Il cane di Giacometti

Archivio rassegna stampa

  • 05Feb2018

    Antonella Lucchini - mangialibri.com

    “Ci sono età dove incontrarsi è restare/ altre si tengono nei sogni mentre/ le lame girano, tagliano, tolgono/ il sangue sempre più vicino al fiato”. Le “altre” sono età del non restare, dell’abbandono. Quando due ritorna a essere uno si accende il buio (“con un pezzo di buio vicino”), finiscono le parole e restano le azioni o le non azioni (“Sono senza saluti gli amori che passano/ gli addii dritti sui binari/ quello stare pieni dentro un gesto”).

    Il viaggio nella solitudine di chi resta, disancorato e senza appoggio, ha una partenza a caduta e si cade perché “non ci sono mai cerchi chiusi/ abbastanza bene”. Si precipita dentro la città e i suoi luoghi più umili e più cupi (“Di questa città/ si dovrebbe dire solo/ il vero delle cantine”), (“…alla fine sono i tombini qui/ ad essere le gole dei paesaggi”), dove la luce c’è a macchie, e quando è macchia/ luce si inspira il dubbio che è anche speranza (“Dimmi fino a quando possono reggere/ le braccia spalancate senza/ che incomincino a tremare”). Ma nel singhiozzo della luce, nell’essere tornati a camminare solo con le proprie gambe, tra tombini, cunicoli e cantine si trova, forse si trova, un pezzo di qualcosa, di fortuito o di proprio, a cui tenersi stretti per non annegare (“Lasciare che il giorno passi/ come quando fino all’ultimo si resta/ aggrappati a un legno/ a un coro d’unghie”)…

    Secondo volume di quella che sarà una trilogia, preceduto da Per restare fedeli (Transeuropa, 2013). Tre libri per parlare dell’abbandono. Nel primo l’abbandono viene trattato da Stefano Raimondi con un parallelo tra il disastro emotivo personale (un abbandono doloroso) e l’attualità della Seconda guerra del Golfo (2003) e di altri tragici avvenimenti (il G8 di Genova, per dirne uno). Parallelo, appunto, che si somiglia ma che non si sovrappone, come a dire, stessa risultanza, la sofferenza, ma diversa eziologia. Nella nuova raccolta, il “cane” del titolo, che prende spunto da una considerazione di Alberto Giacometti (famoso scultore e pittore svizzero), è la reificazione della solitudine. Se l’abbandono è azione breve, un suono acuto che ha un inizio e una fine, la solitudine è un tinnito. Qui Raimondi, poeta che ha sempre un occhio rivolto all’interno e uno attento al fuori, accompagna la sua solitudine per le vie della città, soffermandosi sui tombini, le grondaie, i cunicoli, le cantine, ambienti dove si raccoglie l’acqua reflua, lo scarto. La metafora è forte e svilente, ma nel contempo compassionevole per un’anima lasciata sola, scartata, che cerca di rielaborare il lutto e di riagganciarsi alla vita. Il linguaggio è coerente all’esperienza emotiva e procede dal pessimismo addolorato dei primi versi (“non ci sono”, “non esiste”, “mai”) fino alla possibile guarigione, (“esserci”, “perdoni”, “carezze”, “respiri”). Poesia, forma eletta per alfabetizzare il dolore.

    http://www.mangialibri.com/poesia/il-cane-di-giacometti

  • 17Dic2017

    CasaLettori - Robinson La Repubblica

    “Il cane di Giacometti” edito Marcos y Marcos esplora la separazione, che non è perdita ma ricerca di nuovi spazi ideativi.

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  • 30Nov2017

    Stefano Raimondi - lepparoleelecose.it

    Il cane di Giacometti di Stefano Raimondi

    (È uscito da poco per Marcos y Marcos. Ne presentiamo sei testi)

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  • 09Set2017

    Alida Airaghi - sololibri.net

    “L’oscillazione tra solitudine, miseria e armonia, tra luce, stella, tremore e senso d’abbandono, è forse davvero la cifra del nuovo libro di Stefano Raimondi… Esplorare l’abbandono, il senso d’abbandono, dentro le parole e dentro l’orizzonte urbano… ricercarne le costellazioni di immagini, le risonanze interiori, la voragine di un tombino che si spalanca e il viaggio che tuttavia si apre, in una luce incerta: ecco l’orizzonte di quest’opera…”.

     

    Così Fabio Pusterla nel risvolto di copertina del volume di versi “Il cane di Giacometti” del poeta Stefano Raimondi (Milano, 1964), che individua con precisione il leitmotiv che attraversa queste pagine, il senso acuto di impotenza e incomunicabilità, nostalgia e rimpianto, isolamento e timore.
    Facilmente rilevabili già da una prima, superficiale lettura, in cui riscontriamo da subito il reiterarsi di una stessa preposizione (“senza”, ripetuto una decina di volte), degli stessi verbi (“tremare”, “finire”, “sparire”), di aggettivi che paiono rincorrersi (“spezzato”, “schiacciato”, “inutile”, “vuoto”).
    Anche i nomi, sia quelli astratti (“buio”, “paura”, “silenzio”, “abisso”), sia quelli concreti (“stortura”, “taglio”, “crepa”) sottolineano continuamente l’idea di una ferita immedicabile, di un distacco doloroso, di un addio definitivo.
    E se nella descrizione degli interni (cucine e camere disadorne, fredde) si citano “finestre”, “vetri”, “porte”, le vediamo serrate od opache, mai in grado di segnalare un passaggio, un’apertura; mentre l’immagine che più caratterizza l’arredo urbano è quella del tombino, che grigio e gelido ha il compito di coprire i rifiuti della città.

    “Devastati dalla fedeltà prendiamoci / carezze, spasimi, boccate, brani di fiato / ognuno dalla sua parte, disossata e accesa. / Sentire il peso dell’aria, l’abisso / dei tombini, stare nella cerchia buona / dell’ultima parola, tra una città / che cade tra sé e sé”.

    Una Milano disumana, quella raccontata da Stefano Raimondi, sfregiata da “scavi aperti”, in cui la “vita rasoterra” si trascina per inerzia, tra muri sordi, cantine, ringhiere, parchi desolati, passanti “dormienti”: una metropoli malata, che non offre scampo o ancore di salvezza.

    “Ci si guarisce così nelle città: / aspettando”.

    In questo libro di prose che sembrano poesie, e di poesie cadenzate narrativamente, il cane solitario di una scultura che Alberto Giacometti descriveva all’amico Jean Genet è puro pretesto allusivo per Stefano Raimondi, essendo tutto interiore il cane che a lui rode il cuore e accerchia i pensieri: scodinzola, ringhia, minaccia, tiene a bada, morde, annusa, insegue. Impietoso come ogni solitudine dopo ogni abbandono.