Strugatzki

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  • 20Dic2015

    Anna Zafesova - Il Foglio

    Distopia russa

    I fratelli Strugatsky sono come Guerre Stellari e Solgenitsin messi insieme e raccontano come sono cambiati i sogni di un popolo che ora chiede solo: accettateci.

    In Russia i fratelli Strugatsky hanno segnato un’epoca, plasmato un linguaggio, creato dei personaggi cult, coniato battute che accomunano tre generazioni e lasciato orde di seguaci e imitatori.

     

    Mentre Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan si prendevano a pomodori, e parlare di terza guerra mondiale diventava banale come commentare il tempo, una notizia passata quasi inosservata ha fatto palpitare il cuore di milioni di lettori che conoscono il russo. E’ uscito il primo dei 30 volumi delle opere complete dei fratelli Strugatsky. Complete in ogni senso: quarant’anni di testi recuperati dalle forbici della censura, confrontati e autenticati con bozze e manoscritti, accompagnati da un apparato di note, postille, interviste, carteggi, diari, commentari, che dovrebbero dire l’ultima parola su una delle più straordinarie avventure letterarie del 900 russo.

    Praticamente sconosciuti in occidente (in Italia in anni diversi sono uscite traduzioni per l’Urania, Marcos y Marcos e Feltrinelli), Arkady e Boris Strugatsky per i russi sono importanti come Guerre stellari e Solzhenitsyn messi insieme: hanno segnato un’epoca, plasmato un linguaggio, creato dei personaggi cult, coniato battute che accomunano tre generazioni e lasciato orde di seguaci e imitatori. Una strana coppia di ebrei, un astronomo e un nipponologo, sopravvissuti per miracolo all’assedio nazista di Leningrado, in Urss erano semiproibiti e adorati qualunque cosa scrivessero: saghe di esplorazioni spaziali, distopie e utopie, satire mascherate da fantascienza, gialli, fiabe moderne che anticipavano di trent’anni Harry Potter, pamphlet antistalinisti o romanzi biografici. Dall’esordio del 1959, “Il paese delle nubi porpora”, storia di pionieri spaziali, all’ultimo romanzo del 1988, “Gravati dal male”, sostanzialmente un Vangelo apocrifo, hanno spaziato da sceneggiature per cartoni animati a complesse costruzioni di romanzi incastrati in altri romanzi, in una fantascienza con pochi alieni e gadget tecnologici e molti dilemmi filosofici, più Stanislaw Lem che Philip Dick, costruendo mondi immaginari abitati da personaggi molto reali, che parlavano il linguaggio dell’intellighenzia un po’ dissidente, mischiando denuncia politica e umorismo dai toni yiddish. Da ragazzi ci si appassionava alle avventure avvincenti e divertenti, da grandi a cercare tra le righe della fantascienza allusioni alla realtà sovietica, da vecchi al ritratto di una generazione: Strugatsky, antistalinisti duri e puri, comunisti utopisti e infine convinti sostenitori della democrazia, hanno regalato ai loro lettori un mondo da sognare, e nello stesso tempo hanno demolito, libro dopo libro, i sogni in cui credevano.

    Arkady è morto nel 1991, Boris nel 2012. L’edizione completa delle opere dei più famosi autori di fantascienza russi ha impiegato anni a nascere: si trattava di ripristinare il più possibile i testi originari, deturpati da censori con richieste surreali (per esempio, tutti i personaggi non conformisti dovevano diventare tedeschi e non russi, mentre altri palesemente ebrei dovevano venire “russificati”), correggere le discrepanze cronologiche tra i vari romanzi con personaggi comuni, confrontare le edizioni autorizzate e non, tra samizdat e versioni ridotte contrabbandate da riviste di provincia che osavano sfidare i divieti ideologici sovietici. L’opera omnia, già quasi pronta, è stata bloccata dalla guerra in Ucraina: Svetlana Bondarenko, la principale curatrice della raccolta, aveva trasferito buona parte dell’archivio a casa sua, a Donetsk, e nel maggio scorso i ribelli filorussi del Donbass – probabilmente anche loro appassionati di fantascienza – hanno organizzato il rimpatrio dei documenti a Pietroburgo. I particolari di questo trasferimento restano poco noti, ma pare certo che l’episodio sarebbe degno di una delle distopie degli Strugatsky.

    Rileggerli nella Russia di Putin è un esercizio curioso. Per molti fan i loro profeti e guru sono ridiventati di attualità, dalla feroce satira sul conformismo della “Seconda invasione dei marziani” alla distopia “L’isola abitata”, che racconta di un pianeta dove agli abitanti viene tolta la capacità di giudizio critico sul mondo che li circonda. Ma lo spirito con il quale vengono letti oggi è cambiato. Dagli anni Novanta è nata un’ondata di fan fiction che Boris ha benedetto, curando anche una  raccolta  di tre volumi di sequel e spin off ispirati ai vari filoni dell’universo immaginario che aveva creato con suo fratello. Alcuni riusciti, altri meno, nessuno all’altezza degli originali, i nuovi romanzi però hanno tutti una cosa in comune: sono catastrofisti. In quasi tutti l’utopia diventa distopia. Prendendo di mira soprattutto il “Mondo del mezzogiorno”, il futuro più radioso degli Strugatsky, una Terra di progresso, fratellanza, creatività e libertà, gli scrittori postsovietici lo rovinano con morte, inganno, complotti, delusione, dimostrandone l’impossibilità e la falsità e raccontandolo come una dittatura spacciata per Eden. Quasi un parricidio rituale, o un congedo rabbioso dalla propria infanzia, rompendo i giocattoli preferiti di quando si era bambini.

    Anche lo scrittore di fantascienza più popolare della Russia contemporanea, Serghey Lukianenko (in Italia è stato tradotto il suo ciclo dei “Guardiani della notte”, ed è stato proiettato l’omonimo film), ha sfidato i maestri. Troppo famoso per aderire alle raccolte di fan fiction, nella sua dilogia “Le stelle sono giocattoli freddi” ha dipinto un mondo “geometrico” palesemente copiato dal futuro degli Strugatsky, ma interpretato come una orribile macchina totalitaria di felicità omologata (con tanto di Gulag segreto dove spariscono i dissenzienti), che nel lieto fine viene distrutto dall’Ombra che oscura la Luce.

    Nel romanzo di Lukianenko, del 1997, sulla Terra la Russia e l’Ucraina si fanno la guerra per la Crimea, a conferma che la fantascienza è forse lo strumento più comodo per costruire modelli di realtà, ed esplorare sogni e fobie, senza attirare troppo l’attenzione verso un genere considerato spesso “basso”. Lo hanno fatto gli Strugatsky, che se non fossero stati autori di fantascienza ma scrittori “normali” sarebbero probabilmente finiti in Unione Sovietica in galera o in esilio, e lo fanno i loro eredi del 2000. La trasformazione del sogno dei padri in un incubo si è compiuta definitivamente in quello che doveva essere il progetto più importante della “strugatskologia”: “Il pedone nero”, il romanzo mai scritto dai fratelli, che un ambizioso professore di provincia, Aleksandr Lukianov, ha realizzato con la benedizione di Boris, partendo da un appunto di 20 anni prima. Nel progetto degli scrittori doveva essere il libro finale sui Progressori, i terrestri che si infiltrano in altri pianeti più arretrati, prima come osservatori impassibili di processi storici, poi sempre più come agenti segreti, con la missione di salvare le altre umanità dall’autodistruzione e accorciare il loro approdo a un futuro di progresso e sviluppo. In quello che forse resta il romanzo più famoso e amato degli Strugatsky, “Difficile essere un dio”, il Progressore Rumata catapultato in un Medioevo extraterrestre non riesce ad assistere all’arrivo dell’inquisizione e viene devastato dalla pietà mista alla rabbia che prova per un’umanità indietro di secoli rispetto a quella a cui appartiene. Nel “Pedone nero”, l’eroico Progressore terrestre si infiltra in uno stato mostruoso, l’Impero Isolano, palesemente modellato sul Giappone imperiale (un tributo agli interessi di Arkady, uno dei migliori specialisti russi del Sol Levante), una nazione isolata ossessionata dalla perfezione che affronta il mondo esterno solo in manifestazioni di sadica ferocia, terrorizzando le coste con spettrali sottomarini bianchi pieni di trofei come teste umane. All’interno invece è un mondo organizzato secondo il principio del “suum cuique”, a ciascuno il suo: gli intellettuali della Cinta Nera sono dediti alle gioie del lavoro creativo, i violenti vengono deportati nella Cinta Bianca dove fanno i militari e sono liberi di sfogare i loro istinti, mentre la Cinta Gialla è abitata da persone “normali”, impiegate in varie attività produttive.

    Da questo appunto di poche righe Aleksanr Lukianov ha tratto la più monumentale opera di demolizione dei padri fondatori. In un trattato di centinaia di pagine (la versione integrale esiste solo su Internet, con accluse decine di illustrazioni, rendering, filmati e audio che trasformano il libro in una sorta di realtà virtuale) incredibilmente prolisso, dove la laconicità e l’umorismo leggero degli Strugatsky si trasformano in polemica ipermeticolosa, viene narrata la storia di un anti Progressore. Il terrestre Lunin si appassiona al mondo che è stato inviato a cambiare al punto da rompere ogni contatto con il pianeta natale e scegliere di vivere in una civiltà molto più arretrata tecnologicamente, ma che ai suoi occhi è perfetta socialmente e umanamente. E’ una dittatura, e le cruente scene di atrocità e campi di sterminio locali abbondano, come gli episodi di maltrattamento degli schiavi catturati in altri paesi del pianeta, degli inferiori che vengono tatuati con un numero, perdono la loro identità, sono condannati ai lavori umili per il resto dei loro giorni e vengono uccisi alla minima disobbedienza. Gli abitanti dell’Impero però sono felici, e nessuno protesta per l’assegnazione (dopo una scannerizzazione “biosociale” del cervello al compimento della maggiore età) in una delle tre Cinte. Il 10 per cento dei creativi dell’“emisfero sinistro” finisce in quella Nera, dove si dedica ad arti e scienza (con tanto di esperimenti sugli umani schiavi in nome del bene comune). Il 20 per cento dei “distruttivi dell’emisfero destro” indugia nella violenza in quella Bianca. Il restante 70 per cento è la “sottocorteccia” che sogna solo il benessere materiale e il conformismo, e va a produrre nella zona Gialla. Gli abitanti delle diverse cinte possono frequentarsi e addirittura sposarsi, ma non vivere insieme se non durante le ferie (il lavoro è obbligatorio per tutti). La diseguaglianza è stata praticamente abolita con la proibizione dello sfruttamento della mano d’opera. L’economia è in mano allo stato o ai collettivi di lavoratori, il welfare è diffuso come anche i servizi pubblici, l’iniziativa privata limitata a mini imprese familiari. Le numerose realtà descritte amorevolmente e nostalgicamente rimandano a una sorta di Unione Sovietica senza partito comunista e con una rete Internet dedicata solo al sapere. Il diritto e i tribunali non esistono: l’unico crimine è voler ignorare le regole del vivere sociale, e l’unica punizione è l’esilio a vita in un’isola selvaggia dove è proibito riprodursi. Appello e grazia non esistono, la redenzione del criminale è impossibile, perché il reato è dettato dalla sua natura biologica, considerata incorreggibile. Probabilmente Boris Strugatsky era già troppo vecchio e malato per rabbrividire di fronte alla prima stesura di questa rilettura di sapore nazista (a scanso di equivoci, Hitler viene citato nel testo in un contesto tutto sommato positivo, e Jedem das Seine, a ciascuno il suo, era la frase scolpita sui cancelli di Buchenwald) del libro che non aveva, né avrebbe mai scritto. Ma il “Pedone nero” fa ancora discutere e appassionare migliaia di persone nella rete, anche perché con la sua ultima frase rompe definitivamente l’incantesimo: l’unica realtà esistente, viene rivelato, è quella della dittatura razionale dell’Impero Isolano, tutte le idee di una società libera, giusta, ricca e democratica dalla quale proviene il Progressore protagonista sono solo una sua fantasia. Gli altri mondi non esistono. La fantascienza si dichiara narrativa contemporanea, e il parallelo con l’attualità da metaforico diventa esplicito. Il progetto del Progresso portato a tutto il mondo è fallito, dopo aver prodotto solo disastri, e la Russia postcomunista rinuncia al suo ruolo apostolico, accusando ora gli Stati Uniti di voler imporre a tutti la loro visione del Bene. Obama che parla di libertà e diritti in tutto il mondo, infatti, oggi sembra molto più comunista di un Putin che coltiva l’isolazionismo nazionalista. Progressori pentiti, i russi si oppongono fieramente all’intervento di apostolato buonista in nome dell’amore per il prossimo. Si rifiutano di credere nel futuro migliore offerto dall’occidente, con la democrazia e il mercato, e di venire considerati come una nazione inferiore da “progressivizzare”, difendendo i loro difetti come virtù.

    In tutti i sequel dei fratelli Strugatsky i Progressori falliscono o diventano personaggi negativi. Nel “Pedone  nero” si spiega il perché: il mondo e l’umanità non sono migliorabili, sono da accettare così come sono e sempre saranno, e ogni tentativo di innovare, soprattutto imposto dall’esterno, è una violenza ipocrita, o nel migliore dei casi una stupidaggine colossale, oltre che un crimine imperdonabile verso coloro che non reggeranno il dolore del cambiamento. Il bene non trionferà, la storia non ha un fine, il futuro non esiste, il sogno è una cosa da stupidi.

    In un certo senso è il sintomo dell’addio definitivo al passato comunista. I russi non vogliono più essere materiale edile per un futuro radioso, chiedono di essere capiti e accettati come sono oggi. E cercano di accettarsi e volersi bene, in una sorta di terapia dell’autostima, per sopportare la scoperta di non essere stati i migliori, e abbandonare la fatica estenuante di cercare di migliorarsi per raggiungere il modello irraggiungibile proposto dai Progressori occidentali. Non vogliono più cambiare il mondo, ma solo non venire giudicati e messi in crisi dal confronto con gli altri. Una sorta di depressione da choc post traumatico. Per il quale per ora non è stata inventata una terapia.