Krill

Archivio rassegna stampa

  • 16Apr2017

    CasaLettori - Robinson

    Mentre ”la piattaforma di Deepwater Horizon esplode dall’altra parte del mondo” Dina, protagonista di Krill (Marcos y Marcos) ascolta il rumore sordo del mare.

     

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  • 21Feb2017

    Raoul Precht - succedeoggi.it

    La poesia in prosa

    Gabriele Belletti, seguendo il modello di Bertolucci e Guidici, sperimenta una nuova via della poesia narrativa: un genere che lega direttamente le emozioni al racconto

    Qualche giorno fa ho avuto il piacere di dialogare in pubblico con Gabriele Belletti e di presentare Krill, un suo libro di poesia uscito nel 2015 per Marcos y Marcos. Libro che rappresenta un’ottima occasione per puntare i riflettori, una volta tanto, su una modalità poetica che sembra abbastanza avulsa dalla nostra tradizione. Parlo della poesia narrativa, di stampo anglosassone, in cui si attua un certo abbassamento formale, in senso prosastico, del dettato, ma senza che questo debba necessariamente svilire il registro linguistico scelto dal poeta.

    Ma partiamo pure dal libro di Belletti per poi sfumare e allargare il discorso. Intanto, Belletti compie un’operazione importante: non si limita a radunare un certo numero di componimenti sparsi, una silloge magari anche di belle poesie, ma ragiona fin da subito nei termini, a mio avviso ormai indifferibili, di unità e compattezza, elaborando un libro compiuto (e molto progettato) in cui il singolo testo è funzionale al tutto. Per far questo, si serve fra l’altro di un procedimento stilistico e drammaturgico come la riesumazione attualizzata del coro della tragedia greca, che diventa il vero filo d’Arianna della sua ricerca e la voce sottesa all’intera narrazione, condotta seguendo un andamento diaristico. La trama o vicenda è duplice e bifronte: assistiamo da un lato all’esplosione della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, del gruppo British Petroleum, un incidente occorso fra il 20 aprile e il 4 agosto del 2010 nel Golfo del Messico; dall’altro, alla parallela implosione, per una malattia inafferrabile e spietata, di una donna anziana, Dina, che, ricoverata in un nosocomio per l’aggravarsi delle sue condizioni di salute, si appresta a lasciare questo mondo. Nel lento addio all’universo e alle cose che la sua psiche confusa e disorientata si concede, Dina si trasforma gradualmente, nella finzione poetica, in una balena, simbolo archetipico della rinascita dopo l’attraversamento del deserto affettivo e lo scontro con il Male. La balena (e per estensione la stessa Dina) è rallentata da remore, nella tradizione della Storia naturale di Plinio, e si salva alla fine alimentandosi grazie al krill, un nutrimento pulviscolare che consente a molte specie di sopravvivere. Da cui il titolo del libro, che altro non è, in fondo, se non un inno al cambiamento e alla sopravvivenza.

    Il testo di Belletti è perfettamente in linea con la post-modernità, se in essa vediamo fra altre cose l’abbassamento formale, cui già accennavamo, del dettato poetico, che è poi una delle conseguenze della rivoluzione del verso libero, ma anche – direi – di quella morte del lirismo già preconizzata nei primi anni Settanta da poeti così diversi fra loro quali Pasolini, Bertolucci e l’ultimo Montale. A questo proposito non è forse casuale che Trasumanar e organizzar, Viaggio d’inverno e Saturaescano nello stesso anno, il 1971, anche se quella di cui parliamo è una tendenza che in forme forse meno evidenti si era cominciata ad avvertire fin dagli anni Cinquanta. In quel contesto proprio Bertolucci avvertì che “la poesia si nutre di prosa, utile a sfamarla, ma non ha contatti con essa. Può anche fingere d’imitarla, ma guai se non è ben conscia di fingere e la imita sul serio.” Malgrado i successivi colpi di coda di maestri quali Fortini e Sereni, che riuscirono con notevole abilità e fermezza a rimettere in gioco il lirismo, sia pure attualizzato e depurato, riallacciandolo all’attualità e alla profondità della vicenda umana, è un fatto che il lessico poetico di quegli anni si avvicinò gradualmente a quello della prosa, sancendo e stabilendo così anche i limiti del proprio discorso. In questo senso mi pare che Belletti s’inserisca in una tradizione feconda e importante, sfuggendo alle insidie dell’intimismo e riscrivendo il registro del vissuto quotidiano in termini trasfigurati che trascendono tanto il personaggio, quanto il soggetto che scrive.

    La lingua si fa dunque piuttosto nitida e semplice; l’uso dell’enjambement e la frequenza della rima interna consentono una fluidità e una cantabilità che si trasformano in una specie di esorcismo contro il dolore, da sconfiggere grazie al canto collettivo del coro, ma soprattutto grazie alla parola poetica. Il tono generale non può quindi essere aulico o solenne; al contrario, sembra quasi volersi rimpicciolire, scomparire dinanzi all’immensità della risposta che la natura sa e può dare alla catastrofe, nel senso etimologico originario di katà-strèpho, ovvero capovolgimento o rovesciamento di un ordine dato. Ma è in fondo la parola, da sola, a operare una redenzione, tanto più importante quanto più generale, tale cioè da applicarsi a uomini, animali e piante, e dunque alla natura, di per sé innocente, nel suo complesso. È la parola a farsi krill, nutrimento primordiale del lettore.

    Stiamo parlando di un approccio raro e insolito, che può scontare magari qua e là qualche calo di tensione, ma che ha il merito di avviarsi su itinerari nuovi, rifuggendo una consuetudine poetica spesso ingessata. Tanto per dare un’indicazione concreta, quando il poeta scrive “la donna corpulenta / diventa abitante / dello stesso ospedale, / dove le porte fingono l’uscire / per far subire / il definitivo / entrare” è del tutto consapevole dell’apparente banalità lessicale e sintattica cui sembra consegnarsi; ma è altrettanto consapevole, e forse al tempo stesso fiero, del pensiero profondo che quest’apparente semplicità gli consente di enucleare. O, per fare un altro esempio emblematico: “dentro la donna ignara / la notte / fonda // schiude uova dell’amara / malattia / immonda”: ecco che qui la struttura A-B-C//A-D-C, con le sue rime quasi forzate e le sue cantabili ripetizioni, contribuisce a un rafforzamento, anzi quasi a un martellamento, di quanto Belletti intende esprimere.

    Dicevamo che si tratta di una poesia molto più vicina a esperienze anglosassoni che non alla nostra tradizione: e non penso tanto alla cosiddetta poesia confessionale, all’indecent exposureche riscontriamo in molti autori della seconda metà del Novecento, dalla Bishop a Berryman, da Sylvia Plath alla Sexton, fino all’ultimo Lowell, quanto, per rimanere più vicini ai nostri giorni e fatte salve tutte le differenze stilistiche, alle vere e proprie narrazioni in versi di McKendrick o alla Fine del Titanic di Enzensberger. Se poi un corrispettivo nella poesia italiana va cercato, lo si troverà forse proprio nel poeta che Belletti non a caso cita in esergo, e cioè Giovanni Giudici, di cui riporta versi da O, Beatrice che sono significativamente, ancora una volta, ispirati alla concretezza del corpo, nel solco di una poesia colloquiale che rifugge tanto la Scilla dell’esaltazione religiosa quanto la Cariddi dell’impegno civile troppo esibito. In un breve saggio del 1964 Giudici preconizzava non a caso la necessità di dar vita a “un’invenzione linguistica per molti aspetti simile al bricolage, arricchendo e integrando la convenzione linguistica-letteraria prevalente di elementi ed usi lessicali e sintattici attinti a zone diverse e assumendoli al livello della letterarietà.”

    Prendendo le mosse da Giudici e tornando al contempo all’acuta avvertenza di Bertolucci che citavamo in precedenza, l’ancor giovane Belletti sembra non solo aver intuito, fin dal suo esordio, il pericolo che la prosa rappresenta per la poesia, ma aver altresì tentato di applicare una strategia valida per eluderlo. Un percorso stimolante, il suo, da verificare con le prove future, che può dare spunti validi anche ad altri autori interessati a sperimentare nuove strade.

  • 24Gen2017

    Redazione - alfabeta2.it

    Una poesia / 7 Gabriele Belletti

    Gabriele Belletti (1980) è originario di Santarcangelo di Romagna. E’ dottore di ricerca in Lingua e Letteratura italiana. Ha pubblicato articoli su rivista concernenti la poesia italiana del Novecento (Caproni, Porta, Pusterla) e due plaquette, Condominio (2010) e Beaujoire(2013). La sua prima raccolta di poesie, “Krill”, è uscita a settembre 2015 presso Marcos Y Marcos. Vive e lavora in Belgio.

     

    C’è la forma di una casa sul fondale.

    Le pareti corrotte,
    le mobilie disperse,
    i ricordi evasi,
    le finestre spalancate.

    La casa irriconosciuta e inclinata
    nella fanghiglia
    sprofonda.

    Fuggono gli ultimi rumori:

    degli elettrodomestici,
    della televisione,
    del bambino che ripete
    «mamma ho fame»,
    del cane che abbaia
    al padrone, mentre
    raccoglie dell’autunno
    il fogliame.

    La balena si allontana
    seguendo la sagoma
    della barchetta fedele

    per sempre abbandona
    la sua casa
    e le sue mondane ragnatele.

  • 29Dic2015

    Stefano Raimondi - La Regione del Ticino

    La metamorfosi di una donna

    Un nosocomio (Villa Serena), una donna (Dina), un’amica (Maria), una balena, un mare, un disastro ambientale (la chiazza di petrolio fuoriuscita nel Golfo del Messico) e un diario dei giorni (dal 20 aprile 2010 al 15 luglio 2010) compongono la struttura dettante di questo poema sul dolore, sulla perdita e sull’abbandono.

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  • 21Nov2015

    Cristiano Poletti - poetarumsilva.com

    C’è una scansione temporale in Krill da histoire événementielle, una finestra che va dal 20 aprile al 4 agosto 2010, corrispondente ai tristissimi onori della cronaca in merito all’esplosione e all’inabissamento nel Golfo del Messico della Deepwater Horizon, piattaforma petrolifera appartenente alla compagnia inglese British Petroleum. I danni ambientali conseguenti a quegli accadimenti furono disastrosi.


    Il “campo” marino, il profondo «blunulla» come lo chiama in modo brillante Belletti, è l’ambientazione di tutte queste pagine: il mondo liquido, molte volte offeso – sappiamo, per poi dimenticarcene – e deturpato, sfuggente e silenzioso sempre, e sempre da cantare perché onirico, dei mari.
    Cantare, appunto. Si canta, alla fine, per superare il dolore. Troviamo una bella pagina di “educazione”, in proposito: «Il dolore non è condizione / piana, ma è scala, / solo chi nelle rampe / più distanti da terra ormai si trova / giunge a qualcosa, a un dove, / a un’indicibile prova» (p. 64). Ecco, nel correre tutto del libro vi è insistente la ricerca, compiuta occorre dire, di un canto originale, di data in data, una melodia che suggerisce qualcosa di dolce, che sfida e sfuma la tristezza, tanto che pare di essere alle prese con un dondolio permanente, capace di raccontarci l’avventurarsi di Dina in questo suo scandaglio sognante. Scandaglio di sé, della psiche e del divenire del mondo, terribile e allo stesso tempo luminoso. «Dina / che ritorna / a respirare», che da chiuso corpo morente perso nel vuoto (la sua è una vita consegnata ormai all’ospizio) «si lascia / rendere / altro»: una balena. Accadrà infatti che, giunta al suo morire, nel suo morire, «Dina si è fatta balena».
    Deepwater Horizon e la balena Dina dunque, “due grandi vettori tematici, narrativi e simbolici” si fronteggiano, scrive efficacemente Fabio Pusterla nella quarta di copertina. Sono giustificate in questo senso, in questa idea di poesia (questo “fronte”), la presenza e la funzione del “coro”, voce collettiva in cui s’innesta il canto della metamorfosi di Dina.
    Tra le due citazioni d’inizio, in esergo, spicca il Giudici di O Beatrice, con la poesia dal titoloCorpo, dove campeggia un grande Io a dare intonazione al verso, poi un trattino, e ancora: che senza posa esploro.
    Si tratta di un invito, è evidente, che l’autore porge anche a se stesso, al proprio tentativo di fare poesia. Un tono idealmente completato dalla specificazione offerta da altri versi posti in esergo, dopo il prologo: «Per sempre si è / chiusi nel corpo / mai nella mente».
    Il “corpo”, tema-termine tipicamente (forse, così si dice) assegnato alla poesia femminile, Belletti invece lo tratta in poesia superandolo, o verrebbe meglio da dire lo eccede, assegnando alla mente il compito di disegnare una via che è narrazione onirica. Sogno e narrazione: di qui la voglia e la capacità di esplorazione che l’autore mette in scena. Fin dove? Per scoprire cosa, alla fine? Il Krill, l’addensamento cioè di piccolissimi crostacei presenti nel plancton, di cui si nutrono le balene. Quindi, ecco il nutrimento, l’idea di un nutrimento possibile solo andando a fondo, oltre la cronaca, le date, oltre una sterile histoire événementielle, per ritrovare una possibile “forma” di rinascita e, oltre il dolore, forse di felicità.
    Krill è della famiglia dei libri progettati, molto strutturati. È la sua forza, certo, e  al tempo stesso chissà, il suo limite. Un vero e proprio libro, di poesia, anzi di narrazione in poesia. Anche questa può essere avvertita come la sua forza e, insieme, il suo limite. Al lettore, a seconda della propria idea di poesia e del “gusto”, spetta ovviamente il giudizio. Ma il risultato, non v’è dubbio, è affascinante, riuscito, originale. Per effetto, soprattutto, dell’idea centrale, così forte e attraente, e per la capacità di far coincidere lo stile all’idea (uso della rima, dell’enjambement, e il movimento più generale della parola nella postura dei versi). Molti e vari sarebbero gli esempi. Ora, bastino i bellissimi versi di pagina 72: «Gli alberi anemoni allungano / i tentacoli per richiamarla / nel paesaggio infantile // Non si sa dove, / cancellati sono il nome / del paese e i volti / nel cortile».
    E di lì, di respiro in respiro, verso acque trasparenti, purissime, lucenti, oltre la chiazza maledetta, oltre il nero, il dolore, appunto: la felicità.

  • 09Set2015

    Gianluca D’Andrea - Carteggi Letterari

    Esce domani in libreria Krill, l’ultimo lavoro di Gabriele Belletti (classe 1980) per Marcos y Marcos. Siamo felici di presentarlo in anteprima per Carteggi Letterari.
    Fabio Pusterla, in quarta di copertina, ci avverte della “stranezza” del libro, del suo essere fuori dal comune riferendosi, con ogni probabilità, alla recente produzione in versi italiana.

    Mi viene da aggiungere che siamo di fronte a un’operazione “estranea”, non nel senso di una presunta “originalità”, quanto piuttosto in quello di un’avvertita instabilità del soggetto in termini di alienazione rispetto ai tempi in cui è scritta l’opera.
Provo a spiegarmi: il testo è composto dalla sovrapposizione tra l’esperienza collettiva di un disastro – l’incidente della piattaforma “Deepwater Horizon” dell’aprile 2010, avvenuto nel Golfo del Messico e che provocò un danno ambientale incommensurabile sugli ecosistemi marini e antropici coinvolti – e quella individuale di una malattia di cui è protagonista Dina, quasi proiezione immaginifica dell’autore e tentativo di risarcimento per il lettore che si tenta di coinvolgere nello scandaglio delle profondità di una psiche che, proprio a causa della malattia, si disorienta in tempi abissali.
Come in una fiaba fondata sulle paure inconsce causate dall’azione dell’uomo e risonanti attraverso la diffusione mediatica delle informazioni (cliché storico), dopo l’attraversamento e la magia della trasformazione, dopo l’accompagnamento impotente delle figure secondarie (il figlio e Maria Gentilini) in funzione pietistica, come in un film horror americano anni ’80, si manovra la disposizione drammaturgica dei testi in direzione di un lieto fine incoraggiante.
Tra il panorama di distruzione e il paradosso del miglioramento s’insinua la follia, o meglio una faccia consolante della psicosi, quasi “sognante”.
    La tragedia della piattaforma petrolifera, circo mediatico che crea una massa informativa spropositata ma, come sempre, limitata nel tempo (arco temporale di apertura e chiusura della falla: aprile/agosto 2010), smaschera l’evidenza di morte, ricoprendola del nero (anche metaforico) di una distruzione che alimenta i nostri bisogni, i nostri desideri. In Krill la scrittura cerca di coprire il silenzio che si scatena dal brusio informativo, incanalandolo nella finzione drammaturgica in cui a un coro – la cui mansione è ripresa direttamente dalla tragedia delle origini, confrontandosi in maniera indiretta ma evidente con un solo attore – è affidata la responsabilità del messaggio collettivo, ragguaglio di origine mediatica al lettore/pubblico.
È dentro questo scenario di disturbo e scandalo in comune che si compie il mutamento della protagonista – che si vuole compartecipe del male scatenatosi e personificazione isolata e focalizzata dell’intera collettività. Dina diventa balena, cioè simbolo archetipico della rinascita dopo l’attraversamento del negativo o scontro col male stesso (Giona, Moby Dick, ecc.) e solo tramite questa trasformazione inconscia sembra liberarsi la necessità di un’avventura – uno scandaglio dei limiti dell’uomo nelle avversità – la riscoperta di un mondo di cui l’informazione massiva sembrava aver cancellato le tracce.
Nella fragilità simbolica di Krill – tutto è estremamente evidente e standardizzato, non si respira una nuova affabulazione allegorica ma, appunto, uno schematismo figurativo abusato (ricordiamo che si tratta praticamente di un esordio) – uno dei richiami che sembrano emergere (almeno per me è subito scattato il riferimento) è all’Ifigenia in Tauride, tragedia in cui Euripide innesta un percorso di redenzione (catarsi) e salvezza sulle peripezie dell’uomo privo di destino: Oreste (fratello di Ifigenia) può liberarsi dai suoi incubi di follia (dovuti al rimorso per aver ucciso la madre Clitennestra) solo affrontando il mare (anche in questo caso un Mare Nero) per raggiungere la Tauride (penisola di Crimea) e rubare una statua cara ad Artemide da riportare ad Atene. Affrontare il mare periglioso per distruggere il “disordine del mondo” e trovare un rinnovamento (l’incontro con la sorella e la fine della follia), una trasmutazione in positivo.
Come nell’Ifigenia così in Krill la trasformazione in altra “immagine” è la scoperta di una scomparsa e, prima ancora, di una richiesta di senso: «chi resta?», «cosa resta?» (p.82).
Lo sprofondamento del sé nei recessi della colpa riattiva il processo di risalita, la necessità del respiro, un viaggio che trova nella mutazione e nella trasmissione generazionale (la bambina che esce dalla bocca della balena nel finale) il suo continuum, la sua riproposizione. Come il senso dei segni che l’uomo produce e ha sempre prodotto: «La semantica non è più affare/ di questi territori intermedi.// Resta una/ monca strategia di/ segni, non ancora/ lettere, alfabeti,/ o quello che lettere/ e alfabeti una volta/ sono stati» (p. 106).
L’estinzione della traccia è la preoccupazione principale di Krill, le parole sono strumenti flebili per cui il tono del libro si vuole rimpicciolito, si sostiene attraverso termini diminuiti che quasi raggiungono il grado zero della lingua, come nelle filastrocche dell’infanzia: «Le lumachine stizzite e silenziose/ non alzano gli occhi antennine». Come la «barchetta» (la “piccioletta barca” della nuova, importantissima, anche se minima avventura del singolo) che consente, alla fine, la ripartenza della bambina, ed è simbolo della rinascita dopo l’attraversamento e il sacrificio, così come il krill è quel nutrimento pulviscolare che permette l’approdo residuo. Per questo la parola agisce come un microorganismo che tenta di alimentare un rinnovamento.
La redenzione attraverso la parola, del trasporto e del ricordo nella devastazione, è tema caro a Pusterla, sicuro riferimento per Belletti. La “goccia di splendore” sprofondata eppure riaffiorante dal “mare nero” del disastro è quel cibo minimo che, difendendosi dalla sparizione, non rinuncia al senso; il messaggio nella bottiglia, ultima resistenza di una tradizione che non si può abbandonare ma rilanciare al futuro, nella speranza ridottissima che qualcuno ne possa cogliere i segni.

  • 13Mar2014

    Redazione - quaderna.org

    GABRIELE BELLETTI

    Originaire de Santarcangelo di Romagna, Gabriele Belletti vit et travaille en Belgique. Il est l’auteur de deux plaquettes de poésie, Condominio (Anterem, 2010) et Beaujoire (CaratteriMobili, 2013), dont plusieurs extraits ont été traduits et publiés en français (Quaderna, n°2), et d’un premier recueil, Krill, paru chez Marcos y Marcos en septembre 2015. Après des études de Philosophie aux Universités de Bologne et de Florence, il a obtenu un doctorat en Langue et Littérature italiennes en cotutelle internationale à l’Université de Nantes. Il a également publié plusieurs articles sur la poésie italienne du XXème siècle (Chroniques italiennes, Poetiche, Rivista di studi italiani).

    Originario di Santarcangelo di Romagna, Gabriele Belletti vive e lavora in Belgio. Ha pubblicato due plaquettes di poesia: Condominio (Anterem, 2010) e Beaujoire (CaratteriMobili, 2013), di cui alcuni brani sono stati tradotti e pubblicati in francese (Quaderna, n°2). La sua raccolta d’esordio, Krill, è uscita presso Marcos y Marcos nel settembre del 2015. Dopo gli studi in Filosofia presso le Università di Bologna e di Firenze, ha conseguito un dottorato di ricerca in Lingua e Letteratura italiana in co-tutela internazionale presso l’Università di Nantes e pubblicato vari articoli sulla poesia italiana del secondo Novecento (Chroniques italiennes,Poetiche, Rivista di studi italiani).

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