Nonnitudine

Archivio rassegna stampa

  • 08Gen2018

    Chiara Stival - italian-directory.it

    La nonnitudine di Fulvio Ervas, una riflessione sul futuro

    Nominare Fulvio Ervas, dopo il successo cinematografico di Finché c’è prosecco c’è speranza tratto dal suo omonimo libro, potrebbe essere fuorviante: l’ispettore Stucky non è l’unico protagonista della sua ricca produzione letteraria,

    seppure per i tipi della Marcos y Marcos, lo scrittore ha pubblicato una serie di romanzi ambientati nel Nordest che vedono come protagonista l’ispettore italo-persiano (Pinguini arrosto -2008, Buffalo Bill a Venezia – 2009, Finché c’è prosecco c’è speranza – 2010, L’amore è idrosolubile – 2011, Si fa presto a dire Adriatico – 2013).

    Nonnitudine è un’altra cosa. È una riflessione sulla vita molto più affine a romanzi precedenti come Se ti abbraccio non aver paura (tradotto in 9 lingue, vincitore del Premio Anima e del Premio Viadana giovani, Libro dell’anno 2012 degli ascoltatori di Fahrenheit Rai Radio3) o Tu non tacere, storie vere che Ervas sa raccontare con una scrittura semplice e pulita, proprio come le vicende che narrano; dietro lo scrittore resta vivo lo spirito di ricercatore e sperimentatore scientifico, quel ruolo di insegnante di scienze naturali che è il suo primo lavoro.

    È proprio questa commistione tra spirito d’osservazione scientifica e occhio sensibile d’uomo moderno che caratterizzano il suo stile. Nonnitudine è il libro in cui quest’equilibrio viene sbilanciato, nel piatto della bilancia l’esperienza autobiografica ha un peso maggiore nonostante l’io narrante sia nascosto da un “lui” che non vuole avere un nome, se non il ricordo di un tale Pietro Stocco, detto Sfogo.

    Questa esperienza inimmaginata trova lo scrittore impreparato, le sue conoscenze tecnico-linguistiche non sono sufficienti a gestire l’impatto emotivo che il cambio di ruolo, da padre a nonno, scaturisce nel suo modo di essere.

    Dopo un primo momento disorientato, ecco che prevale il metodo e la curiosità di un insegnante scrittore, sempre pronto a stare al passo con i cambiamenti, cercando di approfondire ogni sfumatura che questa nuova condizione mette in luce. Per Ervas i fatti della vita offrono uno spunto per ampliare l’orizzonte di conoscenza, di se stessi e del futuro collettivo: una responsabilità comune verso luoghi da preservare e persone di cui prendersi cura.

    Nel romanzo Nonnitudine, Ervas indaga nella storia delle persone anche attraverso il confronto con vecchi amici di un gruppo dedito alla geostrategia, come se l’essere nonni, di questi tempi, richieda una nuova analisi, o solo perché è necessario immaginare il futuro per lasciare degli insegnamenti ai nipoti.

    Che rapporto ha questa fase della vita con il tempo?

    Avere percezione profonda del proprio tempo biologico, non del banale calendario, è una faccenda complessa. Riconoscere le tappe di cambiamento del proprio corpo, prepararsi ad esse, avere coscienza dei cicli emotivi, dei cambiamenti delle mappe mentali, è un duro lavoro, affascinante e denso di senso. Bisogna esercitarsi per invecchiare (processo bellissimo la cui alternativa è morire) affinché si approdi ad una persona leggera come l’elio e non a un vecchiaccio plumbeo tutto baricentrato sui suoi acciacchi e sulle occasioni mancate. Io intendo la vita come un’opportunità qui, e non prevedo un paradiso.

    Cito una frase del libro: “L’imprinting ha a che vedere con la verginità della mente, con la sua progressiva costruzione”. Quali sono, secondo te, gli imprinting più importanti nella vita degli uomini del XXI secolo?

    Per quelli della mia età, gli imprinting maggiori sono novecenteschi: penso alla costruzione dell’Europa, penso alle lotte sociali, a un certo senso morale. Questo, quasi, ventennio del XXI secolo è all’insegna della velocità e penso che la velocità stia condizionando i modelli mentali di moltissime persone. Peccato che stare alla guida di una vita veloce, o velocizzata, presupponga grande abilità per non schiantarsi. I social mi dimostrano che ci si schianta molto molto facilmente.

    In Nonnitudine la risata dei bambini ha un peso rilevante, perché?

    Perché rivela che tutti abbiamo avuto dei momenti di felicità. Abbiamo avuto persone e situazioni che ci hanno smosso emozioni profonde e intrattenibili. Essere felici è alla portata di ciascuno. Come diceva Gianni Rodari bisogna rendere felice un bambino più che fornirgli subito grandi schemi interpretativi del mondo. Consolidiamo la sua fiducia nella vita prima di tutto. Un bambino infelice, magari profondamente infelice, che cittadino sarà e come potrà una tale persona governare utilmente delle comunità?

    Una preoccupazione del protagonista: “andava convincendosi che il mondo stesse prendendo davvero una brutta piega”, per Fulvio Ervas qual è la piega più grave?

    Se due quindicenni psichici, uno in Corea e uno negli USA, stanno giocando con la dimensione del loro pulsante, può il mondo sperare che non accada un altro grande conflitto?

    Una parte del libro è un racconto che sembra un testamento, sono dunque i libri l’eredità più importante che possiamo lasciare ai posteri?

    Credo che l’esempio che si può, e si deve, immaginare funga da testamento per i posteri. I libri sono uno dei prodotti dell’immaginazione. Anche immaginare un mondo senza imbecilli è una bella eredità.

    Fulvio Ervas cela una grande ironia nell’atteggiamento di chi è affetto da nonnitudine, alcune sue risposte sono domande a cui è doveroso dedicare almeno una riflessione.
    Buona lettura!

    https://italian-directory.it/nonnitudine-fulvio-ervas-riflessione-futuro

  • 01Gen2018

    Giulia Cocchella - mangialibri.com

    Lui e la moglie hanno prenotato l′aereo con largo anticipo e una macchina a nolo, ma al loro arrivo in Spagna ‒ nonostante siano partiti otto giorni prima della data probabile ‒ il bebetin è già nato. La moglie continua a chiedergli se si sente nonno, ma è complicato rispondere adesso, bisogna che prima incontri il nipote, senza vederlo è difficile.

    E dire che tutto il mondo che ruota attorno alla famiglia si è già messo in moto da tempo: i mesi di attesa sono trascorsi tra le congratulazioni, gli auguri, la febbrile produzione femminile di berretti, calzette e guantini. Poi, finalmente arriva il momento dell′incontro. Si sente felice. È scoccato l′imprinting. Sta appunto leggendo sull′argomento un interessante libretto, che sostiene esistano molti episodi di imprinting, almeno quante sono le stagioni della vita. Come le oche, all′uscita dall′uovo, videro il volto barbuto di Konrad Lorenz e pensarono “mamma”, così è successo a lui: ha visto il nipote, ha pensato “nipote” e se ne è innamorato all’istante. Quindi c′è il rischio, come insinua la moglie, che se accadesse di avere altri nipotini, tutto potrebbe perdere di intensità, perché il bebetin, inutile girarci attorno, ha trovato il campo sgombero dall′esperienza. È subito paura. Per addormentarsi, per eludere il dolore dei duemila chilometri che al ritorno lo separano dal nipotino, intona nella sua testa “bebetin”, che si applica con facilità alle note di Jingle Bells. Canta fino a prendere sonno…

    La nonnitudine, come suggerisce la parola stessa, è uno stato tipico dei nonni, a metà strada tra l′ebetudine, un′attitudine poetica in senso letterale e una vera e propria malattia. Soprattutto implica responsabilità, una “percezione del mondo come luogo che andava bonificato, perché un nipote potesse radicarsi”. È quello che succede, in ogni caso (anche se il dottore abbassa gli occhiali e sospira a lungo, quando si commette l′errore di chiedergli consiglio). Diventare nonno è un′esperienza esaltante, una straordinaria felicità, ma non perfetta. Esistono timori e grandi domande, così urgenti che certo si possono sacrificare le discussioni di geopolitica tra amici a favore di argomenti di più stringente attualità: quanti dei nipoti dei presenti hanno iniziato a parlare, che cosa fare quando non si condivide lo stile educativo dei figli, a che età proporre la lettura di Quasimodo e così via. La nonnitudine poi regala nuove energie vitali: quando il bebetin incomincia a camminare, suo nonno riprende a correre. Tra riflessioni e momenti esilaranti, mescolati e condotti da una penna agile, Fulvio Ervas scrive un romanzo che ancora una volta trae spunto dalla vita vera. Ma a differenza di Non tacere e del suo acclamatissimo Se ti abbraccio non aver paura, questa volta è la sua personale esperienza di nonno a fornirgli l’ispirazione. Una storia che senz′altro si fa apprezzare, soprattutto per chi si trovi in stato di nonnitudine.

    http://www.mangialibri.com/libri/nonnitudine

  • 16Dic2017

    Mauretta Capuano - ansa.it

    Ervas, la mia nonnitudine e il tempo. Quando essere nonno è un privilegio

    (ANSA) – ROMA, 16 DIC – FULVIO ERVAS, ‘NONNITUDINE’ (MarcosyMarcos, PP 253, EURO 18).

    Reduce dall’inaspettato successo del film ‘Finché c’è prosecco c’è speranza’, tratto da uno dei suoi romanzi con protagonista l’ispettore Stucky, che “potrebbe diventare una serie televisiva”, e dall’arrivo in libreria del romanzo che “sente più suo”, ‘Nonnitudine’ (MarcosyMarcos), Fulvio Ervas ci invita a non “avere paura del tempo che passa”.

     

    “Quando ti confronti con un bambino capisci il lato positivo dell’invecchiamento. L’alternativa è morire. Tu sei il tempo che vivi e essere nonno è un privilegio” dice all’ANSA Ervas, diventato famoso con il viaggio di un padre e del figlio autistico raccontato in ‘Se ti abbraccio non avere paura’.

    Ora lo scrittore si confronta in ‘Nonnitudine’ con l’essere diventato nonno, ma parla anche a quelli che non lo sono. “La nonnitudine è una coordinata degli adulti, di tipo temporale/affettivo. Di chi capisce l’amore di quelli che si proiettano nel tempo. Il mio piano B, cioè l’altra vita dopo di me, è il mio nipotino, ma vale anche per chi non ne ha” spiega lo scrittore che è da poco diventato nonno, ma nel libro non dice mai il nome del suo nipotino che è lontano, vive in Spagna.

    Per tenerlo più vicino a sé in ‘Nonnitudine’ ha inserito una lunga fiaba – 70 pagine con caratteri bianchi su carta nera – in cui i bambini leggono ad alta voce e la loro energia fa funzionare la luce, la fotosintesi. “Tutto quello che serve alla comunità di adulti, che viene dal mondo incerto e vive sottoterra. Il 2018 – dice Ervas – rischia di essere il 1938.

    Non dico che accadrà, ma siamo vicini, credo a una terza guerra mondiale”.

    Dopo questo libro, Ervas, 62 anni, che continua a fare l’insegnante in Veneto, è convinto di non poter dire molto di più della vita. “Posso fare fiction, serie” e a una sta già lavorando. “Stiamo pensando di fare una serie per la tv tratta dai sette romanzi con protagonista l’ispettore Stucky. Nel film Giuseppe Battiston è 7-8 volte il mio Stucky. In ‘Finché c’è prosecco c’è speranza’ ha fatto il suo ispettore, ironico, malinconico. Pensavo non fosse possibile renderlo così popolare.

    E’ un giallo di nicchia, per pochi lettori, non lo dico per snobismo. Con pochi morti, poca violenza, pochi colpi di scena e molta scienza, in fondo sono un insegnate di chimica” racconta.

    E aggiunge: “Avevo iniziato a scrivere un’altra storia con Stucky e mi vedevo sempre davanti la faccia di Battiston. Il film è un attacco alla monocultura del prosecco e all’inquinamento del territorio. C’è molta ironia e forse è più ambientalista del libro”, sottolinea lo scrittore che ha lavorato per due anni alla sceneggiatura con il giovane regista Antonio Padovan, 31 anni, a cui si deve l’idea del film. “Non è vero che i giovani sono sdraiati come dice Michele Serra, almeno non tutti. Padovan era alla presentazione di un mio libro, anni fa, e fra una platea di donne – che sono le maggiori lettrici – ha alzato la sua manina e mi ha chiesto se da un mio libro si poteva fare un film. E’ stato lui, pubblicitario che vive a New York, a mettere in moto ogni cosa. E non abbiamo avuto nulla dalla Regione, dalla Film Commission, dalla zona del prosecco.

    Lo ha prodotto il veronese Nicola Fedrigoni di K+Film. In Veneto è andato bene e anche in giro per l’Italia. E’ in sala da 43 giorni” spiega Ervas.

    Ma la sua “urgenza” è stata davvero ‘Nonnitudine’. “Vedi – dice – che padre sei stato quando i tuoi figli fanno dei figli.

    E questo accade non perché sei più rilassato, ma perché senti la vita in maniera più profonda. A mio nipote lascio in eredità l’immaginazione e non dimentichiamo che leggere è l’unico modo in cui puoi sentire il tuo pensiero”. (ANSA).

     

    http://www.ansa.it/sito/notizie/cultura/unlibroalgiorno/2017/12/16/ervas-la-mia-nonnitudine-e-il-tempo_c0734633-ff76-4c88-9687-62026bb108a2.html

  • 05Dic2017

    Alessandro Scandale - associazionivicentine.it

    Il nuovo romanzo di Fulvio Ervas “Nonnitudine” (Marcos y Marcos) racconta l’esperienza di diventare nonni e sentirsi improvvisamente dotati di super poteri.

    Dopo il successo di “Se ti abbraccio non avere paura”, ecco il libro dello scrittore veneto che ha creato l’ispettore Stucky, protagonista di una serie di gialli e ora anche di un film interpretato da Giuseppe Battiston (Finché c’è prosecco c’è speranza). La storia di una nuova vita che comincia ad un’età in cui molti si sentono sperduti e inutili, una volta finita la vita lavorativa, e che invece porta con sé tutta la meraviglia delle nuove scoperte, l’esperienza del tempo e dello spazio e la magia degli oggetti che hanno un nome. Al diventare nonni, consapevoli di una responsabilità verso la nuova vita e il pianeta che la ospita, Ervas associa il neologismo “nonnitudine” e il futuro si srotola davanti come un luogo abitato, da rendere fertile e rigoglioso. Lui non è l’unica vittima di questa strana malattia, che cambia il modo di stare al mondo: un gruppo nutrito di neononni finisce per darsi appuntamento al bar. Accanto a birra fresca e ordinarie vanterie, cresce la voglia di discutere, esplorare, tornare a correre insieme, vivere per durare. E a casa, quando sale la nostalgia per il nipotino lontano, c’è una lunga favola da scrivere: in una comunità sotterranea, sono i bambini che leggono a generare energia vitale, l’energia che potrebbe servire un giorno per ricominciare…

  • 01Nov2017

    Marta Cervino - MarieClaire

    Cosa vuol dire diventare nonni? Che tifone ci travolge alla nascita di un nipote? In queste pagine c’è il viaggio di un uomo attraverso questo nuovo territorio.

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  • 23Ott2017

    Redazione - ilLibraio.it

    “Nonnitudine” di Fulvio Ervas racconta l’esperienza di diventare nonni e sentirsi improvvisamente dotati di super poteri. Dopo il successo di “Se ti abbraccio non avere paura”, ecco il nuovo libro dello scrittore che ha creato l’ispettore Stucky, protagonista di una serie di gialli e ora anche di un film, interpretato da Giuseppe Battiston.

     

    Diventare nonni è come sentirsi improvvisamente dotati di super poteri, la risata di un nipotino è un’onda anomala di felicità: in quel momento della vita in cui la monotonia e l’abitudine si ripiegano su se stesse una nuova vita comincia, portando con sé tutta la meraviglia delle nuove scoperte, l’esperienza del tempo e dello spazio, l’invenzione della gravità e la magia degli oggetti che hanno un nome. Questo curioso fenomeno del diventare nonni, improvvisamente consapevoli di una responsabilità verso la nuova vita e il pianeta che la ospita, si chiama “nonnitudine”: i neononni si riuniscono al bar con una birra fresca in mano e talvolta inventano storie; storie come quella di un mondo sotterraneo, dove i bambini che leggono generano energia…

    “Nonnitudine ”(Marcos y Marcos) è il nuovo libro di Fulvio Ervas che, dopo il grande successo di “Se ti abbraccio non avere paura” (Marcos y Marcos), la storia di Franco e Andrea, un padre coraggioso e il suo dolcissimo figlio autistico, racconta cosa vuol dire diventare nonni e riscoprire le piccole gioie della vita.

    In concomitanza con l’uscita del nuovo libro, a fine ottobre arriverà nelle sale il film di Antonio Padovan “Finché c’è prosecco c’è speranza”, interpretato da Giuseppe Battiston e tratto dall’omonimo libro di Ervas, appartenente alla serie di gialli che vede per protagonista l’ispettore Stucky e le sue indagini nella terra dell’autore: il Veneto.

    Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, un estratto dal nuovo libro di Ervas:

    “Piuttosto, perché ci viene la lacrima facile?” aveva chiesto ai colleghi nonni. “Perché ci succede questo? Come e più che con i nostri figli? Non abbiamo ancora trovato una risposta!” “Dài, è l’età, la fragilità delle sinapsi”. “Ma sì. Gli ormoni sballati o mal funzionanti”. “È la terza età” aveva detto qualcuno. “Terza età è semplicemente invecchiamento. No, è qualcosa di più” aveva affermato.

    “Siamo malati di nonnitudine” aveva scandito la parola, rimasta a lungo sopra di loro, tra gli odori del caffè. “Nonnitudine, nonnitudine” avevano bisbigliato. Si era alzato, aveva aperto il piccolo libro, L’arte di essere nonno, e aveva recitato:

    Il loro riso ci fa spuntare una lacrima sulle pupille e fa trasalire le pietre della nostra vecchia casa; il loro sguardo radioso disperde i terrori della tomba semiaperta e degli anni gelidi e gravi.

    Luciano l’aveva interrotto.

    “Scivoliamo nel patetico. Diamoci una regolata!”

    “Nonnitudine, una malattia? Ma sai quali malattie vere girano nel mondo? Torniamo con i piedi per terra” Guglielmo aveva vistosamente calpestato il pavimento del bar.

    Ripetutamente, come se dovesse uscire da un pantano.

    Lui s’era reso conto che evolveva verso un’ideologia della sua condizione.

    Non avrebbe avuto coraggio né cuore per dire ai suoi amici ciò che davvero pensava: essere nonni aveva implicazioni assai più ampie che essere stati padri o madri, perché a quel tempo avevano degli alibi, erano giovani, non conoscevano appieno il mondo, dovevano lavorare, pensare ai mobili e al mutuo, erano assorbiti e distratti; ora l’orizzonte era più limpido, polvere e molto rumore erano svaniti e lo sguardo avanzava sino in lontananza; ora sapevano di sé e del mondo; sapevano che stavano lasciando in eredità miliardi di frammenti di plastica, nuvole di gas di scarico, acque sporche; sapevano che si alzavano la notte per svuotare la dispensa del futuro dei loro nipoti. Lo sapevano. Aver guadagnato una distanza appropriata implicava responsabilità. Altrimenti era una farsa. Non aveva coraggio né cuore per dirlo. Aveva non solo qualche anno in più. Aveva una sorta di malattia, una deformazione, una percezione del mondo come luogo che andava bonificato, perché un nipote potesse radicarsi. Era la nonnitudine, di sicuro”.

    (continua in libreria…)

  • 14Ott2017

    Bruno Gambarotta - Tutto Libri - La Stampa

    Diario di un’emozione/Fulvio ervas.

    Com’è bello avere un nipotino quando Victor Hugo ti dà una mano.

    Un’elogio della “nonnitudine” in forma di romanzo tra pannolini e nuova consapevolezza della vita e del tempo.

    “Il bimbo è arrivato. Sono un uomo felice”, scrive nel suo diario l’autore la sera stessa dell’annuncio.

    Ci vuole coraggio di questi tempi a parlare di felicità e Fulvio Ervas dimostra di averlo nello stendere in terza persona la cronaca dei pensieri e delle emozioni provate nel diventare per la prima volta nonno.

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