Kismet

Archivio rassegna stampa

  • 17Lug2009

    Marco Lodoli - La Repubblica

    Jakob Arjouni è il più importante scrittore tedesco di romanzi noir. Già nel 1985 quando il genere non era ancora trionfante come oggi, diede vita al detective privato Kemal Kayankanya, turco da sempre residente a Francoforte, un duro dal cuore tenero che a modo suo rappresenta la nuova Europa, miscela di genti e culture diverse, di milioni di persone comunque e sempre alla disperata ricerca di una soluzione per sbancare il lunario.

     

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  • 04Giu2009

    Antonella Fabiani - Polizia Moderna

    Sbarcato in Italia senza troppi clamori, il personaggio di Kayankaya, investigatore tedesco di origini turche, spaccone e maldestro quel tanto che basta per trasformare ogni inchiesta in una sarabanda di (dis)avventure, è pian piano diventato un vero e proprio cult per i lettori appassionati di noir con sfumature etniche.

    Destino, quarto romanzo della serie, ci mostra il detective Kayankaya, spalleggiato dall’inseparabile amico Slibulsky, alle prese con una feroce banda di nazionalisti croati, l’Esercito della ragione, che taglieggia i commercianti di una Francoforte multietnica e variopinta. Un libro intrigante, divertente e drammatico che conferma il talento di uno scrittore tutto da scoprire.

  • 16Apr2009

    Marina Ghedini - L'Indice aprile

    Arjouni, che usa il cognome della prima moglie turca invece di quello del padre, noto drammaturgo tedesco, esordì giovanissimo nel 1985 con Happy Birthday, turco!, che venne filmato da Doris Dȍrrie e rivitalizzò il noir tedesco, introducendo un detective di origine turca. Oggi la maggiore comunità straniera è ben rappresentata anche in TV, cfr. le serie Squadra speciale Cobra 11 e Kebab a colazione, trasmesse anche in Italia, entrambe con un poliziotto turco come protagonista.

     

    Questo è il quarto romanzo dell’investigatore privato Kayankaya, pubblicato come i precedenti da Marcos y Marcos, sulla scia del grande successo in Gran Bretagna, paese notoriamente impermeabile ai gialli europei, avendo una produzione autoctona di tutto rispetto. L’azione parte dalla richiesta di aiuto di un ristoratore brasiliano contro gli esattori del pizzo nel quartiere a luci rosse intorno alla stazione di Francoforte. La mafia si è fatta sempre più internazionale e brutale, e questa volta Kemal corre davvero il rischio di lasciarci la pelle. L’organizzazione tedesco-bosniaca che ha preso il sopravvento nel quartiere si serve di taglieggiatori che non parlano e hanno visi incipriati e parrucche bionde. Nel corso dell’investigazione Kayankaya si imbatte in una ragazzina serbo-croata in cerca della madre che ha imparato il tedesco dai porno. Le due vicende sono strettamente e tragicamente collegate: questo è il “destino” del titolo. Il romanzo è fedele al genere, esagerato, talvolta grandguignolesco, ma ciò che colpisce maggiormente in Kayankaya, detective stazzonato, fumatore e bevitore, perennemente al verde, coraggioso e con un gran cuore, è il suo spirito: non ci si aspetterebbe di ridere in un hard boiled, per di più tedesco.

  • 15Apr2009

    Claudio Bonadonna - Rumore

    Vanta di un’adolescenza piena di fughe da scuola e partite a biliardo nei quartieri a luci rosse a Francoforte insospettabile criminale. “Il primo luogo internazionale che abbia mai conosciuto. Da piccolo mio padre mi portava nei ristoranti stranieri della zona, gli unici posti della città dove potevi mangiare i carciofi, l’avocado, le cozze o le lumache…

     

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  • 17Mar2009

    L. Crov - Il Giornale

    Quando nel 1985 lo scrittore tedesco Jakob Arjouni pubblicò il suo Happy Birthday Turco! (da poco ristampato in Italia da Marcos y Marcos) di certo non sospettava che quel romanzo avrebbe aperto le porte europee all’etno-thriller e che il suo detective turco Kemal Kayankaya sarebbe diventato immediatamente popolare, tanto da fargli scalare le classifiche di vendita germaniche e quelle europee. Il suo strampalato investigatore Kayankaya, costretto a sopravvivere fra le strade della moderna Francoforte divenne subito oggetto di adattamento cinematografico con Bullo e spaccone di Doris Dörrie e da quel momento in avanti il suo creatore ha avuto la strada spianata.

     

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  • 26Gen2009

    Redazione - Grazia

    La sua biografia ha del romanzesco: si dice che, scappano dal collegio, si sia rifugiato tra le braccia della letteratura e poi, da lì, in quelle di un illumitato editore tedesco…

     

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  • 26Gen2009

    Redazione - Internazioale

    Kemal Kayankaya, detective privato turco con passaporto turco, non è un Derrick di sinistra. È Marlowe: idealista disilluso e incorruttibile, che ha perso ogni fiducia negli uomini ma non la speranza di radrizzare un po’, indagine dopo indagine, l’ordine del mondo.

     

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  • 12Gen2009

    Redazone - Flair

    Dopo quelli scandinavi e quelli donna, tocca ai multietnici: Jakob Arjouni in Kismet ci propone Kayankaya, detective turco tedesco, protagonista di un urban thriller già cult.

  • 07Gen2009

    Luca Crovi - Tutti i colori del giallo

    È vero che da ragazzino scappavi sempre dal collegio per andare a giocare a bigliardo?

    No. Ma giocavo spesso a biliardo a Francoforte, quando avevo quindici o sedici anni.

    Quando si è accesa in te la passione per la letteratura noir?

    Ho letto il mio primo romanzo di Agatha Christie a nove anni, Piombo e sangue di Dashiell Hammett a undici. È stato un momento cruciale. Mi sentivo come Cristoforo Colombo alla scoperta di un nuovo mondo. Anche se non riuscivo a capire tutto, sapevo che un giorno ce l’avrei fatta. Hammett è ancora molto importante per me.

    Com’è nata la serie di Kemal Kayankaya?

     Avevo diciannove anni quando scrissi il primo romanzo della serie, Happy birthday, turco! Ero nel Sud della Francia, frequentavo l’università, ma ben presto capii che non ero fatto per studiare. Non parlavo la lingua e non conoscevo nessuno. Dando vita a Kayankaya, ho creato un amico per me. Mentre scrivevo il libro, ho capito che Kayankaya è un ottimo amico, così ho iniziato il secondo romanzo, Troppa birra, detective!

    Perché hai scelto un detective che fosse di origine turca?

    Come scrittore non so mai perché mi viene un’idea piuttosto che un’altra. Come in amore: non si sa perché si ama qualcuno e non qualcun altro. Quel qualcun altro, forse, in teoria, potrebbe essere più giusto, più bello, potrebbe cucinare meglio, ma non si tratta di questo. Kayankaya è entrato nei miei pensieri e io ho voluto passare del tempo con lui. Certo, ci sono motivazioni legate al mio modo di pensare, alla storia della mia vita se ho scelto un ragazzo di Francoforte, tedesco con origini turche. Ma, primo: non sono interessato al perché. Secondo: ci vorrebbe ben più dello spazio di questa intervista per spiegarlo.

    Come hai costruito il suo passato?

    Quando ho in testa un personaggio, voglio scrivere di lui, quasi mi trasformo in lui. Sento i suoi bisogni e patisco le sue ansie, vado con lui al lavoro e nei bar, e pagina dopo pagina scopro lui e me, sempre di più. È un processo che coinvolge i sensi e l’istinto piuttosto che il cervello.

    Come ha fatto a scoprirti l’editore Diogenes e perché ti ha subito considerato il nuovo interprete del noir contemporaneo tedesco?

    Happy birthday, turco! inizialmente venne pubblicato da una piccola casa editrice di Amburgo. Per mia fortuna quella casa editrice fallì e io spedii Happy birthday, turco! e il manoscritto di Troppa birra, detective! a Diogenes, che decisero di pubblicarli. Sono con loro da ventidue anni, e per quanto mi riguarda posso dire che è proprio un matrimonio felice.

    Perché pensarono che rappresentassi qualcosa di nuovo? Dovrebbe chiederlo a loro.

    Quanto pensi che la caduta del muro di Berlino abbia riacceso in Germania certi odi e razzismi?

    Siccome la caduta del muro di Berlino fu un evento sia nazionale che nazionalista, e nazionalismo e razzismo vanno sempre a braccetto, il razzismo è diventato qualcosa di scontato e di cui, quasi, non ci si vergogna più. Il problema è che – come per tutto, più o meno – ci si fa l’abitudine. Oggi a Berlino e nell’Est della Germania, ci sono zone in cui non si va, perché ci si potrebbe imbattere in neonazisti. È incredibile, in Germania, sessant’anni dopo l’Olocausto – ma ti ci abitui. Perché non hai tempo, perché devi andare a comperare il pane, a portare tuo figlio a scuola, al lavoro.

    Com’è la Francoforte in cui si muove il tuo protagonista, si può dire che nei suoi confronti Kemal nutra sia un forte affetto che un forte disprezzo?

    Francoforte è casa sua. Kayankaya è un figlio della città. Ed è certo, per Francoforte prova odio e amore allo stesso tempo. È quello che fa chiunque con i luoghi e le città che conosce meglio. Più conosci qualcosa, più chiaramente ne vedi i difetti. Questo non significa che non si arrivi poi ad amare quei difetti. Kayankaya è un francofortese vero. Che talvolta altri non la pensino così, perché ha un nome turco e i capelli neri, non cambia le cose.

    Come si incontrano e si scontrano le etnie a Francoforte?

    Come altrove, credo. Soprattutto in tempi di crisi – come accade oggi al mondo su vari livelli: economico, filosofico, dove stiamo andando, cosa vogliamo, cosa sogniamo – l’inquietudine induce nelle persone la tendenza a definirsi e a mettersi al sicuro divenendo parte di un gruppo – una religione, un movimento politico, la famiglia. E più le persone si definiscono in riferimento a un gruppo di appartenenza, più si perde il senso della responsabilità individuale, e più diventa facile essere pronti a rompere il contratto sociale per ottenere una fetta più grande della torta.

    Perché hai scelto come teatro di molte delle tue storie proprio il quartiere a luci rosse della città?

    Perché conoscevo e amavo quella zona. È stato il primo luogo internazionale che io abbia conosciuto. Quando avevo sette od otto anni, spesso mio padre mi portava con lui in ristoranti stranieri in quel quartiere. Era il 1971, 1972, e a quei tempi a Francoforte potevi mangiare solo lì i carciofi, l’avocado, le cozze o le lumache. Forse è proprio per nostalgia, ma ricordo quel quartiere come un posto alla Irma la dolce. Negli anni Ottanta, con la grande diffusione delle droghe pesanti – crack ed eroina – l’aspetto romantico si è perso.

    Perché secondo te la tradizione del noir in Germania è stata nel tempo così povera rispetto ad altri paesi europei, cosa ha impedito che si potesse sviluppare di più?

    Non lo so. Non mi interesso di movimenti letterari. Mi piacciono o amo i singoli libri e le singole storie.

    Sei considerato un po’ il portabandiera dell’etno thriller europeo, trovi più affinità trovi fra le tue storie e quelle di altri narratori europei o ti senti più vicino ai modelli Americani?

    Né agli uni né agli altri.

    Trovi di avere affinità con scrittori come Yasmina Kadra, Massimo Carlotto, Manuel Vazquez de Montalban, Camilleri, Jean-Claude Izzo, Petros Markaris che appartengono tutti al bacino del noir mediterraneo?

    No. Alcuni mi piacciono, ma non vedo me né gli altri scrittori come parte di un gruppo o di un genere. Non sono specializzato nella scrittura di crime story, e non sono neppure un lettore appassionato del genere – questa è solo una delle cornici possibili per raccontare la storia di qualcuno. Per quanto mi riguarda, io volevo scrivere di Kayankaya e per varie ragioni la struttura dei romanzi che ho scritto è quella di una crime story. È come per il cibo: mi piace tutto quando è buono.

    In quale misura realismo e ironia devono mescolarsi nelle storie del tuo protagonista?

    Qualcun altro dovrebbe rispondere. I miei libri, io li scrivo. Non posso spiegarli.

    Ma esistono davvero gang come quella dell’Esercito della ragione che descrivi in “Kismet”?

    Esistono organizzazioni criminali che non si presentino come strutture razionali e pronte addirittura ad aiutare la gente, o almeno i propri membri? Pensi a ogni mafia del mondo. E dall’altro lato: esiste un movimento nazionalista, rivoluzionario o religioso che in fin dei conti non si batta per qualcosa di diverso dai soldi e dal potere?

    Come si è trasformata la criminalità a Francoforte negli ultimi anni, quali sono i mercati in cui si è espansa?

    Non sto più abbastanza a Francoforte, ormai, per darle una risposta.

    È vero che i tedeschi (come sostiene il corrotto agente dell’ufficio passaporti descritto nel tuo libro) sono convinti che nel loro paese la criminalità sia solo di importazione (croati, turchi, slavi, marocchini, etc.) e non autoctona?

    Ogni gruppo del mondo pensa che i veri criminali stiano nell’altro gruppo.

    Cosa vuol dire esattamente la parola “Kismet”?

    Sarà quel che sarà. È la vita. Quel che deve succedere succede.

  • 02Gen2009

    Marco Romani - Il Venerdì

    In Germania l’investigatore privato Kemal Kayankaya, il protagonista di quattro romanzi scritti da Jakob Arjouni, è famoso quanto da noi il commissario Montalbano. E ora anch in Inghilterra i suoi fan sono sempre più numerosi, tanto che la critica britannica ha definito il suo autore “il nuovo Raymond Chandler”…

     

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