giusto la poesia che precede La spiaggia:

    […]

    È rimasta una chiazza una pozza di luce
    non convinta di sé un pozzo di lavoro con attorno
    un girotondo di prigionieri (dicono) sulla parola:
    sanno di un bagliore che verrà
    con dentro, a catena, tutti i colori della vita
    […]

    Anche in questo caso è evidente la forte continuità, l’effetto quasi speculare vorrei dire tra questo giro di versi e il testo di Pusterla. Ma ancora una volta, e sempre in chiusura di poesia, c’è una differenza, decisiva: non dev’esserci (o non più) quel «sarà insostenibile» che Sereni scrive nel verso seguente e conclusivo; accostando Pusterla, elevandolo all’autorialità di questa stessa poesia, oggi ci direbbe che quel bagliore è invece sostenibile, o meglio, dovrebbe essere possibile sostenerlo.
    Il volo, prima della libellula e adesso della rondine, sembra destinato a placarsi. Ora è tempo di sospensione, tempo di accoglierli tutti i colori della vita, nonostante il mondo debba continuare a manifestarsi con ferocia, attraverso le proprie ferite.
    Adesso la cenere del mondo va accolta insieme alla cenere che si è, sembra volerci dire il poeta. Lo si capisce bene in tutto l’arco teso in Cenere, o terra, da prologo a epilogo, da Preghiera della rondine a Lucio: il volo-viaggio disegnato è nella direzione dello splendore (non per nulla è questo il termine che dà titolo alla sezione conclusiva del libro). Tanto è lo splendore cercato, e si direbbe raggiunto, che il verso conclusivo della poesia immediatamente precedente l’epilogo dichiara: «La strada che prosegue fa un po’ meno paura».
    Perché l’esperienza della vita ha prodotto il bene della saggezza: Lucio è il nipote di Fabio, il figlio della figlia Nina. Si comprendono meglio le ragioni della luce e dello splendore tenendo conto che verso la fine del 2013, a Nina, allora venticinquenne, è occorso un terribile incidente d’auto. Al volante era proprio Fabio, che improvvisamente ha perso il controllo del volante. La gravità e il ricordo di quell’episodio si sono risolti nel bene che è seguito: la nascita di Lucio appunto, nel 2016. Il suo brillare e il suo aprirsi al mondo hanno schiuso una strada di senso («il cielo che rinnova/ l’acqua d’abisso, il fuoco, l’ala verde/ dell’anitra non sono altro da lui»; «Porta ogni cosa in sé, porta anche noi»). Una strada luminosa, che consente di uscire dal nero, un nero che è presente, eccome, (anche) in questo libro. Pusterla d’altronde da sempre sceglie un particolare campo semantico per designare i luoghi in cui la poesia deve cercare di scendere: quello dei “margini”. Anche qui tocca la devastazione del mondo (il suo “basso”, i suoi sterminati bassifondi, il «Disastro-desaster», «Le pietre nere», l’Angst-angoscia-paura, materia e magma del quotidiano e del presente) ma appunto “porta il tutto in luce”, ossia toccando quella devastazione sente, e ci fa avvertire, una (seppur tenue) speranza.
    Non è (mai, mai soltanto) una questione privata, è una questione civile e anche eminentemente “politica”. Ci sono poesie particolarmente capaci di affrontare il peso del potere: penso a Via Trinchese in particolare (con al centro la figura di Pasolini), ma anche al poemetto intitolato Ultimi cenni del custode delle acque (forse lo snodo centrale, bellissimo, del libro), o alle due splendide Lettere da Zingonia.
    Un libro fatto di ponti, Cenere, o terra, di passaggi continui, dentro e fuori l’oscurità, attraverso alcune parole portanti: l’acqua, la luce certamente, e le stelle (penso soprattutto a Stelle di calcite, dove il magma poetico nasce dall’incontro tra la calligrafia di una lettera inviatagli da Jaccottet e le impressioni ricevute dalle grotte di Castellana, in Puglia).
    Tutto questo sapendo che tra realtà e sogno c’è la speranza, una parola difficile, un sentimento difficile; sapendo di vivere sempre nella contraddizione tra parola e cosa, perché ogni “cosa”, ogni cosa che definiremmo “vera” ci sfugge proprio nella sua verità, come la razza dipinta da Sereni in Un posto di vacanza, un’immagine da cui Pusterla, non a caso, da molto tempo è inseguito.
    Ma ecco, la strada verso lo splendore c’è, è questa la certezza, ed è disegnata in una delle poesie più belle del libro, sincera e commovente, che ha per titolo proprio Lo splendore. È dedicata alla figlia Nina e contiene un riferimento molto importante, per niente scontato, a Milo De Angelis, al suo Millimetri.
    La cenere, lo splendore: «Cenere, o terra? Luce, semplicemente».

    https://poetarumsilva.com/2018/09/06/pusterla-cenere-o-terra/

  • 02Set2018

    Roberto Galaverni - La Lettura

    Un documentario celebra Fabio Pusterla di cui esce una raccolta che prende di mira lo stato delle cose

    Il grugno del potere va a sbattere contro l’utopia che canta in versi

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  • 10Ago2018

    Lorenzo Morandotti - corrieredicomo.it

    Poesia, il nuovo libro di Fabio Pusterla

    Uscirà il 6 settembre da Marcos  Y Marcos di Milano proprio il giorno in cui al festival letterario di  Mantova passerà l’anteprima italiana del film di Francesco Ferri “Libellula gentile.

    Fabio Pusterla, il lavoro del poeta”, la nuova raccolta di versi del ticinese Fabio Pusterla, autore che contribuì a scoprire, sulla rivista “Alfabeta”, la filologa di origine intelvese Maria Corti. Il nuovo libro si intitolerà Cenere, o terra,  ed è uno dei titoli più attesi dell’anno per la poesia.  Si apre con la preghiera della rondine, si chiude con lo sguardo di un bambino, questo libro che ha gli antichissimi quattro elementi – terra, aria acqua e fuoco – come poli attrattivi, e non “secondo il calcolo di un progetto, piuttosto attraverso un agguato dell’immaginazione”. Procede lungo sentieri di silenzio, luce sprecata, “torsioni e torture senza grida / slogamenti della crosta della terra”, per un cammino accidentato, per la sua esplorazione crudele; poiché non si può “restare, lasciarsi / cadere e farsi pietra / tra le pietre”. Incontra fantasmi a un concerto, stelle di calcite dentro il buio; e capre sopra i bordi della luna.

    Trova “l’acqua che ha rotto il cristallo / lo specchio il bicchiere”. “L’acqua che spolpa /cavallo e cavaliere”. Come il Custode delle acque, le si addormenta accanto, si fida di lei: “anche quando minacci, e ti gonfi / anche quando porti via / tutto con te. // I giorni, i ponti, i tetti. / E anche me”. In questo abbandono senza resa, in un “luogo che dice fermati, respira”, “La strada che prosegue fa un po’ meno paura”.

    Pusterla ha di recente anticipato alcuni dei nuovi versi in un libro a tiratura limitata per collezionisti, Le pietre nere con litografia e calcografia dell’artista comasco Alfredo Taroni, per i tipi della associazione comasca Lithos in settanta esemplari numerati e firmati dagli autori. Laureato in lettere moderne presso l’Università di Pavia con Maria Corti, Pusterla insegna lingua e letteratura italiana presso il Liceo cantonale e l’Università di Lugano.  Pusterla classe 1957 e tra i più importanti autori svizzeri in lingua italiana. Fra le sue traduzioni, si ricordano quella di numerose raccolte poetiche di Philippe Jaccottet. Con Samoa Remy per le edizioni Lithos di Como ha realizzato anche il libro d’arte Sulle rive, tra le foglie, sui rami(2008). Aveva già pubblicato la raccolta Argéman da Marcos y Marcos nel 2014. Una sua recente auto antologia è uscita da Einaudi, dove ha pure curato la prefazione dell’ultima raccolta di Vittorio Sereni, Stella variabile nella “collana bianca” dello Struzzo.

    Negli stessi giorni, dovrebbe uscire anche, da Casagrande di Bellinzona, il volumetto di saggi e ritratti critici Una luce che non si spegne. Luoghi, maestri e compagni di via.

    https://www.corrieredicomo.it/poesia-il-nuovo-libro-di-fabio-pusterla/

  • 26Lug2018