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Canto che amavi – Poesie scelte

Archivio rassegna stampa

  • 08Mar2019

    Andrea Galgano - polimniaprofessioni.com

    Gabriela Mistral: il canto e il respiro

    La poesia di Gabriela Mistral (1889-1957) vive nella maestà del respiro, innalzando il tempio dell’anima a una vitalità di appartenenza che, da una parte avverte tutta la potenza della maternità come genesi, dall’altro testimonia l’emancipazione dell’io e la sua trasfigurazione, rivelandone il sedimento, la consistenza mitica e il deposito di ogni negazione.

    La pubblicazione di una selezione di poesie, Canto che amavi, per Marcos y Marcos, a cura di Matteo Lefèvre, restituisce l’ispirazione sorgiva e il canto di una elementare essenzialità.

    Alessandro Zaccuri scrive:

    «Che cosa, infatti, può sfuggire al sonno, all’oblio e all’intorpidimento se non la volontà di prendere la parola, di chiamare la realtà per nome, di ascoltare e ricordare? La volontà, ecco. E l’ispirazione, un’ispirazione sorgiva, a volte addirittura tempestosa. Sono due forze che rischierebbero di entrare in conflitto e che invece nell’opera di Gabriela Mistral trovano, fin dal principio, uno straordinario punto di equilibrio. Forse è per questo che, con il passare del tempo, i suoi versi conservano un’immediatezza non sempre riscontrabile in altri poeti della stessa generazione. […] la dimensione femminile, in lei, si manifesta come sentimento dell’origine, in senso materiale non meno che spirituale».[1]

    Nata a Vicuña, in Cile, si chiamava, in realtà, Lucila de María del Perpetuo Socorro Godoy Alcayaga, prima donna a vincere il Nobel nel 1945, appartenente alla piccola borghesia di provincia, Gabriela, sotto l’ala precettrice di sua sorella Emelina, di quindici anni più grande che l’ha iniziata alla carriera di insegnante, ha sentito, partendo dall’attitudine paterna alla versificazione, la stesura della sua poesia (da cui deriverà il suo pseudonimo per firmare i suoi versi, assieme a “Soledad”, “Alguien” e “Alma”) partendo dalla vertigine di Gabriele D’Annunzio e dal senso religioso del poeta francese, in lingua occitana, Frédreríc Mistral, ma anche leggendo la narrativa russa e Montaigne.

    In Desolación (1922), la sua prima raccolta, il senso di intimità[2] e di incontro, il freddo nido della morte (il fidanzato suicida Romeo Ureta Carvajal), stesa su una terra soleggiata e il tormento si consegnano alla stanchezza («Si illuminerà il luogo dei destini, oscuro; / saprai che segni astrali la nostra alleanza ordivano / e, rotto il patto enorme, che morire dovevi.»), al silenzio dell’amore che tace e raccontano le brume della Patagonia come stupore di anima e bocca disinvolta:

    «Si libra nella scia, sbatte l’ala nel vento, / pulsa vivo nel sole e incendia la pineta. / Non basta ricacciarlo come il brutto pensiero: / tu lo dovrai ascoltare! / Parla lingua di bronzo, parla lingua d’uccello, / timide invocazioni, di mare imperativi. / Non basta opporgli gesto audace, sguardo grave: / tu lo dovrai ospitare! / Ha i modi del padrone; non lo placano scuse. / Rompe vasi di fiori, fende il fondo ghiacciato. / Non basta dirgli che di alloggiarlo rifiuti: / tu lo dovrai ospitare!» (Amo amore).

    Sono venti che fanno ronde di gemiti alla casa, vele bianche nel porto, lontane da orti senza luce e lingue strane da passare. La maestà dello sguardo di Dio narra i fiori del tetto come il destino e torna a coprire.

    Le piane della Patagonia, dunque, sono radici di fiamme, dove premono i pleniluni e uniscono le ombre dei passanti alle bestemmie amare, agli orli di sentiero insonni e alle ferite di radici straziate di notte.

    Un canto che diventa alba diamante e sguardo azzurro che fiorisce come un sogno:

    «L’ho incontrato sul sentiero. / Non turbò il suo sogno l’acqua / né fiorirono le rose; / fiorì stupore la mia anima. / E ha una povera donna / il viso pieno di lacrime! / Aveva un canto leggero / sulla bocca disinvolta, / e al guardarmi gli si fece / grave il canto che intonava. / Guardai la strada, la vidi / strana e come di sogno. / E nell’alba diamante / ebbi il viso tra le lacrime! / Proseguì per la via cantando / e si portò con sé i miei sguardi… / Dietro di lui più non fu / azzurra e alta la salvia / Pazienza! Restò nell’aria / frastornata la mia anima. / Pur senza essere ferita / io ho il viso tra le lacrime! / Stanotte non ha vegliato / come accanto alla lampada; / dato che non sa, non punge / il suo cuore la mia ansia; / ma magari tra il suo sonno / passa odore di ginestra, / perché una povera donna / ha il suo viso tra le lacrime! / Era sola e non temevo; di fame e sete non piansi; / da quando lo vidi passare / Dio mi rivestì di piaghe. / Mia madre nel letto recita / per me preghiere devote. / Ma io magari per sempre / avrò il viso tra le lacrime!» (L’incontro).

    Poi l’amore che tace e non si affida al parlare dei maschi, così oscuro. Esso nasce dal profondo e consegna la sua cosmica fontana colma:

    «Se io ti odiassi, il mio odio ti darei / nelle parole, sicuro e deciso; / ma ti amo e il mio amore non si affida / al parlare dei maschi, così oscuro! / Tu lo vorresti trasformato in urlo, / ma viene dal profondo e ha dissolto / il suo bruciante fiotto, si è esaurito / ben prima della gola e anche del petto. / Mi sento come una fontana colma / mentre a te sembro uno zampillo inerte. / Tutto per l’infelice mio tacere / che è più feroce che andare alla morte!».

    Ternura (1924) raccoglie poesie dedicate ai bambini. Il rapporto con la canzone popolare, la filastrocca e la fiaba fanno vivere, nel fragore, l’aroma del tripudio cromatico del girotondo (come il folle azzurro e il folle verde del lino in rami e in fiore o il basilico, la malva la salvia e l’anice), il fiore slanciato della festa, la libertà del canto puro come danza («Dammi la mano e danzeremo / dammi la mano e mi amerai/come un sol fiore saremo / come un solo fiore e niente più»).

    L’infanzia diviene il punto della convocazione degli elementi, dove l’anima bambina sente il puro amore trasfuso nel mondo, il dono, anche immobile, di un cerchio di sole.

    O dove sorge ogni astro, dove si comunica il santo sorriso da offrire e, infine, la terra india da consegnare, la sorpresa del respiro si sporge: «Sempre lei, silenziosa, come il maestoso sguardo / di Dio su di me; sempre i suoi fiori sul tetto; / sempre, come il destino che non sfuma né accade, / tornerà giù a coprirmi, terribile e stregata».

    Il respiro di Gabriela è furibondo. Ma in tale furia occorre guardare la grazia e l’abbandono di una tenacia del vero[3]: «Va via da te il mio corpo goccia a goccia. / va via il mio viso dentro un olio sordo; / vanno via le mie mani in piombo fuso: / vanno via i piedi in due tempi di polvere», o ancora: «Cerco un verso che ho perduto, / che a sette anni mi hanno detto. / Fu una donna facendo il pane, / la sua santa bocca vedo».

    In Tala (1938), destinata agli orfani della guerra civile spagnola, l’archetipica e primordiale meraviglia del tempo rappresentano la goccia del linguaggio, il teatro popolare e oscuro della vita che si rivela: «Bugia fu il mio alleluia: ora guardatemi. / Ormai non vedo oltre le mie mani; / lenta, senza diamanti d’acqua, avanzo; / vado in silenzio, e non porto un tesoro, / mi sprofonda nel petto e anche nei polsi / il sangue mischiato di angoscia e paura».

    La condizione di estraneità, per Gabriela Mistral, è la esile elegia di un dolore acuto, la morte muta, la lingua che affanna i mari barbari, narrando, non eludendo il deserto umbratile del tempo, frequentando il ricordo di gesti che porgono acqua. Il mondo dove attingere il viso dell’appartenenza.

    Nell’immagine tellurica si cristallizza la deificazione materna e femminile. È un processo di originaria sacralizzazione e transito di immagine che diviene grido consumato, dove la consegna al mistero dell’essere si fa volontà di rimanere alla terra «denudata dal mio proprio Padre, / un frammento di Gerusalemme!».

    La madre è il sigillo-genitore della sete, assorbita dal dolore[4], che nel suo aspetto mariano, rievoca lo sguardo eterno dell’acqua di terre bambine, la vastità di lodi e di luci trasfigurate dell’infinita Cordigliera, «distesa come un’amante / e nel sole riverberata», il ritorno di aroma gioioso, che afferma l’uscio di una ferita, piena di muschio e silenzio, dove la cantilena del sangue risale l’infanzia dell’abbraccio, come l’arcipelago livido o la pietra di Oaxaca, dalla cui crepa emerge ogni respiro:

    «Nella valle del Rio Blanco, / là dove nasce l’Aconcagua /, giunsi a bere, balzai a bere / sotto la sferza di cascata / che cadeva fluente e dura / e si rompeva aspra e bianca. / Porsi la bocca alla sorgente, / e mi bruciava la santa acqua, / tre giorni sanguinò la bocca / di quel sorso dell’Aconcagua. / Tra i campi di Mitla, un giorno / di cicale, il sole, in festa, / mi sporsi a un pozzo e venne un indio / a sostenermi sopra l’acqua, / e la mia testa, come un frutto, / stava in mezzo alle sue palme» (Bere).

    Gabriela Mistral addensa immagini eucaristiche e terragne, come il pane, ad esempio, o il sale delle lacrime, dei corpi infranti, dei riflessi delle onde salate come porte che si attraversano («Dalla tavola viene a me; / da camera mia alla dispensa, / Con leggerezza sua di polline, / bagliori rotti di saetta. / Lo prendo come una creatura / e le mie mani lo sparpagliano, / e scivolando con il gesto / di chi cade e si sorregge, / trova la bianca e desolata duna di sale della testa»), annuncia gli argenti delle soglie e delle carni di pietra dell’America che fischiano il colore dell’ambra beduina e della mirra, i pianori lucenti, come se fosse il segreto di un alleluja.

    Ci sono assenze come criniere di nebbia, ombre avvinte e amanti che si fanno paese, età sperdute di nomi e patrie lontane dove si vede morire, dove si perdono le isole di canna e di viola, e infine, nella voce che guarda il ginepro e l’olmo come evaporate origini nude:

    «Mi è nato da cose / che non son paese; / da patrie e patrie / che ho avuto e perduto; / da quelle creature / che ho visto morire; / da ciò che era mio / e mi ha abbandonato. / Ho perso montagne / su cui ho dormito; / ho perso orti d’oro / dolcezza di vita; / ho perso le isole / di canna e di viola, / e le loro ombre / le vidi a me stringersi / e avvinte e amanti / farsi anche paese. / Criniere di nebbia / senza dorso e nuca, / respiri assopiti / li vidi seguirmi, / e in anni erranti / diventar paese, / e in paese senza nome / io morirò» (Paese d’assenza).

    Le sue anamnesi squarciano i cieli delle eternità verdi e delle spigature dell’aria, rievocando il mais di Anahuac, ricordando il bagliore di ogni splendore fuso.

    Le sue parole sono il torchio di una grazia senza ritorno, come si evidenzia in Lugar, Torchio (1954), appunto, che cela l’oro della memoria bruciata, che guarda i cambiamenti del suo paese manifestando straniamento ignoto («mi vedrà ignota percorrerlo, / e mi avrà solo la polvere / fugace, e non uno sposo») e bellezza aspra e dolente. che esprime tutta la potenza di un canto, depositato e disilluso nella lingua.

    Sono le sue sillabe spogliate e balbettate nell’oblio e nell’amore disimparato. Bruciando nell’allegria, guardando alle cose divine come un albatros ebbro fino all’ultimo orizzonte della luce del giorno o dell’impronta di Dio: «Adesso voglio imparare / il paese dell’asprezza, / disimparare il tuo amore / che era la mia sola lingua, / come fiume che scordasse / letto e corrente e rive»

    La forza della visione interiore nasce da una intensità profonda, germinata da porte chiuse e vesti verticali e strade come rughe di terre ardenti. Nella vita di Gabriela risplende la caduta come parola che «rimane da sola come un albero / o come un ruscello a tutti ignoto / che scorre tra una fine e un inizio / e come senza età o come in un sogno»

    «Io canto ciò che tu amavi, vita mia,  / nel caso ti avvicini e ascolti, vita mia, / nel caso ti ricordi del mondo che hai vissuto, / nel pieno del tramonto io canto, ombra mia. / Io non voglio restare più muta, vita mia. / Come senza il mio grido fedele puoi trovarmi? / Quale segnale, quale mi svela, vita mia? / Sono la stessa che fu già tua, vita mia. / Né intorpidita né smemorata né spersa. / Raggiungimi sul fare del buio, vita mia; / vieni qui a ricordare un canto, vita mia; / se tu questa canzone riconosci a memoria / e se infine il mio nome ancora ti ricordi. / Ti attendo senza limite né tempo. / Tu non temere notte, nebbia o pioggia. / Vieni per strade conosciute o ignote. / Chiamami dove sei, anima mia, / e avanza dritto fino a me, compagno» (Canto che amavi).

    In Poema de Chile, raccolta postuma pubblicata nel 1967 da Doris Dana, sua compagna dalla metà degli anni Quaranta, il caleidoscopio del sole degli Incas e dei Maya che rischiara la Valle, dove il fiore veglia il mandorlo e arde una laguna da sogno che la battezza e la rinfresca nelle alture, riannoda ricordi, in un disco di carne, e passano così «dal primo all’ultimo, / le felicità, i dolori, / il mosto dei ragazzini, / il lento miele dei vecchi; / passano, ardenti, il fervore, / la angoscia e l’affanno, / e il resto; passa la Valle / in curve serpentiformi, / da Peralillo a La Unión, / diversa e una e intera», le araucarie e il lamento del vulcano Osorno.

    In un diorama di sogno e memoria, nel tremore oscuro della Patagonia (la Madre Bianca) come un sospiro, vi è lo spazio anche per i Campesinos, che seminano, irrigano «ancora una volta, ancora» e non hanno un loro “pezzo di terra, quando la «Verde patria che mi chiama / con lungo silenzio di angelo / e una infinita preghiera / e un grido che anche ora / odono il mio corpo e l’anima».

    [1] Zaccuri A., Per Gabriela Mistral la Patagonia è madre , in “Avvenire”, 8 febbraio 2019.

    [2] Massari S., La poesia di Gabriela Mistral, “Canto che amavi”, (http://www.sulromanzo.it/blog/la-poesia-di-gabriela-mistral-canto-che-amavi), 7 gennaio 2019.

    [3] Raimondi S., Gabriela Mistral. Canto che amavi, “Pulp”, 2 gennaio 2012.

    [4] Cfr. Grandón O. L., Gabriela Mistral: Identidades sexuales, etno-raciales y utópicas, in Atenea (Concepc.), n.500, 2009. Vedi anche: Montecino S. – Dussuel M.- Wilson A., Identidad femenina y modelo mariano en Chile“, en Mundo de mujer: Continuidad y cambio. Fem  Santiago, Chile 1988, pp. 501-522; García J., Poemas de la madre: libros muestran la vocación materna de Gabriela Mistral, in “ La Tercera”, 7 settembre 2015.

    http://www.polimniaprofessioni.com/rivista/gabriela-mistral-canto-respiro/

  • 08Feb2019

    Alessandro Zaccuri - avvenire.it

    POESIA. IL CANTO GABRIELA MISTRAL NATO DALLA MADRE PATAGONIA

    Un’antologia rilancia l’opera dell’autrice latinoamericana premiata con il Nobel nel 1945: un’epopea nella quale il paesaggio del suo Cile assume il valore di un’origine mitica

    Ni lenta ni trascordada ni perdida: strano che una poesia tanto vitale, tanto disponibile agli imprevisti e ai rischi dell’esistenza com’è appunto quella di Gabriela Mistral si lasci riassumere in una triplice negazione. «Né intorpidita né smemorata né persa», traduce Matteo Lefèvre, al quale si deve la selezione e la versione delle «poesie scelte» che Marcos y Marcos propone sotto il titolo complessivo di Canto che amavi. Del resto è proprio in questo testo (inizialmente compreso in Torchio del 1954) che compare il verso che abbiamo citato e nel quale a essere negata è in effetti la negazione stessa. Che cosa, infatti, può sfuggire al sonno, all’oblio e all’intorpidimento se non la volontà di prendere la parola, di chiamare la realtà per nome, di ascoltare e ricordare?

    La volontà, ecco. E l’ispirazione, un’ispirazione sorgiva, a volte addirittura tempestosa. Sono due forze che rischierebbero di entrare in conflitto e che invece nell’opera di Gabriela Mistral trovano, fin dal principio, uno straordinario punto di equilibrio. Forse è per questo che, con il passare del tempo, i suoi versi conservano un’immediatezza non sempre riscontrabile in altri poeti della stessa generazione. Perfino Pablo Neruda – cileno come lei, prima suo amico e poi suo erede, come lei vincitore del Nobel per la letteratura – oggi ci arriva a tratti come attraverso la foschia del passato. Non è in questione la grandezza, si capisce, ma il sedimento che il tempo deposita su alcune parole e su altre no.

    Certo, Neruda fu più apertamente politico e spesso fieramente ideologico rispetto alla Mistral, la cui poesia non si riduce però alle cadenze di un intimismo consolatorio. La dimensione femmini-le, in lei, si manifesta come sentimento dell’origine, in senso materiale non meno che spirituale. «Madre » è, non a caso, una delle parole che più ricorre anche nell’antologia allestita da Lefèvre, fin troppo essenziale sul piano degli apparati, ma accompagnata dall’originale spagnolo e da una nota nel quale il traduttore dà conto della difficoltà di muoversi all’interno di un universo poetico estremamente complesso per impianto metrico e struttura ritmica (nella trasposizione italiana è il sistema delle rime a essere parzialmente sacrificato o, meglio, rimodulato, così da evitare un’impressione di meccanicità).

    «Cordigliera delle Ande, / Madre che giace e Madre che avanza», recita l’incipit di una delle poesie più caratteristiche, Cordigliera, proveniente da Taglio del bosco, il libro che nel 1938 sancisce in maniera definitiva la statura poetica della Mistral. Nata a Vicuña, in Cile, nel 1889, si chiamava in realtà Lucila de María del Perpetuo Socorro Godoy Alcayaga, un nome altisonante che nasconde l’appartenenza alla piccola borghesia di provincia. Genitori entrambi insegnanti, una sorella maggiore che è maestra a sua volta e che le fa da precettrice, avviandola verso una carriera nelle scuole rurali dalla quale la ragazza si emancipa abbastanza presto.

    Lo pseudonimo escogitato per firmare i suoi versi deriva dalle generalità degli autori più ammirati, ossia Gabriele d’Annunzio e il provenzale Frédréric Mistral. In una prima fase il prestigio come poetessa deriva principalmente dai Sonetti della morte composti in memoria del fidanzato suicida, Romeo Ureta Carvajal («Dal freddo nido in cui gli uomini ti adagiarono, / io ti deporrò in terra umile e soleggiata», traduce Lefèvre). Da lì a breve, sostenuta dall’apprezzamento della critica e dal favore dei lettori, Gabriela Mistral comincia a ottenere incarichi sempre più importanti non solo in ambito scolastico, ma anche in sede diplomatica, con frequenti viaggi e soggiorni internazionali che la portano a vivere anche nel nostro Paese («rocca ligure di Portofino: / mare italiano, mare italiano!», si legge in Acqua).

    Lentamente, ma in modo sempre più riconoscibile, la sua poesia acquisisce i connotati di un’epopea nazionale, sia pure di un Cile più idealizzato nella sua consistenza mitica che raffigurato nelle sue contraddizioni sociali. «Erba immensa e indifesa, / solo silenzio e dorso, / palpitante regno vivo, / Patagonia verde o bianca, con un vento di bestemmia / e pentimento se tace, / patria che onoro con pianto», scandisce una sequenza di Poema del Cile, una delle opere postume uscite sotto la revisione della scrittrice statunitense Doris Dana, che della Mistral fu compagna dalla seconda metà degli anni Quaranta. Prima autrice latino-americana a ricevere il Nobel nel 1945, la poetessa muore a New York nel 1957, ormai universalmente acclamata come una delle voci più rappresentative e popolari del Novecento letterario.

    I versi riuniti in Canto che amavi riescono a sintetizzare in modo convincente lo svolgersi della parabola umana e artistica di Gabriela Mistral. Si parte con le composizioni tratte dal Desolazione, il libro del 1922 che proietta l’autrice in una prospettiva cosmpolita e nel quale il territorio della Patagonia viene già rivisitato in chiave fortemente simbolica (si pensi all’Albero morto: «Del bosco quello arso fu lasciato / per scherno, il suo fantasma»). Tenerezza, di due anni successiva, è invece la raccolta nella quale comincia ad affiorare con maggior evidenza la capacità, tipica della Mistral, di fondere canto e racconto, in un’epica dimessa solo in apparenza, perché «muore la storia del mondo / quando muore il narratore». Della centralità di Taglio del bosco si è già fatto cenno: qui si trovano molte poesie imprescindibili, come Assenza («Va via da te il mio corpo goccia a goccia. / Va via il mio viso dentro un olio sordo; / vanno via le mie mani in piombo fuso: / vanno via i piedi in due tempi di polvere») oppure Cose («Cerco un verso che ho perduto, / che a sette anni mi hanno detto. / Fu una donna facendo il pane, / la sua santa bocca vedo»).

    Ma anche in Torchio non mancano i testi memorabili, tra cui spiccano i ritratti delle «donne folli»: Quella che cammina («La stessa strada, quella che va a Est, / lei prende anche se la chiama il Nord / e la luce del sole altre gliene offre / e le conosce, percorre la Unica»), La abbandonata (»Adesso voglio imparare / il paese dell’asprezza, / disimparare il tuo amore / che era la mia sola lingua, / come fiume che scordasse / letto e corrente e rive») e altre ancora. «Mamma, tutto ciò che tu / stai narrando è una fiaba?», domanda il piccolo Juan di Araucarie, in Poema del Cile. «Grandi verità a volte / e altre volte sterili», risponde la madre. «Dammi allora di entrambe; / però dimmi quando è fiaba », conclude il bambino. Alla poesia non si può chiedere altro: distinguere la realtà dal sogno e contemplarla così com’è, «né intorpidita né smemorata né persa».

    https://www.avvenire.it/agora/pagine/gabriela-mistral-poesie-patagonia

  • 01Feb2019

    Fabrizio Bajec - lestroverso.it

    Gabriela Mistral: “Canto che amavi”, un bisogno primario di tornare ad elementi comuni.

    Se quest’antologia della poetessa cilena, premio Nobel nel 1945, fosse un film da consigliare, useremmo la formula seguente: «per bambini accompagnati da un genitore».

    Non perché i piccoli vi troverebbero immagini poco adatte alla loro età, tali da meritare l’intervento di un adulto, ma perché questo libro è uno strumento efficace per introdurre la lettura della poesia in giovane età, da condividere subito con un’altra generazione, la quale ne trarrà ovviamente grande profitto. Le qualità della poesia della Mistral sono inscindibili dal suo rapporto con la canzone popolare, la filastrocca infantile e la fiaba (anche dolorosa). Siamo quasi sempre di fronte a componimenti di una certa lunghezza, quartine che fanno avanzare la narrazione di una leggenda (perché «muore la storia del mondo / quando muore il narratore») e che celano a volte ritornelli malinconici, sia per condurre la sepoltura di una persona amata (un martire), sia per cantare la nostalgia della propria terra, dopo tanti viaggi e missioni («Le barche le cui vele biancheggiano nel porto / arrivano da terre a cui non appartengo; / gente dagli occhi chiari che non sanno i miei fiumi, / portano frutti pallidi, di orti senza luce»). Di qui l’impressione, per l’appunto, che martiri siano un po’ tutti gli umili lodati con pietas cristiana: operai, contadini, donne anziane, forti e sagge, e in genere quando sono presenti le bambine, la questione è sempre quella di non crescere troppo presto, per paura che l’infanzia voli via. Perciò i giovani lettori incontreranno gli ingredienti classici della poesia: ritmi regolari e danzanti, metafore, ma pure un universo incantato ed esotico. E soprattutto, il bisogno primario del poeta di tornare ad elementi comuni, che parlano chiaro ai più poveri: il pane, il sale, l’acqua, il mais. Da questo punto di vista, la Mistral ci rimanda al giovane García Lorca e alla semplice plasticità di alcune odi del suo connazionale Pablo Neruda. Entrambi da rileggere di seguito. Potremmo concludere con quattro versi che ben rappresentano l’esperienza della neve nello stile di Gabriela Mistral: «Sempre lei, silenziosa, come il maestoso sguardo / di Dio su di me; sempre i suoi fiori sul tetto; / sempre, come il destino che non sfuma né accade, / tornerà giù a coprirmi, terribile e stregata».

    https://www.lestroverso.it/gabriela-mistral-canto-che-amavi-un-bisogno-primario-di-tornare-ad-elementi-comuni/?fbclid=IwAR3dYDHynI1d6s3GJgYzUQITTfIVbOH10v1mE477CyZDHb6FY8E4TQjx-ZQ

  • 07Gen2019

    Stefania Massari - sulromanzo.it

    La poesia di Gabriela Mistral, “Canto che amavi”

    Gabriela Mistral, poetessa, insegnante e femminista cilena, è stata l’unica donna sudamericana ad avere ricevuto il premio Nobel per la Letteratura nel 1945. Di origini basche e ebree, era nata a Vicuña, in Cile, il 7 aprile 1889, e aveva vissuto un’infanzia molto povera nel paese andino di Montegrande. dove aveva cominciato a scrivere poesie come autodidatta e a ottenere le prime pubblicazioni sui giornali locali a soli quindici anni.

    Forse non tutti sanno che Gabriela Mistral si chiamava, in realtà, Lucila Gogoy Alcayaga e che si firmava con uno pseudonimo in onore dello scrittore Gabriele D’Annunzio, di cui amava profondamente la scrittura, del vento mistral, che lei conosceva benissimo, e del poeta occitano Federico Mistral, che aveva vinto il Nobel nel 1904.

    Iniziò prestissimo a occuparsi dei diritti delle donne e a insegnare nelle scuole elementari di campagna dell’estremo sud, tanto da essere nominata preside di una scuola a Punta Arenas, e poi, nel 1920, preside di un importante liceo di Santiago. In seguito, trascorse due anni in Messico per un progetto di riforma scolastica e, divenuta console, cominciò a viaggiare in giro per il mondo, e dal 1926 visse prima a Parigi, poi in Italia e infine in Spagna.

    Mistral ebbe con il suo paese un rapporto molto complicato. Fu poco amata dalle élite per la sua mancata formazione accademica, ma in realtà dimostrò a tutti di essere una donna carismatica e avanguardista. Infatti cantò la libertà per il suo popolo, parlò di panamericanismo con quasi cinquant’anni di anticipo, lavorò sulla dichiarazione dei diritti dei bambini all’ONU, fu antifascista e simpatizzante del comunismo.

    Si spense a New York nel gennaio del 1957, devolvendo i diritti delle sue opere ai bambini di Montegrande, nella valle di Elqui, la sua terra natìa.

    In questa raccolta, Canto che amavi (Poesie scelte), pubblicata da Marcos y Marcos, con testo spagnolo a fronte e traduzione di Matteo Lefèvre, vengono proposte ai lettori le più belle liriche che l’hanno resa famosa e amata in tutto il mondo.

    Come si può notare, leggendo i suoi versi, la sua poesia appare autentica, vera, energica e coinvolgente. I temi che predilige riguardano essenzialmente la terra, la libertà, l’amore, la ricerca della felicità, le umili origini contadine, il dolore; il tutto caratterizzato da uno slancio potente e da una passione avvolgente tipici di una donna eccezionalmente carismatica.

    In Desolación (1922), la sua prima raccolta di poesie, viene mostrata la parte più intima dell’autrice. Ad esempio, in El encuentro (L’incontro) traspaiono solitudini e tormenti; in El amor que calla (L’amore che tace) la descrizione che Mistral fa dell’amore è intensa «Ti amo e il mio amore non si affida al parlare dei maschi, così oscuro!». A tutti i sentimenti accennati fa da sfondo la natura: i paesaggi della Patagonia, tra i quali si era rifugiata la donna che era stata ferita; la densa bruma, la terra senza primavera, il vento che intorno alla sua dimora si nutre di singhiozzi e di lamenti. In Desolación ogni cosaè simile a un lancinante struggimento che viene inglobato in un dolore cosmico di leopardiana natura.

    Ternura (1924) è, invece, una raccolta di poesie dedicate ai bambini. Dame la mano (Dammi la mano) è una filastrocca per bambini che sembra quasi un canto di libertà: «Dammi la mano e danzeremo/dammi la mano e mi amerai/come un sol fiore saremo/come un solo fiore e niente più»; in Ronda de los colores (Girotondo dei colori) un’esplosione di colori è predominante («Folle azzurro e folle verde del lino in rami e in fiore. Ma che bellezza! Ma che colore!») e ancora aromi, profumi e sentimenti di pace che si mescolano in un tripudio di belle speranze in un tentativo di fratellanza universale. Mistral vede nel bimbo il fondamento di tutta la vita, colui che può donare e diffondere puro amore in tutto il mondo.

    Nella raccolta Tala (1938), i cui introiti sono stati destinati agli orfani della guerra civile spagnola, protagoniste sono invece l’identità religiosa e la figura materna che mostra sia il suo aspetto terreno che mistico con il compito di accudire i più deboli e i più bisognosiche vivono:«Nella valle del Rio Blanco, là dove nasce l’Aconcagua, tra i campi di Mitla» come si legge in Beber. Qui, si utilizzano forme popolari e arcaiche del linguaggio, che si fa oscuro ed ermetico, come sembra indicare la parola ”tala”: un taglio netto rispetto al passato.

    La scrittrice, dunque, si distacca dal mondo attraverso i suoi versi, esprimendo la disillusione nel vivere in un paese che non riconosce più dopo gli anni terribili della guerra. Si sente una straniera, una donna che ha perso le proprie tradizioni e i propri costumi e che sogna una patria in cui tornare come si evince in Lagar (1954): la sua ultima raccolta di poesie. Con il “torchio” lavora sulle parole e il loro significato poetico per restituirlo intatto alla gente.

    Infine in Poema de Chile, raccolta postuma pubblicata nel 1967 da Doris Dana, sua compagna, si parte alla volta del Cile e si esplorano paesaggi incontaminati, si descrivono i Campesinos, «chi semina, chi irriga, ancora una volta non un pezzo di terra» e il sole degli Incas e dei Maya che illumina valli e montagne, circondati da tanta acqua marina. Mistral sente la sua razza, quella india, e la rivendica. Ciò che colpisce maggiormente il suo sguardo non è tanto la pianura quanto la struttura mastodontica della cordigliera che dovrebbe unire tutte le terre americane in nome della pace e dell’amore fraterno.

    http://www.sulromanzo.it/blog/la-poesia-di-gabriela-mistral-canto-che-amavi

  • 02Gen2012

    Stefano Raimondi - Pulp

    La poesia ha diverse tonalità e modi per giungerci nel tempo. Ci sono poesie silenziose che restano mute per anni e altre che gridano immediatamente il loro esserci…

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  • 09Gen2011

    Fabio Bozzato - Il Manifesto

    Nella sua poesia Vieja, Gabriela Mistral racconta di una donna vecchissima e stanca di vivere.

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  • 03Gen2011

    S.L.I. - A Sud d'Europa

    Sessantasei anni dopo aver vinto il premio Nobel per la Letteratura, Gabriela Mistral è stata tradotta per la prima volta in italiano, da Matteo Lefèvre.

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  • 01Dic2010

    Tina Venturi - Satisfiction

    Gabriela Mistral è la prima donna latinoamericana a essere insignita del premio Nobel per la letteratura nel 1945. Femminista “ante litteram”, si è impegnata a favore delle donne, affinché potessero godere degli stessi diritti dell’uomo.

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  • 11Nov2010

    Bianca Garavelli - Avvenire

    È davvero una riscoperta importante quella di Gabriela Mistral, Nobel per la letteratura nel 1945, prima (e per ora unica) donna sudamericana a esserne insignita.

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