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Ancóra

Il Meglio di...

Marco Ansaldo, La Repubblica – 02/02/16

“La crisi umanitaria, i rapporti con l’Europa, le contraddizioni di una società in cui c’è ancora chi scommette sulla pace: parla lo scrittore Hakan Günday”

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Domenico Quirico, Tuttolibri – La Stampa – 23/01/16

“Hakan Günday, giovane talento, che usa, santamente, la letteratura come esplosivo, per mettere a nudo le viscere marce del mondo.”

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Giorgio Fontana, Domenica Il Sole 24 Ore – 24/01/16

“Il magnifico romanzo vincitore del Prix Médicis, 500 pagine che assomigliano a un urlo ininterrotto.”

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Archivio rassegna stampa

  • 20Set2017

    Mauro Tuzzolino - oubliettemagazine.com

    Ancòra, la parola ripetuta di coloro, i fantasmi migranti, che disperatamente implorano acqua e cibo.

    Ancòra, ovvero la coazione a ripetere e a perpetuare, quasi meccanica inevitabile, la violenza del dominio.

    Ancòra è anche uno spazio di attualità geopolitica: “la differenza tra l’Oriente e l’Occidente è la Turchia. (…) Il nostro paese è un ponte antico, con un piede scalzo a Oriente e l’altro infilato in una scarpa a Occidente, da cui transita qualsiasi merce illegale”.

     

    Protagonista di questo multiforme e bellissimo romanzo di Hakan Günday, edito da Marcos y Marcos (2016), è Gaza, bambino cresciuto nell’esercizio della violenza, che intraprende un percorso empirico di ricerca sul mondo e sul male.

     

    Un romanzo di formazione in quattro tempi, con struttura a spirale: dagli ultimi come fredda merce agli ultimi come unica calda esperienza di humanitas. In mezzo, a orientarne la struttura, una esperienza di vita sull’orlo della follia osservante.

    Gaza è il custode di una cisterna che contiene la merce migrante. Ne diventa il padrone assoluto rendendola un laboratorio di ricerca antropologica, determinando all’interno di quello spazio estremo le medesime logiche di dominio e di violenza che sembrano connaturate all’essere uomo. Un incidente, occorso durante il trasporto dei migranti presso le coste, mette Gaza, unico sopravvissuto, a contatto carnale con le sue cavie ormai cadaveri.

    Tale punto di rottura determina un cambio di rotta verso la “normalizzazione”. E dal momento che Gaza è un ragazzo molto dotato, si offrono le condizioni per un successo entro il mondo falso e ipocrita dell’arrampicata sociale. Ma il passato riemerge come fattore biologico pronto a infiltrarsi attraverso il canale dei sensi.

    La lunga malattia che ne consegue trova una via d’uscita nell’esercizio del Linciaggio come forma suprema di esercizio anonimo del dominio e della violenza. Ma anche in questo caso lo stato di grazia acquisito si sgretola dinanzi ad un episodio nel quale Gaza, suo malgrado si ritrova immobilizzato, perché solo, con la sua corporeità sensibile, dinanzi alla vittima prescelta.

    Di qui il viaggio salvifico all’indietro verso Cuma (venerdì in turco, da cui il richiamo non troppo velato al Robinson di Defoe e di Cèline), sua vittima del passato che prima di morire gli aveva donato un origami che rappresenta una rana e che richiama il suo paese d’origine, Bamiyan in Afghanistan, dimora delle statue del Buddha distrutte dalla violenza iconoclasta dei talebani.

    Gaza è un personaggio che acquisisce una straordinaria consapevolezza del Male cercando invano di navigarci con benessere personale. Prova a partecipare emotivamente all’esercizio del potere ricavandone anche momenti di temporanea felicità: progetta la sua interpretazione del traffico di migranti, trasformando la cisterna/deposito in un vero laboratorio di sperimentazione sociale ed antropologica; vive con ipocrita facilità la sua formazione “normalizzata”, agendo con cinismo, calcolo e freddezza in una potenziale arrampicata sociale; entusiasta va alla ricerca del linciaggio come forma assoluta e totale di inserimento in società. Ma tra l’una e l’altra fase ci sono gli spazi della malattia, della presa di consapevolezza del male, della coscienza della dimensione sociale come spazio di coercizione, falsità e violenza.

    Si tratta di un viaggio nel vuoto, un precipizio nella nuda vita, una peregrinazione in un presente ormai privato della politicità dell’umano.

    Di qui la lenta e dolorosa conquista del linguaggio e della relazione attraverso la dinamica della prossimità e dell’empatia. Perché, quando la prossimità è Carne, biologia senza chimica, bisogno primario senza politica, cioè senza linguaggio, come nel caso estremo del giovane Gaza ricoperto di cadaveri, l’unico movente all’azione “sociale” è l’esercizio del Dominio, del potere e della violenza, strumenti di inserimento, gli unici riconosciuti da un mondo irreparabilmente corrotto.

    Un viaggio di redenzione il suo. E in effetti Gaza raggiunge una salvezza dopo avere sperimentato anche con partecipazione emotiva al male del mondo. Che è male come effetto del potere. E la ritrova, quasi ciclo che si chiude, proprio nell’esperienza di chi nulla ha, quei migranti, cioè, che hanno costituito il suo esordio nel mondo, il suo incipit al male.

    Buona lettura!

  • 22Giu2017

    Claudio Tarolo - rivistatradurre.it

    Ci sono volute tre notti, per averlo

    Come è arrivato in italiano Az di Hakan Günday.

    La prima notte è sul Bosforo, a bordo di un barcone carico di scrittori.

     

    Torniamo da una serata di letture, tartine e birra all’istituto culturale austriaco, in pieno festival letterario Tonpinar.

    Riconosco alcuni volti dalle schede che Nermin Mollaoglu, anima della Kalem Agency, mi aveva mandato e che avevo scorso prima di partire per Istanbul, per partecipare alla fellowship organizzata, insieme al festival, da questa agenzia letteraria particolarmente vivace e piena di inventiva in una terra che diventa sempre più complicata.

    Sul ponte, faccia al vento, birra in una mano e sigaretta nell’altra, c’è Hakan Günday.

     

    Avevo letto qualche capitolo del suo romanzo intitolato Az.

    Tra le variegate iniziative della Kalem Agency ce n’è un’altra fondamentale: far tradurre integralmente dal turco all’inglese, da ottimi traduttori (Az viene proposto nella traduzione di uno dei più importanti traduttori dal turco) i testi su cui punta.
    Doversi basare soltanto su relazioni altrui, almeno per me, rende tutto più difficile.

    Az, in inglese The Few, comincia con una scena forte: una bambina che batte la testa e muore cadendo da un letto in alto nel dormitorio di un collegio.

    Protagonista del romanzo è un’altra bambina, quella che dorme nel letto in basso, e che con prepotenza aveva costretto l’altra a dormire di sopra.

    Questa bambina si chiama Derdâ, e teme di essere punita, ma per tutt’altre ragioni dovrà lasciare la scuola, con un destino da reclusa: sua madre l’ha venduta, sposa bambina, a un mercante turco che la porterà lontano.

    Erano bastate poche pagine per sentire l’intensità della scrittura e la forza della storia.

    Conoscere Hakan Günday, con il suo aspetto dark e la sua faccia buona, decisa e dolce, con lo sguardo luminoso di chi sa anche tacere e ascoltare, mi spinge, tornando in albergo, a lasciar perdere il sonno per continuare a leggere.

    È un romanzo lunghissimo, più di quattrocento pagine, ma riesco ad arrivare al punto dove la storia di Derdâ si interrompe e inizia la storia di Derda, teppistello che cresce in una baracca addossata al muro del vecchio cimitero di Istanbul, e si mantiene lucidando le tombe.

    Poi su Google digito il nome di Günday.

    Meno di quarant’anni, figlio di diplomatici, ha vissuto a lungo in Francia, Belgio e Inghilterra. Ha scelto lui, già adulto, di tornare in Turchia per l’università. Ha già pubblicato sette romanzi e ne ha appena finito uno, ancora inedito.

    Az è stato abbastanza tradotto all’Est, (India, Bulgaria, Corea, Ungheria, Grecia etc): per ora solo una traduzione in Occidente, quella di un piccolo e raffinato editore francese, Galaade (traduzione di Jean Descat); i diritti sono stati appena venduti anche in Germania.

    La mattina sono molto assonnata e molto decisa. Voglio Günday in Marcos y Marcos. Il nostro primo autore turco. Ha uno sguardo molto europeo, una scrittura sanguigna ed emotiva molto turca, si parla persino di un video porno con il burqua, scrivo a Marco Zapparoli, l’altra metà di Marcos y Marcos: dobbiamo assolutamente pubblicarlo.

    Intorno a me, a Istanbul, c’è solo Hakan Günday.

    Pile di Az in una piccola libreria indipendente; una gigantografia della bella copertina turca sulla facciata di un’altra grande libreria. Durante l’incontro con un editore importante, un collega tedesco gli chiede: qual è l’autore non tuo che ti sarebbe piaciuto pubblicare? La risposta, inutile dirlo, è «Hakan Günday».

    Dico a Nermin Mollaoğlu, l’agente letteraria che ci fa da guida, che mi sta piacendo tanto. Lei mi manda via mail l’ultimo romanzo, Daha. Traduzione inglese: More. È disponibile, per ora, solo un assaggio, e una sinossi dettagliatissima.

    La seconda notte la passo così, con il piccolo Gaza, figlio di un trafficante d’uomini, che i migranti vedono come un aguzzino senza cuore e così finisce per vedersi anche lui. «Se mio padre non fosse stato un assassino, non sarei mai nato» è la prima frase del libro. Penso che in senso lato vale per tutti noi.

    La terza notte è a Milano, una settimana dopo. Ho finito di leggere Az e mi sono sbilanciata con Nermin, voglio pubblicare Az di Hakan Günday. Lei ne è felice, ma ha una notizia per me: c’è un altro editore italiano interessato. Un editore grande. Aspetta la loro offerta da un momento all’altro. Mi invita però a non disperare, Günday è una persona pura, va molto a istinto, non bada al denaro più di tanto, o almeno il denaro non è l’unico criterio.

    È l’impressione che mi aveva fatto, però friggo. Ora dopo ora, la mia offerta diventa un manifesto: pubblicheremo due romanzi, Az e Daha, anche se di Daha ho letto solo un piccolo pezzo, e devo fare un atto di fede. Li pubblicherò entrambi in gennaio, a un anno di distanza, e lanceremo Hakan Günday come la nuova voce turca. Lo inviteremo in Italia in festival importanti. Sarà un nostro autore di punta. Due anticipi più che discreti, il secondo più alto. Spiego diffusamente perché mi piace così tanto.

    «Mi piace la scrittura, lo spirito e la storia» sarà la mia frase che Nermin riprenderà nella newsletter con cui annuncia la nuova acquisizione italiana e rilancia Günday in tutto il mondo. In privato mi dirà che Hakan Günday era molto contento di vedersi accanto a Hilsenrath, Kennedy Toole e Boris Vian, che Marcos y Marcos gli era sembrata una buona casa dove stare, fatta di persone come lui.

    È vero: quando racconto di questo nuovo autore, i ragazzi della Marcos sono elettrizzati. Faranno a gara per accompagnarlo nei molti tour italiani. Lo vedranno ridere, bere birra fino a tardi, ma anche sentire l’urgenza di isolarsi a scrivere. In Italia ha lasciato il segno, lo invitano di continuo: il primo aprile, era a Torino, per la Biennale Democrazia.

    Tutte le decisioni che prenderemo per Günday saranno sempre discusse, condivise.

    Questo entusiasmo moltiplica la nostra forza, quando ne parliamo con gli altri, che siano lettori, giornalisti, librai.

    Ora che l’abbiamo conquistato, comincia la parte più bella: ideare l’edizione italiana, curarla, accompagnarla verso i suoi lettori.

    Prima di tutto, dunque, scegliere traduttore, titolo e copertina.

    È il nostro primo romanzo turco; Nermin mi segnala dei traduttori, amici e colleghi ne suggeriscono altri. Chiedo molte prove di traduzione: devo trovare la voce giusta, la massima adesione a una scrittura che può essere ruvidissima e dolcissima. Certo, mi baso sulla versione inglese e su quella francese, ma sono convinta di cogliere l’essenziale.

    Fulvio Bertuccelli è il più appassionato, sento che anche lì c’è affinità. Il romanzo gli piace, la sua traduzione è viva. La revisione sarà impegnativa, condotta fino in fondo in grande armonia.

    Due libri dopo, Fulvio verrà apposta in treno da Napoli a Milano per cenare con Hakan.

    L’avevo letto in un’intervista: Günday parte da una parola, la sceglie sfogliando il dizionario. I suoi titoli sono tutti così. Az in turco vuol dire poco. Una parola così piccola, spiega Günday nel romanzo, per bocca di Derda, contiene tutto l’alfabeto.

    L’editore francese aveva scelto di cambiare il titolo facendo esplodere questa idea: D’un extreme l’autre. È una soluzione molto bella. Porta anche l’idea di una ricongiunzione: nel romanzo due persone distanti, con lo stesso nome, finiscono per incontrarsi e stare insieme per sempre grazie a un libro.

    Ci pensiamo anche noi, ma alla fine prevale il desiderio di conservare queste lettere, forse abbiamo nell’orecchio Ti con zero di Calvino (Einaudi 1967, Mondadori 1995). Il titolo italiano di Az sarà A con Zeta; criptico, forse, ma speriamo che sia un mistero affascinante. «Come la A e la Zeta, saranno l’uno per l’altra inizio e fine», scriveremo nella quarta.

    Per la copertina Lorenzo Lanzi disegna un uomo e una donna turchi, saldamente accanto, ciascuno voltato da una parte, con i vestiti coperti di parole.

    Per Daha, invece, non ci sono dubbi, la traduzione del titolo sarà letterale: Ancóra. L’unica parola che conoscono i migranti: ancora acqua, ancora cibo, ancora l’ultimo sforzo e poi l’Europa.

    Laura Fanelli ha capito per prima che l’immagine chiave era una rana, il dono di un migrante che Gaza porterà sempre con sé. Nella copertina la rana galleggia tra flutti violenti, bandiera di speranza.

    Ancóra è un romanzo a tratti molto crudo, come la realtà che racconta. Per la prima volta, ci è venuto in mente di inserire in fondo al libro un foglietto verde, con le istruzioni per ricavarne una rana origami. Un viatico per il lettore che deve abbandonare Gaza, dopo averlo seguito fin qui. Per giorni, in Marcos y Marcos c’erano rane in ogni angolo; tutti i nostri ospiti se ne andavano con una rana in tasca.

    «Volendo cercare di comprendere la complessità del mondo musulmano odierno, invece di leggere quel libro in fondo irrilevante che è Sottomissione di Michel Houellebecq, consiglio di dare un’occhiata al romanzo A con Zeta», scrive Mario Fortunato sull’«Espresso» (Trama corposa, 13 febbraio 2015). La stampa, in generale, è generosa e aperta con Günday. Più volte è capitato che venisse sollecitato un suo parere sugli inquietanti sviluppi politici del suo paese. Al Festivaletteratura di Massenzio ha letto ad alta voce un suo racconto, ed era bellissimo il silenzio assoluto che c’era.

    Hakan Günday ora è tradotto in gran parte del mondo, Stati Uniti compresi. In Francia, Encore, uscito sempre con Galaade (altra traduzione di Jean Descat), ha vinto un premio importantissimo, e ora l’edizione tascabile l’ha pubblicata addirittura Livre de poche. E la rana disegnata da Laura Fanelli, simbolo della trasformazione, della sopravvivenza, della speranza di pace, svetta anche sulle copertine straniere. La passione è sempre contagiosa.

  • 09Giu2017

    Emmanuel Carrère - repubblica.it

    I piccoli soldati di Erdogan.

    Quello che fu il Paese laico di Atatürk oggi è una nazione lacerata e al tempo stesso interamente concentrata su un solo uomo: il capo dello Stato. E questo è un viaggio alla ricerca dei suoi sostenitori, in una Istanbul stranamente vuota di stranieri.
    La nuova avventura letteraria, e giornalistica, di Emmanuel Carrère lo porta in Turchia. Dove l’autore di tanti reportage fortunati, come l’ultima raccolta da poco pubblicata, “Propizio è avere ove recarsi” (Adelphi), sceglie un lato meno illuminato, quello dei “soldati di Erdogan”. Cioè quello dei seguaci di un Presidente considerato controverso, avversato sia all’estero sia in patria, ma sostenuto nel proprio Paese da una grande fetta di elettorato popolare, al punto da essere riuscito a vincere quasi tutte le sfide al voto dal 2002 a oggi.

    Lo scrittore francese, capace di indagare personalità magnetiche e inafferrabili come quella di Eduard Limonov in Russia (altro suo successo letterario) ed eventi come lo tsunami nel Sud est asiatico (“Vite che non sono la mia”), si immerge ora in una Istanbul a metà fra luci e ombre. Dai piedi della Torre di Galata il suo interprete turco lo porta da una parte all’altra del Bosforo, per indagare le ragioni dei fedelissimi del partito conservatore di ispirazione religiosa. Nell’abitazione di una famiglia molto osservante del credo islamico prova, inutilmente, a opporre le ragioni dell’Occidente e della laicità. Si inoltra poi nelle pieghe di quello che è rimasto della protesta di Gezi Park, rimasto il solo polmone verde nel centro della metropoli, che però il governo ha deciso di radere al suolo per fare spazio a un grande centro commerciale e a una moschea.

    E non rinuncia ad ascoltare le voci dell’opposizione, dando il proprio sostegno ai giornalisti del quotidiano “Cumhuriyet”, falcidiati dagli arresti in redazione, dall’editore al direttore al vignettista.
    Lo sguardo di Carrère è curioso e vorace. Plana sulle moschee in costruzione, si ferma sulla spianata del museo di Santa Sofia adesso sgombra di turisti, non ignora i movimenti delle acque agitate del Bosforo. E termina in un confronto illuminante con uno scrittore turco emergente, Hakan Gunday, la cui attenzione non a caso si è rivolta su uno dei grandi problemi del nostro tempo, e della Turchia: quello dei migranti in rotta verso l’Europa.
    di MARCO ANSALDO

     

    Istambul

    Ho appuntamento con Bulut ai piedi della torre Galata, in un quartiere normalmente molto turistico, ora svuotato dei visitatori stranieri; è persino sorprendente sentire così di rado una lingua diversa dal turco in una città cosmopolita come Istanbul. Anche in aereo i passeggeri erano solo turchi. Il Gran Bazar è deserto, non c’è fila d’attesa all’ingresso di Santa Sofia, né alla Moschea Blu. Una disaffezione dovuta sia ai tre attentati che dall’inizio dell’anno – diversamente da quelli di Parigi, diretti soprattutto contro i francesi – prendevano di mira, più che i turchi, gli stranieri venuti a visitare la città (nel momento in cui scrivo si ha notizia di un quarto attentato), sia al fatto sempre più notorio che il Paese sta sprofondando nella dittatura, per cui nessuno ha una gran voglia di venire qui in ferie; ma anche, più semplicemente, perché metà novembre non è tempo di vacanze.

    Ascolto l’appello alla preghiera mentre aspetto Bulut che arriva in ritardo – cosa normale in una città di 14 milioni di abitanti, nota per i suoi giganteschi ingorghi. Bulut è un ragazzo sulla trentina, giovanile, avveduto, e il suo inglese è talmente raffinato che a volte ho difficoltà a capirlo. Quando gli chiedo se ha vissuto a lungo in Inghilterra o negli Stati Uniti mi risponde di no; la sua maestria gli viene solo dai film e dai videogiochi. Ho reclutato Bulut come “fixer”, un termine con cui nel gergo della stampa si definisce un factotum, uno del posto che oltre a fare da interprete assiste il giornalista straniero, lo aiuta a trovare i contatti di cui ha bisogno, gli fa da spalla. Un bravo fixer è una benedizione, uno scadente può essere una palla al piede; ma ho l’impressione che Bulut sia uno bravo.

    Se ho deciso di ricorrere a lui è innanzitutto perché non parlo una sola parola di turco, ma anche per un’altra ragione: a Istanbul è facilissimo per uno scrittore francese incontrare artisti, intellettuali o esponenti del ceto medio colto, occidentalizzato, che parlano inglese o francese e si dichiarano – con toni più o meno veementi – spaventati dagli eventi in corso, denunciando la brutalità, se non addirittura la follia del loro presidente, Recep Tayyip Erdogan. Sono persone che ci assomigliano; anche al di là della lingua, parliamo un linguaggio comune. Ma come incontrare i supporter di Erdogan, gli elettori del suo partito, l’AKP, quella metà della popolazione che approva di tutto cuore ciò che fa paura agli altri – e in via accessoria anche a noi? Incontrarli a cena non è facile; bisogna dunque trovare un’altra strada.
    Ho pensato una cosa: i miei reportage per XXI, che faccio da quasi dieci anni, durano generalmente due settimane, di fatto suddivisi in due tempi: la prima parte è dedicata ai contatti con persone che mi somigliano, segnalatemi da amici, o da amici degli amici: in Russia l’intellighentsia democratica, a Calais i difensori dei migranti. La seconda settimana cerco di allontanarmi da questa base, per quanto posso; e non è sempre facile passare dall’altra parte, quella dei putiniani di base o dei “Calaisiens en colère”, come si definiscono a Calais i duri contro i migranti.

    A Istanbul ho deciso di non aspettare la seconda settimana per incontrare i sostenitori di Erdogan; per questo ho reclutato Bulut, un reporter freelance, e al tempo stesso video-artista, membro di un gruppo rock psichedelico, e quando capita anche “fixer”. Il suo ultimo incarico in questo campo è stato per una giornalista francese che svolgeva un’inchiesta approfondita sugli impianti di barba e baffi – un’industria fiorente a Istanbul, che attira, o quanto meno attirava prima che la situazione si degradasse, un’importante clientela mediorientale. Bulut si definisce un turco bianco, maschio, occidentale, nato nella borghesia istambuliana, tutto per essere un privilegiato, salvo che oggi – come osserva con filosofia mentre scendiamo da Petra verso il ponte di Galata per una strada ripida da rompersi il collo – un tipo come lui è nella merda né più né meno come un tempo lo era un povero o di un curdo, perché considerato un traditore della patria, uno di quei nemici interni che sono nel mirino del potere e che in qualsiasi momento possono essere cacciati dal posto di lavoro, privati del passaporto e di ogni tipo di esistenza sociale.

    È uno di quelli che nel 2013 hanno passato quindici giorni a occupare il giardino pubblico di Gezi in un movimento che è stato il maggio ’68 dei turchi (di cui conserva un ricordo magico) ma che nel corso dei tre anni successivi hanno perso ogni illusione sul sistema e non possono più costituirsi in gruppo, perché sarebbe troppo pericoloso. E quando gli chiedo se ha un “piano B” alza le spalle : andare in esilio, ma dove? Da Trump in America ? Da Orban in Ungheria? Da Marine Le Pen in Francia? E quando poi gli faccio notare che non è ancora stata eletta si fa una risata: ” Vedrete, prima non ci si crede, ma finisce per succedere sempre il peggio, di questi tempi”.

    Il “piano B” della classe media

    Il “piano B” è un tema ricorrente tra i trenta-quarantenni che ho incontrato durante i miei primi giorni a Istanbul. Non li nominerò perché tutti quanti mi hanno chiesto, se mai li citassi, di farlo sotto la copertura dell’anonimato. Persone che vivono, o almeno vivevano bene, hanno famiglia e amici, sono avvocati, architetti, editori, cineasti o dirigenti di livello superiore, abitano graziose case di legno nei bei quartieri bobo (contrazione di borghesi e bohème, ndt) come Bebek. E sebbene a priori non abbiano nessuna voglia di andare in esilio, si pongono il problema, che alimenta interminabili discussioni: a quale stadio del processo si sarà costretti malgrado tutto a decidere di andarsene, prima che sia troppo tardi, che le porte si chiudano, che diventi impossibile? Quello dell’abolizione delle classi miste nelle scuole? Del velo obbligatorio? Della criminalizzazione dell’aborto? Del ripristino della pena di morte? Fino a quando si può fare lo struzzo? Il giorno in cui, non contenti di sequestrare il passaporto a un universitario perché ha firmato una petizione per la pace coi curdi, lo si toglie anche a tutti i suoi familiari, non si è già superato un limite al di là del quale si entra in uno Stato totalitario, ove la nozione di diritto non ha più senso? Uno Stato capace di tutto? Il riferimento all’ascesa del Terzo Reich è sempre dietro l’angolo, e spesso diventa esplicito. Non meno di tre persone mi hanno citato la magnifica, celebre frase formulata dal pastore Martin Niemöller, che qui sta diventando un classico: “Quando sono venuti per i socialisti non ho detto nulla perché non ero socialista. Quando sono venuti per i sindacalisti non ho detto nulla perché non ero sindacalista. Quando sono venuti per gli ebrei non ho detto nulla perché non ero ebreo. E quando sono venuti per me non c’era più nessuno a difendermi”.
    Per il pomeriggio Bulut ha preso appuntamento con una sua zia paterna, fervente sostenitrice di Erdogan, come lo è del resto anche suo padre; mentre sua madre ha opinioni opposte, ed è la ragione principale per cui i due ultrasettantenni stanno divorziando – a riprova del fatto che in uno Stato totalitario gli interscambi sono possibili solo tra persone con cui si è d’accordo. Dato che siamo in anticipo sull’ora dell’appuntamento, attraversiamo il Corno d’Oro sul ponte di Galata. Non è qui che hanno avuto luogo gli scontri armati durante il colpo di Stato del 15 luglio scorso, ma sul ponte del Bosforo, il cui nome è stato cambiato in “Ponte dei martiri del 15 luglio 2016″, in omaggio ai circa 250 lealisti, in grande maggioranza civili, uccisi dai golpisti quella notte. La targa è stata apposta all’indomani stesso, come se fosse stata lì da sempre – cosa che porta acqua al mulino dei cospirazionisti. Non molti, a dire il vero, perché se Erdogan ha chiaramente approfittato di questo golpe mancato per dare il via a una purga contro i sostenitori del suo ex alleato Fethullah Gülen, sembra assai meno evidente che sia stato lui stesso a organizzarlo.

    Un bar in riva al Bosforo

    Appoggiati al parapetto del Ponte Galata si affollano in ranghi serrati i pescatori, coi quali Bulut improvvisa un piccolo sondaggio d’opinione. Li avvicina chiedendo (per quel poco di turco che riesco a capire): “Allora ragazzi, abboccano? ” , dopo di che mi presenta come un giornalista francese curioso di sapere cosa pensano della situazione politica. Nell’insieme i turchi sono un popolo affabile, cordiale, più disposto a dire di sì che di no – in questo all’opposto dei russi; ma un giornalista francese dà un po’ fastidio, e non ce lo mandano a dire. Su ciò che avviene in Turchia i media stranieri fanno di ogni erba un fascio, mentre non dicono, ad esempio, che la Francia è a ferro e fuoco. Come Bulut mi fa notare in seguito, evidentemente quei pescatori, che non conoscono nessuna lingua al di fuori del turco, sanno dei media stranieri solo quello che ne riferiscono – con fedeltà discutibile – i media nazionali.
    Come dimostra ad esempio il caso della sedicente intervista a Christiane Amanpour, giornalista star della CNN che aveva coperto la mega- manifestazione del parco Gezi con una simpatia non gradita al giornale religioso Takvim; il quale allora ha pubblicato una sua intervista con un titolo eloquente: “Dirty confessions from CNN”. Per essere dirty, lo erano, dato che Amanpour (evidentemente mai incontrata dai giornalisti di Takvim) avrebbe confessato platealmente di aver presentato la Turchia come un Paese sull’orlo di una guerra civile, utilizzando più d’una volta il termine “dittatura”, solo per eseguire gli ordini della sua direzione, la quale a sua volta obbediva ai grandi gruppi finanziari, alla lobby ebraica e a quella dell’alcol, ai gülenisti, alla CIA e più in generale a tutti coloro che hanno interesse a far fallire il Paese. Ma come già detto, i turchi sono persone affabili; e una volta espressa la diffidenza nei confronti dei giornalisti stranieri in generale, il singolo giornalista straniero, che di suo non avrebbe nessuna ragione per essere un birbaccione, viene invitato a praticare lo sport nazionale. Che consiste nel sedersi sui piccoli sgabelli attorno al tavolo di un bar all’aperto in riva al Bosforo, a fumare sigarette aromatiche arrotolate a mano senza fretta, che mi fanno rimpiangere di aver smesso di fumare, e sorseggiare il tè servito negli onnipresenti bicchieri a forma di tulipano, chiamati “Ajda” in omaggio alle forme prosperose di Ajda Pekkan, una cantante degli anni settanta i cui duetti con Enrico Macias sono tuttora in auge su YouTube.

    Un omone cordiale dall’aspetto infantile parla del colpo di Stato dicendo che la Turchia non meritava questo. Perché qui di colpi di Stato se ne sono visti, uno ogni dieci anni circa, ma per queste cose bisogna osservare un minimo di regole. Non comprendo bene quali regole siano state violate. Bulut mi spiegherà poi che gli ultimi colpi di Stato, definiti “virtuali” o “postmoderni”, consistevano in un comunicato che un generale leggeva alla TV, dopo di che tutti si disperdevano in buon ordine. Ma quest’ultimo caso è costato centinaia di morti, più dal lato lealista che da quello dei golpisti. E soprattutto questo golpe – contrariamente a tutti i precedenti – è fallito. L’omone pensa che dietro ci fosse un mix di kemalisti, di gülen-isti, e ovviamente la CIA, senza la cui benedizione non si prende nessuna iniziativa del genere in Turchia. D’altronde, secondo lui anche per chi non è d’accordo con l’attuale potere la vita quotidiana non cambia di molto. Certo, uno può non essere d’accordo; ma ciò non gli impedisce di bere il tè in riva al Bosforo, di pescare con l’amo e di godersi la vita. Mentre traduce per me, Bulut dice che personalmente condivide quest’analisi, e quando chiedo al simpatico omone se posso citare il suo nome nel mio articolo mi risponde di sì, certamente. Gli tendo il mio taccuino pensando a questo strano spartiacque – chissà, magari è ciò che ci aspetta un giorno: gli intellettuali, che normalmente parlano a proprio nome, quelli come me, per prima cosa mi chiedono di non nominarli; mentre non c’è alcun problema per l’uomo della strada, il cittadino medio su cui si regge un regime populista. Ricopio il nome sul mio taccuino: Omer Alì Aksu, autista di camion in pensione, nato nel 1955; vi risparmio il suo numero di telefono.
    La zia di Bulut abita sulla riva asiatica. È sempre un incanto andare, e più ancora tornare dalla riva asiatica. Al ritorno, la città che ha avuto il nome di Bisanzio e poi di Costantinopoli, la capitale del mondo dopo Roma, si rivela in tutto il suo dorato splendore, i gabbiani volteggiano nel cielo solcandolo con le loro ali e le loro grida. L’andata è un po’ meno spettacolare, ma fa una certa impressione pensare all’immenso blocco continentale che incomincia qui e allinea in un unico tratto Baghdad, Teheran, Kabul, Benares, Pechino, fino a Vladivostok. Sono combattuto tra il desiderio di abbandonarmi totalmente allo spettacolo e l’attenzione che merita il piccolo corso di politica turca improvvisato per me da Bulut. Il partito dominante è l’AKP di Recep Tayyip Erdogan, partito musulmano di obbedienza sunnita, che recluta soprattutto tra le classi popolari e il nuovo ceto medio – e poiché è dominante, tra gli opportunisti. Attualmente – Bulut verifica le cifre sul suo smartphone – ha 317 deputati: molti, ma non abbastanza per poter governare senza una coalizione; ed è una delle ragioni per cui ci si aspetta che a breve Tayyip – come tutti lo chiamano qui – indica un referendum per instaurare un regime presidenziale, o in altri termini, per ottenere pieni poteri. Seguono poi, con 133 deputati, il CHP, partito repubblicano e laico che raccoglie la vecchia élite kemalista; e con 59 deputati l’HDP, il partito filo-curdo, i cui elettori vanno oggi ben al di là dei curdi: tutti i miei conoscenti di Istanbul, gente di sinistra, liberali, ecologisti, votano HDP, anche se è un voto per difetto, e benché i suoi avversari brandiscano contro l’HDP lo spauracchio del PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, in cui è difficile non vedere – per quanto si possa essere sensibili alla causa dei curdi – i tratti di un’organizzazione terroristica. C’è infine, con 40 deputati, l’MHP, nazionalista, che si può qualificare di estrema destra.

    La cosa più complicata da comprendere per noi è lo status del partito kemalista, abituati come siamo a pensare che in un paesaggio politico i laici siano quelli benevoli. Mustafa Kemal Atatürk, il “padre dei turchi”, era un uomo d’immensa statura, ma certamente tutt’altro che benevolo. Spesso si dimentica che accanto al fascismo, al comunismo e al nazional- socialismo, il kemalismo è stato il quarto dei grandi movimenti autoritari nati dopo la prima guerra mondiale. Ed è anche l’unico dei quattro a sopravvivere ai rispettivi fondatori, rimanendo, a quasi un secolo di distanza, un riferimento sacro per il suo popolo. Atatürk fondò la Repubblica turca sulle rovine dell’impero ottomano, e a tappe forzate condusse il suo Paese orientale verso la modernità occidentale, imponendo l’alfabeto latino ( in una versione irta di dieresi e cediglie) sostituendo il tradizionale fez col cappello a cilindro e arrivando persino a dare, prima di chiunque altro, il diritto di voto alle donne. Chi come lui è ossessionato dall’unità dello Stato-nazione teme tutte le forze potenzialmente concorrenti, e in Turchia queste forze erano sul piano etnico i curdi, e su quello religioso l’Islam, considerati entrambi da Atatürk (e dai suoi successori meno geniali di lui) come fattori di arretratezza orientale. Per il suo superamento non si poteva contare su una classe politica indolente, inaffidabile e corrotta, ma soltanto sull’esercito; ed è questo che ha fatto del kemalismo un cocktail inedito di laicità intransigente, militarismo ferreo e tracotanza elitaria. Il popolo era trattato come un bambino pigro, i suoi rappresentanti eletti non venivano tenuti in nessun conto, e ogni volta che le cose incominciavano a traballare un po’ si sistemava tutto con un colpo di Stato militare: l’esercito riprendeva in mano il timone, per poi riconsegnarlo a un governo che gestiva il potere sotto la sua alta sorveglianza, con la minaccia di un nuovo golpe: all’incirca uno ogni dieci anni.

    A volte si arrivava fino ad impiccare i ministri sospettati di troppa indulgenza nei confronti della religione o dei curdi. Si può comprendere che quasi un secolo di un regime del genere abbia finito per stancare, e che dalla fine del secolo scorso l’Islam politico sia tornato in auge, come dovunque nel mondo. È questa l’onda che Erdogan ha cavalcato. Eccellente sindaco di Istanbul, poi primo ministro e infine presidente della Repubblica, ha mostrato inizialmente al suo Paese il volto quanto mai seducente di un Islam compatibile con la democrazia e la modernità. Ha finito per vedere se stesso come un secondo Atatürk e contemporaneamente come il suo opposto, amico del popolo e non di una boriosa élite.
    Quando il ferry scarica i suoi passeggeri all’imbarcadero di Kadiköy, sulla riva asiatica, Bulut mi mostra nella sala di transito un gigantesco ritratto di Atatürk, in completo e cravatta, i capelli accuratamente lisciati all’indietro, stile dandy degli anni folli, con un che di Mishima e un pizzico di Rodolfo Valentino. Secondo Bulut questo ritratto è indicativo. Una volta se ne vedevano ovunque, ma proprio ovunque. Da quando Erdogan è al potere si sono diradati, in gran parte li hanno tolti. Ma quello della sala di transito, mi assicura Bulut che passa spesso di qui, prima non c’era, almeno in questi ultimi dieci anni. Allora, domando grattandomi il capo, cosa significa? Chi lo ha riesumato? Vuol dire che si torna ad insistere, dice Bulut, sui valori della Repubblica. Il fatto è che Erdogan naviga a vista.

    “Non meritiamo di essere trattati così”

    La zia di Bulut abita a qualche chilometro di distanza, cioè a quasi un’ora di taxi da Kadiköy, in un moderno edificio di semi-lusso che respira il ceto medio: né lower né upper, giusto a metà. Lei è una donna bionda, sorridente, in abito a fiori e senza velo, dall’aria perfettamente occidentale. Ha convocato per il nostro incontro la sorella minore, che le assomiglia molto, il padre – pensionato del settore tessile, baffi bianchi, espressione sagace da vecchio contadino anatoliano – e un vicino di casa “che condivide le nostre opinioni”, dice la nostra ospite. Bulut ha giocato a carte scoperte: sanno tutti e quattro di essermi stati propinati come sostenitori di Erdogan, e si adoperano per non deludermi. Ad aprire il fuoco contro l’UE è il padre, che con voce sorda e fervente accusa gli europei di pretendere troppo dalla Turchia. Istanze, dossier, condizioni da osservare, e non basta mai, non è mai quello che serve, e il vostro Sarkozy parla di noi come se fossimo selvaggi; perciò il nostro Erdogan ha tutte le ragioni per dire che adesso basta e sbattervi la porta in faccia; i turchi sono gente fiera, non meritano di essere trattati così. “Ho 85 anni, tuona il padre, ho visto passare diversi colpi di Stato e se posso dirvi una cosa è che per un uomo come me Tayyip è un figlio, una parte di me stesso”.

    Con tutto il rispetto per il genitore, le due figlie si mettono a parlare in contemporanea con lui, con pari entusiasmo. In questa confusione di voci sento ricorrere le parole “diktatür… demokrasi…”,  mentre Bulut, sopraffatto, cerca di tradurre come può. Stanno parlando di quando Erdogan divenne sindaco di Istanbul. A quei tempi la doccia si poteva fare solo ogni due giorni. Lui promise che l’acqua corrente avrebbe funzionato, e adesso funziona. È un uomo che mantiene le sue promesse. Prima dell’AKP c’era ufficialmente un regime parlamentare, ma in realtà era una dittatura militare.
    Cerco di infilare qualche parola. E adesso? Come la chiamereste? Non è qualcosa di simile a una dittatura islamista, che ha preso il posto di quella militare? Cerco nel mio taccuino, avevo notato alcune cifre per avere sottomano qualche dato: 60.000 funzionari licenziati tra esercito, scuola e magistratura: la chiusura di decine di emittenti radio e giornali; 50.000 cittadini senza più passaporto, le carceri svuotate dei delinquenti comuni per far posto ai giornalisti e ai più diversi oppositori. Secondo loro è normale?
    A questo punto interviene il vicino, un uomo di una cinquantina d’anni che somiglia in modo impressionante a Mahmoud Ahmadinejad – che a titolo personale mi sembrava avesse una faccia interessante, ma a volte le facce ingannano. Con fare posato mi spiega che è sempre così dopo un colpo di Stato; ci sarà stato magari qualche eccesso, ma anche gli altri si sarebbero comportati allo stesso modo, come del resto hanno fatto. Del resto, anche Erdogan era stato incarcerato dai militari laici per aver recitato in un discorso pubblico alcuni versi bellicosamente islamisti, sulle “moschee che sono le nostre caserme, e i minareti le nostre baionette”?

    Mentre lo ascolto penso alla cena del giorno prima: ero stato invitato da colleghi del giornale di antica tradizione kemalista, amabilissimi, coltissimi, perfetti francofoni, assolutamente costernati. Si scambiavano notizie di decine di amici e colleghi in carcere: in alcuni casi condividevano la stessa cella e non se la passavano troppo male, e queste erano buone notizie. Ma tutti quanti erano in ansia per la scrittrice Asli Erdogan ( semplice omonimia), di salute fragilissima, che rischiava di morire in carcere. Ascoltandoli mi sono sentito in colpa per non aver firmato, per eccesso di cautela, una petizione in suo favore che circolava in Francia. E poi, da un argomento all’altro la conversazione si è spostata sull’arresto e la detenzione di Erdogan nel 1999, e tutti sono scoppiati in una fragorosa risata perché è di pubblico dominio che in carcere Erdogan era servito e riverito, forse non proprio come Pablo Escobar che si era fatto costruire una prigione- palazzo, ma quasi; ai guardiani aveva proibito di incrociare le gambe e di fumare in sua presenza, perché gli dava fastidio (sembra che addirittura vada a frugare nelle tasche di chi lo circonda alla ricerca di pacchetti di sigarette che getta nella spazzatura con gesto rabbioso); e che la sua cella – di fatto un piccolo appartamento – si chiudesse dall’interno. Un dettaglio che mi ha deliziato, questo chiavistello interno. Ma ecco che Ahmadinejad torna alla carica. Dice che Erdogan è un uomo semplice, che l’esercizio del potere non lo ha minimamente reso arrogante – una palese enormità, ma non ho il tempo di menzionare il palazzo di 1200 stanze che si è fatto costruire ad Ankara, al cui confronto quello di Ceausescu era una casetta di periferia. Gli elogi intanto continuano a tutto spiano. È un uomo integerrimo – altra enormità, dato che a somiglianza della Russia di Putin, la Turchia di Erdogan è una cleptocrazia. Sembra anzi che la situazione abbia cominciato a inasprirsi tre anni fa, dopo che su Internet era circolata la registrazione di alcuni colloqui telefonici tra Erdogan e suo figlio su come mettere al sicuro alcuni milioni di euro in contanti per sottrarli a un’inchiesta in corso.

    A parti rovesciate

    A questo punto riprende la parola la sorella minore, militante dell’A-KP dal 2004, che un giorno, mentre faceva volantinaggio sul viale Istikal – gli Champs-Elysées di Istanbul – fu bloccata e insultata da alcuni kemalisti. Certo, è deplorevole – rispondo – ma per riprendere il loro argomento sulla normalità delle purghe all’indomani di un colpo di Stato, non pensa che la stessa cosa potrebbe accadere a parti rovesciate? Ma come? A parti rovesciate? Quelli dell’AKP che insultano o maltrattano i kemalisti? La signora sorride della mia ingenuità. No, una cosa del genere è impossibile, e se mai avvenisse non potrebbe trattarsi di veri militanti dell’AKP, ma sicuramente di agenti provocatori, di curdi o kemalisti infiltrati.
    Quest’argomento invero spropositato – se un membro dell’AKP è cattivo non può essere altro che un finto membro dell’AKP – Bulut me lo traduce senza ironia; ed è un tratto del suo carattere che mi piace, quest’impegno a essere comunque corretto e comprensivo, a mettersi dalla parte di chi sta parlando. In ogni caso non c’è in lui nulla di elitario, e per quanto i discorsi dei nostri ospiti possano essere stravaganti, è sensibile, come lo sono anch’io, alla loro buona fede, al loro candore, alla loro generosità. Mentre parlano a voce altissima interrompendosi a vicenda ci servono ininterrottamente il tè e ci offrono meravigliosi baklawa fatti in casa. A un dato momento della discussione il padre si ritira, e penso che vada a fare la siesta, ma mi sbaglio: è l’ora della preghiera. E lui non manca mai unico della famiglia – di osservare i riti. Gli altri, che pure si dicono buoni musulmani, in questo sono più disinvolti: è una faccenda privata. Nessuno di loro pensa che la sharia dovrebbe prevalere sulle leggi civili. Il loro sostegno a Erdogan non è in alcun modo legato a un qualche tipo di fanatismo islamico. Ciascuno nella sua vita ricerca la giustizia e segue la via del Corano, ma senza volerla imporre a nessun altro. Un cristiano o un ebreo che vivono sinceramente la loro fede valgono né più né meno quanto un musulmano; la Turchia non è mai stata governata in nome di Allah, e non lo sarà mai. Non è questa la volontà di Erdogan.
    Dopo la preghiera il padre torna prendere il suo posto. Si stava parlando di religione, ma lui non ha seguito la conversazione, e riprende invariato il filo del suo pensiero: Tayyip è il pastore del suo popolo, la sua guida, e gli dona ciò che veramente desidera. Ahmadinejad, che mastica qualche parola d’inglese, rincara la dose con una formula evidentemente imparata a memoria: “Whatever we feel, he does. Whatever he does, we feel ” . La zia di Bulut racconta di aver fatto molti viaggi all’estero, in Birmania, in Pakistan, nel Niger, per conto di un’organizzazione caritativa; e dovunque, quando diceva di essere turca, la guardavano con occhi sgranati, quasi benedicendola. Erdogan è la voce di tutti i deboli, di tutti gli oppressi del mondo, di tutti coloro che hanno bisogno di protezione, e per questo è così cordialmente detestato dai ricchi egoisti occidentali, europei e americani.
    È quasi ora di salutarci. Mi offrono in dono un oggettino in ceramica, in verità piuttosto grazioso, opera della sorella maggiore. Prima di dirigerci verso la porta la più giovane mi chiede: ma lei, Emmanuel, cosa ne pensa? Mi prende alla sprovvista, ma decido di essere sincero. Amo la Turchia, rispondo, ma non vorrei vivere qui oggi. Non mi piacerebbe vivere in un Paese in cui la politica occupa tanto spazio, in cui praticamente non si parla mai d’altro, e obbligatoriamente con gente che la pensa allo stesso modo. Dico di diffidare di Erdogan – indubbiamente influenzato dall’opinione dominante nel mio Paese – ma se scrivo articoli di questo genere è per ampliare la mia visione, per incontrare persone che non la pensano come me e riconoscerne la buona fede. Li vedo scuotere la testa, mi abbracciano, ci salutiamo. C’è però una cosa che non ho detto: mi sono chiesto se nella Germania degli anni 30 avrei potuto trovare persone altrettanto simpatiche, nella loro sincerità, tra i militanti del giovane partito nazionalsocialista.

    Questo paese da amare, ma difficile da vivere

    Per quanto mi possa accadere facilmente di condividere il parere dell’ultimo che ha parlato, devo dire che i parenti di Bulut, coi loro dolci squisiti e la loro commovente ospitalità, mi sono sembrati più convinti che convincenti. Ovviamente non credo che la propaganda dell’AKP e quella dell’opposizione o della stampa estera si possano mettere sullo stesso piano. Mi sembra evidente – e non solo per via delle mie affinità so-cio- culturali con gli oppositori – che sono questi ultimi ad aver ragione. Ragione di allarmarsi per la deriva autoritaria del loro presidente, ragione di pensare che in questo modo il Paese va a sbattere contro un muro, ragione di temere per se stessi e per chiunque voglia pensare e vivere liberamente. Come ha detto una mia amica, che pure ha chiesto di restare nell’anonimato: fino a tre anni fa Erdogan guidava l’automobile guardando ogni tanto a destra e a sinistra: un’occhiata all’Islam, un’altra all’Europa. Ora le cose sono cambiate: ci sono state le primavere arabe e le loro sconfitte, che hanno annientato il suo sogno di diventare leader di un Paese a maggioranza sunnita. C’è stata la gioiosa ribellione di Gezi che gli ha fatto paura. E peggio ancora, alcuni procuratori di obbedienza gülenista hanno avuto l’ardire di avviare un’operazione ” mani pulite” prendendo di mira le grandi clientele dello Stato, la cerchia delle persone più vicine e persino la famiglia del presidente. Che da allora tira diritto. La sua automobile non ha più freni, perché sa che se si fermasse, o se soltanto rallentasse, sarebbe in gioco la sua sopravvivenza politica. È bastato che si sentisse minacciato dall’emergere di un partito di sinistra credibile e da un leader curdo, Selahatim Demirtas, un giovane e brillante avvocato che potrebbe essere l’equivalente turco di Tsipras, per indurlo a revocare la tregua e a rilanciare all’est del Paese una guerra civile da incubo, dove la polizia e l’esercito turco si sono distinti riesumando una tradizione di brutalità e torture degna di Fuga di Mezzanotte.
    Quanto all’Unione europea, Erdogan la tiene in rispetto accogliendo sul territorio turco, in cambio di un bel pacchetto di miliardi di euro, tre milioni di rifugiati siriani: in qualsiasi momento, se non è contento, può aprire i confini e lasciare che tutta quella gente dilaghi verso di noi. È una minaccia che incute timore. Ma se fosse un bluff, per un Paese che ha il secondo esercito della NATO, voltare le spalle all’Europa e ritrovarsi accerchiati da Paesi alleati o satelliti della Russia sarebbe un bluff pericoloso. “L’unico modo per risolvere la situazione, mi dice un amico scrittore, è che qualcuno lo ammazzi; e quanto prima lo fa, tanto meglio”.

    Una cosa che mi colpisce qui è vedere fino a che punto, agli occhi di tutti, la situazione di un intero Paese dipenda da un uomo solo, che lo si ami o meno; e dal punto di vista di chi non lo ama, dalla hybris da cui è visibilmente affetto da alcuni anni. Il dramma della Turchia non è la crisi economica, per quanto colpisca duramente, né la ribellione dei curdi, che chiederebbe solo di placarsi; e neppure la pericolosa prossimità della Siria; ma è la crescente paranoia, la mania di grandezza, il rifiuto del dialogo da parte di un uomo che ha rappresentato una speranza, mentre oggi è di per sé una maledizione. È un annoso dibattito, che occupa interi capitoli di Guerra e pace: i rispettivi ruoli, nella storia, del grande uomo e dei grandi movimenti che fanno muovere le società. In Turchia la società non ha più la sua parola da dire. Il grande uomo è il destino del Paese: è Tayyip. Per questo la zia di Bulut esulta e canta le sue lodi, mentre i miei amici sperano nella sua morte, pur sapendo che ci vorranno anni per ricostruire il sistema scolastico, la giustizia, la polizia. Per questo tante persone gioviali, normalmente portate all’edonismo, ora dormono male la notte, si imbottiscono di ansiolitici, vivono nella paura costante di essere a loro volta arrestate e si azzardano sempre meno a esprimersi sulle reti sociali che in Turchia sono infestate da un esercito di AKtroll, i troll dell’AKP. Per questo, quando alla loro tavola ho avuto la leggerezza di dire che malgrado tutto la vita quotidiana non ne risente poi tanto, che è sempre piacevole bere il tè e fumare lentamente una sigaretta guardando il Bosforo, ho suscitato l’indignazione generale. Certo che la vita quotidiana ne risente, anzi ormai non esiste più, non c’è nient’altro che la vita politica, e questa vita politica è una catastrofe.

    Dove sono gli intellettuali di regime?

    Uno degli assiomi di Erdogan è che la stampa che canta le sue lodi è seria e imparziale, mentre quella che lo critica è di parte, venduta ai nemici dell’interno e dell’estero; ed è per questo che nell’interesse generale, così come lo intende l’AKP, la stampa “venduta e di parte” praticamente non esiste più. Ma giacché ci sono, mi piacerebbe incontrare qualche rappresentante della stampa ” imparziale”. Dato che conosco quasi esclusivamente esponenti dell’opposizione, sarei curioso di farmi un’idea di come sono gli intellettuali favorevoli al regime. Mi avevano parlato di un certo Yigit Bulut, un pubblicista, consigliere personale del presidente, che parla molto alla TV e ha quasi un milione di abbonati su Twitter. Yigit Bulut espone alcune teorie che mi lasciano perplesso: secondo lui c’è un complotto per assassinare Erdogan mediante telecinesi. Quanto alle manifestazioni di Gezi Park, sarebbero state fomentate dalla Lufthansa, che non sopportava l’idea di vedere l’aeroporto di Francoforte, oggi il più grande del mondo, surclassato dal futuro nuovo aeroporto di Istanbul – un altro dei progetti faraonici del presidente. Quando gli ho parlato del suo quasi omonimo ha storto il naso. Da un lato – lo ammetto volentieri – Yigit Bulut non è esattamente ciò che s’intende per un intellettuale; dall’altro è francamente paranoico, come molti sostenitori del regime, e difficilmente afferrabile. Certo, non sono mancati gli intellettuali, di cui alcuni stimabilissimi, che hanno sostenuto Erdogan. Ma in questi ultimi anni, da quando la deriva autoritaria è divenuta eclatante, tutti quelli che conservavano un po’ di lucidità e di onore si sono allontanati da lui. L’intellighentsia, mi dice Bulut, è sordamente o apertamente ostile al governo. Alcuni sostenitori storici dell’AKP, come i fratelli Ahmet e Mehmet Altan, sono oggi in carcere, colpevoli del crimine di gülenismo; gli altri si muovono rasente ai muri, errando come fantasmi.

    In breve, non ho avuto modo di incontrare intellettuali erdoganiani, né personaggi pubblici che lo sostengono – se non forse la deliziosa presentatrice di una delle molte emittenti televisive di Stato, che oltre a essere deliziosa mi ha detto varie cose abbastanza interessanti, abbastanza sincere – a condizione, ahimè, che rimangano.

     

    E dopo averla salutata penso alla mail del mio amico José, un francese che ama la Turchia e abita da dieci anni a Istanbul. “Si può comprendere che questo valzer cacofonico di sedie in cui esercito, laicisti, islamisti di ogni tipo hanno cambiato sedia tante volte e così velocemente, nella storia recente, passando da quella dei buoni a quella dei cattivi e viceversa, possa dare le vertigini e chiunque non sia turco – e persino agli stessi turchi. Ma tanto è sempre così: siamo in Turchia”. (Quest’espressione fatalista, a un tempo ironica e affranta, la si sente ripetere spesso nelle circostanze più diverse, come ad esempio – mi dice un altro amico – quando un’ambulanza, non paga di arrivare in ritardo, al momento di parcheggiare investe il malato che la stava aspettando: “Eh sì, siamo in Turchia…”).
    Mi sono domandato spesso, nel corso di queste due settimane a Istanbul, come vivono, in questa situazione, le persone che sento vicine: scrittori o artisti che in tempi normali si tengono lontani dalla politica, per un misto di cautela, inappetenza e predilezione per la sfera privata. Mi sarebbe piaciuto poter fare qualche domanda su questo tema al grande regista turco Nuri Bilge Ceylan, ma al momento sta girando; e chi conosce i suoi film, realizzati in orgogliosa autarchia, pensa che non sia tipo da concedere interviste durante la lavorazione di un film. Ho avuto invece modo di incontrare Hakan Gunday, uno scrittore quarantenne con un fisico che ricorda quello di Balzac. È forse l’autore più riconosciuto della sua generazione: ha ottenuto il premio “Médicis étranger” per Ancòra, un romanzo potente il cui protagonista è un ragazzino che lavora al servizio del padre trafficante di uomini in riva all’Egeo.
    Il tema, ancorché politico, è trattato su un registro intimo, il solo a cui Hakan sia veramente interessato. Perché qui – mi spiega – le posizioni possibili sono tre. O si entra nel gioco, e allora si è condannati a svegliarsi ogni mattina in un Paese diverso; si cade in preda alla follia dell’attualità, perché tutto si muove a una velocità tale – il valzer delle sedie descritto dal mio amico José – da diventare un’ossessione che investe la vita intera. Oppure, al contrario, ci si ritrae in una visione a lungo termine, accettando con fatalismo di essere nati nel Paese sbagliato e nel momento sbagliato; si pensa che ci vorranno trenta, quaranta, cinquant’anni perché le cose cambino. Anche se certamente da qui a dieci anni Erdogan sarà morto, dopo di lui sarà magari anche peggio. Allora ci si rifugia nel proprio guscio, nel privato – nella misura del possibile, e sempre col rischio di essere scovati anche lì. O infine, si cerca di prendere le distanze, e invece di seguire ogni tappa del gioco come un criceto che giri in tondo nella sua gabbia ci si sforza di comprendere le regole del gioco. In linea di principio, per Hakan è questa la scelta da preferire; ma confessa di essere in fondo come tutti gli altri, cioè di oscillare tra le tre posizioni. Se c’è qualcosa che possa fare, che abbia una qualche utilità – come ad esempio impegnarsi per la liberazione di Asli Erdogan – allora lo fa, ed è il minimo, se non lo facesse non riuscirebbe a dormire né a guardarsi nello specchio. Ma per lui è soprattutto importante continuare a lavorare. Scrivere romanzi, storie, non articoli o tribune. Cercare di essere universale, non prigioniero della meteo- politica turca. E quando va oltre confine, essere uno scrittore, non un portavoce da cui ci si aspetta immancabilmente un’opinione sulla Turchia.

     

  • 02Apr2017

    Corinna Mori - futura.news

    Günday racconta il viaggio al termine della speranza

    A bordo piscina alcuni ospiti chiacchierano sulle sedie a sdraio, quando nell’altra ala della casa scoppiaun incendio. Non ne conoscono bene gli abitanti, ma li sentono correre attraverso il corridoio che unisce i due blocchi dell’edificio. Sono passi affannati quelli che arrivano, scomposti. Così chi era in costume si alza e chiude la porta del corridoio davanti a chi sta fuggendo dalle fiamme. Senza pensare che sono sotto lo stesso tetto.

    È con questa metafora che Hakan Günday, durante l’incontro per Biennale Democrazia condotto da Enrico Remmert,  descrive il mondo occidentale turbato dalle migrazioni. Un tema che lo scrittore turco ha approfondito nel libro “Ancóra”, edito da Marcos y Marcos, attraverso gli occhi Gaza, figlio di un trafficante di profughi, che a nove anni viene messo a guardia della cisterna in cui i clandestini aspettano il prossimo viaggio.

    “Qual è la natura della relazione fra l’individuo e il gruppo?” è la domanda che si pongono il libro e il ragazzo, il quale osserva le dinamiche degli intrappolati su cui ha il potere di infierire. Günday racconta che nel 2013 mentre scriveva il libro “ero convinto di aver immaginato ogni atrocità possibile”, ma a distanza di quattro anni deve smentirsi e riconoscere che “non c’è nulla di più violento di un telegiornale”.

    “Ci stupiamo che le persone scappino dall’inferno che abbiamo creato” incalza in francese lo scrittore. Un inferno da cui ha dovuto prendere le distanze per mostrarne tutti i suoi lati: chi fa violenza, chi la subisce e chi si ferma a guardarla. Spesso momenti diversi della stessa persona. Così come il migrante a volte diventa insofferente verso chi arriva dopo di lui nel Paese straniero di adozione.

    L’autore definisce la paura “un prodotto magico”, perché chi la vende ha il potere di vendere poi qualsiasi cosa, mentre chi la acquista spesso non ne conosce il prezzo. È quanto sta succedendo nel mondo occidentale e nella sua Turchia, ma, nonostante conosca la crudele stupidità di cui gli uomini sono capaci, Günday resta convinto che l’uomo sia “un valore progressista, che chiede di essere migliorato e del quale la sensibilità è un muscolo” che può essere allenato.

  • 17Dic2016

    Redazione - www.economist.com

    Hakan Gunday’s fiction

    People-smugglers

    A prescient novel about a pressing problem

    STILL in his mid-teens, the precocious but disturbed narrator of “More”, a novel about people-smugglers in Turkey, takes charge of a group of 33 Afghan refugees locked in a covered reservoir. As the “deity” of a “small country”, he watches how authority and control evolve amid this microcosm of desperate humankind. Effective leadership, he observes, rests on a ruler’s ability to foment a mood of “sustainable crisis”: a never-ending blend of hope and dread that tightens his grip on power.

     

    Ambitious, compelling, but relentlessly bleak, “More” suggests that the influx of migrants into Europe from war-ravaged regions of Asia and the Middle East has itself become a sustainable crisis. Though published in Turkey in 2013, Hakan Gunday’s first-person story of a tormented trafficker is set in the past: after his liberation from the trade, the narrator hears news of the Taliban’s demolition of the Bamiyan Buddha statues in March 2001.

    Gaza, the wounded anti-hero, joins his father’s business, aged nine, as a transporter of human souls in 18-wheeler lorries across Turkey to the Aegean. Historical fiction rather than a tale wrenched from recent headlines, his desolate testimony hints that the flow of the dispossessed has, like the perpetual chaos of Afghanistan, become a fixed feature of the world. In this emergency without end, figures such as Gaza and his demonic dad will always offer to carry into paradise “those who’d escaped from hell”.

    Through the voice of this damaged youngster, a “child pharaoh” whose ordeals drive him into a post-traumatic breakdown, Mr Gunday measures the harm inflicted on a bright boy “raised by wolves to become one myself”. Zeynep Beler, the translator, lends the voice of this damaged lad a scorching intensity. The catalogue of violence and abuse, and the insistence that the refugee cargo contains its share of “thieves, murderers, rapists and child-molesters”, means “More” finds no sentimental uplift in its theme. The visceral punch and drive of its prose in many bravura passages—notably, the lorry crash that buries Gaza in a tide of corpses—evokes Irvine Welsh or William Burroughs more than “Oliver Twist”. Gaza is no angel, but as much a victim as the “meat” he helps shift: a hapless child soldier in our “omnipresent state of war”.

  • 17Ott2016

    Michiko Kakutani - nytimes.com

    In ‘More,’ Dispatches From Hell by a Human Trafficker

    This disturbing new novel by Hakan Gunday, one of Turkey’s leading young writers, is like a visit to a Hieronymus Bosch hell: terrifying scenes of suffering, starvation, sadism, depravity and the agonies associated with combat zones. “More” recounts the story of a boy named Gaza who works with his father, a human trafficker, and it conveys the suffering of refugees and migrants as they try to make their way from war-torn countries like Afghanistan and Syria through Turkey and eventually on to Greece and the wider world (that is, if they survive a cascade of perils, one more awful than the next). It is also the narrator’s coming-of-age story, starting at 9 — a dark fable that traces the metamorphosis of a bright schoolboy into an appalling monster.

     

    The importance of this novel — which won the French Prix Médicis Étranger award — lies in its horrific portrayals of refugees fleeing desperate situations, sometimes leaving home with a lifetime’s possessions in a single plastic bag, only to find themselves in another inferno, preyed upon by unscrupulous smugglers and thugs. Such passages powerfully convey the plight of a record number of refugees today — the United Nations estimates that 65.3 million people were displaced from their homes by conflict and persecution at the end of 2015 — with the visceral, emotional detail that reports from policy groups rarely possess.

    The cynical narrator of “More” mocks the hopes and dreams of the refugees he and his father are transporting and extorting: “We carried to paradise those who’d escaped from hell. I believed in neither. But those people believed in everything. From birth, practically! After all, they assumed: If there is famine-afflicted, war-wracked hell on earth, there must surely be a heaven as well. But they were wrong. They’d all been played for fools. The existence of hell wasn’t necessarily proof of heaven.”

    Instead, these poor souls are locked by Gaza and his father in a wretched “hell pit large enough for 200 people to fit in, provided they sucked in their bellies and stayed close to one another” — while they await transport to the next stop, a wait that could be for two days, or seven, 14 or more. There is precious little food and water, and the stink of sweat and urine and excrement is suffocating. Fights and gladiatorial contests break out among these desperate people, with Gaza maliciously fomenting rivalries and hatreds, which he observes with clinical, almost sociological detachment.

    The sawdust on the pit’s floor becomes a symbol of all the wretchedness and violence Gaza and his father inflict on their human cargo, and casually shrug off. “The whole world should be covered in sawdust!” Gaza thinks. “That would make it easier to sweep up entrails spilled by knife, sword, or lead, or the blood from the rape of girls by baton, prick, or fist, everywhere in the world. Because sawdust was magic! It absorbed everything and was cleared away with the sweep of a mop.”

    The novelist Hakan Gunday has written a smuggler’s chronicle of the nightmare refugees endure. Credit Selen Ozer Gunday

    Mr. Gunday (pronounced GUNE-die) suggests that Gaza’s cruelty is rooted in the abuse he suffered as a boy and the horror he witnessed almost daily, as his father’s helper. Gaza was raped at the age of 10, grew up with his killer father as a role model, and accidentally killed a man himself — a refugee named Cuma — by forgetting to turn on the air-conditioning in a transport truck. Cuma had been one of the few people to show Gaza any kindness by drawing a picture on a piece of paper, then folding the paper, origami-style, into a toy frog.

    Cuma remains a voice inside Gaza’s head. But the more suffering Gaza witnesses and inflicts, the more depraved he becomes. He extorts sex from a young refugee girl, bullies a man into promising him a kidney when he can’t produce cash, and has sex with a corpse. These passages sometimes devolve into labored imitations of line — so willfully perverse and repetitious that they gradually lose their shock value, becoming gratuitously stomach-turning. What incentive is there to read all these repellent passages about a heartless ogre?

    It’s when Mr. Gunday pulls back a bit and shows how a bright child could evolve into such a nihilistic beast that the novel becomes a more complex, Dostoyevsky-like inquiry into man’s capacity for evil. Most people in Mr. Gunday’s dark world, reeling from a pandemic of hate, are driven by primitive Darwinian survival instincts. Only refugees like Cuma — some of those whose lives are most at risk — seem capable of empathy and still hold in their hearts hopes for a better life.

  • 01Lug2016

    Luca Mastrantonio - Corriere della Sera

    «La risposta al terrore della società civile»

    Lo scrittore Günday: continuare a vivere il più possibile in modo normale

     

    «Quanto arriva la notizia di una bomba con morti e feriti, senti che nulla di quello che fai ha senso. Scrittore, impiegato, studente… Solo dopo capirai che qualcosa può avere ancora senso solo se continuerai a farla, con più determinazione». Hakan Günday parla al Corriere al telefono da Adalia, nel sud della Turchia. Nato a Rodi, nel 1976, da una famiglia di diplomatici, vive tra Ankara e Istanbul.

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  • 14Giu2016

    Guido Caldiron - il manifesto

    Il riscatto dei migranti nelle mani di un passeur

    Gaza non ha che 9 anni quando debutta nel suo lavoro di passeur, la merce di cui vive con suo padre sono infatti gli esseri umani: uomini, donne e bambini che attraversano la Turchia tentano di giungere in Europa alla ricerca di un riscatto o di una nuova opportunità di vita. Le sue vicende e la sua contraddittoria presa di coscienza c guidano attraverso le rotte della morte lungo il mare Egeo, tra speranze, soprusi e violenze. Un viaggio verso i confini ma anche attraverso l’animo umano che semina domande e interrogativi cui aggrapparsi per non annegare.

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  • 14Giu2016

    Simona Maggiorelli - Left.it

    Linguaggio schietto, vivo, ritmato. Che schiocca come un colpo di frusta. E al tempo stesso ammalia con la musicalità interna delle frasi. È una prosa poetica e insieme feroce quella che lo scrittore turco Hakan Günday usa per mettere a nudo i criminali che lucrano sulle speranze dei migranti. Lo fa nel romanzo Ancòra (Marcos y Marcos) raccontando chi scappa da guerre e fame, rischiando la vita per cercare di raggiungere l’Europa. Lo fa indagando i carnefici, senza fare sconti a nessuno.

     

    E la vicenda del romanzo è tanto più dirompente perché è vista con gli occhi di un bambino, Gazâ, figlio di un trafficante, Ahad, che gli insegna a tenere a bada i migranti da trasportare in camion fuori dalla Turchia. Il padre lo educa a diventare spietato nel fare la guardia alle persone che aspettano un barcone senza sapere nulla di quel che accadrà.  «I trafficanti sono gli unici a sapere cosa c’è al di là dell’attracco. E cinicamente mercanteggiano illusioni» dice Günday  che martedì 14 giugno apre il Festival Letterature di Roma, insieme a Claudio Magris in una serata di “Memorie migranti”.
    La micidiale lezione che Ahad dà a suo figlio è “rassegnati”, “la legge della sopravvivenza è vita mea mors tua“. Gazâ obbedisce. Arrivando a lucrare sulle bottigliette d’acqua che avrebbe dovuto distribuire gratis, avendo osservato che i migranti in quelle condizioni non possono ribellarsi e sono disposti a tutto. Sembra drammaticamente aver perso gli affetti, il senso dell’umano, si sente morto dentro. Ma proprio quando precipita così in basso, accade qualcosa, riesce a vedere la disperazione di queste persone e a vergognarsi di se stesso. E allora scappa lasciandosi alle spalle il padre e la sua educazione alla disumanità. Con in tasca un origami, una rana di carta verde, che gli ha regalato un piccolo clandestino afghano, Gazâ inizia un lungo viaggio, che è anche interiore, alla ricerca di se stesso. Che Hakan Günday scandisce capitolo per capitolo prendendo a prestito termini dalla pittura “sfumato”, “chiaroscuro”, “cangiante”…A poco a poco nella mente di Gazâ rifioriscono colori, emozioni, passioni che aveva “dimenticato” . «Ho immaginato che quel viaggio per lui potesse essere come una rinascita» racconta lo scrittore che da alcuni anni è tornato a Istanbul , dopo aver vissuto  in Europa .

    «Gazâ è come un bambino soldato in Africa –  approfondisce -. Un bambino che nasce in queste condizioni può cambiare la sua situazione? Il suo è un viaggio verso lo specchio, il suo passato è così mostruoso che non riesce a vedere se stesso, non riesce a vedere chi è veramente, viaggia per poter diventare un uomo diverso dal padre. Come se quel viaggio  fosse per poter vedere il proprio volto, sapere chi è davvero, al di là di tutte le aspettative culturali, familiari che lo avevano modellato fino a quel momento. E come se dovesse liberarsi del ruolo di mostro che gli è stato assegnato dagli adulti». La scelta di un protagonista del romanzo così giovane, del resto non è casuale, sottolinea l’autore di Ancòra. «Perché i bambini fanno domande, chiedono perché. E gli adulti sono chiamati a rispondere. Anche se più spesso, dicono “questo lo capirai da grande”, che in verità sottintende “a questo ti abituerai quando sarai grande”».

    E invece Gazâ non chiude le orecchie, non si rassegna a quel ripetuto “daha” dei migranti. In turco significa “ancòra”, una delle poche parole turche che le migliaia, se non a milioni, di migranti trasitati in Turchia nel corso degli anni e pronunciano, per chiedere acqua, cibo, una possibilità.

    «Ho scritto questo libro nel 2013 – ricorda Hakan Günday  -, all’epoca ai naufragi di migranti erano dedicate poche righe sui giornali, non c’erano informazioni, non c’erano i loro nomi, né perché emigravano. L’unica identità che avevano era quella di morto. Dopo aver attraversato migliaia di chilometri e diventavano visibili agli occhi dei più solo da cadaveri. Sui giornali non si diceva nulla neanche di quelli che trafficavano con la loro vita. Scrivere questo libro è stato per me un po’ come studiare come funzionano le dittature e il linciaggio.

    Volevo ridare un volto e un’identità a chi era diventato solo un trafiletto». L’Occidente e la stessa Turchia hanno una responsabilità in tutto questo?  «Le persone che vediamo all’addiaccio fuori dalla nostra finestra sono il risultato di secoli di disuguaglianze. Molte tragedie che vediamo adesso in tv ci vedono responsabili. Siamo stati noi a distruggere la Siria, mandando armi, partecipando al conflitto di quel paese, appoggiando ora l’uno ora l’altro. Ma siamo stati responsabili anche con il nostro silenzio. Abbiamo creato un vacuum, un vortice di violenza, ora tocca a noi ricostruire la Siria dopo aver combinato tutto questo».

  • 10Mag2016

    Giulia - diariodeilibri.com

    Gâza è un bambino di nove anni cresciuto senza madre da un padre padrone, Ahad. Gâza ha imparato una cosa della vita, quella che per lui è una legge suprema: sopravvivere a qualunque costo. Gâza è un trafficante di immigrati, aiuta il padre che fa questo lavoro da moltissimo tempo e sembra non sia fare altro. Tuttavia Gâza sembra addirittura più bravo, più portato di Ahad, una dote innata. Il lavoro lo incattivisce, lo fa diventare un mostro.
Decide di voler studiare gli esseri umani. Così trasforma la cisterna in un piccolo centro di osservazione, installando telecamere più o meno nascoste. Prende appunti come un vero scienziato, come un sociologo che deve studiare le ragioni che inducono le persone a rinunciare ai loro diritti solo per raggiungere un luogo diverso da quello natio, nella speranza di riacquistare quegli stessi diritti che ormai hanno perduto con la scelta di intraprendere il Viaggio.
La trasformazione di Gâza in bestia è completa quando, dopo essersi invaghito di una ragazza presente in uno dei tanti carichi di persone, decide di volerla conquistare preparandole una cena, in realtà compra alcune pietanze nei ristoranti della zona. La ragazza però non sembra entusiasta dell’idea che il suo trafficante voglia restare da solo con lei… Così, al rifiuto e all’orrore dipinto negli occhi di lei, Gâza sente rompersi qualcosa dentro di lui.

    Non sapevo che mi temessero tanto. Non sapevo di fare così paura… E tutto questo non sarebbe mai cambiato… Ormai di fronte a me avevo solo due alternative: lasciare per sempre quella casa, quella vita e fuggire lontano da quelle persone che mi vedevano come un mostro, oppure…

    Da questo momento il comportamento di Gâza si fa sempre più simile a quello di una fiera in gabbia, decisa ad escogitare le mosse più adatte per uscire da quella prigione. Finché il suo stesso inferno non decide di fagocitarlo.
Gâza si ritrova sotterrato dai cadaveri degli immigrati che stavano trasportando con il padre. L’incidente lo cambierà ancora, accentuando il suo lato insofferente e determinato, che lo porterà ad annullarsi e a subire un ulteriore capovolgimento… Da carnefice a vittima.

    Estratto

    L’ossigeno era una maledizione a cui non si poteva sfuggire, perché non potevo fare a meno di respirare. E respiro dopo respiro mi sembrava di essere veramente un faraone sepolto vivo nella propria tomba.

    Commento

    Hakan Günday con Ancóra ci parla veramente di molte cose, dalla Turchia come ponte fra due mondi alla riduzione dell’essere umano a bestia, dalla folle e spregiudicata razionalità alla dolcezza della speranza infranta, dal mare alla terra, dall’appartenenza al possesso. Sinceramente non ho idea da dove iniziare, perciò credo che mi lascerò trascinare dai pensieri elaborati in questi giorni.
In Ancóra la vittima si trasforma in carnefice con il solo scopo di sopravvivere. assistiamo a un ribaltamento di ruolo così repentino e drastico da lasciarci perplessi, da farci chiedere se davvero tutto questo può essere reale. Mi sono chiesta molte volte in corso di lettura se il personaggio di Gâza fosse o meno ispirato ad una persona in carne e ossa, ma temo la risposta. Un trafficante bambino spietato e incattivito rinuncia alla sua vita consapevolmente, per vivere l’inferno. Chi di voi crederebbe alle proprie orecchie se qualcuno vi raccontasse una storia simile? Eppure Hakan Günday ce l’ha raccontata, e l’ha fatto anche molto bene. Così mi sono messa comoda, ho ritagliato tutto il tempo necessario per arrivare all’ultima pagina, e ho intrareso quest’avventura con il cuore in gola. Pian piano la lettura scorreva e davanti agli occhi si disegnavano scene incredibili.
La cosa che mi ha colpita di più è stato l’amore-odio di Gâza, un figlio sotto il giogo di un padre padrone spietato che invece di salvare il proprio bambino lo ha reso schiavo di un sistema che non tollera debolezze, e che alimenta la parte più animalesca insita alla fine in ognuno di noi, ma che in Gâza è costretta a sovrastare qualsiasi altra pulsione che lo possa rendere simile a una persona dotata di civiltà e buon senso.
Con il libro di Giuseppe Catozzella avevamo letto la storia delle vittime, straziante; adesso, con Ancóra, leggiamo la storia dei carnefici e delle vittime e poi delle vittime e dei carnefici, straziante anch’essa.
Questo è un romanzo duro, scomodo e fastidioso per chi ha una sensibilità particolarmente accentuata.

  • 01Apr2016

    Santina Mobiglia - L'Indice

    Trafficante di uomini a nove anni

    La letteratura turca appare attraversata da una inquieta interrogazione del passato e presente del proprio paese alla luce di temi universalizzanti. Hakan Günday, già noto in Italia per “A con Zeta” (Marcos y Marcos, 2015) e vincitore in Francia con “Ancóra” del Prix Médicis 2015, si dimostra una delle voci più interessanti.

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  • 20Mar2016

    Marco Ansaldo - laRepubblica

    La nostra vita nel mirino, è caos in Turchia

    «Stiamo sperimentando un caos totale. Negli ultimi 5 mesi abbiamo avuto 3 attentati ad Ankara e 37 morti solo nella bomba della scorsa settimana. Non abbiamo ancora avuto il tempo di capire ed eccoci qui a ragionare su questo nuovo atto terroristico. Uno shock assoluto». In Turchia c’è uno scrittore con cui riflettere su argomenti distinti come il terrorismo e i migranti, ed è Hankan Gunday.

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  • 16Mar2016

    Paola Babich - Intimità

    Storie di migranti

    “La tragedia umana della migrazione forzata è oggi un fenomeno globale” ha detto il Papa nel corso del suo recente viaggio in Messico. Un tema che ci tocca tutti da vicino, e verso il quale l’attenzione è alta, anche dal punto di vista culturale.

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  • 12Mar2016

    Vins Gallico - Pagina99

    Non di solo Pamuk vive la Turchia

    Nuovi autori si affiancano al premio Nobel, di cui è da poco uscito La stranezza che ho in testa. Tessere di un racconto su un Paese complesso e sofferente

    «La Turchia non dovrebbe preoccuparsi di avere due coscienze, due anime. La schizofrenia rende intelligenti», diceva Orhan Pamuk alla Paris Rewiew nel 2005.

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  • 09Mar2016

    Farian Sabahi - Io donna.it

    «Se l’accordo Ue con la Turchia per i migranti calpesta i diritti umani»

    Lo scrittore turco Hakan Günday commenta l’accordo con la Turchia: «Hanno chiuso le porte e assunto un buttafuori». Ora le vittime della tratta aumenteranno e a farne le spese saranno, in primis le donne.

    «Ancora una volta, una tragedia diventa oggetto di contrattazione. Quando si parla di soldi i diritti non contano. Il vertice dei leader UE con la Turchia sulla crisi dei migranti è stato un modo per affrontare le conseguenze (le migrazioni) e non le cause del problema (guerra e povertà). Potete giocare con le vite di milioni di persone, spostandole da un paese all’altro per pulire camera vostra, ma non potete ignorare che la stanza accanto sta andando a fuoco: chi ci sta dentro cercherà scampo. Chiudere a chiave, assumere un buttafuori, dire di aspettare non sono soluzioni possibili».

    Così lo scrittore turco Hakan Günday commenta il vertice dei leader UE con la Turchia sulla crisi dei migranti che si è concluso con un’intesa di principio sulle espulsioni collettive di stranieri verso un Paese terzo (la Turchia) in cambio di denaro. Un’intesa in disaccordo con il diritto europeo e internazionale. Un modo per prendere tempo fino al prossimo vertice del 17 e 18 marzo.

    Quarant’anni, residente nella parte orientale di Istanbul, Hakan Günday è autore dello splendido romanzo Ancóra, vincitore del Prix Médicis 2015 e dato alle stampe in italiano da Marcos y Marcos (traduzione di Fulvio Bertuccelli, € 18). Cinquecento pagine che si leggono d’un fiato. Protagonista è un ragazzino. A nove anni diventa un trafficante di esseri umani. Contrabbandiere come il padre. Della madre, che non ha mai conosciuto, porta con sé un’idea immaginaria che si intreccia a quella delle migranti.

    Le migranti sono vittime dei contrabbandieri. Quali sono i rischi di violenza sessuale?
    I rischi sono altissimi. Nel contrabbando di esseri umani la vita perde valore e in quel contesto le donne valgono ancora meno. Nella vita precedente possono essere state professori e musiciste, ma nel momento in cui si lasciano alle spalle la loro casa bombardata diventano un bersaglio. Quando ci sono delle tragedie, le prime ad essere colpite sono le donne. Era successo nei primi anni Novanta con la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Succede in Siria, con la complicità dei paesi limitrofi: le donne diventano preda di uomini e pure di altre donne complici nella rete di sfruttamento.

    Nel suo romanzo precedente A con Zeta protagonista era una donna…
    In A con Zeta raccontavo le vicende di una ragazzina cresciuta in una regione orientale della Turchia. Quando compie undici anni la sua famiglia, molto povera, la dà sposa a un uomo molto più grande di lei, dello stesso culto religioso, che la porta a Londra e la rinchiude in una stanza nel quartiere Finsbury Park. Resta cinque anni in quella stanza al dodicesimo piano finché un giorno sullo stesso pianerottolo trasloca un giovane inglese. E lì, tutto cambia.

    Come mai tanta attenzione per il mondo femminile?
    Scrivere è il modo migliore per pensare. Scrivo di quello che mi dà fastidio: in Turchia la donna è considerata un oggetto, la nostra è una società tradizionale. Senza uguaglianza, senza la considerazione della donna come individuo, non si può costruire nulla.

    Come sono le donne della sua famiglia?
    Fortunate: hanno accesso alla sanità, all’istruzione, sono individui a pieno titolo. Donne forti, mi hanno ispirato e sostenuto.

    Perché il suo ultimo romanzo si intitola Ancóra?
    Ancóra – che in turco si dice daha, titolo originale del romanzo – è l’unica parola turca che conoscono i migranti clandestini. Ancóra acqua, ancóra pane, ancóra speranza. È la storia di persone che vivono a metà, a cui manca tutto: l’ossigeno, la libertà, il cibo, il futuro, la famiglia perché l’hanno dovuta lasciare. Per questo dicono sempre ancóra. Una parola racchiude ciò che manca.

    Passiamo all’attualità: come si può fermare la violenza in Medio Oriente?
    Non è facendo guerra all’Isis che si risolve il problema: bisogna farlo ma non è sufficiente perché la miseria non si fermerà finché si sfruttano i paesi emergenti, finché ci saranno ipocrisia e complicità da parte dell’Occidente che continua a vendere armi ai paesi in guerra da cui poi la gente cerca di scappare. I flussi migratori di cui siamo testimoni hanno radici antiche: da secoli queste terre sono testimoni di disuguaglianze enormi.

    Qual è il ruolo della Turchia nel conflitto mediorientale?
    È testimone e attore, vittima e carnefice. In Turchia vivono due milioni e mezzo di rifugiati e centinaia di migliaia di disperati affollano i campi profughi: i turchi non possono fare finta di niente.

    Quale soluzione?
    L’incontro forzato tra culture e società richiede soluzioni innovative. Lo stesso vale per l’immigrazione in Europa. Costruire muri e dare tre miliardi di euro alla Turchia affinché protegga l’Europa dall’invasione dei migranti sono decisioni inutili, motivate dal panico. Non si può scegliere tra est e ovest: dobbiamo convivere, cercando nuove soluzioni e inventando una vita comune. È il momento della riconciliazione. Dobbiamo conoscere l’altro perché è l’antibiotico delle nostre società malate. Vivendo solo con i nostri simili rischiamo di ritrovarci in un museo di idee vecchie.

    La letteratura può offrire soluzioni ai problemi delle società contemporanee?
    Dobbiamo esercitare la virtù della sensibilità, altrimenti non ci emozioniamo di fronte a un articolo che ci racconta delle persone annegate nel Mediterraneo. La letteratura e il cinema servono a renderci più sensibili e a dubitare delle nostre certezze.

    Veniamo alla Turchia. Come giudica il Partito per la giustizia e lo sviluppo del presidente Erdogan?
    I partiti conservatori portano sempre con sé una buona dose di discriminazioni verso le donne.

    Con il partito di Erdogan al potere la condizione della donna turca è peggiorata?
    Non è solo il governo conservatore a opprimere le donne ma anche altre forze tradizionali, soprattutto in alcune regioni. In una società senza donne gli uomini non possono che dire “ancóra” perché sono individui a metà.

    La crescita economica non ha portato maggiore emancipazione femminile?
    Paradossalmente, la crescita economica ha portato un numero maggiore di donne nel mondo del lavoro ma, al tempo stesso, ha scatenato la violenza di tanti uomini che non tollerano che le loro mogli, sorelle e figlie abbiano un ruolo fuori dalle mura domestiche.

  • 09Mar2016

    Francesco Marilungo - Osservatorio Balcani e Caucaso

    La Turchia come ponte tra Oriente e Occidente o piuttosto come condotto digerente? Il romanzo Ancóra ci porta nel laboratorio di Caronte, nell’antro oscuro dove riposano i trafficanti. Una recensione

    Una metafora molto in voga vuole la Turchia “ponte” fra mondi diversi, fra Oriente e Occidente, fra un qui e un lì. Il susseguirsi di tragiche notizie dalle sponde dell’Egeo, sembra quasi renderla, più che un ponte, un trampolino per un salto nel buio, per lanciarsi in mare nella speranza, purtroppo per molti disattesa, di toccare le sponde europee.

     

    La Turchia è divenuta negli ultimi anni, soprattutto a seguito della guerra in Siria, uno dei principali gestori dei flussi migratori da Asia e Medioriente verso l’Europa. Tutto ciò rende Ancóra, la seconda uscita in Italia del fenomeno editoriale turco Hakan Günday, un romanzo di estrema attualità. Un libro di violenta attualità.

    Anche Günday, parlando della Turchia, rispolvera la metafora del “ponte fra due mondi”, ma non per ribadirne l’anelito ottimista al collegamento fra culture, bensì per rovesciarla, trasformando quasi quel ponte in un condotto digerente: “Il nostro paese è un ponte antico, con un piede scalzo a Oriente e l’altro infilato in una scarpa a Occidente, da cui transita qualsiasi merce illegale. Per il nostro ventre passa ogni cosa. Specialmente gli uomini chiamati clandestini… E noi facciamo del nostro meglio… Li ingoiamo e, per non strozzarci, li mandiamo via. Là dove devono andare…”, (p.22).

    Ancóra ci racconta la storia di Gâza, un bambino di nove anni, un mostro. Come in A con Zeta, Günday sceglie come protagonista un bambino, un’anima pura, circondata però dall’inferno. Gâza è figlio di Ahad, un trafficante di immigrati irregolari, uno che nel terrore e nelle speranze di chi scappa dalla guerra vede solo moneta. A nove anni Gâza entra nella “bottega di famiglia” e diventa il braccio destro del padre, quello che vende bottigliette d’acqua ai migranti che anelanti gridano “Daha, daha!”, l’unica parola che sanno di turco: “Ancóra!” Gâza diventa quello che scava buche con la vanga quando qualcosa va storto, quello che apre e chiude lucchetti, che violenta bambine, quello che, in un macabro reality-show della sofferenza, osserva su un monitor i comportamenti dei migranti chiusi in una cisterna mentre attendono, con la testa tra le gambe, di essere consegnati al prossimo aguzzino.

    Siamo abituati a guardare alla tragedia della migrazione quasi sempre focalizzandoci sulle vittime. Ancóra invece ci porta nel laboratorio di Caronte, nell’antro oscuro dove riposano i trafficanti. Gâza è vittima e carnefice ad un tempo. Si destreggia con bastanti cinismo e spietatezza nella vita che suo padre ha disegnato per lui, finché un giorno…

    La svolta nella vita del protagonista passa per un confronto terrificante e prolungato con il volto della morte: seppellito in una grotta di cadaveri Gâza compie la sua discesa agli inferi da cui risalire per intraprendere un complicato nostos, un viaggio di ritorno verso la purezza, verso l’innocenza, mescolandosi ai migranti e tornando là dove le loro storie hanno origine, dove dipartono i loro sentieri… C’è una voce dentro Gâza che indica la strada del ritorno, la voce interrotta di un bambino morto di caldo nella cisterna, in uno di quei giorni andati storti in cui a Gâza toccava scavar buche.

    Hakan Günday, che con questo romanzo ha vinto il Prix Médicis 2015, ama condurre il lettore in universi di abiezione, di profondo abbrutimento, al grado zero dell’essere umano. Così era anche nel precedente, e sicuramente più riuscito, A con Zeta. Da quei pantani di buio, inizia a scavare spietatamente nell’animo umano per vedere se sia possibile trovare anche lì una luce, una via di fuga, una maglia della catena della degradazione che non tenga. Non è uno scrittore che blandisce il lettore; semmai preferisce l’aggressione, la destabilizzazione delle certezze, la costatazione impietosa della violenza del mondo e della società. Gâza, com’è stato notato da Domenico Quirico, è personaggio e non persona. È poco credibile, poco plausibile come essere umano effettivamente esistente. Un trafficante di nove anni… Eppure è umanissimo nel suo sentire, ed è lo strumento che consente all’autore di condurre, uno studio romanzesco sulla ferocia insita nella – nostra – società, nell’individuo e nel suo agire associato.

    Con Ancóra, Günday si conferma scrittore estremamente interessante – anche se qui non sempre ispiratissimo. Una voce riconoscibile, capace di arrivare a un vasto pubblico che mette a dialogo “il ponte”, la Turchia, con l’abisso di vuoto che lo sostiene. E con noi.

  • 02Mar2016

    Andrea Coccia - Linkiesta.it

    Rifugiati: «Se la Storia non cambia verso, nell’arco di una vita rischiamo di esserlo tutti»

    Parla Hakan Gunday, lo scrittore turco che in Ancóra (Marcos y Marcos) racconta il dramma dei profughi in Turchia dal punto di vista di uno scafista. «La distanza dalla guerra non si misura in spazio», dice, «ma in tempo, quello che serve perché le conseguenze arrivino fino a noi»

     

    Nell’estate del 2010, a pochi mesi dall’inizio della guerra, alla frontiera tra Giordania e Siria, circa 80 chilometri a nord di Amman e un centinaio a sud di Damasco, c’erano tre file. Una per i turisti, non troppi, che ancora non sapevano di essere tra gli ultimi a visitare la Siria per molti anni a venire. Una per i giordani e i siriani, affaccendati come tutti mediorientali. E una dedicata solo agli iracheni. Quest’ultima era una fila vuota, fantasma, perché fatta semplicemente di colonne di passaporti accatastati davanti al poliziotto che doveva vidimarli.

    I possessori di quei passaporti erano richiedenti asilo. Scappavano dall’Iraq distrutto da un decennio di guerra civile. I siriani e i giordani li ignoravano in un modo che ora ci è molto familiare, perché è lo stesso modo con cui ora noi ignoriamo loro, i siriani Più o meno gli stessi a cui oggi, sei anni dopo quei giorni d’estate, tocca lasciare tutto e avventurarsi in viaggi ancora più pericolosi e decisamente più costosi di quelli che toccavano agli iracheni.

    «Tutti noi possiamo essere rifugiati, trafficanti di rifugiati e cittadini che hanno paura dei rifugiati. Può capitare nell’arco di due generazioni, come a voi in Europa, o nell’arco di una stessa vita, come ai profughi siriani». A parlare è Hakan Gunday che non è siriano, e non è neppure iracheno. È un turco, ma un turco molto particolare.

    Nato a Rodi e vissuto anni in Francia prima di tornare a Istanbul, Hakan, che è uno dei più importanti scrittori turchi della nuova generazione — quella dopo Pamuk, per intenderci — e ha appena pubblicato in Italia Ancóra, edito da Marcos y Marcos, un romanzo duro e crudo in cui racconta la lotta per la vita dei profughi che attraversano la Turchia vista con gli occhi del figlio di uno scafista.

    «In Turchia sono anni che i migranti passano», racconta Gunday. «Prima dei siriani c’erano gli iracheni, prima ancora gli afgani e i pakistani. Per mille e cinquecento chilometri questa gente resta invisibile, fintanto che cammina. Diventano visibili solo quando muoiono, perché li filmiamo, li fotografiamo e li stampiamo sulle prime pagine dei nostri quotidiani. Prendi il caso di Aylan, il bambino siriano morto su una spiaggia turca qualche mese fa. Quel bambino non è morto il 2 settembre. Aylan su quella spiaggia c’era da anni, e ce ne starà altri di anni visto che i bambini tra Grecia e Turchia stanno continuando a morire».

    E nel resto del Medio Oriente?
    La situazione è preoccupante. L’abbiamo vista evolversi in diretta nel corso degli ultimi quattro anni: tutti hanno fatto del loro meglio per distruggere la Siria, supportando ognuno un gruppo armato diverso e perdendone subito dopo il controllo. Tutte insieme, mano nella mano, le grandi potenze con interessi nell’area si sono messe d’impegno per fare della Siria un buco nero. Direi che ci sono riusciti benissimo.

    E quali sono i risultati?
    Siamo di fronte a un incendio attorniato da pompieri che non smettono di spruzzare benzina sul fuoco, giusto per vedere come andrà a finire, tanto non sembra riguardarli.

    Perché deve riguardarci?
    Perché è davanti a tutti noi. Ormai non è soltanto nelle città siriane distrutte, ma anche nelle strade di casa nostra, dove stanno arrivando le decine di migliaia di persone che scappano ogni giorno dalla Siria, da anni.

    Che responsabilità abbiamo verso quella gente?
    Non abbiamo fatto altro che insistere nel dividere il loro paese dal punto di vista sociale, economico, religioso, comunitario e siamo riusciti a fare tutto così bene che abbiamo impoverito un’intera regione, arricchito una minuscola minoranza, venduto milioni di armi e fatto in modo che la gente restasse lì a usarle o a farsele usare contro. E ora ci stupiamo del fatto che i profughi vengono da noi a chiedere ospitalità? È grottesco.

    Che cosa possiamo fare?
    Non c’è una soluzione per mettere le cose a posto da un giorno all’altro. Semplicemente perché non siamo di fronte a un problema che si è creato da un giorno all’altro. Non possiamo essere noi la soluzione, noi possiamo essere al limite l’inizio della soluzione. E direi che è già qualcosa.

    E allora qual è l’inizio della soluzione?
    Per prima cosa dobbiamo informarci, tornare ad essere attivi nella ricerca delle informazioni. Oggi la censura ha cambiato volto, grazie alla rete è sempre più difficile fare in modo che un documento sparisca sul serio, ma lo si può facilmente annegare immettendo in rete dieci notizie false per ognuna di quelle vere. Per questo dobbiamo imparare a scegliere, a confrontare, a riconoscere una fonte affidabile da una non affidabile. Solo così possiamo avere un’idea di quello che sta succedendo veramente. Una volta capito che cosa abbiamo intorno, dobbiamo iniziare a chiederci che cosa fanno i nostri politici e i nostri eserciti. Per anni è stato assolutamente normale che ci fossero bombardieri dovunque, esercitazioni in ogni mare, esperimenti nucleari e via dicendo. Nessuno si chiedeva nulla. Poi, appena ai confini la pressione è salita, tutti a chiedersi cosa ci fanno qui. Bisogna partire da qui.

    Non è tardi? 
    Può darsi, ma prima o poi bisogna iniziare ad affrontare la situazione. Noi stiamo pagando il prezzo di errori fatti esattamente cento anni fa. La frontiera tra la Turchia e la Siria è stata tracciata da un inglese, Sykes, e da un francese, Picot, proprio nel 1916.

    Cosa ha comportato quel patto?
    Tante frontiere inventate che hanno diviso famiglie in due: da un giorno all’altro un cugino è diventato siriano e un altro è diventato turco. È questa la frontiera che in migliaia di persone stanno cercando di superare. Se non siamo in grado di accettare e di accogliere quella gente, siamo una società morta. Possiamo avere i migliori musei e i migliori teatri d’opera, ma siamo già morti, perché abbiamo paura. Abbiamo paura persino dei bambini, abbiamo paura di cosa potranno diventare le seconde e le terze generazioni. E abbiamo ragione ad avere paura, perché li alleverà la nostra società morta, raggrinzita e in decomposizione. Viviamo da anni nel mondo globalizzato, ormai dovremmo averlo capito: quando dall’altra parte del mondo c’è una tragedia, la distanza che ci separa non si misura in spazio, si misura in tempo.

    In che senso dici che si misura “in tempo”?
    Si misura nel tempo che ci vuole perché le conseguenze arrivino fino a noi. Non è una questione di se ma di quando. Possono passare mesi o anni, ma prima o poi i problemi arrivano. All’inizio del mio romanzo c’è una dichiarazione del padre di Gazâ, che dice al figlio che la sua missione nella vita dovrà essere sempre quella di sopravvivere, non importa a che prezzo, perché deve sempre pensare che la questione è tu o io. Poi però per tutta la vita Gazâ cerca di cambiare quel “Tu o io” in un “Tu e io”, per scardinare il ruolo di mostro che la realtà gli ha affibbiato. Credo che anche noi dobbiamo lottare con noi stessi, all’interno delle nostre società, per arrivare a sostituire al “Noi o loro” un “Noi e loro”. Anche perché, anche una volta che vinci tutte le battaglie “Tu contro Io”, alla fine rimani da solo. Sei sopravvissuto, ok, ma sei da solo.

    In Ancòra ti sei occupato di un punto di vista delicato, quello del figlio di uno scafista. Cosa hai imparato scrivendo questo romanzo?
    Ho imparato che nell’arco di una vita sola, tutti noi possiamo essere rifugiati, trafficanti e anche razzisti che hanno paura dei rifugiati e che un giorno aprono la finestra e dicono: «Ma da dove vengono tutte queste persone? Ma cosa vogliono da noi? Ma che se ne vadano!». Se capissimo questa intercambiabilità dei ruoli — che se proietti la storia un po’ più in là delle nostre singole vite abbiamo anche noi stessi, nella nostra stessa famiglia — non potremmo mai più comportarci con i migranti in maniera così disumana con chi arriva. Dobbiamo trovare il modo di sviluppare più empatia che diffidenza. Perché se non riusciamo ad accelerare, non solo perdiamo un sacco di tempo, ma scaviamo anche fossati di odio sempre più profondi tra le culture, il che significa soltanto una cosa: guerre.

    È la maledizione del nostro tempo, è un vortice di Male che si autoalimenta, come un circolo vizioso. Sta a noi decidere cosa fare. Ma ormai non ci tocca più decidere serisolvere il problema, ora ci tocca decidere quando iniziare a farlo. Sono generazioni che mettiamo la polvere sotto il tappeto. Ormai ce n’è talmente tanta che quel tappeto non tocca più terra. È un tappeto volante. Questa è la storia del mondo. Noi non siamo la generazione che salverà il mondo, ma come tutte le generazioni prima di noi possiamo decidere se occuparcene oppure lasciare altra polvere sotto il tappeto per quelli che ci seguiranno.

    Dobbiamo essere ottimisti o pessimisti per il futuro?
    La vuoi sapere la verità? L’ottimismo non esiste. E non esiste nemmeno il pessimismo. La definizione di speranza e scoramento, come di felicità e di disperazione, è la stessa. È la volontà di vivere, malgrado tutto. Dove la parte sulla volontà di vivere è la parte dell’ottimismo, mentre quella del pessimismo è quel “malgrado tutto”. Malgrado le cellule del tuo corpo che ogni secondo muoiono, noi viviamo. Malgrado la guerra, malgrado la povertà, malgrado la paura, l’Umanità continua a vivere. Malgrado tutto.

  • 02Mar2016

    Rossella Lo Faro - Youbookers.it

    Ancóra – Hakan Günday

    Al sicuro nelle nostre case occidentali e benestanti ci barrichiamo, spesso, in un’indolenza inerte e irrispettosa, che ci separa dai fatti violenti e disumani del mondo. Lontani dalla brutalità, ci sentiamo protetti e intoccabili, conducendo una vita iscritta dentro azioni già fissate dall’alto. Ma è solo patetica, sfacciata fortuna.

    Non dall’altra parte del mondo, bensì vicino a noi, esistono realtà terribili e difficili da descrivere, che non è facile rendere materia letteraria, per una serie di svariati motivi che, probabilmente, culminano nella vigliaccheria di non voler turbare il lettore. Eppure proprio il Lettore, coscienza pura nel mondo, dovrebbe venire a conoscenza della malvagità: è questo l’assunto da cui parte lo scrittore turco Hakan Günday, che ha regalato alle stampe una storia cruda e crudele: Ancóra, uscito a fine gennaio per Marcos y marcos e già tra i libri più importanti dell’anno. Il racconto si apre con la confessione – da parte di un uomo/padre – di un reato, che perentoriamente viene definito peccato, il quale lentamente e inesorabilmente si avvita ai pensieri del protagonista/figlio, sopraffacendolo. È già in quest’ottica che si può interpretare la narrazione stessa: un lungo canto di solitudine del piccolo Gazâ, un bambino di nove anni costretto a sposare il mestiere del padre, uno dei più terribili di sempre, cioè il traffico di esseri umani, persone che cedono la loro dignità a questi mercanti senz’anima, e che sempre più spesso annegano nel Mar Egeo per colpa del sogno di raggiungere un posto sicuro. È dunque, questa, la storia di un’infanzia interrotta a causa dell’improvvisa consapevolezza del Male nel mondo; Gazâ, non appena dismette i panni di bambino, scopre che può stuprare, che può fare del male, che può uccidere, che deve essere sadico perché quello è il suo destino: loro pensavano che io fossi un mostro e io lo diventai. Durante una delle sue prime traversate, al piccolo viene regalato un minuscolo origami di carta a forma di rana da parte di un afgano di nome Cuma, che morirà di asfissia per colpa di una dimenticanza dello stesso Gazâ. Immediatamente, la rana diventa il simbolo e il simulacro di ciò che ha fatto, e lo accompagnerà durante il suo percorso: un talismano potente al sicuro della tasca dei pantaloni, pronto ad essere stretto tra le mani nel momento del bisogno, al buio, quando la paura della violenza e dell’autodistruzione si fa più forte.

    La voce di Cuma, portavoce della coscienza del protagonista, costringerà Gazâ nei momenti più duri della sua esistenza a confrontarsi con sé stesso, in un dibattito che si svolge tutto all’interno della sua testa. Se infatti, inizialmente, Gazâ reputa quasi positivamente il suo mestiere (Il mio lavoro consisteva semplicemente nel portare i clandestini alla latitudine e alla longitudine giusta. Conducevamo in paradiso chi fuggiva dall’inferno.), in un secondo momento egli acquisisce una consapevolezza diversa, sporca, calandosi perfettamente nei panni orridi del trafficante di uomini:

    Noi trasportavamo carne. Soltanto carne. I sogni, i pensieri, i sentimenti non erano compresi nel prezzo. Magari, se avessero pagato a sufficienza, ci saremmo potuti occupare anche di quelli.

    Si fa dunque profetico il preludio di questa storia: l’esergo di Rimbaud (L’unica cosa insopportabile è che nulla è insopportabile) rivela che di intollerabile a questo mondo non c’è proprio nulla, che anche il male inferto diventa una situazione in cui è facile adattarsi, che persino un bambino può diventare un mostro. La storia si articola infatti in un complesso filo diretto, quasi genetico, con la violenza: se mio padre non fosse stato un assassino, io non sarei mai nato, ed è così che il disforico Gazâ giustifica a sé stesso la radice violenta delle sue azioni, diventando il mostro che nessuno vorrebbe incontrare:

    Avevo quattordici anni e ogni dolore che infliggevo per me era solo un gioco, non mi sembrava nemmeno reale.

    Tra gli altri, c’è un discorso pieno d’odio che egli rivolge ai migranti, cui prospetta una vita misera (Nessuno permetterà che tu sia più felice o viva più a lungo di loro! Nessuno vorrà che tu possa mai votare in quel paese! Nessuno vorrà mai incrociare il tuo sguardo! Nessuno ti vedrà mai come un essere umano!) in cui emerge che in prospettiva, persino il suo lavoro e il male che egli impone è inutile, rendendosi vittima della sua stessa impotenza. Tutto quindi perde i contorni della realtà: per Gazâ, così come per il lettore, niente è reale, persino il dolore inflitto e quello subito, perché in questa logica tutto perde di senso. E allora l’unico strumento per riemergere da questo conflitto diventa raccontare per dimenticare, dando forma alle parole solo per calciarle via, farle sparire definitivamente: il racconto – crudo e spietatissimo – diventa la catarsi sia del narratore che del lettore, sopraffatto da tanta violenza ingiustificata e dolente sullo sfondo di una Turchia bulimica, incapace di adattarsi al modello occidentale ma maldestra nella sua veste orientale e inadatta a trovare una propria dimensione: un Giano bifronte tra l’est e l’ovest. Günday è abile nel fornire il ritratto di una nazione che quando è costretta a schierarsi si sente sospesa: anch’essa, come Gazâ, sta improvvisando la sua identità senza successo. La narrazione è suddivisa in quattro tempi, a cui fanno capo le quattro tecniche fondamentali della pittura rinascimentale: sfumato, cangiante, chiaroscuro, unione. Nel corso della storia, tra l’altro, si fa spesso riferimento ai Buddha di Bamiyan, una bellezza distrutta ma che possiede ancora, nonostante il vuoto lasciato, un potere salvifico. La pittura è l’unica disciplina artistica che permette di vedere più scene simultaneamente, una metafora della speranza contenuta nella storia di Gazâ: portare alla luce tutti gli aspetti tragici dei flussi migratori, e trovarvi un rimedio definitivo. Il ricorso al Rinascimento testimonia dunque un chiaro riferimento alla rinascita, in un libro che affronta gli opposti, e che utilizza la letteratura come grido di rabbia, rivelazione, redenzione. Una storia che riformula il concetto stesso di libertà (Piansi. Piansi quanto mi pareva! È questa la vera libertà. Poter piangere quanto ti pare. E per quello che ti pare…) concedendo al lettore un intenso studio sociologico della violenza, narrata da Günday con pertinenza e compassione. La vera protagonista di questo racconto si fa, dunque, la morte: non solo quella carnale, ma soprattutto quella dell’anima. La storia di Gazâ ci ricorda infatti che siamo perennemente in guerra contro noi stessi e, sebbene non riusciremo mai a capire fino in fondo certe dinamiche brutali che ci incutono terrore e disdegno, bisogna individuare la violenza (l’unico vero mezzo di comunicazione di questa società corrotta) e disinnescarla.
    Günday c’è riuscito elaborando una storia complessa che si rivela essere una domanda semplice ma incisiva: perché tutto questo male, perché?

  • 01Mar2016

    Giampaolo Cerri - Vita

    Così una rana di carta può cambiare le coscienze

    Parla Hakan Günday, scrittore turco. In un suo romanzo aveva previsto tutto…

    La frontiera fra la Siria e la Turchia, per passare la quale oggi si è disposti a morire, cento anni fa non c’era. La tracciarono inglesi e francesi». Hakan Günday, 40 anni, nato a Rodi ma turco, scrive romanzi. Come un intellettuale di una volta, però, è un attento osservatore dei tempi che viviamo.

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  • 23Feb2016

    Jessica Chia - wuz

    Ancóra – Hakan Günday

    «La prima parola era solfato, la seconda morfina. Ed eravamo nati entrambi nello stesso luogo: il dolore. Perché non era stata mia madre a darmi alla luce, ma i dolori del parto. Non ero nato per desiderio, ma per dolore. Avevo esalato il mio primo respiro tra contrazioni e dolori che mi avevano lasciato una macchia indelebile…
 Ogni parte di me era dolore. La mia anima, il mio corpo, tutto quanto. Lo avrei capito non appena fossero entrate in circolo le prime gocce di solfato di morfina. No, non ero un bambino nato dai dolori di sua madre!»

    Gazâ ha nove anni quando entra nell’inferno del mercato di schiavi. Ha nove anni e ha imparato due cose molto importanti: la prima si chiama sopravvivenza. La seconda si chiama indifferenza, ed è la causa della prima. L’indifferenza di fronte alla merce che ogni giorno Gazâ e suo padre scaricano e caricano dal camion di famiglia. Merce putrida e rumorosa: si chiamano esseri umani, o forse pezzi di carne indistinta, figli a loro volta di altri superstiti, bastardi che si sono massacrati in guerra, che si sono ammazzati per la siccità, sputati addosso per le epidemie, strappati il salvagente di mano pur di rimanere a galla. Perché questa è l’unica legge degli uomini senza dio: o tu, o io. E Gazâ lo ha imparato subito, così come ha imparato subito a ignorare tutte quelle bocche e quegli occhi che implorano la sua mano: Daha, ancóra! Daha, ancóra!: l’unica parola turca che quell’ammasso di corpi sporchi, i migranti clandestini, riesce a pronunciare con le loro bocche fetide. Ancóra acqua! Ancóra cibo! Ancóra vita…

    «Non è possibile stabilire a quando risalga il commercio degli esseri umani. Se si pensa che per intraprendere una simile attività bastano tre persone, si potrebbe andare molto indietro nella storia dell’umanità. L’unica frase utile di un libro utile che ho letto anni fa era questa: “Il primo strumento utilizzato dall’uomo è un altro uomo” […] Quindi, se si mette la prostituzione al primo posto, si può dire che il commercio di esseri umani è il secondo mestiere più antico del mondo!
 Certo, non avevo idea che fossimo gli eredi di una tradizione professionale tanto antica. Io mi limitavo a sudare costantemente, cercando di portare a termine gli ordini che mi impartiva mio padre.»

    Gazâ ha nove anni ed è un bambino turco. Il suo Paese è un edificio sporco e fatiscente che funziona da dogana di smistamento per tutti quei migranti che arrivano da est per riempirsi gli occhi di speranza e di sogni guardando verso ovest, «un ponte antico, con un piede scalzo a Oriente e l’altro infilato in una scarpa a Occidente, da cui transita qualsiasi merce illegale.» La Turchia è un imbuto con cui nutre i suoi cittadini, rischiando di farli ingozzare: vengono ingurgitati clandestini per poi essere vomitati quasi interi dall’altra parte.
Gazâ è un bambino molto intelligente, il più intelligente della sua classe. Eppure la sua vita ha lo stesso perimetro di vicolo della Polvere e della cisterna di Ahad, il padre. Cresciuto nell’eterno tormento dell’abbandono della madre morta dandolo alla luce, e che avrebbe voluto seppellirlo non appena venuto al mondo, il bambino vive nel dispotismo di un padre assassino, imitando la sua cattiveria e facendosi egli stesso tiranno all’interno delle piccole società di clandestini che si nascondono nella cisterna. Ma quando il seme della cattiveria viene piantato nel cuore di un uomo, nient’altro può fare se non spaccare le zolle del cuore e crescere, salendo fino alla gola, fino al cervello.

    È in questo modo che Gazâ s’infetta: la sua infezione si chiama spietatezza e disumanità. Si apre una piaga che lo immobilizza sempre più. Una piaga putrida e in decomposizione, che gli divora ogni lembo di carne. Ogni lembo di anima. Una notte di pioggia, un incidente con il camion di Ahad lo porterà dritto all’inferno, luogo in cui inizierà l’asportazione di ogni sentimento dal corpo di Gazâ. Bastano tredici giorni bloccato tra le decine di cadaveri di clandestini, tredici giorni di immobile agonia, perché il ragazzino possa provare l’esperienza della decomposizione, per non tornare mai più indietro. 
Ogni cellula, ogni nodulo dotato di sentimento viene intossicato, il cervello di Gazâ va in embolia e inizia l’interramento nella sterilità dei sentimenti del giovane turco. Le sonde del dolore iniziano ad asportare tutto: l’infanzia, l’umanità, ogni sogno è clampato, ogni speranza è esportata. Resta un corpo intrappolato tra i morti e le larve. Resta un uomo privo della sua anima. Gazâ si è ammalato di asocialità e non tornerà mai più indietro. Non c’è più un domani, non c’è più una madre, nè un padre, entrambi morti sepolti, non ci sono più tutti quei sogni ammassati in una cisterna, sogni che erano quasi riusciti a contagiare il piccolo Gazâ, che avrebbe voluto guardare cosa ci fosse di tanto bello al di là del confine turco. Resta carne in decomposizione. Non resta altro.

    Solo di una cosa non si è mai dimenticato Gazâ in tutti questi anni: una rana di origami che porta in tasca da sempre, e la voce di un afgano di nome Cuma, Venerdì, l’unico amico che mai abbia fatto un dono al piccolo turco. Un dono gratuito. Gli ultimi anni della vita di Gazâ saranno improntati a questo: “riportare” Cuma a casa sua, in una sorta di viaggio migratorio al contrario, verso quelle terre di fuoco da cui tutti scappano… Forse un viaggio-espiazione, a ritroso nel dolore che quel turco tanto aveva disseminato intorno a sè.

    «Pensare è compito mio, Gaza, non tuo.
    E qual è il mio compito allora?
    Uccidermi.
    Dici sempre così! Non dirlo più, per favore!
    Va bene… Ma solo perché hai detto per favore.
    Grazie… Adesso come ti senti?
    Come sempre.
    E vale a dire?
    Come un origami a forma di rana!»

    Cesare Pavese scriveva nei suoi Dialoghi con Leucò: «vien da pensare che tutto sia intriso di sperma e di lacrime». Siamo in Turchia nel 2016 e Hakan Günday ha davvero poche cose in comune con un Pavese che lasciava queste parole apocalittiche, poco tempo prima di suicidarsi. Eppure, qualcosa di terribilmente pessimista e schiacciante, li accomuna. Qualcosa che infastidisce, che tocca antri e coscienze, che attenta alle fondamenta di terreni morali ben saldi, occidentali e perbenisti. Vien da pensare che resti proprio questo: corpi fatti di carne evanescente e dolore.
Ancóra non è un bel libro. Tutt’altro. È un libro macchiato e sporco, pervaso da un sadismo latente, quell’affanno che fermenta nella natura umana, che fruga nelle nostre tenebre, che ci accarezza il volto sul cuscino, la notte. Ancóra si prende il diritto di riempirci il corpo di piaghe. E lo fa senza chiedere scusa. È un’opera quasi indicibile, un ammasso di violenza. Eppure, di nascosto dal senso comune, mentre leggiamo quelle parole incrostate di disumanità, ci capita qualcosa che ce ne fa chiedere ancóra. Dove possiamo arrivare? Fin dove abbiamo il coraggio di strisciare? Vogliamo conoscere i nostri mostri e non siamo appagati fino a che non tocchiamo la vertigine dell’indicibile. Daha, ne vogliamo ancóra…

  • 13Feb2016

    Goffredo Pistelli - ItaliaOggi

    Immigrati forza incontenibile. L’unica soluzione è la riduzione delle disuguaglianze.

    È arrivato in libreria un romanzo che racconta la tragedia dell’immigrazione in Turchia, ma non è un instant book. Hakan Günday scrittore turco, pur essendo nato a Rodi nel 1976, era infatti uscito con il suo Ancòra nel 2013, e ora Marcos Y Marcos l’ha tradotto in italiano.

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  • 08Feb2016

    Federico Chiara - Vogue

    A new Beginning.

    Abbiamo una vita sola, si usa dire. Ma ciò non è del tutto vero, almeno da un punto di vista psicologico. Ogni volta che compiamo una scelta radicale, ogni volta che ci mettiamo in discussione e magari chiudiamo un capitolo, possiamo sul serio rinascere.

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  • 08Feb2016

    Guido Caserza - Il Mattino

    «Il mio bambino trafficante di uomini»

    Nativo di Rodi, ilquarantenne Hakan Günday vive a Istanbul, dopo aver passato la giovinezza in giro per il mondo, al seguito dei  genitori diplomatici. Diventato famoso nel 2011, con il romanzo A con Zeta, tradotto in 19 lingue, Günday racconta storie estreme che hanno come sfondo gli incroci sociali e culturali fra Oriente e Occidente.

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  • 06Feb2016

    Ira Rubini - Radiopopolare.it

    Il mondo è troppo piccolo per trascurare il dolore degli altri

    MILANO – Uno dei più noti scrittori turchi della nuova genarazione, Hakan Günday, è in Italia per presentare il suo ultimo romanzo Ancòra (ed. Marcos y Marcos).
    “Ancòra”, che in turco si dice “daha” è la parola che i migranti senza documenti, che a migliaia, se non a milioni, sono trasitati in Turchia nel corso degli anni, pronunciano continuamente, per chiedere acqua, cibo, speranza.

     

    Ahad è uno dei trafficanti che li trasporta, li rinchiude per mesi in attesa di destinazione, li comanda come un dittatore dispotico e spietato. E affida a suo figlio Gazâ, ancora ragazzino, il compito di sorvegliarli e accudirli, trasmettendogli un insegnamento di ferocia che solo un assassino, a sua volta bambino cresciuto nel terrore e nella violenza, può impartire.
    Ma un bel giorno, anzi una notte, dopo un evento traumatico, Gazâ decide che ne ha abbastanza e che è stufo della disperazione degli altri e della sua. Cerca il suo Rinascimento (non a caso il libro è diviso in capitoli contrassegnati dalla definizione di varie tecniche pittoriche rinascimentali), inseguendo un origami, una rana di carta verde, suo unico giocattolo, regalo di un clandestino afghano.
    Un viaggio fisico e interiore avvincente, che Hakan Günday ci permette di compiere grazie a una prosa dura, efficace, moderna, che ben resiste anche alle molte traduzioni che lo hanno consacrato alla fama letteraria internazionale.
    Hakan Günday è stato ospite a Cult e ha parlato con noi del suo libro e della tragedia dei migranti.

    Ascolta l’intervista di Cult ad Hakan Günday

  • 05Feb2016

    Piero Di Domenico - boblog.corrieredibologna.it

    Il viaggio di Gaza

    L’unica parola turca conosciuta dai tanti migranti clandestini, che passano per la porta che apre verso l’Europa, è ‘daha’, che vuol dire ‘ancòra’.

    Perché dopo aver perso troppe cose hanno bisogno di nuovo di ogni cosa, e non hanno nulla di cui accontentarsi. Per questo il quarantenne scrittore Hakan Gunday, figlio di diplomatici e nato a Rodi, ha scelto questo titolo per il suo nuovo romanzo, vincitore del Premio Médicis in Francia. Sangue turco e sguardo europeo, recita la biografia di Gunday, che sul suo sito personale ha inserito l’iscrizione “Ogni ora che passa ti ferisce, l’ultima ti uccide”. Dopo tanto vagare lo scrittore si è fermato a Istanbul, dove ha scritto 8 romanzi in una ventina d’anni, compreso il fulminante “A con Zeta”, tradotto in 19 lingue. L’ultimo, il viaggio di un bambino cresciuto senza madre tra trafficanti di uomini, è stato da poco pubblicato in Italia da Marcos y Marcos e oggi sarà lo stesso Gunday a presentarlo, alle 18 nell’Auditorium Biagi di Salaborsa, insieme allo scrittore italo-somalo Antar Mohamed Marincola.

    “Stavo cercando una storia – ha spiegato Gunday – che potesse darmi la possibilità di riflettere sulla natura delle relazioni tra l’individuo e la collettività. La storia ce l’avevo davanti, era il 2013 e sui giornali si leggevano brevi articoli con i numeri dei morti nell’Egeo. Non c’erano nomi, solo numeri. E nessuno parlava di chi aveva portato quella gente sulle coste. Così ho capito che avrei dovuto scrivere di quei disperati, pronti a obbedire a uno sconosciuto contrabbandiere. Volevo che la loro situazione, un attacco al cuore dell’umanità, diventasse il cuore del racconto”. A dare un’ulteriore sottolineatura a un romanzo che racconta dall’interno il volto moderno della schiavitù, in Salaborsa brani del libro verranno letti da alcuni attori di Cantieri Meticci, la compagnia teatrale diretta da Pietro Floridia e nata due anni fa sulla base di un progetto-laboratorio del Teatro dell’Argine. A farne parte italiani e immigrati richiedenti asilo e rifugiati, ospitati negli Sprar di Bologna, strutture di ‘seconda accoglienza’. Dopo aver lasciato il nome Compagnia dei Rifugiati, oggi Cantieri Meticci ha una parte costante, tra i 12 e i 14 attori. Protagonisti degli spettacoli messi in scena e anche guide dei vari laboratori teatrali attivati sul territorio. Gli attori solitamente si suddividono in ‘coppie miste’, un italiano e un richiedente asilo o rifugiato, a volte anche in terzetti, e seguono poi tutta la parte progettuale e laboratoriale.

    In Salaborsa oggi alcuni di loro, Sadam Naderi, Natalia De Martin, Youssef El Gahda e Younes El Bouzari, leggeranno alcune delle 500 pagine che hanno per protagonista il piccolo Gaza, figlio di un padre-padrone che trasporta migranti sul suo furgone dopo averli tenuti nascosti in una cisterna. Un bambino immerso nella tragedia ma che cerca con ostinazione una strada diversa per una nuova vita. Gunday ha intenzione di continuare ancora a indagare gli incroci tra Oriente e Occidente, convinto che una riconciliazione tra questi due mondi, indispensabile, possa e debba passare proprio per Ankara, sempre che la Turchia sia in grado di fare pace con se stessa e le sue mille contraddizioni.

  • 04Feb2016

    Andrea Pulcini - Ghigliottina.it

    “Ancóra” di Hakan Günday: l’immigrazione vista con gli occhi di un bambino

    Presentato a Roma “Ancóra” di Hakan Günday (Marcos y Marcos): il nuovo romanzo dello scrittore tratta il tema dell’immigrazione nella sua terra d’origine, la Turchia, analizzandola attraverso gli occhi di un bambino.

    Capita raramente di poter mangiare durante la presentazione di un libro. Questo modo alternativo e che crea aggregazione è stato scelto da Hakan Günday, autore di “Ancóra (Marcos y Marcos), che ai commensali presenti da “Libri e bar Pallotta” di Roma lunedì 1° febbraio ha voluto far assaggiare i piatti tipici della sua terra d’origine, la Turchia, trasformando l’evento in un momento di gioia e di convivialità.

    Günday si è messo a disposizione di tutti e dopo una breve introduzione di del moderatore, ha deciso di raccontare il libro tramite le domande che gli venivano poste.

    L’enfant terrible della letteratura turca (come chiamato dalla sua casa editrice) tratta un tema importante: si occupa di immigrazione. “È Un libro che apre molte domande ma non si cura di dare risposte, non è questo il suo scopo. Il testo è intriso di una violenza onesta, non morbosa né bacchettona. Descritta da chi la vive dal di dentro, con compassione. Questa è la “fotografia” del libro.

    I protagonisti dei primi due libri pubblicati in Italia da Günday sono bambini: “I bambini non hanno passato abbastanza tempo per dire, sono abituati. Quindi fanno le domande e iniziano quasi sempre con, perché? Attendendosi risposte semplici. Siccome non si possono dare queste risposte, la frase più comune da dire è: ‘quando cresci capirai e ti abituerai’. Sono altresì curioso di scoprire se un giorno scapperanno da quelle cellule sociologiche nelle quali sono nati. Queste cellule possono essere famiglia, scuola, tradizione e i muri di queste cellule non sono fatti di pietre ma di carne ed ossa che sono più forte delle pietre. Cerco di risolvere questa mia curiosità sul come evaderanno, se, rompendo il muro o scavando un tunnel, in caso della seconda ipotesi sono curioso di vedere se esso, sfocia nella libertà o in un’altra cellula sociologica”.

    Lo scrittore turco prosegue poi nella disamina di “Ancóra”: “Soffermarsi e pensare alla Turchia, analizzandone solo i confini geografici sarebbe un grande errore. In Turchia ci sono radici molto importanti che appartengono sia all’est che all’ovest. Il più grande problema della nazione turca è stato quello di considerare la sua natura geografica distinguendosi con ovest o est. Secondo me bisognerebbe pensare ad una visione unitaria della questione: la Turchia può tornare a splendere solo se queste due anime della nazione faranno pace”.

    Con queste parole Günday  risponde a chi gli chiede della situazione geo-politica del suo paese. Traccia anche uno spaccato della classe politica della sua nazione, relazionandola all’uscita di questo libro: “Essendo uscito nel 2013 con il problema migranti ancora lontano, è stato visto come un pezzo da annoverare nella letteratura nazionale. Un’altra motivazione che mi spinge a credere che non sia stato un problema è che i politici turchi sono più attenti ai tweet che vengono fatti ed a leggere i giornali piuttosto che analizzare i libri”.

    In conclusione, uno dei presenti domanda a Günday se si senta europeo o turco; ficcante la risposta dello scrittore: “Non è la terra che mi lega al mio territorio ma la lingua. Il mio libro preferito è il dizionario turco perché tutte queste parole inserite nel dizionario aspettano che qualcuno racconti le loro storie. Io sono ancora alla lettera ‘A’, ho tanta strada davanti, per me la letteratura è un’arte segreta chiusa dentro due copertine”.

  • 04Feb2016

    Giuseppe Fantasia - L'Huffington Post

    La Turchia dove “la vita umana non ha alcun valore” raccontata nel libro di Hakan Günday

    Per lo scrittore Hakan Günday, originario di Rodi ma da molti anni cittadino di Istanbul, “la Turchia è un mare di sangue”, “è un Paese in cui la vita umana non ha alcun valore e dove non c’è spazio per i diritti umani”. Questo rappresenta un grande problema perché – come ci spiega quando lo incontriamo a Roma – “è ancora più complicato tornare ai valori precedenti e poter costruire qualcosa di positivo in tal senso”.

    Ogni volta che gli capita di volgere lo sguardo al passato, si accorge che è mutato di nuovo, perché uno sguardo sparisce o si aggiunge un altro racconto. “In questa vita nulla resta al suo posto e sembra che nessuno sia felice dov’è”, aggiunge. In ogni caso, vivere lì non è difficile: basta non essere un giornalista che vuole esprimere la propria opinione, perché “se si fa questo, oggi si viene solo arrestati, prima si era uccisi. Abbiamo fatto dei progressi notevoli”, ci dice con una certa dose di ironia.

    Nel suo nuovo libro, Ancóra (Daha), pubblicato in Italia da Marcos Y Marcos nella traduzione di Fulvio Bertuccelli, la Turchia “è un ponte antico, con un piede scalzo a Oriente e l’altro infilato in una scarpa a Occidente, da cui transita qualsiasi merce illegale”. È il simbolo della differenza tra quelle due parti del mondo, più vicine di quanto sembrino, un luogo di scontri che vive un dramma quotidiano, un ventre attraverso il quale passa ogni cosa, soprattutto gli uomini clandestini. Di essi se ne occupa sin da quando ha nove anni il giovane protagonista di questo romanzo, Gazâ, una piccola creatura malvagia creata da suo padre Ahad che, dopo avergli dato un solo insegnamento (“impara a sopravvivere”), pur di non dividere i profitti con altri, lo rende complice dei suoi crimini. I clandestini sono costretti a viaggiare nel cassone di un camion diretto verso la costa turca dell’Egeo, sono poi caricati come merci su un altro furgone e nascosti sottoterra, nella cisterna di un giardino dove attendono per settimane che il sogno di arrivare in Grecia si realizzi. Sono un’umanità dolente e disperata attratta da qualcosa di incerto e di insicuro, perché tanto, in quei casi, ci vuole poco a trovare “il meglio del nulla”. Gazâ, orfano di madre, ha il compito di controllare quella cisterna, “una bara sempre calda”, un pozzo degno di un girone infernale in grado di ospitare anche duecento persone. Impara da subito che va distribuita (a pagamento) una bottiglia d’acqua ogni due persone, così come impara a fare altre sregolatezze: “Gli è stata insegnata la differenza tra ‘te’ ed ‘io’, tra ‘io’ e ‘loro’ e il suo cervello è oramai lontanissimo dal suo cuore” – ci spiega questo scrittore che nel suo Paese è uno dei più amati dai giovani, uno dei più criticati dal suo Governo, autore di otto romanzi bestseller e vincitore in Francia del Prix Médicis 2015.

    Nel giro di cinque anni, come scrive, Gazâ viene trasformato in una “creatura orrenda” e diventa per lui impossibile mettersi nei panni di quelle persone, “per metà esseri umani e per metà merda”. Osserva dall’alto del suo orgoglio quegli uomini e quelle donne che credono a tutto e che non sanno di essere stati ingannati. Dai loro silenzi assordanti, ogni tanto, viene fuori l’unica parola turca che conoscono, daha – che significa ancóra – riferita all’acqua, al pane, ma soprattutto alla speranza. Non fanno una piega e si sistemano sul pavimento bagnato come se fosse il luogo più familiare del mondo, si reggono la testa fra le mani coi gomiti sulle ginocchia e restano in quella posizione ad aspettare, “la cosa che sanno fare meglio”. Nel giro di una notte, però il furgone di Ahad va fuori strada causando la morte di decine di loro, oltre al cambiamento quasi istantaneo di Gazâ, che ripensa a un clandestino afgano di nome Cuma e alla rana di carta che gli ha regalato, un origami della speranza con cui ha inizio per lui, che è un piccolo genio e che tanto vorrebbe studiare, una vera e propria rinascita. “Quella rana è l’unico elemento che gli fa capire la sua innocenza e che gli indicherà la strada da intraprendere”, ci dice Günday, che dopo due giorni nella Capitale continuerà il suo tour promozionale in tutta Italia, da Milano a Palermo. “È il simbolo di un Paese che ceca di andare avanti nonostante tutto e che spera in un miglioramento, anche se i cambiamenti non potranno esserci in pochi anni. Ci vuole tempo, ma quello che possiamo fare, sicuramente, è cercare, tutti insieme, di credere nella convivenza. Questo dipende solo da noi”.

    Ancóra è uno di quei romanzi che ti resta dentro per la sua crudeltà e durezza, è un viaggio che ti fa sprofondare nella parte più profonda ed infernale dell’io umano lasciandoti senza fiato, ma poi, a fatica, ti fa risalire e ti fa riprendere da quel dolore che diviene catartico e che lascia spazio solo alla speranza e alla rinascita. Queste ultime si possono sempre ottenere, basta crederci.

  • 02Feb2016

    Marco Ansaldo - La Repubblica

    Salvate l’innocenza della mia Turchia

    Una piccola rana di carta in tasca. Un origami, un talismano. O, più propriamente, il solo elemento di innocenza che il ragazzino turco trafficante di essere umani riceve da un profugo afgano. «È un regalo», spiega lo scrittore Hakan Günday, il nuovo autore di grido che viene da Istanbul, generazione successiva a quella dei mostri sacri Orhan Pamuk ed Elif Shafak.

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  • 01Feb2016

    Alessandro Zaccuri - Avvenire

    Günday: «Turchia, l’alternativa possibile»

    Per lo scrittore, che a Milano presenta il nuovo romanzo, “l’Islam è in una prigione, tra dittature secolarizzate e fondamentalisti. Se però noi, davanti all’immane flusso migratorio, riusciremo a elaborare un nuovo sistema di convivenza, allora questo farà da modello.”

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  • 01Feb2016

    Marta Cervino - Marieclaire

    Ancora è l’unica parola turca che i clandestini conoscono. E Gazâ, il protagonista, che fin da piccolo partecipa al traffico di esseri umani di suo padre, questo lo sa bene.

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  • 01Feb2016

    Micol De Pas - Panorama

    Hakan Günday, un romanzo tra Oriente e Occidente

    Il nuovo libro dello scrittore turco parla di migranti, di presente e di futuro. Intervista con l’autore.

    La voce di un bambino spietato, cresciuto troppo in fretta e governato dall’unico e imprescindibile diktat del sopravvivere, declina le storie attuali dei migranti nel nuovo romanzo di Hakan Günday, “Ancóra”, appena uscito per l’editore Marcos y Marcos.

    Un romanzo ambientato in una Turchia martoriata, terra di transito dei nuovi schiavi dell’Occidente, in cui un ragazzino, il protagonista, trova la sua forma di resistenza nel suo personale dissidio tra male e bene, nella sua vita di trafficante di migranti nell’Egeo e nel suo diventare adulto.

    Hakan Günday è nato a Rodi nel 1976, ma è cittadino turco. Le sue storie raccontano a tinte forti il presente tra Oriente e Occidente e, dopo A con Z, miglior libro del 2011 in Turchia e tradotto in diciannove lingue, ci parla di Ancóra.

    Come è nata l’idea di questo libro? “Stavo cercando una storia che potesse darmi la possibilità di riflettere sulla natura delle relazioni tra l’individuo e la collettività. E la storia ce l’avevo davanti: era il 2013 e sui giornali si leggevano brevi articoli che presentavano i numeri dei morti nel mare Egeo. Non c’erano nomi, niente di niente: solo numeri. E nessuno parlava di chi aveva portato quella gente sulle coste. Così ho realizzato che avrei dovuto scrivere di quei disperati, pronti ad obbedire a uno sconosciuto chiamato contrabbandiere. Volevo che la loro situazione, che è un attacco al cuore dell’umanità, diventasse il cuore del racconto”.

    Perché ha scelto un bambino come protagonista? “Volevo imparare insieme a lui e volevo che il lettore potesse scoprire i dettagli della tragedia in contemporanea al protagonista. Ma soprattutto, l’ho scelto perché i bambini fanno domande ed esigono risposte semplici. E non dichiarazioni politiche disumane”.

    Una rana di carta assume un ruolo salvifico nella vita del protagonista. Perché? “I Buddha di Bamiyan, quelli distrutti dai Talebani, hanno un ruolo importante nel romanzo. E la rana, insieme alla farfalla, è uno dei simboli buddisti della reincarnazione. Ecco perché Gaza, il protagonista, riceve la rana come dono da un migrante afgano. Gaza la tiene con sé per tutta la vita, al punto che la rana rappresenta la consapevolezza, il suo lato conscio. Che lo guida alla scoperta di se stesso. Per reincarnarsi senza morire, swerve prima di tutto la consapevolezza”.

    Questa storia parla di bene e male, ma soprattutto parla dell’umanità. “Questo è un romanzo sulla difficoltà di essere un essere umano, quando si sente la responsabilità di appartenere al genere. Così Gaza, il protagonista, bollato come mostro dalla società, passa la sua vita a cercare appartenere agli esseri umani”.

    Perché questo titolo, Ancòra? “Perché è la storia di persone incomplete. Ci sono troppe cose perse nelle loro vite: famiglia, amore, libertà… Ecco perché dicono Ancora!: hanno bisogno di “ancora” di ogni cosa”.

    Il ruolo della Turchia: lei ha scritto che questo paese è la “differenza tra Ovest ed Est”. Cosa intende dire? “Intendo dire che la riconciliazione tra Oriente e Occidente dovrebbe passare dalla Turchia. Perché lì i paradossi e i conflitti tra i due mondi sono routine quotidiana. Culturalmente e sociologicamente, siamo Est e Ovest. E se la Turchia facesse pace con se stessa, sarebbe la prova che essere Est e Ovest contemporanemente non è una forma di schizofrenia, ma un fatto naturale”.

  • 29Gen2016

    Alessandro Beretta - Corriere della Sera

    Racconti del presente

    Non si possono dimenticare le tragedie, passate attuali: bisogna conoscerle, raccontarle. È questo uno dei temi di Writers, il festival letterario organizzato dal Progetto Frigoriferi Milanesi IDN Media Relations che con oltre cinquanta ospiti anima per tre giorni i Frigoriferi Milanesi.

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  • 29Gen2016

    Marc Semo - Internazionale

    Spesso I’idea di un romanzo viene da un semplice fatto di cronaca. A offrire lo spunto per Hakan Gùnday sono state poche righe di un giornale sull’arresto, in una piccola città turca affacciata sul mar Egeo, diuna banda di malfattori. Fabbricavano giubbotti di salvataggio pieni di segatura, che non potevano galleggiare, per venderli alle famiglie di clandestini che cercavano di raggiungere la Grecia su imbarcazioni di fortuna.

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  • 27Gen2016

    Francesca Schipa - Dilettieriletti.com

    Leggiamo, ormai da mesi,  titoli sui quotidiani sui migranti, ascoltiamo giornalisti e politici e commentatori parlare con tono grave del dramma dell’immigrazione. Eppure, quanto ne sappiamo? Il dramma vero è che sui quotidiani, nei talk show -superata l’onda enorme e vacua creata da un corpicino su una spiaggia- i migranti sono diventati un numero. Se sopravvivono sono un problema politico, se muoiono diventano un dato statistico. Appiattiti, senza identità, senza storia. Ancòra rende, attraverso la narrazione di fantasia, corpo e visibilità agli uomini nascosti dalle cifre, nuove vittime -matricolate e private del nome- della guerra, dell’ingiustizia e delle disparità sociali.

     

    Un consiglio: se cercate un romanzo d’evasione, non leggete questo libro. Se la pensate come Salvini, forse vi farebbe bene leggerlo (ma non ci giurerei). Se volete riflettere, anche a costo di beccarvi un bel pugno, una gragnuola di pugni nello stomaco, dovete assolutamente leggerlo.

    Il primo colpo basso arriva dal titolo: Daha,ancòra” in turco, è il passepartout per la sopravvivenza per i clandestini: ancòra pane, ancòra acqua, in quella parola, l’unica conosciuta, in quelle quattro lettere pronunciate come una domanda, è racchiuso il dramma. Immaginate di trovarvi, clandestini in fuga, in una terra straniera, la vostra esistenza, quella dei vostri figli, appese alla volontà di stranieri che parlano una lingua che non comprendete. Daha,ancòra”. Ancòra. Dal nostro divano sembra impossibile; dalle nostre auto, inimmaginabile.

    Attraverso gli occhi di Gazâ, un bambino che diventa -suo malgrado dapprima, poi con sempre maggiore convinzione e crudeltà- trafficante di carne umana, possiamo non dico comprendere del tutto, ma avvicinarci anche di un passo solo alla vita, alla sofferenza e alla morte di coloro che sono in fuga. Il processo di mutazione profonda avviene su due piani: quello che il protagonista perde in umanità, lo recupera il lettore in empatia. Nella narrazione, la sofferenza è condivisa: soffre lo spettatore che assiste impotente alla violenza che il ragazzo subisce e che fa subire ai profughi, soffre Gazâ nel non trovare una via di uscita all’orrore che lo impregna come una colla sempre più densa e che, pervertendone la natura, diventa la sua unica modalità di esistenza.  All’inizio della storia Gazâ ha 9 anni, è orfano di una madre che ha tentato di soffocarlo alla nascita, ma nonostante questo è uno scolaro brillante, che potrebbe diventare la gloria del suo villaggio. Invece il padre lo scardina senza pietà dal suo destino pacifico, costringendolo ad occuparsi dei clandestini che “ospita” in una cisterna. Sopravvivere, nonostante tutto.Ancòra e sempre. Il bambino assorbe la lezione impostagli dal padre autoritario e brutale, e la violenza si insinua in lui come una metastasi, inarrestabile. Ancòra. E come potrebbe un bambino scegliere tra il bene e il male, se è il suo stesso genitore a indicargli la strada? Aguzzino e profughi, al di là delle differenze di vita e intenti, diventano vittime del Male, il male profondo e durevole che sembra permeare l’umanità tutta. Un Male attorno al quale è semplice aggregarsi: una volta stabilito un nemico comune, è più naturale “odiare insieme” che “amare insieme”, più normale escludere che comprendere, e molto più facile uccidere che aiutare.

    Non è necessaria una speranza o uno scopo, per restare in vita. Basta sapere di dover morire. Sei in vita perché sei in pericolo. Sei in vita perché muori ogni secondo.

    Quando, per negligenza e pigrizia, il bambino causa la morte di Cuma, giovane afgano clandestino, questi diventa la voce della sua coscienza, refolo di umanità residua in una esistenza avvelenata. Nonostante questa guida, e mentre i migranti accettano passivamente il loro destino, spinti dalla volontà di salvarsi ad ogni costo, il ragazzo “sfoga” frustrazioni, rabbia e ingegno represso su di loro, facendo della cisterna dove li tiene prigionieri un laboratorio di sociologia e antropologia applicata. In una sorta di delirio di onnipotenza, attraverso i suoi esperimenti sempre più crudeli, Gazâ scopre che laddove la democrazia non ha radici profonde e solide, persino in una situazione soffocante e transitoria come una prigione, la dittatura prende il sopravvento con facilità. Al di là del racconto della vita guasta di Gazâ, di molte vite distorte e rovinate dal Male,l’autore riflette sull’autoritarismo, e indica a noi occidentali la situazione del suo stesso Paese, decantato ponte tra l’Oriente scalzo e il ben pasciuto Occidente, ora sommerso dalla corruzione, dalla ricerca del profitto e da una dittatura invisibile ma profondamente installata.

    E alla fine, tutto ciò che può salvarci, tutto ciò che di umano resta, è compreso in quella parola. Ancòra.

    Ancòra pane.

    Ancòra vita.

    Ancòra libertà.

  • 24Gen2016

    Giorgio Fontana - Il Sole 24 Ore

    Il baby traghettatore

    Il magnifico romanzo vincitore del Prix Médicis racconta l’epopea dei migranti vista da un trafficante d’uomini giovanissimo

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  • 23Gen2016

    Domenico Quirico - Tuttolibri La Stampa

    Il viaggio al termine della notte è una nuova vita in Europa

    Lo scrittore turco più amato dai giovani e più iconoclasta racconta l’inferno dei migranti e dei trafficanti clandestini

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  • 15Gen2016

    Hakan Günday - Internazionale

    Il trafficante bambino

    (anticipazione del romanzo Ancóra)

    Avevo dodici anni e, grazie alle persone che arrivavano dal Medio Oriente, dall’Asia centrale e dall’Estremo Oriente, le mie conoscenze di geografia erano diventate ampie come quelle di uno zingaro perennemente in movimento. In classe il professore mi additava come esempio per tutti gli altri e diceva: “Ecco! Guardate il vostro compagno Gazâ, durante la ricreazione osserva il planisfero. Se lo faceste anche voi non vi farebbe affatto male. Il mondo non è limitato al posto in cui vivete, ragazzi!”

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Ancóra