Romolo il grande

Archivio rassegna stampa

  • 07Feb2012

    Francesco Lubian - sherwood.it

    “Commedia storica che non si attiene alla storia”: è questa la definizione che Friedrich Dürrenmatt diede del testo teatrale in quattro atti Romolo il Grande, che torna in libreria per i tipi di Marcos y Marcos nella collana Mini Marcos.

    La vicenda si svolge tutta nel palazzo imperiale in Campania, alla vigilia del crollo dell’impero romano d’Occidente: Romolo Augustolo, l’ultimo imperatore, si disinteressa platealmente della calata dei Germani di Odoacre, e sembra pensare soltanto alla liquidazione del patrimonio dell’impero, ormai ridotto in bancarotta, e soprattutto al proprio allevamento di galline, che portano i nomi dei grandi imperatori del passato. Nei primi due atti l’autore fa di tutto per renderci antipatico questo imperatore pigro e indolente: nemmeno quando il ricchissimo industriale Cesare Rupf, produttore di un capo di vestiario dal fortunato avvenire (i pantaloni) si propone di salvare l’impero in cambio della mano della principessa Rea, l’imperatore si scuote dal suo torpore. Romolo è solo contro tutti: l’imperatrice lo pianta e fugge, l’imperatore d’Oriente Zenone lo disconosce, e i generali di corte ordiscono una bislacca congiura subito sedata. È solo nell’ultimo atto che Romolo svela al lettore le proprie ragioni: egli aveva consacrato la propria vita alla consapevole distruzione dell’impero, giudicandolo indegno di sopravvivere a causa della sua storia fatta di guerra e sopraffazione. Questa posizione rigorista entra però in crisi di fronte alla sofferenza e al dolore causati dal suo stesso comportamento (il fidanzato della figlia torturato dai Germani), fino all’ulteriore, imprevedibile colpo di scena finale…
    Dürrenmatt, autore di alcuni fra i più bei gialli “esistenziali” del Novecento, è qui alle prese con una commedia che fa molto divertire (le galline con i nomi degli imperatori, i bizantinismi della corte di Zenone) ma che è capace di affrontare con sarcasmo temi universali come la guerra e la violenza del potere, in una pièce dal sapore brechtiano che si legge tutta d’un fiato.

  • 22Gen2012

    Luca Scarlini - Il Manifesto

    Il teatro di Friedrich Dürrenmatt vive in un tumultuoso abbraccio di suggestioni brechtiane e pirandelliane, rielaborate secondo una personalissima sensibilità per il grottesco e per la provocazione…

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  • 01Nov2011

    Dario De Marco - giudiziouniversale.it

    È ambientato nel 476 d.C., è stato scritto nel 1949 ma parla del presente. Romolo Il Grande di Freiderich Dürrenmatt è un dramma sul decadimento dell’Occidente con un sovrano che sembra inetto, ma che in realtà ha la precisa intenzione di far crollare tutto. Viene ripubblicato ora, quasi come un monito.

    Lo ammetto, non c’è altro mezzo. La patria ormai si può salvare solo coi milioni. Dobbiamo scegliere tra il capitalismo e la catastrofe. E non mi pare che l’uno sia molto meglio dell’altra. 
Romolo il grande è in realtà quello che è passato alla storia come il piccolo Romolo. Già il suo nome era tutto un programma, una profezia: Romolo come il primo re di Roma, il fondatore, quasi fosse necessario avere un altro Romolo per sancire la fine, stabilire un’identità tra l’alfa e l’omega per chiudere il cerchio; Augustolo come Augusto, il primo imperatore, ma minore, minuscolo, quasi una parodia, una seconda volta in forma di farsa. La storia è nota: l’impero romano d’occidente crollava, e quell’imbecille stava lì, manco a Roma ma nella villa di campagna, a baloccarsi con le sue galline.
 – La marea straniera sta invadendo i nostri stati. Tutte le dighe sono ormai pericolanti. Non possiamo più permetterci di marciare divisi, non possiamo permetterci il lusso di meschine insinuazioni che separino i nostri imperi. L’essenziale in questo momento è salvare la nostra civiltà.
 – Perché? La civiltà è forse qualcosa che si può salvare?
 Romolo il grande è una commedia, appunto una farsa, ma dotata di una capacità profetica che mette paura tanto è precisa: ovviamente ciò che vi si legge non è la verità storica del 476 d.C., ma risale pur sempre al 1949, anno in cui Dürrenmatt la scrisse, un’altra epoca, altri mondi. Ebbene, sembra parlarci non dell’oggi, ma del domani: una società stanca e decadente che si crede superiore a tutti ma non conta più nulla (il cosiddetto mondo occidentale), i barbari che avanzano, feroci ma pieni d’iniziativa, di vitalità e d’inventiva, insomma di vita (i cinesi), una serie di personaggi queruli e affannati che si sbattono per salvare quello che è già perduto. Brividi.

    – Sarà la fine del mondo!

    – Sarà la nostra fine, vuoi dire. C’è una bella differenza.

    – Noi siamo il mondo, Romolo.

    – Noi non siamo altro che piccola gente di provincia, soverchiati e sopraffatti da un mondo che ci è ormai incomprensibile.

    A un certo punto si iniziano a piazzare dei segni dove ci sono passi incredibilmente attinenti, ma dopo un po’ si smette, perché se no il libro diventerebbe tutto un segno, e le famigerate orecchiette che mandavano in tilt la maestra delle elementari piagherebbero ogni singola pagina. Si smette e si inizia a seguire la storia, cioè la fantasia, perché pian piano si scopre che l’inettitudine di Romolo non è una debolezza caratteriale, ma una determinata volontà di accelerare la rovina. Insomma il piccolo Augusto non è un mezzo rimbambito che non sa cosa gli succede attorno, ma una testa lucidissima che analizza la situazione politica internazionale e sa che “gli altri” si stanno prendendo una giusta rivincita su chi per troppo tempo e senza titolo ha dettato la sua legge crudele al mondo. E sa anche che non c’è niente da fare, e che anzi è meglio non opporsi, fare la quinta colonna, e non per saltare sul carro del vincitore, ma per mero senso di giustizia, di realtà.
 Uno si può chiedere, a questo punto, quand’è veramente che è iniziato il declino. Quando abbiamo smesso di essere “i buoni”? O quando ci siamo resi conto di non esserlo mai stati, buoni? Quando abbiamo iniziato a sparare agli indiani, o quando abbiamo cominciato a sentirci in colpa perché i nostri nonni avevano sparato agli indiani? Dürrenmatt lascia la risposta, come la domanda, a noi. Però ci prepara una sorpresa finale, un altro colpo di scena, che lascia spalle al muro lo stesso Romolo. E che non sveliamo, anche se questo libro è una ristampa. Ma che potrebbe, riprendendo il parallelo con la situazione attuale, dare agli eventi prossimi un risvolto ancora più inquietante. E soprattutto ridicolo.

  • 01Nov2011

    Paola De Agostini - 24letture.ilsole24ore.com

    Costretta a lunghi pomeriggi oziosi da una brutta caduta che mi impone l’immobilità mi ritrovo nell’inusuale condizione di dover riempire il tempo, invece che sfruttarne i ritagli per mille commissioni.
Trascorro molte ore leggendo (da quanto tempo non potevo più permettermi questo lusso!) e ieri ho preso in mano un librettino che mi girava in casa da tempo: Romolo il Grande, di Friedrich Dürrenmatt, edito da Marcos Y Marcos.

    
È una commedia in quattro atti, divertente, surreale, ironica e amara, in cui la caduta dell’impero romano e la figura di Romolo sono il preteso per una satira impietosa sul potere e la corruzione.
 Di fronte all’avanzata dei Barbari, al tracollo finanziario e alla dissoluzione della civiltà romana, Romolo ha un atteggiamento annoiato e indolente: vive nella sua residenza estiva in Campania, si dedica all’allevamento dei polli, gode dei piccoli piaceri della vita e, per procurarsi qualche spicciolo, svende i busti degli imperatori romani e paga i dipendenti con le foglie di alloro della sua corona aurea.
 A nulla servono le suppliche della moglie Rea, gli argomenti dell’eroe militare Emiliano, le richieste di aiuto dell’imperatore d’Oriente Zenone Isaurico: Romolo assiste con impassibile lucidità alla dissoluzione del mondo che rappresenta e viene considerato un pazzo irresponsabile sia dai famigliari che dai suoi ministri e persino dai servitori che lo assecondano con commiserazione.
 Ma nel terzo atto il registro cambia e il lettore si accorge che c’è un metodo nella sua follia: Romolo si oppone al sistema e vuole che l’impero – divenuto corrotto ed immorale – cada perché solo così potrà nascere un nuovo mondo. Romolo ci appare ora un tipo pericoloso, che mira alla morte pur di vedere realizzato il proprio ideale, ma l’incontro con Odoacre darà una piega inaspettata alla vicenda. 
Lo stesso Dürrenmatt – nella nota che correda il testo – scrive “Se nel terzo atto Romolo è il giustiziere del mondo, nel quarto è il mondo che è il giustiziere di Romolo”.

  • 01Nov2011

    Redazione - LettoreDiSogni.tumblr.com

    Nella villa dell’imperatore romano Romolo Augusto in Campania, nei giorni delle Idi di Marzo del 476 d.C., assistiamo alla resa definitiva dell’impero romano d’Occidente al germano Odoacre che dal nord cala fino a Roma mettendo un punto al più grande e duraturo regno visto fino a quel momento, l’Impero Romano.

    Protagonista assoluto è l’imperatore Romolo che viene dipinto come un sempliciotto dedito solamente all’allevamento dei polli – che portano i nomi dei grandi imperatori del passato –, al mangiare e al bere. Intorno a Romolo girano una serie di personaggi – dall’imperatore d’Oriente alla moglie Giulia a una serie di consiglieri – che, nel momento di maggior drammaticità, cercheranno di convincerlo ad accettare un’offerta vantaggiosa in grado di salvare l’impero fattagli dal fabbricante di calzoni Cesare Rupf. Il ritmo è sostenuto e si alterna tra il comico e il drammatico fino all’ultimo colpo di scena regalatoci da Romolo e da Odoacre che lascerà tutti di stucco.
    Drammaticamente attuale, Dürrenmatt , con quest’opera, muove una critica ai governi di qualsiasi epoca storica e al modo di governare degli uomini di qualsiasi tempo che nonostante l’avanzare dei secoli ricadono sempre negli stessi errori.

  • 22Ott2011

    Giuseppe Giglio - Il Riformista

    Aveva appena 27 anni quando scrisse Romolo il Grande, Friedrich Dürrenmatt. E in quella pièce, ora ristampata da Marcos y Marcos…

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  • 17Ott2011

    Stefano Donno - stefanodonno.blogspot.com

    La caduta di Roma durante la pollicultura. L’allevamento dei polli è il principale assillo, la passione più grande dell’imperatore romano Romolo Augusto, dell’imperatore “Romolo il Grande”. Che ozia mentre Roma è presa dai Germani. Il testo teatrale di Friedrich Dürrenmatt, oggi ripubblicato da Marcos y Marcos, testo teatrale che è più interessante del “romanzo” in quanto tale, gioca con la calata dei Germani di Odoacre, ma ovviamente a maggior ragione si diverte disegnato un duce che da sempre conficcato nell’oziosità della villetta distante dalla capitale dell’Impero Romano d’Occidente, sonnecchia e mangia mentre i suoi soldati muoiono in battaglia.

    Come, tra l’altro, in battaglia s’era perso il vecchio fidanzato della figlia del tiranno, che tra una visita e l’altra del rigattiere che compra le sculture della residenza imperiale, in questo quinto secolo d.C. torna e cerca di convincere la sua amata a sposare un commerciante che potrebbe salvare la patria. Cosa alla quale, il matrimonio che darebbe facoltà al commerciante ricchissimo di comprare la ritirata del re Odoacre il duce Romolo è contrario. Le porzioni nelle quali l’opera è suddivisa, come il linguaggio meticoloso dell’autore svizzero, sono pensate per rappresentare, con fare cronologico, la progressione del vile e nullafacente ultimo imperatore di Roma in puntuale conoscitore di tutte le cose del Potere. Il momento impensabile e inatteso di Romolo il Grande, infatti, sbuca da una pertugio della trama. Quando l’Odoacre confessa, intanto, d’aver paura di suo nipote. E il faccia a faccia fra i regnanti, col romano che alla fine accetta un tranquillo pensionamento nonostante la moglia sia annegata nel tentativo di scappare dal regno, si trasforma in un discorso non sui massimi sistemi ma sui massimi tormenti del Potere. L’ironia dello scrittore di romanzi e di opere teatrali che hanno scavato, dunque, nelle viscere d’ogni forma di potere, è infinita. Perché ogni lettrice e lettore che avrà in mano queste pagine riconoscerà il tormento che supera le normali scansioni dei tempi e la verve a dir poco corrosiva di Friedrich Dürrenmatt.

  • 01Ott2011

    Elena Spadiliero - Labottegadihamlin.it

    Il personaggio messo il scena da Friedrich Dürrenmatt non è esattamente il Romolo Augusto che ci hanno fatto studiare a scuola, l’ultimo imperatore dell’Impero Romano d’Occidente. La pièce è una “commedia storica che non si attiene alla storia” e si distanzia in modo significativo dalla realtà. L’azione si svolge tra il 15 e il 16 marzo 476 d.C. e si apre con l’arrivo di Spurio Tito Mamma alla residenza estiva dell’imperatore in Campania.

    Il prefetto della cavalleria porta cattive notizie da Pavia sotto assedio e l’ultimo messaggio del generale romano Oreste prima di cadere prigioniero dei germani guidati da Odoacre. Chiede di parlare con l’imperatore, che non lo riceve perché impegnato a fare colazione. Capiamo subito che c’è qualcosa che non va: l’impero romano è sull’orlo della rovina e l’imperatore pensa a mangiare, sostenendo una conversazione sul suo pollaio e le galline che portano il nome di antichi imperatori romani. Inoltre, rifiuta di dare in moglie la figlia Rea al ricco Cesare Rupf in cambio della salvezza dello Stato. Tutti sono piuttosto perplessi di fronte all’atteggiamento di Romolo, spaventati in un momento delicato in cui le loro vite sono minacciate dai popoli barbari. Ma l’imperatore stupirà tutti, la pièce prevede un colpo di scena che cambierà radicalmente il nostro giudizio su Romolo. Sì, perché lui non solo aveva previsto la caduta di Roma, ma possiamo dire che l’aveva in un certo senso pianificata. L’imprevedibile confronto finale con Odoacre prenderà romani, germani e lettori in contropiede.
    Romolo il Grande non è solo l’ennesima opera sulla caduta di un impero: è “una commedia difficile, proprio perché sembra facile”. Romolo si finge stupido per anni, senza che nessuno nutra il sospetto che dietro all’apparenza si celi un proposito ben preciso che non ha niente a che fare colla salvezza di Roma. Il dramma lancia una critica, più o meno velata, contro l’egemonia delle grandi potenze sulle realtà minori, il messaggio di Romolo il Grande è fortemente attuale. È l’imperatore stesso ad ammettere che nel momento in cui lo Stato romano diventava un impero universale, si trasformava “in un organismo che praticava apertamente l’assassinio, il saccheggio, l’oppressione, la rapina a spese di altri popoli”. Romolo pensa sia necessario fermare lo strapotere di Roma e lui sa già come fare. Chi lo circonda, non solo non condivide il suo atteggiamento volto alla disfatta dello Stato, ma resta fedelmente attaccato al concetto di patria negando l’evidenza, ossia il fatto che non esiste più una patria per la quale battersi e morire e che l’idea di grandezza su cui poggia Roma, l’antica gloria celebrata dai sommi poeti, la pretesa di una moralità universale servono a nascondere secoli di soprusi e colonizzazioni ai danni dei più deboli. Il tentativo disperato di salvare un sistema ormai in crisi si esplica nel dialogo fra Romolo e la figlia Rea, quando l’imperatore la spinge a fuggire con il fidanzato Emiliano piuttosto che sposare Cesare Rupf perché “è più grande e difficile restare fedeli a un uomo che a uno Stato”. Tuttavia, la principessa insiste nel portare avanti la sua opera di fedeltà all’impero, sottolineando la differenza fra Stato e il concetto di patria, affermando che non è uno Stato a essere in pericolo, ma la patria.
    Leggendo questo passo, ho ricordato un libro a cura di John Collins e Ross Glover, dal titolo Linguaggio collaterale: retoriche della “guerra al terrorismo”. La raccolta di saggi si riferiva esplicitamente alla retorica politico – militare nata dopo l’11 settembre, per cui alcune parole assumevano un’importanza particolare proprio in relazione a quel fatto specifico e venivano utilizzate in modo mirato nei discorsi pubblici alla nazione per creare il consenso necessario a giustificare il conflitto in Afghanistan. Come sottolineato nella prefazione al volume, “le guerre hanno sempre dato un grande contributo alla lingua”: le parole, usate in particolari contesti e caricate del pathos necessario, legittimano azioni che altrimenti risulterebbero inspiegabili. Tornando alla pièce, non esiste un presupposto logico per voler salvare a tutti i costi un impero che non è nemmeno più un’entità concreta e uniforme, se non in nome di un più alto ideale richiamato dal termine ‘patria’, che motiva una lotta ormai disperata e chiaramente destinata a fallire. Ma Romolo sa che “lo Stato si fa sempre chiamare patria quando si accinge ad assassinare” e noi non possiamo che essere d’accordo, perché è “nei miti eterni della patria e dell’eroe” (Dio è morto, Francesco Guccini), che si promuovono guerre che nascondono piani e intenzioni molto poco nobili.
    Un cerchio si chiude: Roma fondata da un Romolo, fratello di Remo, Roma che cade con un altro Romolo, ultimo regnante dell’Impero d’Occidente. La pièce si conclude proprio con quest’ultimo che si allontana dalla scena con il busto del fondatore sotto il braccio. Spurio Tito Mamma riappare quando l’azione è compiuta e apprende la notizia della dissoluzione dell’impero: è la fine di un’utopia, di “un sogno” appena sussurrato “che era Roma” (Il Gladiatore di Ridley Scott). O come dice il prefetto, è la “fine della patria” di cui restano, come aveva profetizzato Romolo, solo le ceneri.

  • 01Ott2011

    Tiziana Merani - Vogue

    Altro testo drammaturgico, riproposto nella collana dedicata alle storie minime è Romolo il Grande

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  • 02Set2011

    Camilla Tagliabue - Saturno

    Mentre Roma è allo sbando e i barbari, guidati da Odoacre, stanno per espugnarla, il suo ultimo dux, Romolo Augusto, si dedica ai piacerei della tavola e della pollicultura…

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  • 01Set2011

    Andrea Coccia - booksblog.it

    Sono le Idi di Marzo del 476 d.C. e l’Impero Romano d’Occidente vive le sue ultime ore sotto la guida di quello che la storia ricorderà come il suo ultimo imperatore, Romolo Augusto. Ma il personaggio che prende vita dalla penna e dalla fantasia beffarda di Friederich Dürrenmatt non è quello che la storia sembrerebbe suggerirci: difatti, invece di cercare in ogni modo di lottare per far sopravvivere l’Impero e la sua tradizione, Romolo Augusto rimane in attesa degli invasori nella sua villa campana.

    E mentre tutti coloro che lo attorniano – dal prefetto Spurio Tito Mamma all’imperatore d’Oriente Zenone Isaurico, dalla moglie Giulia fino al commerciante di pantaloni Cesare Rupf – si affannano inutilmente nel cercare di risvegliare nell’imperatore il senso dello stato e dell’onore, Romolo Augusto li ignora, dedicando la propria attenzione all’allevamento di polli, ognuno dei quali porta il nome di un suo predecessore.
    Tutto quanto cade a pezzi: da una parte l’Impero, che assiste all’invasione dei Germani, dall’altra la villa, messa in vendita pezzo dopo pezzo dallo stesso imperatore. Come può l’imperatore Romolo Augusto non accorgersene? Perché non fa nulla? Cosa aspetta a seguire il consiglio del suo generale Mares, che lo incita a chiamare il popolo romano alla mobilitazione generale?
    Il lettore non può non essere spiazzato dal comportamento di questo strano imperatore, tra inettitudine e irresponsabilità, tra demenza e follia. Eppure, più i Germani si avvicinano al cuore dell’Impero, più la figura di Romolo Augusto prende forma, strappandosi la maschera di povero idiota e vestendo quella di vero e proprio giustiziere; un cambiamento che rende il personaggio ideato da Dürrenmatt assolutamente geniale.
    “Non sono stato io a tradire l’impero” – dice Romolo al genero Emiliano alla fine del terzo atto – “È Roma che ha tradito se stessa. Conosceva la verità, ma ha scelto la violenza; conosceva l’umanità, e ha scelto la tirannide. Doppiamente si è disonorata: di fronte a se stessa, e di fronte ai popoli che erano affidati al suo potere.”
    È l’inizio della fine che, rocambolesca, stupirà il lettore e sovvertirà la storia, facendo di questo Romolo il grande un libro di assoluta attualità, la cui lettura, agile e divertente, squarcia il velo dell’ipocrisia del potere – di ogni potere – e lancia un monito a tutti noi.