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Cenere, o terra

Archivio rassegna stampa

  • 29Nov2018

    Fabio Pagliccia - Corriere del Ticino

    Fabio Pusterla, voce tra le più apprezzate del Parnaso contemporaneo, torna all’attenzione del pubblico con la sua ultima raccolta di versi, Cenere, o terra (per i tipi di Marcos y Marcos), il cui titolo è ricalcato da una citazine dantesca (Pg IX, 115).

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  • 29Ott2018

    Francesco Buffoli - reckerilla.com

    FABIO PUSTERLA. Una testimonianza civile, tra l’asprezza e l’abisso

    Cenere, o terra, ottava raccolta del celebre poeta svizzero impreziosisce il valore di una carriera che ha già disegnato le traiettorie della letteratura italiana contemporanea.

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  • 24Ott2018

    Claudio Piersanti - doppiozero.com

    In Il capofabbrica, il primo libro di Romano Bilenchi, si racconta la storia di Giovanni, un piccolo industriale di provincia. Finalmente ha costruito la sua fabbrica, è tutto perfetto. Ma una sera, “fermatosi nel piazzale, al colmo del suo entusiasmo per il lavoro compiuto, si sentì a un tratto desolato. La sua felicità svaniva.

    “Non c’è un vero perché. Solo segni inquietanti dalla natura che aveva appena violato costruendo la fabbrica. Erano stati trovati resti umani, ossa. Pare di frati, c’era lì un convento. È l’annuncio del male, la superstizione del male.
    La moglie e il figlio di sei anni stanno guardando i lavori che si stanno concludendo. C’è una gora, dietro la fabbrica, un grosso scolo d’acqua adoperato dagli operai. C’è un grido. Il bambino è caduto nella gora. “Per quanto si facessero le più ardite ricerche il corpicino fu ripescato soltanto due giorni dopo e molto lontano: per uno stretto foro l’acqua, benché lenta, lo aveva spinto in un’altra rapidissima gora.” Pieno di rabbia e di rancore per gli operai, che secondo lui ci godono a veder morto il figlio del padrone, “chiuse i cancelli e cercò un compratore per la fabbrica.”
    Questa gora assassina mi è rimasta negli occhi, anche se è in un racconto letto tantissimi anni fa. L’acqua, affascinante e pericolosa, è un’immagine primordiale. Leggendo ora le nuove poesie di Fabio Pusterla, Cenere, o terra (Marcos y Marcos) mi è tornato in mente il racconto di Bilenchi. Come se a distanza di tempo un narratore nato all’inizio del secolo scorso e un poeta svizzero nostro contemporaneo vedessero la stessa immagine. Essere parte della natura e nello stesso tempo dominarla, piegarla, violentarla. Non è vero che poi c’è la vendetta della natura non umana, c’è soltanto il suo continuo essere quello che è. Ecco come esplode l’immagine dell’acqua in questo libro.

    Non ti basta, lo so. Vorresti altro.

    Non ti basta, fiume, il mio ascolto,

    né ora per te è il momento di ascoltare,

    tu non puoi ascoltare perché corri infuocato 

    spinto dalla violenza delle gole. 

    C’è furia, ora, c’è

    disperazione: distruggi, travolgi, 

    scavi dentro di te la tua memoria 

    di melma e detriti, antichissime 

    deposizioni di roccia, cadaveri.

    E non ti basta il mio ascolto. 

    Ma io rimango qui, finché posso. 

    Senza più nessun sogno o progetto, 

    senza nessuna speranza. Resto qui. 

    Tendo l’orecchio, mi dispongo 

    all’attesa. Anche per te, fiume 

    che ora libero ti perdi nel nulla della notte.

    Ho voluto citare quasi per intero questo potente punto strategico di Cenere, o terra perché è davvero uno snodo narrativo. La poesia di Pusterla, da sempre, pullula di presenze, i dialoghi in versi sono frequenti, ma lungo questo nuovo percorso gli interlocutori si fanno afoni, lanciano segnali inquietanti di indifferenza, qualche volta di ottusità sconcertante.
    In Argéman, forse la sua raccolta di poesie più nota, insieme a Corpo stellare, nell’incipit o quasi, si dice “Ora però dovrei dirgli che invecepurtroppo io sono uno che annota dei versi, cose strane che incontro sul cammino, affioramenti di voce che non so quasi mai dove portino. …”
    Fabio Pusterla si espone, come poeta, si mostra per quello che è, scrivendo note esplicative in calce ai suoi libri, naturalmente senza invadere l’interpretazione del testo ma soltanto spiegando parole e situazioni non altrimenti comprensibili. Possiamo anche leggere una raccolta di suoi ritratti molto bella, appena stampata da Casagrande. Si intitola Una luce che non si spegne. Ci sono dentro le sue passioni e la sua storia culturale, gli incontri che l’hanno segnato e che non posso riassumere. Da un’inedita Maria Corti a uno stupendo Jaccottet, per fare due tra decine di nomi.
    Gli stessi nomi che tornano nel documentario che ho avuto la fortuna di vedere in anteprima, Libellula gentile (Fabio Pusterla, il lavoro del poeta), del regista Francesco Ferri. Curiosamente Pusterla si espone come una persona che non vuole segreti. Si espone ma non si esibisce, si espone nel senso che si mostra per quello che è. Ci mostra i suoi materiali di lavoro. Essendo un lavoro poetico lo vediamo con i suoi quaderni, di quelli che si aprono per ritrovare qualcosa che abbiamo pensato tempo fa, a volte stupendoci per vari e opposti motivi. Siamo come una formazione geologica, torniamo indietro come in un carotaggio del terreno, e niente può sostituire un quaderno. Siamo veramente sempre degli altri, rispetto a noi stessi, c’è soltanto qualcosa di sottile che ci tiene insieme – forse il nostro stile. In questo caso quello che produciamo con le nostre parole. Il film ci suggerisce un tono di lettura, delle poesie di Pusterla, che definirei fermo e sommesso.

    L’incedere, il tono, il ritmo, quindi il camminare. Poeti e scrittori camminano parecchio. Anche alcuni malati di mente lo fanno, ma l’accostamento è casuale. Il passo è quello, lo stile è quello. Pusterla cammina con passo di montagna, nel documentario. Sopravanza Claudia, sua moglie, di una ventina di metri, poi la distanza aumenta. Claudia non è in gara, va volentieri per la sua strada, la stessa che condivide con lui da qualche tempo. Si ritroveranno davanti a un paesaggio, che per definirlo ci vorrebbe un filosofo.
    Dicevo che quella di Pusterla non è una poesia che alza la voce, ma questo non significa che si dichiari neutrale. Non è neutrale, dice subito da che parte sta: “i cadaveri dei poveri danzano sulle onde… gli yacht lussuosi dei ladri.” Questa necessità di pronunciarsi, di stare da una parte, è narrata in alcune poesie. Partendo da quella sul figlio musicista: fantasmi a un concerto di Terry Blue. La storia è vista attraverso gli occhi del padre, che dialoga col figlio poeta. C’è una sorta di conferma in questo incontro metafisico di tre, quattro generazioni. Sì, il ragazzo che stanno ascoltando è esattamente al suo posto. Sì, tutti si riconoscono in questa linea, quindi “ne valeva la pena”. Leo (che firma le sue canzoni come Terry Blue) appariva nei versi di Pusterla già in Pietra sangue nel 1999, “… da uno squarcio abbagliante hai gridato, e in un lampo sei entrato nel mondo.” Nella ricerca di una linea di successione, dal padre orologiaio migrante al figlio musicista, la poesia di Fabio ci segnala questo percorso, e proprio dentro questo percorso ci sono sentimenti e schieramenti di fondo. In Cenere c’è una vera foto di famiglia, appaiono il padre e il padre del padre:

    Costellazione del cancro 

    Il nome di mio padre era importante 

    lo storpiavano gli amici 

    da Elius in Elio 

    secondo nome Virgilio 

    suo padre parrucchiere letterato 

    amava la classicità probabilmente 

    nel momento peggiore

    quando i nomi non erano innocenti 

    non ne immaginava le conseguenze 

    per il figlio operaio orologiero 

    che ebbe nell’ordine una guerra

    una ritirata di Russia un congelamento un esilio 

    una moglie due figli una casa
     

    una fabbrica in cui montare gli orologi.

    Per conto di qualcuno…

    Forse faccio una lettura troppo narrativa di Cenere, o terra, ma mi sembra giusto dire che leggendo questa poesia la mia fantasia si scatena: appare un vecchio insegnante di greco, ubriacone e sdentato, con la s sibilante, che però fa amicizia col nonno ragazzo, gli regala due libri illustrati che lo fanno sognare e che in qualche modo gli offrono una spiegazione arcana del mondo. Una fantasia comune li accomuna attraverso le generazioni, parrucchiere orologiaio poeta musicista.
    Un per nulla strombazzato nomadismo in giro per il mondo, una curiosità inesauribile per l’altro, l’escluso, il nato male, cioè nel posto sbagliato, il riconoscersi ossessivamente in lui, nel suo strazio muto, il trattenerne l’immagine in versi, come per memorizzarla.
    Dell’impegno civile di Pusterla la sua poesia rende ampiamente conto senza mai prenderne la forma esteriore. Sceglierei un’altra poesia per seguire questo percorso, direi usuale per Pusterla: Stanze del crepuscolo. In effetti divisa in tre stanze che comunicano in modo non banale, come succede davvero nella vita mentale. Vediamo delle donne in pelliccia (una chiama l’altra), un bambino, una battuta un po’ cretina, “sono piena come un uovo di Pasqua”, colta per strada. Nella seconda stanza entra in primo piano proprio la strada. C’è un giornale appiccicato sull’asfalto. Foto di brutta gente. “Sembra il Duce” aveva detto la madre parlando di quella faccia. La poesia diventa politica nell’ultima stanza, la più enigmatica e dolente:

    Dicono che in tedesco la parola Angst

    copra lo spettro livido che corre

    dall’ansia alla paura, con ogni sfumatura

    intermedia: cieco timore, angoscia, 

    presentimento cupo di sventura, 

    cristalli rotti, roghi e il resto poi, 

    che consegue. Economia

    semantica, riassumere
     

    in cinque lettere tutto il venir meno

    della luce. Tutto lo sprofondare 

    fra di noi.

    C’è una disperazione alla Dylan Thomas, ci sono addirittura delle assonanze. La conclusione è che ci vorrebbe proprio quella parola tedesca così inquietante per descrivere quello che ha visto. In un’altra poesia appaiono altre signore con SUV e sportine, nel pieno trionfo delle svendite. Dev’esserci “qualcosa di eroico che mi sfugge”… In un rapido passaggio lo sguardo vola verso i movimenti di una gru, del suo carico, che ha una sorta di coda. La poesia si conclude con una danza macabra, nella terza stanza, di cavi e di coda che s’attorcigliano… Un quadro astratto ma concreto, come in certe foto di Giacomelli, quando scopri che la cornice di un bel campo arato è filo spinato fuori fuoco.
    Ecco, c’è l’astrattezza, ci sono dei sogni, come quello bellissimo del…

    Canyon. Acqua tinta impetuosa 

    sgretola rocce altissime. È rossa, 

    l’acqua, o rosa. A capotavola 

    siede Alessandro Manzoni, 

    con i capelli candidi e un maglione 

    girocollo turchese. Saluta tutti. Porge 

    dei fogli a me. Contengono

    i nomi di tutti i pesci d’acqua dolce, 

    di fiume e di lago. “Forse le serviranno 

    laggiù, caro signor 

    pescatore di perle. Vada. Si faccia onore”. 

    Il poeta è continuamente esposto alla furia degli elementi, alla fine più accettabili, condivisibili anche se per forza, alla furia della stupidità che lo ferisce. È un continuo, una sequenza martellante di immagini. “Pasolini appeso” recita una scritta. C’è una ragazza “in posa da cubista su una stele/del Denkmal di Berlino” (il Memoriale di tutti gli Ebrei uccisi nel corso dell’ultima guerra) e alla fine della poesia il poeta prende un respiro, si trasforma in yogi, cerca di sentirsi vivo perché qualcosa dentro di lui è morto. Questo qualcosa che è morto, e che si assomma ai milioni di morti ricordati dal Memoriale, è la memoria. Il mondo sembra confondere la memoria con le opinioni. “Parto da quel silenzio in cerca di parola. Con me porto l’assenza. Stella che non consola. “Allontanarsi volontariamente, allora, rivolgersi ai luoghi, alle montagne, ai laghi e ai fiumi…

    Lungo questo sentiero di silenzio: 

    pietre nere, pettirossi quasi immobili 

    su balze di muro o ringhiere,
     

    lunghi gatti che guardano altrove. 

    E quando passi si stirano pigri, 

    i gatti, i pettirossi non volano via. 

    Come se tu non ci fossi. 

    O fossi già 

    tu andato via.

    Ecco, questa mi sembra la posizione naturale del poeta. Non parla, ascolta, non si mostra, si mimetizza. Gli animali sentono che non si tratta di una presenza predatoria.
    Inoltrandosi in questo mondo senza uomini si aprono panorami di pietre, e le pietre diventano costellazioni, e altre pietre in forma di meteore solcano il cielo stellato. Dove nascono le stelle, ci si spinge lontano. E giù, a terra, più in basso del livello del mare. Dovunque.
    A un certo punto della narrazione poetica appare il fiume. “Il fiume immobile scorre…” Lassù “la musica del ghiaccio che smuove la roccia…”
    L’acqua non è una metafora della vita, è la vita stessa. Soltanto questo vorrei precisare introducendo il grande tema dell’acqua. Ho deciso di chiamarlo così, e la stessa rilevanza dà al tema il regista che ha realizzato il documentario su Pusterla. Il lago, la palude, il ruscello, le gocce d’Argéman, che a un certo punto appaiono bianco-azzure incuneate nel verde.

    Lì, direi in limine, è la casa del poeta. Da lì si intuisce la profondità del ghiacciaio, l’acqua che vi scorre a gocce. Soltanto due figure umane, pochi uccelli. Il tempo non è idilliaco. Non voglio anticipare la sorpresa – si aprono dei veri poemi con versi cristallini, di ghiaccio e di neve. L’apparizione del Custode di ultimi cenni del Custode delle acque mi entusiasma. Forse è il cuore del libro. Ci avviciniamo con l’eco di parole antichissime, secolari. Come secolare dev’essere stata la vigilanza di quel luogo. C’è vigilanza perché c’è pericolo, insito nell’apparente tranquillità del fiume. Che è in se stesso incontenibile, è già quel che sarà, agli occhi del custode.
    Il dialogo che sembrava scomparso da queste poesie, e che è componente preziosa dei versi di Pusterla, riappare in modo del tutto inatteso. Il dialogo, dai toni leopardiani, diventa quello con il fiume. E la voce è quella del custode, che descrive la minaccia che sale.

    Non ho più tempo di ascoltarti dice il fiume. 

    Ribolle adesso l’acqua non c’è riva 

    a tenerla, divaga…

    Terra, aria, acqua e fuoco: i quattro elementi fondamentali verso i quali si è sentito attratto l’autore sembrano riuniti nella risposta del Custode (il poeta, colui che guarda), una delle più belle poesie del libro trascritta in parte all’inizio. Qui voglio trascrivere altri versi, che sono versi-ponte, un collante ad alta intensità poetica che tiene insieme armoniosamente il libro. Sono un elenco, in apparenza, una sequenza, capace di riprodurre il mondo.

    È vietato lordare le acque. 

    È vietato pescare di frodo. 

    È vietato portare di là
     

    chi di là non deve andare: 

    mendicanti, malati, paure, 

    disperati di sventura. 

    Paghino alle dogane 

    pedaggio ai nostri ponti, 

    facciano i loro conti o

    crepino a casa loro. 

    Son venuti da terre lontane 

    son venuti senza invito. 

    È vietato portare al dito 

    l’anello della pietà.

    Di tutto questo saremo ricambiati. Si immagina il viaggio fatto al contrario, le facce che giustamente ci lasceranno annegare quando avremo bisogno d’aiuto. Perché “quelli” in realtà siamo noi. Fuggire dalla realtà non è possibile.
    In Robinie si dice:

    …nessuna fuga, qui. Molte realtà, 

    molte possibili vite.

    Molta inquietudine, certo, ma

    molta forza. E fiori, anche, inattesi,

    gialli su vecchi ronchi. 

    Vivere più realtà, com’è difficile.

    Il ritorno a casa, appunto alla realtà e alle consuetudini, fatte di treni, di aerei che passano, e ancora di paesaggi. La natura senza gli uomini, questi sono i quattro elementi: terra, aria, acqua e fuoco, in fondo nomi della stessa cosa. Le tre cime, i “tre signori” riassumono tutto nelle loro tre figure affratellate alla base ma diverse nella loro evoluzione verso il cielo.

    Tre signori. 

    Il primo nome è la distanza,

    il fuoco che brucia lontano,
     

    con tenera angoscia;

    poi viene mite il signore
     

    dell’aria e del sangue, la piuma 

    che splende e scompare;
     

    e infine il terzo è nome di pietra, 

    radicata nei millenni che dice 

    di avere pazienza di avere fiducia. 

    Il libro si chiude nel fuoco, nelle sue varie forme e furie, ma anche nelle sue benevole apparizioni domestiche – è fuoco anche quello del caldo braciere…
    Il fuoco, in fondo come l’acqua, appare e scompare, quindi è sempre incombente. Si bruciano i rami potati e le foglie, gli avanzi legnosi… appare la cenere, che è insieme terra e aria, e in entrambe si insinua. L’incendio è anche il rinnovamento del bosco: alberi aspettano il fulmine per anni per finalmente riprodursi.

    Margine estremo del fuoco.
     

    Cenere persa nell’aria e terra dolce. 

    Voce del vento che muove le fronde, discreto.

    Così si annuncia il poemetto eponimo quasi in chiusura del libro. Cenere, o terra. Qui tutte le cose si mescolano, alberi e tralicci, terra e cemento. La nostra convivenza con il resto della natura, cioè il nostro modificarla. È cenere, il pulviscolo nell’aria o è lo scarico di un diesel? L’Angelo del senso ha lasciato la terra per sempre? Cenere sono anche bambini morti e affogati o uccisi dalla sete o dagli infiniti morbi che stanno laggiù, dove si vive la realtà di un girone orribile: gli ultimi, gli inguardabili, i nullafacenti… Memorabile la poesia che scaturisce dall’incontro quasi muto con il nigeriano Victor, che si gratta la rogna e scompare nel buio. La poesia può soltanto ritrarlo per sempre, ritrarlo nella sua fuga, contento del minimo incontro umano fortunato. Quello che è lì e che ti ascolta e ti guarda è il poeta, che per un istante è stato simile a lui, simile con simile. Il messaggio civile della poesia di Fabio non è davvero politico, è più antico, riguarda sentimenti di fondo. Indefinibili con le parole, ma profondi. È vero, sembra dire il poeta, c’è il Destino implacabile, l’immutabilità delle cose, ma il poeta non è uno che canta per cantare, è uno che sin dalle origini si ribella ai voleri delle divinità capricciose. Sin dalle origini della poesia e fino ai nostri giorni: Rage, rage against the dying of the light.

    In questo viaggio dantesco dentro gli elementi c’è anche un approdo, fragile e provvisorio. Le tempeste di acqua e fuoco sembrano finite, la cenere lentamente si deposita, le colline riprendono la loro forma abituale e provvisoria. Si può tornare a casa. “La strada che prosegue fa un po’ meno paura.”
    Un poema, cos’è? Forse banalmente il romanzo del poeta. Ecco, come il romanzo, studiato con amore da generazioni di filologi ben noti a Pusterla, il poema è più convenzione che categoria, non essendo realmente definibile. Il romanzo non esiste, il poema non esiste. Ogni poeta scrive il suo poema, lo reinventa, così come il narratore reinventa quel che genere non è mai stato. La struttura stessa, è invenzione. È sicuramente il caso di Cenere, o terra.

    https://www.doppiozero.com/materiali/fabio-pusterla-cenere-o-terra

  • 23Ott2018

    Stefano Fornaro - sulromanzo.it

    Un libro di poesie fuori dal tempo e dalle abitudini di oggi. “Cenere, o terra” di Fabio Pusterla

    Edito a settembre di quest’anno l’ultima raccolta poetica di Fabio Pusterla dal titolo quasi apocalittico Cenere, o terra (marcos y marcos) non è per nulla una poesia semplice. Inutile negarlo. Si tratta di un poetare complesso, ermetico e verrebbe quasi da dire anacronistico.

    Non è che sia propriamente una poesia fuori dal tempo e ambientata in un’epoca storica diversa o in un luogo fantasy. Piuttosto si tratta di un modo di poetare novecentesco e quindi di un secolo fa.

    Da Montale in poi la poesia italiana e mondiale è cambiata, perché l’IO umano-poetico è entrato in diretto contatto con la storia, specialmente quella attuale. Anche Fabio Pusterla nella sua ricerca poetica sembra aver attraversato lo stesso poeta ligure. Più che guardare alla metafora analogica e correlativa, il nostro autore ricerca nei suoi versi la stessa peculiarità del soggetto in rapporto al mondo che vive. C’è sempre un IO sotteso e consapevole, in perenne contatto con gli elementi che siano questi artificiali o naturali. Anche l’autore di questo libro si sofferma più volte sul singolo oggetto, su un tale dirupo o uccello o valico che rappresentano il momento joyciano di epifania e paralisi: l’attimo in cui nasce la poesia. Lo scarto dalla realtà.

    Ma non bastano Montale e Joyce, nei versi di Pusterla ritroviamo l’ironia sarcastica di Gozzano e la figura di quella libellula, come insetto simbolo del rinnovo del ciclo naturale. Sì, anche nei versi del poeta svizzero la natura è protagonista in primo piano, non come paesaggio trasfigurato e allegorico, ma come regina indiscussa di bellezza ed eternità del tempo.

    Non sarà un caso che la suddivisione di Cenere, o terra in quattro parti ricalchi la quadripartizione degli elementi cardine della filosofia greca: acqua, aria, terra e fuoco. Proprio ciascuno di questi, più volte iterati e riproposti nei versi, simboleggia la potenza vivifica, la pulsazione terrestre e la compagna fidata di un percorso tortuoso, quello dell’uomo. L’uomo è nullità, fatto di contrasti e debolezze: è un essere fugace e transitorio.

    Ma, proprio perché è lieve e accidentale la sua vita, tanto più vale viverla, anche nel singolo particolare. Ed è qui, nell’analisi, nell’uso della lente a contatto montaliana che Fabio Pusterla realizza il suo capolavoro: non una poetica del correlativo-oggettivo, ma un’analisi precipua e microscopica. Del tratto umano e delle sue sfumature al poeta non sfugge niente. Coglie ogni immagine dettagliata e particolareggiata: una donna impellicciata; una ragazza in posa da cubista, un’altra si sgranchiva le gambe. Poche volte appare la figura umana e quando fa la sua comparsa è per evidenziare un tratto quotidiano e grottesco di noi stessi: la ragazza in posa da cubista, la si trova sulla pietra del memoriale del genocidio nazista. Una frivolezza di oggi che non può che sembrare quasi una mancanza di rispetto verso le vittime innocenti del passato.

    L’uomo, eccetto forse il poeta stesso, è nella poesia di Pusterla quasi una marionetta. E questo perché è la natura il contraltare, la cura di questa deriva comportamentale. Fuoco, acqua, terra e aria sono luce, fonte e magnificenza da ammirare. Nel silenzio della natura il poeta trova la forza di creare immagini e versi di riflessione. Siamo quasi agli antipodi dell’epoca moderna. Si fa un salto indietro di più di sei secoli. L’idea neoclassica o classica addirittura della natura come perfezione imitativa. È, forse, polemicamente la risposta a quei selfie (una volta appare il vocabolo nella raccolta) che non fanno altro che riprendere il lato abominevole e negativo dei nostri tempi cupi.

    D’altronde nel finale lo scenario mite, pacato e tranquillo del corso naturale muta in prati neri, inquietudine gracchiante, terra oleosa, anfore sprofondate ecc. Appaiono immagini della Siria di oggi e di un mondo contemporaneo che fa tremare tutti.

    Ed è in questi casi che il paesaggio si fa montaliano. Sembra di rivedere qualche cenno di Ossi di seppia nell’accostamento Sterco. Futuro ossame o quello tempestoso e apocalittico di Arsenio in versi come questi:

    «Cenere, o terra: mite

    Alto fusto di platano

    Si staglia sul cemento che rinserra.

    L’hai seguito come guardanti allo specchio:

    fuga di verdi, un’ombra di cinigia,

    poi giallo cupo, nudo ramo e secco.

    Ora piccoli bozzoli puntiti

    Splendono quasi neri sopra il grigio,

    Stelle di cenere, o terra. Giorni muti»

    Ma il linguaggio con cui il poeta ci comunica questo messaggio di negativa visione dell’uomo di oggi non è per nulla semplice. Si tratta di una scelta di registro linguistico medio-alta. Il tono colloquiale non c’è quasi mai, se non forse nell’aspetto prosastico del dettato poetico. Magari nel momento in cui Pusterla riporta il dialogo quotidiano, si colgono espressioni conosciute a tutti. Ma nel suo riflettere, nel suo creare l’immagine che determina la poesia, nel suo descrivere e annotare la flora e la fauna dei paesaggi la scelta è per un lessico ricercato, poetico e composito. Molte parole richiedono l’ausilio di un buon dizionario, mentre altre sono di uso abitudinario e comune.

    Anche la struttura poetica sia quella strofica che dei versi non è così intuitiva. Spesso il poeta non procede per schemi di rima (incatenata, baciata, alternata), ma per giustapposizioni, sovrapposizioni di immagini e metafore/metonimie che non rendono sempre semplice e immediata la comprensione. Talvolta pure lo scarto dell’intonazione della punteggiatura acuisce per il lettore la sensazione di non saper interpretare il testo stesso.

    Certo che, bisogna dargliene atto, la poesia di Fabio Pusterla in Cenere, o terra è affascinante e incantevole. A renderla tale è una patina di filosofia ontologica-esistenzialista che porta il poeta a interrogarsi sull’uomo, sul suo percorso e sulle motivazioni che portano ad amare o odiare la vita. È un IO lirico, ancora una volta montaliano, condito, però, di un panteismo dannunziano. Quel Tu a cui spesso si rivolge ha tutti i crismi di una crisalide o Clizia femminile. Ma in realtà, questo non è un romanzo d’amore e quella seconda persona a cui il poeta si rivolge può essere suo figlio (come nel finale con l’appello a Lucio) o potrebbe rappresentare una donna amata o un amico o chiunque altro. Magari il lettore stesso. È un’aura di mistero che pervade la lirica e a cui le dediche o apostrofi presenti nel libro non danno completa risposta.

    Una cosa resta evidente, piena e certa nella poesia di Cenere, o terra di Pusterla: un messaggio leopardiano. Quanto più dipinge l’atmosfera attuale con toni apocalittici e nebulosi tanto più sembra darci una speranza di gioia di vita. Non è solo la natura con le sue meravigliose, molteplici e incantevoli immagini a dircelo, ma è il titolo stesso dell’opera. La cenere è quello che diventeremo e la terra è il suolo su cui essa ci accoglierà.

    C’è sempre un ciclo etico di vita e morte e che rappresenta in ogni epoca la vita stessa: «Così lo sguardo fermo vede e non vede, vita che comincia nell’unità del tutto e li si trova e si perde e gorgheggia, cieca e fraterna a tutte le altre vite».

    http://www.sulromanzo.it/blog/un-libro-di-poesie-fuori-dal-tempo-e-dalle-abitudini-di-oggi-cenere-o-terra-di-fabio-pusterla

  • 16Ott2018

    Tommaso Soldini - laRegione

    Momenti di lettura / Due libri per Fabio Pusterla, fra la sua poesia e la luce dei suoi (nostri) maestri

    Il poeta, saggista e insegnante ticinese è da poco tornato in libreria con due libri, una raccolta poetica e una di riflessioni ispirate da suoi maestri di una vita, dagli Orelli a Tita Carloni…

    Sul confine fra due regni, Pusterla intesse relazioni tra sfere dell’essere, si fa tramite di una lezione che non è sua ma di chi ha orecchie per ascoltare, fame per mangiare, occhi per vedere, speranza per cambiare…

    Era il 1999 o 2000, quando scoprii che una delle figure più importanti della critica letteraria – Maria Corti – si sarebbe trovata a Chiasso a presentare un libro di un poeta che non avevo mai letto. Quell’autore era Fabio Pusterla, presentava la sua quarta raccolta, ‘Pietra sangue’, e quella sera contrassi con lui un debito intellettuale che non si estingue. Pusterla mi ha infatti aiutato a capire che la poesia, quando è potente, prende il sopravvento, fa tabula rasa, scombina i paradigmi, mostra una nuova via.

    La cenere, la luce

    Da poco sono usciti i due nuovi libri del poeta, saggista e professore ticinese. Una raccolta di poesie, ‘Cenere, o terra’, edita da Marcos y Marcos, e una nuova raccolta di riflessioni, che idealmente dà seguito al volume del 2012 ‘Quando Chiasso era in Irlanda’, pubblicata dalle edizioni Casagrande e che si chiama ‘Una luce che non si spegne. Luoghi, maestri e compagni di via’. Cenere da una parte, luce dall’altra. Ma questi elementi – terra, cenere, luce – sono in realtà presenti ovunque, in modo diretto o indiretto, materiale o simbolico. Perché e che cosa significa? Una parola, d’incanto, mi ha aiutato forse a capire qualcosa. Questa parola è, manco a dirlo, “pusterla”. Nel volume ‘Argéman’, Pusterla scrive due righe che chiosano la suite intitolata ‘Regole per il custode della piccola porta’. Nella nota si legge che una volta, nelle mura delle città o dei castelli, la piccola porta laterale era detta postierla o pusterla, da cui il suo nobile cognome. Pusterla è quindi una specie di custode di una piccola porta, una porta che separa il dentro dal fuori, che separa e mette in relazione mondi e sfere dell’essere che non sempre vogliamo conoscere o frequentare. Questi due libri a modo loro indagano usci, varchi, mettono in contatto, generano relazioni. In fondo è già l’autore a suggerire questa lettura. Lo fa con il titolo del libro di poesia, ‘Cenere, o terra’. L’espressione è dantesca; siamo nel canto IX del Purgatorio, Dante e Virgilio si trovano di fronte all’angelo che custodisce l’entrata, al portinaio, al pusterla. Dante, dopo aver detto ai lettori che quel luogo merita una scrittura più raffinata, descrive l’angelo e la sua veste: “Cenere, o terra che secca si cavi, / d’un color fora col suo vestimento: / e di sotto da quel trasse due chiavi”.

    Una ‘pusterla’ fra due regni

    Il titolo della raccolta, insomma, è un colore, lo stesso che Luca Mengoni ha usato per la copertina. È il colore del saio dell’angelo, che rimanda al senso stesso del Purgatorio, luogo di pentimento e redenzione. Chi oltrepassa quella porta deve essere meritevole, umile, disposto a trasformare la speranza in riscatto.

    Cenere o terra, due parole che parlano di materia e di trapasso, due parole che incarnano, danno forma da una parte a ciò che più è primordiale, alle cose che fanno e consentono la vita. Dall’altra, però, ricordano anche che questa vita ha una fine, un’ultima trasformazione, un ritorno alla cenere e alla terra. Sono la porta, insomma, tra due regni, tra due stati dell’essere o del pensare di essere. Rimandano al secondo dei regni danteschi, quello strano, in cui è data la possibilità del cambiamento, dove i giochi possono ancora essere fatti. Mi sembra questo il dato più significativo del libro di poesie, che alterna descrizioni di un mondo che offre sfacelo, devastazione, rifiuto a improvvisi slanci di luce, speranze che non si arrendono, lampi che promettono cambiamento, fiducia. È l’autore a rivelarci, nel testo esplicativo alla fine del volume, che questo libro, attraverso un agguato dell’immaginazione, l’ha spinto a lavorare sui quattro elementi che danno forma alle cose, quelli che compaiono nelle ‘Laudes creaturarum’ di Francesco d’Assisi, quelli che riuniscono i segni dello zodiaco e ci proiettano in cielo, tra le costellazioni, proprio là dove spesso si spinge lo sguardo delle poesie di Pusterla. Ecco allora che forse si spiega la luce che raggiunge i ghiacciai, che si riflette sul finestrino del treno dando lustro a tre ragazze che guardano per tre volte la chiesa di Wassen. Pusterla guarda gli elementi che danno forma al mondo, e si esprime, a volte documentando, a volte cavando idee o giudizi, impressioni. Ma si sente, in tutto il suo dire, una tensione continua, un desiderio mai colto in modo così nitido nelle sue poesie. È come se davvero questa volta fosse cosciente della soglia, della porta, come se guardasse al mondo con la consapevolezza di chi sa che lo stiamo per abbandonare. E quindi vale la pena di conoscerlo per quello che appare, ma anche per quello che davvero, al di là di noi e della nostra breve esistenza, vale. In questa luce che schiude orizzonti, che getta nuovi lumi sulle cose e che pone domande di senso si trova il collegamento forte con l’altro libro, ‘Una luce che non si spegne’, appunto.

    Ascoltare, vedere, sperare

    Anche in questo volume c’è molta morte, spicca il desiderio di fare i conti con la porta. Pusterla parla di luoghi, di amici, di maestri. La luce che non si spegne è comprensibilmente la lezione che egli ha tratto da tutti questi personaggi che hanno dato peso alla sua vita. È come se ci volesse regalare quella lezione, farsi tramite di una cosa che non è sua ma è di chi ha orecchie per ascoltare, fame per mangiare, occhi per vedere, speranza per cambiare. Quelle di cui scrive sono persone che nel loro ambito, nella letteratura, certo, ma anche gli architetti come Tita Carloni, gli storici come Virgilio Gilardoni o Raffaello Ceschi, hanno preso sul serio la vita. Hanno studiato, letto, pensato, usato i propri talenti per spingersi un poco oltre. La memoria che Pusterla ha di loro si trasforma in un bene che va condiviso, in una spinta generosa che coinvolge gli altri, unisce. Pusterla non si limita a rendere conto di un’amicizia o di un rapporto tra allievo e maestro, ma dà testimonianza di un modo prezioso di essere al mondo. Fa i conti con sé stesso, con i propri lutti, con la schiera di morti che hanno alimentato la sua vita e che ora lo mettono in una nuova prospettiva, forse più vicina a quella dimensione. Ma in più, appunto, chiede di andare oltre lui. Perché quando Maria Corti lo interroga al telefono, quando Orelli vuole essere letto attraverso gli accertamenti verbali, noi siamo Pusterla, siamo chiamati a comportarci nello stesso modo, a vivere davvero secondo i valori che abbiamo scelto di difendere e di incarnare. Tra questi valori, certamente, un piccolo spazio ce l’ha la poesia, ce l’ha la letteratura, che sono cenere, o terra, sono di questo mondo e in questo mondo possono contare, raccontare, dire la loro, cercare un ramo secco di verità che, chissà, come una rondine che sembra precipitare, all’ultimo momento, inaspettatamente, possono dire la parola che rifonde speranza e necessità di cambiamento. Non mi sembra una cosa da poco.

    http://epaper.laregione.ch/@tommasosoldini/csb_nzy0R12k3TFayGfC6apu6UtjZR0tONPglnMMdvwbZ5vwlqKkYstmKo5MaAmK9WX1

  • 07Ott2018

    Massimo Natale - Alias/Il Manifesto

    Sulla scia dei maestri, nell’alveo geo-naturale

    È stato Andrea Zanzotto a scrivere che, a partire dalla poesia di Montale – in un mondo da cui gli dèi sono ormai sfuggiti – «la storia ben difficilmente (riesce a) conservare il suo senso umano», e si ritrova invece «inevitabilmente (…) a coincidere con la storia naturale».

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  • 01Ott2018

    Stefano Vitale - Ilgiornalaccio.net

    Parole scolpite nella roccia

    Questo libro, come spiega lo stesso autore nella nota finale, raccoglie dei testi scritti tra il 2014 e gli anni successivi. Poesie che hanno come poli attrattivi gli antichi quattro elementi – terra, aria, acqua e fuoco – e questo non perché Pusterla abbia seguito “il calcolo di un progetto” ma perché preda di “un agguato dell’immaginazione”.

    E in effetti i quattro elementi fungono da impalcatura per organizzare i testi, ma non restano qualcosa di esterno. Essi entrano direttamente nel testo dandogli uno spessore, una consistenza evidente. Non è un problema “tematico”, è piuttosto una visione profonda che emerge da questa “organizzazione”, una visione che rimanda alle strutture mentali e letterarie di Pusterla. Che con questo libro si conferma un autore imprescindibile del nostro tempo, con una sua voce da tempo inconfondibile che qui trova anche nuove tonalità liriche.

    Pusterla è resta un poeta per il quale il paesaggio è centrale e fa da tramite per l’attenzione alla vita psichica che qui non è però individuale, ma rimanda ad una humanitas più vasta. Questi tratti sono da sempre presenti nella sua opera, ma qui sono ancora più marcati. Un altro tratto della sua poesia è sempre stato quello della funzione etica della scrittura. Pusterla ha scritto e scrive “poesia civile” moderna ovvero mai retorica, attenta alla dimensione morale dell’impegno. Ma lo ha sempre fatto con passo meditativo, mai urlato, richiamando l’attenzione del lettore sulla necessità dell’indignazione, della resistenza senza trascendenza. In “Cenere, o terra” (verso dantesco dal Purg., IX, 115) Pusterla certo attenua questo aspetto così forte in altre opere (Pietra sangue, Folla sommersa) ma esso è sempre vivo nella sua lirica. La poesia di Pusterla è fatta di versi-frase molto netti, parole scolpite nella roccia, da descrizioni realistiche, precise che indicano una vigile attenzione del poeta alle cose, alle emozioni profonde; il suo incedere è fascinoso, ma sempre lucido, mai banalmente seduttivo e non lascia scampo. Tutto deve tendere ad una dicibilità, ad una leggibilità che non è mai scontata, ma che deve e può risuonare nella mente e nell’animo del lettore.

    La raccolta è divisa in 4 parti incorniciate da un prologo (Preghiera della rondine) e da un epilogo (Lucio). La prima sezione è “Pasolini appeso”. In questa sezione, bellissima, abbiamo un saggio della poetica di Pusterla. “Luce invernale” ci mete dinnanzi allo stupore dell’esperienza del vento “luce/ dura scartavetrata dentro l’aria/immobile”, vento che “si è preso tutto, il vento, dolori e nostalgia, /sogni e speranze, quiete. Ci ha lasciato/ bottiglie sopra i prati, sparsi giorni/ increduli, stremati. E’ andato via”. La naturalezza disarmante e potente di questi versi sono la carta d’identità di questo poeta che si sofferma sulle cose senza storia restituendolo loro vita attraverso la poesia. Cose dimenticate, appartate, marginali, incontrate nelle sue passeggiate, incontrate per caso: “nessuna traccia del ponticello, /solo un nome/ fuori logica./…Ponte di terra. Resilienza. Lunga attesa”. Nelle cose, dicevamo, si riflette l’umano, ma non in maniera invasiva o padronale. Le cose restano se stesse “bocciolo che tace”, “terra stremata”, “rissa dei giorni”.

    Altro elemento è la memoria. Ma non quella retorica e stanca del tempo passato, ma quella che illumina il presente, ora in uno squarcio di vita metropolitana che coglie lo straniamento del vivere quotidiano, ora assistendo ad un concerto (del figlio) ora in “Stanze del crepuscolo” ripensando al senso, in tedesco, della parola Angst, paura: “economia semantica, riassumere/ in cinque lettere tuto il veneri meno/ della luce. Tutto lo sprofondare/ fra noi”. Il lessico poetico di Pusterla, come detto, è sempre attento, raffinato ma netto e non nasconde l’eco montaliano che gli è proprio: “danzano i cavi adesso in un riverbero/di ferro e di vetro. Danza la coda,/ s’attorce. Una morsa/ stringe il paesaggio impedisce/ non impedisce di sperare. Chiude/ o pare, a seconda. Avvinghia l’aria”. Si noti l’uso dell’enjambement, la ricerca di sonorità interne, la forza evocativa. Capacità di evocare, di cogliere l’apparire-scomparire delle cose la ritroviamo in “Tre apparizioni a Wassen” dove una povera chiesetta è colta da tre angolazioni diverse durante un viaggio in treno e collegato a tre storie di tre ragazze diverse incontrate sul medesimo treno. Guardare la vita con occhi di poeta: davvero speciali questi intrecci inattesi.

    Pusterla è poeta della realtà e in “Sovrapposizione a Berlino”, in “Via Trinchese” è la parte “civile”, etica che ritorna in primo piano prima di immergersi nella poesia “Paziente zero” che partendo da un dato di fatto (il paziente zero è il primo umano affetto da una malattia epidemica) esplora poi il senso della poesia stessa che è obbligo interiore, necessità che va controcorrente; che esprime la solitudine dello scrittore, che vive di proiezioni e che “per vivere, muori” trasformandosi “in perdita, in volo/nostalgia”. “È il silenzio che protegge la parola”, dice ad un certo punto Pusterla che vede nella poesia uno spazio speciale, una zona appartata, ma lucida, presente proprio perché mai gridata, anzi taciuta paradossalmente. E i suoi versi hanno proprio questa risonanza, questo ridondare di senso dietro l’apparente semplicità lirica: “parto da quel silenzio/in cerca di parola./ Con me porto l’assenza, Stella che non consola”. La sezione si chiude poi con “Ponte del cimitero” poesia costruita come un puzzle di brevi componimenti di quattro versi in rima, pensieri raccolti in una struttura leggera dove la rima appunto sostiene lo sgomento, lo stupore dinanzi alla realtà.

    La terza sezione “Nella luce e nell’asprezza” è come se il silenzio delle cose fosse visto come il rovescio del silenzio del poeta che parla dal silenzio, che naviga nel silenzio come le cose stesse senza voce: “Tacciono l’acqua e i boschi, /tacciono gli animali/tace il cielo deserto/ e tacciono le ali” e in “Lettere da Zingonia”: “perché non c’è altro nel mondo/svuotato di senso//soltanto la voce/che chiama”. Paesaggi scomposti, periferie degradate sono lo spazio della poesia in questa porzione di libro in cui il silenzio è la patria elettiva del poeta civile e lirico che è Pusterla, capace di intrecciare lo sguardo morale con i paesaggi sospesi, gli istanti fissati in una frazione di secondo che diventa riflessione ampia sul destino delle cose e dell’uomo. A volte il poeta si domanda se la sua è “la parola che si pente d’aver tentato di dire?”, ma la natura si rovescia in pensiero ed emozione e sempre viceversa in uno scambio di ruoli. “Torsioni e torture senza grida/slogamenti della crosta della terra/ movimenti del magma. Costellazioni nere… Bruciate, lande senza parola”. Questa sezione è fatta di composizioni brevi, sintetiche dove il respiro è un’apertura nella contrazione compositiva. L’uso dei punti e degli incisi fanno trattenere il fiato in una forma di apnea del pensiero che si fa poesia, linguaggio diretto, ma composito, levigato, ma aspro, ossimoro che dispiega senso. La sezione è caratterizzata da poesia molto belle: “Nebulose oscure”, “Notturna pietra”, “Stelle di calcite”, poesie notturne, ma cariche di luce.

    La quarta sezione è “Confuscazioni”, dedicata all’acqua “sempre bella/ e irraggiungibile persa/paesaggio per paesaggio”; acqua che è distruttiva “viene la tumultuosa” che “minaccia, cupa”; acqua che è scenario della storia (“sparavano ai fuggiaschi nei canali” , che avvolge i sogni “in sogno, città nera/di pece sulle pietre alte dei muri/ e degli argini. Un fiume/ muto largo ai suoi piedi e pronto al balzo”); e fiume siamo noi umani: “Ritornare all’origine fuggendo. /Spazzare, anche facendosi/ del male. No, non è breve/ il corso delle cose. Né indolore. / Questa l’alte ripe sconquassa e ruina”. Ma ancora “Non ho memoria di me, ma precipito/sempre. Sono un’acqua costretta dal basso/ che chiama”. La poesia che chiude è significativa: “cara acqua, ma io ti guardo sempre/ anche se tu non ci, se corri altrove…/e mi fido di te/anche quando minacci, e ti gonfi/ anche quando porti via/ tutto con te./ I giorni, i ponti, i tetti./ anche me”.

    La quinta sezione è “Lo splendore” dove domina il fuoco, ma anche lo sguardo di una poesia che ora consola come accade in “Ponte bruciato” oppure in“Madonna dei campo”, poesia che si fa ancor più riflessiva come in “Lo splendore” in cui Pusterla dialoga con Milo De Angelis (“La vertigine dunque lasciamola muta…/Si arrende, forse?/ O invece la parola scocca dopo,/conquista della luce, e il male è muto/da sempre, deprivato/ di senso, condannato/ al silenzio dell’osso e della carne?”. Pusterla sa che “vivere più realtà, come ‘è difficile”, che le rotte dell’esistenza sono vaghe, che le parole sono in fuga, le foto sbiadite, che nei giorni “albergano parvenze./ Invisibili mosche/ calcinate latenze”, ma sa anche, e lo dice con forza che “c’è letizia persino nel dolore, c’è luce/ nell’esilio e nell’embargo degli affetti…/nel posto/ che accetto e che è mio/definitivamente”. Poesia dell’ombra e della luce, di contrasti tesi tra speranze e disillusioni, poesia che vola tenendo i piedi a terra, che non cede e che resiste, invitandoci a vedere il mondo con altri occhi in modo da comprendere come fare, come essere affinché “la strada che prosegue fa un po’ meno paura”.

    https://www.ilgiornalaccio.net/libri/cenere-o-terra-di-fabio-pusterla/

  • 26Set2018

    Roberto Cicala - la Repubblica

    Fabio Pusterla poeta di confine
    “Milano per me è una promessa”

    “Milano chiama, la stazione è un’onda bruna” scrive un poeta svizzero quando arriva in Stazione Centrale proveniente da Chiasso dopo l’immersione in treno “in questa folla pendolare… di esistenze quasi solo intuite e fraterne”.

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  • 16Set2018

    Alessandro Moscé - pangea.news

    “E la gioia, chi ha rubato la gioia?”: discorso intorno alla poesia di Fabio Pusterla

    Fabio Pusterla, ticinese nato a Mendrisio nel 1957 (insegna in un liceo e all’università della Svizzera italiana), è uno dei migliori poeti italiani di oggi: lo conferma l’ultima uscita dal titolo Cenere, o terra (Marcos y Marcos 2018), dove i punti di convergenza della testualità che riempie il vuoto esistenziale sono soprattutto gli elementi primordiali: terra, aria, acqua e fuoco di una geografica residenza. La bellezza del creato non è quella di una cartolina folcloristica e promozionale, bensì nasce, nel titolo dell’opera, da un verso dantesco che indica toponimi, siti, un territorio da esplorare inglobandolo, selezionandolo, stratificandolo. Come accertabile nell’antologia riassuntiva di un percorso che dura da trent’anni, Le terre emerse. Poesie scelte 1985-2008 (Einaudi 2009), il verso di Fabio Pusterla si sposta dall’immanenza cartografica ad un’emulsione di materiale franto (fanghiglia, pietrame, calcite, zinco, piombo, carbone, falda), tra “la chiazza di luce sul fondo”, richiamando un verso, e la “chiarità di bruma” appena sfumata dei suoi luoghi prediletti. Luoghi dove all’improvviso può essere avvistata una capra e dove l’aria della vallata può intingersi di nafta ai margini di un viadotto o in prossimità di un costone. La lingua-oggetto e il verso sciolto, cesellato, che incarna le cose (lirico e multiforme), costruiscono l’equilibrio di un manufatto di notevole qualità stilistica. Scrive Enrico Testa nell’antologia Dopo la lirica (Einaudi 2005), che Pusterla “tenta fuori del vischioso conforto di uno stato catatonico, un rapporto con le forme e le figure dell’esperienza e con i loro tracciati percettivi e sentimentali”. È vero: fuori da ogni schematismo, da ogni ideologia, affermazione o negazione civile, questa poesia è un rivolgimento a ciò che risponde alla realtà disossata da simbolismi e convenzioni sociali, fuori anche da obiettivi che non siano meramente rappresentativi di un patrimonio comune, fisico e biologico, di un’appartenenza alla sacralità della vita, quotidiana e primigenia, di chi avverte con intensità i fenomeni privati e pubblici tramite impressioni sensoriali. Nessun apparentamento neppure con la linea lombarda o con una tendenza spinta ad abbracciare una poetica ecologista. Eventualmente Pusterla può essere ascritto a quella tradizione che traduce il gesto sinestetico in un monologo interiore, che accompagna lo slancio auto-conoscitivo ad un controcanto naturalistico e polifonico.

    La luce “nervosa e pulsante”, che abbaglia e fa da contorno, da fissità irradiante, è vista spesso dal basso, tra le case e i posteggi, nell’immobilità tesa, in un punto di sospensione situato nel topos letterario dalle parti di Asiago e Chiasso, nelle boscaglie di Valsolda, nella Madonna dei Campi, piccola chiesa nei pressi di Castel Rozzone, a Focara, citata da Dante nell’Inferno, nella casa del custode delle acque di Vaprio d’Adda, nella Secca del Diavolo vicino Santa Teresa di Gallura, fino a risalire al Canton Ticino, rievocando e intersecando i personaggi incrociati nella letteratura e negli ambienti dove sono vissuti o vivono ancora: Jacopo Da Lentini, Francesco d’Assisi, Giuseppe Parini, Milo De Angelis. Il Monte Zebio, a nord di Asiago, ricoperto di abeti, pini, cardini, stormi di libellule, nei cui boschi emergono i residui bellici del conflitto mondiale, apre il primo sipario naturalistico in una dimora impervia: “Da qui saliva una sera Rigoni / Stern piangendo Primo Levi d’affocata / simmetrica desolazione, sulla roccia spezzata / poggiando una mano smagrita o una lacrima”.

    http://www.pangea.news/e-la-gioia-chi-ha-rubato-la-gioia-discorso-intorno-alla-poesia-di-fabio-pusterla/

  • 13Set2018

    Gianluca D'Andrea - lestroverso.it

    Nuovi inizi

    Sulla crisi e il mutamento si fonda Cenere, o terra, l’ultimo libro di Fabio Pusterla, pubblicato da Marcos y Marcos. E su ritualità penitenziali e di passaggio evidenziate sin dal titolo, il cui rimando è al canto IX del Purgatorio, si apre questa nuova operazione.

    Il nono canto, dicevamo, che è sempre, nelle strategie compositive della Commedia, un luogo di transito, rappresentato da soglie via via – dall’Inferno al Paradiso – più sfumate. E la soglia è ormai figura topica di tutta l’opera di Pusterla, quasi aggancio metonimico e ancoraggio nella precarietà di un tempo percepito nella sua inesorabile scomparsa.

    La percezione transeunte del tempo ha, sin dalle origini, condotto il nostro poeta a confrontarsi con l’archeologia del segno, nella prospettiva/speranza che la conoscenza del passato potesse aprire brecce nel presente, in direzione di un futuro possibilmente luminoso. A sottolineare quest’urgenza di poetica, sono segni tematici e retorici che attraversando l’intera opera sembrano consolidarsi proprio in Cenere, o terra.
    Partendo, allora, dal concetto di soglia suggerito dal richiamo alla Commedia, possiamo da subito individuare il nucleo tematico che, con ogni probabilità, guida il cammino di recupero e contemporaneo rilancio etico di Pusterla: l’umiltà.
    «Cenere, o terra che secca si cavi, / d’un color fora col suo vestimento», così Dante descrive la veste, praticamente un saio, dell’angelo custode all’entrata del Purgatorio, ed è la tensione all’unità, attraverso un ultimo splendore che riattivi la relazione – io/altro, parola/mondo – a spingere il poeta verso una successiva, forse estrema, riflessione sui valori tradizionali.
    L’attrazione dell’humus, della terra in quest’ultima raccolta sembra trasportare con sé alcuni dubbi sulla direzione intrapresa. La novità più produttiva, infatti, è l’inserzione di sequenze oniriche che indicano una reale incertezza, la quale sovrasta la vis etica e apre a nuove ricerche. Certo, le acquisizioni precedenti pressano – intravedo ad esempio un legame stretto tra Cenere, o terra e Folla sommersa, ma non solo, almeno sul piano tematico (il portare alla luce dopo la caduta) e compositivo, in entrambi i libri abbiamo testi ispirati ai Promessi Sposi e al cammino di Renzo, ai suoi attraversamenti – rischiando di soffocare i barlumi di una nuova visione. Lo dice lo stesso Pusterla in nota, parlando degli «antichissimi quattro elementi» cui la scrittura sembrava condurlo nella suddivisione in quattro sezioni della raccolta. Per fortuna, e bravura compositiva, la poetica delle soglie e dei confini è riuscita a spezzare l’impostazione rigida e una facile affabulazione. L’impalcatura etica regge, nonostante si respiri la stessa atmosfera almeno dei tre libri precedenti, come si vede chiaramente nell’Epilogo dedicato al nipote Lucio, in cui la «vita che comincia / nell’unità del tutto e lì si trova / e si perde e gorgheggia, / cieca e fraterna a tutte le altre vite» (p. 211) contiene il suo negativo, le sue potenzialità stranianti, la sua «irrealtà, che la chiama e la fa / più reale del sasso e del vento, / più vera del corpo e del dolore», come si legge in un altro testo nel finale, I fuochi di Tomi (pp. 181-183). Sì, perché se è rintracciabile un’effettiva unità, essa non risiede più nella dialettica e nel dialogo edificante, quanto nella sua fine, in una virtualità che è indissociabile dalla trasformazione continua del mondo.
    In questa direzione, allora, può essere ancora plausibile la poetica delle “porte” così cara a Pusterla (che porta la soglia iscritta nel nome, quasi un gioco del destino), intesa nella definizione data dall’autore riletto durante la composizione di Cenere, o terra, Gaston Bachelard: «La porta è tutto un cosmo del Socchiuso» e, ancora, «l’origine stessa di una rêverie in cui si accumulano desideri e tentazioni, la tentazione di aprire l’essere nel suo intimo, il desiderio di conquistare tutti gli esseri reticenti» (G. Bachelard, La poetica dello spazio, Dedalo, Bari, 2015, pp. 257-258). Ecco, nel concetto di soglia sono in gioco lo spazio e il tempo della parola poetica, il desiderio che muove la sua urgenza e/o inutilità comunicativa e, per il nostro poeta, il fulcro della funzione relazionale che la stessa parola eredita dall’incomunicabilità di matrice novecentesca. Certo, l’impasse comunicativa non è ancora incanalata in maniera decisa sul sentiero di un’accettazione della “irrealtà” – o superficie – che determina il disincanto presente, ma la dimensione onirica, dicevamo, che balugina nella raccolta, ha riverberi sulla strada di una fuoriuscita. Vediamo come.
    I sogni introducono in modo irrazionale alla «vastità delle metamorfosi» (Vano del silenzio, p. 53) che rappresenta l’effettività dell’esistenza, rimettendo in discussione la percezione della fine o dell’«assenza», seguendo le stesse parole di Pusterla. L’apprensione per la vita/parola si fonde con l’assenza/silenzio e sembra assorbirne la necessità, funzionando come un’agnizione, un riconoscimento inaspettato: «senza / sollievo senza fedeltà / a niente il silenzio è silenzio / non conosce parola chiude / nella gola il ricordo azzera / si cade giù nei prati neri» (Altri sogni, 3, p. 173). Ecco, è la potenzialità racchiusa nell’assenza (e nel silenzio) a modificare i confini della parola, i contorni del senso. La dialettica relazionale può capovolgersi in un riflesso schermato, nel “nulla dietro il muro” (intravisto nel primo movimento della sequenza Altri sogni) che espone a nuove scoperte. Nelle inserzioni oniriche di Cenere, o terra, si scorge la potenzialità del salto nell’abisso che ritradurrebbe la scommessa della parola, il suo rischio di silenzio, in una nuova prospettiva. La parola potrà farsi elemento in una dimensione sempre più fluida (il nostro tempo liquido, le relazioni solubili… altri sentieri potrà prendere l’acqua travolgente della sequenza Ultimi cenni del custode delle acque, ma in Cenere, o terra, lo vedremo sempre meglio, siamo ancora dentro la dimensione del recupero), per ora si appura una minaccia dirompente: «quando porti via / tutto con te. // I giorni, i ponti, i tetti. / E anche me» (Ultimi cenni del custode delle acque, 33, p. 155).
    La difficoltà di accettare la forza travolgente di un nuovo scenario sorto sulle macerie del vecchio campo relazionale, porta pervicacemente a un’opera di ricostruzione (come in tutta la poetica dell’autore, fino a oggi), per cui gli slanci e le rese si confondono e i “ponti” disseminati nel libro con funzione connettiva, salvano pur aprendo all’abisso, lo abbiamo visto, cioè introducono ma solo in potenza a una nuova visione. Il movimento del libro, inframmezzato dalle cerniere di questi ponti che incorniciano le quattro sezioni, resta ascendente, nonostante le continue cadute o tentazioni, con un’evidente ulteriore richiamo “purgatoriale”, che si risolve nell’accesso a una luce altra.
    Dopo il prologo, espressamente liturgico – anche se di liturgia laica si tratta, non è possibile non notare una dimensione creaturale, quasi francescana («il mio volo gaudioso», «per tutte le cose precarie che splendono miti / per tutte le cose del mondo», p. 11) – il libro si apre su una “luce invernale fino a concludersi in una «trama di luce» (p. 208), un riflesso sui capelli dell’amata Claudia che si riverbera nell’epilogo dedicato, come dicevamo, al nipote Lucio (nome, ora ci è chiaro, che attraversa e impregna l’intera operazione): nome/segno di presenza che si fa ponte estremo per chi, portato via in parte, «semivivo» (p. 50), si apre al futuro, perché la luce/Lucio è un nuovo inizio che «vede e non vede» (p. 211). La direzione di questo viaggio da luce a luce è già riassunto nella prima strofa della raccolta «verso la chiarezza di luce sul fondo / verso il riflesso del sole / con la memoria dell’ombra / con la speranza del mare» (p. 11), adesso occorre capire se quanto detto finora è supportato dalla tessitura retorica.
    Le figure dell’iterazione e dell’ossimoro si fondono e variano durante la parabola del libro e possiedono una manifesta funzione agonistica, modulano una crisi che, in tutta l’opera di Pusterla, è una costante e, dunque, una cifra stilistica. Sin dagli esordi, lo abbiamo visto nella citazione precedente, Cenere, o terra presenta ripetizioni, nel caso specifico in posizione anaforica, e quindi accentuata, di parole sintomatiche: «verso», «con», «per», ci danno le coordinate del viaggio, un obiettivo in fondo da raggiungere con umiltà per mezzo (con l’aiuto) del mondo. Obiettivo che va formandosi durante un cammino che attraversa i segnali di una catastrofe (avvenuta, di là da venire, che avviene?), come le frequentissime accumulazioni suggeriscono e che diventano parossistiche sulla scia sperimentale che ricalca il linguaggio di autori del passato (Leonardo, Cattaneo, Parini), in un discorso che denuncia e prende atto di un dissesto (vedi Ultimi cenni del custode delle acque, 30, p. 151). Le accumulazioni, appunto, rimarcano con le loro gradazioni un pathos che consolida il senso di pietas pusterliano per l’esistente, come ben esemplificato dal componimento Ponte del cimitero: «Tutto risulta chiaro / tutto risulta vano: / ciò che tace e si oscura, / il tramonto lontano, / lo spigolo di un monte / la fuga delle merci / l’assurdità di un ponte / inutile a tenerci» (pp. 58-59); oppure con funzione oppositiva per elencare il male incontenibile del caos (soprattutto quando la stessa pietas si scontra con le ingiustizie del mondo e l’attrito si carica di vis polemica, tramutandosi in astio, come avviene nella sezione più “civile”, Pasolini appeso): «servi sguaiati reggono microfoni notiziari / lettere aperte chiuse invidie minacce / sondaggi fragorose beatificazioni» (Scoppia anonimo un fango, p. 26).
    Ma se la deriva, il “disastro”, sono sociali, è perché la parola sembra sempre sul punto di perdere valenza etica, di cedere nell’«assenza / di un senso di un progetto dignitoso», come mostrato nella bellissima Via Trinchese (pp. 43-45), in cui s’individua «il punto di non ritorno» della parola, offesa dalla sua stessa capacità di offendere e che, con ogni probabilità, trasferirà alla luce metafisica dell’immagine la riattivazione del senso in un nuovo cammino. Sì, perché Cenere, o terra, occorre confermarlo, è il tentativo di fuoriuscita dall’assenza di senso su un piano generazionale, la cui luce nuova (almeno come augurio), può rompere il silenzio dal silenzio: «Tace la lingua mozzata / il grido ammutolito / il ricordo amputato / la voce allontanata» (Nel silenzio. Lamento di F. K., p. 64).
    L’impalcatura retorico-formale ci fornisce indizi sul procedere per sbalzi e variazioni della lingua di Pusterla: «qualche sorriso provvisorio / ceneri // sempre diretti senza direzione / verso il nome dell’assenza» (Lettere da Zingonia, 1, p. 67). In questo estratto si palesa il tentativo di unione nel distacco attraverso il medium etico dell’umiltà: l’incombenza ossimorica (“sempre diretti senza direzione”) ritrova un orientamento nel “nome dell’assenza” (la poesia che nomina è l’arte del reale, non il reale in sé. Questa la funzione immaginifica che distanzia, ad esempio, Bachelard dalla fenomenologia “obiettiva” di Husserl). “Verso”, parola chiave in tutta la poesia di Pusterla, in Lettere da Zingonia è il “cenno” – isolato e poi lanciato verso nuove direzioni con un’inarcatura vigorosa tra due strofe – “provvisorio” dell’immagine poetica, del bagliore che il “verso” (stavolta metonimicamente nel senso di “poesia”) instilla sul reale, come un «basico segnale di umanità» che giustifica ogni presenza.
    Nel mutamento e nella ripetizione, allora, nel transito da assenza a presenza è riconoscibile (l’agnizione di cui si è parlato all’inizio di questa riflessione) il fine ultimo di Cenere, o terra: «Ritorni, ed è un paesaggio di rovine. / Perché nulla rimane e tutto muta, scompare / o si trasforma» (Am Gletscherrand”, 3, p. 101). E il «cammino invisibile» trasforma il reale, si fa visione metafisica pur restando nel campo della materialità: «Come quegli alpinisti / che si trovano davanti i genitori / calcinati nell’anno e nell’ora della morte / e più giovani di loro, / terribili e splendenti» (ibid., 4, p. 105). Ed è una realtà materiale che sempre disorienta e confonde, eppure unisce continuamente il soggetto al contesto, nel bene e nel male dona attimi di identificazione.
    Altre spie formali sottolineano quanto appena detto, intrecciando la presenza alla responsabilità dell’agire: «Facevano entrare l’acqua nei corpi. / Tenevano le teste sott’acqua a soffocare. / Avvelenavano i pozzi. Requisivano l’acqua. // Facevano facevamo facevate» (Ultimi cenni del custode delle acque, 11, p. 129). In questo estratto il polittoto finale conferma la responsabilità plurima, la moltitudine che agisce e ingloba l’individuo in azioni aberranti, con una chiara funzione di avvertimento.
    Anche nella trama sonora di Cenere, o terra si avverte uno slancio all’unificazione e al ripristino, senza rinunciare, però, alle asprezze dell’indignazione morale. Soprattutto in alcune allitterazioni “espressionistiche” che sembrano risucchiare la dimensione dialettica in una mescolanza inedita: «Dal gorgo che è in te e che il mio gorgoglio ti rivela, /gorgo tuo e dei tuoi simili, un orrido / sempre rimosso, nascosto / tra il sangue e il groviglio/ dei nervi» (ibid., 20, p. 138, corsivi miei).
    Occorre dire, alla fine della nostra riflessione, che l’urgenza regolatrice del libro (una sorta di summa di quanto prodotto negli anni dall’autore), si riflette sia sull’architettura complessiva (le quattro sezioni incastonate tra un prologo e un epilogo, una cornice “classica” frammezzata da quei ponti di cui abbiamo analizzato la funzione ambivalente), sia in quella di alcuni componimenti decisivi. In tal senso, un esempio macroscopico è rappresentato dalla poesia Lo splendore, che quasi apre l’ultima sezione (omonima), se si considerano i due testi che la anticipano (Ponte bruciato e Madonna dei campi) transizioni strutturali che ridiscutono la presenza dopo uno scampato pericolo (nello specifico l’acqua “perigliosa” di Ultimi cenni del custode delle acque che chiude la sezione precedente).
    Anche Lo splendore ci parla di uno scampato pericolo, decisivo perché riguarda la figlia del poeta, Nina, la madre di Lucio/luce, del riscatto «nell’unità del tutto» che chiuderà e rilancerà, lo abbiamo visto, la raccolta. In maniera ponderata la composizione è giocata sulla contrapposizione parola/silenzio, e sulla difficoltà di una nominazione (anche per pudore) sempre dipendente dal caso, da eventi banali, minimi, “millimetrici”, che «tutto» possono cambiare. L’esordio ci dice ex abrupto questa difficoltà, «no, non di tutto è facile parlare», e si dipana in accumulazioni oppositive («luce o buio, fiore o secca») fino alla verifica della possibilità della fine, demandata però, quasi apotropaicamente, a un oggetto, a un libro che ha iscritto nel titolo la misurazione del nostro essere “minimi” dinnanzi alla morte: Millimetri di Milo De Angelis.
    La prima parte del testo si chiude su questa acquisizione, il centro esatto della poesia, infatti, recita questo verso: «La vertigine dunque lasciamola muta», che scaraventa lontano il vortice del silenzio e prepara la parola a nuove nominazioni, un nuovo inizio, la seconda parte in cui, però, persiste il dubbio sottolineato dalla prima, come la costellazione di interrogazioni tra parentesi suggerisce: «(si ferma la parola quando il rostro / del male la sovrasta? Si arrende, forse? / O invece la parola scocca dopo, conquista della luce […]?». Ecco, infine, al termine dei dubbi, la resa a una parola esultante, che riapre infinitamente al mondo, perché noi (in tutta la raccolta assume una nuova valenza la prima persona plurale, soprattutto in punti chiave come questo appena esaminato) «diciamo lo splendore».


    Lo splendore

    No, non di tutto è facile parlare. E in questo caso
    bastano due millimetri a tagliare
    il tempo come lama: due millimetri in più,
    due millimetri in meno, e tutto cambia,
    luce o buio, fiore o secca
    definitiva. Non ho parole per dire la vertigine
    che ogni tanto mi assale, quando lo sguardo
    trema e devo fermarmi, poggiare le mani, respirare.
    Millimetri: era il titolo
    di un libro molto amato,
    ma già ringhiava dentro,
    dura, la disadorna, falci e forbici.
    La vertigine dunque lasciamola muta,
    muto il vortice – per un attimo si è aperto,
    più in là d’ogni parola, senza fiato
    né ritmo /si ferma la parola quando il rostro
    del male la sovrasta? Si arrende, forse?
    O invece la parola scocca dopo,
    conquista la luce, e il male è muto
    da sempre, deprivato
    di senso, condannato
    al silenzio dell’osso e della carne?).
    Diciamo invece il sole dei tuoi anni,
    quando passi e sorridi nella vita,
    diciamo lo splendore.

    (p. 164-165)

    https://www.lestroverso.it/nuovi-inizi-fabio-pusterla-cenere-o-terra-marcos-y-marcos-milano-2018/

  • 09Set2018

    Redazione - estetica-mente.com

    La nuova, splendida raccolta di Fabio Pusterla frequenta vagoni ferroviari, angoli di strada, aule di scuola; si avventura nel vento in agguato, fino al magma, alle costellazioni nere, all’acqua tumultuosa.

    Ha la lingua limpida di una poesia che muove dall’esperienza, che evoca e narra, che procede e si trasforma.

    Con “Il paziente zero” ricorda “il mistero del corpo / l’altro viso della gioia”.
    Contempla però anche l’abbandono, stare e basta; cogliere un lampo di pace verso la rotta eterna del Carro.
    “Nella profonda / umiltà della cosa che c’è, / in questo istante, e si offre”.
    “Non dura ma c’è”
    .

    Il titolo viene da un verso dantesco (Cenere, o terra che secca si cavi – Purgatorio, IX 115).
    Le quattro sezioni (Pasolini appeso, Nella luce e nell’asprezza, Confuscazioni, Lo splendore) raccolgono i testi attorno a quattro “grumi tematico-simbolici”, “assolutamente imprevisti”.
    Tra essi, passaggi impervi e ponti su cui è concessa una sosta; visioni, sogni e apparizioni.
    Nella morsa del presente, Pusterla tocca il centro della resistenza amara: “l’ora del tempo è cupa, la stagione / quasi odiosa”.
    In alto, creste confuse e ghiaccio nero.
    Ma sotto, nel segreto, / c’è una voce che pulsa, non muore. // Laggiù si conserva e si prepara, si tesse / un’armoniosa bellezza, luce azzurra / futura”.
    C’è il sogno “Di un luogo diverso, / d’apertura e riscatto”: “la pura responsabilità dello sguardo fermo, che prova a cogliere qualcosa / rischia e incoraggia / non giudica”.

    https://www.estetica-mente.com/news/attualita-news/fabio-pusterla-cenere-o-terra-marcos-y-marcos/75907/

  • 06Set2018

    Cristiano Poletti - poetarumsilva.com

    Come la libellula domina la copertina di Argéman, la precedente raccolta di Fabio Pusterla uscita nel 2014, così la rondine domina quella di Cenere, o terra. È una rondine che punta verso il basso (nella bellissima copertina) e ci si chiede se per schiantarsi o per risalire.

    Sarà per risalire, e per pensarlo al poeta è necessario qualcosa di più di un’invocazione (com’era stato con la libellula, in Congedo, la poesia conclusiva di Argéman).

    È una preghiera esplicita stavolta, una richiesta d’aiuto. Ecco il primo testo di questo nuovo libro:

    Verso la chiazza di luce sul fondo
    verso il riflesso del sole
    con la memoria dell’ombra
    con la speranza del mare.

    Per l’acqua e per i prati
    per la mano del vento il mio volo gaudioso
    per tutte le cose precarie che splendono miti
    per tutte le cose del mondo. So solo
    volare impazzita rischiare
    un viaggio.

    E tu aiutami aria
    sostienimi vento dell’Ovest
    aspettami mare.

    La rondine prega l’aria, la prega di aiutarla a risalire, invoca il suo sostegno per un’avventura che avverte rischiosa. Solo grazie al vento, il vento di questo nostro Occidente quindi, potrà farlo. E il mare (cioè l’estensione della nostra vita, di tutte le esistenze, “tutto il possibile” come scrisse Vittorio Sereni) è lì in attesa, potrà e dovrà aspettarla, perché anche in questo approdo si affermi l’accento della verità. Dunque accade qui quello è accaduto in Congedo, negli ultimi tre versi («Dopo, tocca ogni cosa/ sillaba bene il suo nome/ e falla vera»), ma detto ora con un grado più alto di consapevolezza. L’affermazione infatti sembra scintillare, come portasse in sé, del volo, il passaggio da ipotesi a tesi, da invocazione a preghiera, passasse davvero da qualcosa di ancora incerto alla certezza, come tra poco vedremo.
    E se la libellula in Cenere, o terra ricompare in una delle prime poesie, Verso lo Zebio, e in una delle ultime, Al vento di Focara, la preghiera della rondine riemerge nel libro in modo singolare, spinta dentro la materia dei ghiacciai: riappare nel colore del ghiaccio accanto all’Ela-Loch, il foro che caratterizza il Piz Ela, nei Grigioni («e se c’è vento sembra pulsare/ di una luce sua misteriosa/ forse memoria del mare/ o illusione») e si ripete – si direbbe in forma di canto – sul bordo di un altro ghiacciaio (Am Gletscherrand, ripreso da un verso del poeta e bracconiere svizzero Felix Kamil).
    Tornando al testo di questa poesia iniziale, vien difficile non pensare ancora a Sereni, adesso in modo più compiuto: pensare di rimando a quelle «toppe solari» protagoniste de La spiaggia, il testo che chiude Gli strumenti umani. Desiderosa di arrivare su quel tratto di spiaggia prima sconosciuto, per vedere «quelle/ toppe d’inesistenza, calce o cenere/ pronte a farsi movimento e luce», sembra proprio la rondine “liberata” dal poeta. A differenza di Sereni, tuttavia, Pusterla non associa quelle macchie luminose, quei riflessi, ai morti. E se Sereni poi è investito dalla forza del mare, al mare Pusterla chiede pazienza; dal mare la sua rondine è attesa, con la sua vivacità, nella sua vita viaggiante.
    Ma allarghiamo un po’ il quadro, e pensiamo al lavoro del poeta e al compito della poesia. Ecco, sempre di Sereni, questi versi di Pantomima terrestre, giusto la poesia che precede La spiaggia:

    […]

    È rimasta una chiazza una pozza di luce
    non convinta di sé un pozzo di lavoro con attorno
    un girotondo di prigionieri (dicono) sulla parola:
    sanno di un bagliore che verrà
    con dentro, a catena, tutti i colori della vita
    […]

    Anche in questo caso è evidente la forte continuità, l’effetto quasi speculare vorrei dire tra questo giro di versi e il testo di Pusterla. Ma ancora una volta, e sempre in chiusura di poesia, c’è una differenza, decisiva: non dev’esserci (o non più) quel «sarà insostenibile» che Sereni scrive nel verso seguente e conclusivo; accostando Pusterla, elevandolo all’autorialità di questa stessa poesia, oggi ci direbbe che quel bagliore è invece sostenibile, o meglio, dovrebbe essere possibile sostenerlo.
    Il volo, prima della libellula e adesso della rondine, sembra destinato a placarsi. Ora è tempo di sospensione, tempo di accoglierli tutti i colori della vita, nonostante il mondo debba continuare a manifestarsi con ferocia, attraverso le proprie ferite.
    Adesso la cenere del mondo va accolta insieme alla cenere che si è, sembra volerci dire il poeta. Lo si capisce bene in tutto l’arco teso in Cenere, o terra, da prologo a epilogo, da Preghiera della rondine a Lucio: il volo-viaggio disegnato è nella direzione dello splendore (non per nulla è questo il termine che dà titolo alla sezione conclusiva del libro). Tanto è lo splendore cercato, e si direbbe raggiunto, che il verso conclusivo della poesia immediatamente precedente l’epilogo dichiara: «La strada che prosegue fa un po’ meno paura».
    Perché l’esperienza della vita ha prodotto il bene della saggezza: Lucio è il nipote di Fabio, il figlio della figlia Nina. Si comprendono meglio le ragioni della luce e dello splendore tenendo conto che verso la fine del 2013, a Nina, allora venticinquenne, è occorso un terribile incidente d’auto. Al volante era proprio Fabio, che improvvisamente ha perso il controllo del volante. La gravità e il ricordo di quell’episodio si sono risolti nel bene che è seguito: la nascita di Lucio appunto, nel 2016. Il suo brillare e il suo aprirsi al mondo hanno schiuso una strada di senso («il cielo che rinnova/ l’acqua d’abisso, il fuoco, l’ala verde/ dell’anitra non sono altro da lui»; «Porta ogni cosa in sé, porta anche noi»). Una strada luminosa, che consente di uscire dal nero, un nero che è presente, eccome, (anche) in questo libro. Pusterla d’altronde da sempre sceglie un particolare campo semantico per designare i luoghi in cui la poesia deve cercare di scendere: quello dei “margini”. Anche qui tocca la devastazione del mondo (il suo “basso”, i suoi sterminati bassifondi, il «Disastro-desaster», «Le pietre nere», l’Angst-angoscia-paura, materia e magma del quotidiano e del presente) ma appunto “porta il tutto in luce”, ossia toccando quella devastazione sente, e ci fa avvertire, una (seppur tenue) speranza.
    Non è (mai, mai soltanto) una questione privata, è una questione civile e anche eminentemente “politica”. Ci sono poesie particolarmente capaci di affrontare il peso del potere: penso a Via Trinchese in particolare (con al centro la figura di Pasolini), ma anche al poemetto intitolato Ultimi cenni del custode delle acque (forse lo snodo centrale, bellissimo, del libro), o alle due splendide Lettere da Zingonia.
    Un libro fatto di ponti, Cenere, o terra, di passaggi continui, dentro e fuori l’oscurità, attraverso alcune parole portanti: l’acqua, la luce certamente, e le stelle (penso soprattutto a Stelle di calcite, dove il magma poetico nasce dall’incontro tra la calligrafia di una lettera inviatagli da Jaccottet e le impressioni ricevute dalle grotte di Castellana, in Puglia).
    Tutto questo sapendo che tra realtà e sogno c’è la speranza, una parola difficile, un sentimento difficile; sapendo di vivere sempre nella contraddizione tra parola e cosa, perché ogni “cosa”, ogni cosa che definiremmo “vera” ci sfugge proprio nella sua verità, come la razza dipinta da Sereni in Un posto di vacanza, un’immagine da cui Pusterla, non a caso, da molto tempo è inseguito.
    Ma ecco, la strada verso lo splendore c’è, è questa la certezza, ed è disegnata in una delle poesie più belle del libro, sincera e commovente, che ha per titolo proprio Lo splendore. È dedicata alla figlia Nina e contiene un riferimento molto importante, per niente scontato, a Milo De Angelis, al suo Millimetri.
    La cenere, lo splendore: «Cenere, o terra? Luce, semplicemente».

    https://poetarumsilva.com/2018/09/06/pusterla-cenere-o-terra/

  • 02Set2018

    Roberto Galaverni - La Lettura

    Un documentario celebra Fabio Pusterla di cui esce una raccolta che prende di mira lo stato delle cose

    Il grugno del potere va a sbattere contro l’utopia che canta in versi

    Leggi l’articolo completo

  • 10Ago2018

    Lorenzo Morandotti - corrieredicomo.it

    Poesia, il nuovo libro di Fabio Pusterla

    Uscirà il 6 settembre da Marcos  Y Marcos di Milano proprio il giorno in cui al festival letterario di  Mantova passerà l’anteprima italiana del film di Francesco Ferri “Libellula gentile.

    Fabio Pusterla, il lavoro del poeta”, la nuova raccolta di versi del ticinese Fabio Pusterla, autore che contribuì a scoprire, sulla rivista “Alfabeta”, la filologa di origine intelvese Maria Corti. Il nuovo libro si intitolerà Cenere, o terra,  ed è uno dei titoli più attesi dell’anno per la poesia.  Si apre con la preghiera della rondine, si chiude con lo sguardo di un bambino, questo libro che ha gli antichissimi quattro elementi – terra, aria acqua e fuoco – come poli attrattivi, e non “secondo il calcolo di un progetto, piuttosto attraverso un agguato dell’immaginazione”. Procede lungo sentieri di silenzio, luce sprecata, “torsioni e torture senza grida / slogamenti della crosta della terra”, per un cammino accidentato, per la sua esplorazione crudele; poiché non si può “restare, lasciarsi / cadere e farsi pietra / tra le pietre”. Incontra fantasmi a un concerto, stelle di calcite dentro il buio; e capre sopra i bordi della luna.

    Trova “l’acqua che ha rotto il cristallo / lo specchio il bicchiere”. “L’acqua che spolpa /cavallo e cavaliere”. Come il Custode delle acque, le si addormenta accanto, si fida di lei: “anche quando minacci, e ti gonfi / anche quando porti via / tutto con te. // I giorni, i ponti, i tetti. / E anche me”. In questo abbandono senza resa, in un “luogo che dice fermati, respira”, “La strada che prosegue fa un po’ meno paura”.

    Pusterla ha di recente anticipato alcuni dei nuovi versi in un libro a tiratura limitata per collezionisti, Le pietre nere con litografia e calcografia dell’artista comasco Alfredo Taroni, per i tipi della associazione comasca Lithos in settanta esemplari numerati e firmati dagli autori. Laureato in lettere moderne presso l’Università di Pavia con Maria Corti, Pusterla insegna lingua e letteratura italiana presso il Liceo cantonale e l’Università di Lugano.  Pusterla classe 1957 e tra i più importanti autori svizzeri in lingua italiana. Fra le sue traduzioni, si ricordano quella di numerose raccolte poetiche di Philippe Jaccottet. Con Samoa Remy per le edizioni Lithos di Como ha realizzato anche il libro d’arte Sulle rive, tra le foglie, sui rami(2008). Aveva già pubblicato la raccolta Argéman da Marcos y Marcos nel 2014. Una sua recente auto antologia è uscita da Einaudi, dove ha pure curato la prefazione dell’ultima raccolta di Vittorio Sereni, Stella variabile nella “collana bianca” dello Struzzo.

    Negli stessi giorni, dovrebbe uscire anche, da Casagrande di Bellinzona, il volumetto di saggi e ritratti critici Una luce che non si spegne. Luoghi, maestri e compagni di via.

    https://www.corrieredicomo.it/poesia-il-nuovo-libro-di-fabio-pusterla/

  • 26Lug2018