Bambini nel tempo

Archivio rassegna stampa

  • 19Lug2016

    Gabriele Ottaviani - convenzionali.wordpress.com

    “Bambini nel tempo”

    di Gabriele Ottaviani

    Benvenuti nel peggiore dei mondi.

    Ricardo Menéndez Salmón, Bambini nel tempo, Marcos y Marcos, traduzione di Claudia Tarolo. Lui ama lei. Lei ama lui. stanno insieme da quindici anni. Hanno un bambino. Il piccolo si ammala. Muore. E tutto si disfa. Troppo il dolore, eccessiva l’ingiustizia, incomprensibile persino la vergogna. E scrivere, vivere, continuare ad andare avanti nonostante il mondo sembri erodersi fra le mani di chi resta, cercare altrove qualcosa d’altro da sé che dia pace diviene anelito di rinascita. Diviso in tre parti, una delle quali segmentata in porzioni che riproducono l’alfabeto ebraico, e che danno un’infanzia a chi un’infanzia non l’ha mai avuta raccontata, cioè Gesù, il puer salvifico per antonomasia, e l’ultima, in cui la magia del concepimento si rinnova, Bambini nel tempo è un romanzo di potenza inesausta, che attraversando non solo, appunto, il tempo, quello della narrazione e quello dei sentimenti, ma anche lo spazio, dà prova della forza della speranza quando pare impossibile che ancora possa persistere.

  • 12Lug2016

    Giuditta - tempoxme.it

    Chiacchierando con… Ricardo Menèndez Salmòn

    Se sbaglio in italiano, parliamo un po’ in itagnolo!

    Invece l’italiano di Ricardo Menèndez Salmòn è molto corretto, forbito, preciso con il fascino del ritmo melodioso dell’accento spagnolo. Lo incontro a Roma, in occasione di Letterature, il Festival internazionale di Roma, al quale partecipa nella serata del 5 luglio come uno dei cinque candidati al Premio Strega Europeo 2016, con “Bambini nel tempo” (Marcos y Marcos), brillantemente tradotto da Claudia Tarolo. Una chiacchierata densissima di senso, in cui Ricardo Menèndez Salmòn con colta chiarezza e fascinosa affabulazione tocca temi fondamentali dell’esistenza. Io ne sono uscita frastornata di bellezza e illuminata di splendore, come dalla lettura delle pagine di “Bambini nel tempo”.

    “Bambini nel tempo” come si evince dai ringraziamenti, ha una genesi che riguarda anche l’Italia. Mi sembra che la candidatura al più prestigioso premio italiano sia un cerchio che si chiude.

    Ho passato quasi un mese in Liguria, a Bogliasco, nei pressi di Genova. Ho lavorato in una condizione meravigliosa per uno scrittore, perché è un posto dove il mio unico impegno era scrivere, ma non si è trattato solo di questo: il privilegio è stato non doversi preoccupare di nessun’altra cosa che non fosse la scrittura. Penso sia il modello ideale per  uno scrittore, infatti due anni fa ho vissuto nella stessa condizione in Germania, ma non per un mese, addirittura per un anno. Ne è venuto fuori un romanzo di circa 350 pagine.

    Ride, soddisfatto. E io penso a Marziale, spagnolo come lui, che per tutta la vita ha cercato disperatamente che gli venisse assicurata questa condizione di otium, vantata da Menéndez Salmòn.

    L’aria italiana è presente in “Bambini nel tempo”, attraverso il racconto che finisce nell’isola di Creta: la luce del mediterraneo e la vita semplice, che a volte dimentichiamo nella vita contemporanea, dove è tutto di fretta. Il circolo che chiude “Bambini nel tempo” è nato da un’esperienza reale, una vacanza, bellissima, che ho fatto nell’isola di Creta, in un posto che non era nulla se non l’aria la luce il mare e io.

    … e il senso dell’origine che Creta ha anche nella sua mitologia…

    Per me, che sono laureato in filosofia, il viaggio a Creta rappresentava anche un “ritorno”, pur non essendoci mai stato prima, come conoscenza di un posto in cui sono nate tante cose belle. Cose di cui abbiamo sentito tante volte parlare, ma non è lo stesso sentirlo  in un libro e vederlo dal vivo. L’esperienza cretense è stata bellissima per me.

    Tre racconti strutturano “Bambini nel tempo”, accomunati dal senso della morte precoce, dal mito dell’infanzia e dal valore della letteratura. Tre storie che si inseguono con forze opposte, centrifughe e centripete. Ogni lettore traccia il suo filo di senso da un racconto all’altro, ma al di là del personaggio, Antares, che ritorna nel primo e nel terzo; del racconto centrale dedicato alla figura di Gesù da bambino, e dunque il collegamento tra i tre con il tempo dell’infanzia, qual è il senso che li lega nella percezione dell’autore?

    Forse il senso è dato nel titolo del romanzo, io volevo riflettere e  indagare su due parole: infanzia e tempo. L’infanzia è presente in tutto quello che scrivo. Sono molto legato a tutta quella costellazione di senso che ha intorno l’idea dell’infanzia: i bambini, il padre, la madre, il legame del cuore ma anche il legame del sangue, il legame del caso e il legame della necessità. Il tempo è il filo che mi permetteva di vincolare o collegare questa riflessione sull’infanzia e fare un viaggio. Alla fine non solo la vita, ma qualunque espressione della vita può adottare la forma di un viaggio, che però è sempre un viaggio nel tempo. Può sembrare un’ovvietà quello che dico, ma penso al tempo come sostanza, come nutriente, come discorso che agglutina tutto quello che siamo, tutto quello che possiamo perdere nel cammino  ma anche tutto quello che possiamo trovare per strada.

    Tu scrivi una definizione molto bella sull’infanzia: l’infanzia dura poco, ma dura per sempre.

    Tanti scrittori hanno riflettuto sull’idea dell’infanzia come luogo seminale, il luogo dove succedono le cose che rimangono per sempre. Quella sensazione che a volte hai nella maturità, che le cose che ti scolpiscono sono quelle che hai scoperto tanti anni fa. Camus diceva che il cuore del creatore, quando è giovane, si apre a poche immagini, ma sono  immagini molto tenaci, che ti appartengono per sempre. Penso che Camus abbia ragione. Tutte quelle grandi immagini che mi accompagnano appartengono alla mia infanzia. Per esempio il mare. Il mare è una costante per me. In tre giorni a Roma mi manca il mare, come se mi mancasse qualcosa di fondamentale. Il mare è una scoperta dell’infanzia, nel mio caso. La mia infanzia è legata al mare e ho fatto in modo che anche il resto della mia vita ne rimanesse legata. La pittura, il disegno, il lavoro per il colore, la natura sono impressioni che rimangono da tantissimi anni. In questo senso dico che il tempo biologico, fisico dell’infanzia dura poco, dieci undici anni, ma quello che impariamo in questo tempo, quello che in questo tempo facciamo nostro rimane per sempre. La frase del vecchio ha questo senso. Il vecchio e il bambino sono la stessa cosa.

    Anche sul mare, in “Bambini nel tempo” c’è una frase straordinaria: può essere divino un uomo che non ha mai visto il mare?

    In questo caso è un fatto storico, che mi ha portato a chiedermi come un personaggio, una figura potente che ha tracciato nell’anima di moltissime persone, religiose o no, il disegno del mondo,  può vivere senza conoscere  il mare. Ho letto che anche Beethoven non ha mai sentito il mare e questo è ancora più incredibile, perché Beethoven è un uomo moderno. A volte penso che se  un uomo che ha scritto l’Eroica, o il concerto per piano numero 1 non ha mai visto il mare, cosa avrebbe scritto se…

    La scrittura di Ricardo Menéndez Salmòn è quella di un equilibrista: perfetta, levigata, nitida. Mai una caduta. Costante nella raffinatezza e nel nitore. Poche volte ho letto pagine così precise. È anche un modo per frenare la carica del dolore di cui i racconti sono intrisi?

    No, penso sia invece la carta d’identità di Ricardo Menéndez Salmòn come scrittore. Sono uno scrittore molto fiducioso del suo lavoro con le parole, con la lingua. Per me l’unico sacramento della scrittura è usare bene lo strumento che ho a disposizione. È  il primo comandamento: l’esigenza di una lingua risonante, piena di sensorialità, allo stesso tempo una lingua che non rinuncia a camminare verso la strada del pensiero, dell’idea, di collegare, sempre che sia possibile, una letteratura che parla con il che ma anche con il come. Gli scrittori che amo sono quelli che guardano in queste due stanze: cosa voglio raccontare, ma anche come voglio raccontare. Per esempio non amo tanto il realismo magico della letteratura sudamericana, una letteratura che mi stanca, la trovo talvolta pirotecnica. Allo stesso tempo neanche mi piace la letteratura assolutamente nuda, ostile alla bellezza delle parole, che sente la bellezza come qualcosa di pericoloso. Mi piace l’equilibrio giusto, che potremmo chiamare stile e che fa la differenza tra lo scrittore vero e quello d’ufficio. Del grande scrittore è trovare l’equilibrio giusto tra cosa si vuole dire e come la si vuole dire. Trovare che tipo di voce si è capaci di sviluppare.

    Nelle tue pagine c’è grande felicità di scrittura. Ho sottolineato alcune definizioni che mi hanno particolarmente colpita e sulle quali volevo riflettere con te.

    Nel primo racconto, scrivi: siamo pagliacci che ballano sull’orlo del precipizio.

    Penso che sia abbastanza vicina come definizione a quello che siamo. “Bambini nel tempo” è un romanzo che riflette sull’idea della fragilità: il filo che ci mantiene uniti alla vita è veramente finissimo. L’idea dell’uomo che forse senza saperlo sta ballando su un abisso e prima di precipitare abbia in faccia il sorriso di un pagliaccio mi sembra che possa rappresentare bene come io vedo la condizione umana.

    … e in essa il lettore si rispecchia benissimo.

    Come donna mi sono soffermata a lungo su una tua riflessione: consapevole che il linguaggio degli uomini, per tabù o per inerzia, non ha una parola per definire la donna che ha perso il frutto delle sue viscere.

    Questo almeno in spagnolo, non so se in italiano vale lo stesso. C’è un’altra riflessione che è molto presente nel romanzo: l’ineffabilità. Il linguaggio ha pudore. A volte quando guardi in faccia l’orrore, non trovi come dirlo, come farlo venire in parole.  In questo caso, da una parte è bella l’idea che non ci sia una parola che indichi la donna che ha perso il figlio; dall’altra è una mancanza, come se la lingua si ritraesse davanti a un troppo, e preferisse indietreggiare di fronte all’orrore per  rimanere senza parole. So che in spagnolo c’è l’uso poetico, antichissimo, della parola “orfano”  collegato alla donna o all’uomo che ha perso un figlio, ma adesso nessuno lo usa più in questo senso. Ora un orfano è sempre il figlio senza genitori.

    Tavoli, sedie, letti: le bussole del mondo: questo è l’equilibrio che vedo nella tua scrittura. Dal dato oggettivo, concreto a quello trascendente. Tu li tieni tutti insieme nel tuo mondo di scrittore.

    O almeno ci provo. Non sempre si ottiene.

    Questo libro ha un rischio evidente che è la storia di Gesù. Il libro inizia con una storia dura che riguarda tutti noi in qualche modo: la morte di un figlio è un tema universale. Poi il lettore gira pagina, chiude il primo capitolo, e non sa più dov’è: l’infanzia del Bambino, ma che collegamento ha?

    Il libro gioca su questo equilibrio tra oggettività, soggettività, finzione, immaginazione, realtà, crudezza. È come un libro anfibio, della terra e anche del mare. È come un animale che respira con le branchie e anche con i polmoni. So che non è un libro semplice da questo punto di vista, perché impone al lettore di fare lo stesso salto dello scrittore. Deve andare avanti e avere fiducia nella decisione dello scrittore, per vedere dove si arriva, scoprire cosa c’è sotto i piedi di questo salto apparentemente nel vuoto. Si passa dalla storia di una coppia che si distrugge per la perdita di un figlio a una narrazione poetica, immaginativa. Penso che la seconda parte sia costruita sulla poesia, sul gioco libero dell’immaginazione dell’autore. È una celebrazione della letteratura, ha il senso di dimostrare che l’arte ha un potere redentore, di restituzione. Non è semplice per un certo tipo di lettori accettare questo salto.

    I titoli dei tre racconti mi avevano incuriosito: Ferita, Cicatrice, Pelle.

    Questo è il viaggio del tempo. Quando ci facciamo male, dobbiamo medicare la ferita e aspettare che si formi la cicatrice, per sperare un giorno di riavere la pelle. Anche per questo l’idea del tempo è sempre presente. Il tempo è il gran medico, per il bene e per il male. Questa è l’idea del libro. Viaggio nel tempo, anche nel tempo cronologico, in cui il lettore legge il libro e assiste a un processo di medicazione. Non è una seconda opportunità. Il figlio perso è perso per sempre. Antares non diventa padre per una seconda volta. Lui ha fatto un dono d’amore, che non riceve sua moglie, ma un’altra donna, che si trova in una situazione difficile, legge il libro, incontra un uomo misterioso e alla fine decide di essere mamma.

    Fondamentale l’h del nome, il passaggio da Elena, moglie di Antares, a Helena del terzo racconto.

    Un gioco letterario: è la stessa donna, ma in realtà non è la stessa. Il gioco di come una semplice lettera a volte può significare tante cose, inoltre l’h è muta ma si scrive e cambia il senso. L’h trasforma la seconda Elena in un’altra donna, la ellenizza. Non a caso il romanzo nella parte finale trascorre in Grecia, a Creta.

    Vorrei concludere con una riflessione sulla paternità, che tu proponi in maniera piena collegata a una riflessione sulla lingua: insostenibile, nella traduzione straordinaria di Claudia Tarolo, è lo sguardo della morte, ma insostenibile è anche il peso del figlio per un padre. C’è un collegamento?

    C’è un collegamento tra la paternità e il pensiero della sofferenza. Dal momento che sono diventato padre ho scoperto una serie di timori che prima non avevo. Quando sei padre, porti sulle spalle il peso di tutti i timori per i tuoi figli. In questo senso dico che l’amore per un figlio non pesa, perché non si può misurare su una bilancia, ma nello stesso tempo è il peso più faticoso al mondo, perché posso immaginare cosa prova un padre che ha perso il figlio. Non sono una persona religiosa, ma mi piace molto la figura di san  Cristoforo che porta sulle spalle il Bambino. In tanti romanzi che ho scritto, in un certo senso compare l’idea del portatore. Il tema della “foria”di,  portare sulla spalle il peso del mondo, alla fine quando hai figli senti di portare sulle spalle il peso del mondo, ma nello stesso tempo quello non pesa perché non si può misurare.

    Mi viene in mente che Virgilio capovolge questa immagine, ed è il figlio Enea che porta sulle spalle il padre Anchise.

    È una bella metafora della vita: cominciamo come un padre che porta il figlio, e alla fine è il figlio che porta sulle spalle il padre, come un circolo che prima o poi si deve completare.

    Volevo collegare con te due definizioni. Quella della letteratura come “gioco patetico” e quella della memoria che è essa stessa una narrazione, che cerca di aggredire il tempo ma non riesce a occuparlo del tutto.

    C’è un rapporto tra memoria e letteratura?

    Sarà il tema della serata a Massenzio per Letterature. Siamo memoria. La memoria è il nostro strumento per dire cosa abbiamo fatto, ma la memoria è anche un racconto. Non esiste una memoria vera, la memoria è selettiva,  impostora, è bugiarda, la memoria fa letteratura, ma nello stesso tempo è l’unico modo che abbiamo di riconoscere noi stessi. Se qualcuno ti chiede “chi sei?”, tu fai un racconto. Questa storia non è vera, tu non sei quello che stai raccontando, ma nello stesso tempo è l’unica possibilità che hai di dimostrare all’altro chi sei. In sostanza penso che questo sia la letteratura. La letteratura fallisce sempre nel suo intento di riprodurre la vita, ma la vita può essere compresa solo come narrazione. Questo è il paradosso e il successo della letteratura: non arriviamo mai a quello che vogliamo dire, ma l’unico modo per dire quello che vogliamo è attraverso la scrittura. Per me che sono scrittore, ovviamente. Il musicista dirà la musica, il pittore la pittura.  La letteratura è un doppio movimento: tenta  di arrivare, fallisce ma in questo processo di avvicinamento mostra come narrazione, come ordine, come dotato di senso ciò che abbiamo vissuto e ciò che abbiamo sentito.

     

  • 09Lug2016

    Alessandro Moscè - L'Azione

    L’infanzia di Gesù

    Lo scrittore Ricardo Menéndez Salmon (spagnolo, nato a Gijon nel 1971) con Bambini nel tempo (Marcos y Marcos 2015) ha raggiunto il culmine della sua produzione da tempo affermatasi in tutta Europa. Un bambino che muore, uo scrittore che immagina l’infanzia di Cristo mai riportata nei testi sacri, e un viaggio a Creta dove una donna misterica conosce un uomo nascosto nel suo segreto.

     

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  • 02Lug2016

    Ricardo Menéndez Salmon - ttl LA STAMPA

    Che cosa insegna la letteratura.
    L’uomo è l’unico animale che sa trasformare il dolore in un tesoro.

    “Grazie alle parole di un libro tutto diventa libertà mentre leggo sono protagonista di ciò che accade”.

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  • 03Giu2016

    Roberto Russo - GraphoMania

    Premio Strega 2016: la cinquina del Premio Strega Europeo
    La giuria del Premio Strega Europeo, giunto quest’anno alla sua terza edizione, ha scelto la cinquina finalista tra i testi di autori e autrici recentemente tradotti in Italia: si tratta «cinque voci provenienti da aree linguistiche e culturali diverse che con le loro opere mettono a nudo le radici della nostra storia comune, esplorando il significato e il sentimento del nostro essere cittadini europei». La cinquina è così composta:
    Mircea Cărtărescu (Romania), Abbacinante. Il corpo, a cura di B. Mazzoni, Voland 2015 – Premiul ASPRO, Premiul AER
    Annie Ernaux (Francia), Gli anni, traduzione di L. Flabbi, L’orma 2015 – Prix
    Marguerite-Duras, Prix François-Mauriac, Prix de la langue française
    Kerry Hudson (Regno Unito, Scozia), Sete, traduzione di F. Aceto, minimum
    fax 2015 – Prix Femina
    Ricardo Menéndez Salmón (Spagna), Bambini nel tempo, traduzione di C.
    Tarolo, marcos y marcos 2015 – Premio Las Américas
    Ralf Rothmann (Germania), Morire in primavera, traduzione di R. Cravero, Neri Pozza 2016 – Literaturpreis der Konrad-Adenauer-Stiftung, Friedrich-Hölderlin-Preis
    La giuria del Premio Strega Europeo è composta da oltre venti scrittori vincitori e finalisti del Premio Strega a cui si aggiungono alcuni esponenti del monto culturale italiano. Come si ricorderà, questo Premio è nato nel 2014 in occasione del semestre di presidenza italiana del Consiglio dell’UE.
    Il vincitore sarà proclamato il prossimo 5 luglio, nel corso di una serata presso la Basilica di Massenzio, a Roma, in cui gli autori candidati leggeranno un testo inedito sul tema delle Memorie. Il premio è del valore di 3.000 euro.
  • 27Mag2016

    Claudia - Cloreste.it

    “Bambini nel tempo” è un romanzo speciale. Dolorosissimo e dolcissimo nella sua semplicità. Il tema centrale è l’infanzia: quella perduta troppo presto, quella negata, quella ignorata, quella attesa e quella appena sbocciata.

    Ricardo Menéndez Salmòn, scrittore spagnolo molto noto nel suo paese e insignito di uno dei riconoscimenti internazionali più prestigiosi, ha scritto un libro convincente ed emozionante senza mai perdere di vista il senso più intimo della narrazione.

    Il libro si suddivide in tre parti: “La ferita” e “La pelle” aprono e chiudono il testo, mentre nella parte centrale spicca “La cicatrice” un racconto insolito, originale e di grande potenza. A prima vista, i racconti sembrano slegati e non avere nulla in comune se non l’argomento trattato, ma poi tutto assume una forma più coesa e come i tasselli di un mosaico le tre storie generano un’immagine finale unica e brillante.

    Il punto iniziale della narrazione è il dolore più antico e più temuto: la perdita di un figlio. Un’assenza di tal fatta crea crepe e disfacimento tutt’intorno: è possibile ricostruire laddove tutto è crollato? Sembra questo il quesito che si pone lo scrittore attraverso la vicenda terribile di Elena e Antares, una coppia affiatata e innamorata che porterà  su di sé un insopportabile macigno. La loro sorte sembra segnata sin dalle prime pagine del romanzo, ma forse nel tempo sarà possibile per loro rialzarsi dal terreno fangoso in cui i due protagonisti sembrano annegare.

    Alla storia di Elena e Antares fa seguito la narrazione di un’altra infanzia: quella ignota del piccolo Gesù. Lo scrittore vuole rendere omaggio al bambino che il Dio di Nazareth è stato e come in un sogno immagina le sue prime esperienze: si chiede se sia stato un bimbo sorridente o tendente al pianto, quale sia stata la sua prima parola, quali le sue paure e le sue gioie…un racconto immaginario e simbolico intimamente legato alla possibilità di superare il dolore della perdita.

    Infine, l’ultimo racconto ci trasporta sull’isola di Creta, terra mitica e immaginifica che apre un’ulteriore spazio per la riappropriazione del significato ultimo della vita. Conosciamo un’altra donna, Helena, che giunge a Creta confusa e pensierosa. Con lei un bagaglio speciale: Helena è incinta. Sull’isola, in una spiaggia silenziosa dove l’unico rumore è dato dal suono calmante dell’infrangersi delle onde sulla battigia, Helena incontra un uomo cortese e misterioso.  Per entrambi sarà l’occasione di una nuova rinascita.

    Ho letto questo libro in pochissimi giorni, complice la bellezza di una scrittura aggraziata e intima, capace di descrivere con precisione e rispetto gli scompigli dell’animo.

    Un romanzo doloroso come un pugno allo stomaco e allo stesso tempo delicato come una carezza gentile. Un libro scritto con poesia e intensità, un immersione nel dolore e una risalita verso la luce. Un testo che celebra la speranza, la vita e la preziosità dell’infanzia.

    Se potete, leggetelo.

  • 03Feb2016

    Myriam Pettinato - Gufetto.press

    Ricardo Menéndez Salmón, BAMBINI NEL TEMPO (Una cosa piccola ma buona)

    Premio Juan Rulfo perI cavalli blu, ultimo racconto della raccoltaGridare, lo scrittore spagnolo di nascita e internazionale quanto a fama Ricardo Menéndez Salmón nel 2014 ha dato alle stampeBambini nel tempo, tradotto in Italia da Claudia Tarolo per Marcos y Marcos (2015). Un libro complesso, che guarda alla vita, al dolore e alla morte attraverso la letteratura.

    Romanzo composto di tre capitoli, tre racconti autonomi eppure interrelati – La ferita, La cicatrice, La pelle –, Bambini nel tempo mutua il titolo da un altro romanzo, quello di Ian McEwan, del quale condivide lo stesso tema centrale: la scomparsa di un bambino, la perdita di un figlio. Se ne distanzia, tuttavia, nella misura in cui il protagonista coincide con il narratore-scrittore Antares: con una figura, cioè, che non può fare a meno di guardare alla propria vita senza riflettere sulla narratività di quanto in essa accade, dalla quale discende la forza metaletteraria del romanzo.

    Attraverso i tre capitoli, Bambini nel tempo racconta il dolore lacerante della perdita di un figlio e della conseguente irreparabile frattura nella coppia di genitori, Elena e Antares (La ferita); il desiderio da parte di quest’ultimo di restituire, raccontandola, un’infanzia negata, ossia quella di Gesù, e di colmare così un vuoto, riparare un danno che in entrambi i casi può trovare risarcimento solo attraverso le parole (La cicatrice); la restituzione, infine, di ciò che va perduto con la più incomprensibile delle perdite, sotto nuove spoglie (La pelle). Il tutto non solo legato assieme dal motivo, trattato con enorme sensibilità e cura, dell’infanzia (interrotta, dimenticata, incipiente) ripreso e variato nelle tre parti, ma anche passato al vaglio della letteratura, qui intesa come l’insieme delle opere lette, amate, studiate dal protagonista; come professione che lascia un segno profondissimo e indelebile sulla sua identità; come strumento di difesa dalla vita, esorcismo, esercizio di analisi e comprensione della realtà e dell’umanità circostanti, seppur non sempre efficace.

    «E si chiese se per caso la letteratura non fosse che un’altra forma di religione, un’altra pratica superstiziosa per combattere la morte con un’arma fantasmagorica: la parola. I suoi libri gli parvero lì in quel minuto di pace dentro la chiesa, come l’ennesimo grido umano nella lotta contro il destino comune.»

    Lasciando da parte il titolo e la breve ma intensa sintesi del racconto di Carver (Una cosa piccola ma buona, anch’esso incentrato sulla perdita di un figlio), Salmón chiede al suo personaggio di riflettere sul senso del fare e del fruire la letteratura, sui suoi limiti di fronte all’abisso che si spalanca talvolta nella vita e, ciò nonostante, sulla sua inevitabilità. Antares reagisce al dolore infertogli dalla morte prematura di suo figlio scrivendo un libro: quasi una colpa, per un padre che riesce a trovare un modo per sopravvivere, anziché cedere alla follia. Dopodiché, forse a simboleggiare lo smarrimento di chi ha sempre creduto nel potere delle parole e l’impotenza della scrittura di fronte al dolore più devastante, lo stesso Antares – la stella più luminosa (il “cuore”) nella costellazione dello Scorpione, il dimenticato – si cela nell’isola di Creta con un altro nome, avendo sepolto insieme al figlio, all’amore, alla vita, anche “l’unico bagaglio” di cui materialmente non aveva osato disfarsi: il libro sull’infanzia di Gesù. Nell’isola greca, colma di echi letterari anch’essa, Antares si riconcilia con una vita che si era conclusa con la morte e la separazione, ritrova la fiducia nelle parole e nella scrittura, e ritorna a nuova vita grazie alla donna che porta in grembo il piccolissimo pesce che sarà un bambino.

    «Tu hai senso solo come narrazione»; «la vita ha senso solo come narrazione». Se consideriamo le acquisizioni teoriche di Jerome Bruner – capofila della psicologia culturale – sull’importanza della narrazione quale strumento di costruzione della realtà e dell’identità personale, di attribuzione di significati al mondo e alle esperienze che impediscono loro di travolgerci, il romanzo di Salmón può essere considerato il racconto di un corpo a corpo con la vita e con la letteratura, che quasi coincidono. Il bisogno di comprendere, riscattare, metabolizzare, ricordare, la salvezza e la consolazione, tutto viene cercato nell’atto ancestrale del narrare.

    Con lo stile ineccepibile, la prosa espressiva e perfettamente commisurata al tono dolente della storia e al ruolo di primo piano assunto dalla letteratura – quasi un personaggio tra gli altri – di Bambini nel tempo, Ricardo Menéndez Salmón consegna ai lettori “una cosa piccola ma buona”. Scrivere e leggere sono “una cosa piccola ma buona”, per dirla ancora con il pasticciere del racconto di Carver.

  • 07Gen2016

    Margi De Filpo - Satisfiction

    Antares e Elena si amano da quindici anni: “un mondo dentro il mondo”. La casa in cui abitano l’hanno costruita insieme, un po’ alla volta. Si stimano, si completano, la stabilità della loro storia è una questione di coerenza e responsabilità. La passione iniziale, giorno dopo giorno, ha ceduto il passo al rituale della quotidianità. Ma non hanno mai dubitato l’uno dell’altro. Costruiscono con fatica il loro futuro, Antares scrive romanzi, Elena è una traduttrice. Vivono un amore concreto, solido, nel rispetto di quelli che sono i luoghi segreti dell’altro, perché “c’è un’onestà schiacciante nel rispettare i dèmoni di coloro che amiamo”. Hanno un bambino che riempie la loro casa. Un bambino che sembra essere la risposta ad ogni sacrificio, ad ogni silenzio e pericolo evitato per non interrompere l’armonia, talvolta faticosa, del loro amore. Ma il bambino muore. E la casa rimane in piedi, diventa una prigione angosciante, terribile. Antares si chiede se un giorno sarà in grado di scrivere tanto dolore. Ma Elena sembra leggere i suoi pensieri, e lo previene: se mai quel dolore sarà tanto lontano da lui da poterlo scrivere allora lo odierà per sempre.

    Elena impazzisce lentamente, scivola in un mondo che riguarda solo lei, Antares non può farlo. Lui è dilaniato dal dolore della perdita, ma sente ancora la spinta a vivere e a ricominciare. Si chiede se tutto questo sia sbagliato. Forse non amava suo figlio quanto Elena perché lui, in fondo, è solo il padre, non ha mai tenuto il bambino dentro di sé. E quella sofferenza mutilata che non deraglia nella follia diventa la sua nuova perdita, la mancanza. Il castello è crollato, non ha più una famiglia, non è in grado di restituire la vita a suo figlio ma può donare l’infanzia ad un bambino che non l’ha mai avuta. Allora scrive. Inventa l’infanzia negata di Gesù, il suo amore delicato per la dolce Lavinia destinata a morire; il turbamento di Giuseppe, un padre, un altro padre come lui, che osserva suo figlio chiedendosi chi sia davvero quel bambino che non può fare a meno di amare. Raccoglie le ultime forze per creare qualcosa dal dolore, perché “l’infanzia dura poco, ma dura per sempre”.

    Ricardo Menéndez Salmòn si pone molte domande, si interroga sulle parole che servono a descrivere le cose e su quelle che, “per tabù o per inerzia”, non esistono. Esistono le case, le isole, i vedovi, gli orfani, i padri, le madri, ma non esiste una parola per definire la donna che ha perso il proprio figlio. Attraverso la voce di Antares si chiede cosa significhi essere padre. Immagina la paternità di Giuseppe, uno dei personaggi più complessi e preziosi di questo breve romanzo. Prova a svelare il mistero dell’immortalità, donando al suo protagonista una nuova paternità, quella dello scrittore che insegna l’infanzia ad un bambino che non è ancora nato. È davanti al mare di Creta che le tre storie, apparentemente slegate fra loro, trovano una ricomposizione. Con una prosa elegante e perfetta “Bambini nel tempo” apre diversi scenari e li confonde, lascia che i personaggi, come le anime di un limbo, si incontrino senza mai riconoscersi. Dona un nuovo senso alla paternità, e una vita a chi non l’ha mai avuta. Un romanzo che può essere letto più volte e ad ogni lettura assume contorni diversi, e narra una storia nuova. Carico di pathos e al tempo stesso delicato, mai eccessivo, prende per mano il lettore e lo accompagna in altri paesi ed epoche, ribalta storie e leggende senza mai tradire il senso originario della Parola. E lascia una domanda in sospeso, semplice e fredda come il bacio di Antares sulla spiaggia di Creta: come può un bambino morire senza aver mai visto il mare?

  • 02Nov2015

    Patrizia La Daga, Giuditta Casale - Tempoxme.it

    Due voci per un libro: Bambini nel tempo di Ricardo Menéndez Salmòn

    1. Dai un voto alla copertina e spiegalo
    PATRIZIA – Voto: 5
    Spermatozoi vaganti in un mare di rosso. La copertina italiana non mi ha convinto, specie se comparata con quella dell’edizione originale spagnola (Anagrama), nella quale si rimane irrimediabilmente ancorati allo sguardo del bimbo in primo piano.

    GIUDITTA – Voto: 8
    In un primo tempo non avevo fatto caso ai disegni della copertina nei dettagli, solo a libro ultimato mi sono accorta che non sono semplici ghirigori quelli che si agitano sul fondo rosso, ma spermatozoi guizzanti e in movimento ondulatorio. Ho trovato la copertina di grande leggerezza espressiva, avvalorata come sempre per i tipi Marcos y Marcos dall’ottima qualità della materia prima: la carta.

     

    2. L’incipit è …
    Solenne e di gran efficacia.
    E come l’istante del concepimento, quel misterioso impatto in cui due princìpi collidono per cambiare il corso del mondo, fu impercettibile, con entrambi i protagonisti inconsapevoli di ciò che nasceva all’interno dei corpi, altrettanto silenzioso fu l’istante della disgrazia.
    E come l’istante del concepimento…
    Folgorante con quella congiunzione iniziale che congiunge in un immediato abbraccio il lettore e l’io narrante e crea una subitanea, lirica immedesimazione.

    3. Due aggettivi per la trama
    Spezzata ma coerente.

    Dilaniante e artificiosa.
    La prima parte del libro, “La ferita”, è come un racconto a sé, di spietata inaudita dilacerante bellezza.

    4. Due aggettivi per lo stile
    Aulico, magnifico
    Perfetto e seducente, forse troppo.

    5. La frase più bella
    La sintesi del vincolo padre-figlio in poche righe. Un’immagine potente in cui ogni genitore può riconoscersi.
    Ogni padre sa cosa significa sentire quel peso sulle spalle, un peso inesistente e allo stesso tempo insostenibile. inesistente perchè l’amore non pesa; insostenibile perchè il figlio amato è la sostanza più pesante del mondo
    La bellezza della prosa di Ricardo Menéndez Salmòn è incontestabile. “Bambini nel tempo” è una lunghissima frase piena di grazia ed eleganza, senza mai una caduta di stile, sempre tersa e cristallina. Ma forse proprio la sfolgorante bellezza della scrittura è un limite del libro, come se bloccasse il sentimento, lo irrigidisse nella sua adamantina perfezione. Scelgo dunque una frase che mette ben in luce la poetica del libro:
    E si chiese se per caso la letteratura non fosse che un’altra forma di religione, un’altra pratica superstiziosa per combattere la morte con un’arma fantasmagorica: la parola. I suoi libri gli parvero lì, in quel minuto di pace dentro la chiesa, come l’ennesimo grido umano nella lotta contro il destino comune.

    6. La frase più brutta
    Un brano terrificante quello in cui Ricardo Menéndez Salmón descrive la sofferenza della piccola Lavinia, amica d’infanzia di Gesù. La forza distruttiva della malattia è potenziata dalla grandezza della prosa. La bruttezza si riferisce, naturalmente, solo al contesto. La versione originale è potentissima:
    Lavinia se pudre, se pudren sus huesos y se pudre su aliento.
    Perché Lavinia marcisce. Marciscono le sue ossa, marcisce il suo alito.
    Nella traduzione italiana, tuttavia, Claudia Tarolo ha scelto di mitigare l’orrore utilizzando un verbo, sempre doloroso, ma forse un po’ meno atroce:
    Perché Lavinia si disfa. Si disfano le sue ossa, si disfa il suo alito. Qualcosa senza nome e con un unico attributo – una tristezza empia che la malattia regala – la divora da dentro, nelle ondate di sangue più pallido che, con la costanza di un pendolo, docile e sconfitta, la sua gola deposita per lo più nella sputacchiera di alabastro, o a volte, quando l’impulso prevale sui riflessi, sulle lenzuola stese da dolcissime mani.
    Continuo la citazione precedente, che nella sua algida bellezza mette ben in luce il limite riscontrato nel libro, di azzerare la carica sentimentale nel dettato eccessivamente lavorato e ammaliante:
    Altri avevano i loro riti, il loro mistero incarnato; lui aveva il suo tabernacolo di carta, un luogo in cui nessun cadavere si sarebbe decomposto nei secoli dei secoli, e a cui pure accorrevano pellegrini da tutto il mondo.
    Una cattedrale gotica, piena di volute e ghirigori, in cui la forza incantatrice della parola fa perdere forza e pienezza al sentimento che la anima, eccezion fatta per la prima parte, in cui perfezione stilistica e afflato narrativo si tengono in un equilibrio compiuto.

    7. Il personaggio più riuscito
    Antares, il protagonista della prima parte, l’uomo che perde il figlio bambino e che vede la sua famiglia, il suo intero mondo, sgretolarsi tra le mani. L’autore rende palpabili il suo dolore e la sua impotenza.
    I padri, nella loro disperazione e inanità: l’io narrante e Giuseppe della parte centrale.

    8. Il personaggio meno azzeccato
    Gesù (e la sua infanzia inventata). Ho trovato tutta la seconda parte del libro pesante e contorta. Un diversivo  originale, ma che non mi ha convinto del tutto. Nel terzo episodio il romanzo recupera l’intensità della prima parte.

    Gesù, in cui l’artificio risulta più evidente. Per quanto geniale nella sua portata filosofica e narrativa, la presenza del divino come bambino di cui raccontare l’infanzia risulta cerebrale e forzato.

    9. La fine è…
    Poetica. La vita che in un modo o nell’altro riesce sempre a vincere il dolore, la morte, l’oblio.

    Ammaliante.

    10. A chi lo consiglieresti?
    Bambini nel tempo è un libro per lettori pazienti, che non cercano storie per intrattenersi, ma parole per provare emozioni, riflettere e cercare di dare un senso alle cose del mondo.

    A chi nei libri ama la ricercatezza della parola, la perfezione lucida della scrittura, l’ingegnosità della narrazione.

  • 02Ott2015

    Redazione - Littlemissbook.blogspot.it

    Ricardo Menéndez Salmón ha pubblicato un capolavoro, Bambini nel tempo (Marcos y Marcos), poetico ed essenziale di scrittura, ma grave di contenuti, attento anche ad una paternità poco raccontata nella letteratura, spesso centrata sul solo punto di vista materno.

    La copertina, coraggiosa, potrebbe sviare sulla reale questione del libro, il quale probabilmente trova qualche suggestione nell’omonimo romanzo di Ian McEwan.
    Curiosamente legate dai capitoli a carattere romano e interrotti, nella seconda storia, da lettere appartenenti alle lingue mediorientali, le tre storie di Bambini nel tempo sembrano costituire un unico romanzo, narrando tre infanzie, negata, taciuta e possibile: «bambini da bambini da bambini».
    I tre racconti – La ferita, La cicatrice, La pelle – seguono tre stadi di una presunta guarigione dopo una lunga malattia rintracciabile fin dalle prime battute: «e come l’istante del concepimento, […], fu impercettibile, con entrambi i protagonisti inconsapevoli di ciò che nasceva all’interno dei corpi, altrettanto silenzioso fu l’istante della disgrazia».
    Antares e Elena hanno nomi antichi, eco di una terra mitologica, soffrono il dolore più antico del mondo, la perdita di un figlio, «un’assenza bianca e assurda, il rumore di fondo insopportabile di un mondo svuotato». La sopravvivenza di quel bambino avrebbe suggellato un nuovo inizio, un antidoto alla corrosione degli anni.
    Antares si conforta con il Bambino di terracotta, ritrovato in una chiesa abbandonata, e nella scrittura; Elena vive di questa mancanza, non riuscirà a non opporsi al disgregarsi della coppia.
    Quel Bambino rientra nell’ambizioso progetto di uno scrittore, reinventare e restituire l’infanzia a Gesù, mai esplorata nelle Sacre scritture per il repentino il passaggio all’età adulta. «Perché scrivi di me?», chiede il bambino vestito di luce. «La letteratura non fosse che un’altra forma di religione, [è] un’altra pratica superstiziosa per combattere la morte con un’arma fantasmagorica: la parola». Antares è uno scrittore come colui che si occuperà dei primi anni di vita di Gesù, scriverà del suo tormento «e io ti odierò per questo», confessa Elena all’uomo, perché sa che sopravviverà a questa ferita.
    Chi si occupa di scrittura in questo libro è consapevole della potenza della narrazione anche quando è falsa, nulla sarà come prima ma è in grado di vincere sul più crudele epilogo della vita, dolore-morte.
    Un’atmosfera ben più serena e poco coinvolgente, ci trasporta a Creta, l’isola dalla forma di un pesce, lo stesso che Helena – non a caso ricorda la protagonista del primo racconto –, porta in grembo e giunta fin lì per sfuggire a decisioni importanti. Qui conosce un indecifrabile e taciturno uomo spagnolo che le restituirà il senso di ogni cosa. I due sembrano comprendersi e perdersi nei silenzi e nei cieli stellati.
    Si chiude un cerchio, in una terra antica come il dolore più antico del mondo, «afferrare l’esistenza attraverso quella fantasia incompiuta» e rinascere.

  • 30Set2015

    Seia Montanelli - Nazione Indiana

    Il grado Zen della scrittura

    “Bambini nel tempo” (Marcos y Marcos, trad. di C. Tarolo, p. 224, € 15), l’ultima opera dello scrittore e giornalista spagnolo Ricardo Menéndez Salmón – autore della la fortunata “trilogia sul male” – riesce a condensare in poco più di duecento pagine la parabola inversa che dal mistero oscuro e annichilente della morte arriva a quello limpido e consolatorio di una vita che nasce.

     

    Diviso in tre parti – ciascuna autoconclusiva, in realtà collegate secondo uno schema che si intuisce via via che si legge, ma che si svelerà solo alla fine – il romanzo racconta nel suo primo atto, “La ferita”, del dolore più atroce che si possa concepire, quello per la perdita di un figlio. Una ferita aperta dalla quale scivolano via le parole, i sentimenti, la vita stessa dei genitori che restano come colpevoli sopravvissuti, e al tempo stesso orfani sperduti in un mondo che non possono riconoscere perché quella morte ha causato una frattura nella loro realtà.

    È impossibile rendere quel dolore, farlo sentire: anche solo descriverlo è complicato; le parole, dicevamo, mancano. E sta qui la svolta del libro di Menéndez Salmón: il padre, Antares, è uno scrittore che a un certo punto non ne può più del rumoroso silenzio della sua esistenza devastata e cerca di reagire: di recuperare anche il rapporto con Elena, sua moglie da quindici anni, che invece si è abbandonata a quel dolore e ad esso si aggrappa con la forza che le resta perché è il solo superstite legame con il suo bambino stroncato da una malattia improvvisa. Elena nutre il suo dolore perché riempie il vuoto della sua anima; Antares usa invece la sua sofferenza per non morirne, come può, tramite la scrittura e questo li divide per sempre. «Un giorno scriverai di noi, di questo momento» – gli dice lei prima della fine, e ancora – «Darai parole a tutta questa rovina […] e sentirai di aver sistemato le cose con me, con te, con il nostro bambino. E io ti odierò per questo».

    Dalla necessità di dare voce al silenzio che paralizza Antares nasce dunque la seconda parte della storia, o meglio la seconda storia nella storia, “La cicatrice”, in cui viene raccontata l’infanzia di Gesù: dopo un bimbo a cui è stata tragicamente negata la fanciullezza, troviamo un bimbo a cui ne viene regalata una, inedita, mai raccontata. È la forza creatrice della parola, della letteratura, che può forzare la realtà, piegare le storie, riscriverle o dar loro un precedente. Non si tratta di consolazione, “Bambini nel tempo” non è un testo sulla scrittura come auto-terapia: Antares sente che in lui è entrato il caos, che «i barbari incalzavano, accerchiavano il tesoro (la vita vissuta, ndr) con la loro stupidità, con la loro brutalità, con la loro bruttezza, e lui non aveva che le parole per contrastarli».

    La letteratura – non la scrittura tout court, ma l’atto creativo e poetico di dare un nuovo nome, e un ordine, alla realtà e a tutto ciò che contiene – è il modo che lui, padre di un bimbo senza infanzia, ha per ribellarsi all’annientamento: gli restano solo «lo splendore e la miseria delle parole, per esorcizzare la sventura di ciò che è stato, ma ora non è più».

    Il terzo atto del libro, “La pelle”, chiude il cerchio con un piccolo colpo di scena che dà un’occasione alla speranza: sullo sfondo di un’isola incantevole a forma di pesce, la morte e la vita si susseguono, dando un po’ di pace a chi porta su di sé le cicatrici ancora umide di un’antica sofferenza.

    Contravvenendo alla regola enunciata molto saggiamente tantissimi anni fa da Mr Goldwin (il magnate del cinema americano), che liquidò l’ennesima sceneggiatura proposta da una troppo caustica Dorothy Parker, dicendole che «la gente ama il lieto fine», la terza parte del romanzo, più pacata e consolatoria, pervasa da una attesa di rinascita, è la meno riuscita, forse perché meno ricca di pathos. Per quanto non venga mai meno la potenza espressiva di Menéndez Salmón, il suo stile rigoroso ma nello stesso tempo lirico, è nella inutile ricerca di pace raccontata ne “La Ferita” e nella riflessione sulla letteratura e sulla forza della parola che sottende al secondo atto, che l’autore dà il suo meglio. In particolare ne “La Cicatrice”, è interessante il modo in cui Antares interviene in ciò che sta scrivendo, dialogando in una dimensione quasi onirica con il Gesù-personaggio, interrogandosi sulla utilità del proprio agire e sulla incapacità della letteratura di “dire” il mondo, riconoscendo il paradosso insito in ogni impresa letteraria: «accettiamo che il mondo non si possa dire, che non ci sia nessuna vita nei personaggi di un libro, ma che, allo stesso tempo, questo sia l’unico modo di dar fede a ciò che esiste».

    Ma anche senza soffermarsi sugli aspetti meta-letterari che mandano in solluchero semiologi e narratologi, “Bambini nel tempo” – che non a caso prende il titolo da “A child in time” di Ian McEwan, in cui si racconta la storia di un padre che perde sua figlia in supermercato e non la ritrova più – è un romanzo che ricorderete e che vi straccerà un pezzetto d’anima pagina dopo pagina, per la sofferenza dietro ciascuna frase e per la poetica visione dell’infanzia che propone: i bambini sono figli di tutti, e dovrebbero conoscere solo innocenza, cura, amore, gioia.

  • 28Set2015

    Paolo Perazzolo - Famiglia Cristiana

    Bambini nel tempo dello spagnolo Ricardo Menéndez Salmón (Marcos y Marcos) elabora un tema impossibile da elaborare, la morte di un figlio, perseguendo una sorta di trasfigurazione letteraria di un evento intollerabile.

    Il libro si articola in tre parti. La prima, intitolata La ferita, descrive la morte di un figlio, gli effetti devastanti sui genitori, l’inevitabile disintegrarsi della coppia sotto il peso del dolore e di una promessa di felicità tradita nella maniera più violenta e subdola. L’autore sceglie uno stile rigoroso, spogliato di ogni retorica ma non per questo meno lirico e suggestivo, teso all’essenziale. Ed questa è, probabilmente, la parte più incisiva del racconto.

    La seconda parte, La cicatrice, ha l’obiettivo di restituire un’infanzia a Gesù, una stagione della sua esistenza relegata ai margini, poco battuta. Seguiamo il piccolo Gesù dalla nascita ai primi anni di vita, quando, grazie all’incontro con una bambina, scopre l’intensità dell’affetto e dell’amicizia, irrimediabilmente intrecciati fin dall’inizio, però, alla fine, al dolore, alla morte, scritti nel destino della sua prima amica.

    La terza e conclusiva parte, La pelle, ci conduce a Creta, dove Helena (la madre che perde il figlio protagonista della prima parte si chiama Elena) cerca tranquillità per affrontare una grande novità che si sta impossessando della sua vita: la nascita di un figlio, ora custodito nel suo grembo. Helena conoscerà qui un uomo affascinante e misterioso, con il quale stringerà amicizia…

    Il racconto segue una parabola che comincia con la morte più insensata e si chiude con l’attesa di una nuova vita: è il disegno attraverso il quale l’autore cerca la trasfigurazione letteraria di un evento insostenibile e inspiegabile, l’ardua via per accettare l’inaccettabile e confermare la vita.

    Può la letteratura riuscire in questa missione impossibile? Niente sarà più come prima, ma la vita, in qualche modo, si rinnova, ci dice Ricardo Menéndez Salmón in Bambini nel tempo, titolo mutuato da Ian McEwan.

  • 20Set2015

    Dario Pappalardo - La Repubblica

    Di questo romanzo in tre atti che ruba un titolo a Ian McEwan – Bambini nel tempo – la prima parte è tremenda e perfetta.

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  • 17Set2015

    Daniele Greco - Carteggiletterari.org

    La ferita, la cicatrice, la pelle.
    Sull’ultimo romanzo di Ricardo Menéndez Salmón, Bambini nel tempo, Marcos y Marcos, 2015.

    Quanti ancora non conoscono l’opera di Ricardo Menéndez Salmón dovrebbero correre ai ripari cercando di colmare questa imperdibile lacuna, magari iniziando proprio dall’ultimo suo libro intitolato Bambini nel tempo (Marcos y Marcos, 2015, traduzione di Claudia Tarolo).
    Il quarantaquattrenne scrittore spagnolo ha concepito un “romanzo nel romanzo” in cui ogni storia entra poco alla volta in quella successiva, lasciando al lettore il gusto di scorgere, nel finale, dove vadano a collocarsi gli eventi letti in precedenza.

    Suddiviso in tre capitoli – “La ferita”, “La cicatrice”, “La pelle” – il libro, a un primo livello di lettura, racconta tre infanzie: una di queste ferita a morte, una ricucita e cicatrizzata, infine l’ultima prossima a incarnarsi nel bambino che una donna incinta porta in grembo. Tuttavia, leggendo e rileggendo alcuni passi fondamentali, si ha l’impressione che quello dei “bambini nel tempo” sia un nobile pretesto letterario per l’indagine cui vuole sottoporci Salmón.
    Nella finzione della fabula, il narratore che racconta le vicende è qualcuno che più di una volta si lascia andare a delle dissertazioni letterarie. Per fare due esempi: è colui il quale riassume in meno di due pagine – e con grande acutezza – lo splendido racconto di Raymond Carver, Una cosa piccola ma buona; o colui il quale, a proposito della scrittura letteraria, afferma che le opere di un autore sono il muro innalzato tra sé e il mondo per trincerarsi ai più.
    Seguendo queste tracce – fortemente allegoriche – le tre infanzie diventano i mondi possibili concessi allo scrittore nascosto all’interno del romanzo, il quale rielabora una materia autobiografica; riscatta, attraverso l’invenzione pura, un’infanzia qualsiasi – che il lettore scopre non essere affatto “qualsiasi” –; infine, getta la maschera e si mostra come colui che, a distanza di anni, viene fuori dall’impasse personale in cui si trovava.
    Molto simile, in questo, a uno di quegli autori che Enrique Vila-Matas ha celebrato nel suo Bartelby e compagnia, (Feltrinelli, 2002) – il romanzo-saggio dedicato agli scrittori che, come l’eponimo scrivano di Herman Melville, a un certo punto della loro carriera hanno “preferito di no”, hanno rifiutato di scrivere – il narratore ideato da Salmón ci mostra come la letteratura possa essere quello strumento capace anche solo per un istante di redimere una vita intera.
    Questa possibilità, però, non è concessa a chiunque, perché lo scrittore è colui che conosce l’eventualità che i propri sforzi possano essere vanificati del tutto e, soprattutto, che egli possa venire dimenticato e ricacciato nell’oblio.
    Solo coltivando il proprio deserto e il proprio isolamento può accadere di fare dono agli altri ed a se stesso del momento epifanico in cui, ad un passo dal baratro in cui si stava per sprofondare, si scorge di essere stati capaci di avere creato qualcosa di immortale.

    (…) che la parola e l’immagine sono fallimento, sì, sono condanna, certo, sono sepoltura, senza dubbio, ma sono anche, sì, sono per sempre e da sempre, sì, sono, in ricchezza e in povertà, in salute e in malattia, in solitudine e in compagnia, sono state, sono, saranno sempre l’ultimo, l’unico, l’immancabile bagaglio.

  • 14Set2015

    Rossella Lo Faro - youbookers

    Ad arricchire l’elenco delle novità editoriali che inaugurano la stagione autunnale giunge Marcos y Marcos, che si cimenta con una doppia offerta: debutta in questi giorni, infatti, la nuova collana diretta da Paolo Nori dall’accattivante titolo Il mondo è pieno di gente strana, ma è ancora fresco di stampa anche un grazioso libriccino dalla copertina rosso sgargiante su cui campeggiano tanti piccoli spermatozoi bianchi stilizzati, incolonnati come se fossero soldati – o pesciolini in un banco, se si preferisce una metafora meno violenta e, come vedremo, pertinente all’opera.
    Si tratta di Bambini nel tempo di Ricardo Menéndez Salmón, uno scrittore spagnolo dal grande successo in patria e già noto in Italia per Il correttore e La luce è più antica dell’amore, sempre editi dalla milanese Marcos y Marcos.

    Se la copertina si segnala dunque per l’audace originalità, il contenuto non risulta essere meno singolare, perché la narrazione di Salmón è organizzata in maniera atipica: è infatti una storia in tre atti, l’uno autosufficiente dall’altro. Una triade che, al contempo, è piena di rimandi strettamente interconnessi.
    Nel primo atto (La ferita) si narra di Elena e Antares, una giovane coppia appena investita dal lutto più grande e incomprensibile: la perdita di un figlio.
    Per i due – per chiunque si trovi nella loro situazione – non esistono spiegazioni, né tantomeno consolazioni: dopo una privazione così estrema, ciò che un genitore deve necessariamente fare è rialzarsi in piedi, urlare in faccia al dolore e ricominciare a vivere, senza farsi trascinare dal flusso vorticoso di struggimento e agonia che solo una perdita ingiustificata e atroce può generare.

    Quella prima notte. Come dimenticarla. Come esprimerla.
Quella prima notte in cui i cani abbaiavano nel buio qualcosa di simile al suo sconforto, e nella grande casa vuota, dove non sarebbero mai più esplose risate, Antares cominciò un’altra forma di ricerca.

    Se Antares prova, quantomeno, a resistere, Elena invece si lascia vincere dal tormento e pian piano si allontana dal mondo, dalla gente, dal marito, che presto si scopre incapace di prendere in mano le redini di una situazione sempre più disastrata e disarticolata (C’era una nuova solitudine dentro la solitudine del dolore).
    Rispetto all’afflizione del padre, la sofferenza di una madre di fronte la morte di un figlio è, forse, più amplificata e impotente nella sua tragicità, probabilmente per quel rapporto simbiotico che si viene a creare durante la gestazione, in una dialettica di corporalità e affezione atavica. È per questo che lo strazio che governa il cuore di Elena si fa assoluto e definitivo, finché il bambino diventa più presente nella morte di quanto fosse mai stato in vita, finché tutto diventa buio e si realizza finalmente che una soluzione, per la coppia, non esiste.
    O, se mai è esistita, si è dissolta insieme alla vita spezzata.
    Per sempre.

    Il vero lottatore è dunque Antares, che nel secondo atto (La cicatrice) cerca di trovare una dimensione nel mondo attraverso l’unico strumento che gli è stato donato: la Parola, che crea e distrugge mondi, artefice di nuove speranze, portatrice di nuove soluzioni.
    Il suo progetto di scrittura è ambizioso ma rivelatore di un bisogno, tutto umano, di rimettere insieme tutti i pezzi di una storia che è giunta a noi frammentaria: Antares si cimenta, infatti, nella ricostruzione dell’infanzia di Gesù, di cui i Vangeli non recano traccia, in una Palestina dal sapore ancestrale, in cui volano aquiloni colorati e si muovono i primi passi di un bambino comune, alle prese – tra le altre cose – col suo primo amore.
    Lo scrittore si libera dell’oppressione della perdita del figlio restituendo l’infanzia a chi ci è stato presentato, da sempre, nella sua veste da uomo; e non importa che essa sia totalmente frutto dell’inventiva umana, la storia narrata serve a spiegare la Parola (Tu hai senso soltanto come narrazione): la finzione è sì un imbroglio, ma è necessaria per metabolizzare il mondo ingiusto, crudele.

    Nel terzo atto (La pelle) si narra dell’arrivo a Creta – l’isola a forma di pesce – di una quarantenne, Helena, e del suo percorso di accettazione del pesciolino che porta dentro di sé: un feto appena sbocciato, non cercato, ma già inconsapevolmente amato.
    Tra la lettura della storia di Antares su Gesù e la conoscenza approfondita di un uomo misterioso, la donna comincerà a definire le coordinate della sua vita.

    Se il terzo atto è quello che crea meno impatto durante la lettura, non per questo motivo sminuisce l’importanza di un testo che dichiara fin da subito il patrocinio del Carver più caldo e malinconico, nel suo preciso operare chirurgicamente all’interno dei sentimenti piuttosto che nel suo minimale tratteggio della specie umana.
    Con una prosa lirica e sospesa – nel tempo e nello spazio – che rievoca il C. S. Lewis di Diario di un dolore, ma con un taglio più narrativo e meno argomentativo, Salmón dimostra che tutto è importante: non solo i nostri dolori, ma soprattutto la percezione che di essi ne abbiamo, vera testimonianza di ciò che siamo e di come stiamo nel mondo.
    Bambini nel tempo si rivela dunque la storia adatta a dare il benvenuto all’autunno (il “capodanno morale” dei più): una storia di dolore che porta in sé, ed è inevitabile, un destino di rinascita.

  • 13Set2015

    Marco Ostoni - Corriere della Sera

    “Un giorno scriverai di tutto questo”. Prostrata dal dolore più grande, la perdita di un figlio di pochi anni, Elena predice ad Antares, il marito romanziere, che con la scrittura proverà a uscire dalla voragine di quella morte.

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  • 11Set2015

    Fulvio Panzeri - Avvenire

    La conferma di quanto oggi lo scrittore spagnolo Ricardo Menéndez Salmón sia un punto di riferimento anche della letteratura europea di oggi viene dal suo ultimo romanzo, Bambini nel tempo, acclamato, e a ragione, dalla critica e dal pubblico in Spagna, pur essendo un libro di raffinata e profonda costruzione narrativa, la cui intensità emotiva è subito percepita dal lettore.

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  • 03Set2015
  • 02Set2015

    Laura Pezzino - Vanity Fair

    Come si sopravvive alla morte di un figlio?
    Elena e Antares sono una coppia affiatata, ma nella loro vita si è aperta una profonda ferita.

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  • 28Ago2015

    Andrea Storti - le mele del Silenzio

    LE USCITE DELLA SETTIMANA
    Direi che la rentrée letteraria è ufficialmente iniziata. Questa settimana hanno infatti ricominciato ad approdare nelle librerie svariati titoli e, come sempre, io ho selezionato quelli che, a mio gusto, sembrano essere i più interessanti.

    Sono tutti libri che vorrei poter leggere subito. Ora. Mi manca solo qualche magica dote per poterlo fare.
Ci sono autori di narrativa di comprovata fama (Salmòn per esempio, del quale ho adorato Derrumbe, ma anche Twain) e pure della non-fiction di eccelsa qualità, ovvero la Didion.
    In somma… ce n’è per tutti i gusti. Il modo perfetto per rientrare dalle vacanze!
    Bambini nel tempo, di Ricardo Menéndez Salmón 
224 pagine, 15,00 €, Marcos Y Marcos
    Elena e Antares, quindici anni insieme e poi divisi all’improvviso da una terribile ferita: la morte del loro bambino, così piccolo e indifeso, rende insopportabili i gesti quotidiani, il mondo conosciuto.
    Scrivere. Per Antares è l’unica cura, l’unica speranza. Narrare un’infanzia negata, donare al Bambino di tutti, al piccolo Dio di Nazareth, l’infanzia che nessuno ha raccontato. Le prime parole, il primo bagno nel Lago di Tiberiade; il primo spavento, il primo amore. Il volo di un aquilone sul profilo della Palestina, il legno intrecciato da Giuseppe, la stoffa cucita da Maria, la corsa di un bambino che raggiunge la sua stirpe: bambini da bambini da bambini.
    Un aereo scende su Creta, l’isola a forma di pesce. Helena non la guarda dal finestrino: pensa a un altro pesce, piccolissimo, che nuota dentro di lei.
Su quell’isola, piena di luce e di misteri, un incontro l’attende: entra nella sua vita un uomo nascosto dietro troppi segreti.
In lunghe notti, esposti alla bellezza delle stelle, si scambiano parole e silenzio, si riconoscono senza domandare; si fanno il dono più grande.
E dopo un bacio sulle labbra fredde ricominciano a vivere con una nuova pelle.
    Con la sua scrittura magnetica e visionaria, Salmón traccia, in tre tappe, un grandioso tragitto di rinascita. Dai fantasmi di una casa in riva all’oceano, all’infanzia di Cristo in Palestina, allo splendore solare di Creta: la vita ha una forza irrefrenabile, se in un libro troviamo la spinta per ricominciare.

  • 27Ago2015

    Delly - la libreria immaginaria

    E’ fresco di stampa il nuovo libro di Ricardo Menéndez Salmón (oggi nelle librerie), che assomiglia ad un piccolo scrigno pieno di tante cose ma soprattutto di dolore, il dolore più assurdo e inconcepibile del mondo: la morte di un figlio.

    Elena e Antares sono una coppia di lunga data che improvvisamente deve realizzare la morte del figlio portato via da una terribile malattia; l’autore entra nella vita della coppia appena dopo l’immensa perdita, raccontandoci il deragliamento della ragione, il dividersi di due persone che si sono tanto amate ma che nel dolore non sanno restare unite.
    Per Antares, la salvezza sarà scrivere una storia speciale, quella che regala un’ infanzia al piccolo Gesù del quale effettivamente conosciamo

    molto della sua vita da uomo ma poco o niente di quella del bambino: quali saranno state le sue prime parole, le sue prime paure, le sue prime gioie, le prime amicizie?
    E così, se nello scrivere Antares prova a trovare uno spiraglio di luce dal buio pesto di quel dolore opprimente, anni dopo sarà proprio la lettura del suo libro a dare coraggio e conforto ad una donna in crisi, su un’isola baciata da sole.
    Quante volte abbiamo usato la scrittura come terapia? Quante volte invece la lettura ci ha salvato da giornate nere?
    Un libro piccolo ma intenso, da leggere con il mood giusto perché, per quanto poetica possa essere la scrittura di Menéndez Salmón, l’argomento tocca corde fin troppo sensibili.
    L’ autore ha scelto lo stesso titolo di un libro di Ian McEwan, dove si racconta la storia di un padre che, in una mattina come le altre, perde sua figlia in supermercato e non la ritrova mai più.
Due titoli identici per due storie che raccontano un dolore molto simile se non identico.
Che sia un caso? Credo proprio di no.

  • 25Ago2015

    Redazione - What we talk about when we talk about books?

    Agli sgoccioli di agosto, agli sgoccioli delle tanto bramate vacanze estive: tutti, più o meno, pronti per il grande rientro. Come renderlo più lieto? Ovvio, con le nuove e più interessanti uscite di settembre!
    Dopo i polpettoni estivi e i famosi gialli sotto il sole (alcuni dei quali assolutamente meritevoli per carità), la stagione autunnale si dimostra sin da subito promettente.
    Diamo un’occhiata:
    BAMBINI NEL TEMPO – RICARDO MENÉNDEZ SALMÓN
    In uscita tra un paio di giorni, fatemi passare questa eccezione non proprio settembrina. Perché Ricardo Menéndez Salmón è uno degli autori in lingua spagnola che più apprezzo degli ultimi anni, e la storia di questo libro sembra essere struggentemente promettente.
    Helena e Antares, una di quelle coppie destinate a trascorrere la vita insieme, immersi nella luce di una felice vita familiare. Helena e Antares, una di quelle coppie che non sopravvive alla perdita peggiore dell’uomo: quella del proprio figlio. Grazie alla scrittura allora Antares intreccia nuovi mondi, speranze di vita per questo figlio cui proprio la vita è stata negata, mentre Helena scopre nuove speranze di luce nelle suggestione di una Creta che trascina con sé ogni cosa grazie alla sua bellezza.

  • 27Lug2015

    Matteo Di Giulio - cuéntame

    I BAMBINI, IL TEMPO E LA VITA

    Torna in libreria uno degli autori spagnoli più amati dal pubblico italiano.
    Ricardo Menéndez Salmón è ormai uno dei marchi di fabbrica che l’editore Marcos y Marcos può vantare come esempio della qualità del proprio progetto editoriale.
    Dopo Il correttore, Gridare, L’offesa, Derrumbe e La luce è più antica dell’amore è il turno di Bambini nel tempo, traduzione dell’ultimo romanzo di Salmón pubblicato in Spagna, lo scorso anno, da Seix Barral.
    Lo scrittore di Gijón continua la sua opera di perlustrazione di quei territori difficili dove amore, paura, violenza, vita e morte si fondono, soffocati da riflessioni profonde e grandi domande.
    Sarà sugli scaffali di tutte le librerie a partire dal prossimo 27 agosto.

    Elena e Antares, quindici anni insieme e poi divisi all’improvviso da una terribile ferita: la morte del loro bambino, così piccolo e indifeso, rende insopportabili i gesti quotidiani, il mondo conosciuto.
    Scrivere; per Antares è l’unica cura, l’unica speranza. Narrare un’infanzia negata, donare al Bambino di tutti, al piccolo Dio di Nazareth, l’infanzia che nessuno ha raccontato. Le prime parole, il primo bagno nel Lago di Tiberiade; il primo spavento, il primo amore. Il volo di un aquilone sul profilo della Palestina, il legno intrecciato da Giuseppe, la stoffa cucita da Maria, la corsa di un bambino che raggiunge la sua stirpe: bambini da bambini da bambini.
    Un aereo scende su Creta, l’isola a forma di pesce. Helena non la guarda dal finestrino: pensa a un altro pesce, piccolissimo, che nuota dentro di lei.
    Su quell’isola, piena di luce e di misteri, un incontro l’attende: entra nella sua vita un uomo nascosto dietro troppi segreti.
    In lunghe notti, esposti alla bellezza delle stelle, si scambiano parole e silenzio, si riconoscono senza domandare; si fanno il dono più grande.
    E dopo un bacio sulle labbra fredde ricominciano a vivere con una nuova pelle.