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Sulla punta della lingua

Archivio rassegna stampa

  • 18Apr2019

    Antonio Di Gennaro - filosofiaeletteratura.com

    Antoine Emaz, Sulla punta della lingua

    Mentre scrivi hai gli occhi rivolti in basso, ma il cielo è nei tuoi occhi.
    (E. Jabès)

    In una delle sue celeberrime Elegie duinesi (l’ottava con precisione), il poeta praghese Rainer Maria Rilke riassume metaforicamente, in pochi versi, lo status ontologico di ogni singola esistenza, la condizione di precarietà e finitezza che caratterizza la vita di ogni singolo uomo: «Noi non abbiamo mai dinanzi a noi, neanche per un giorno / lo spazio puro dove sbocciano / i fiori a non finire».

    All’uomo è negato (a priori) “lo spazio puro”, la radura illimitata, in cui può realizzare i propri desideri e il proprio essere, e al tempo stesso attuare la propria identità/individualità. Lo “spazio” angusto abitato dall’uomo (finito, limitato, circoscritto) non è caratterizzato da una distesa infinita di fiori germoglianti, ma dalla presenza di ostacoli e insidie costanti: «Mia vita è questo secco pendio, / mezzo non fine, strada aperta a sbocchi / di rigagnoli, lento franamento» – ricordava Montale. L’esistenza (in generale), così come ci insegna anche la grande tradizione dell’esistenzialismo contemporaneo (Heidegger, Jaspers, Sartre, Camus, Lévinas, Nancy, ecc.), è sempre in “situazioni-limite”; “gettata” nel mondo senza averlo voluto si trova a fronteggiare i “muri” della vita e destinata inesorabilmente al naufragio e allo scacco: «[…] sono un ignobile individuo dalla carne tormentata, tormentata dall’esistenza contro questi muri», annotava Sartre ne La nausea.

    Antoine Emaz (1955-2019), considerato uno dei principali poeti francesi degli ultimi anni, ha esperito come ogni uomo l’invalicabile muro della realtà (lo scarto tra i desideri e ciò che effettivamente si realizza) e ha riportato nei propri versi, amari e crudi, il senso di inadeguatezza e di insoddisfazione dell’uomo di fronte alla vita, l’angoscia di fronte al Nulla, lo sgomento per il semplice fatto di ex-sistere. Ne è esemplare testimonianza la raccolta di poemi e frammenti in prosa Sulla punta della lingua, recentemente pubblicata dalla casa editrice Marcos Y Marcos di Milano, a cura e traduzione di Fabio Pusterla. Il volume, che comprende Dieci movimenti poetici e il capitolo Lirismo critico?, redatti in forma impersonale, è il grido strozzato di un poeta che denuncia l’insensatezza e l’assurdità della vita (il non-senso strutturale), l’insormontabile muro contro cui urta quotidianamente l’esistenza e che produce un ineffabile, perturbante, sconcertante sentimento di morte: «[…] cosa ha dunque a che vedere con la vita / la morte // ci si muove con ciò che si muove / si tace con ciò che resta // non c’è granché d’altro» (p. 51).

    Un poeta tragico, dunque, che canta la tragicità della vita; un pensatore esistenziale (alla maniera di Cioran, Pessoa, Dagerman, Lagerkvist, Bousquet) che pensa e ripensa il fallimento, le rovine, l’abbandono, lo spaesamento entro cui si muove, a tentoni e con affanno, l’esistenza: «[…] senza dubbio si finirà per inciampare / su un sasso di traverso / un muro una barriera» (p. 63); «[…] Un muro senza porte né finestre nella memoria, un alto muro di vecchi mattoni, commessure però rifatte, nuove, nette» (p. 91); «Non si sa cosa è capitato. Come un incidente. Si avanza regolarmente su di un terreno non troppo facile ma senza disturbi e poi, un mattino, era là, davanti» (p. 143). Il muro ostacola la libertà di azione, sbarra qualunque possibilità, ci inchioda anzi all’impossibilità, ci mura dentro l’échec del nostro corpo e della nostra mente. È un «muro divorante» (p. 153) che impedisce la libertà di movimento e contro cui si schianta sistematicamente l’esistenza, con conseguente depotenziamento del proprio slancio vitale e della propria volontà di vivere.

    Se è questa la condizione universale che accomuna e attanaglia ogni singolo uomo, qual è il valore (il senso e l’essenza) della poesia e, in generale, della parola? Cosa può il poeta di fronte allo tsunami devastante della vita che sradica e spazza via con inaudita violenza ogni flebile fiamma di speranza? La poesia è secondo Emaz un debole atto di resistenza, lo strumento di un’attesa latente e perenne che qualcosa possa, pur tuttavia, avvenire a restituire un po’ di gioia e di respiro:

    Si attende. Dovrebbe capitare qualcosa in grado di risolvere l’attesa, di darle un senso e annullare il muro, o almeno di scoprire che non è insormontabile. Un avvenimento, un fatto accidentale, qualcosa, ci si accontenterebbe di poco, senza che si possa indovinare cosa ciò potrebbe mai essere. Si scrive dunque aspettando qualcosa di meglio, senza sapere quel che verrà, per essere lì quando la cosa si produrrà, per occupare l’attesa e rimanere vigili. Se si cessasse di scrivere, si è sicuri che la cosa non capiterebbe. Non si vede bene come, ma ci si attacca alla speranza che l’avvenimento sopraggiungerà tanto possentemente quanto il muro, un giorno, si è stagliato davanti. Bisognerebbe che questa parete scomparisse così com’è sorta. Allora ci si ricorderà del muro soprattutto come di un tempo morto. Si respirerà di nuovo. Si respira già meglio al pensiero di poter forse, un giorno, respirare maggiormente e ritrovarsi in uno spazio sciolto. Si respira già meglio scrivendo che qualcosa potrà sciogliere. Si scrive che si respira già meglio, ma non è questo che deve venire. Attendendo, si scrive per respirare un poco (pp. 145-147).

    «La poesia […] è cercare di vedere» – sentenzia Emaz (p. 183), dentro il caos, la caoticità, oltre il “muro”, un possibile riscatto di senso, uno squarcio di emozione, un bagliore di luce inaspettata in grado di ristabilire l’equilibrio tra noi e la vita, come una folata di vento improvvisa che dona frescura. È un atto di resistenza effimera, per sopportare le ferite inferte dalla tirannide del tempo e non cedere tout court al crollo finale. Ma è un debole palliativo, un phármakon inefficace, poiché l’ineluttabile destino avverso incombe sovrano su ogni forma dell’umano: «Di fronte al muro, le pagine hanno poca / importanza: le parole non salvano. / E tuttavia ritardano un poco la fine. / A forza di ritardare… / Non si sa» (p. 155); «Le parole non compensano nulla; scrivere non imbalsama» (p. 171); «In fondo, il poeta ha poco da scegliere; non anticipa; va. Tutto è povero in simili acque, prive di cartelli segnaletici; spesso le parole risuonano come passi in un luogo vuoto e vasto; spesso tutto ciò suona come un riso di cranio, ancora commovente perché sulla punta della lingua fa freddo e si trema» (p. 173).

     https://filosofiaeletteratura.wordpress.com/2019/04/18/antoine-emaz-sulla-punta-della-lingua/

  • 10Feb2019

    Roberto Galaverni - La Lettura / Corriere della Sera

    RESISTERE SERVE. LA TERZA VIA DI EMAZ

    Ogni volta che si legge un poeta francese contemporaneo, si è costretti a confrontarsi come daccapo con la grande questione del rapporto tra le parole e le cose. Anzi, tra les mots et les choses.

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  • 07Feb2019

    Paolo Febbraro - Corriere del Ticino

    L’abrasivo lirismo critico di Antoine Emaz

    Tradotta e curata da Fabio Pusterla esce in italiano un’antologia dell’autore francese

    Nato a Mendresio, laureatosi a Pavia, poeta e critico letterario, traduttore fra gli altri di Philippe Jaccottet e autore di una notevole antologia di poesia francese contemporanea, Fabio Pusterla è da tempo una porta aperta della cultura italiana sul resto d’Europa.

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