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Anime perse

Archivio rassegna stampa

  • 14Apr2019

    Serena Uccello - Il Sole 24 Ore

    Letture: la malattia mentale in diciotto storie

    La poesia che salva l’anima dei folli

    Uno può anche raccontarsi di non provar timore. Ma in sincerità sappiamo che non è così: la malattia mentale più di quella fisica spaventa, smarrisce , allontana. È forse la percezione che nella gran parte dei casi non vi sia salvezza o l’ansia che, in fondo, dentro possiamo finirci tutti. È lo sguardo dei folli ad angosciarci, e la visione del corpo che si smobilita ed annulla. Ora ci voleva la voce di un poeta a rompere gli indugi, a tendere la mano. In Italia ci sono più di 800mila pazienti psichiatrici. Diciotto di queste storie sono raccolte da Ferruccio Giovanetti e narrate in Anime perse (edito da Marcos y Marcos) da Umberto Piersanti. Giovanetti è amministratore del Gruppo Atena, una struttura di recupero nelle Marche che accoglie uomini e donne affetti da patologie psiciatriche. Piersanti è considerata una delle voci più importanti della nostra letteratura, candidato al Nobel nel 2005.

     

    La gran parte di queste storie sono storie di uomini che hanno conosciuto la violenza del manicomio criminale e di donne che hanno vissuto la violenza degli uomini. Vittime che in un secondo si fanno carnefici e che il secondo successive tornano ad essere vittime spesso per il resto della loro vita. La malattia è qui raccontata in ogni sua forma: ossessioni, pulsioni, il buco nero della depressioni, lo slancio alla dissoluzione, la rabbia senza freno, la capacità di uccidere. In molte vite questi aspetti si confondono, si mischiano. Come nel caso di Emilio che si sente vittima di un’ingiustizia e su questo sviluppa la sua personale ossessione. La singolarità sta nel fatto che Levantini è un medico ed uno psichiatra ma la consapevolezza non lo salva perché la malattia annulla consapevolezza e lucidità. E forse non è casuale che la raccolta parta da questa storia come a dire: nessuno è salvo, nessuno si salva. Levantini ha partecipato a un concorso ed ha perso a suo giustizio ingiustamente, superato da un candidato da lui considerato incompetente. L’ossessione la porta ad uccidere il suo concorrente.

    Poi c’è Amalia che contro ogni logica – è in istituto – vuole diventare madre. E lo diventa, resta incinta. Salvo poi entrare in crisi e rendersi conto che no, in quella situazione madre non può essere, e allora comincia a picchiare la sua pancia gonfia. Poi la storia va come deve andare, il bambino nasce e le viene portato via. E l’ossessione di Giovanni per sua madre. Quando lei muore lui si perde . Fugge dal mondo perché senza sua madre nel mondo non vuole più starci. Che nessuno lo tocchi però perché lui che è buono potrebbe diventare per attimo, solo un attimo il più violento, e lo diventa. Cinzia diventa una furia quando le dicono che sua madre è una prostituta. Poi però si convince di essere come lei e allora….E poi c’è Rodrigo che un po’ chiede la carità, un po’ ruba fino ad uccidere. Rodrigo è arrogante e violento, e senza la percezione del limite, al punto che da morire per dimostrare, in una insensata sfida, di non avere alcun timore.

    La potenza di queste pagine è lo sguardo di Piersanti, senza giudizio, senza pietismo. La sua capacità di connotare con leggerezza senza mai rischiare la caricatura. La lingua del poeta è qui perfetta nell’arte dell’affresco per immagini fulminee e luminose. Piersanti riesce a raccontare restituendo la percezione che ognuna di queste anime perse ha del mondo. Il suo sguardo cioè è il loro sguardo. Anime che agiscono senza alcuna consapevolezza del male, perché, nella malattia, bene e male si confondono. Si toccano, si mischiano. I folli di Piersanti sono responsabili ma non hanno colpa. Il poeta non indugia nel racconto dell’inferno (cos’altro è il manicomio), allude il dolore, lo libera dalla materia, permette ai suoi folli di volare.

    https://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2019-03-27/la-poesia-che-salva-l-anima-folli-092840.shtml?uuid=AByw6JiB

     

  • 26Mar2019

    Davide Orecchio - Nazione Indiana

    E lui sta quasi, quasi bene

    (Pubblichiamo una storia da Anime perse di Umberto Piersanti, Marcos y Marcos 2018).

    Nell’alto Montefeltro vi sono sei centri di recupero diretti da Ferruccio Giovanetti. Accolgono persone dalla provenienza più diversa, da quelle afflitte da gravi disturbi psichiatrici ad emarginati sociali ad autori di atti delittuosi. Le sei strutture sono diversificate in modo tale da poter dare il massimo risultato in una difficile opera di recupero. Umberto Piersanti conosce e ha frequentato questo mondo.

    Dall’incontro di Ferruccio Giovanetti e di Umberto Piersanti è nata l’idea di questo libro. Ferruccio Giovanetti ha narrato venti vicende che prendono spunto da episodi e persone reali conosciute all’interno di tali strutture. Umberto Piersanti le ha trascritte e interpretate sempre attenendosi ai dati reali, ma sconfinando apertamente in momenti e situazioni di pura invenzione. Il libro nasce dunque dalla stretta collaborazione dei suoi due autori. L’intento è quello di rendere la complessità di un mondo e di destini che supera qualsiasi forma di fantasia. E tutti questi destini si sono, almeno per un momento, intrecciati dentro uno stesso luogo, nelle alte colline del Montefeltro.

     

    ****

    Giovanni spazzava con cura quella parte della stanza che riguardava il suo letto, attento a non superare una invisibile linea di confine con la zona che riguardava il letto di Giuseppe. Lui con Giuseppe non parlava mai, non sapeva per quale motivo era finito lì in quel centro di cura. Giuseppe non era né grande né piccolo né grasso né magro, una figura anonima e intercambiabile, un uomo che puoi incontrare ovunque e sempre confondere, senza un minimo segno di riconoscimento.

    Scese poi le scale lentamente e si mise ad innaffiare quella grande siepe di bosso che cerchiava la facciata dell’edificio. Era un giorno di prima estate, i rondoni sfrecciavano tra la siepe e i muri e dalle querce lontane gli uccelli facevano un gran concerto coi loro fischi e suoni cosìdifferenti. A Giovanni sarebbe piaciuto poterli distinguere, perché lui amava la precisione, distribuiva l’acqua alle foglie una per una e spazzava ogni fila di mattonelle sempre con lo stesso gesto e lo stesso ritmo, sempre con la stessa esatta misura. Ma il sole stava diventando troppo forte e lui si sedette nella panchina, la panchina dei pensieri come la chiamava. Pensieri, ricordi, fantasie, ma si possono distinguere? Tutto nella sua testa compariva dentro una luce violetta figure e vicende trapassavano veloci l’una nell’altra: lui che amava tanto la dimensione esatta, aveva sempre davanti gli occhi queste immagini confuse che si compenetravano l’una nell’altra come talora succede nei sogni.

    La madre cantava sempre alla finestra, sempre davanti a quelle due gobbe del Vesuvio che tutto il mondo diceva lei ci invidia: erano canzoni dove c’entrava sempre il cielo e l’amore, anche i pesci erano innamorati, quasi sempre un po’ malinconiche, gli amori come si sa finiscono quasi sempre male. Ma la voce della madre era forte, intonata e serena: poteva raccontare le cose più terribili, ma era sempre luminosa come quel cielo e quel mare napoletani: almeno lo diceva la madre che a Napoli c’era il più bel azzurro di mare e di cielo di tutto il mondo.

    Giovanni usciva poco, rare passeggiate tutt’attorno a quella casupola di periferia che aveva però quella gran vista sul Vesuvio. A vent’anni non gli interessavano né le donne né gli amici: gli piaceva stare dietro la madre al supermercato a tenergli aperta la borsa dove buttava spaghetti e i pomodori. Gli piaceva seguirla per la strada, entrare negli uffici quando pagava le bollette, aspettare seduto tranquillo nella panca. La madre era più del cielo e del mare, quelli esistevano solo perché c’era la madre, forse era la madre ad averli inventati.

    Era al supermercato quando la madre cadde in terra senza dire una parola: e lui l’aveva alzata, ma questa era immobile, il volto quello di un manichino, morta, morta completamente in un solo istante e lui non sapeva cosa fare, a chi rivolgersi, con chi parlare; stava lì attonito e sconvolto, senza dire una parola. E quando la misero sul furgone lui la teneva per i piedi e non la voleva lasciar andare, lui non la voleva morta, lui non poteva stare senza la madre.

    E’ passato il tempo: Giovanni è sbracato tra i cartoni alla stazione Termini. Tutt’attorno altri come lui, ma pieni di birra e alcol. Lui no, lui quando ha trovato qualcosa da mangiare, magari quello che gli hanno portato i volontari, resta immobile e tranquillo, beve solo l’acqua. Quel giorno i fischi dei treni sono più fitti ed insistenti e i tre compagni attorno più ubriachi e puzzolenti. Sono venuti da poco, non erano barboni abitudinari, raccontano di furti e di rapine, uno ha anche sparato, ma il colpo fortunatamente è andato a vuoto. Loro parlano sempre con Giovanni anche se lui non risponde, gli propongono cose strane, dicono che hanno le pistole, che lì vicino c’è una banca dove le carte sono così fitte che escono persino fuori dai cassetti e i cassieri paurosi e svogliati. Lì basta far vedere una siringa o un temperino e quelli ti riempiono di soldi come fanno i contadini quando mettono l’uva nei canestri. Lì bisogna andare, basta niente per fare i soldi, bere tutta la birra, dormire nei letti bianchi, scopare tutte le puttane del mondo. C’è il paradiso a tre passi e Giovanni non l’ha capito, se continua così resterà sempre tra i cartoni: quella è la sua occasione, non può perderla.

    Bruno è il più ubriaco di tutti e rutta e sputacchia da fare schifo: “Vieni con noi Giovanni, ti diamo un taglierino, no una siringa che quelli hanno paura dell’Aids, sono fissati”.

    “No, voglio stare qui per conto mio”.

    “Domani facciamo il colpo, Franco si è quasi rotto una gamba, il posto è il tuo”.

    “Te l’ho detto, non vengo”.

    Bruno tira fuori una siringa dalla sua bisaccia: “Questa è la tua, se non vieni ti strozzo”.

    E lo afferra nel collo, lo stringe forte, Giovanni si divincola, scalcia, prova a sputargli, ma non riesce, le dita di quell’altro gli serrano la gola. C’è una bottiglia grande, sarà di vino o di qualcos’altro e Giovanni la prende e sferra un colpo sulla nuca di Bruno. Esce un fiotto di sangue, i vetri conficcati nella carne: resta solo un pezzo di vetro in mano a Giovanni e lui lo conficca lì dove c’è il cuore e magari, un po’ più sotto, i budelli.

    Gli altri due barboni sono fuggiti: dopo la madre, questa è la seconda volta che Giovanni ha d’innanzi un morto, un morto vero, ma questa volta è lui che l’ha ammazzato e ha fatto bene. Quello ne voleva troppe e poi stava per ammazzarlo e poi lui non vuole fare rapine, lui non vuole il male della gente. Restare disteso tra i cartoni, mangiare il pane con la mortadella dei volontari, guardare la gente e i treni, non conoscere nessuno, non sapere niente, questo è quello che piace a Giovanni. Nel mondo non c’è più la madre, dunque è solo e bisogna continuare a esserlo, non c’è donna o uomo che possa farti da madre.

    Dopo sono venute le sbarre alle finestre, il cielo tutto nero, i corpi aggrovigliati dentro una specie di sgabuzzo. Si chiama manicomio criminale, Giovanni non sa se c’è l’inferno dopo la morte, ma quello è l’inferno, non ce ne può essere uno peggio.

    Poi lo hanno liberato e hanno chiesto in giro se qualcuno se lo voleva prendere, ma lui nessuno lo voleva. E’ ritornato nelle stazioni, tra i cartoni, quello è il suo destino e non gli dispiace: lì non ci sono sbarre e il cielo, anche se affumicato, non è poi così nero e lì c’è anche qualcuno che canta come la madre. E poi ci sono i ragazzi che si baciano, quelli che corrono con le valigie, altri che si salutano col braccio alzato: no, a lui non interessa nessuno in particolare, non gli importa di sapere dove va e cosa fa, ma ci sono e gli fanno compagnia come le rotaie, i treni e i cartoni. E’ un mondo senza sbarre e questo basta.

    Quella è una notte d’inverno, la stazione è piccola, Modena, ma il freddo no, quello è forte, molto più forte che a Roma. I volontari non sono passati, la fame è grossa e nessuno che ti dia uno straccio di coperta, che ti regali una bottiglia d’acqua. Del resto ognuno corre dietro la propria vita e come a lui non interessa chi passa, anche lui non interessa a chi passa. Arriva un altro barbone, è grosso, scuro, parla male, magari non è italiano.

    “Lasciami i cartoni”.

    Giovanni prova a resistere, ma quello ha un braccio di ferro, l’ha preso per la maglia e l’ha sbattuto via come niente fosse; non basta, adesso lo calcia e ride, ride come uno stronzo, sì, stronzo anche se Giovanni non ama le parolacce, lui non dice parolacce e non bestemmia, lui non si ubriaca e non rutta. Adesso l’altro dorme tranquillo: sì, una volta lui ha ammazzato un altro che lo voleva strozzare, strozzare senza motivo, anzi per fargli fare una rapina che è una cosa cha non bisogna fare e ti mettono anche in galera se ti prendono. Lui, invece, se lo strozza ha ragione: quello l’ha buttato fuori dai cartoni e poi gli ha dato i calci, con tutta la forza glieli ha dati. Bene, non potrà più calciare: lo afferra alla gola e stringe subito con tutta la forza, se l’altro fa a tempo a liberarsi lo massacra, se l’altro s’alza lui è morto. Stringe forte, con gli occhi chiusi e i denti stretti: no, quello non si rialza, quello crepa che non si sa se ancora dorme o si sveglia.

    Ma non l’hanno riportato nel carcere, ma in questa casa grande dove c’è la siepe grande e dove puoi guardare i campi giù fino al mare. Qui si sta bene, ti danno da mangiare buono e puoi spazzare e pensare a tua madre come ti pare.

    Nella panchina vicina si è seduta una donna, un po’ grassa, adesso c’ha la faccia che ride ma è di quelle che dopo piangono. Gianna ride e canta come la madre e lui la guarda fisso, senza sorridere, ma sta bene. Dopo, quella smette di cantare: “Vieni nella panchina, che gusto ti dà a stare sempre solo e sempre zitto?”.

    Giovanni si siede nella panchina e lei gli tocca la mano. No, non è la madre, ma appena appena gli somiglia e lui sta quasi, quasi bene.

    ****

    Nota sul libro
    Ero salito nell’alto Montefeltro dove il mio amico Ferruccio Giovanetti dirige il Gruppo Atena, una grande struttura di recupero. Davo una mano alle attività culturali degli ospiti, commentavo le loro fotografie che ritraevano le edicole sacre e i paesaggi cari anche a Tonino Guerra. Sono venuto così a conoscenza di una serie di storie drammatiche e inquiete e mi sono dovuto confrontare con un mondo che conoscevo ben poco. Memorie, natura, amori, certo anche dolori, erano stati gli argomenti delle mie opere. Questa volta era un mondo diverso e lontano col quale mi incontravo. Ferruccio Giovanetti m’ha raccontato lui queste storie e mi ha stimolato a scriverci un libro. Senza i consigli, l’aiuto, l’intervento diretto di Giovanetti queste pagine non sarebbero mai state scritte. A tutti gli effetti il direttore del Gruppo Atena è il coautore di questo libro. Poi ho anche osservato la vita degli ospiti, la loro vicenda quotidiana. Il luogo, Monte Grimano, e gli spazi attorno, è bellissimo. La vista si estende dagli Appennini al mare, dall’Urbino intravista tra i suoi colli al lontano grattacielo di Rimini. Le stanze sono belle, ordinate e pulite. I letti di ferro, ornati con disegni di rose come usava nelle nostre campagne. Il mulino ad acqua ancora funzionante, gli orti coltivati dagli ospiti. Il cibo buono, in gran parte biologico.

    Questo scenario, quasi d’idillio, si scontrava però con traumi e dolori quasi impossibili da superare. Il contrasto tra la bellezza della natura e l’opacità del male mi ha coinvolto e commosso. Questo libro di racconti è l’opera più “narrativa” che abbia scritto. Sono più noto come poeta, ma sono l’autore di vari romanzi. In questi ultimi però c’era sempre un protagonista in cui proiettavo me stesso anche se la vicenda era ambientata negli anni della seconda guerra mondiale. Qui mi dovevo confrontare con un’umanità che mi era quasi estranea e sconosciuta. Ho cercato di penetrare nella mente di questi protagonisti delle mie storie, penetrare quasi nelle fibre nelle pulsioni profonde del loro essere. Le storie sono tutte rigorosamente vere: i fatti narrati sono realmente accaduti. Non si tratta però assolutamente di schede psichiatriche: pensieri, reazioni, inquietudini varie le ho dovute immaginare e interpretare. Siamo dunque di fronte a un testo di letteratura, ad un’opera di invenzione anche se basata sul reale, su persone e vicende reali e concrete.

    In queste pagine non intendo giudicare e neppure assolvere. Rimane comunque sempre, al di là di ogni crudeltà, di ogni misfatto, la dignità umana che non può scomparire. Homo sum, humani nihil a me alienum puto.

     

    https://www.nazioneindiana.com/2019/03/26/e-lui-sta-quasi-quasi-bene/

  • 26Feb2019

    Gian Paolo Grattarola - mangialibri.com

    Nello scenario montuoso e collinare dell’alto Montefeltro sono ubicati sei centri di recupero istituiti e diretti da Ferruccio Giovanetti, sociologo da sempre impegnato nel settore della sanità. Al loro interno trovano accoglienza diciotto persone dalla provenienza più diversa. Sono uomini e donne afflitti da gravi turbe psichiche, vessate da vicende di emarginazione sociale, segnate da un vissuto sconvolto da un tragico epilogo.

    Come il dottor Emilio Levantini, che per rimuovere l’angosciante trauma di un concorso da primario ingiustamente perduto ricorse all’omicidio del collega vittorioso. Come Franco, che picchiò a morte la moglie e le figlie perché minavano la quieta libertà della sua vita di pescatore con gli assilli delle adempienze economiche. Come Giovanni, che dopo la morte della madre non desiderava altro che vivere in solitudine tra i cartoni della stazione Termini. E che lì sarebbe rimasto ancora, se quel maledetto giorno non si fosse rifiutato di prendere parte a una rapina. Come Enrico, che aveva acquistato una sciabola a San Marino per passione, ma poi aveva sentito crescere dentro il bisogno di usarla contro tutti quelli che si prendevano gioco di lui. Ed erano tanti, conducevano una vita lussuosa e andavano con le donne come bere un bicchiere…
    Per una volta dateci retta. Lasciate perdere ogni cosa di cui vi state occupando, uscite di casa e recatevi nella libreria più vicina. Entrate e senza indugio acquistate l’ultimo libro dato alle stampe da Umberto Piersanti, poeta e scrittore tra i più apprezzati della letteratura contemporanea. Anime perse non è certo un romanzo e però neppure una semplice raccolta di racconti, appartiene alla narrativa ma ha pagine che potrebbero starsene in un volume pubblicato in una collana di poesie. Il canore delle Cesane, apprese le vicende degli ospiti delle strutture dalla voce di Giovanetti, le rende note al lettore sotto forma di racconti reali che sconfinano tuttavia in situazioni di pura invenzione narrativa, coinvolgenti sul piano umano, carichi di atmosfera poetica e di densa intimità suggestiva. Le storie degli antieroi dei racconti sono contraddistinte da una silenziosa eppure violenta tempesta passionale interiore che non insegue un sogno irrealizzabile, ma la traccia di qualcosa che si è perso eppure continua a essere presente nel loro animo. Il libro diviene in tal modo anche una meditazione tracciata con acume e disincanto sulla natura umana e sulla sua inaffidabilità. Piersanti ha il dono di saper entrare nel cuore dei suoi protagonisti, lasciando che le persone non diventino personaggi. Con una tale grazia da fa entrare il loro cuore nel nostro.

    http://www.mangialibri.com/libri/anime-perse-0

  • 13Gen2019

    Demetrio Paolin - La Lettura/Corriere della Sera

    Le Muse tra gli orrori del nuovo Purgatorio

    Anime perse (Marcos y Marcos) di Umberto Piersanti è un testo estravagante e difficilmente classificabile. Non è un libro di racconti, non è neppure una raccolta di storie reali, anche se l’occasione dei testi è legata al dialogo tra Ferruccio Giovanetti, direttore di alcuni centri di recupero del Montefeltro (nelle Marche), e l’autore che le trascrive e le reinterpreta.

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  • 01Gen2019

    Enzo Rega - L'Indice dei Libri del Mese

    Di qua e di là della siepe

    Nel mondo contadino le storie si tramandavano oralmente, da bocca a orecchio, e di bocca in bocca, finché qualcuno le fissava per iscritto, a futura memoria. Ciò vale anche per le più antiche leggende, diventate letteratura.

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  • 18Dic2018

    Fabio Micheli - poetarumsilva.com

    Tra Dante e De Andrè! Tra le “anime perse” del sommo poeta e le “anime salve” del sommo cantautore, il passo è per me breve, inaspettatamente breve:

    perché, malgrado la condanna alla reclusione, le anime raccontate da Umberto Piersanti in questo ciclo di racconti, in questo girone di reietti, hanno la luce dell’attesa della salvezza, o l’illusione della salvezza perché, “in fondo”, sono stati sopraffatti dagli eventi della vita che non hanno saputo dominare, o dalla loro stessa vita che non hanno saputo dominare, perché vivere è fatica, e se si è deboli, ovvero se non si riesce a contenere il senso di afflizione che porta il vivere a una continua autocommiserazione, ebbene, il passo da vittima a carnefice è davvero breve. E allora ecco che Piersanti dà voce a una piccola Spoon River di casi umani – diremmo con terminologia da cronaca spiccia di questi tempi – non ancora raggiunti dalla morte (tolte le eccezioni dello zingaro spavaldo e della giovane Luisa che s’affaccia alla finestra), ma che hanno provocato morte e miseria umana attorno a sé stessi. E dal narrare partecipe, ma non travolto dalle storie, di Piersanti affiora un universo oscuro della mente umana che si rende agli occhi del lettore immediata fotografia della contemporaneità; una contemporaneità che, come dicevo poco fa, è diventata anche cronaca spiccia e quindi è stata abbassata a grottesca rappresentazione di fatti sui quali straparlare in salotti televisivi, senza realmente riflettere. Mentre ciò che Piersanti invita a fare è proprio riflettere sugl’individui, come fecero prima di lui Dante e De Andrè (e in mezzo a questi due estremi, tutta la letteratura universale), e sulle loro vite; vite che, come quella di Rosaria non sono mai state «una linea, una prospettiva, un cammino indirizzato a un qualche fine: no, le loro vite sono state un aggirarsi in tondo, una serie di cerchi concentrici spesso sghembi e lunatici, intercalati tra di loro; vite dove l’assoluta libertà si confondeva con l’assurdo e il non senso.»
    Mi si potrà contestare il fatto che moralisticamente io assolva le anime dei protagonisti di queste storie infelici, quando in realtà è un inferno questo raccontato da Piersanti, senza via d’uscita, senza una soluzione diversa da quella che una sentenza ha già decretato. Ma le anime in attesa d’essere salvate non sono solo quelle dei protagonisti di queste diciotto storie raccolte da Ferruccio Giovanetti, direttore dei centri di recupero del Montefeltro, e consegnate alla penna dello scrittore urbinate: sono nostre le anime in attesa di un segno di salvezza. Perché è questo il senso del libro, il suo fine: aprire, e non chiudere, una finestra. Una finestra non diversa da quelle dalle quali e attraverso le quali ora i detenuti guardano il mondo di fuori dal quale si sono auto-esclusi con efferata violenza.
    Ed è spesso violenza subita, non solo violenza attuata. Violenza provocata da un raptus di follia (come nella storia di Enrico il pescatore), o maturata nella frustrazione cibata dalla convinzione di avere subito un torto (come nel racconto di Emilio lo psichiatra); violenza interiorizzata che risponde a violenza sopportata in silenzio ripetutamente (come nella storia di Luisa costretta a sottostare ai desideri incestuosi del padre), o violenza vista paradossalmente come ultima ratio (come nel caso di Claudia che pone fine alla vita della figlia Lucia, condannata a una vita che non è vita, chiusa com’è nell’oscurità della malattia).
    Tutte storie che attengono, e attingono, tristemente a una quotidianità svilita e svilente, e che ci rappresenta per quel lato oscuro che tutti gli individui possiedono e non affrontano, anzi rimuovono più o meno intenzionalmente. Ed è emblematico, a mio avviso, il fatto che il libro prenda le mosse proprio dal racconto di Emilio, uno psichiatra, come a volere indicare l’inscindibilità tra mente e anima, e come la mente sia fragile anche in chi la mente studia e dovrebbe conoscere. E invece qui l’esistenza si trascina, quasi strascica passivamente nei sentieri tracciati ora da una mente deviata dalla follia. Fuori, per contrasto, l’amato paesaggio marchigiano di Piersanti. È il “fuori” che ha escluso le vite qui raccontante, che caldo abbraccio della natura che dovrebbe in qualche modo condurre l’individuo nel suo procedere sereno nella vita, un’idea, un’illusione, certo, perché in realtà la natura né conduce né esclude l’individuo, né include né partecipa: la natura è natura e l’individuo ne è parte come i fiori costantemente innaffiati da Cinzia, immagine sufficiente a indicare i cicli che si susseguono nella vita e che intervengono a sostituire altri cicli.
    È il disagio psichico e mentale a essere portato all’attenzione di tutti noi, quel disagio che sempre più è protagonista nelle vite di chi ci passa accanto e non degniamo di uno sguardo, se non di compassione (“carità pelosa” mi pare l’abbia chiamata Vittorio Sereni). Qualcuno obietterà che sono tutti esempi che testimoniano la marginalità; io replico che la marginalità è più ampia di quanto non si creda nella dimensione globale in cui viviamo, ed è il grande paradosso nel quale ci ritroviamo tutti coinvolti. Questi diciotto personaggi, protagonisti dei racconti di Anime perse, hanno trovato in Umberto Piersanti il loro autore, che nella diversità delle storie ha saputo comunque dare unità e coerenza all’intero disegno puntando sulla problematica psichiatrica e, ovviamente, sul luogo dove le “anime” finalmente hanno trovato un momento di quiete.

    https://poetarumsilva.com/2018/12/18/le-anime-perse-di-umberto-piersanti/

  • 01Nov2018

    Redazione - 50&più

    Un poeta, Umberto Piersanti, e diciotto storie vere, tanta violenza e disagio che segnano uomini e donne “ospitati” nei centri di recupero del Montefeltro.

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  • 07Ott2018

    Carlo Franza - blog.ilgiornale.it

    Anime Perse di U. Piersanti, libro dell’anno e capolavoro di umanità. Qui c’è il vertice della sua ritrattistica e il respiro del mondo che vive sotto il segno della carne, del dolore e della sofferenza.

    E’ il libro dell’anno, un autentico capolavoro. E’ uscito da qualche mese l’ultimo libro di Umberto Piersanti che ha per titolo “Anime Perse”, nella collana Gli alianti della casa editrice Marcos y Marcos, anno 2018.

    L’ho tenuto sul tavolo di lavoro più a lungo perché ho desiderato maturasse nel mio animo, e così è stato. Adesso ne scrivo perché Umberto ha meritato un 110 e lode con pubblicazione. Bella figura Piersanti, amico di vecchia data, fin dagli anni Settanta, oggi lui insegna all’Università di Urbino, io a Roma alla Sapienza, ma al di là del lavoro, ha sempre mantenuto vivo il suo cuore per sentire il respiro del mondo, di questo mondo talvolta affannoso. Sorpreso in parte da questo ultimo libro perché Piersanti ha già scritto testi di narrativa, specie quello che racconta la contestazione a Urbino alla fine degli anni Sessanta; ora “Anime Perse” lo rivela uomo vissuto, uomo capace di comprendere le storie amare e le sofferenze degli altri. E in questo mondo di individualisti, è una sorpresa scoprire l’amico scrittore che sa vivere e assaporare la vita vera, il trascorso dei giorni e degli anni. Ecco allora in questo nuovo testo, diciotto storie vere, raccolte da Ferruccio Giovanetti nei suoi centri di recupero del Montefeltro, trascritte e interpretate, anzi meglio dire narrate da Umberto Piersanti. Diciotto lampi di vite smarrite nell’inferno qui in terra e che non sempre hanno potuto trovare pace. Tutto si svolge in una grande casa immersa nel verde delle colline del Montefeltro a ridosso di San Marino; e Piersanti quasi pittore ci descrive il paesaggio che avvolge la casa delle anime perse, con attorno l’orto, le siepi di acacie, le panchine, i bossi di ligustro, i roseti, i campi di grano e i rondoni che sfrecciano sulle spighe ondeggianti. Sembrerebbe la casa-cascina di un tempo primonovecentesco , quando la giornata era scandita dalle stagioni e dal trapasso del giorno alla notte. Nulla di più nella casa-centro di recupero e nel circondario, se non le azioni delle anime perse che qui trascorrono mesi e anni; queste case hanno preso il posto dei manicomi criminali (Aversa, Monbello/Limbiate, Barcellona Pozzo di Gotto, ecc.) ci arrivano persone che hanno ucciso in preda alla follia.
    Ora questo nuovo testo ci dice che prima c’è stato il poeta Piersanti, ora è venuto il prosatore Piersanti che ha portato nell’esercizio nuovo una linfa vitale, con il bisogno del racconto compiuto con personaggi veri, con uomini e donne del nostro e del suo tempo; perché lo scrittore vuole illuminare il senso generale del cammino, di questo trascinarsi sulla terra.

    I risultati di questi racconti, di queste cornici che accolgono carte d’identità di uomini e donne, di queste brevi prose sviluppate in sequenza, sono propriamente lirici perché raccontano il dolore dell’uomo, il canto e gli urli delle loro sofferenze. Potremmo dire che “Anime Perse” è un libro meno felice? No, perché pur apparendo evidente lo stimolo ad uscire dal lirismo, la narrazione si sminuzza in una lunga serie di fogli di diario, brevi storie raccontate e trascritte, che si dipanano sotto il segno della carne, del dolore, della sofferenza. Piersanti ci dà i ritratti più rilevanti e più umani, da Luisa a Enrico, da Marco a Omar e Rodrigo, da Mauro a Claudia; qui lo scrittore tocca il vertice della sua ritrattistica con una compostezza di rappresentazione e un’essenzialità di linguaggio davvero esemplari. Da Emilio, lo psichiatra che uccide per riparare un torto subito, a Enrico che ha tagliato la gola a un pescatore per un futile motivo, a Mario che uccide a coltellate il vicino Vincenzo che gli rubava la terra (“ Lo sai che fregare la terra è il peccato più grosso, più che andare con la moglie di un altro, più che fregare i gallinacci e le pecore, e anche più grave che ammazzare”). Poi Claudia( “il tempo non intaccava la slanciata figura di Claudia, il suo bel viso composto”), che pone fine con le sue stesse mani ai giorni martoriati di Lucia, l’amatissima figlia devastata da un morbo oscuro (“le tagliò le vene con un gesto rapido e sicuro, Lucia spalancò gli occhi, e fece ancora segno di sì con la testa. A Claudia sembrava sorridesse. La guardò fisso per un po’ di tempo, poi si alzò e si allontanoò…”); e Luisa sedicenne stuprata nel corpo e nell’animo dalla violenza paterna (“vieni Luisa sbrigati..quando Luisa gli si avvicina, lui allarga le gambe e si slaccia davanti. Luisa trema, ma non piange, le lacrime ce le ha tutte dentro, non viene fuori una goccia. Fallo, e lei si avvicina lo fa. Dopo corre di sopra, si chiude nel bagno e vomita come sempre, come sempre succede dopo quello che fa con suo padre…”) .In questa serie di ritratti, di abbozzi rapidi eppure mirati, di frammenti di vita, di occasioni giornaliere, di trascorsi e di routine, la narrativa si alterna senza calcolo alla riflessione e alla lirica, e vi spiccano per maggiore nitidezza le figure femminili, con la ricorrente ammirazione verso la bellezza quale dono che nessun male riesce ad offuscare.

    Lo scrittore ha come una rivelazione in queste pagine ad alta tensione, dove l’impegno stilistico si traduce in un affanno febbrile, con l’avvertita capacità di assorbire con mitezza quell’accettazione del destino con rassegnazione.Leggerle queste pagine sono un incanto, tra note di paradiso e inferno, per i vissuti che vi sono descritti, dove le immagini lontane eppure precise, sorgono con una gioia che è anche dolore. Le figure si trascinano nell’esistenza, negli incontri e negli scontri, rivissute nei racconti dell’infanzia, nei racconti personali, nei capitoli ospedalieri e psichiatrici, nei documenti delle loro storie, uniche, personali, dolorose, ove affiora l’odiosamata origine del loro male e del loro bene.

    Umberto Piersanti sposta spesso il discorso al di là della testimonianza e può percepirsi che il suo descrivere non perde certo di immediatezza, in quella che è stata una delle sue grandi qualità poetiche di restituzione della realtà, ma guadagna molto soprattutto in senso d’umanità. Piersanti non tralascia nulla del passato di quest’anime perse, lascia fermo il grande mondo delle origini, ma il punto capitale del paesaggio in quel fazzoletto di terra fra Marche ed Emilia Romagna non cambia, cerca di fissare meglio i punti di osservazione. La sua è una passeggiata viva e umana, quasi una via crucis l’incontro con i fantasmi di quella struttura dove vivono le anime perse.Un’idea di cornice si ricava dalle sobrie notazioni del paesaggio e del corso del tempo nella quale le figure dei racconti fanno da tramite tra il “dentro” e il “fuori”, nell’evidenziare il trattamento dei malati, i loro interessi, l’osservazione dell’ambiente semiospedaliero colto nella quotidiana ripresa del suo ritmo, con un senso di naturale ordine, di sicurezza, per rapire note lungo l’intera giornata. Di gran pregio talune notazioni essenziali del tempo e delle stagioni, del panorama esterno e delle affettuosissime colline, un’aura che la tipica misura del Montefeltro fa da controcanto armonioso alle invocazioni laceranti della pazzia. Il dato classico della “storia” che governa il mondo è completamente sradicato dai “casi”, dal racconto delle cartelle cliniche; in “Anime Perse” traspare un’umanità fatalmente rivolta alla specie vegetativa a cui va sin da principio la solidarietà e la simpatia di Umberto Piersanti, che narra di queste persone, della loro pazzia senza peccati, e ci consegna pagine memorabili, un diverso e più ricco patrimonio umano.

    Umberto Piersanti è nato a Urbino, dove tuttora vive e insegna Sociologia della letteratura all’Università . Considerato tra le figure maggiori della letteratura italiana contemporanea, ha pubblicato numerose raccolte poetiche (ricordiamo in particolare I luoghi persi, Einaudi 1994 e L’albero delle nebbie, Einaudi 2008), saggi e opere di narrativa (l’ultima, Cupo tempo gentile, Marcos y Marcos 2012, ambientata a Urbino tra il 1967 e il 1969, evoca gli anni cruciali della contestazione); è anche autore di film (L’età breve, 1969, Sulle Cesane, 1982). Nel 2015 Marcos y Marcos ha pubblicato la raccolta di poesie Nel folto dei sentieri (premio Cavallini 2017).

    http://blog.ilgiornale.it/franza/2018/10/07/anime-perse-di-u-piersanti-libro-dellanno-e-capolavoro-di-umanita-qui-ce-il-vertice-della-sua-ritrattistica-e-il-respiro-del-mondo-che-vive-sotto-il-segno-della-carne-de/

  • 01Ott2018

    Marco Ferrazzoli - almanacco.cnr.it

    L’irredimibile dolore delle ‘Anime perse’

    Le 18 ‘Anime perse’ a cui è dedicato questo libro sono quelle di altrettanti internati negli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg), più noti come ‘manicomi criminali’, che sono stati accolti nelle strutture del Gruppo Atena.

    L’imprenditore che le dirige, Ferruccio Giovanetti, ha raccontato queste storie (purtroppo verissime) a Umberto Piersanti, che le ha registrate con la sua sensibilità di poeta e narratore e poi dettate a sua volta. Lo stile è quindi estremamente immediato, discorsivo, semplice, in qualche modo prossimo a quello che i protagonisti avrebbero usato per parlare di sé, se avessero potuto e saputo farlo. Quasi nessuna intermediazione letteraria si interpone rispetto al lettore.

    L’intento è proprio quello di far parlare con la propria voce le persone per le quali il disagio psichico e mentale è stato fonte di una sofferenza totale e di una violenza verso se stessi e verso gli altri, spesso irredimibile. Con questa scelta narrativa, Piersanti allinea l’opera alla sua produzione lirica, che tanto si è abbeverata alle fonti delle tradizioni popolari, delle testimonianze dirette, dei racconti rurali colti nello scenario delle Cesane, del Montefeltro, lo spicchio di Appennino nel quale è sempre vissuto. Ma c’è un nesso altrettanto evidente sul piano dei contenuti, poiché anche nelle sue poesie l’autore ha riservato uno spazio importante alla malattia mentale, all’esperienza di padre di un figlio autistico.

    Per quanto concerne l’aspetto clinico e di cronaca, l’umanità persa che si trova in queste pagine, (pur con eccezioni quali lo psichiatra che ha ucciso un collega per una rivalità professionale), afferisce a un bacino sociale comune, quello della marginalità, del disagio. Un mondo dove i soldi, il sangue e il sesso sono vissuti nell’accezione che un tempo definivamo ‘bestiale’, senza alcun filtro etico o culturale. Omicidi compiuti per una battuta di sfottò, per la droga e l’alcool, per una contesa confinaria ma anche per pietà, abusi perpetrati nell’abiezione più cupa. Il titolo e le trame non sono ottimistici: per quanto nelle strutture i ricoverati sperimentino spesso per la prima volta una relazionalità diversa, capace di rispetto e cortesia, il carico di dolore che portano con loro è troppo gravoso. E l’accoglienza può solo in minima parte lenirlo.

    http://www.almanacco.cnr.it/reader/cw_usr_view_recensione.html?id_articolo=8842&giornale=8854

  • 03Ago2018

    Anna Vasta - letteratitudinenews.wordpress.com

    La misura breve del racconto per narrare il male

    Anime perse, il nuovo libro di Umberto Piersanti (Marcos y Marcos Editore), il poeta cantore di Urbino e delle sue epifanie, ci riporta a un altro titolo, a un altro libro dell’autore, bellissimo, evocativo di luoghi –I luoghi persi–, che si trasformano in un tempo, “il tempo differente”, della visione e della rêverie. Tempo di poesia; di salvezza e di recupero di tutto ciò che l’uomo perde nel suo allontanarsi  dall’infanzia, beata età dell’innocenza, che nella memoria poetica diventa un luogo, di figure e di vicende, di simboliche appartenenze.

    Anche queste anime perse, anime fragili, ferite, offese dal mondo e da sé stesse –le più insanabili delle ferite–, di carne e di sangue, vive e vere come i loro tragici destini di dolore, rabbia, rancore, ricostruiti in brevi, essenziali, stigmatiche narrazioni, perché il pathos  non si diluisca in una stucchevole retorica dei sentimenti; queste anime sommerse dai gorghi dell’esistenza sono portate in salvo dalla forza di attrazione della scrittura. Da una pietas tutta umana che si  addensa in un narrare di classica originaria purezza, scevro da quegl’infingimenti letterari che potrebbero distrarre e allentare la tensione emotiva.

    Diciotto storie di ordinaria follia raccolte dal vivo di una comunità di accoglienza del Montefeltro, trascritte da Umberto Piersanti con una fedeltà alla vita  nel suo svolgersi priva di mediazione alcuna, come è della letteratura. La misura breve del racconto, praticata con mirabile maestria, risulta la più idonea a narrare i momenti, gli attimi, gl’istanti in cui si compie un destino; quella foga incontenibile, irriflessa che spinge verso l’abisso. Dopo, una quiete di morte, inconsapevole, innocente.
    In una grande Casa immersa nel verde delle colline del Montefeltro alto, una casa con l’orto, le siepi di acacie, le panchine, i bossi di ligustro, i roseti, i campi di grano e i rondoni che sfrecciano rasente alle spighe, una di quelle case patriarcali di un tempo, quando i ritmi del vivere erano scanditi dal succedersi delle stagioni, dall’alternarsi del giorno e della notte, dai mutamenti della luce, dalle vibrazioni dell’aria, dal colore del cielo, sono ospitati i ‘Matti’ coi loro vissuti dolenti di vittime-carnefici, con il loro risentimento che non trova tregua neppure a delitto avvenuto. Da Emilio, lo psichiatra che uccide per riparare un torto subito, a Enrico che ha tagliato la gola a un pescatore per una battuta canzonatoria futile, ma che ha scavato  nel rimosso delle sue frustrazioni, a Marco che uccide a coltellate il vicino che gli rubava la terra. Perché la terra è il peccato più grosso, più che andare con la moglie di un altro, più che fregare i gallinacci e le pecore, e anche più grave che ammazzare. Da Claudia, mater dulcissima, che pone fine con le sue stesse mani ai giorni martoriati di Lucia, l’amatissima figlia devastata da un morbo oscuro, a Luisa, sfregiata nel corpo e nell’animo da una violenza cieca, ottusa, da cui è difficile difendersi, perché inestricabilmente legata ad affetti naturali, elementari, insopprimibili: quelli di una figlia verso il proprio padre. Un amore filiale che resiste  agli  abusi, ai maltrattamenti, alle mortificazioni, ai sensi di colpa, al rancore, sino a mutarsi in tristezza per la sua morte. Perché la morte lava tutte le colpe, e ci trasporta dove non si sa, ma dove niente più conta di quello che è successo nella vita. La vita è senza senso, pensa Luisa; ma dalla finestra  la luna, malgrado tutto, le appare grandissima e luminosa.
    Non è solo Luisa a trovare una qualche consolazione nella natura, nel mare sconfinato, dove si può vivere ignorando il  tempo  e le faccende, o in certe giornate luminose di maggio che l’aria profuma di fiori e i rondoni alle vetrate sembrano impazziti, o in quei cieli azzurri di settembre colmi di pacificata bellezza, o nel tenero giallo dei favagelli di marzo, appena spuntati tra i greppi e i fossi della campagna urbinate. E qui dietro il narratore che registra senza commenti o divagazioni le ragioni, i moventi dell’agire umano, s’intravede il poeta di natura, il lirico cantore delle Cesane, dei campi a perdita d’occhio, della casa in fondo al fosso, di Madìo, il bisnonno dagli occhi cerulei e dai capelli biondi e lunghi, di Jacopo, il figlio irretito, perduto in un sogno arcano, e delle altre  figure di poesia che popolano il suo visionario universo.

    Tutte le storie alla fine  si ricompongono  in un quadro d’insieme dove i Matti della Casa  delle siepi perdono la loro eccentricità di malnati, di marginali dell’esistenza, di diversi; e pur  nella singolarità e unicità dei loro personali drammi, finiscono col rassomigliare a chi  vive oltre la siepe –labile confine di separazione–, tanto da suscitare un moto di francescana compassione, come tra tutti i nati sotto il medesimo cielo.
    A ciglio asciutto –sunt lacrimae rerum– Umberto Piersanti ricostruisce a posteriori  come in una tragedia greca, gli accadimenti, il più delle volte interiori, che hanno mosso ad atti di sanguinaria ferocia, persone miti, normali, tranquille in apparenza, come le acque chete che per un qualche accidente s’intorbidano, rompono gli argini, tracimano in una piena rovinosa.
    E non  servono nemmeno la cura, l’assistenza vigile e premurosa, le atmosfere arcadiche della grande Casa nel verde dove vengono accolti dopo anni di finestre alte dalle sbarre di ferro, a placare i demoni che li rodono tormentosi –un’offesa, un torto, un fondo risentito, esacerbato del carattere, il senso doloroso di un disordine delle cose, da sanare–, sempre in agguato e pronti a colpire, per ripristinare un equilibrio infranto.
    Questo raccontare per bocca altrui, seguendo il filo aggrovigliato di pensieri ossessivi, ripercorrendo le vie tortuose di un’emotività repressa, bloccata, senza interferire con suggerimenti di lettura e riflessioni soggettive, conferisce un’oggettiva sostanza di verità alle vicende di dolore, di solitudine, d’infelicità latente e subdola, che la finzione letteraria solleva dalle contingenze del tempo e dello spazio in una prospettiva di sguardo universale sull’uomo e i grandi temi dell’uomo. L’amore, nelle sue varie declinazioni, dalle più basse alle più alte, il male, non quello astratto della morale religiosa, ma il male ordinario della più bieca quotidianità. la perdita, lo scacco  degli slanci, degli affetti, delle speranze, la morte, data e ricevuta, subita comunque, anche quando agognata come suprema pacificazione.
    Un raccontare quasi impersonale, ma non distaccato, anzi concentrato, denso di echi e risonanze, di simboli e visioni, come è della scrittura dei poeti.

    * * *

    Umberto Piersanti è nato a Urbino, dove tuttora vive e insegna. Considerato tra le figure maggiori della letteratura italiana contemporanea, ha pubblicato numerose raccolte poetiche (ricordiamo in particolare I luoghi persi, Einaudi 1994 e L’albero delle nebbie, Einaudi 2008), saggi e opere di narrativa (l’ultima, Cupo tempo gentile, Marcos y Marcos 2012, ambientata a Urbino tra il 1967 e il 1969, evoca gli anni cruciali della contestazione); è anche autore di film (L’età breve, 1969, Sulle Cesane, 1982). Nel 2015 Marcos y Marcos ha pubblicato la raccolta di poesie Nel folto dei sentieri (premio Cavallini 2017).

    https://letteratitudinenews.wordpress.com/2018/08/03/anime-perse-di-umberto-piersanti-recensione/

  • 21Lug2018

    Riccardo Canaletti - poetarumsilva.com

    Su Anime perse di Umberto Piersanti, con una nota

    Il mare sopra l’acacia ha un accompagnamento.
    Sono in treno per andare in uno dei centri del gruppo Athena. Come incalza il mare. Non posso immaginare il muro d’acacia, il verde tribolante degli orti, un verde e un rosso costretti a crescere.

    Ma passerà poco prima del mio arrivo. Conoscerò “Franco”, il pescatore, la seconda anima persa. Franco che ha picchiato la moglie; l’ha quasi ammazzata. Franco me lo vedrò davanti, questo è certo.
    Gli occhi contengono innominabili misteri, ma il cuore, il cuore niente. E non c’è un cuore, c’è solo ciò che rimane in quelle pagine, in quei ritagli insufficienti per un’intera vita. Eppure è come se lo conoscessi già.
    Una ragazza mi sorride, e che bel sorriso, che sguardo provocante. Lì, dove il tempo sembra rispettare una regola monastica, non potrei mai baciarla. Forse non potrei nemmeno guardarla così, ché si preoccuperebbero tutti, primo tra i tanti “Lorenzo” che mi porterebbe a coltivare i pomodori. Ma anche io, di pomodori, “non so un cazzo”. Sono anch’io, seppur solo per elezione, uomo di mare, proprio come Franco.

    Leggendo Piersanti si ha l’impressione che ogni parola sia leggera, che appartenga al pensiero più che alla pagina.  E come staccare certe parole, mi dico, da chi le dice. In questi diciotto racconti Piersanti non può sottrarsi al lavoro di una narrazione fuori da sé, dove a parlare sono personaggi lontanissimi dall’autore. Lontanissimi ma non alieni dal mondo, anzi immersi nel quotidiano. Perché quel “ti voglio ammazzare” balena in testa, almeno una volta nella vita, anche se detto con superficialità. Quale la differenza tra noi e loro, allora? Il coraggio loro? La coscienza nostra? Wilde dice che coscienza è “un altro nome per la codardia”. E allora? La risposta si perde, come deve accadere. Ma la domanda persiste, quali i motivi, quali le differenze, quali le logiche. Piersanti però non giudica, agisce nella storia con la letteratura, senza il taglio sociologico, o da cronista (che in quest’epoca è sinonimo di giustizialista). No, non ci sono manette. C’è una storia raccontata senza orientare il lettore verso una parte, che sia quella delle vittima o meno. La voce di Piersanti tace, fiorisce solo nella capacità linguistica di adattare il registro, la forma e la grammatica al tono dei personaggi reali. Ecco che il linguaggio si fa incredibilmente moderno, basso spesso, ma senza strafare, senza diventare caricatura di se stesso, iperrealista, parodistico. C’è quel modus oraziano che viene dall’esperienza, dalla profonda conoscenza della parola, degli ambienti della parola, che sono anche questi luoghi dove le anime perse si fermano per un po’. Delle soste di riscatto, che non vengono ad assumere nessuna forma consolatoria o pietistica, ma che conservano quella pietas classica che è il senso di partecipazione, la misura dello sguardo sugli eventi. Il limite del giudizio è il limite dell’umanità, che non può essere superato.

    L’elemento immancabile, caratteristico della poetica di Piersanti, è poi quello naturale, di una natura, in questo caso, che respira e fa respirare, seppur nel limite degli ambienti vissuti nella comunità. Ciò che cerca, per sua stessa confessione privata, l’autore è quell’idillio che altro non è se non “il tentativo disperato di oltrepassare il tragico”. Ecco che la natura, anche in una forma che potrebbe risultare castrata, rinchiusa, diventa una possibilità di salvezza, di lavoro, di osservazione (e mai di contemplazione). La natura agisce e, come in nessun altro scrittore contemporaneo, raccoglie ogni esperienza senza caricarsi di sfumature ecologiste, ideologiche, o nostalgiche (pensiamo a Olmi o Pasolini).

    In queste pagine Umberto Piersanti ci racconta delle anime perse (in diciotto racconti editi dalla Marcos y Marcos) e ci consegna alcune delle prose più interessanti di questi ultimi anni.

    Nota

    Il 17 luglio sono stato in uno dei centri del gruppo Athena, diretto dal dott. Ferruccio Giovannetti, affiancato da un team preparatissimo. Sono stato preso alla stazione di Pesaro da uno degli assistenti, Tonino, che mi ha portato al Mulino, un ambiente totalmente ristrutturato di altissimo valore artistico, che ha fatto vincere l’anno scorso al Gruppo il Premio Rotondi. Il luogo è bellissimo, un paradiso, una piccola isola, la chiamano le cuoche lì, quasi autosufficiente. L’ambiente è sereno, mi accoglie uno degli operatori, Antonio, che mi fa vedere i vari luoghi, la fattoria didattica, l’orto, il nuovo vigneto, gli olivi. Gli ospiti della struttura son seguiti in un percorso che, se portato a compimento, permette loro di ritornare in società, dopo un periodo nell’albergo del gruppo. Il lavoro è enorme, capillare. Il rapporto con gli ospiti è tranquillo, amichevole, sembrerebbe tra pari. Di grande aiuto è l’attività terapeutica di gruppo. Siamo non troppo lontani da San Marino, in un luogo fiorente, ricco, che dà pace. In questa pace ho avuto modo di parlare con il “Fausto” dei racconti di Piersanti. Aveva gli occhi piccoli, di un colore luminoso. Mi ha spiegato come si cucina il pesce, al cartoccio in abbondante olio, con capperi, aglio, aceto, limone. Quaranta cinquanta minuti. Vorrebbe cucinarlo per noi, per i suoi compagni di strada, per gli operatori, per “il dottore” dice lui e mi invita. Tornerò. Conoscere questo posto è eliminare le diffidenze, i pregiudizi, la convinzione che ci siano buoni e cattivi. Il punto di incontro, al netto della finzione narrativa, tra il libro e la realtà è proprio questo, che potremmo sintetizzare con la frase maestra del gruppo Athena: “Non esistono anime perse per sempre”

    https://poetarumsilva.com/2018/07/21/su-anime-perse-di-umberto-piersanti/

  • 15Giu2018

    Davide D'Alessandro - Il Foglio

    Ecco Piersanti. Il verso, la misura, il tratto. Anche se questa volta non è poesia, comunque è vita, vita vera nei diciotto racconti che giungono dai centri di recupero del Montefeltro fondati da Ferruccio Giovanetti.

    Leggi articolo completo

  • 11Giu2018

    Nicola Bultrini - Il Tempo

    Nell’alto Montefeltro sorgono varie strutture di recupero, dirette dal dottor Ferruccio Giovannetti. Ospitano persone di provenienze e storie differenti, tutte segnate da drammi esistenziali profondi e laceranti.

    Leggi articolo completo

  • 07Giu2018

    Giuseppe Marchetti - La Gazzetta di Parma

    “Diciotto lampi di vite smarrite che non sempre han trovato la pace” – recita in quarta di copertina con efficace sintesi l’invito a leggere il nuovo libro di racconti di Umberto Piersanti “Anime perse” edito da Marcos y Marcos.

    Leggi l’articolo completo

  • 31Mag2018

    Paola Lorenzini - luicialibri.it

    L’identità perduta? Per Piersanti nel contatto con la natura

    Con “Anime perse” lo scrittore e poeta urbinate Umberto Piersanti regala diciotto ritratti di uomini e donne che hanno commesso crimini in preda alla follia e si trovano nei centri di recupero, gli ex manicomi criminali. Tra passati problematici, rancori irrisolti, convinzioni assolute e voglia di libertà. Non un ritratto sociale o scientifico, ma un lavoro sulla parola e sulla lingua

    È dai centri di recupero dell’alto Montefeltro che provengono le diciotto storie che compongono Anime perse (Marcos y Marcos, 2018, 192 pagine, 18 euro) di Umberto Piersanti: le testimonianze sono state raccolte da Ferruccio Giovanetti, fondatore e direttore del Gruppo Atena, per poi essere interpretate dalla penna dello scrittore urbinate, che affonda nella poesia le radici della propria formazione.

    Istantanee di vite spezzate

    Emilio nella vita ha tutto: denaro, beni immobili, un’ottima posizione lavorativa e l’amore di una donna che chiunque gli invidierebbe. Un giorno, nella sua esistenza apparentemente perfetta si insinua il tarlo di un’iniquità: un collega vince un concorso, soffiandogli l’opportunità di avanzare di carriera. Da qui nasce in lui la necessità di farsi giustizia da solo, laddove la società premia un incapace e non riconosce il reale valore delle persone che svolgono il proprio lavoro con dedizione e fatica.
    Franco sogna la libertà che solo il mare gli può offrire, mentre la realtà che ha di fronte è quella di una moglie e una figlia che gli chiedono conto di come spende i soldi che si è guadagnato col proprio lavoro o di come dispone del proprio tempo libero; da questo disagio nascono i suoi atteggiamenti violenti nei confronti della famiglia.
    Amalia, accarezzandosi la pancia, si interroga sulla possibilità di risparmiare al nascituro un’inutile esistenza, che non risparmia crudeltà a nessuno, nemmeno a chi non ha minimamente colpa.

    «Forse la pazzia non esiste, ci sono solo modi di rispondere alle difficoltà e ai dolori della vita. Forse, la normalità non è che timidezza e paura, accettazione delle cose e delle vicende senza tentare di dare una risposta. Forse, l’uomo libero è chi se ne frega della morale comune, delle esigenze del galateo sociale, delle inutili aspettative d’una giustizia che non può essere che casuale, provvisoria o spesso ingiusta».

    Nelle brevi istantanee immortalate da Piersanti si può indagare nel passato dei personaggi: quasi tutti sono problematici, hanno perso un genitore oppure sono vittime di un meccanismo sociale che non perdona certi difetti.
    Alcuni mostrano una logica inoppugnabile, sono convinti che sia giusto uccidere solo perché si è stati derisi o offesi, sembrano non cogliere la perversione del vendere il proprio corpo, anche in modi umilianti, in cambio di piccoli doni, o di farsi trasportare in cattive compagnie che spacciano droga o rapinano banche.
    Il motore di tutto è una convinzione pericolosa, dettata da una percezione personale del reale, come quella mamma che decide di tagliare le vene alla figlia molto malata e ridotta a una vita vegetativa e si giustifica credendo di sentire la figlia implorare di porre fine alla sua vita.

    Una difficile reintegrazione in società

    Alcuni protagonisti vivono in centri di riabilitazione dopo aver passato del tempo in carcere. Il più delle volte sanno che devono comportarsi bene per potere uscire, per avere la possibilità di terminare le faccende lasciate in sospeso, che non hanno mai dimenticato; il più delle volte i familiari non vogliono prendersene nuovamente carico, perché hanno paura, perché sono stati feriti e umiliati, perché finalmente possono avere un piccolo sollievo da una vita di affanni.
    Ciò che caratterizza i protagonisti delle storie di Piersanti è la forte e inoppugnabile convinzione di avere ragione: anche lontani dal mondo restano arroccati nella loro realtà, l’unica che conoscono, l’unica che possono concepire.
    I centri di recupero hanno l’obiettivo di restituire alla società persone nuove, rieducate, guarite; ma il più delle volte non c’è qualifica e capacità del personale che tenga, il chiodo fisso è congenito, il meccanismo malato di pensiero è troppo radicato per essere estirpato attraverso l’educazione alla buona condotta.

    «Debbo dirgli di sì, debbo dirgli che ha ragione sennò da qui dentro non esco più. Hanno ragione sempre quelli che non ci stanno dentro, che gli insulti non li provano sulla propria pelle. Ha ragione chi sta bene, ha ragione chi non gli è successo mai niente. Ma io adesso lo faccio contento».

    La pace del paesaggio, il tormento delle anime

    I centri di recupero qui tratteggiati sono strutture accettabili, con buon cibo e con infermieri attenti e gentili, dove i pazienti sono seguiti e curati da personale sempre disponibile. I protagonisti sembrano accettare la nuova collocazione, ma la loro vera natura, i loro rancori non tardano a riemergere: è come se la rottura fosse costituita solo dal momento dell’arresto, ma in loro fosse rimasto qualcosa di irrisolto con il mondo.
    Quelli che hanno la possibilità di uscire dal centro, finiscono per ricommettere lo stesso reato che li ha portati in carcere la prima volta: sembra non esserci una reale possibilità di cambiamento.
    La bellezza della natura, sempre presente in questi luoghi di riabilitazione, sembra un retaggio della formazione poetica di Piersanti: gli elementi diventano spettatori di una realtà umana che continua a correre incurante.
    «Il mare era liscio, piatto, come si è abituati ormai a dire, come l’olio. Da lontano si scorgevano le rupi del Conero con le pareti bianche solcate dall’intreccio di corbezzoli, allori e carpini.»
    C’è un forte contrasto tra il tormento delle anime e la pace del paesaggio, dove gli ospiti sono invitati a curare un orto, a dedicarsi ai fiori, a produrre olio e vino, come se il contatto con la natura sia necessario a riprendere contatto con sé stessi. L’ambiente bucolico delle colline del Montefeltro vorrebbe proteggere questa psiche così fragile ma al contempo crudele, trattenerla in un mondo tranquillo, lontano dalla corruzione della società.

    Guardare oltre la siepe

    Eppure c’è sempre una volontà di fuga sopita, un guardare oltre la siepe, alla ricerca della libertà, della vita vera, nonostante i ritmi naturali scanditi dal centro sembrino dettare una perfetta armonia, una sinfonia dell’esistenza.
    La siepe – topos letterario – separa dal mondo, dalla città dove è avvenuto il fattaccio, dai luoghi che sono stati testimoni di un dramma, ma è soltanto uno schermo, che non riesce mai a fare dimenticare completamente quello che è stato e che non può essere mai davvero dimenticato.
    Piersanti non indugia a lungo sulla minuziosa descrizione delle turbe psichiche, si limita a raccontare i fatti per cercare una dimensione interpretativa più alta.
    La volontà di fare critica sociale sembra lontana dal suo occhio poetico, che invece dà maggior peso alla lingua, all’espressione perfetta di concetti, alla capacità della parola di entrare in un mondo totalmente estraneo come può essere una mente malata.

    http://www.lucialibri.it/2018/05/31/identita-perduta-natura-piersanti/

  • 16Mag2018

    Alessandro Moscè - pangea.news

    Viaggio tra i malati psichici, i nevrotici, i deliranti: Umberto Piersanti s’infossa nei destini inevitabili
    Umberto Piersanti ci ha abituati dagli anni Sessanta ad una dimensione immaginativa che richiama una matrice di colline e monti appenninici delimitati, sulla scia della migliore tradizione novecentesca dove tra ombre di ricordi, paesaggio e natura, si intravede ciò che Franco Loi definì “la tradizione dell’Italia che è all’origine della nostra parlata nazionale”.

    È perfino inevitabile un accostamento ad Attilio Bertolucci: ma se le foglie ingiallite, i bassi portici, il fiume dal letto largo e piatto sono alcuni dei tanti fils rouges e dei luoghi di elezione del parmense, le Cesane, gli altipiani a sud di Urbino, le mura cittadine rinascimentali della città ducale del Montefeltro, i fossi, le erbe e il grano scheggiato dai colori dorati, confluiscono direttamente nella poetica di Piersanti, che include sempre un tempo remoto che domina la sua valle. Il mondo è animato da storie in cui non si distingue più, volontariamente, la realtà dal sogno, la dimensione per lo più domestica dalla memoria fenomenologica.

    Stavolta, però, Umberto Piersanti, tornando alla narrativa, più precisamente al racconto breve, non cammina guardando asfodeli, favagelli e rose canine. Non ha l’impatto antropologico con la terra madre, con i boschi selvatici che rimarranno un “luogo salvato” per l’ambientazione nell’ambiente del tempo differente, fuori dall’ordinario, dunque anacronistico. Con Anime perse(Marcos y Marcos, 2018), entra con decisione nell’oggi e si sofferma sul disagio, sulla sofferenza, sull’emarginazione umana. Fatti e protagonisti sono riferiti e rielaborati con l’orchestrazione di chi, mediante l’oralità, fa sua un’esperienza di sangue che altrimenti non avrebbe avuto voce. Diciotto storie vere, raccolte da Ferruccio Giovanetti nei suoi centri di recupero del Montefeltro, trascritte e interpretate appunto dal poeta e narratore. La pubblicistica ha definito il libro con uno slogan significativo. “Diciotto lampi di vite smarrite che non sempre hanno trovato la pace”. Umberto Piersanti è un poeta e i suoi racconti si impongono immediatamente nella brevità. Non come in un resoconto, né freddamente come in un referto medico. Sono racconti animati, dove uomini e donne dicono poco ma si fanno intendere, dove la gestualità o una frase esplicita, risulta una confessione imprevedibile. Non manca la menzione del mondo circostante, la terra che conosciamo appunto nella mitografia personale di chi ha fatto degli altipiani a sud di Urbino un’operazione di metamorfosi affettiva propria delle Langhe pavesiane o della campagna senese luziana. Una patria poetica, con una cifra melodica, lirica, vivissima. Con Anime perse non sono i luoghi ad essere marginali geograficamente e centrali letterariamente, ma gli abitanti più sfortunati, i malati psichici, i nevrotici o i deliranti. Si tratta di racconti delineati a partire da un nucleo e da un’ellissi. Qualcosa accade e determina qualcos’altro girando intorno al male. Queste anime denotano una depressività stramba, un modo di essere fantasioso seppure distorto, affatto discorde da quel temperamento inventivo non di Bertolucci, ma di Gianni Celati o dello stesso Tonino Guerra, di Raffaello Baldini, tipico di una linea romagnola ed emiliana che sonda la ferialità scossa del reietto. Enrico ha tagliato la gola ad una persona; Mario ha sparato; Amalia non vuole diventare madre; Franco è ammalinconito; Giovanni rimpiange le canzoni. Ai manicomi criminali, veri e propri lager, si sono sostituiti i centri di recupero affollati da chi non ha ucciso con lucidità razionale, ma perché indotto da un’incontrollabile follia. Umberto Piersanti non ha il taglio dello psicologo, come detto, per cui non tratteggia i sintomi, non dà giudizi, ma come farebbe ogni scrittore difensore dell’uomo, assolve chi viene condannato. Entra nel personaggio, lo incarna, lo guida. Insegue le nebbie mentali del passato, un inevitabile destino. Il Montelfeltro, in fondo, è il posto che affievolisce il male, che lo attenua. Forse l’unica ragione di vita: restare nel proprio habitat, nonostante tutto.

    http://www.pangea.news/viaggio-tra-i-malati-psichici-i-nevrotici-i-deliranti-umberto-piersanti-sinfossa-nei-destini-inevitabili/

  • 14Mag2018

    Luigia Sorrentino - poesia.blog.rainews.it

    Le Anime perse di Umberto Piersanti

    Nelle colline dell’alto Montefeltro presso San Leo e San Marino si trovano sei strutture del centro di recupero Atena dirette da Ferruccio Giovanetti.

    Qui arrivano ospiti da tutta Italia: si lasciano dietro vicende inquiete, storie spesso atroci: uno psichiatra ha ucciso molti componenti della commissione che lo ha bocciato. Talora aiuta i medici della struttura con gli altri pazienti, ma non potrebbe uscire perché: ¨la lista è lunga¨, deve ancora far fuori quelli che non ha fatto in tempo ad uccidere.

    C’è una ragazza tossicodipendente che tenta sempre di fuggire e che scomparirà tra la neve altissima del 2012.
    E poi il contadino che ha ucciso con diciassette colpi quello che ha spostato il confine del podere di diciassette metri.
    Anime perse edito dalla Marcos Y Marcos raccoglie diciotto racconti scritti ed interpretati da Umberto Piersanti che si riferiscono ad altrettante vicende reali raccontate all’autore da Ferruccio Giovanetti.
    C’è un netto contrasto tra la bellezza del luogo e le tragedie di queste vite spezzate.
    Possono in un qualche modo gli alberi, i cespugli, gli uccelli, la lontana marina all’orizzonte, favorire una rinascita di questi personaggi?
    Anche la filosofia e la prassi di questo centro di recupero di Atena si basa su un rapporto profondo con la natura: gli ospiti coltivano orti, producono olio e vino, perfino creme di bellezza.
    Il cibo è biologico e cucinato in modo perfetto.
    Le stanze contengono solo due o tre letti di ferro battuto con medaglioni e fiori come era usanza delle nostre campagne.
    Comunque l’idea di una reclusione sia pure molto attenuata e confortevole contrasta spesso con l’anarchismo irruento e selvaggio degli ospiti.
    Umberto Piersanti narra le loro storie senza compiacimenti di alcun tipo: morbosità e horror sono lontani dalla sua natura.
    L’occhio è quello del poeta che coglie sia il dissidio psicologico che il volo dei rondoni tra le siepi.
    Questo, però, è anche il libro più ¨narrativo¨ del poeta urbinate.
    Negli altri romanzi c’era sempre un personaggio che in qualche modo interpretava e dava voce all’autore anche quando era collocato in un altro tempo e in un altro spazio.
    Qui Piersanti è dovuto entrare in psicologie diverse e lontane, tentare di comprendere fino in fondo, entrare nelle fibre di persone da lui lontane e differenti.
    C’è un unità in tutto il libro e non solo esteriore: gli edifici del centro, gli orti e la campagna attorno non sono solo una cornice. ma il luogo dove si ritrovano i protagonisti delle varie storie.
    E il direttore, i medici e gli infermieri si trovano sempre ad accompagnare gli ospiti stessi e colloquiare con loro.
    Bianca Garavelli su Avvenire ha scritto che questa raccolta di racconti assomiglia ad una di poesia per l’unità dovuta alle atmosfere a ai rimandi che percorrono l’intero libro e per l ‘intensità lirica dello sguardo.
    La natura continua ad essere un tema dominante anche in questo libro ¨diverso¨ come lo è sempre stato in tutta l’opera del poeta urbinate.

    http://poesia.blog.rainews.it/2018/05/le-anime-perse-di-umberto-piersanti/

  • 11Mag2018

    Lucilla Niccolini - Corriere adriatico

    Le Anime Perse nel mondo e gli angeli che le aiutano

    Una madre disperata che taglia le vene alla figlia malata, senza speranza di guarigione; un contadino che spara al vicino per questioni di confine; una ragazza stuprata dal padre; un padre violento che la famiglia non vuole più prendersi in casa: sono solo alcuni dei protagonisti delle diciotto storie maledette raccontate nell’ultimo libro di Umberto Piersanti.

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  • 29Apr2018

    redazione - Robinson

    Anime perse (Marcos y Marcos) raccoglie diciotto storie di uomini e donne che vivono in centri di recupero. Umberto Piersanti rielabora i racconti del sociologo Ferruccio Giovanetti, invitando a sostare in ascolto, a registrare violenze e disagi.

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  • 20Apr2018

    Anastasia Romano - pelagosletteratura.it

    È sempre bello riscoprire Umberto Piersanti. Sfogliare le sue pagine e le sue poesie è come tornare in un luogo conosciuto, magari nascosto in un angolo della mente, ma che ti resta dentro.

    La narrazione breve, nelle sue varie declinazioni, ha radici antiche e consolidate nella letteratura italiana. Piersanti sceglie la forma del racconto, per condensare in un libro unitario la sua esperienza di frequentazione dei centri di recupero del Gruppo Atena, che ospitano persone afflitte da disturbi psichiatrici, problemi di emarginazione sociale, o autori di atti delittuosi.
    Un susseguirsi di vicende, che si snodano una nell’altra, senza soluzione di continuità, e in cui emerge il ritratto di un’umanità dolente, interrotta, una realtà talvolta smussata da toni fiabeschi e da sogno, ma mai edulcorata.

    Destini spezzati, personaggi che sono prevalentemente vittime di un mondo troppo grande che non li comprende, e che spesso emergono nella loro ingenuità spontanea e un po’ naïf, ma in contrasto dissonante con le azioni che hanno commesso: come uccidere qualcuno perché «Dottore, andava fatto!», oppure per una semplice frase, perché «M’aveva offeso». Uomini e donne che la vita se la bevono a sorsi e le cui vicende si svolgono senza senso, come le immagini di un film silenzioso, a cui avessero levato il sonoro.

    Punto di unione di questi diciotto racconti è la struttura in cui tutti vengono ospitati, tratteggiata da Piersanti con brevi ma incisive pennellate: una casa grande, immersa nel verde, da cui in lontananza si può vedere il mare. Un luogo dai ritmi e dalle giornate regolari, per alcuni un rifugio, per altri un motivo di fuga, ma che trasfigurato dalla penna dell’autore si tramuta in luogo universale, dove l’Assurdo e il Non senso non trovano spazio, ma restano appena fuori, al limitare delle siepi d’acacia che lo circondano.

    E tra le pagine della raccolta si ritrovano qua e là alcuni topoi della poetica di Piersanti: l’importanza della memoria, la fuga e l’amore come motivi di una felicità che si dà sempre e  solo per attimi. Torna, immancabilmente, la natura, tanto cara al poeta. Ecco che si ritrovano i favagelli, le margherite gialle, il mare, dove ci sono i pesci che vivono di «momenti sciolti dal tempo».

    Una natura che tuttavia solo talvolta si presenta come riserva di senso, rifugio, come luogo dello spaesamento e del ritrovamento d’identità, perché l’Assurdo è sempre in agguato e abita costantemente queste anime perse.

    http://www.pelagosletteratura.it/2018/04/20/recensione-di-anime-perse-di-umberto-piersanti/

  • 16Apr2018

    Luisa Debenedetti - librierecensioni.com

    Anime perse di Umberto Piersanti, scritto grazie alla collaborazione di Ferruccio Giovannetti – amministratore unico del Gruppo Atena –, è la raccolta delle vicende di 18 persone con problemi mentali, ospiti delle strutture di accoglienza dell’alto Montefeltro.
    Le storie sono vere, un po’ romanzate ma scritte con realismo: ogni storia cattura il lettore e lo porta ad essere lì, con Sergio, Cinzia, Enrico, Rodrigo, Valeria… e i loro demoni.

    È un allarmante grido d’aiuto diretto a chi si adopera per superare l’obsolescenza di un sistema che fatica ad essere al passo con l’umanità moderna.
    Tra i protagonisti c’è chi ha commesso reati minori e ci sono autori di crimini efferati, malati mentali gravi che necessitano di cure e attenzioni particolari, che trovano accoglienza in queste strutture residenziali che hanno sostituito i manicomi in genere. Ma emerge forte un interrogativo: qual è stata la riflessione delle istituzioni sulla cura della malattia mentale? Il problema, forse, dopo le zone d’ombra della legge n. 180, la famosa “Legge Basaglia”, non è dove curare ma come.
    L’autore ci accompagna all’interno di queste strutture, rivelando le storie degli internati e talvolta il disagio e l’impotenza degli operatori nei confronti della malattia mentale.
    Il malato non appartiene più ai manicomi, ma non appartiene neanche alla collettività. E’ diventato, invece, un grande peso incombente all’interno delle mura famigliari, dove la sofferenza si amplia in modo esponenziale. Una sofferenza che genera un profondo silenzio sociale, lasciando i personaggi intrappolati nel circolo vizioso creato dall’abbandono e dal senso di impotenza che nella solitudine alimenta se stessa. In questo senso sono Anime Perse, nessuno, nemmeno la famiglia, è disposto a riprendersele mentre loro sognano la vita fuori.
    Sono come uno schiaffo le parole riferite a Sonia: “Che bello vivere libera e disperata! E gettava lo sguardo oltre la siepe, là dove cominciava la vita; quella vera“. Una lettura che fa provare sensazioni che non si pensava di poter sentire, che insinua negli angoli della coscienza nuove parole per domande mai poste, perché alla fine lascia molta amarezza e fa riflettere sul ruolo che la società ha nei confronti di queste persone “disturbate”. E’ proprio solo colpa loro? Forse non sempre.
    Vorrei ancora sottolineare una particolarità lessicale: la scelta dell’Autore di usare i pronomi personali in un’unica forma, “gli” sia per il maschile sia per il femminile; certo è conforme all’etimologia (la forma latina illi era unica per entrambi i generi) e nonostante all’inizio abbia fatto fatica ad accettarlo, alla fine l’ho trovato uno strumento efficace per uniformare e familiarizzare con i personaggi.
    Una lettura consigliata.

    http://www.librierecensioni.com/libri-online/anime-perse-umberto-piersanti.html

  • 16Apr2018

    Roberto Marconi - pelagosletteratura.it

    Le anime perse ripensate da Piersanti

    Comunque ho il mito dell’origine, mi sa. Pensa che uno nasce coi sensi e la mente pulita. Non è che necessariamente succede qualcosa di spiacevole. Ma tornare a quel punto per essere d’accordo con la vita.

    Epperò: se lo sviluppo anche in individui ‘normali’ non è sano? Dove inizia la ‘naturalezza’, la ‘perfetta’ ‘armonia’ che ti fa dire: sarò sano se mi conserverò come allora? Se pulirò o terrò puliti i sensi e ricettivi? (nel bene che può farmi, solo in quello)
    Dicevo: e se non fosse così scontato anche in casi ‘sani’, essere ‘d’accordo con l’universo’ persino allora? Poi ‘uno’, da ‘grande’, che dovrebbe cercare?
    Alessio Ruffoni

    Diciotto è il voto sufficiente per superare un esame all’università ed è anche il numero di anni per ottenere la patente e quindi per avere la maturità. E qui, in queste pagine di questo libro, sono la cifra per misurare i racconti, rielaborati dall’autore attraverso la narrazione di Ferruccio Giovanetti che gestisce, tramite un’associazione, centri di recupero, nell’alto Montefeltro, “per persone dalla provenienza più diversa, da quelle afflitte da gravi disturbi psichiatrici a emarginati sociali e ad autori di atti delittuosi” e che ha raccontato al poeta urbinate (naturalizzato civitanovese) tutte queste vicende, fatti, che grondano letteralmente vita e morte. Eventi, tanti quanti possono essere a ogni lustro della nostra esistenza, che ci cadono addosso, a volte indistintamente. E ogni brano di vita mi fa capire ancora di più, come se non lo avessi mai dimenticato, come la normalità si perde nelle pagine di un vocabolario e stenta a darsi significato in qualunque bocca.

    È un Piersanti che elabora, che pesa le parole (che versa etti in più se viene Eros a tavola e aggiunge un bicchiere di vino ogni volta che sia accomoda la Natura) e riscrive la vita di queste “Anime perse” (Marcos y Marcos, 2018) e mescola la natura delle cose con quella umana. Un po’ come facevano i fratelli Grimm, Umberto non lo ha mai smesso di compiere nelle sue poesie, soprattutto, raccogliere testimonianze, ascoltare aneddoti di “vite di persone non illustri?”, ricamando una fodera di pura grammatica narrativa (come i ripetuti avverbi di tempo). Una natura, quella dei protagonisti, piena di rancori, solitudini, indigenze, dove si celebra il fallimento delle relazioni, dove la comunicazione spesso, per non dire sempre, è sinonimo di sconfitta e porta a dure conseguenze come la distruzione, l’annientamento. A meno che la speranza di capire dai nostri problemi ci faccia un po’ rinsavire, perché queste storie ci riguardano, magari ci si sente orfani dopo ciascuna vicenda: ci servirà a ritrovare una strada pacificatrice? Ci sarà mai qualcuno che ci renderà giustizia?

    Gran parte dei titoli scelti dall’autore per ‘schedare’ ogni vicenda, quasi sempre è ripreso dall’ultima frase, dall’ultima parola, come a ricominciare daccapo il calvario e a farci ricordare di nuovo cosa è successo, come a firmare una sentenza, una morale burocratica che tenta di archiviare ciò che non si può accantonare, come a evidenziare quella macchia che ognuno si porta, involontariamente, dietro magari sin dalla nascita, pronta a rivelarsi quando qualcuno ci vuole male. Così l’inventore dei luoghi persi percorre, nell’arte di narrare, un filo sottile, ma d’acciaio, senza quasi nessuna sbavatura (sa il pericolo di cadere nel baratro dello scontato) come se, quando prende in mano una penna, riuscisse a dimenticare le frivolezze quotidiane che vengono a bussare alla sua porta, della camera di scrittura.

    Tornano, necessariamente, come ci ha insegnato il topos del luogo nella letteratura mondiale del primo Novecento, a identificarsi nelle pagine il decantato posto ameno, hortus conclusus, dove ogni personaggio può essere accolto, protetto (nella speranza che il personale partecipi sentitamente e se deve fingere lo faccia bene) da chi, là fuori, quando vede o sente una persona diversa (fragile o indifesa che sia o soltanto non ordinaria o consueta) deve per forza dileggiare, attaccare, aggredire, per poi subire, giustamente, una difesa che a volte è mortale. Ma a volte neanche tale posto ti protegge dalle angherie, essendo alcuni di questi personaggi, protagonisti o antagonisti, la molestia fatta persona.

    Le storie gridano violenza su violenza. Si inizia proprio da un dottore, da chi dovrebbe curarti, ma se riceve, a suo giudizio, ingiustizia, diventa al contempo vittima e carnefice (Reparto numero 6 di Cechov aveva già fatto scuola). Poi Luisa violentata dal padre come fa a perdonare? Il buon Giovanni costretto ad ammazzare per non rubare. Franco che sta bene da solo come i pesci e che violenta le sue donne, come solo sta bene Rocco. Amalia che non si è mai sentita veramente amata, come Valeria che non rivedrà più la sua figlia. Cinzia offesa dal mondo come a Enrico. Rosaria da nessuno capita e nessuno la ritroverà. Mario preso spudoratamente in giro (da chi vicino ruba sempre un pezzo di terra in più) come a Sergio (preso per il culo da chi si vanta di avere le donne). Rodrigo sempre oltre il limite pure “la ragazza non l’aveva più rivista, li avevano separati, loro un bambino non lo sapevano crescere: ma perché è così importante crescerlo? Non vieni su da solo come i cavoli e le melanzane vengono su dalla terra, sempre più grandi e maturi?”. Claudia che suicida la figlia Lucia anoressica, assuefatte dalle dipartite televisive, dove “la morte non sembrava più morte, ma il trasferimento d’una pedina, lo spostamento d’un bicchiere, un’azione insomma per rimettere ordine dentro cose persone inanimate: una morte senza sangue e dolore, una morte liberatrice”. Giorgio già morto prima di morire. Paolo dipendente dalla violenza. Sonia che non s’opponeva più alla vita, che non cercava più di pensare e quindi “la vita lei la beveva a sorsi, con rabbia e impazienza, come se da un minuto all’altro l’acqua dovesse smettere di uscire da quella cannella” e infine Omar indomabile come indisciplinati sono (siamo) tutti. Anche Piersanti spesso va giù pesante a differenza, per esempio, del “Buio” della Maraini o dei “Delitti” di Andreoli.

    Questi esseri sembrano scelti da Dio perché vanno sempre, comunque, nel senso opposto a quello che vogliono (che si prenda) gran parte delle persone. Per questo difficilmente possono essere di questo mondo e quindi: o lo abbandonano in modo consapevole o irresponsabile, oppure si rinchiudono, a doppia mandata, tra il loro corpo e le mura dei vari centri per “diversi”. Quanti ne ho visti col giusto piede libero dare colore alle chiacchiere insulse che riecheggiano nei vicoli, in un qualsiasi corso o da una finestra di uno sconosciuto appartamento, quanti ne ho visto ferirmi ammazzandomi i parenti; a volte passo davanti a un tram, a uno specchio, a una vetrina e mi fissano.

    http://www.pelagosletteratura.it/2018/04/16/le-anime-perse-ripensate-da-piersanti/

  • 12Apr2018

    Tiziano Mancini - Il Resto del Carlino

    «Ho conosciuto le Anime perse. Racconto le loro menti spezzate»

    Umberto Piersanti in libreria con 18  storie da episodi veri

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  • 23Mar2018

    Bianca Garavelli - Avvenire

    Vite spezzate nei racconti di Umberto Piersanti

    La narrazione breve, il racconto, è un’arte con cui si apre la nostra storia letteraria e sarebbe una perdita per tutti sottovalutarla.

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