#Piccoligiàgrandi: tanti auguri Marcos, un catalogo magico con dentro una fata


La storia dell’editoria indipendente italiana, non sarebbe mai stata quella che conosciamo, se trentacinque anni fa Marco Zapparoli e Marco Franza, non avessero messo insieme la loro passione per le parole e i libri.
I due Marco, ogni giorno all’entrata dell’università incrociavano un poeta cileno, colpito dal loro entusiasmo, un giorno, gli dedicò una raccolta di poesie con un “Para Marcos y Marcos con todo el cariño”, di lì il nome del progetto, Franza scelse un’altra strada ma Zapparoli concretizzò il suo sogno, e coi soldi risparmiati facendo il pizzaiolo stampò il suo primo libro, “E da segrete scale” di George Heym, da lì in poi sono stati tantissimi i gradini che questo editore ha fatto nella scena editoriale. Decisivo è stato l’arrivo di Claudia Tarolo in casa editrice, nel 2000, con lei arrivarono i primi autori italiani, Cristiano Cavina e Fulvio Ervas, e grandi importanti traduzioni che forse mai avremmo letto senza di loro.

Ad oggi, Marcos y Marcos è uno dei pochissimi marchi indipendenti ad avere una collana tascabile, i celeberrimi minimarcos.
Per il loro trentacinquesimo compleanno la casa editrice ci invita a scoprire e rileggere il meglio di questi anni con la campagna “A qualcuno piace marcos”.

 

Ogni lettore ha (almeno) un minimarcos nel cuore, un’esperienza di lettura ineguagliabile che ha stravolto i canoni di giudizio, un libro che una volta finito ci ha lasciato malinconici e ci ha fatto pensare “ecco, io una storia così, non la incontrerò mai più!”

 

Il mio è “Ho paura torero” di Pedro Lemebel, un autore straordinario, scomparso l’anno scorso a soli 63 anni, ha segnato la scena politica, sociale e culturale del Cile, diceva di essere nato in una casa senza libri ed ha cercato nella sua esistenza di circondarsi di tutta la bellezza che gli era stata preclusa. Nel 1987 ha fondato il collettivo Yeguas del Apocalipsis con cui per un decennio ha girato la nazione, ha portato nell’arte temi scottanti come la memoria e la libertà sessuale, ha raccontato le piaghe del maschilismo, del patriarcato, dell’invadenza religiosa e della dittatura nelle vite dei cileni.
Pedro Lemebel è stato il poeta degli esclusi, degli operai sfruttati, delle donne costrette agli aborti clandestini, degli omosessuali e delle persone transessuali messe ai margini.
Ha fatto del suo corpo un messaggio politico, né maschio né femmina, racconta che da piccolo lui non giocava con le bambole, lui voleva essere le bambole.
Da grande, senza vergogna ha indossato i tacchi, ha messo lo smalto e gli orecchini senza intraprendere un percorso di transizione, ha rifiutato la dicotomia sessuale ed ha dimostrato al mondo che si può essere uomo e donna contemporaneamente. Con sincerità ha spiazzato tutti e si è fatto amare da una intera nazione (in Cile i suoi libri sono più letti di Harry Potter).

Ha dimostrato che non c’è nulla di giusto o di sbagliato quando si parla di identità di genere e di orientento sessuale.
Lo ha detto coi suoi vestiti e lo ha raccontato in “Ho paura torero”, il suo unico romanzo. La protagonista è una fata senza nome, una travestita che cuce per le donne ricche della città, le piace cantare, ha un’anima da artista ma si nasconde sotto cappelli vistosi e strati di pizzi.
La sua vita scorre allegra e sempre uguale, fino a quando nelle vie del quartiere incontra Carlos, uno studente bellissimo, un rivoluzionario gentile, educato e rassicurante, ha bisogno di un luogo in cui nascondere delle casse misteriose e svolgere le riunioni clandestine coi suoi compagni, la fata allora gli offre la sua mansarda.
Nasce un’amicizia, un intesa fuori dal comune, un amore che non ha bisogno di essere dichiarato per essere compreso.

Mi fai stare bene; quando sto con te sono felice. Neanche fossi un pagliaccio da circo. Non è questo, con te mi sento ottimista. E che altro? Sai che ti voglio bene più di un pochino. Non è lo stesso, tra l’amore e l’affetto c’è un mondo di differenza. Ti voglio bene con la tua differenza. Non è lo stesso. Io per te, come dice una canzone, conterei i granelli di sabbia del mare. Io per te potrei ammazzare.

 

La fata e il guerrigliero sono così diversi che i loro poli si attraggono, le loro corazze si sgretolano con le carezze.Con un linguaggio poetico e naif vengono raccontate tutte le sensazioni che proviamo quando ci innamoriamo, perché i battiti accelerati, le mani calde, i crampi allo stomaco sono universali, e i sentimenti sono uguali per tutti, ci colgono alla sprovvista senza avvisare, senza guardarci le patte e senza indagare sotto le gonne. Ad intervallare questo racconto c’è un’altra coppia, urticante e detestabile, due persone che non si amano più, Pinochet e sua moglie, due figure tristi e carnevalesche, deboli nonostante la fama e il potere. Una descrizione satirica e cinica del disamore che uccide la gentilezza e la voglia di condivisione, che porta alla tirannia e all’aridità.

La storia tra Carlos e le fata è un racconto che tocca tutti quelli che si sono innamorati almeno una volta nella vita, è un romanzo che parla di fitte al cuore e groppi in gola. Il protagonista vero di questo romanzo è la paura di perdersi, di vedere scivolare via la felicità e le certezze.

Ho paura torero, ho paura che verso sera, il tuo sorriso svanisca!

Lemebel prima ci fa sorridere in modo irriverente, e poi va a spolverare i ricordi di quelli a cui abbiamo regalato qualcosa di noi, è una storia che ci fa piangere tutti e tutte, piange la travestita, piange il guerriero, piange il lettore, è un falso mito che piangano solo le femmine, piange solo chi ama, chi è vivo e chi ha ancora qualcosa da perdere.

Le lacrime delle fate non avevano identità, colore, sapore, non irrigavano nessun giardino d’illusioni. Le lacrime di una fata orfana come lei non vedevano mai la luce, non si sarebbero mai trasformate in mondi umidi asciugati dalla carta assorbente delle pagine letterarie. Le lacrime delle fate sembravano sempre finte, lacrime interessate, pianto di pagliacci, lacrime artificiose, complemento esteriore di emozioni eccentriche.