Anime perse

Archivio rassegna stampa

  • 05Lug2018
  • 15Giu2018

    Davide D'Alessandro - Il Foglio

    Ecco Piersanti. Il verso, la misura, il tratto. Anche se questa volta non è poesia, comunque è vita, vita vera nei diciotto racconti che giungono dai centri di recupero del Montefeltro fondati da Ferruccio Giovanetti.

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  • 11Giu2018

    Nicola Bultrini - Il Tempo

    Nell’alto Montefeltro sorgono varie strutture di recupero, dirette dal dottor Ferruccio Giovannetti. Ospitano persone di provenienze e storie differenti, tutte segnate da drammi esistenziali profondi e laceranti.

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  • 07Giu2018

    Giuseppe Marchetti - La Gazzetta di Parma

    “Diciotto lampi di vite smarrite che non sempre han trovato la pace” – recita in quarta di copertina con efficace sintesi l’invito a leggere il nuovo libro di racconti di Umberto Piersanti “Anime perse” edito da Marcos y Marcos.

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  • 31Mag2018

    Paola Lorenzini - luicialibri.it

    L’identità perduta? Per Piersanti nel contatto con la natura

    Con “Anime perse” lo scrittore e poeta urbinate Umberto Piersanti regala diciotto ritratti di uomini e donne che hanno commesso crimini in preda alla follia e si trovano nei centri di recupero, gli ex manicomi criminali. Tra passati problematici, rancori irrisolti, convinzioni assolute e voglia di libertà. Non un ritratto sociale o scientifico, ma un lavoro sulla parola e sulla lingua

    È dai centri di recupero dell’alto Montefeltro che provengono le diciotto storie che compongono Anime perse (Marcos y Marcos, 2018, 192 pagine, 18 euro) di Umberto Piersanti: le testimonianze sono state raccolte da Ferruccio Giovanetti, fondatore e direttore del Gruppo Atena, per poi essere interpretate dalla penna dello scrittore urbinate, che affonda nella poesia le radici della propria formazione.

    Istantanee di vite spezzate

    Emilio nella vita ha tutto: denaro, beni immobili, un’ottima posizione lavorativa e l’amore di una donna che chiunque gli invidierebbe. Un giorno, nella sua esistenza apparentemente perfetta si insinua il tarlo di un’iniquità: un collega vince un concorso, soffiandogli l’opportunità di avanzare di carriera. Da qui nasce in lui la necessità di farsi giustizia da solo, laddove la società premia un incapace e non riconosce il reale valore delle persone che svolgono il proprio lavoro con dedizione e fatica.
    Franco sogna la libertà che solo il mare gli può offrire, mentre la realtà che ha di fronte è quella di una moglie e una figlia che gli chiedono conto di come spende i soldi che si è guadagnato col proprio lavoro o di come dispone del proprio tempo libero; da questo disagio nascono i suoi atteggiamenti violenti nei confronti della famiglia.
    Amalia, accarezzandosi la pancia, si interroga sulla possibilità di risparmiare al nascituro un’inutile esistenza, che non risparmia crudeltà a nessuno, nemmeno a chi non ha minimamente colpa.

    «Forse la pazzia non esiste, ci sono solo modi di rispondere alle difficoltà e ai dolori della vita. Forse, la normalità non è che timidezza e paura, accettazione delle cose e delle vicende senza tentare di dare una risposta. Forse, l’uomo libero è chi se ne frega della morale comune, delle esigenze del galateo sociale, delle inutili aspettative d’una giustizia che non può essere che casuale, provvisoria o spesso ingiusta».

    Nelle brevi istantanee immortalate da Piersanti si può indagare nel passato dei personaggi: quasi tutti sono problematici, hanno perso un genitore oppure sono vittime di un meccanismo sociale che non perdona certi difetti.
    Alcuni mostrano una logica inoppugnabile, sono convinti che sia giusto uccidere solo perché si è stati derisi o offesi, sembrano non cogliere la perversione del vendere il proprio corpo, anche in modi umilianti, in cambio di piccoli doni, o di farsi trasportare in cattive compagnie che spacciano droga o rapinano banche.
    Il motore di tutto è una convinzione pericolosa, dettata da una percezione personale del reale, come quella mamma che decide di tagliare le vene alla figlia molto malata e ridotta a una vita vegetativa e si giustifica credendo di sentire la figlia implorare di porre fine alla sua vita.

    Una difficile reintegrazione in società

    Alcuni protagonisti vivono in centri di riabilitazione dopo aver passato del tempo in carcere. Il più delle volte sanno che devono comportarsi bene per potere uscire, per avere la possibilità di terminare le faccende lasciate in sospeso, che non hanno mai dimenticato; il più delle volte i familiari non vogliono prendersene nuovamente carico, perché hanno paura, perché sono stati feriti e umiliati, perché finalmente possono avere un piccolo sollievo da una vita di affanni.
    Ciò che caratterizza i protagonisti delle storie di Piersanti è la forte e inoppugnabile convinzione di avere ragione: anche lontani dal mondo restano arroccati nella loro realtà, l’unica che conoscono, l’unica che possono concepire.
    I centri di recupero hanno l’obiettivo di restituire alla società persone nuove, rieducate, guarite; ma il più delle volte non c’è qualifica e capacità del personale che tenga, il chiodo fisso è congenito, il meccanismo malato di pensiero è troppo radicato per essere estirpato attraverso l’educazione alla buona condotta.

    «Debbo dirgli di sì, debbo dirgli che ha ragione sennò da qui dentro non esco più. Hanno ragione sempre quelli che non ci stanno dentro, che gli insulti non li provano sulla propria pelle. Ha ragione chi sta bene, ha ragione chi non gli è successo mai niente. Ma io adesso lo faccio contento».

    La pace del paesaggio, il tormento delle anime

    I centri di recupero qui tratteggiati sono strutture accettabili, con buon cibo e con infermieri attenti e gentili, dove i pazienti sono seguiti e curati da personale sempre disponibile. I protagonisti sembrano accettare la nuova collocazione, ma la loro vera natura, i loro rancori non tardano a riemergere: è come se la rottura fosse costituita solo dal momento dell’arresto, ma in loro fosse rimasto qualcosa di irrisolto con il mondo.
    Quelli che hanno la possibilità di uscire dal centro, finiscono per ricommettere lo stesso reato che li ha portati in carcere la prima volta: sembra non esserci una reale possibilità di cambiamento.
    La bellezza della natura, sempre presente in questi luoghi di riabilitazione, sembra un retaggio della formazione poetica di Piersanti: gli elementi diventano spettatori di una realtà umana che continua a correre incurante.
    «Il mare era liscio, piatto, come si è abituati ormai a dire, come l’olio. Da lontano si scorgevano le rupi del Conero con le pareti bianche solcate dall’intreccio di corbezzoli, allori e carpini.»
    C’è un forte contrasto tra il tormento delle anime e la pace del paesaggio, dove gli ospiti sono invitati a curare un orto, a dedicarsi ai fiori, a produrre olio e vino, come se il contatto con la natura sia necessario a riprendere contatto con sé stessi. L’ambiente bucolico delle colline del Montefeltro vorrebbe proteggere questa psiche così fragile ma al contempo crudele, trattenerla in un mondo tranquillo, lontano dalla corruzione della società.

    Guardare oltre la siepe

    Eppure c’è sempre una volontà di fuga sopita, un guardare oltre la siepe, alla ricerca della libertà, della vita vera, nonostante i ritmi naturali scanditi dal centro sembrino dettare una perfetta armonia, una sinfonia dell’esistenza.
    La siepe – topos letterario – separa dal mondo, dalla città dove è avvenuto il fattaccio, dai luoghi che sono stati testimoni di un dramma, ma è soltanto uno schermo, che non riesce mai a fare dimenticare completamente quello che è stato e che non può essere mai davvero dimenticato.
    Piersanti non indugia a lungo sulla minuziosa descrizione delle turbe psichiche, si limita a raccontare i fatti per cercare una dimensione interpretativa più alta.
    La volontà di fare critica sociale sembra lontana dal suo occhio poetico, che invece dà maggior peso alla lingua, all’espressione perfetta di concetti, alla capacità della parola di entrare in un mondo totalmente estraneo come può essere una mente malata.

    http://www.lucialibri.it/2018/05/31/identita-perduta-natura-piersanti/

  • 16Mag2018

    Alessandro Moscè - pangea.news

    Viaggio tra i malati psichici, i nevrotici, i deliranti: Umberto Piersanti s’infossa nei destini inevitabili
    Umberto Piersanti ci ha abituati dagli anni Sessanta ad una dimensione immaginativa che richiama una matrice di colline e monti appenninici delimitati, sulla scia della migliore tradizione novecentesca dove tra ombre di ricordi, paesaggio e natura, si intravede ciò che Franco Loi definì “la tradizione dell’Italia che è all’origine della nostra parlata nazionale”.

    È perfino inevitabile un accostamento ad Attilio Bertolucci: ma se le foglie ingiallite, i bassi portici, il fiume dal letto largo e piatto sono alcuni dei tanti fils rouges e dei luoghi di elezione del parmense, le Cesane, gli altipiani a sud di Urbino, le mura cittadine rinascimentali della città ducale del Montefeltro, i fossi, le erbe e il grano scheggiato dai colori dorati, confluiscono direttamente nella poetica di Piersanti, che include sempre un tempo remoto che domina la sua valle. Il mondo è animato da storie in cui non si distingue più, volontariamente, la realtà dal sogno, la dimensione per lo più domestica dalla memoria fenomenologica.

    Stavolta, però, Umberto Piersanti, tornando alla narrativa, più precisamente al racconto breve, non cammina guardando asfodeli, favagelli e rose canine. Non ha l’impatto antropologico con la terra madre, con i boschi selvatici che rimarranno un “luogo salvato” per l’ambientazione nell’ambiente del tempo differente, fuori dall’ordinario, dunque anacronistico. Con Anime perse(Marcos y Marcos, 2018), entra con decisione nell’oggi e si sofferma sul disagio, sulla sofferenza, sull’emarginazione umana. Fatti e protagonisti sono riferiti e rielaborati con l’orchestrazione di chi, mediante l’oralità, fa sua un’esperienza di sangue che altrimenti non avrebbe avuto voce. Diciotto storie vere, raccolte da Ferruccio Giovanetti nei suoi centri di recupero del Montefeltro, trascritte e interpretate appunto dal poeta e narratore. La pubblicistica ha definito il libro con uno slogan significativo. “Diciotto lampi di vite smarrite che non sempre hanno trovato la pace”. Umberto Piersanti è un poeta e i suoi racconti si impongono immediatamente nella brevità. Non come in un resoconto, né freddamente come in un referto medico. Sono racconti animati, dove uomini e donne dicono poco ma si fanno intendere, dove la gestualità o una frase esplicita, risulta una confessione imprevedibile. Non manca la menzione del mondo circostante, la terra che conosciamo appunto nella mitografia personale di chi ha fatto degli altipiani a sud di Urbino un’operazione di metamorfosi affettiva propria delle Langhe pavesiane o della campagna senese luziana. Una patria poetica, con una cifra melodica, lirica, vivissima. Con Anime perse non sono i luoghi ad essere marginali geograficamente e centrali letterariamente, ma gli abitanti più sfortunati, i malati psichici, i nevrotici o i deliranti. Si tratta di racconti delineati a partire da un nucleo e da un’ellissi. Qualcosa accade e determina qualcos’altro girando intorno al male. Queste anime denotano una depressività stramba, un modo di essere fantasioso seppure distorto, affatto discorde da quel temperamento inventivo non di Bertolucci, ma di Gianni Celati o dello stesso Tonino Guerra, di Raffaello Baldini, tipico di una linea romagnola ed emiliana che sonda la ferialità scossa del reietto. Enrico ha tagliato la gola ad una persona; Mario ha sparato; Amalia non vuole diventare madre; Franco è ammalinconito; Giovanni rimpiange le canzoni. Ai manicomi criminali, veri e propri lager, si sono sostituiti i centri di recupero affollati da chi non ha ucciso con lucidità razionale, ma perché indotto da un’incontrollabile follia. Umberto Piersanti non ha il taglio dello psicologo, come detto, per cui non tratteggia i sintomi, non dà giudizi, ma come farebbe ogni scrittore difensore dell’uomo, assolve chi viene condannato. Entra nel personaggio, lo incarna, lo guida. Insegue le nebbie mentali del passato, un inevitabile destino. Il Montelfeltro, in fondo, è il posto che affievolisce il male, che lo attenua. Forse l’unica ragione di vita: restare nel proprio habitat, nonostante tutto.

    http://www.pangea.news/viaggio-tra-i-malati-psichici-i-nevrotici-i-deliranti-umberto-piersanti-sinfossa-nei-destini-inevitabili/

  • 14Mag2018

    Luigia Sorrentino - poesia.blog.rainews.it

    Le “Anime perse” di Umberto Piersanti

    Nelle colline dell’alto Montefeltro presso San Leo e San Marino si trovano sei strutture del centro di recupero Atena dirette da Ferruccio Giovanetti.

    Qui arrivano ospiti da tutta Italia: si lasciano dietro vicende inquiete, storie spesso atroci: uno psichiatra ha ucciso molti componenti della commissione che lo ha bocciato. Talora aiuta i medici della struttura con gli altri pazienti, ma non potrebbe uscire perché: ¨la lista è lunga¨, deve ancora far fuori quelli che non ha fatto in tempo ad uccidere.

    C’è una ragazza tossicodipendente che tenta sempre di fuggire e che scomparirà tra la neve altissima del 2012.
    E poi il contadino che ha ucciso con diciassette colpi quello che ha spostato il confine del podere di diciassette metri.
    Anime perse edito dalla Marcos Y Marcos raccoglie diciotto racconti scritti ed interpretati da Umberto Piersanti che si riferiscono ad altrettante vicende reali raccontate all’autore da Ferruccio Giovanetti.
    C’è un netto contrasto tra la bellezza del luogo e le tragedie di queste vite spezzate.
    Possono in un qualche modo gli alberi, i cespugli, gli uccelli, la lontana marina all’orizzonte, favorire una rinascita di questi personaggi?
    Anche la filosofia e la prassi di questo centro di recupero di Atena si basa su un rapporto profondo con la natura: gli ospiti coltivano orti, producono olio e vino, perfino creme di bellezza.
    Il cibo è biologico e cucinato in modo perfetto.
    Le stanze contengono solo due o tre letti di ferro battuto con medaglioni e fiori come era usanza delle nostre campagne.
    Comunque l’idea di una reclusione sia pure molto attenuata e confortevole contrasta spesso con l’anarchismo irruento e selvaggio degli ospiti.
    Umberto Piersanti narra le loro storie senza compiacimenti di alcun tipo: morbosità e horror sono lontani dalla sua natura.
    L’occhio è quello del poeta che coglie sia il dissidio psicologico che il volo dei rondoni tra le siepi.
    Questo, però, è anche il libro più ¨narrativo¨ del poeta urbinate.
    Negli altri romanzi c’era sempre un personaggio che in qualche modo interpretava e dava voce all’autore anche quando era collocato in un altro tempo e in un altro spazio.
    Qui Piersanti è dovuto entrare in psicologie diverse e lontane, tentare di comprendere fino in fondo, entrare nelle fibre di persone da lui lontane e differenti.
    C’è un unità in tutto il libro e non solo esteriore: gli edifici del centro, gli orti e la campagna attorno non sono solo una cornice. ma il luogo dove si ritrovano i protagonisti delle varie storie.
    E il direttore, i medici e gli infermieri si trovano sempre ad accompagnare gli ospiti stessi e colloquiare con loro.
    Bianca Garavelli su Avvenire ha scritto che questa raccolta di racconti assomiglia ad una di poesia per l’unità dovuta alle atmosfere a ai rimandi che percorrono l’intero libro e per l ‘intensità lirica dello sguardo.
    La natura continua ad essere un tema dominante anche in questo libro ¨diverso¨ come lo è sempre stato in tutta l’opera del poeta urbinate.

    http://poesia.blog.rainews.it/2018/05/le-anime-perse-di-umberto-piersanti/

  • 11Mag2018

    Lucilla Niccolini - Corriere adriatico

    Le Anime Perse nel mondo e gli angeli che le aiutano

    Una madre disperata che taglia le vene alla figlia malata, senza speranza di guarigione; un contadino che spara al vicino per questioni di confine; una ragazza stuprata dal padre; un padre violento che la famiglia non vuole più prendersi in casa: sono solo alcuni dei protagonisti delle diciotto storie maledette raccontate nell’ultimo libro di Umberto Piersanti.

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  • 29Apr2018

    redazione - Robinson

    Anime perse (Marcos y Marcos) raccoglie diciotto storie di uomini e donne che vivono in centri di recupero. Umberto Piersanti rielabora i racconti del sociologo Ferruccio Giovanetti, invitando a sostare in ascolto, a registrare violenze e disagi.

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  • 20Apr2018

    Anastasia Romano - pelagosletteratura.it

    È sempre bello riscoprire Umberto Piersanti. Sfogliare le sue pagine e le sue poesie è come tornare in un luogo conosciuto, magari nascosto in un angolo della mente, ma che ti resta dentro.

    La narrazione breve, nelle sue varie declinazioni, ha radici antiche e consolidate nella letteratura italiana. Piersanti sceglie la forma del racconto, per condensare in un libro unitario la sua esperienza di frequentazione dei centri di recupero del Gruppo Atena, che ospitano persone afflitte da disturbi psichiatrici, problemi di emarginazione sociale, o autori di atti delittuosi.
    Un susseguirsi di vicende, che si snodano una nell’altra, senza soluzione di continuità, e in cui emerge il ritratto di un’umanità dolente, interrotta, una realtà talvolta smussata da toni fiabeschi e da sogno, ma mai edulcorata.

    Destini spezzati, personaggi che sono prevalentemente vittime di un mondo troppo grande che non li comprende, e che spesso emergono nella loro ingenuità spontanea e un po’ naïf, ma in contrasto dissonante con le azioni che hanno commesso: come uccidere qualcuno perché «Dottore, andava fatto!», oppure per una semplice frase, perché «M’aveva offeso». Uomini e donne che la vita se la bevono a sorsi e le cui vicende si svolgono senza senso, come le immagini di un film silenzioso, a cui avessero levato il sonoro.

    Punto di unione di questi diciotto racconti è la struttura in cui tutti vengono ospitati, tratteggiata da Piersanti con brevi ma incisive pennellate: una casa grande, immersa nel verde, da cui in lontananza si può vedere il mare. Un luogo dai ritmi e dalle giornate regolari, per alcuni un rifugio, per altri un motivo di fuga, ma che trasfigurato dalla penna dell’autore si tramuta in luogo universale, dove l’Assurdo e il Non senso non trovano spazio, ma restano appena fuori, al limitare delle siepi d’acacia che lo circondano.

    E tra le pagine della raccolta si ritrovano qua e là alcuni topoi della poetica di Piersanti: l’importanza della memoria, la fuga e l’amore come motivi di una felicità che si dà sempre e  solo per attimi. Torna, immancabilmente, la natura, tanto cara al poeta. Ecco che si ritrovano i favagelli, le margherite gialle, il mare, dove ci sono i pesci che vivono di «momenti sciolti dal tempo».

    Una natura che tuttavia solo talvolta si presenta come riserva di senso, rifugio, come luogo dello spaesamento e del ritrovamento d’identità, perché l’Assurdo è sempre in agguato e abita costantemente queste anime perse.

    http://www.pelagosletteratura.it/2018/04/20/recensione-di-anime-perse-di-umberto-piersanti/

  • 16Apr2018

    Luisa Debenedetti - librierecensioni.com

    “Anime perse” di Umberto Piersanti, scritto grazie alla collaborazione di Ferruccio Giovannetti – amministratore unico del Gruppo Atena -, è la raccolta delle vicende di 18 persone con problemi mentali, ospiti delle strutture di accoglienza dell’alto Montefeltro.
    Le storie sono vere, un po’ romanzate ma scritte con realismo: ogni storia cattura il lettore e lo porta ad essere lì, con Sergio, Cinzia, Enrico, Rodrigo, Valeria… e i loro demoni.

    È un allarmante grido d’aiuto diretto a chi si adopera per superare l’obsolescenza di un sistema che fatica ad essere al passo con l’umanità moderna.
    Tra i protagonisti c’è chi ha commesso reati minori e ci sono autori di crimini efferati, malati mentali gravi che necessitano di cure e attenzioni particolari, che trovano accoglienza in queste strutture residenziali che hanno sostituito i manicomi in genere. Ma emerge forte un interrogativo: qual è stata la riflessione delle istituzioni sulla cura della malattia mentale? Il problema, forse, dopo le zone d’ombra della legge n. 180, la famosa “Legge Basaglia”, non è dove curare ma come.
    L’autore ci accompagna all’interno di queste strutture, rivelando le storie degli internati e talvolta il disagio e l’impotenza degli operatori nei confronti della malattia mentale.
    Il malato non appartiene più ai manicomi, ma non appartiene neanche alla collettività. E’ diventato, invece, un grande peso incombente all’interno delle mura famigliari, dove la sofferenza si amplia in modo esponenziale. Una sofferenza che genera un profondo silenzio sociale, lasciando i personaggi intrappolati nel circolo vizioso creato dall’abbandono e dal senso di impotenza che nella solitudine alimenta se stessa. In questo senso sono Anime Perse, nessuno, nemmeno la famiglia, è disposto a riprendersele mentre loro sognano la vita fuori.
    Sono come uno schiaffo le parole riferite a Sonia: “Che bello vivere libera e disperata! E gettava lo sguardo oltre la siepe, là dove cominciava la vita; quella vera“. Una lettura che fa provare sensazioni che non si pensava di poter sentire, che insinua negli angoli della coscienza nuove parole per domande mai poste, perché alla fine lascia molta amarezza e fa riflettere sul ruolo che la società ha nei confronti di queste persone “disturbate”. E’ proprio solo colpa loro? Forse non sempre.
    Vorrei ancora sottolineare una particolarità lessicale: la scelta dell’Autore di usare i pronomi personali in un’unica forma, “gli” sia per il maschile sia per il femminile; certo è conforme all’etimologia (la forma latina illi era unica per entrambi i generi) e nonostante all’inizio abbia fatto fatica ad accettarlo, alla fine l’ho trovato uno strumento efficace per uniformare e familiarizzare con i personaggi.
    Una lettura consigliata.

    http://www.librierecensioni.com/libri-online/anime-perse-umberto-piersanti.html

  • 16Apr2018

    Roberto Marconi - pelagosletteratura.it

    Le anime perse ripensate da Piersanti

    Comunque ho il mito dell’origine, mi sa. Pensa che uno nasce coi sensi e la mente pulita. Non è che necessariamente succede qualcosa di spiacevole. Ma tornare a quel punto per essere d’accordo con la vita.

    Epperò: se lo sviluppo anche in individui ‘normali’ non è sano? Dove inizia la ‘naturalezza’, la ‘perfetta’ ‘armonia’ che ti fa dire: sarò sano se mi conserverò come allora? Se pulirò o terrò puliti i sensi e ricettivi? (nel bene che può farmi, solo in quello)
    Dicevo: e se non fosse così scontato anche in casi ‘sani’, essere ‘d’accordo con l’universo’ persino allora? Poi ‘uno’, da ‘grande’, che dovrebbe cercare?
    Alessio Ruffoni

    Diciotto è il voto sufficiente per superare un esame all’università ed è anche il numero di anni per ottenere la patente e quindi per avere la maturità. E qui, in queste pagine di questo libro, sono la cifra per misurare i racconti, rielaborati dall’autore attraverso la narrazione di Ferruccio Giovanetti che gestisce, tramite un’associazione, centri di recupero, nell’alto Montefeltro, “per persone dalla provenienza più diversa, da quelle afflitte da gravi disturbi psichiatrici a emarginati sociali e ad autori di atti delittuosi” e che ha raccontato al poeta urbinate (naturalizzato civitanovese) tutte queste vicende, fatti, che grondano letteralmente vita e morte. Eventi, tanti quanti possono essere a ogni lustro della nostra esistenza, che ci cadono addosso, a volte indistintamente. E ogni brano di vita mi fa capire ancora di più, come se non lo avessi mai dimenticato, come la normalità si perde nelle pagine di un vocabolario e stenta a darsi significato in qualunque bocca.

    È un Piersanti che elabora, che pesa le parole (che versa etti in più se viene Eros a tavola e aggiunge un bicchiere di vino ogni volta che sia accomoda la Natura) e riscrive la vita di queste “Anime perse” (Marcos y Marcos, 2018) e mescola la natura delle cose con quella umana. Un po’ come facevano i fratelli Grimm, Umberto non lo ha mai smesso di compiere nelle sue poesie, soprattutto, raccogliere testimonianze, ascoltare aneddoti di “vite di persone non illustri?”, ricamando una fodera di pura grammatica narrativa (come i ripetuti avverbi di tempo). Una natura, quella dei protagonisti, piena di rancori, solitudini, indigenze, dove si celebra il fallimento delle relazioni, dove la comunicazione spesso, per non dire sempre, è sinonimo di sconfitta e porta a dure conseguenze come la distruzione, l’annientamento. A meno che la speranza di capire dai nostri problemi ci faccia un po’ rinsavire, perché queste storie ci riguardano, magari ci si sente orfani dopo ciascuna vicenda: ci servirà a ritrovare una strada pacificatrice? Ci sarà mai qualcuno che ci renderà giustizia?

    Gran parte dei titoli scelti dall’autore per ‘schedare’ ogni vicenda, quasi sempre è ripreso dall’ultima frase, dall’ultima parola, come a ricominciare daccapo il calvario e a farci ricordare di nuovo cosa è successo, come a firmare una sentenza, una morale burocratica che tenta di archiviare ciò che non si può accantonare, come a evidenziare quella macchia che ognuno si porta, involontariamente, dietro magari sin dalla nascita, pronta a rivelarsi quando qualcuno ci vuole male. Così l’inventore dei luoghi persi percorre, nell’arte di narrare, un filo sottile, ma d’acciaio, senza quasi nessuna sbavatura (sa il pericolo di cadere nel baratro dello scontato) come se, quando prende in mano una penna, riuscisse a dimenticare le frivolezze quotidiane che vengono a bussare alla sua porta, della camera di scrittura.

    Tornano, necessariamente, come ci ha insegnato il topos del luogo nella letteratura mondiale del primo Novecento, a identificarsi nelle pagine il decantato posto ameno, hortus conclusus, dove ogni personaggio può essere accolto, protetto (nella speranza che il personale partecipi sentitamente e se deve fingere lo faccia bene) da chi, là fuori, quando vede o sente una persona diversa (fragile o indifesa che sia o soltanto non ordinaria o consueta) deve per forza dileggiare, attaccare, aggredire, per poi subire, giustamente, una difesa che a volte è mortale. Ma a volte neanche tale posto ti protegge dalle angherie, essendo alcuni di questi personaggi, protagonisti o antagonisti, la molestia fatta persona.

    Le storie gridano violenza su violenza. Si inizia proprio da un dottore, da chi dovrebbe curarti, ma se riceve, a suo giudizio, ingiustizia, diventa al contempo vittima e carnefice (Reparto numero 6 di Cechov aveva già fatto scuola). Poi Luisa violentata dal padre come fa a perdonare? Il buon Giovanni costretto ad ammazzare per non rubare. Franco che sta bene da solo come i pesci e che violenta le sue donne, come solo sta bene Rocco. Amalia che non si è mai sentita veramente amata, come Valeria che non rivedrà più la sua figlia. Cinzia offesa dal mondo come a Enrico. Rosaria da nessuno capita e nessuno la ritroverà. Mario preso spudoratamente in giro (da chi vicino ruba sempre un pezzo di terra in più) come a Sergio (preso per il culo da chi si vanta di avere le donne). Rodrigo sempre oltre il limite pure “la ragazza non l’aveva più rivista, li avevano separati, loro un bambino non lo sapevano crescere: ma perché è così importante crescerlo? Non vieni su da solo come i cavoli e le melanzane vengono su dalla terra, sempre più grandi e maturi?”. Claudia che suicida la figlia Lucia anoressica, assuefatte dalle dipartite televisive, dove “la morte non sembrava più morte, ma il trasferimento d’una pedina, lo spostamento d’un bicchiere, un’azione insomma per rimettere ordine dentro cose persone inanimate: una morte senza sangue e dolore, una morte liberatrice”. Giorgio già morto prima di morire. Paolo dipendente dalla violenza. Sonia che non s’opponeva più alla vita, che non cercava più di pensare e quindi “la vita lei la beveva a sorsi, con rabbia e impazienza, come se da un minuto all’altro l’acqua dovesse smettere di uscire da quella cannella” e infine Omar indomabile come indisciplinati sono (siamo) tutti. Anche Piersanti spesso va giù pesante a differenza, per esempio, del “Buio” della Maraini o dei “Delitti” di Andreoli.

    Questi esseri sembrano scelti da Dio perché vanno sempre, comunque, nel senso opposto a quello che vogliono (che si prenda) gran parte delle persone. Per questo difficilmente possono essere di questo mondo e quindi: o lo abbandonano in modo consapevole o irresponsabile, oppure si rinchiudono, a doppia mandata, tra il loro corpo e le mura dei vari centri per “diversi”. Quanti ne ho visti col giusto piede libero dare colore alle chiacchiere insulse che riecheggiano nei vicoli, in un qualsiasi corso o da una finestra di uno sconosciuto appartamento, quanti ne ho visto ferirmi ammazzandomi i parenti; a volte passo davanti a un tram, a uno specchio, a una vetrina e mi fissano.

    http://www.pelagosletteratura.it/2018/04/16/le-anime-perse-ripensate-da-piersanti/

  • 12Apr2018

    Tiziano Mancini - Il Resto del Carlino

    «Ho conosciuto le “Anime perse”. Racconto le loro menti spezzate»

    Umberto Piersanti in libreria con 18  storie da episodi veri

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  • 23Mar2018

    Bianca Garavelli - Avvenire

    Vite spezzate nei racconti di Umberto Piersanti

    La narrazione breve, il racconto, è un’arte con cui si apre la nostra storia letteraria e sarebbe una perdita per tutti sottovalutarla.

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