Bar Atlantic

Archivio rassegna stampa

  • 26Set2014

    Roberta Rotta - Vogue.it

    Reading Tips. 5 libri per l’estate


    4. Bar Atlantic, Bruno Osimo

    Il lunedì ad Alessandria, con Paola; il martedì a Bergamo, con Monica; il mercoledì a Pavia, con Teresa; il giovedì a Treviso, con Fernanda; il venerdì a Verona, con Sasha; il sabato….. Il sabato Adàm, trentacinquenne israeliano, dottore in lingua e letteratura ebraica, si riposa: corre sul lungomare di Levanto, si ferma a scrivere poesie al bar Sereno, sveglia la moglie Hhava con il profumo dei biscotti appena sfornati. Per Adàm ogni settimana si ripete come una giostra infinita, ogni giorno inizia con un treno diverso, procede con un’università diversa, termina con un’amante diversa. Finché ad un tratto, inaspettatamente, si apre anche per lui una via di fuga… Un romanzo sull’assenza di certezza, sulla precarietà dei sentimenti. Ma che fa anche sorridere.

  • 07Nov2013

    bookmorning.com - Bookmorning.com

    Un’opera intelligente e delicata, attuale e sospesa, solida e rarefatta: Bar Atlantic, libro magistralmente scritto dallo studioso di lingua ebraica Bruno Osimo e pubblicato dalla casa editrice Marcos y Marcos. Il cuore del libro è Adàm, professore universitario immigrato in Italia, dall’esistenza frammentata in cinque diverse vite, una per ogni giorno lavorativo. Più la sesta, quella del fine settimana e del riposo. Adàm lavora il lunedì ad Alessandria, il martedì a Bergamo, il mercoledì a Pavia, il giovedì a Treviso, il venerdì a Verona. Ogni giorno prende un treno con una destinazione diversa, ma la partenza è sempre la stessa, Milano. Qui Adàm torna a casa dal lavoro, passa a far la spesa, cucina con passione e precisione. Ma ogni città è qualcosa di più di un luogo in cui fermarsi per qualche ora. Perché Milano vuol dire anche Ada, sua moglie. Alessandria ha il sapore dei preliminari con Paola, Bergamo ha i contorni del naso di Monica, Pavia è Teresa, Treviso è Fernanda, Verona è Sasha. Adàm è un precario del lavoro, dell’amore, dei luoghi. In una esistenza che si snoda in un nord Italia ripetitivo, Adàm riesce a trovare il suo equilibrio solo parcellizzando le sue emozioni tanto quanto il suo insegnamento, tanto quanto il suo migrare da una città all’altra. Eppure, pur essendo i temi affrontati estremamente seri e attuali, la bravura e la grandezza di Osimo stanno nel non renderli vessilli posticci di una realtà difficile, ma di cucirli addosso ad un’anima, quella di Adàm. E se si reifica un concetto e lo si rende umano allora si riesce veramente a parlare di cosa può essere l’esistenza, anche attraverso l’escamotage della narrazione. Con Adàm, Osimo riesce in un’impresa difficile: il lettore si ritrova spettatore di una vita di cui coglie la bellezza, le piccole cose. Cadono le barriere del giudizio, scompare il giusto e lo sbagliato. Rimane un uomo, dall’esistenza appesa a tanti fili, in cui sono le piccole cose di cui è profondamente innamorato (nel senso più alto e ampio del termine) a cementare l’io, pur in assenza di un baricentro vero e proprio. Perché Adàm ama e venera sua moglie, ma allo stesso tempo ama anche la voce di Monica e l’amore fatto nel monolocale di Sasha, ama i granelli di zucchero grezzo che si sentono distintamente nel morsicare un biscotto, ama un pezzo di formaggio mangiato in treno, la musica che esce dalle cuffie dell’ipod, le poesie che scrive seduto al bar e la corsa del week end in riviera, guardando il mare di Levanto. Accanto a tutto questo Osimo ci parla della lingua ebraica, attraverso gli insegnamenti del protagonista. Della complessità di una lingua antica e di come sia difficile coglierne il senso profondo per quegli studenti contemporanei che siedono nelle sue aule. Come spiegare il duale, per esempio? Come far capire che oltre al singolo e alla molteplicità è esistito un tempo in cui c’era anche il senso del doppio, del due? L’Adàm di Osimo appartiene proprio all’universo del duale, lontano e quasi inspiegabile ma irrimediabilmente vero e umano. Un’opera riuscita, leggera e profonda al tempo stesso, in cui i difetti (come le note a piè pagina che con il loro “umorismo” rompono la poetica della narrazione) passano assolutamente in secondo piano.

  • 23Nov2012

    Francesca Fiorletta - Critica Letteraria

    La lezione di oggi Adàm la fa sul duale, un concetto che spesso provoca nei propri allievi un piacevole sconvolgimento delle convinzioni non tanto linguistiche ma culturali, di concezione del mondo.
    Adàm è il protagonista di Bar atlantic, l’ultimo romanzo di Bruno Osimo, pubblicato quest’anno da Marcos Y Marcos e già grande successo editoriale di pubblico e critica. Cerchiamo di capire perché.
    Intanto, Osimo, da esperto linguista e traduttore qual è, sa utilizzare uno stile narrativo trasparente e immediato, in grado di arrivare velocemente al fulcro delle situazioni che vuole descrivere e dei numerosi stati d’animo che si avvicendano, via via, col susseguirsi delle relazioni pericolose che si instaurano fra i sempre intelligenti e acuti protagonisti dei suoi romanzi.
    Personaggi, quelli di Osimo, mai a dir la verità troppo sopra le righe, e anzi, quasi sempre perfettamente rispondenti alle più varie tipologie umane che ciascuno di noi può incontrare, ogni giorno, nel vischioso tran tran quotidiano.
    In questo romanzo, ad esempio, il lettore si trova a fare i conti con la vita disagiata di Adàm, un insegnante precario, sia nella vita professionale che in quella privata. Adàm è un uomo che si definirebbe “con la testa sulle spalle” eppure intrinsecamente incapace di assumersi delle vere responsabilità. Questo indomito bisogno di fuga dalle soluzioni definitive, lo spinge a cercare, pressoché ogni giorno, sempre nuove e diverse forme di espressività, sempre nuovi slanci, nuovi ardori, diversissime passioni. È per questo che Adàm ha una moglie che ama, sì, ma ha pure molte amanti, che contribuiscono a rendergli l’esistenza ancor più complicata, questo è vero, ma che continuano nonostante tutto a farlo sentire giovane, agile, sveglio, in una parola: vivo.
    Il fascino del duale sta soprattutto nel fatto che riporta a un’epoca antica in cui non si contava molto coi numeri, però si faceva la differenza sostanziale tra uno, tanti, e… due.
    Adàm, in definitiva, non è certo un uomo solitario. Anzi, sente fortissimo un bisogno di attaccamento, oserei dire morboso al mondo che lo circonda. Un mondo però, ricordiamo, precario, instabile, rutilante, che lo costringe continuamente a prendere treni, cambiare abitudini, conoscere persone, i suoi studenti, appunto, che stanno giusto per intraprendere la loro strada, studenti che presto lo abbandoneranno, per lasciare il posto ad altri studenti ancora, ad altre mille e mille facce tutte anonime, eppure tutte così pulsanti, così strettamente attaccate alla vita.
    Ancora un’allegoria dei nostri giorni, dunque, ancora un romanzo sull’incertezza condivisa e condivisibile, sia dai giovani che dai meno giovani.
    E lui, Adàm, che sogna mondi antichi, sarà in grado di orientarsi davvero nel presente? Riuscirà a prendere in mano la sua propria esistenza, e a dare ad essa un corso che sia unitario, corretto, definitivo? Oppure resterà nel limbo delle plausibili scelte, tra un’unica solitudine profonda e moltissimi connubi continui?
    Come a significare che la quantità “due” non è né un singolare né un plurale, ma una terza possibilità, intermedia.

  • 13Set2012

    Sandra Bardotti - Hounlibrointesta.glamour.it

    Nella “nonstanza” di Bruno Osimo

    Sandra Bardotti ci fa entrare nella stanza dell’autore di Bar Atlantic (Marcos y Marcos). O meglio, come ci racconta Osimo, nella sua «nonstanza dove si colloca il nonlavoratore».

    “Di solito si pensa che uno scrittore sia circondato da un’aura di rispetto e di timore reverenziale e, se non vive in una torre d’avorio, quantomeno avrà un loft minimalista in un quartiere bohémien. Non è il mio caso”. Entriamo in casa di Bruno Osimo, a Milano. È la casa della sua famiglia, quella in cui ha passato l’infanzia. Veniamo accolti in un ampio e caldo salone. I libri sono ovunque, come ci si può immaginare. Dalla cucina ci raggiunge il sottofondo di una radio dimenticata accesa e un invitante odore di pesce.
 Dove scrive Bruno? Il racconto del suo mondo di scrittore è particolare, affascinante e davvero molto divertente. 
“Nella mia famiglia si dà molta importanza ai lavori fisici, mentre le persone sedute al computer sono considerate suppergiù dei fannulloni perditempo. Suvvia, è impossibile che uno che se ne sta seduto e quasi fermo stia lavorando, no?
 Nel corso degli anni, sfrattato di volta in volta dalle sempre più provvisorie stanze tutte per me, mi sono ritrovato a peregrinare senza posa da un vano all’altro, finché, per superare il trauma del continuo cambiamento, ho deciso di teorizzare il nonstudio: la nonstanza dove si colloca il nonlavoratore. Ho finito, insomma, per preferire una soluzione nella quale non occupo più una stanza, ma solo un angolo”.
 In questa grande e bella stanza c’è un tavolo rotondo che funge anche da tavolo da pranzo per le cene con ospiti, e qui Bruno ha il suo angolo. La mattina è solito svegliarsi molto presto, prima che il giorno inizi, per andare a correre. Poi si dedica alla scrittura, mentre qualcuno ancora dorme. Ma Bar Atlantic, il suo romanzo più recente, è stato scritto in un bar – in un Bar Atlantic, appunto, ovvero in uno dei bar che spesso si trovano nelle gallerie commerciali dei supermercati Esselunga. “Il mio vero studio è il bar, qualunque bar, specie se di centro commerciale grande e – solo apparentemente – anonimo, anche se il vicino fuma e spegne la sigaretta nel portacenere, anche se la vicina parla forte al cellulare, anche se l’altoparlante passa in rassegna le offerte speciali della settimana. Solo qui davvero riesco a produrre qualcosa, quando tutto e tutti sembrano congiurare per impedirmi di trovare la concentrazione”.

    Ma tornando al suo angolo, Bruno mi racconta la storia di alcuni degli oggetti di cui ama circondarsi. “Mi sono reso conto che non occorre avere alle spalle e ai lati campate e campate di libri polverosi per essere uno scrittore. Un portatile va benissimo anche a casa, e tutto quello che non si riesce a tenerci dentro lo si può raggiungere con un clic o due. Intorno, quello che mi serve sono le coccole degli oggetti a cui sono affezionato, o a cui vorrei affezionarmi: la scatolina verde smaltata dove tengo i foglietti bianchi che non uso mai, il righello di mia nonna, la foto tessera di mio padre da militare scartato, il portafotografie in pelle dell’altra nonna, i libri comprati usati con quei meravigliosi dorsi telati neri o celesti o prugna che mi danno l’illusione d’essere vecchio e il macbook più moderno possibile che mi dà l’illusione d’essere giovane”.
 Mi mostra alcuni curiosi oggetti d’epoca appartenenti alla sua famiglia che ha conservato gelosamente negli anni o che ha rinvenuto in cantina e portato in salvo. Molti trovano posto in una bacheca di legno sul mobile alle spalle del tavolo. Scatoline delle spezie che appartengono al padre, amante della cucina. Gli occhiali di una delle sorelle della nonna. Un portasigarette in pelle. C’è anche un chiodo fatto a mano. Le cartucce della penna che la madre usava da giovane per scrivere ai cugini in America. Gli occhiali da sole del padre. La foto del nonno. Un piccolo blocco per gli appunti che pubblicizza l’aspirina. “Mio nonno era un farmacista e spesso riceveva alcuni gadget – alcuni erano anche abbastanza osé, come il portamine che sponsorizzava i preservativi, con su scritto ‘Hatù… e son tranquillo’. Io da piccolo trovavo questi oggetti e ci giocavo, ovviamente senza capire cosa fossero. Ne parlo anche nel Dizionario affettivo della lingua ebraica, che è un romanzo di archeologia familiare, che scava nel ricordo, pesca oggetti da cui poi nascono storie”.
 I suoi strumenti sono ridotti al minimo: un computer portatile, amico inseparabile, è sufficiente, e comunica una gradita idea di precarietà.
“Il computer deve avere i tasti retroilluminati, così lo posso usare anche quando scrivo non nel mio studio ma nel mio letto senza accendere la luce e chi sta a letto con me non deve sentire minacciata la propria possibilità di riposo. Retroilluminati anche perché la mattina io comincio a lavorare presto, quando è ancora buio, e a quell’ora accendere la luce per me è una bestemmia. Molto meglio farsi bastare allusioni alla luce, e luce vera solo dove serve (tastiera e schermo), perché la giornata non è ancora sbocciata e non bisogna violentarla con luci forti né rumori: tutto deve procedere liscio e senza inciampi al mattino quando torno dalla mia corsa lenta ancora avvolta nel buio dei lampioni della sera prima e, dopo la doccia, mi metto nel mio angolo, con accanto la vetrina con le reliquie più pesanti e ingombranti e la bacheca suddivisa, con le reliquie piccole e volatili”.

  • 13Ago2012

    Dario De Marco - Il Mattino di Napoli

    Bruno Osimo, precario dell’amore


    Adàm Goldstein è un tipo meticoloso: tutte le mattine si alza alla stessa ora, fa trenta minuti di corsa qualunque sia il tempo e la stagione, torna a casa per fare la doccia e svegliare la moglie Ada, prende il treno per andare al lavoro, al pomeriggio passa all’Esselunga a fare la spesa e infine rientra per preparare una sana e ottima cena. Adàm Goldstein, israeliano emigrato a Milano e protagonista di Bar Atlantic, è un tipo meticoloso.
 Bruno Osimo è uno scrittore meticoloso: se deve dirci che Adàm nella borsa di lavoro si porta il necessario per passare una giornata fuori, sia a livello di igiene personale che di cancelleria, non scrive semplicemente così, ma ci informa che “c’è un tubetto da dentifricio elmex da viaggio, di cui per precauzione ha forato il sigillo solo in parte, per ridurre al minimo le probabilità di cedimenti ed esplosioni; c’è un flaconcino di chilly per l’igiene intima, uno spazzolino piccolo col cappuccetto di plastica, la scatolina giapponese di plastica opaca con i farmaci (tylenol, alprazolam, carbone vegetale)” e avanti così per una pagina, per finire con “gomma, temperino, matita, auricolare dell’ipod, auricolare del telefonino, cavo per ricaricare il telefonino, post-it, matita con le combinazioni per accedere al home banking e segnalibri adesivi”. Bruno Osimo, classe 1958, docente e teorico della traduzione, al secondo romanzo con questo Bar Atlantic, è uno scrittore meticoloso.
Marcos y Marcos è un editore meticoloso: basta pensare alla erre moscia, anzi “uvulare” come precisa Osimo, di Adàm. Ogni volta che Adàm parla, nelle sue parole virgolettate la erre viene messa in un corsivo lievissimo, quasi impercettibile. Una bella fatica, per chi ha impaginato il libro. Come anche le note a pie’ di pagina, cosa insolita per un romanzo, che punteggiano quasi ogni azione con la loro aria pedante e il loro contenuto surreale.
 Perché l’autore riversa nel libro molte delle sue passioni e ossessioni: il delirante e asfittico mondo dell’università italiana, la cucina, le canzoni, la poesia d’occasione, l’interpretazione fiabesca e colloquiale dell’Antico Testamento. Osimo, ebreo ma non al 100% come ha raccontato in Dizionario affettivo della lingua ebraica, è capace di spaccare il capello in quattro come un rabbino nell’interpretazione del Talmud e di farti ribaltare dalle risate come Moni Ovadia.
 Mentre il povero protagonista di Bar Atlantic continua a girare come una trottola: perché la sua routine, descritta all’inizio, è in realtà una routine molto particolare. Adàm infatti è un precario dell’università, o meglio delle università, perché per arrivare a un introito decente mette insieme cinque contratti di poche ore in cinque città diverse: Alessandria Bergamo Pavia Treviso Verona, una per ogni giorno della settimana. Non solo: in ogni città ha appuntamento con una donna diversa (clamoroso! e te lo fai uscire solo ora?) Paola Monica Teresa Fernanda Sasha, per fare l’amore ogni volta in un posto e in un modo diverso. Una routine settimanale, proprio come i sette giorni della creazione, e infatti con la Genesi c’è un continuo parallelo. Un precariato lavorativo e sentimentale che non turba Adàm: anzi a farlo finire dallo psicologo è il fatto che non si sente minimamente in colpa, perché lui ama la moglie, la coccola, le prepara i manicaretti e ci va anche regolarmente a letto, quindi qual è il problema? La sua vita va avanti in questa routine, e anche il libro. Ma proprio quando la stanchezza inizia a prevalere sulla divertita assurdità, succede qualcosa che spezza il cerchio delle ripetizioni. Forse uscire dal precariato è possibile, in tutti i sensi.
(Versione senza tagli dell’articolo uscito oggi sul Mattino di Napoli)

  • 24Lug2012

    Chiara Beretta Mazzotta - Bookblister.com

    Adam ha 35 anni è sposato con Ada. È un professore di letteratura ebraica, non è di ruolo, ed è costretto a insegnare in cinque università, in cinque città differenti. Il lunedì ad Alessandria, il martedì a Bergamo, il mercoledì a Pavia, il giovedì a Treviso, il Venerdì a Verona. E in ciascuna città lui ha il suo piccolo mondo, fatto di una routine che va dal caffè nel bar preferito, agli studenti fino alle donne. Perché sì, lui la moglie dice di adorarla – e in effetti ogni sera torna da lei – ma ha un amante in ogni angolo di Paese… insomma è un caso un tantino complicato e pure il suo analista dà forfait. Ma Adam alla fine è solo uno che non riesce ad affrontare per davvero se stesso e la sua vita vera, e non fa altro che incasinarsi e incasinarla tanto da non avere il tempo per pensare, né per ammettere di non essere felice. Finché succederà qualcosa, qualcosa che potrebbe cambiare tutto. Una storia che parla di precariato e, più in generale, dell’instabilità umana. Per chi sa che vivere è un’altalena tra riti quotidiani e incertezze: vince chi ama il senso di vertigine ma sa tenere i piedi per terra.

  • 17Mag2012

    OmniMilano Libri - OmniMilano Libri

    Il precariato, quello milanese, “fatto di giovani che non si perdono d’animo e sorprendono con invenzioni creative”, e la Milano dei nonluoghi, “vivace, multietnica, multiforme e variopinta”, sono al centro del romanzo di Bruno Osimo, “Bar Atlantic” pubblicato dalla Marcos y Marcos. 
Insegnante di traduzione alle Scuole Civiche e in alcuni atenei milanesi, e non, Osimo con qualche pennellata autobiografica e molte altre ispirate alla Milano e al mondo dei giovani che ben conosce, racconta la storia di Adam, “un precario della scuola, della vita e dell’amore: un casalingo inquieto che venera sua moglie pur tradendola con 5 altre, una in ogni città in cui lavora”. La “ragnatela” tessuta da Adam con i suoi viaggi e le sue relazione e’ Milano, ma nel libro sono raccontate anche Alessandria, Bergamo, Pavia, Verona e Treviso dove si reca per lavoro settimanalmente. E poi c’e’ il treno, e le stazioni ferroviarie, i tram “e i suoi pendolari monogami” ben diversi da Adam che, nell’indecisione, si giostra con una moglie e una amante per ogni città in cui fa da pendolare. 
Se da Milano, ha preso ispirazione per la scenografia – il bar Atlantic di cui parla e’ quello del supermercato di via Palizzi, verso Quarto Oggiaro – per i personaggi Osimo si e’ rifatto al mondo della scuola raccontando non solo delle grandi speranze dei suoi alunni ma anche dei concorsi truccati e dei contratti di insegnamento “multiformi”. 
Intanto dalla finestra sulla generazione a cui oggi insegna a tradurre dall’inglese all’italiano, Osimo osserva e prende appunti, forse per un prossimo libro: “ho allievi agguerriti e pronti a conquistarsi la loro fettina di torta. Hanno una aspettativa spesso molto più’ vaga di quella che avevano i 50enni di oggi, però, e gli aggiustamenti di rotta sono di gran lunga più facili”. Di rotte aggiustate, di rotte frammentate, a zig zag e soprattutto precarie, Adam, il protagonista, ne sa qualcosa

  • 16Mag2012

    Antonio Prenna - antonioprenna.wordpress

    Al bar con Bruno 


    Bruno Osimo (Milano, 14 dicembre 1958) è uno scrittore, docente e teorico della traduzione italiano. È docente di traduzione presso la Fondazione Milano. Allievo di Peeter Torop, ha conseguito il dottorato all’Università degli Studi di Milano; da allora si è dedicato allo studio della traduzione a partire da una prospettiva semiotica, in particolare studiando le fasi mentali del processo traduttivo e la valutazione della qualità della traduzione. (Wikipedia)

    Di cosa parliamo quando parliamo di libri?


    Il libro come sponda. Il libro è liquido, e quando lo leggi lo bevi e lo  assimili: puoi smettere di leggerlo, o sputare fuori il primo sorso, ma non  puoi berlo e poi fare finta di niente. Quando lo bevi non ti appesantisce
perché è liquido, ma poi ti accorgi che lascia il segno. Il libro è un amplesso tra le parole dell’autore e le parole del lettore, che si  avvinghiano, si rivoltano, si rigirano e, a volte, si detestano.Il libro è anche valutazione delle espressioni sdoganate e, per gli scrittori mediocri, sdoganamento forzoso per fare bella figura. Lo stile dell’autore come persona e lo stile dello scrittore come personaggio devono fare i conti
l’uno con l’altro, e la frequentazione delle scuole di scrittura dove  insegnano le ‘tecniche’ rischia di produrre scriventi tecnicamente abili,  ingegneri della codifica, che hanno poco da dire ma lo dicono lo stesso. E questo rischia di non essere piacevole per i lettori. I lettori sono un lenzuolo che ognuno vuole tirare dalla propria parte, sia imponendo doveri,  sia elargendo diritti. ma l’unica cosa che il lettore può fare è essere
libero, dalle mode, e avere un tubo digerente allenato, ed essere pronto a sputare e interrompere se sente un sapore sgradevole o si accorge di non avere più sete di quella bevanda lì.

    Per scrivere i tuoi libri hai bisogno di silenzio, oppure al contrario  immergerti nella realtà?

    Ho scritto il mio romanzo Bar Atlantic tutto al Bar Atlantic di via Palizzi a Milano, all’Esselunga di Certosa. Mi serviva una sponda mobile per i miei pensieri, un filtro per i miei movimenti fisici e mentali, uno stimolo continuo di tipo sonoro, visivo, olfattivo, tattile, gustativo. Il bar ci metteva il bombardamento sensitivo, io reagivo scrivendo. Così ho pensato di chiamare il romanzo, un nome fintamente inglese, pretenziosamente straniero, sbadatamente sincero.

    Curioso metodo, Bruno, hai sempre lavorato così? per le traduzioni non credo tu abbia bisogno di una full immersion nella realtà…


    Beh, le traduzioni hanno l’originale a cui appigliarsi, quindi è diverso. Comunque la solitudine del traduttore può rivelarsi una colossale fregatura, e in parte è un mito. Il traduttore non è mai solo per il semplice fatto che c’è l’autore con lui. Senza usare le parole preferite dalle maestrine della traduzione italiana, che mi danno la nausea, di certo s’instaura un dialogo con l’autore, anche se è morto. Per tradurre il libro che sto facendo adesso, non vado più al Bar Atlantic. Vado in un altro supermarket dove c’è il wi-fi. In ogni caso il contesto (o il decontesto) mi serve a non prendere troppo sul serio sia il lavoro che faccio sia me stesso, e a ridimensionare il senso dell’indispensabilità della mia mission (lo dico in inglese, così non si capisce se sto parlando aziendalese o se ho visto la luce).

    Sei un docente di traduzione, insegni agli altri i segreti del mestiere? come si insegna traduzione?


    Occorre innanzitutto avere consapevolezza della differenza tra le idiosincrasie e i problemi di comunicazione. Insegnare traduzione è insegnare semiotica applicativa. Le regole vere e proprie non ci sono. È complesso perché più che insegnare un metodo si insegnano visioni del mondo, e i modi per trasferire le une nelle altre. Occorre molto affiatamento umano con gli studenti per riuscire a raggiungere un livello di comunicazione buono, e da qui si parte per capire insieme come risolvere i problemi. È fondamentale lavorare sempre a testi non visti in precedenza dal docente.

    
Hai pubblicato anche con Guaraldi, Mario è un amico…ma i tuoi studi sono preferibilmente dati alle stampe con Hoepli, come dire dove  le radici affondano nella manualistica dell’800, spirito pedagogico…


    Guaraldi mi è capitato per puro caso, in quel periodo  era stata acquistata dalla Logos per la quale lavoravo al corso di traduzione on line… ma è stata una parentesi breve. Con Hoepli mi sono sempre trovato bene proprio perché la tradizione della manualistica valorizzava il mio lavoro e non, come alcuni potrebbero pensare, la svalutava affatto. Ho sempre detestato l’accademismo, e pubblicando con Hoepli questo rischio non l’ho corso. Mentre facevo il dottorato, dovevo nascondere le mie novità editoriali perché i docenti del consiglio del dottorato consideravano le pubblicazioni didattiche uno scadimento rispetto a quelle scientifiche, che a volte secondo me sono esercizi di autoreferenzialità.

    Interessante differenza di vedute, accademismo vs ricerca…e la narrativa che tipo di urgenza insegue?
Era “naturale” che la tua scrittura si sviluppasse in questo senso? vista la frequentazione assidua di altre narrazioni attraverso la versione in italiano? oppure volevi da sempre essere anche narratore?


    Ho sempre scritto poesie, anche se non ho mai voluto darle in pasto a nessuno, e sotto sotto ho sempre saputo di voler sperimentare forme espressive diverse dalla traduzione. Ho preferito cominciare con la narrativa, perché mi sembrava che esordire come poeta a 52 anni fosse un’impresa titanica di cui non sono all’altezza, ma così come intendo la narrativa in senso molto lirico, facilmente scivolo sulla lirica vera e propria (come succede per interposta persona in Bar Atlantic con le poesie di Hum Mugdal, veri punti cardinali del tessuto narrativo).
Di certo le migliaia di pagine che ho tradotto in trent’anni (nel periodo 1987-1992 ho anche tradotto decine di manuali software-hardware che ovviamente non compaiono nel mio CV perché in Italia è previsto vantarsi solo dei “libri”, ma di cui io vado orgoglioso, tanto quanto  della narrativa e della saggistica tradotta) mi hanno dato strumenti tecnici inizialmente spontanei, poi sempre più consapevoli che ora sono la mia cassetta degli attrezzi quotidiana quando scrivo. Però non ho avuto il periodo dello “scrittore frustrato”, perché il mio primo testo (se si fa eccezione per un’avventurosa partecipazione alla prima edizione del premio Calvino nel 1985) è stato accettato dal primo editore cui l’ho proposto.

    Luoghi-cartolina & nonluoghi mi sembrano argomenti sostanziali della tua produzione, la scrittura che si produce di passaggio, rumori di fondo, muzak, attraversare i luoghi come un’ombra, senza lasciare traccia, c’è sempre qualcuno che poi ripulisce e disinfetta.


    Credo che i nonluoghi spaventino le persone che non hanno idee, perché hanno paura di perdercisi. Ma chi ha idee, chi si sente una sorgente a getto continuo, nei nonluoghi ha modo di avere a disposizione rocce su cui versare la propria acqua. I rumori di fondo sono stimoli a volte fondamentali per vincere le barriere dell’inconscio. In effetti per la poesia ritengo che l’accoppiata vincente sia stanchezza fisica e nonluogo.

  • 24Apr2012

    Redazione - PaperBlog - Paperblog

    Adàm è un precario dell’università, ha una moglie che adora e mille amanti. Ogni giorno la sua vita si rinnova sempre uguale e diversa, perché prende un treno, si nasconde in una città e con una donna differente. Questo romanzo racconta la precarietà della società di oggi e le sue ripercussioni. Ma queste incertezze sono causa (ed effetto) di un disimpegno, una apatia che fa mancare qualsiasi senso di appartenenza. Essere precari coincide con la mancata integrazione, e qui l’autore lancia una frecciata polemica all’Italia: “…in Israele non identificarsi più con la nazione ha un significato enorme, non come in Italia dove sembra che la nazione non sia di nessuno, che tutti passino di qui per caso, che io non c’ero e se c’ero dormivo….”
 Ma il personaggio di Adàm è molto di più, perché la variabilità professionale sembra calzare a pennello con la sua personale difficoltà di vivere profondamente. La sua è una ipotesi di mille vite, e di nessuna, che grazie all’amore religioso che prova per Hhava, sua moglie, riuscirà a trasformarsi in qualcosa di reale. Il suo rapporto con le donne è anche troppo fisico, ma con lei (in realtà si chiama Ada) è diverso: “Ada è tutto, è la casa, è la famiglia, è quello che qui chiamano focolare.”
 Così riuscirà ad aprire lo scrigno della sua esistenza e non vivrà più “a caso”, distratto dai mille ironici carrelli dei supermercati e dalle controfigure di passaggio.
 Il libro è costruito in maniera fluida, un diario in terza persona che lascia spazio alla poesia. La vena erudita con cui l’autore commenta le vicende è intrigante, come anche il suggerimento frequente ad interpretare la bibbia secondo un registro quotidiano che la rende più vicina.
L’attenzione alla lingua e alla spiegazione etimologica suggeriscono di non vivere a caso e di entrare in profondità anche nelle parole.
“E perché non traduci Elohìm?”
 “Perché ci sono due personaggi diversi nella storia, uno è Elohìm, che deriva dalla radice di eloah, che significa Angelo, l’altro deriva dalla radice adon che significa signore. […] Usare ‘Dio’ in entrambi i casi appiattisce il testo, elimina la possibilità, da parte del lettore, di pensare non a un personaggio unico, ma a due personaggi diversi, Angeli e Signore. ”
Due personaggi diversi? Ma quante eresie sono racchiuse in queste sole tre parole?

  • 14Apr2012

    Michela Sagliocco - michelasaglioccotraduzioni.blogspot

    Mandorle e umorismo
    Leggendo l’ultimo romanzo di Bruno Osimo, (Bar Atlantic, Marcos y Marcos, Milano 2012) si rimane colpiti innanzitutto dall’umanità struggente del protagonista. Alla perenne ricerca di una figura materna, dove l’inquietudine edipica scorre lungo il manifesto della poetica dell’autore Bruno Osimo, insigne traduttologo e traduttore del panorama accademico italiano, Adàm, il protagonista, oscilla costantemente tra due poli, quello dell’amore ricevuto e dell’amore donato. Sembra non avere il coraggio, sino quasi alla fine, di rifiutare qualcosa a qualcuno, non già per codardia, bensì per generosità. Leggero come se camminasse in punta di piedi, come per evitare di far rumore, ama e lo fa in modo a volte quasi religioso, entrando, ad esempio, nel “tempio” dell’Esselunga, per comprare, assecondando i capricci della moglie, i prodotti a lei più graditi. Ed è nel supermercato, dove si aggira tra gli scaffali con un rispetto delle offerte speciali quasi spirituale, attento a non urtare la sensibilità e a non infrangere i precetti forse “religiosi” di coloro che hanno apposto l’etichetta “formato famiglia” sulla confezione della carne, che Adàm scopre la sua “alterità” di straniero trapiantato in Italia, privilegiato, in fondo, perché intellettuale e con i documenti in regola. Un intreccio condito con umorismo e mandorle (quelle dei biscotti preparati da Adàm), dove non si risparmiano velenose frecciate ai protagonisti della vita politica e cultural-accademica italiana. Un libro catartico, una possibilità di riconciliazione con il nostro Io-bambino, la storia di una scelta di un uomo del nostro tempo matura e difficile, ma che può essere portatrice di pace.

  • 14Apr2012

    Nunzio Festa - stefanodonno.blogspot

    Un professionista dell’insegnamento che deve, materia che affronta con una certa apparente dose di tranquillità, divincolarsi tra treni e città del Settentrione italiota delle sedi universitarie nelle quali arriva a dar lezioni e sesso. Ebraico e sesso accanito. Mentre la moglie Ada, per lui Hhava attende a casa e il pene garantito durante il sonno insieme a un’altra mole di riti domestici. Ada, Paola, Monìca, Teresa, Fernanda, Sasha. Tutti giorni, l’intera settimana tranne il sabato del riposo, conditi da gesti abitudinari, nonostante quindi la precarietà di sottofondo, e le scopate. Nonostante l’affetto e lo stranissimo rispetto riservato alla mogliettina-commercialista Ada, l’intrigante e fedifrago Adàm si svuota con le altre, dunque, ma soprattutto come se avesse il culto del mantra si decida ai doveri che s’è imposto. “La sua vita è un mosaico di momenti vissuti al volo, tra carrozze ferroviarie, amanti diverse in città diverse e un beato stordimento, che lo porta a lasciarsi andare a questo flusso ininterrotto di esperienza con ironia e spirito giocoso. Lo stesso che l’autore mette nelle spassose note a pie’ di pagina, che costellano il libro con un tocco che mi viene spontaneo associare ad alcune delle uscite più felici di Woody Allen. Ma i temi, dicevo, sono seri. Su tutti, il precariato; lo spaesamento che induce in chi lo vive e si ritrova spezzettato in una serie sfilacciata di momenti. Manca un baricentro. Per Adàm il surrogato di questo ancoraggio interiore è l’adorata moglie, che pur cornifica abbondantemente, e anche il bar del titolo dell’opera, dove si consuma una confortante ritualità di gesti”, scrive infatti in un’acuta, intelligente e sintetica recensione Giovanni Agnoloni. “Ma in questo suo mondo galleggiante sul mare dell’instabilità rientra anche la lingua ebraica, l’oggetto del suo lavoro”, aggiunge Agnoloni. E in questo marasma di vicissitudini, non poteva mancare la sorpresa. Perché il professore deciderà per optare, in conclusione, per una scelta di vita in un certo qual senso e modo radicale. Che, appunto, modificherà gran parte d’abitudini e, prima di tutto, farà chiarezza sulla vera inadeguatezza e sul profondo sentimento d’insicurezza che il colto e attraente docente si preoccupava di mascherare.

  • 01Apr2012

    Giovanni Agnoloni - Post Populi

    Un’opera brillante ma dalla sostanza profondamente seria. Bar Atlantic di Bruno Osimo – studioso di lingua e cultura ebraica e traduttore – è un romanzo edito da Marcos y Marcos che ha per protagonista Adàm, un docente universitario parcellizzato fra tante sedi accademiche sparse per il Nord Italia. Tante quanti i sono i giorni lavorativi della settimana.
 La sua vita è un mosaico di momenti vissuti al volo, tra carrozze ferroviarie, amanti diverse in città diverse e un beato stordimento, che lo porta a lasciarsi andare a questo flusso ininterrotto di esperienza con ironia e spirito giocoso. Lo stesso che l’autore mette nelle spassose note a pie’ di pagina, che costellano il libro con un tocco che mi viene spontaneo associare ad alcune delle uscite più felici di Woody Allen.
Ma i temi, dicevo, sono seri. Su tutti, il precariato; lo spaesamento che induce in chi lo vive e si ritrova spezzettato in una serie sfilacciata di momenti. Manca un baricentro. Per Adàm il surrogato di questo ancoraggio interiore è l’adorata moglie, che pur cornifica abbondantemente, e anche il bar del titolo dell’opera, dove si consuma una confortante ritualità di gesti.
 Ma in questo suo mondo galleggiante sul mare dell’instabilità rientra anche la lingua ebraica, l’oggetto del suo lavoro, eterno ammiccamento alla radice del significato: il suono. Suoni, movimenti e percezioni tattili accompagnano tutto il suo sballottarsi qua e là. Tutti segni di una tensione vitale paradossalmente accentuata dalle incertezze del vivere quotidiano.

Intervista a Bruno Osimo:


    - In fondo Adàm ama questa vita. C’è qualcosa di esaltante, in quest’assenza di certezze, esattamente come (lo dice lui stesso) il “posto fisso” molte volte è avvilente. Ma in fondo, qual è la tesi che volevi far passare, in questo libro?


    Mi rendo conto che in questo momento storico quello che dico può essere interpretato come presa di posizione di tipo politico. Ma Elsa Fornero non c’entra nulla col mio ragionamento. C’entra semmai Čechov, quando parla delle persone “sazie” intendendolo in senso parzialmente metaforico: chi è totalmente appagato, chi non deve fare nulla per sopravvivere, s’imbestialisce, diventa un vegetale, non s’innamora più, non crea più, non scrive più poesia, tende a pensare solo al soddisfacimento dei bisogni primari. Chi è precario, per contro, è sempre in ripresa, è sempre in fase di sorpasso, gode molto di più per quello che ha e desidera in perpetuo. Vivere in uno stato di perpetuo desiderio fa molto bene alla salute, lo diceva anche Keats.

    
- La nostra epoca, con la crisi e i problemi del mercato del lavoro, spesso frantuma l’io, che non sempre sa reagire con la grinta di Adàm. Come si fa a vivere con un piglio del genere?


    Occorre un marcato istinto di sopravvivenza, e una forte carica vitale. Adàm ci riesce perché ha vissuto l’abbandono paterno e materno come una sfida, non come una punizione. E quindi è pieno di energia per andare a cercare da un lato di far vedere quanto vale sul piano professionale, dall’altro di farsi accettare dalla donna, o meglio dalla Donna, al punto di vivere la vita da un punto di vista femminile per riuscire a capire meglio le Sue esigenze e soddisfarle meglio che può. Il desiderio stimola la sensibilità.

    - Quanta parte di te c’è in questa storia?


    Ho contratti di insegnamento in tre diverse università, sono stato trombato a diversi concorsi universitari perché non appartenevo alla cosca giusta, amo cucinare e le ricette riportate sono autentiche, studio la traduzione, frequento i cosiddetti nonluoghi e li trovo poetici, perlomeno più poetici dei luoghi-cartolina, scrivo poesie, corro. Tutto il resto è finzionale.

    - Credi che le dinamiche del lavoro e quelle dei sentimenti vadano di pari passo?

    Insomma, lo “slabbramento” umano e sociale a cui assistiamo quotidianamente nasce dall’insicurezza verso il futuro? O si potrebbero migliorare entrambe le dinamiche ritrovando il centro di se stessi?
Penso che l’incertezza verso il futuro (che c’è sempre stata, solo che si fa presto a dimenticarsi quella passata) spinga alla coesione, all’amicizia, alla solidarietà anche nella coppia. La coppia libera storicamente è figlia del maggiore momento di benessere economico, i primissimi anni Settanta. Bisogna potersela permettere. Credo che lo slabbramento sia imputabile in particolare alla decadenza della famiglia. Nel sessantotto si è fatto l’errore grave di buttare il neonato con l’acqua sporca. La famiglia – magari allargata, magari basata sulla coppia omosessuale, magari non convenzionale – serve molto. I desperados che si vedono in giro di solito escono da famiglie disfunzionali. Ed è anche colpa nostra, che lasciamo che a riempirsi la bocca di “famiglia” siano soltanto i giovanardi di turno.

    - Ti senti più scrittore o traduttore? Perché questo libro è in pari misura figlio delle due vocazioni.


    Mi sento tutt’e due le cose, e le considero uno stesso lavoro. Unica differenza, nel primo caso l’originale è nella testa, ed è nebuloso, non stampato nero su bianco. E non c’è nessuno che ti commissiona il lavoro.

    - A cosa stai lavorando, adesso, come autore?
Ho molte idee, ma confuse. Sto traducendo dal russo un bellissimo libro di racconti, costringendomi a tenere ferme le dita dalla tastiera di autore per far catalizzare una parte degli spunti in un quadro più chiaro prima di cominciare la stesura. E voglio capire come viene recepito Bar Atlantic. Mi sta a cuore il parere dei miei lettori, sballottati dal Dizionario affettivo della lingua ebraica a un romanzo così diverso…

  • 27Mar2012

    Alice De Carli Enrico - meloleggo.it

    Bruno Osimo prima lo conoscevamo nelle vesti di traduttore e per i numerosi manuali di traduzione. Poi, di punto in bianco, l’anno scorso ha pubblicato “Dizionario affettivo della lingua ebraica”, e ci siamo imbattuti nell’Osimo-scrittore-di-narrativa, rimanendone incantanti. Quest’ anno la sua magia riaffiora tutta con “Bar Atlantic” (Marcos y Marcos), che ha fatto la sua comparsa sugli scaffali delle librerie il primo giorno di marzo.
 La storia racconta di Adàm, un uomo israeliano trasferitosi da setti anni in Italia, dove lavora come professore di ebraico presso l’università di…  Alessandria, Bergamo, Pavia, Treviso e Verona. Da lunedì a venerdì si sposta in una città diversa dove tiene lezioni diverse, ha amanti diverse e ancora diverse abitudini. È un precario della vita, un equilibrista del tempo. Tuttavia, ciò che colpisce di Adàm è che tutta questa sua supposta precarietà lavorativa è in realtà incasellata con tale metodicità nelle sue giornate da diventare una routine precisa ed esatta: Adàm ha il proprio modo di fare le cose in ogni luogo in cui si reca, le sue strade e i suoi angoli, così come l’abbonamento caffè in ciascun bar, un’amante con diverso accento e gli orari del treno per ogni evenienza. Ha anche una moglie, Hhava o Ada (in base al suo nome anagrafico o a quello che usa lui quando la pensa), che venera, adora e tradisce ogni giorno. A dirla tutta, non si comprende se si possa parlare di vero e proprio tradimento, perché i modi e il sentire di Adàm quasi confondono e si finisce per rimettere in gioco un po’ tutto, da quello che dovrebbe essere la realtà lavorativa fino ad arrivare alla tradizionale concezione della vita di coppia. Forse perché Adàm non è italiano e quindi, attraverso i suoi occhi, si fa quietamente largo un’immagine del nostro Paese filtrata da un’altra cultura differente, dove buttare una sigaretta per strada è un crimine civico, cucinare non è forse prerogativa della donna di casa e le raccomandazioni per un posto di lavoro, lungi dall’essere velate, risultano sfacciatamente palesi.
Poi c’è quella strana impressione che prende post lettura, per cui si sente d’essere stati non lettori, ma spettatori di un concerto, dove alla voce dell’io narrante, con costanza, si sono unite quelle di miriadi di altri personaggi ancora che, nelle note a margine, si son dati da fare per correggere, commentare e arricchire di punti di vista tutto questo affascinante universo.
“Bar Atlantic”  è una pietra di paragone, uno splendido spiraglio sul mondo della traduzione e del linguaggio, fonte di infinita ed inesauribile ironia ed un romanzo, rigorosamente da leggere

  • 04Mar2012

    Antonio Bozzo - Scaffale Milano - Il Corriere della Sera

    Le donne di Adàm. 
Ci tiene, l’ autore, a prendere le distanze dal suo Adàm. Solo il bar Atlantic li unirebbe, il resto vite separate. Peccato, perché Adàm ha una donna in ogni città, anche se non è marinaio, ma professore precario pendolare tra Pavia, Bergamo, Alessandria, Treviso… Ma dura, una vita così? Leggete il romanzo e lo scoprirete. Osimo è lo scrittore di «Dizionario affettivo della lingua ebraica»: ci sa fare, con le parole affettive.

  • 28Feb2012

    Camilla Biagini - Libriblog.it

    Bruno Osimo ci ha già incantato con “Dizionario affettivo della lingua ebraica” ma siamo sicuri che il suo nuovo romanzo, in uscita il primo marzo con la casa editrice Marcos Y Marcos, riuscirà ad attirare l’attenzione di un vasto pubblico di lettori. Perché tanta sicurezza? Perché in questo suo nuovo lavoro dal titolo “Bar Atlantic” Bruno Osimo mette a nudo uno dei nostri più grandi difetti, la nostra contemporanea incapacità di prenderci carico della nostra vita arrivando così a sovraffollarla di eventi e di persone e arrivando a trasformala in un vortice caotico in cui non ci sentiamo minimamente soddisfatti.
 Bruno Osimo ci racconta la storia di Adàm, un uomo israeliano di 35 anni che vive ormai in Italia da 7 anni e che fa il professore di ebraico. Il suo ovviamente non è un posto fisso, anche Adàm come la maggiore parte dei giovani di oggi è un precario, e si trova costretto quindi a cambiare università ogni giorno per cercare di arrivare a fine mese. Il lunedì ad Alessandria, il martedì a Bergamo, il mercoledì a Pavia, il giovedì a Treviso, il Venerdì a Verona, settimana dopo settimana sempre le stesse università una dietro l’altra come un ciclo continuo destinato a ripetersi all’infinito, settimana dopo settimana un’amante diversa ogni giorno anche se alla sera è da sua moglie che Adàm torna, è lei che coccola con i suoi manicaretti, è lei la donna che ama.
 Adàm è un uomo che vive in un ciclico caos che lo svuota ogni settimana in modo sempre più profondo, una condizione del tutto contemporanea, un peccato o forse dovremmo dire solo un difetto. Alla fine però arriva nella vita di ognuno il momento per riscattarsi, l’importante è riuscire a coglierlo in tempo. Anche nella vita di Adàm arriva l’occasione capace di aprirgli la porta di una sola vita priva di caos, di una vita priva di molteplicità, una vita tranquilla e felice che è alla fine il sogno di ogni essere umano.
Questa è la storia di un uomo precario nel lavoro e nei sentimenti, di un uomo precario nella vita che riesce però a risollevarsi e a trovare la sua stabilità, un inno insomma alla speranza di riuscire finalmente a creare una vita che sia degna di dirsi tale. C’è veramente molto in questo romanzo, c’è sentimento e passione, poesia e ricette, descrizioni minuziose di orgasmi sessuali e note a margine davvero eccezionali, il tutto condito ovviamente con una vena d’ironia che, dobbiamo ammetterlo, non guasta veramente mai.