A con Zeta

Archivio rassegna stampa

  • 25Lug2017

    redazione - Lucialibri.it

    Günday e la riscoperta dell’umanità attraverso la violenza

    Storie su storie, seguendo gli imprevedibili disegni del destino in “A con Zeta” dello scrittore turco. Due giovanissimi, il cui nome differisce solo per un accento, convergono in un poetico finale dopo centinaia di pagine grottesche e irriverenti, dolci e spudorate, mai noiose.

     

    Dalla Turchia più arcaica alla Londra più multiculturale, dal sesso estremo alla letteratura più raffinata, per distillare storie affastellate su storie, sezionare la violenza del tempo odierno, a varie latitudini, e riscoprirsi uomini, facendo i conti anche con essa, dare (anche) un nuovo punto di vista sul dialogo e sulla contrapposizione fra est e ovest. C’è un romanzo che fa fare un viaggio simile, fra questi luoghi e pensieri. «Da allora non ci furono più parole tra Derdâ di Yatirca e Stanley di Londra, ma solo urla. Uno urlava di paura, l’altra urlava per incuterla. Qualsiasi cosa ci fosse tra l’Oriente e l’Occidente, era identico a quello che c’era tra Derdâ e Stanley. Minaccia e supplica. Punizione e ricompensa. Passività e violenza. Sadismo e masochismo». Questo è un breve brano che si può leggere a poco meno di un terzo di A con Zeta (447 pagine, 18 euro) dello scrittore turco, Hakan Günday, pubblicato da Marcos y Marcos, nella traduzione di Fulvio Bertuccelli, trentunenne messinese. Günday sembra avere tutto per restare a pieno titolo nella grande famiglia di Marcos y Marcos, nei riconoscibilissimi autori del catalogo, da Miriam Toews a Bruno Osimo, da Ricardo Menéndez Salmòn a Paolo Nori, da Pedro Lemebel a Cristiano Cavina, da Leon De Winter a Jaspef Fforde, per citare con gusto personalissimo. Günday è una bella sorpresa, un’altra conferma che la Turchia letteraria guarda oltre Orhan Pamuk, Nobel da emulare, da superare. Altro esempio recente della nuova letteratura turca è stato “Gli innocenti” di Burhan Sönmez, edito in Italia da Del Vecchio, che guardava ancora più all’occidente di “A con Zeta”, romanzo più in bilico fra la Turchia e ciò che è fuori dai suoi confini.

    Due destini in un accento diverso

    Günday sa raccontare l’odio e l’amore – che riguarda individui come mondi opposti e lontani – ma soprattutto gli imprevedibili disegni del destino. Quelli che, ad esempio, riguardano due giovanissimi (il cui nome differisce solo per un accento circonflesso): portano la giovanissima Derdâ da un collegio del sud-est curdo della Turchia, a cui la madre Saniye la sottrae con l’inganno, ad essere venduta come sposa, da una casa londinese dove vive “sepolta” accanto a un marito violento, Bezir, ad esperienze sadomaso e alla tossicodipendenza, prima di giungere a una nuova vita, grazie a un’infermiera; i disegni del destino che portano il suo coetaneo Derda dal cimitero di Istanbul – in cui vive di espedienti, pulendo tombe e mendicando compassione dai visitatori – a un magazzino in cui si stampano illegalmente libri che poi finiscono sulle bancarelle, dal totale analfabetismo a una passione per le opere di Oğuz Atay, fra i padri del romanzo moderno turco, il cui valore però fu riconosciuto dopo la morte prematura.

    In fuga da ignoranza e ottusità

    Tutti e due vivono per coronare una fuga dall’ottusità e dall’ignoranza, dall’assenza di sentimenti, attraverso passaggi tutt’altro che piacevoli (Derdâ, con tanto di burqa, sarà protagonista di alcuni filmati porno; Derda, che ha il padre in prigione, quando muore la madre, la fa a pezzi e la seppellisce, per non finire in orfanotrofio, e dice a tutti che lei è tornata al villaggio), a cui Günday, nemmeno quarantenne, dà fiato senza risparmiarsi, scrivendo un romanzo fluviale, allo stesso tempo intenso e irriverente, grottesco, dolce e spudorato, mai noioso.

    Esorcizzare la decadenza attraverso il dolore

    Alle spalle dei due protagonisti di “A con Zeta” e delle loro solitudini, convergenti nel poetico finale, c’è un universo in cui predominano la ferocia e la violenza, fisica e psicologica: la scena underground londinese, la criminalità internazionale, i conflitti fra turchi e curdi, ipotesi di attentati alla cultura occidentale da parte di alcuni estremisti. «È la vita in sé – spiega il narratore, mentre introduce la carriera da dominatrice di uomini masochisti di Derdâ – a essere traumatica. Tutta la vita, in ogni suo aspetto, ogni cosa, specialmente quelle che non sembrerebbero traumatiche, come nascere. In altre parole, la depressione post partum non è una patologia mentale che colpisce le gestanti, ma è la definizione più compiuta della vita stessa: istinto di sopravvivenza, malgrado l’orrore della vita. Gli inferni che Günday racconta gettano luce sul disgusto e sulla decadenza con cui il mondo fa i conti e che i suoi personaggi provano a dissolvere e a esorcizzare, anche attraverso il dolore, per fare i conti infine con la propria umanità, guardarla in faccia, riscoprirla e viverla.

  • 04Set2015

    Cristian Porcino - Lerecensionidelfilosofoimpertinente.blogspot.it

    Due storie parallele e complementari in grado di ammaliare sin dalle prime pagine. “A con Zeta” è un’opera cruda e senza pietà. Günday non risparmia critiche alla cultura araba ed europea. Per lo scrittore turco, tanto in Medio Oriente quanto in Occidente, l’essere umano è impregnato della stessa dose d’ipocrisia e indifferenza nei confronti del prossimo.

    La storia ruota attorno alle vicissitudini di Derdâ e Derda, una bambina e un bambino separati da un semplice accento.

    Appare drammatica e convincente la descrizione dell’infanzia negata dei due protagonisti; un’infanzia caratterizzata solamente da miseria, violenza e morte. L’autore utilizza, senza troppe metafore, descrizioni macabre ma avvincenti. “A con zeta” sfida la morale e il perbenismo di facciata. Senza ombra di dubbio il romanzo di Hakan Günday è uno dei libri più affascinanti e intensi degli ultimi anni. Da leggere assolutamente.

  • 01Ago2015

    Marilia Piccone - Wuz.it

    La porta della stanza si aprì e, sulla soglia, apparve Derdâ con la zia che la spingeva tenendola per le spalle. In realtà, più che Derdâ apparvero i suoi occhi, l’unica parte del corpo lasciata scoperta. Derdâ posò prima lo sguardo su Ubeydullah e si sentì pervasa dalla paura. Poi vide Bezir e la sua paura si fece addirittura più grande. Si voltò verso la madre che le stava accanto e le tese la mano. La madre la tenne stretta per qualche attimo, ma poi la lasciò.

    Due storie, che in apparenza non hanno nulla in comune, in un solo romanzo. Due storie che ci intrigano subito quando vediamo i nomi dei due protagonisti all’inizio di ognuna delle due parti a loro dedicate: Derdâ e Derda.

    Un accento circonflesso sulla vocale finale che fa la differenza: Derdâ è una bambina di undici anni e Derda è un maschietto che ha la sua stessa età.
    Il titolo, semplicissimo, A con Zeta, contiene la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto: come in un cerchio l’inizio del romanzo si congiungerà con la fine e ci renderemo conto del filo sottile che unisce le due vicende e i due personaggi, come fossero l’una la versione femminile dell’altro.

    Conosciamo Derdâ la notte che succede qualcosa di drammatico.
    È in collegio, in una cittadina della Turchia il cui nome ci è ignoto.
    La bambina di sei anni che dorme sopra di lei nel letto a castello cade dall’alto e muore.
    Un caso? Lo stigma di una colpa che Derdâ, che non le ha voluto cedere il posto di sopra, si porterà dietro tutta la vita?
    E comunque Derdâ ritorna al villaggio con sua madre.
    Pensa che sia solo per una settimana, e invece la madre ha già preso accordi per venderla in matrimonio ad un uomo molto più anziano che la porterà in Inghilterra e la terrà reclusa in un appartamento per cinque anni, violentandola e picchiandola.
    La sua infanzia le viene strappata a forza.
    A sedici anni Derdâ vede dallo spioncino un uomo.
    Dal colore della pelle e dei capelli deve essere inglese.
    Riesce a mettergli in mano dei fogli con dei disegni in cui cerca di illustrare la sua situazione, il suo desiderio di fuga: Derdâ non sa neppure una parola di inglese.
    Difficile dire se la sua vita migliori o peggiori, quando incomincia a frequentare Stanley ed un suo amico che richiedono da lei delle prestazioni particolari (sono amanti del sadomaso).
    Da qui sarà un precipitare verso un baratro che è sì la libertà con la fuga dall’appartamento-prigione, ma anche una nuova schiavitù fatta di sesso, film porno (… ah! il successo di una protagonista in chador), dipendenza dall’eroina.
    “E quindi uscimmo a riveder le stelle”, perché anche Derdâ, lo scoprirete, esce dall’inferno.

    Derda è tra i miseri della terra: è uno dei tanti bambini che puliscono le tombe al cimitero, sperando nell’elemosina dei parenti dei morti.
    Suo padre è in prigione, sua madre muore.
    Derda non vuole finire nell’orfanotrofio, seppellisce la madre dopo averla fatta a pezzi: è più traumatizzante questa fine dell’infanzia o quella di Derdâ?
    Quando, a sedici anni, è troppo grande per impietosire i parenti dei morti, un amico gli trova lavoro presso uno stampatore di libri proibiti.

    Il modo in cui Derda impara a leggere è altrettanto strano quanto quello in cui Derdâ impara l’inglese: la tomba che puliva in maniera ossessiva era infatti quella di un famoso scrittore, Oguz Atay.
    Quando Derda sente parlare di questo scrittore e delle sue idee rivoluzionarie, quando viene a sapere che è morto giovane, impara a leggere per poter capire i suoi libri e si mette in testa di doverlo vendicare.
    Sarà un massacro e Derda sconterà venticinque anni di prigione.

    Se questo è un veloce abbozzo delle due trame, senza svelare il finale e il ricongiungimento delle due storie, c’è molto altro dietro di esse.
    Se le crude storie dei due bambini sono prima di tutto un’accorata difesa dei diritti dell’infanzia, diventano poi la storia di due diversi imprigionamenti di cui sono responsabili la condizione femminile, l’ignoranza, la povertà, i pregiudizi.
    Nelle vicende di Derdâ e di Derda si mescolano pure le lotte tra le diverse etnie turche, tra i grandi commercianti di droga fra cui fanno anche capolino servizi segreti e spie.

    A con Zeta è a tratti un libro eccessivo, a tratti artificioso, a tratti grottesco e granguignolesco, a tratti addirittura sgradevole.
    E tuttavia questo romanzo, proclamato miglior libro del 2011 in Turchia, si legge con piacere, alla ricerca di indizi che ci aiutino a comprendere la realtà di un paese da sempre sospeso tra Oriente e Occidente, tra arretratezza e modernità.

  • 05Giu2015

    Andrea Coccia - LINKIESTA

    “La Turchia è come il jazz, cerca la sua identità improvvisando”
    Una conversazione a tutto campo con lo scrittore turco Hakan Gunday, sul suo paese, sulla censura, sul futuro democrazia e sulla minaccia dell’Isis.

    In questi giorni la Turchia si avvicina al voto delle elezioni politiche, che in molti qui da noi dipingono come un bivio storico che pare, però, a senso unico, o quasi. Tutto pare dipendere dalla dimensione della vittoria dell’Akp, il partito del presidente Erdogan, data per certa, che se dovesse aggiudicarsi la maggioranza assoluta del parlamento potrebbe indire un referendum costituzionale e trasformare la Repubblica parlamentare in presidenziale.

    Ma non ci sono solo le elezioni politiche, la rete di problematiche a cui deve far fronte di questi tempi la Turchia — e che inquietano l’opinione pubblica occidentale — è molto più ampia, è fitta, e racchiude anche il tema della censura e delle minacce ai giornalisti e ai blogger da parte del governo e quello dell’Isis, che è da mesi alle porte della Turchia e che anche se ha perso il possesso di Kobane, città siriana che sorge a poche centinaia di metri dal confine turco, rappresenta un fronte aperto e molto pericoloso.
    Martedì 2 giugno, La grande invasione di Ivrea ha ospitato uno dei più importanti scrittori turchi di questi anni. Lui si chiama Hakan Günday, è nato nel 1976 e abitato in giro per l’Europa per vent’anni, al seguito dei genitori diplomatici, prima di tornare a Istanbul. Ora ha da poco pubblicato in Italia il suo libro A con Zeta (Marcos y Marcos), un romanzo in bilico tra occidente e oriente, uno degli otto che Günday ha pubblicato in Turchia, dove è stato acclamato come una delle voci più interessanti e importanti della sua generazione.
    «Per prima cosa non pensare che la Turchia abbia solo due facce», dice ridendo, mentre fuma la prima di una serie di sigarette. «Ne ha molte, molte di più. È un paese molto complesso, che negli ultimi quindici anni ha vissuto un grande cambiamento, sia sociologico che politico».

    Che periodo sta attraversando il tuo paese?


    Se partiamo dalla società, possiamo dire che la popolazione in questo momento è molto dinamica, soprattutto la nuova generazione di giovani. La Turchia di oggi è un paese in costante cambiamento, che in parte sta provando a liberarsi da quelle che sono vecchie catene che abbiamo intorno al collo da secoli, e che, in generale, sta cercando di trovare la sua nuova identità. Da questo punto di vista si può dire che la Turchia è un paese che sta improvvisando, come nel jazz. Sta cercando la propria voce, la propria identità, una propria nuova realtà possibile. Questo perché per tanti anni le differenti parti della popolazione si sono ignorate tra loro, non comunicavano, quasi non si conoscevano. Ma ora le cose stanno cambiando e tutti vengono in contatto con tutti. È una dinamica molto importante, ma è anche fonte di confronti e attriti anche aspri.

    E a livello politico?

    A livello politico viviamo l’emergere di quella parte che era stata finora oppressa (quella religiosa) e che ora rivendica la propria identità. Il problema è che si sta spingendo un po’ troppo in là nella sua rivendicazione e tende a volere che tutti la pensino come loro. È pericoloso, perché rischia di sfociare nell’autoritarismo.
    «I paesi musulmani nella storia hanno dato due esiti: o una dittatura ultrasecolare o la sharia. In mezzo non c’è nulla, anzi, in realtà c’è una cosa gigantesca che si chiama Democrazia».

    Cosa ti aspetti dal futuro?

    Non so, è difficile giudicare cose che stanno avvenendo sotto ai tuoi occhi. E non è facile neppure prendere ad esempio altre storie di altri paesi. Sai, quando tenti di confrontare la Turchia con un altro paese del mondo, non lo trovi, perché non esiste. Per questo prima parlavo di improvvisazione, perché la Turchia deve trovare un nuovo modo di essere se stessa, ma senza poter guardare ad altri esempi. Quando guardi ad altri paesi a maggioranza musulmana, nella storia puoi trovare due differenti esiti: o una dittatura ultrasecolare — pensa alla Siria di Assad, per esempio — oppure l’affermazione della sharia. In mezzo non c’è nulla, anzi, in realtà c’è una cosa gigantesca che si chiama Democrazia. Ma per arrivarci ci vuole molto tempo.
    «La protesta di Gezi Park è stata una cosa inedita in Turchia: molti giovani scendevano in piazza per la prima volta, sono loro il nostro futuro»

    Hai parlato di grossi cambiamenti sociali e politici in corso in Turchia negli ultimi anni. Ci racconti cosa è successo?


    La protesta di Gezi Park, ovvero qualcosa a cui noi non avevamo mai assistito prima. È stato un movimento radicalmente nuovo. Per la prima volta non c’erano leader nella protesta. Per la prima volta era composta da giovani, molti dei quali scendevano in piazza per la prima volta. E da ultimo, ha unito tante diverse fazioni e partiti che prima di allora si erano sempre combattuti, ma che lì, in quel parco di Istanbul, erano mano nella mano a difendere il diritto di tutti loro di esistere, di avere libertà di espressione.
    «È la prova che una nuova generazione sta emergendo con i propri nuovi strumenti: internet, twitter, facebook, ma anche lo humeur, e altri strumenti di lotta pacifica che in Turchia non si erano mai visti»

    Che segni ha lasciato questa protesta nel paese?


    Essendo una cosa del tutto nuova, è molto difficile da analizzare. Abbiamo bisogno di tempo, di vedere gli effetti a lungo termine, di metabolizzare quello che è successo. Quello che posso dire è che è stata una inedita e gigantesca protesta per ottenere il diritto alla protesta. Milioni di persone sono scesi in piazza, molti come dicevo per la prima volta. Purtroppo nove persone sono morte, ma resta un fatto, che è la prova che una nuova generazione sta emergendo con i propri nuovi strumenti: Internet, Twitter, Facebook, ma anche lo humeur, e altri strumenti di lotta pacifica che in Turchia non si erano mai visti. Per esempio, a un certo punto, dopo gli scontri con la polizia, quando tutti pensavano che fosse tutto finito e che si sarebbe tornati alla normalità, un ragazzo è sceso in piazza, a Taksim, e semplicemente si è messo in piedi, fermo, senza dire una parola. La polizia non sapeva cosa fare, gli girava attorno, non capiva e non poteva far niente. È stato lì per ore, e poi, piano piano, una dopo l’altra anche altre persone sono arrivate e si sono messe in piedi, ferme, senza parlare, senza alcun atto, men che meno di violenza. È stata una cosa memorabile, che grazie ai social network si è diffusa a macchia d’olio in tutto il paese, con decine, centinaia, forse di migliaia di persone che hanno protestato in quel modo.
    «Come te e me, questi ragazzi fanno parte di una generazione speciale: sono il primo risultato della globalizzazione culturale, di internet, i primi della Storia a non avere più bisogno dei confini»

    A cosa porterà tutto questo?

    Francamente non lo so, è difficile dirlo ora. Possiamo solo dire che è successo, ed è un primo passo, anche perché non si potrà tornare indietro, bisogna che tutta la Turchia ci faccia i conti. La cosa più interessante è che nel giro di dieci anni, quelle centinaia di migliaia di giovani che erano il nucleo della protesta diventeranno adulti, entreranno nel mondo professionale, potranno dire la loro, cambiare la Turchia.
Abbiamo bisogno di loro, della loro energia, delle loro idee. Perché come te e me, tutti questi ragazzi fanno parte di una generazione speciale, sono cittadini del mondo, sono il primo risultato della globalizzazione culturale, di internet, sono i primi della Storia a non avere più così tanta esperienza dei confini e delle differenze di nazionalità.

    Uno dei temi che inquieta di più gli europei è la censura. Cosa puoi raccontare a proposito?

    La censura, per come l’ho sperimentata io sulla mia pelle, è come un bambino di 5 anni. Va dove c’è più rumore. Per questo motivo oggi come oggi i più attaccati sono i giornalisti e i blogger. Quindici anni fa erano i romanzieri e i poeti, ma oggi non più, ad essere più attaccati dalla censura sono le persone che riescono ad arrivare a milioni di persone tramite internet. È per questo che il governo ora usa il pugno di ferro contro i giornalisti.
    «La censura è come un bambino di 5 anni. Va dove c’è più rumore. Per questo motivo oggi come oggi i più attaccati sono i giornalisti e i blogger»

    Che esperienza hai avuto della censura?


    Io personalmente non ho quasi mai avuto problemi. Anzi, in realtà ne ho avuto uno, con l’esercito, che mi voleva processare perché avevo scritto un romanzo sulla leva, che in Turchia è obbligatoria. Ma alla fine il giudice decise di non proseguire, non c’era di che processarmi. In generale gli scrittori mi sembrano più liberi di qualche anno fa. Ora chi rischia sono i giornalisti, i documentaristi, chi riesce a comunicare a milioni di persone. I libri non arrivano in così tante mani, purtroppo. Chiaramente le cose che ti dico sono tutte basate sulla mia esperienza personale, non bisogna mai dimenticare, quando si parla di censura, che essa è subdola e sottile, e riesce ad agire soprattutto all’ombra.

    Cosa può fare la letteratura per cambiare le cose?


    Sì, è quello che cerco di fare. Quando ho iniziato a scrivere, quindici anni fa circa, ho capito che scrivere era la cosa migliore per pensare e per capire. Non a caso una delle punizioni che si usano con i bambini è proprio quella di fargli scrivere centinaia di volte la stessa frase. Per arrivare a qualcosa devi andare scavare in profondità nei tuoi pensieri. Quindici anni fa dicevo a me stesso: “scrivi cose che non capisci, e poi prova a capirle scrivendo”. Tutte le storie che cerco di raccontare sono storie che possono dare alla gente l’opportunità di stare lucidi. Io resto lucido scrivendo. Se quel che scrivo può avere successo è questo: permettere ai lettori di essere lucidi e di capire cosa gli succede attorno. Perché se di questi tempi abbiamo un serio problema è proprio quello di abituarsi ai soprusi, alla violenza, alle ingiustizie. Ci stiamo abituando, e questo è il più grande pericolo, perché una mattina ci sveglieremo e saremo fregati, tutto sarà deciso da altri, dal governo, e non sapremo nemmeno perché. Quello che spero di riuscire a fare con i miei libri e le mie storie è registrare i passaggi, i lividi e le impronte che la realtà ci lascia addosso, proprio per scongiurare il fatto che un giorno possiamo svegliarci e non ricordarci nemmeno chi ci ha picchiato.
    «La cosa peggiore che può capitare all’Europa è di diventare un museo di idee»

    Hai vissuto parecchio in Europa prima di tornare a Istanbul, secondo te che pericoli corre la democrazia in Europa?

    La cosa peggiore che può capitare all’Europa è di diventare un museo di idee. Sentirsi soddisfatti di quello che si ha acquisito, di ciò che si è fatto fino a oggi è una cosa giusta, ma se questa soddisfazione ci spinge a sentirci arrivati, a non chiedere che tutto quello che abbiamo guadagnato continui ad esistere. E oggi, per esempio, vuol dire non sapere cosa fare quando decine di migliaia di persone scappano verso l’Europa e chiedono aiuto perché i loro paesi sono in fiamme. E le democrazie europee in questo momento non hanno risposte per loro. E anche gli europei non sanno come comportarsi e pensano: «ma dove diavolo viene tutta questa gente? Noi eravamo felici a casa nostra, che cosa succede ora?»
    «La democrazia è un palazzo da costruire ogni giorno, perché sappiamo che verrà demolito ogni notte»

    Cosa deve essere la democrazia?

    La democrazia deve essere una realtà dinamica, qualcosa in continua evoluzione, una definizione che deve essere scritta ogni giorno, un palazzo che deve essere ricostruito ogni giorno. Non un museo. Perché se lo diventa, se i cittadini pensano di averla diventa come un trofeo, come una di quelle teste di animali esotici che decorano i salotti dei ricchi. Ma non è per niente questo: la democrazia deve essere in costante movimento, se no a un certo punto non dà più risposte ai problemi che la realtà ti pone davanti. È un palazzo da costruire ogni giorno, perché sappiamo che verrà demolito ogni notte.

    Cambiando argomento, come vive la Turchia il fatto di avere lo Stato Islamico alle porte di casa?


    Prima di tutto, da quando ero bambino il Medio Oriente è sempre lo stesso. È il campo di battaglia di tensioni e odi che esistono da almeno un secolo e, purtroppo, con quello che sta succedendo ora, ho l’impressione che rimarrà così fino al giorno in cui spilleremo l’ultima goccia di petrolio, ovvero secoli. Quando vedi l’emersione di un fenomeno come quello del Daesh, dello Stato Islamico, capisci che non è più un fenomeno locale, non è più il ceceno o il bosniaco che lottano per la loro indipendenza, questo è qualcosa di molto più grosso, e decisamente più terrificante. Quando vedi tutti questi ragazzi che lasciano le loro famiglie e che partono dalla Francia, dall’Inghilterra, dalla Germania, per andare a combattere per delle ragioni che nemmeno conoscono, in un posto che non hanno mai visto dove stanno succedendo atrocità che nemmeno si possono immaginare, be’, quando vedi tutto questo capisci l’esatta dimensione della tragedia. È diventata la terra per combattere, come un campo da gioco. Non fai scorrere sangue a casa tua, ma vai in Medio Oriente e lo fai scorrere lì, massacrando persone che nemmeno conosci.
    «La Turchia ha la possibilità di essere da modello per tutto il Medio Oriente. Perché prima o poi uno stato a maggioranza musulmana dovrà diventare una democrazia. Noi possiamo aprire la strada»

    Che ruolo dovrà avere la Turchia in questo contesto?

    La Turchia in questo scenario può e deve avere un ruolo importante. Deve agire a sangue freddo, perché tutte le battaglie che si stanno combattendo ora in Medio Oriente, a mio parere, sono battaglie plastiche, finte, sono basate su differenze etniche, culturali e religiose, non su cosa mangi la mattina o per quanti soldi riesci a guadagnare a fine mese. Sono conflitti inventati su problemi inventati per far massacrare le mille fazioni e parti sociali che in Medio Oriente vivono da secoli. Per questo la Turchia, se vuol entrare nel gioco, deve stare attenta, rischia di essere risucchiata dalla violenza, che è come il vuoto, quando ci entri in contatto non sai cosa può succedere dopo. La Turchia ha la possibilità di essere da modello per tutto il Medio Oriente. Perché prima o poi uno stato a maggioranza musulmana, come è la Turchia, dovrà diventare una democrazia. Nella storia non è ancora successo, ma la Turchia lo può essere. Non sappiamo quando e come, ma sappiamo che lo può quindi che lo deve essere. Deve dimostrare a tutti questi paesi come si può creare uno stato che sappia tollerare chiunque, che sappia far convivere potere religioso e potere temporale.

  • 30Mag2015

    Redazione - CheDonna.it

    Oggi, Che donna, per la categoria Libri, vi propone due novità firmate Marcos y Marcos.

    Pronti per La grande invasione 2015?

    Marcos y Marcos schiera due tra le migliori scoperte quest’anno.

    Dalla Turchia più giovane, più laica ed europea per la prima volta in Italia, Hakan Günday, stella nascente della nuova letteratura turca. Il suo romanzo A con Zeta, miglior libro del 2011 in Turchia, tradotto in diciannove lingue, ha colpito e conquistato anche la critica e i lettori italiani. 

    A Ivrea Hakan Günday ci racconterà come nascono Derdâ e Derda i due incredibili personaggi di A con Zeta, e potrà offrirci una testimonianza lucida e viva di quello che sta succedendo in Turchia nelle ultime settimane.

    Dalla Sicilia, un altro giovane autore, Stefano Amato con Bastaddi. Una riscrittura romanzesca, in chiave siciliana, del grande film di Tarantino, Bastardi senza gloria. Con i mafiosi al posto dei nazisti, la Sicilia del Maxiprocesso al posto della Francia occupata.

     

    Marcos y Marcos vi aspettia a Ivrea con questi due nuovi autori martedì 2 giugno alle ore 16.30 in un incontro presentato da Claudia Tarolo.

    Sempre il 2 giugno alle ore 11 invece ripercorreremo in una conversazione con Marco Zapparoli e Davide Ferraris i momenti salienti della storia della casa editrice, scoprendo le prossime mosse targate Marcos y Marcos.

    IVREA – Martedì 2 giugno

    ore 11 Sala Santa Marta 

    Marcos y Marcos si racconta… 34 anni di libri, idee e iniziative

    Marco Zapparoli in conversazione con Davide Ferraris (Libreria Therese)

     

    ore 16.30 Sala Santa Marta

    Claudia Tarolo in conversazione con 

    Hakan Günday, autore di A con Zeta e Stefano Amato, autore di Bastaddi

     

    Per comprendere la complessità del mondo mussulmano odierno consiglio di dare un’occhiata al romanzo “A con Zeta” del turco Hakan Günday. Mario Fortunato, L’espresso

     

    Bastaddi non è un tributo a Tarantino… piuttosto è la spiegazione del fatto che la cultura non è tanto una questione di originalità o di paternità, quanto di apertura verso il mondo e di rielaborazione continua di idee, come un enorme respiro collettivo. Jacopo Cirillo, finzionimagazine.it

  • 21Mag2015

    Salvatore Lo Iacono - asud'europa

    Dalla Turchia più arcaica alla Londra più multiculturale, dal sesso estremo alla letteratura più raffinata, per distillare storie affastellate su storie, selezionare la violenza del tempo odierno, a varie latitudini, e riscoprirsi uomini, facendo i conti anche con essa, dare (anche) un nuovo punto di vista sul dialogo e sulla contrapposizione fra este e ovest.

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  • 12Mag2015

    Raffaele Cecoro - Scrignodistelle.altervista.org

    Un piccolo pulitore di tombe e una ex sposa bambina diventata pornostar sono gli indimenticabili protagonisti di questo libro in cui soprusi, letteratura,agenti segreti, violenze,intrighi, amori e riscatto si intrecciano in un’avventura dal ritmo serrato e dal finale assolutamente inaspettato. Derda e Derdà sono due turchi che hanno i nomi che si echeggiano, null’altro in comune perché tutto il resto li rende inconciliabili. Lei sbuca a Londra a causa di un marito perfetto per farla infelice; lui, come già scritto, sopravvive lustrando le tombe. Eppure da punti lontanissimi, stanno per scontrarsi, come la A e la Z di un alfabeto circolare.

    Nel dettaglio Derdà è appena andata in moglie al brutale Besir, l’aspetta una vita di soprusi e violenze prigioniera di un appartamento londinese. Derda vive dell’elemosina dei parenti dei defunti e ha alzato lo sguardo sulla moglie di un altro, poco importa se questa è una bambina.
    La storia dura, violenta di due infanzie rubate. Nella Turchia dei giorni nostri, le vite di Derdà e Derda (undicenni) si incrociano nel loro sguardo in un cimitero di Istanbul per non incontrasi mai più fino a un finale di speranza e riscatto. Visti gli ingredienti non aspettatevi, dunque, una Istanbul levigata e divertente, non aspettatevi una storia accomodante ed esotica.
    Questo romanzo non risparmia niente e nessuno: oriente, occidente, vecchie e nuove generazioni. Con una scrittura agile e feroce, Gunday regala una storia di lotta, odio e amore senza facili moralismi e allontanandosi spietatamente dagli stereotipi. Ci sono scene forti, dure, dolorose ma necessarie. Il libro ci mette alla prova, ci maltratta costringendoci a fare i conti con la società contemporanea di cui facciamo parte e di cui siamo in parte responsabili. Il giovane autore turco racconta al mondo la voglia di libertà di un Paese ancora in contraddizione tra cambiamento e ortodossia. A noi è piaciuto un sacco, assolutamente consigliato!

  • 16Apr2015

    Sara Minervini - Sulromanzo.it

    “A con Zeta” di Hakan Günday: “Appena due lettere, ma contengono l’intero alfabeto”.

    Un attacco formidabile quello di A con Zeta di Hakan Günday (Marcos y Marcos, traduzione di Fulvio Bertuccelli), tanto da candidarsi senza alcun timore a diventare uno di quelli destinati a restare a lungo nella memoria, a sopravvivere ai princìpi (e alla fine) dei tanti libri che si potranno o vorranno leggere dopo: «Aveva sei anni e a sei anni sarebbe morta».

    Un incipit che crea atmosfera, aggancia il lettore, gioca con le sue emozioni e genera un’impressione, un sentimento inconfondibile di ineluttabilità, di una tragedia che non solo non c’è modo di evitare ma che anzi è necessaria.

    Un’atmosfera che avvolge la piccola Derdâ, undicenne di Yatrica, «un villaggio di spie e di figli di puttana» nella Turchia più remota. Venduta dalla madre come sposa a un uomo ottuso e brutale, una sciagurata progressione di situazioni dolorose la segue fino a Finsbury Park, un quartiere a nord di Londra, dove è segregata in un appartamento per cinque anni; la pervade e le si infiltra sottopelle anche quando, infine, riesce a fuggire pensando di sopravvivere e la getta, invece, nella morsa di altri e sempre più agghiaccianti carnefici. È in questi estenuanti sgambetti del destino che Derdâ inizia a operare una meticolosa dilapidazione del proprio corpo, un bene che crede di non possedere davvero, come la vita che consuma poco a poco tra eroina e pornografia: «Minaccia e supplica. Punizione e ricompensa. Passività e violenza. Sadismo e masochismo». Fino alla catarsi da cui scaturisce un processo di rigenerazione e riappropriazione del sé, in tutte le sue forme questa volta, del corpo, dello spirito e della mente.

    Poi c’è Derda. E un’altra storia sembra prendere forma all’ombra delle stesse pagine che fin lì avevano ospitato la prima. Derda è un ragazzino che vive all’interno del cimitero di Istanbul: anche lui ha undici anni, il padre è in carcere e la madre è morta all’improvviso. Per sfuggire all’orfanotrofio, si guadagna la vita pulendo le tombe, e successivamente in una tipografia clandestina; non sa leggere ma quel poco che riesce a imparare lo proietta nel mondo di Oˇguz Atay, scrittore precursore del post-modernismo letterario turco, controverso e contrastato, nelle cui disconnessioni dalla società conformista e tradizionale Derda trova il senso di se stesso, non senza essersi prima perso, perché – e questa è la verità più ovvia ma anche la più sincera – senza perdita non esiste ritrovamento.

    Derdâ e Derda non sono solo due nomi in apparenza simili, due capitoli di una storia a prima vista contingente; non sono solo i fili di un intreccio magistrale, un prezioso intarsio narrativo, una trama finemente lavorata. Derdâ e Derda sono la A e la Zeta: «Allora diciamo così: io ti conosco poco… poco… ‘Az’ nella nostra lingua… Ci hai fatto caso anche tu? ‘Az’ è una parola piccolissima. Solo A e Z. Appena due lettere, ma contengono l’intero alfabeto».

    Le storie di Derdâ e Derda sono come la parole di saussuriana memoria, meccanismi imprevisti e catalizzatori che incontrandosi formano la langue di un universo diegetico empirico. Casi individuali, irripetibili, accidenti singoli, mai uguali, come le fonazioni della A e della Z. Insieme tuttavia, quando alla fine si trovano e si uniscono, creano un sistema condiviso che permette di comunicare al mondo «un poco» delle loro vicende.

    È un’interpretazione, più precisamente è la intentio lectoris che ho scelto per orientarmi nel testo, scartando con conspevolezza ogni tentazione di leggere questo romanzo come manifesto o denuncia di una civiltà, quella mussulmana, con l’aggravante della condizione della donna e dei minori all’interno della stessa. Con ciò non si esclude, beninteso, che questa possa essere stata l’intentio autoris (certi didascalismi della narrazione suggerirebbero, anzi, questa ipotesi), ma trattandosi di un tema delicato ho preferito, in coscienza, non attribuire al romanzo una responsabilità che, in questa parte del mondo e in questo preciso momento storico, rischia di turbare tutto il resto, ostacolando la ricezione di toni, tracce, segni della scrittura che evocano, invece, un respiro più ampio, più lirico, una ricca messe di correlazioni trascendente i puri eventi raccontati.

    Questo romanzo sublima tante immagini, verità, contraddizioni, rivelazioni della precaria realtà dell’uomo in balìa dell’indefettibile binomio destino-fortuna, ma allo stesso tempo ricorda che nemmeno l’abiezione più meschina può abbattere la generosità e la delicatezza dell’amore come atto supremo di giustizia. Che messa così può certo apparire scontato, l’insostenibile leggerezza del lieto fine. Non fosse che tra l’inizio e la fine, l’A con Zeta, appunto, fluisce la stupefacente opera di Hakan Günday.

  • 12Apr2015

    Augusto Leone - LaBottegadiHamlin

    Hakan Günday (1976), astro nascente delle letteratura turca, autore cult per i giovani del suo Paese, tradotto per la prima volta in italiano, mostra in A con Zeta a noi occidentali smarriti nei cerebralismi artificiosi del postmoderno di credere nel valore salvifico della letteratura.

    I libri possono neutralizzare brutture e turpitudini che accomunano Occidente e Oriente: è questo il senso ultimo della storia di due giovanissimi che se non fosse per una a accentata avrebbero, non a caso, il medesimo nome. Derdâ, nata in un villaggio del sud est curdo, Derda, figlio di una baraccopoli di Istanbul, rappresentano per origini e storia due facce della stessa medaglia: lei viene venduta dalla madre a un sadico che la porta a Londra, il padre di lui è in prigione e Derda per non essere rinchiuso in un orfanotrofio deve fare a pezzi il cadavere della madre morta di cancro e seppellirla fra le lapidi del cimitero. Tutti e due incontrano sulla loro strada tutto ciò che di orribile ci si può immaginare e che la realtà contemporanea può offrire: efferatezza fisica e psicologica, omicidi, pornografia, droga, spionaggio, terrorismo islamico, mafia turca e quant’altro. Lei nella capitale inglese diventa una regina del cinema hard: il velo nero che simboleggia la sottomissione della donna islamica per un paradossale capovolgimento la trasforma in una inconsapevole dominatrice di maschi masochisti. Infine in un centro di recupero per eroinomani incontra un’infermiera, Anna (mamma in turco), che la accoglie in casa e le consente di studiare. Derda invece a Istanbul sopravvive alla miseria pulendo assieme ad altri bambini come lui le tombe per i parenti in visita in cambio di pochi spiccioli, poi, quando questo è impossibile, lavora in una stamperia pirata, dove entra a contatto con i libri, impara a leggere, e diventa fanaticamente devoto allo scrittore rivoluzionario Oğuz Atay, genio della letteratura turca prematuramente scomparso nel 1977, autore de I reietti.

    Le innumerevoli peripezie dei due “reietti” partono evidentemente dal presupposto che la narrazione romanzesca possa restituire se non la lettera sicuramente lo spirito della realtà in tutte le sue mille sfaccettature e nel suo indubbio alternarsi di luci ed ombre: nelle asperità dell’esistenza è possibile, se si crede in se stessi, trovare lo stimolo per andare oltre e per conquistarsi uno spazio nel mondo. Lì infatti vanno a sfociare le trame dei più classici dei romanzi, ove le anime, destinate ad incontrarsi, trionfano sul caso che le vorrebbe distanti.

  • 11Apr2015

    Gianluca Camogli - InYourEyesZine

    A con Zeta sono come l’alfa e l’omega, all’interno c’è tutto il racconto di una Turchia in pieno sviluppo e pur tuttavia ancorata a forti tradizioni culturali e religiose poco moderne.

    Bastano poche pagine per capire che A con Zeta, ottava fatica del turco Hakan Günday, non è per niente un libro come gli altri: due protagonisti che si alternano in modo netto, uno presente per le prime 200 pagine, l’altro in quelle successive, che si congiungono solo nella parte finale. La vita è un grosso mistero e attraverso le situazioni più impensabili porta ad unire sentieri completamente diversi.

    Derdâ è infatti una bambina che viene prelevata dalla scuola del suo villaggio in Turchia, mandata in Inghilterra per essere data in sposa ad un marito crudele che le inferisce una serie continua di soprusi e violenze coniugali. Riuscirà ad ottenere la libertà, ma solo attraverso un percorso altrettanto difficile: fare la pornostar e consumarsi di eroina.
    Derda è un bambino che vive in una baraccopoli vicino al cimitero e pulisce le lapidi per guadagnarsi da vivere. Cresce senza genitori e nella povertà, fino al momento in cui trova lavoro in una stamperia clandestina, impara a leggere e conosce la storia di Oguz Atay.
    Due vite vissute border line, ai margini della socialità e agli estremi della credibilità, in cui molti non avrebbero saputo sopravvivere.
    Nonostante Az in turco voglia dire poco, tra la A e la Zeta ci sono tutte le possibili lettere dell’alfabeto, tutte le possibili parole e tutte le possibili storie, anche quelle più strane, quelle appunto raccontate da Gunday che sorprendono per la loro crudezza e assurdità, a tal punto, a volte, da dover prendere una pausa dalla lettura e distogliere la mente e lo sguardo dalle pagine del libro.
    A con Zeta sono come l’alfa e l’omega, all’interno c’è tutto il racconto di una Turchia in pieno sviluppo e pur tuttavia ancorata a forti tradizioni culturali e religiose poco moderne.
    Ma non ci sono solo situazioni difficili, ci sono anche rivincita e speranza, perché non importa quanto possa essere incasinata una vita e quanto distante possa essere il traguardo, non importa quanto intricata sia la matassa, c’è sempre un modo per sciogliere ogni nodo e c’è sempre la possibilità di raggiungere la felicità.

  • 07Apr2015

    Angelo Murtas - Il Mucchio

    Una vita violenta, si diceva. A con Zeta è il racconto di due infanzie rubate, quelle di Derdâ e Derda, segnate da un destino comune di sconfitta. Derdâ è costretta ad abbandonare la scuola e la Turchia per seguire a Londra un marito crudele a cui è stata venduta. Vive reclusa in un appartamento e fa i conti con la propria esistenza un incubo dopo l’altro. Sconta una specie di libertà tra film porno sadomaso (fino a diventare una sorta di star) e la dipendenza dall’eroina. Derda vive dell’elemosina dei parenti dei morti a cui ripulisce la tomba nel cimitero.

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  • 25Mar2015

    Martina Ciano - Gliamantideilibri.it

    Cinico, spietato, un mondo in cui nessuno si salva. A con Zeta dello scrittore turco Hakan Gunday è un libro che lascia basiti. È uno spaccato di realismo in cui Oriente e Occidente vengono messi a confronto. Ma il denominatore comune è la decadenza di queste due culture, l’assenza di umanità.

    Londra e Istanbul, due capitali, lo stesso inferno, in cui una ragazza, Derdâ, e un ragazzo, Derda, cercano il proprio riscatto. È un’immagine triste quella che ci viene mostrata da Gunday, scrittore nato a Rodi nel 1976. La vita di entrambi i protagonisti è costellata da una serie di peripezie che terminano in un incontro, insperato ma fatale.

    Il fatalismo, il destino e le sue strane coincidenze fanno la differenza. Non mancano i momenti teneri, in cui i personaggi si riappropriano della loro umanità. Ma è pur sempre una riscoperta dolorosa viste le vicissitudini dei due protagonisti, che avvengono in un mondo indifferente, squilibrato e fin troppo reale.

    C’è una critica alla crisi culturale della Turchia, in cui influenze europee e medio orientali si danno battaglia. Viene scandagliata la condizione della donna nell’Islam, nonostante la Turchia sia un paese laico. C’è la decadenza della millenaria saggezza europea. C’è l’imprevedibile fattore umano che rende tutto così crudele da sembrare un incubo.

    Il tutto descritto con una scrittura che non risparmia l’uso di parole violente, volgari con cui si descrivono situazioni al limite della decenza. Un’arma che lo scrittore turco sfodererà non solo per impressionare il lettore ma anche per catturarne il disgusto. Tutto ciò che leggeremo è accaduto e ancora accade, ma nessuno ce lo riuscirebbe a raccontare con lo stesso talento di Gunday.

    Ma non è tutto nero. Nella vita di entrambi c’è una luce. Per Derdâ sarà l’incontro con un’infermiera, per Derda sarà la letteratura che darà vita a un riscatto interiore e a una rivolta esteriore.

    È un libro da leggere, mai noioso, sempre pronto a far riflettere e a incuriosire. Per molti potrebbe essere una scoperta interessante. Non manca il lato ironico, un segno distintivo che rende digeribile la violenza di alcune scene.

    Consigliato a chi vuole scoprire una letteratura innovativa e uno scrittore di talento.

  • 22Mar2015

    Fabio De Propris - Alias

    Hakan Gunday è uno scrittore turco non ancora quarantenne che, giunto al suo ottavo romanzo, si sta guadagnando una discreta fama internazionale. Il suo sguardo tagliente sulla società turca ed europea si è affilato sulle pagine di Céline, del grande e tormentato scrittore turco scomparso nel 1977 Oguz Atay e più in generale su quel complesso delle scienze umane che va dalla psicoanalisi alla sociologia.

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  • 18Mar2015

    Silvia Banterle - Finzionimagazine.it

    Mi capitano, a volte, momenti in cui mi sembra di vivere l’attimo in cui sono con estrema lucidità, come se i sensi si fossero tutti improvvisamente acuiti e tesi nello sforzo di percepire quello che è attorno, come se la vista si fosse fatta più nitida e il cervello avesse spazzato via tutto quello che non è lì e in quel momento. Niente grovigli di pensieri o ansie o rimuginii, solo io e la realtà. Pura e a fuoco.

    Ecco, questa è la sensazione che ho avuto leggendo A con Zeta, primo mio approccio con la scrittura di Hakan Günday e forse secondo o terzo con la letteratura turca, dopo un disastroso tentativo con Pamuk anni fa (sarà il caso di riprovarci, ma questa è un’altra storia). La sensazione che la vista e la parola dello scrittore siano come una macchina fotografica senza filtri e restituiscano la realtà e i suoi meccanismi puntualmente e senza sconti.

    E la realtà di questa storia è violenta, tremendamente violenta. C’è violenza fisica e psicologica fin dall’inizio della storia, fin dall’inizio della vita dei due protagonisti. C’è violenza di passioni, di vendette e di eccessi quando crescono e diventano ragazzi. Ma nonostante i lividi e il sangue, il sadomasochismo, i morti ammazzati, l’eroina, la percezione non è mai di una violenza ricercata per fare colpo o insistita fino a diventare parodia (e ce ne sarebbero di spunti per cadere nel grottesco). Si tratta della realtà, di una certa realtà che forse noi non viviamo, ma che là fuori esiste. E quello che ho trovato straordinario è proprio la capacità di rimanere in bilico, non un centimetro più in là verso lo splatter, non un centimetro più in qua verso l’asettica descrizione documentaristica, non un centimetro più a destra verso la compassione buonista.

    Però, d’altra parte, si tratta di un romanzo: lo scrittore ha in mano la macchina fotografica e, pur senza filtri, ci restituisce una realtà che ha deciso di trattare in un certo modo. Il suo zampino si vede, nelle considerazioni mai casuali che seguono la descrizione di una scena, nei flashback o nei flashforward sul destino dei personaggi, che strizzano un po’ l’occhio a una certa cinematografia (avete presente quella scena di Pollo alle prugne in cui viene prefigurato il futuro del bambino?). E così condisce di ironia e poesia, che sono comunque ingredienti sempre costitutivi della vita reale per uno spettatore che la sappia leggere davvero.

    Due protagonisti dal nome quasi identico corrono per scappare dalla violenza, incontrandone e provocandone altra. Due bambini, due ragazzi e infine due adulti, che, come tutti nel mondo, inciampano ogni due passi che fanno, sbagliano e in qualche modo tornano a rimettersi in piedi. Corrono su due binari paralleli, lontanissimi, eppure il lettore riconosce via via nelle loro storie separate nomi e volti che i due hanno in comune.

    Binari paralleli, ci è stato insegnato, vuol dire non incontrarsi mai, vuol dire essere separati sempre dalla stessa distanza, come lo sono la A e la Zeta nell’alfabeto. Ma capita che la vita stravolga le regole della geometria e che i binari paralleli si incontrino: è un nuovo percorso, A con Zeta, che insieme possono creare tutte le parole del mondo.

  • 11Mar2015

    Francesco Marilungo - BalcaniCaucaso.org

    Due solitudini, destinate ad incontrarsi. E’ uscito in Italia A con Zeta, romanzo dell’astro nascente della letteratura turca Hakan Günday.

    Le lettere A e Z se accostate in lingua turca formano la parola “Az” che significa semplicemente “poco”. Molto invece si può dire e scrivere con le lettere dell’alfabeto comprese fra la A e la Z e ne dà prova Hakan Günday con un romanzo forte, arguto e toccante.

    Günday, classe 1976, è un astro nascente delle lettere turche, uno degli scrittori più venduti in libreria in patria, tradotto in più lingue e autore di culto per le giovani generazioni. Figlio di diplomatici, nasce a Rodi e a ventitré anni, invece di entrare in università e seguire un prestabilito percorso accademico, decide che è meglio sedersi in un caffè e scrivere del mondo che gli passa davanti agli occhi. Nel 2000 pubblica il suo primo romanzo (Kiniyas ve Kayra) e da allora ne ha già scritti altri sette.A con Zeta (2011) è il primo tradotto in italiano, grazie alla pregevole traduzione di Fulvio Bertuccelli, uscita nel 2015 per Marcos y Marcos.  A con Zeta è diviso in due parti, come due semi-romanzi che si intrecciano come per incanto nel finale. Le storie di due solitudini che inconsapevolmente si cercano, si dimenano fra le corde della vita che le stringe e infine si trovano, grazie alla magia della letteratura. Grazie a quel “poco” che si può scrivere con le lettere che vanno dalla A alla Z. Lo scrittore Oğuz Atay, genio della letteratura turca prematuramente scomparso nel 1977 (pubblicato in italiano da Lunargento nel 2011) è il deus-ex-machina che traccia le linee intersecanti dei destini di Derda e Derdâ, i due protagonisti dal nome quasi uguale di questo ottimo romanzo di Günday.

    Derdâ è una ragazzina nata nel sud-est curdo della Turchia. Non ancora adolescente, viene comprata come sposa e trascinata a Londra da un marito fortemente religioso e crudele. Derdâ vede il mondo dalla fessura nera del suo niqab e vive segregata in casa dove a sera è vittima delle violenze del marito, un energumeno esperto in judo che fa da guardia del corpo ad uno sceicco coinvolto in loschi affari internazionali. Derdâ è sola e subisce in silenzio; è costantemente sorvegliata dalle mogli dei soci d’affari del marito, anch’esse rassegnate ad una vita di prigionia domestica. Quando le donne si ritrovano per pregare e celebrare rumorosi rituali religiosi, lei sotto il suo niqab si masturba, pensando che il marito la osservi mentre viene posseduta da molti uomini. E proprio nel sesso sta la chiave del riscatto di Derdâ, la quale viene aiutata a liberarsi dal marito da un giovane inglese che a sua volta la coinvolge in un giro di pornografia sado-maso.

    Per un rovesciamento arguto dei comuni stereotipi culturali, una donna avvolta nel nero del suo velo diventa la star del cinema hard-core londinese come dominatrice di uomini. Lei che fino a poco tempo prima veniva picchiata dal marito, si ritrova a soddisfare fantasie perverse picchiando. Ma i guai di Derdâ sembrano non finire mai. Dopo un marito violento e la pornografia è la volta del vortice dell’eroina. La donna che infine la salverà da questo incubo porta un nome inglese, Anne, che in turco ha un significato particolare: vuol dire mamma. È un’infermiera, e nel lontano 1976 aveva curato uno sconosciuto scrittore turco malato di tumore al cervello: Oğuz Atay…

    Derda invece, senza accento sulla a, è un ragazzino analfabeta che vive in una baraccopoli di Istanbul. Per sopravvivere pulisce le lapidi del cimitero, elemosinando spiccioli dagli addolorati parenti in visita. Il padre è in carcere, la madre, morta di tumore, l’ha seppellita lui stesso al cimitero. A un certo punto però Derda si ritrova troppo grande per impietosire gli avventori del cimitero e deve cercarsi un nuovo lavoro. Finisce in una stamperia di libri pirata, dove il lavoro è semplice, la paga è buona e pian piano Derda riesce addirittura ad imparare a leggere. Un giorno Derda nota una strana somiglianza fra la scritta stampata sulla copertina di alcuni libri e quella incisa sulla lapide di una tomba proprio accanto a dove è sepolta sua madre. Sono otto lettere che Derda legge sillabando: Oğuz Atay. Da quel momento il destino del ragazzo è segnato. Usa i suoi pochi spiccioli per comprarsi e divorarsi il principale romanzo di Atay, I Reietti. La storia di coloro che non ce la fanno, di quelli che non riescono a far funzionare la vita. Derda legge se stesso e capisce che da qualche parte c’è una solitudine grande almeno quanto la sua. E se due solitudini si incontrano… la solitudine sparisce.

    Per scoprire del come e del perché Derda e Derdâ sono due rette destinate ad incontrarsi, rimandiamo il lettore alla maestria narrativa di Hakan Günday.

    Nella sua prosa si mescolano realismo, spietatezza, incantesimo, ironia, in un connubio che lascia avvertire la presenza di quella forza inafferrabile eppure così significativa che chiamiamo destino. Le sorti improbabili e romanzesche dei due protagonisti, attraverso il mezzo letterario, riscattano le dolorose condizioni di vita, queste sì reali e concrete, di piccole donne come Derdâ e piccoli uomini come Derda. Günday mostra sensibilità, spudoratezza e sagacia narrativa. Scrive un romanzo godibilissimo dal punto di vista della trama e pregno d’umanità allo stesso tempo. Inoltre, ci presenta un ritratto delicatissimo di Oğuz Atay, questa figura invisibile eppur così presente, sia nel romanzo che nella letteratura turca in generale. Uno degli scrittori turchi forse più importanti e più dimenticati.

    Tutto A con Zeta ci appare come una bellissima risposta narrativa ad un appello disperato lanciato da Atay nell’ultimo racconto della sua raccolta Aspettando la paura; un appello in cui si mescolano il dolore della solitudine e il senso stesso della scrittura: “Io sono qui, caro lettore, e tu, dove sei?”. “Siamo qui!”, rispondono Derda e Derdâ in coro.

  • 10Mar2015

    Redazione - Donna Moderna

    Perché un Paese che guarda all’Europa e che cerca di modernizzarsi non riesce ad amare le donne? In Turchia dal 2002, anno in cui il partito islamico Akp del premier Erdogan ha preso il potere, le violenze di genere sono salite del 400%. L’autore turco Hakan Günday ci aiuta a capire da dove nasce la mentalità misogina del suo Paese. E lo fa con questo racconto inedito, che si intitola Ancora una volta. 

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  • 03Mar2015

    Marco Ansaldo - La Repubblica

    Può un libro cambiare una vita? Deve farlo. Altrimenti, a che varrebbe leggere? E questo, per l’appunto, accade a Derda, il protagonista maschile del romanzo A con Zeta (appena uscito da Marcos y Marcos) dello scrittore turco Hakam Günday. Derda è un ragazzo analfabeta. Un amico lo aiuta a colmare le sue lacune e poi gli regala I reietti dello scrittore Oguz Atay, pioniere del romanzo moderno in Turchia e punto di riferimento del premio Nobel Orhan Pamuk, ma scarsamente considerato in vita. Dalla lettura di quel testo la sua esistenza si trasforma. In una ricerca febbrile si impadronisce delle altre opere dell’autore, morto nel 1977 a soli 43 anni, Diario, Aspettando la paura. Da un negozio ruba anche la sua biografia.

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  • 01Mar2015

    Redazione - Wuz.it

    C’è una bambina di nome Derdâ: deve abbandonare la scuola e il suo villaggio in Turchia per seguire a Londra un marito crudele. C’è un bambino di nome Derdâ: vive in una baracca dietro un cimitero di Istanbul e si guadagna il pane lucidando le tombe.

    Come la A e la Zeta, non potrebbero essere più lontani, e in mezzo ci sono tutte le parole che devono ancora dirsi. Derdâ corre per le vie di Londra con un dizionario in mano; si è guadagnata la libertà facendo la pornostar in chador. Derdâ si fa tatuare il nome di uno scrittore sulle dita; corre per le vie di Istanbul con un romanzo in tasca e una pistola in pugno. Loro non lo sanno, ma si stanno correndo incontro. Lui troverà lei in un video porno; lei troverà lui all’incrocio tra letteratura e vita. Si riconosceranno grazie a un libro, a unirli per sempre saranno i corpi e le parole; come la A e la Zeta, saranno l’una per l’altro inizio e fine.

  • 27Feb2015

    Paola Maraone - Gioia

    In Turchia il suo libro è famosissimo. Parla di libertà e del prezzo che si paga per averla. Fin da bambini.

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  • 25Feb2015

    Mariangela Taccogna - Mangialibri.com

    Un camerone con venticinque bambine immerso nel sonno della notte turca. Poi un tonfo. Derdâ è accanto a quel corpicino insanguinato, caduto dal letto sopra al suo. Su quel letto ce l’aveva spedita lei, a forza. Piange ma decide di non avvisare nessuno: chi come lei viene da Yatirca non merita alcuna compassione.

    Così come nessuna compassione esiste in famiglie nelle quali i padri si armano contro lo Stato e abdicano a crescere le loro figlie. Quelle bambine che ormai di infantile non hanno più nulla, come Derdâ, verranno vendute ai mariti senza poter fiatare. Il suo è un matrimonio velocissimo: il tempo di un viaggio che la porta a Londra. Anche qui conoscerà solo violenza. Con un padre in prigione e una madre appena morta, Derda è impegnato ad evitare l’orfanotrofio, fino a fare a pezzi e nascondere il cadavere della madre. Anche per lui la prospettiva di una vita feroce. Quella violenza trasformerà entrambi fino quasi a perdersi…
    Si ritroveranno grazie agli scritti di Oğuz Atay che pare aver descritto molto tempo prima quei sentimenti di solitudine e incomunicabilità che i due protagonisti vivono sulla loro pelle. Come nei romanzi di Atay, Derdâ e Derda (non a caso hanno lo stesso nome, come una sorta di predestinazione) sono annientati da un sistema che non comprendono, dalla legge della violenza. Come nei romanzi di Atay, Hakan Günday, giovane autore rivoluzionario, descrive, senza sconti e con uno stile vivace e appassionato, il malessere e la complessità della società contemporanea, in un continuo rimbalzo tra Oriente e Occidente: eroina, pornografia, prostituzione, mafia turca, estremisti islamici, guerra e chador. Ma anche amore, passione, desiderio di libertà. Intenso, irriverente, ipnotico, tagliente, emozionante, tiene incollati alla lettura fino all’ultima parola: non si può che leggere tutto d’un fiato. Al lettore non resta che chiedersi se è poi vero che un libro può salvare la vita. Provare per credere.

  • 21Feb2015

    Carlotta Romano - La Sicilia - Noi Oggi Cultura

    “A con Zeta” di Hakan Günday (Marcos y Marcos), è stato salutato come il miglior libro in Turchia nel 2011 ed è stato tradotto in 19 lingue. L’autore (nato a Rodi nel 1976) viene a sua volta celebrato come colui che in Turchia tutti vorrebbero pubblicare, perché è un mito fra i giovani e campione di incassi.

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  • 13Feb2015

    Giovanni Ricciardi - Il Venerdì di Repubblica

    Il titolo del romanzo sono i confini dell’alfabeto, che contengono tutte le narrazioni possibili. Ma az in turco indica anche una cosa di minimo valore.

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  • 13Feb2015

    Mario Fortunato - L'Espresso

    Volendo cercare di comprendere la complessità del mondo musulmano odierno, invece di leggere quel libro in fondo irrilevante che è “Sottomissione” di Michel Houellebecq, consiglio di dare un’occhiata al romanzo “A con Zeta”…

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  • 09Feb2015

    Vogue - Redazione

    Se il grigio non fa per voi in nessuna delle sue cinquanta sfumature, forse è il caso di cercare i colori che l’intelligenza erotica dipinge su altre pagine. Pagine sensuali, ma non per questo stilisticamente povere. Pagine rosse. Pagine nere.

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  • 31Gen2015

    Fabio Geda - TuttoLibri

    La vita è una ragnatela. Anzitutto di eventi casuali: le persone che incontriamo, le decisioni che prendiamo, i luoghi in cui ci spostiamo; per non parlare di dove nasciamo, e quando. Le famose sliding doors. Ma la vita è una ragnatela anche nel senso letterale del termine, un intrico di destini nel quale si rischia di restare invischiati in attesa che il male cali su di noi e banchetti con le nostre carni.

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  • 31Gen2015

    Maria Tortora - Lankelot

    “A con Zeta” (titolo originale “AZ”) è un romanzo inconsueto. L’ho trovato stupefacente ma anche grottesco, sproporzionato ma anche cinico, impertinente ma anche molto amaro. In certe scene mi è sembrato di ritrovare tracce di Tarantino, in certe altre un fumettone a tinte forti, in altre ancora è quasi un filmetto trash. Insomma una mescolanza sicuramente molto stravagante ma, tutto sommato, ben concepita capace di lasciare il lettore costantemente in bilico tra l’ammirazione e il raccapriccio. Alla fine, comunque, penso che Hakan Günday, scrittore di sangue turco nato a Rodi nel 1976, si possa leggere con discreto diletto. E non è proprio un caso che in Turchia, il Paese in cui vive, i suoi libri vadano a ruba e che Günday sia molto amato soprattutto dai giovani i quali, evidentemente, sanno apprezzare le sue storie e il suo stile diretto e lucidamente spietato.

    Derdâ e Derda. Un nome identico, fatta eccezione per quel minuscolo accento, e due persone distinte. Il che sta a significare anche due destini separati ma, a modo loro, non dissimili nella difficoltà di esistere. Sono proprio loro la A e la Z di questo titolo così breve. Le due lettere tra le quali germina un intero alfabeto proprio come tra Derdâ e Derda si sviluppa un intero romanzo. Hakan Günday divide geometricamente la sua storia in due parti, la prima è riservata a Derdâ, la seconda a Derda.

    Derdâ ha undici anni e vive in un collegio. La bambina che dormiva nel letto a castello proprio sopra la sua testa una notte decide di precipitare da quell’altezza. Si schianta sul pavimento e muore col collo spezzato. Derdâ ha undici anni ma non ha affatto undici anni. “Era rimasto qualcosa di lei? Quale parte del suo corpo aveva undici anni? Le gambe, le unghie, le guance scavate? Dov’era rimasta bambina? Nelle ciocche di capelli che sfuggivano perennemente dalle trecce, come vapore? Nei talloni che non sarebbero mai guariti?”. Derdâ ha visto la bambina morta, l’ha toccata appena, ha pianto ed è tornata a letto senza dire nulla a nessuno. Saniye, la madre di Derdâ, viene a prenderla per portarla al villaggio. Una settimana, le dice. Ma così non sarà perché Saniye sa che una ragazza che va a scuola difficilmente potrà trovare marito, perché una donna che legge e scrive può essere pericolosa e non si sa adattare. Per questo Derdâ a soli undici anni va in sposa ad un uomo che non ha mai visto in vita sua. Un uomo che la porta con sé in Inghilterra, che la stupra e la picchia e che la terrà chiusa in casa per i successivi cinque anni. Derdâ è una sepolta viva che trova il coraggio di guardare dallo spioncino della porta del suo appartamento e vedere che al di là c’è un ragazzo con gli occhi chiari. Chiederà il suo aiuto e lo otterrà passando però per una serie di performances a luci rosse che iniziano con il soddisfacimento delle perversioni masochistiche di Stanley e del suo amico Mitch fino a far diventare la ragazza col burqa protagonista nolente di un video porno.

    Derda è uno dei tanti bambini che lucidano le lapidi delle tombe nel cimitero di Istanbul. Vive nella baraccopoli appoggiata alle mura della città dei morti e, come tanti altri ragazzini, cerca di raccattare i pochi spiccioli che gli affranti parenti dei defunti sono disposti ad offrire. Suo padre è in prigione, sua madre è con lui ma è malata. Infatti la donna muore e Derda, che non vuole finire in orfanotrofio, decide di farla a pezzi con un’accetta e seppellirla nelle tombe che già conosce. Il lavoro è duro e sporco, ma Derda lo porta avanti con tenacia. A chi glielo chiede dice semplicemente che sua madre è tornata al villaggio. La sua minuscola esistenza si incrocia, quasi per caso, con quella di strani figuri coinvolti in strane vicende di servizi segreti e spie internazionali (tanto per non farci mancare nulla) dalla quale Derda ricava solo un immenso spavento e l’obbligo morale e quotidiano di pulire alla perfezione una lapide del cimitero, sempre la stessa. A sedici anni Derda è troppo grande per continuare ad elemosinare monete tra i morti e il suo amico Remzi gli permette di lavorare per lo stampatore di libri proibiti per cui lavora anche lui. E’ solo così che Derda decide di imparare a leggere, è solo così che conosce il nome e le opere di Oğus Atay, uno scrittore turco morto da qualche decennio, che diviene per lui una sorta di padre putativo. Un artista a cui ispirarsi e, soprattutto, un uomo da vendicare nella maniera più implacabile e rabbiosa.

    Come potranno mai incrociarsi i suggestivi destini di due personaggi tanto lontani? Ovviamente non sono io a doverlo spiegare. Ma la letteratura può tutto. Persino far incontrare Derdâ e Derda che sono, quindi, quella A e quella Z a cui Hakan Günday dedica il suo romanzo.

    EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

    Hakan Günday è nato a Rodi il 29 maggio del 1976. Da bambino si sposta in numerose città europee per seguire i suoi genitori diplomatici. Ha frequentato le scuole primarie a Bruxelles e ha conseguito il diploma superiore ad Ankara. I suoi studi universitari sono un po’ frammentari anche perché nel 2000, a soli 23 anni, Hakan Günday pubblica il suo primo romanzo. Da allora la sua vita è dedicata essenzialmente alla scrittura. “A con Zeta”, uscito in Italia nel 2015 per Marcos Y Marcos, è stato tradotto in molte lingue ed è stato giudicato il miglior libro del 2011 in Turchia. Nel novembre del 2014 Hakan Günday ha ottenuto a Parigi il Premio turco-Letteratura francese.

    Hakan Günday, “A con Zeta”, Marcos Y Marcos, Milano, 2015. Traduzione di Fulvio Bertuccelli. Titolo originale “AZ” (2010).