Repertorio dei matti della città di Milano

Archivio rassegna stampa

  • 07Ago2015

    Maurizio Crippa - IL FOGLIO

    Matti di Milano
    Repertorio di concittadini che non capiamo per accompagnarci in questi giorni di calore vuoto
    “Uno è quello che da anni scrive ‘Lucifero culo’ e ‘Baal culo’ sui muri di Milano. Quando gli hanno chiesto se sapeva chi fosse a lasciare questi messaggi, ha risposto ‘sarà un matto’”. Sarà contento, penso, anche il mio amico Mattia Feltri a trovare citata, nel “Repertorio dei matti della città di Milano” a cura di Paolo Nori pubblicato da Marcos y Marcos – e così in qualche modo salvata dal nulla del tempo e conservata ai posteri – la storia di quello che scriveva (scrive?) “Lucifero culo” e “Baal culo” sui muri di Milano.

    Abbiamo passato meravigliose mezz’ore di cazzeggio redazionale, soprattutto nelle noiose ore d’estate in cui non succede niente, a strologare di chi fosse mai questo assoluto genio, questo condensatore inconsapevole di cosmiche paure. Quante volte abbiamo fantasticato di scriverne. Magari non un romanzo, ma un articolo sì. E non siamo di certo i soli. “Tutte le città potrebbero avere il loro repertorio di matti”, scrive Nori, che infatti ha già pubblicato quello di Bologna. Ma il matto di “Lucifero culo” c’è solo a Milano. Forse.
    Poiché “è ovvio che non si valuta un matto”, ché “un matto è un capolavoro inutile, e non c’è altro da dire” (Giorgio Manganelli), il “Repertorio” di Nori è ovviamente anche, o soprattutto, un ritratto di città vista da vicino, molto vicino. Episodi tratti dai ritagli di cronaca, fatti di piccola vita, trasformati dalla scrittura in letteratura. In magnifiche epifanie. “Uno si chiamava CT. Era un omino piccolo, con un cappotto e un cappello nero. Negli anni Settanta si vedeva fra via di Ponte Vetero e il Castello Sforzesco. Dentro il megafono ripeteva in continuazione ‘il clero ti uccide con l’onda’ mentre spingeva a piedi una bicicletta a tre ruote”. Ritratti, persone che abbiamo visto, una volta o l’altra. “Uno sulla circolare destra aveva detto una volta ai passeggeri stranieri: ‘Ma tornateneve in Burundi, cosa credete che sono come voi, io qui ci sono nato, nella Grande Mela’”. Cose di tutti i giorni, distanze infinite. “Uno si vedeva spesso a Linate, agli arrivi. Vestito di grigio, un cappello elegante calato sulle orecchie, profumava di bucato. Teneva in alto un foglio di cartone con scritto a pennarello incerto SEGNOR CARLOS A CASA”.
    Tra tutte le città che si svuotano e riempiono di caldo ad agosto, Milano è forse quella che procura il maggior tasso di ansia metafisica (a chi ha fatto il liceo) o di desolata rottura di coglioni (a tutti gli altri). Così che ogni estate Milano si popola più che in altre stagioni di matti. Di gente che sbrocca, stagionale o no. Aumentano i ricoveri, le segnalazioni. Ma aumenta soprattutto la percezione fisica, visiva, che noi (i famosi normali) ne abbiamo.  Giuliano Pisapia, appena insediato sindaco, in una delle interviste in cui gli chiedevano di raccontare il suo primo giorno, senza che nessuno gliel’avesse chiesto, disse: “L’unico lato triste di quella giornata erano stati i provvedimenti di Tso che si era trovato sul tavolo da firmare”. Non lo dicono quasi mai, i sindaci, ma i Trattamenti sanitari obbligatori li devono firmare loro. D’estate aumentano.
    “Il figlio del diavolo viene inseguito da tre equipaggi della Croce Rossa in tutta la notte. La prima pattuglia va a prenderlo a casa vicino a corso Sempione, lui oppone resistenza, scappa e si dilegua a piedi nudi. La seconda lo avvista sempre in zona parco Sempione e tenta di acchiapparlo ma lui, sempre a piedi nudi, riesce a fuggire. La terza aiutata da un poliziotto lo trova in via della Moscova, riesce ad immobilizzarlo e a condurlo all’ospedale Niguarda. Il paziente appare insolitamente tranquillo. Mentre sta per arrivare in ospedale inizia a sussurrare di essere ‘il diavolo’, ‘io sono il figlio del diavolo”.
    “Uno la domenica sera ogni tanto passava per la strada, suonava ai citofoni e diceva ‘Ciao sono comunista! Sei felice?’”. Sottoporre il caso a Pisapia?

  • 13Lug2015

    Marta Abbà - Omnimilano

    Potrebbero proporlo come test, e come testo, per un ipotetico esame di “cittadinanza milanese”: chi ne conosce almeno la metà, è un buon frequentatore e osservatore delle strade di Milano. Si tratta del “Repertorio dei matti della città di Milano”, pubblicato dalla milanese Marcos y Marcos che, un progetto così, non poteva che metterlo nelle mani di Paolo Nori, il curatore.

    Questo noto autore è senza dubbio il più adatto custode e garante di un libro che ha un carattere tutto suo, anzi, ha mille caratteri, quelli di tutti i matti che lo compongono e, ciascuno con il suo grillo per la testa, con la sua colorata pazzia a sconfiggere il “famoso” (ma reale?) grigio milanese.
    C’è “la tipa” che chiama numeri a caso e si presenta come fidanzata di Umberto Veronesi, e c’è chi invece preferisce i citofoni: li schiaccia a caso e dice “ciao io sono comunista, tu sei felice?”. Una bella provocazione, di questi tempi.
    Per par condicio c’è il matto milanese che gira le librerie dicendo di essere mussoliniano e di essersi arruolato in tenera età nella Repubblica sociale d’Italia. C’è il manager ossessivo, la ninfomane, chi urla, chi sussurra, chi scrive cose strane sui muri, chi hashtag a caso su cartelloni. Molti si annidano in metropolitana, ma il centro e le vie della movida sono ben popolate dai matti che amano essere visti, essere parte della città. Ci interagiscno con gusto, a volte decorandola, a volte un po’ rovinandola. Non sempre, però, la pazzia prende una brutta piega: ci sono i pazzi poeti che magari quando si incontrano strappano un sorriso. Sono matti, sì, ma innocui, e Nori nelle pagine di questo libro li sa raccontare con ironia delicata.
    Lo fa con disinvoltura, come quando legge i suoi testi dal vivo, ma è una operazione di estrema difficoltà. Toccare il tema della pazzia, svelare quanta ce n’è a Milano, senza veli né spiegazioni, senza contesto, ma elencando casi umani così come sono. Senza retorica, senza compassione, senza accuse. Solo fatti.
    Infatti il testo della Marcos y Marcos è un repertorio documentaristico, il resto è “compito” di chi legge, di chi gira per le strade, di chi interagisce o passa e va quando incontra un esemplare dei catalogati. Chissà quanti matti i lettori milanesi già conoscono, magari alcuni segnano le loro giornate perché fissi ad un certo bar o in una certa strada. Sono parte della città, ufficilamente, e adesso anche i matti di Milano hanno la loro mezza pagina di gloria.
    Questo libro è una doverosa lettura per chiunque abbia intenzione di farsi passare per milanese, di origine o di adozione. Nasce dal seminario meneghino della serie con cui man mano la casa editrice sta catalogando i matti di tutto il Paese. Ne nascono guide sparse per tutto lo stivale in cui chi partecipa, di volta in volta, si fa “cantore della contemporaneità”, dando voce agli squinternati davanti a cui si devia, con lo sguardo se non con il passo. Qui, in queste pagine, con Marcos y Marcos, gli squinternati sono al centro. Nel titolo e nella pagine, perché sono nella città, e anche nelle nostre vite. Leggendo, vivendo Milano, è inevitabile rendersene conto.

  • 12Lug2015

    Paolo Albani - Il Sole 24 ore

    Forse ogni città del mondo dovrebbe avere un repertorio dei pazzi, così come in ogni città esistono le guide dei ristoranti e degli alberghi.

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  • 29Giu2015

    Andrea Cardoni - Vita.it

    A leggere la cosa che ha scritto Umberto Eco sulla stampa responsabile che dovrebbe “dedicare almeno due pagine ogni giorno all’analisi di siti web (così come si fanno recensioni di libri o di film) indicando quelli virtuosi e segnalando quelli che veicolano bufale o imprecisioni”, dopo che  lo stesso Umberto Eco aveva detto che “su sette miliardi di abitanti del pianeta ci sia una dose inevitabile di imbecilli, moltissimi di costoro una volta comunicavano le loro farneticazioni agli intimi o agli amici del bar — e così le loro opinioni rimanevano limitate a una cerchia ristretta”, mi è venuta in mente la storia del venditore poeta-filosofo dei Navigli, a Milano, che si chiama Aldo Monticelli.

    Lui, oltre a essere un blogger, spiega come innescare la saggezza planetaria: dice che per fare una rivoluzione globale del web è necessario convincere tutti a fare una piccola donazione mensile ai creativi culturali come lui. Poi Aldo Monticelli, sul suo canale youtube, parla della Democrazia perfetta delle cellule del corpo umano“nella quale il voto di poche cellule può influenzare la decisione del corpo di fare un’azione o non farla”. Aldo Monticelli ha inventato e brevettato una nuova forma di scrittura che verrà compresa in un futuro da forme di vita non antropomorfe e Un’altra delle cose che dice il poeta filosofo Aldo Monticelli è: “Se non pensi troppo farai la cosa giusta”. La storia di Aldo Monticelli fa parte del “Repertorio dei matti della città di Milano” e nella sua storia si dice che che parla volentieri co chi si ferma vicino a lui, osserva, saluta e sorride a tutti quelli che lui dice che sono gli immortali e gli immortali “sono coloro che pensano, che si interrogano. Li chiamano in tanti modi diversi: geni, estrosi, artisti, eretici. Addirittura, c’è chi dice: pazzi. Sono etichette, ma non importa. Quel che conta, è andare oltre il senso comune, fermasi, porsi delle domande”. Ecco: se posso dare un consiglio è di leggere due pagine al giorno non dell’analisi dei siti web, ma del del “Repertorio dei matti della città di Milano” e del “Repertorio dei matti della città di Bologna”, curati da Paolo Nori e raccolti da “cronisti medievali della contemporaneità”, dove non ci sono imbecilli, ma solo matti, che è bello conoscerli.

  • 10Giu2015

    Valentina Avoledo - LaRepubblicaSera

    I matti della porta accanto (ma forse siamo tutti matti)

    Il primo a preoccuparsene in senso letterario è stato il siciliano Roberto Alajmo, che nel 2012 ha scritto il Repertorio dei pazzi d’Italia: un’antologia in cui ha raccolto, con l’aiuto di dieci scrittori, le storie dei matti “per aggiornare i luoghi comuni” sul loro conto. Due anni più tardi lo scrittore emiliano Paolo Nori, in giro per l’Italia impegnato in un workshop di scrittura, ha chiesto ai partecipanti dei suoi corsi di aiutarlo a compilare un “censimento” che raccolti i matti della loro città.

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  • 03Giu2015

    Antonio Gurrado - Ilfoglio.it

    Pensiamo di essere infelici; ma se invece fossimo soltanto stronzi? Gli ultimi dati Eurostat certificano che gli italiani non ritengono la vita alla loro altezza e sono insoddisfatti dei rapporti umani. Sai che novità: due anni fa il Censis ci definiva sciapi e infelici mentre nel 2007 uno studio di Cambridge c’incoronava popolo meno contento d’Europa, mica come i danesi che svettavano al primo posto. Per tirarci su dovremmo leggere il libretto di Amleto De Silva che l’editore LiberAria ha pubblicato col titolo “Stronzology” quando sarebbe stato più azzeccato chiamarlo “Contro gli psicologi”. A leggere De Silva, sono loro la causa della nostra infelicità perché hanno sdoganato la stronzaggine.

    Lo stronzo è infatti colui che non solo compie il male ma ti persuade della valida ragione che ha per farlo; ora, poiché secondo la psicologia un tanto al chilo qualsiasi atto compiamo è spia di qualcos’altro, allora tutto ha una giustificazione profonda e nessuno si assume la responsabilità delle proprie azioni. Non è colpa nostra se siamo così. Anzi, ci sentiamo diversi da come la realtà degli atti ci palesa (De Silva cita il caso limite della donna che si concede solo storie di una notte perché non si ritiene tipo da storie di una notte) e la psicologia ci blandisce insegnandoci che tutto dipende dalle circostanze. De Silva non ci concede attenuanti: perché giustificare un ladro dicendo che è povero se altri poveri non sono ladri? Gli atti sono frutto di libera scelta, non di moti d’animo necessitati da congiunture. Non lo cita perché ha scritto prima, ma nel caso del pilota della Germanwings molti hanno parlato di suicidio risaltando il suo malessere e sottovalutandone la decisione di commettere centocinquanta omicidi. Nel comune sentire il criminale ha ceduto il passo al folle, la responsabilità alle circostanze, il bene alla felicità individuale, l’etica alla psicologia.
    E i matti, appunto? Qui ci soccorre Paolo Nori che per Marcos y Marcos intende seguitare il progetto di Roberto Alajmo pubblicando un “Repertorio dei matti” delle città italiane. Vasto programma. Per ora sono usciti i volumi dedicati a Bologna e a Milano: quest’ultimo è un catalogo ammirevole che però qua e là si lascia andare – Nori è il curatore, aiutato da diciannove compilatori – all’idea sottesa che i matti siano beati nello straniamento, esenti dalla follia collettiva dei milanesi “immersi nei loro pensieri fatti di scadenze, priorità e password da ricordare”. Il problema è l’inverso. Il minimo comun denominatore emerso dal repertorio è che il matto dice cose giuste o coerenti, benché opinabili, all’interno di un contesto sbagliato (inneggia alla rivoluzione proletaria con un mangiadischi sotto braccio, patrocina il sistema tolemaico inveendo contro Galileo mentre vende gelati, proclama il Regno dei Cieli quando viaggia in metrò servendosi degli appositi sostegni); oppure compie atti comuni privandoli del loro scopo (in biblioteca fissa i libri senza leggerli, si veste da guardia giurata ma non è una guardia giurata, al supermercato riempie il carrello ma non lo porta in cassa).

    Tutto sta nel rapporto col contesto: se il sistema di riferimento diventa idiotico, ripiegato su se stesso, gli atti perdono di senso. Lo dimostrano i versi scritti dai matti che il “Repertorio” riporta, del tutto indistinguibili da quelli di poeti professionisti salvo che nella forma di pubblicazione. Il matto più significativo del libro è uno che è tale perché infelice e consapevole della propria infelicità ma non delle sue cause, ragion per cui ripete ai passanti: “Non ero così, prima! Mi hanno imbrogliato!”. Sarebbe piaciuto agli statistici dell’Unione Europea come tipo italiano medio cui far indossare il berretto a sonagli dell’infelicità: diventiamo sempre più tristi perché poco a poco ci straniamo dal contesto oggettivo e incardiniamo sul nostro ombelico il sistema di riferimento da cui emettere giudizi assoluti. Diventiamo sempre più matti per noi stessi e stronzi per gli altri.

  • 15Mag2015

    Redazione - Chedonna.it

    Oggi, CheDonna, per la categoria Libri, vi propone due novità: Repertorio dei matti della città di Bologna e Repertorio dei matti della città di Milano a cura di Paolo Nori in libreria dal 14 maggio.
    È ovvio che non si valuta un matto: non si dice “costui è un matto ‘bravo’”, non ci sono matti migliori di altri; un matto è un capolavoro inutile, e non c’è altro da dire.

     

    Giorgio Manganelli
    L’idea era venuta a Roberto Alajmo: raccontare una città attraverso i suoi matti, illustri o sommersi.
    Lui aveva scritto il Repertorio dei pazzi della città di Palermo, e auspicava che ogni città ne avesse uno, come ha la guida dei monumenti e dei ristoranti.
    Paolo Nori ha rilanciato, organizzando laboratori di scrittura “senza sentimento” di città in città; i partecipanti censiscono i matti con occhio imparziale, trasformandosi in “cronisti medievali della contemporaneità”.
    A oggi si sono conclusi i laboratori di Bologna, Milano, Torino e Genova.
    I primi due Repertori, Bologna e Milano, sono pronti: una lettura piacevole ed emozionante, per ritrovare luoghi, riconoscere persone, ma anche i tic e le qualità nascoste delle nostre città.
    I Repertori delle città di Bologna e Milano verranno presentati al Salone Internazionale del libro di Torino, sabato 16 maggio.

  • 09Mag2015

    Camilla Tagliabue - Il Fatto Quotidiano

    Il catalogo è questo: “Uno era un ragioniere in pensione che aveva deciso di ammazzare il cane perché non abbaiava più al postino”; un altro è l’eremita che accoglieva…

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