Marcos y Marcos su Fuorilemura.com


  • Data di pubblicazione:6/12/2010
  • Autore articolo:Flavio Camilli
  • Testata:fuorilemura.com

Durante gli incontri di questa prima giornata di fiera un mio amico ha formulato un concetto che mi piacerebbe avere la disonestà intellettuale di far passare per mio.
Ha detto: “All’interno di una grande organizzazione editoriale l’autore è un dettaglio del meccanismo; nella realtà di una casa editrice indipendente, invece, può essere considerato la componente di un organismo”. Questa, a mio avviso, è una grande verità.
Lo sentite da voi come la frase è spezzata a metà: da una parte l’acciaio, la freddezza dell’ingranaggio tra le cui spire si può rimanere stritolati come Charlie Chaplin in Modern Times, dall’altra il calore di una pianta che cresce e potrebbe fiorire.
Questa riflessione ha siglato l’incontro appassionato e appassionante che ha visto la partecipazione dagli editori Marco Zapparoli e Claudia Tarolo della milanese Marcos y Marcos, casa editrice indipendente da 30 anni.
Queste tre decadi vorranno pur dire qualcosa. Si tratta di un tempo troppo dilatato per considerare l’indipendenza come qualcosa che si va perdendo, una sorta di adolescenza delle case editrici che lavorano nell’attesa o nella speranza di essere comprate e/o inglobate. Non è così.
Mr. & Mrs. Marcos y Marcos impiegano davvero solo una manciata di minuti a comunicare l’idea, potente, che essere piccoli e flessibili ha i suoi vantaggi: la strategia dell’indipendenza, la chiamano.
Un editore come Marcos può evitare di garantire uno standard di produzione altissimo al fine di rientrare di costi esorbitanti (molto spesso, aggiungo io, perché sa che molto difficilmente rientrerà anche di costi niente affatto esorbitanti); ha tempo e risorse umane in misura tale da poter curare ogni aspetto dell’edizione e del rapporto con il proprio principale collaboratore, l’autore; ha la possibilità di fregarsene del fenomeno vattelappesca e proprio per questo ha l’obbligo di ricerca dei propri punti di forza altrove. Spesso nella settorialità del catalogo o nella voglia di sperimentare o di fare talent scouting. Questo continuo investimento sul contenuto non è forse il processo esattamente agli antipodi di quell’esaltazione della forma, di quella faciloneria che sfiora la presa in giro che spesso caratterizza i fenomeni editoriali studiati a tavolino per tappare buchi di budget?
O ancora, che ne è dello scrittore sul quale si punta solo perché lo si crede un probabile ottimo venditore di storie? Che accade quando, al secondo libro dopo l’eventuale boom, i record non vengono raggiunti o superati? Va tutto, più o meno, nel cesso: addio ai complimenti, addio ai premi prestigiosi, addio ai sorrisi. Indietro non si torna.
L’editore indipendente, nonostante senta sul collo il fiato di tutta una serie di incombenze che definire scoraggianti è voler essere positivi, è più aperto al rischio perché fondamentalmente ha più coraggio, lavora in un mondo dove la costante è il superamento della qualità del prodotto precedentemente pubblicato e non esclusivamente dei suoi numeri.
Io, aggirandomi per la fiera, parlando con la gente, ascoltando i commenti “appizzando” le orecchie ai limiti del voyeurismo, mi sono chiesto: ma tutte queste cose le persone le sanno? Osannano l’evento ma sono a conoscenza del fatto che Più libri più liberi è dedicata alla piccola e media editoria ma che questi appellativi non indicano tanto una discriminante quantitativa quanto un vero e proprio modus operandi opposto rispetto a quello che ha portato sul loro comodino l’ultimo Dan Brown o il più recente Eco (per pescare dalla m… e dalla cioccolata e far contenti tutti)? Io credo di no, che non si sappia, che si credano gli editori indipendenti solo adolescenti troppo poveri per potersi permettere lo smoking con i controcosiddetti da indossare al ballo della scuola.
No, miei cari, l’editoria indipendente è il ragazzino che del ballo se ne frega e magari se ne va ad un bel concerto, alzando il dito medio in faccia a tutti i damerini imbellettati. O meglio, così si comporterebbe l’editoria che vorrei.
Ma sapete che c’è? Per una volta sono disposto a soprassedere evitando di precisare che non è tutto oro ciò che luccica, che di canaglie ce ne sono anche tra gli indipendenti (editoria a pagamento è il nome dell’associazione a delinquere) e che forse se tutti questi signori pensassero un po’ meno al proprio orticello e trovassero dei modi per stringersi attorno a manifesti o cause contingenti, pur non snaturando le rispettive identità editoriali (alcuni, come i mulini a vento, lo hanno capito), allora forse non avrebbe neanche senso parlare di indipendenza e oligopolio del mercato editoriale, e vi sareste risparmiati questa noiosa sequela di parole.
Nonostante tutto, comunque, non si può esimersi dall’applaudire uomini e donne che hanno capito che il mercato non va assecondato ma creato, che a volte la domanda non necessita di risposte ma di offerte differenti; che è possibile educarla senza costringerla e che dovrebbe essere trattata alla stregua di un bambino: a dirgli sempre sì vien su viziato.