Fare pochissimo

Archivio rassegna stampa

  • 14Gen2018

    Michele Lauro - Panorama

    Flusso di coscienza con delitto: divagazioni noir di un “esordiente affermato”

    “Ch’abominevol peste, che Megera / è venuta a turbar gli umani petti?” L’interrogativo di Ludovico Ariosto aleggia sulla novella con la quale mi piace aprire l’anno, condividendo l’ambizione beffarda del suo protagonista:Fare pochissimo.

    Ne sarò poi capace? Intanto però mi sono fatto catturare da questa black comedy ambientata nel mondo del giornalismo 2.0, una formula senza senso che però ben si sposa con la psicologia di Marco Pietramellara, cronista di Emilia Today – il vostro quotidiano preferito: ero fatto così, dice presentandosi, “mi piaceva fare il contrario di quello che avrei dovuto fare”.

    Con tutti gli pseudonimi che usavo

    Dietro il linguaggio vischioso del narratore si nasconde Paolo Onori, eteronimo che include il proprio ortonimo in un gioco circolare di alter ego che prosegue negli pseudonimi con cui Pietramellara firma le sue strampalate rubriche: Rocco Schiavone, ovvero il vicequestore protagonista dei gialli di Antonio Manzini, Grazia Negro, alias l’ispettrice inventata da Carlo Lucarelli, Ettore Sciancalepre che scimmiottava la rubrica Lessico e nuvole di Stefano Bartezzaghi. Mentre sembra un omaggio alla fantasia di Paolo Villaggio il nome della protagonista femminile, Enrica Spadoni in Coltellini, che con lo pseudonimo di Antonio Sarti su Emilia Today tiene una rubrica intitolata Che ridere.

    Facendo suo il manifesto poetico-esistenziale del maestro novecentesco dell’eteronimia (“Sentire tutto in tutte le maniere”, così diceva Fernando Pessoa), in questo romanzo (O)nori moltiplica le sue maschere amplificando quella metafisica delle sensazioni con cui alimenta un’opera in progress fatta di romanzi, saggi, racconti, traduzioni, articoli, sceneggiature, blog, iniziative sociali e culturali. Molte ispirate alla Russia letteraria, Mosca e San Pietroburgo e i loro epigoni, totem che anche in questo romanzo appaiono sullo sfondo di una delle bufale più divertenti del giornalista Marco Pietramellara: la beatificazione di Stalin, un’inchiesta talmente fake che potrebbe perfino essere vera.

    La verità nel quaderno delle balle

    Mentre s’ingegna a Fare pochissimo anche quando il principio di realtà – per esempio la traballante relazione con la madre di sua figlia – consiglierebbe di agire, la voce narrante segue il suggerimento pessoano di vivere tutto da tutti i lati e da nessuno, ma soprattutto da distante. La sua è una finestra spalancata su due mondi. Di quello esteriore – bar, stazioni, autobus, marciapiedi, corsie di supermercati, cucine, salotti, redazioni – disegna una mappa divertente e personalissima, ritraendo la quotidianità malata dentro la quale, spesso comicamente, si gira armati l’un contro l’altro. Del mondo interiore registra ogni riflesso che si fa sensazione, il più delle volte amara, caustica, malinconica (“a me rimproverarmi, devo confessare, mi piaceva molto”).

    Insomma pur dotato di una trama che sembra ispirata a un classico hitchcockiano sceneggiato dai Monty Python, Fare pochissimo è congegnato come un flusso di coscienza dove tutto rimanda a qualcos’altro, filtrato attraverso la griglia dell’ironia. La tecnica della divagazione viene usata consapevolmente per incastonare l’esile copione nella tessitura di arabeschi simbolici, giochi semantici, citazioni, stralci d’attualità, pillole biografiche, strali impietosi sul mestiere di giornalista. Una “strategia beethoveniana delle variazioni”, così l’ha chiamata Milan Kundera nel Libro del riso e dell’oblio, che permette allo scrittore di mantenere viva l’unità di tempo e di luogo e nel contempo di sostare dentro i paradossi esistenziali.

    Per esempio questo: la vita è al tempo stesso orribile e meravigliosa, come avevano capito Anna Achmatova e, prima di lei, Anton Čechov. È questo il retrogusto dolceamaro che rimane in bocca dopo aver chiuso l’ultima pagina. Una pagina senza titoli di coda, com’è nello stile di Paolo Onori. Si ride, si piange e il finale è ancora tutto da scrivere.

    https://www.panorama.it/cultura/libri/paolo-onori-fare-pochissimo-la-recensione/

  • 10Gen2018

    Andrea Pennywise - unantidotocontrolasolitudine.blogspot

    Esordire non è semplice, farlo per la prima volta superati i cinquant’anni deve essere un’esperienza così unica da dover essere raccontata. La trafila vuole che si lavori a un libro, lo si lasci tra le mani di nuovi lettori e prevede, nei casi più sfortunati, il confronto con gli altri autori.

     

    A grandi linee questa è la vicenda di Paolo Onori – classe ’63 – che con il suo “Fare Pochissimo” (marcos y marcos) approda per la prima volta in libreria diventando il secondo scrittore di Casalecchio di Reno.

    Le voci parlano di continue frecciatine, di un contrasto sotterraneo con lo scrittore Paolo Nori forse dovuto a qualche somiglianza fisico-anagrafica, una compresenza inaspettata sul territorio, una quasi omonimia e qualche voce che nei piccoli paesi, come vuole la tradizione, tende sempre ad essere distorta provocando dissidio. Tutti fatti trascurabili di fronte a un romanzo più che buono, calibrato come solo uno scrittore già navigato avrebbe saputo fare.

    Così nasce questa chiacchierata, con la voglia di conoscere questa nuova voce che a pensarci bene qualcosa mi ricorda, forse un’idea di letteratura ben precisa, nonostante non riesca ancora a capire a quale autore far riferimento.

    Paolo Onori perché ha deciso di fare lo scrittore, cosa l’ha spinta verso la scrittura?

    Credo che scrivere dei libri sia un modo, economico, ma che può essere sorprendentemente efficace, per provare a essere un altro, che è la cosa, da quando son grande, che forse voglio di più.

    Cosa significa per lei esordire oggi in un panorama italiano così saturo? Quale pensa che possa essere il suo contributo?

    Io ho provato a scrivere una cosa bella, non ho pensato al panorama. Il panorama, mi ci fa pensare adesso, si arrangerà con me come si è arrangiato prima senza di me. Non credo che si offenda, il panorama.

    In “Fare Pochissimo” emerge una forte precarietà che ci rende diffidenti con il mondo. Può essere l’ironia la chiave per superare questo conflitto?

    Sa che non me n’ero accorto, che in “Fare Pochissimo” emerga una forte precarietà che ci rende diffidenti con il mondo? Lo dovrei rileggere. Per via dell’ironia, è una figura retorica, come si sa, che consiste nel dire il contrario di quel che si pensa. Può essere fatta molto bene o molto male.

    Nel 1700 Swedenborg descrisse, seguendo le intuizioni del suo “Arcana Caelestia”, di un Dio buono per cui Paradiso e Inferno coesistono nella vita. Lei nel suo libro afferma che basta un attimo per valicare la linea che divide Paradiso e Inferno. Sia lei che Swedenborg sembra quindi che trasformiate l’esistenza in quel purgatorio di cui negate l’esistenza.

    Io, nel mio libro, scrivo che nella religione ortodossa non c’è il purgatorio. Questo determina il fatto che i comportamenti che fanno meritare il paradiso e quelli che fanno meritare l’inferno sono divisi da una linea, che è, come tutte le linee, o la maggior parte di esse, sottile. Ma non lo dico io. Lo dice la religione ortodossa. La cosa a cui fa riferimento lei mi ha fatto pensare alle teorie di Origène, respinte dalla chiesa romana, sull’apocatàstasi, che sarebbe l’ingresso di tutte le anime in Paradiso. Ne parla Benjaminun saggio sullo scrittore russo dell’ottocento Nikolaj Leskov, dove dice che Leskov era molto influenzato da Origène e che, in armonia con la fede popolare russa, Leskov interpretava la risurrezione (più che come una trasfigurazione) come la liberazione da un incantesimo. La vita come incantesimo malefico. Mi piace.

    Questo esordio è caratterizzato da una lingua intrisa di formule originali, giochi e immagini rafforzative. Emerge un forte interesse e un grande lavoro, quasi una devozione nei confronti della ricerca linguistica. Quale è il suo rapporto con questa ricerca e quale obiettivo aspira a raggiungere?

    Volevo scrivere un libro bello. Mi piace molto la risposta di Iosif Brodskij alla domanda qual è il ruolo dell’intellettuale: «Scrivere delle cose belle».

    I suoi personaggi, così come le vicende che li coinvolgono sono così particolari e diversificati che diventano la rappresentazione di mondi agli antipodi forzatamente connessi dalle regole del mondo. Per riuscire nella loro convivenza diventa fondamentale la comunicazione tra di essi e le ambiguità create da questa. Come fanno a convivere nel mondo di oggi le diverse follie personali e cosa la affascina così tanto dei processi comunicativi?

    Ci son delle frasi, non so, per esempio, «Esistono solo le cose che si fanno tutti i giorni», che sono come delle leve, hanno la potenza di muoverci e di cambiare i nostri comportamenti. Delle volte basta una paola, la parola Pàpa, per esempio, nel libro, a pagina 65.

    Paolo Onori mi ha suggerito una storia di linee molto sottili, una divisione labile tra il far tutto e il far niente, l’idea di poter fare anche pochissimo ma con la consapevolezza di stare in un mondo complesso nel quale trovare la giusta armonia.

    (…) devo dire, se guardo oggettivamente ai miei sentimenti la gente mi fa un po’ fastidio, a me.

    In attesa di un secondo lavoro che di certo non tarderà ad arrivare, darei il benvenuto a questo nuovo scrittore straripante di constata solidità.

     

    http://unantidotocontrolasolitudine.blogspot.it/2018/01/paolo-onori-scrivere-libri-e-un-modo.html

  • 01Gen2018

    Alice de Carli Enrico - meloleggo.it

    Su Fare pochissimo (Marcos y Marcos) si può iniziare a parlare domandandosi: opera prima di scrittore inedito o opera ultima di scrittore ben noto?

    Fatto sta che è un romanzo che si assapora con leggerezza, composto da capitoli brevi che ricordano i sorsi con cui talvolta si beve il caffè in compagnia, centellinandoli poco alla volta per far permanere il gusto più a lungo.

    È un romanzo simpatico, che fa ridere e sorridere, che ti porti dietro per leggerne un pezzetto agli amici e condividerne il piacere. Poi sì, c’è anche una storia che viene portata avanti e lega tutto il contesto narrativo, ma te lo ricorda l’autore, Paolo Onori, che nel frattempo ti ha fatto prendere strade diverse, ha aperto e chiuso un discorso secondario, ti ha gabbato con le parole e non una volta hai opposto resistenza. “Portami un po’ dove vuoi”, ti viene da dire, ché tanto seguirlo lo si fa volentieri.

    Protagonista è Marco Pietramellara, giornalista destinato a poco già soltanto per il nome. Te lo dice lui, che è un “nome assurdo, per uno che vuol fare il giornalista. Uno che fa il giornalista dovrebbe avere almeno il buongusto di avere un nome minimamente memorabile, come Giorgio Bocca, o Enzo Biagi, o Piero Ottone, o Calindro Montanelli, io volevo fare il giornalista e mi chiamavo Pietramellara, Marco Pietramellara, ma che testa avevo?”. Intorno a lui un gruppo di personaggi bene o male assortiti, a seconda dei gusti, come un barista dalle labbra flautate, un corrispondente immaginario, un avvocato che si crede Gianni Agnelli da giovane…

    E poi c’è il fatto che vi dispiacerà quando l’avrete finito.

    http://www.meloleggo.it/fare-pochissimo-di-paolo-onori_351/

  • 01Gen2018

    Fabio D'Angelo - bandadicefali.it

    Nostalgia, senso di vuoto, tristezza, assenza. No, non sto elencando i sentimenti comuni che provano le persone che soffrono della sindrome d’abbandono perché scaricati dalla fidanzata o dagli amici, ma del particolare stato d’animo che prende un lettore medio alla fine di un libro.

    Un giorno qualcuno dovrà studiare quel fenomeno e Studio Aperto dovrà dare notizia dei risultati della ricerca, visto che la condizione di disagio del lettore medio abbandonato dal libro non è meno dolorosa di quella di chi becca il due di picche o viene declassato nella categorie “amici con restrizioni” su facebook.

    Ed è lo stesso senso di abbandono che il sottoscritto (senza post strappalacrime, ma fidatevi lo stesso) prova per il protagonista del libro di Paolo Onori, “Fare pochissimo”, Marcos y Marcos.

    Ebbene sì, alla fine del libro ho perso un amico e non so se sia il caso di chiamare la Sciarelli. Si chiama Marco Pietramellara, fa il giornalista, vive a Bologna e per caso è diventato il protagonista del libro Fare prestissimo di Paolo Onori.  Fa questo mestiere che non gli piace e l’ho conosciuto, all’inizio del libro, in un momento tormentato della sua vita: nelle prime pagine di Fare prestissimo si lascia con la compagna Nilde e scopre che sua figlia ha una passione per Orietta Berti. Due botte pesanti da digerire. E forse, come tutti i giornalisti che stanno passando un momento difficile e non amano tanto il loro lavoro, non è stato poi così complicato pensare di buttarsi a fari spenti nella notte in una di quelle inchieste scomode: il mio amico Pietramellara decide di intervistare un insegnante di religione pentito di nome Marco Belluggi che denuncia l’inutilità dell’insegnamento della religione cattolica.

    Ci hanno fatto causa il ministero e l’episcopato. Credono che Mauro Bellugi, quello a cui ho fatto l’intervista, non esista, e chiedono 850.000 euro o una smentita in prima pagina che hanno preparato loro dove io chiederei scusa tipo ventisei volte in tre righe”
    «Marco» mi aveva chiesto il direttore «qui c’è una cosa, essenziale: questo Mauro Belluggi, esiste?»
    Qui avevo fatto passare due secondi poi avevo detto: «Direttore, secondo lei, io faccio un’intervista uno che non esiste? Cosa sono, scemo?»[…] «Son quasi duemila anni che divulgano la notizia che uno che era morto, dopo tre giorni è risorto, le sembra affidabile, della gente così? No, me lo dica lei.»

    L’intervista ha un risalto nazionale e finisce col creare una serie di problemi, ché uno che vive a stretto contatto con il Vaticano può facilmente immaginare, per cui non stiamo neanche qui a spiegarli.

    Ma tutto il mio periodo di frequentazione con Marco Pietramellara sarà caratterizzato da incontri con persone bizzarre: tipo il suo avvocato Matteo che ama imitare Gianni Agnelli, per dire. O Satana, che è il nome del dogo argentino della sua collega Spadoni in Coltellini. E insomma con lui non mi sono annoiato per niente, e alla fine sono finito per entrare anche in un giallo.
    Sta di fatto che, come nei libri di Paolo Nori, a cui probabilmente Paolo Onori in questo suo romanzo d’esordio un po’ si ispira, l’elemento principale che finisce per attrarre il lettore è  la scelta di utilizzare una lingua  colloquiale che sia di uso comune, quotidiana, espressiva. Che ti fa interagire con i protagonisti proprio così, in libertà, come con degli amici al bar. E alla fine ti affezioni. E forse  Marco Pietramellara mi manca proprio per questo.

    Sull’autobus ero riuscito a sedermi davanti, vicino all’autista, sono sempre contento, io, quando riesco a sedermi, sugli autobus, e mi ero messo a leggere, mi metto sempre a leggere, io, quando sono seduto sull’autobus, e di solito leggo dei romanzi, che leggere dei romanzi, per me, quando sono sugli autobus, o sui treni, è come la macchina del tempo, arrivo che non mi accorgo della noia del viaggio, o del fastidio dei passeggeri che io, devo dire, se guardo oggettivamente ai miei sentimenti, la gente mi dà un po’ fastidio, a me.
    Gli altri, non io, io vado bene, son gli altri, che non me li spiego, e gli altri, quando sono su un autobus, o su un treno, diventano i passeggeri che io, quando sono su un treno, o su un autobus, che qualcuno si viene a sedere vicino a me, io, la cosa che mi viene da pensare, “Ma proprio vicino a me, doveva venirsi a sedere, con tutti i posti che c’erano?”.

    http://www.bandadicefali.it/2018/01/08/fare-pochissimo/

  • 30Dic2017

    redazione - viaggiinvolontari.wordpress.com

    Onori e Nori: e ci si diverte anche a “Fare pochissimo”.

    Se non ci fosse occorrerebbe inventarlo. E nel frattempo lui ha deciso di re-inventarsi: ha aggiunto una O e Paolo Nori è diventato Paolo Onori.

    Che al suo primo romanzo ci tranquillizza subito: Onori conserva intatti tutti pregi di Nori, con quel suo “scrivere parlato”, quella balbuzie mentale nella quale i pensieri sembrano incartarsi per poi invece svelarsi nella loro efficacia. Un insieme di “perfida” ma innocente (ecco perchè a perfida ho dovuto mettere le virgolette) analisi di noi e delle nostre debolezze. A volte Nori lo ha fatto partendo dalla cronaca (e quante lucidissime riflessioni su Parma ci ha regalato in questi anni), a volte da una realtà particolare come quella del riuscitissimo “Repertorio dei Matti”: non ricordo se Matti era maiuscolo ma mi viene da scriverlo così.

    Qui siamo in una surreale redazione, poi in un surreale autobus, bar, stazione… Ovunque Nori e i suoi personaggi si muovono indifesi e fortissimi (altro ossimoro) e le vicende del romanzo sembrano quasi solo un pretesto per far esprimere a Nori il suo mondo interiore, con quello sguardo stupito e disincantato (terzo ossimoro?) che ne fa uno scrittore davvero particolare e ogni volta godibilissimo. Tanto che non ho neppure scritto che nel romanzo c’è anche un omicidio, perchè da una parte è un pezzo azzeccatissimo del libro ma dall’altra hai l’impressione che se al posto dell’omicidio Nori avesse messo (che so?) una partita di calcio il libro avrebbe fatto centro allo stesso modo.

    E così, Onori o Nori, anche questa volta è una lettura da consigliare. In attesa che a uno dei due scrittori venga ancora e presto voglia di “fare pochissimo”.

     

    https://viaggiinvolontari.wordpress.com/2017/12/30/onori-e-nori-e-ci-si-diverte-anche-a-fare-pochissimo/

     

  • 20Dic2017

    Camillo Langone - ilfoglio.it

    Leggere romanzi per uscire dalla massa

    L’ultimo libro di Paolo Nori dimostra cosa significhi usare un linguaggio libero per davvero.

    Fare pochissimo può essere moltissimo.

    Paolo Nori è un vero conservatore (“Ero così contrario ai cambiamenti”) e nel suo ultimo romanzo “Fare pochissimo” (Marcos y Marcos) scrive “scapoli”, definisce una vecchia fiamma “grama come le verze bagnate”, mette l’articolo prima dei cognomi delle donne (“la Spadoni”), azzarda addirittura la parola “mongoloidi”… Quella dello scrittore emiliano è una lingua ricca e profonda e dunque libera. Di più: per i motivi che ci ha spiegato don Milani, è una lingua liberante. Chi non crede sia gran cosa leggere romanzi, per giunta brevi come i romanzi di Nori, sappia che certi libri sono invece quasi indispensabili, qualora non si voglia appartenere a quella “massa che, essendo massa, è della gente che han delle teste che non le mangiano neanche i maiali”.

  • 17Dic2017

    Cristina Taglietti - La Lettura del Corriere della Sera

    La trama la fanno gli pseudonimi e gli alias

    Intrighi: Paolo Onori è in realtà Paolo Nori. Che dà ai personaggi nomi di altri personaggi o figure vere.

    Il primo romanzo di Paolo Onori per certi versi non assomiglia per niente a un romanzo di Paolo Nori, scrittore che ha fatto della digressione, della dispersione, dell’assenza di trama a favore di una sorta di flusso di coscienza sincopato, il marchio inconfondibile della sua scrittura narrativa.

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  • 07Dic2017

    Salvatore Lo Iacono - Il Giornale di Sicilia

    Fare pochissimo. Omicidio da risolvere. Il giornalista investigatore.

    Da anni Paolo Nori è una delle anime di Marcos y Marcos. Da narratore e da finissimo traduttore, dal russo.

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  • 18Nov2017

    redazione - spazioterzomondo.com

    Chi non avesse mai letto i libri di Paolo Onori potrebbe anche decidere di porre fine a questa lacuna leggendo questo che è il primo, fare pochissimo appunto, che tra tutti i libri inutili che ci sono in giro è uno dei meno inutili, anche se l’inutilità di qualcosa è sempre relativa.

    E’ un libro sia divertente sia originale, due aspetti dei libri che non vanno sempre d’accordo i libri originali sono spesso noiosi e quelli divertenti non si sa bene chi possano far ridere forse quelli che vedono tanta televisione che però non si capisce perché dovrebbero comprare i libri se già vedono la televisione. Invece Paolo Onori racconta la vita d’un giornalista nella Bologna d’oggi che è una vita da Bologna oggi, non proprio bellissima, anche perché questo giornalista, che si chiama Marco Pietramellara, ha appena litigato con Nilde, la mamma di sua figlia Stasudadoss ed è chiaro che entrambi i nomi sono fittizi, come pure è fittizio l’insegnante che serve da interlocutore per l’inchiesta che il Pietramellara ha condotto sull’inutilità dell’ora di religione e sui soldi che quest’ora, di religione, costa alla collettività. Vorrei tanto potervela riassumere ma non è il caso, sono poi tre pagine (66, 67 e 68) che si leggono alla svelta. Tanto vale comprare il libro. Ma, diranno i più, 16 euro per tre pagine divertenti e originali mi sembra troppo, e invece no, perché il buon Paolo Onori riesce ad incastrare nelle vicende del Pietramellara un omicidio e, si sa, se in un libro c’è un omicidio, ci sarà anche un assassino. Trovare l’assassino non è difficilissimo perché Onori è uno scrittore di stati d’animo più che di gialli e lo svolgimento della storia è in perfetto accordo con la filosofia del Pietramellara, e forse anche dell’Onori, e forse di tutti quelli che han capito qualcosa della vita, ovvero fare pochissimo.