Le Ali


‘Credere che la poesia possa riguardare tutti’

L’editore Marcos y Marcos lancia una collana dedicata alla poesia italiana contemporanea

A guardare il mondo editoriale odierno, si potrebbe pensare che la poesia sia ormai un residuo del passato: storiche collane che chiudono o sono in grave crisi, e la convinzione ormai sempre più diffusa che la pubblicazione di poesia sia una affare necessariamente in perdita e pertanto comporti necessariamente la partecipazione dell’autore alle spese.

È in questo contesto che l’editore Marcos y Marcos lancia un’iniziativa decisamente controcorrente: una collana dedicata alla poesia italiana contemporanea, che parte dal presupposto che ci sia ancora un pubblico per questo tipo di pubblicazioni. Battezzata ‘Le Ali’, la collana sarà diretta da Fabio Pusterla, che l’ha ideata insieme ai due editori di Marcos y Marcos, Claudia Tarolo e Marco Zapparoli. Il nostro campo, ha dichiarato Pusterla, «sarà quello della poesia onesta e coraggiosa. Cercheremo di proporre buoni libri di autori veri; e lo faremo pubblicando tre titoli ogni anno. Uno sarà un poeta di oggi; un altro sarà invece uno dei maestri rimasti per qualche ragione in ombra. Il terzo titolo oscillerà tra le due polarità».

È categoricamente escluso che gli autori partecipino alle spese. Sono già decisi i titoli dei primi due anni di vita della collana. Si comincerà a marzo con un’antologia dell’opera poetica di Anna Maria Carpi, ‘E io che intanto parlo – Poesie 1990-2015’. Seguiranno le raccolte di Paolo Lanaro, ‘Rubrica degli inverni’, e di Gianluca D’Andrea, ‘Transito all’ombra’. Nell 2017 vedranno la luce, dopo più di mezzo secolo, i racconti lirici di ‘Un giorno della vita’ di Giorgio Orelli, seguiti dal romanzo in versi ‘Maiser’ di Fabiano Alborghetti e dalla raccolta ‘Il cane di Giacometti’ di Stefano Raimondi.

La collana è stata presentata al pubblico sabato scorso, durante un evento cui hanno partecipato sei tra i poeti contemporanei già pubblicati da Marcos y Marcos. In questo contesto abbiamo provato a indagare su cosa significhi pubblicare poesia in un contesto come quello odierno che sembra concederle così poco spazio. La prima persona cui l’abbiamo chiesto è ovviamente il neocuratore della collana, Fabio Pusterla: importante poeta contemporaneo, di nazionalità svizzera, professore universitario e da tempo collaboratore di Marcos y Marcos.

Fabio, a che pubblico si rivolge la nuova collana ‘Le Ali’?

Domanda difficile. La si potrebbe liquidare dicendo: “Sappiamo tutti qual è il pubblico della poesia”. Senonché questo progetto nasce proprio dall’idea che non sia affatto detto che la poesia sia un prodotto di nicchia riservato a un pubblico piccolissimo, e che si possa invece ampliarne il raggio d’azione. Perché esiste una poesia che, si potrebbe dire esagerando un po’, parla a tutti. Che non richiede quella competenza tecnica o quell’accesso sacerdotale al tempio che talvolta si ritiene essere una caratteristica della poesia. Questa dovrebbe essere una delle linee che la collana manterrà.

Quantificando, di che tipo di tirature stiamo parlando?

Questo è uno dei pochi argomenti che non ho ancora discusso con l’editore. So comunque che per le altre pubblicazioni di poesia Marcos y Marcos normalmente tira 2.000-2.500 copie, ovviamente pronta a ristampare nel caso fosse necessario. Va detto, infatti, che questa casa editrice fa quello che i grandi editori non fanno più da tempo: ristampa i libri. Fa cioè durare la poesia nel tempo, cosa secondo me importantissima.

Marcos y Marcos è anche nota per il suo modo insolito di promuovere i libri, per esempio con eventi che si ispirano alle sfilate di moda o all’operato dei deejay. Dobbiamo aspettarci anche per la poesia di ‘Le Ali’ promozioni insolite del genere? Marcos y Marcos ha fatto da parecchi anni una scelta particolare: pubblicare pochi libri. Ma quei pochi, che in realtà non sono così pochi,sostenerli davvero. Quindi c’è la consapevolezza di avere un ufficio stampa come si deve, che segue il libro, lo segnala, lo propone ai premi letterari. Da questo punto di vista è una casa editrice medio-piccola che però fa il lavoro di una grande casa editrice. E in più c’è quel cotè creativo per cui ogni tanto saltano fuori idee belle e originali per diffondere la cultura e i libri, e credo che anche la collana ‘Le Ali’ se ne gioverà, anche se ancora non so dirle come.   Come si fa a scegliere nel vastissimo mare delle proposte un testo poetico da pubblicare? Sì, l’offerta è davvero molto vasta. Per ‘I quaderni di poesia’, collana che pubblica un numero ogni due anni e che idealmente si rivolge a tutti i giovani (e il concetto di ‘giovane’ in poesia è molto elastico), l’ultima volta sono arrivate, dall’Alto Ticino fino a Palermo, addirittura 185 proposte. Noi dovevamo sceglierne sette, operazione improba, ma che viene compiuta, con tutti i rischi e gli errori che questo può comportare. Per ‘Le Ali’ però la questione sarà diversa: pensiamo di non basarci su invii selvaggi, che anzi scoraggiamo, perché non ce la faremmo a gestirli, ma sulla nostra conoscenza di ciò che sta accadendo. Grazie ai ‘Quaderni’ di cui si diceva, oltre che a mille altre forme di intervento sul territorio, crediamo di conoscere bene cosa si sta muovendo in Italia. Quindi vorremmo contattare noi i possibili candidati alla pubblicazione. Anche perché io mi occupo della collana a titolo volontario, ho un altro lavoro e un’altra vita, non avrei il tempo materiale di leggere tutto ciò che viene inviato.

Può provare a spiegarci di che cosa parliamo quando parliamo di poesia contemporanea in lingua italiana?

Naturalmente di molte cose, non se ne può dare una definizione esatta, anche perché sono venute meno molte certezze che forse trenta o quarant’anni fa ancora esistevano. Per esempio non esiste più il cursus honorum tradizionale, per cui il giovane autore passava prima attraverso la pubblicazione su una rivista ritenuta importante, poi arrivava l’editore e così via. Tutto questo è saltato da molto tempo, dunque c’è una grande dispersione. Ma si può comunque riconoscere qualche linea di tendenza, e quella che a me sembra più interessante è nata qualche decennio fa, proprio nel momento in cui questo rimescolamento delle carte era in atto. Chi ha la mia età è partito avendo alle spalle una poesia che stava perdendo completamente il rapporto con i suoi lettori. O perché coscientemente lo rifiutava (era la linea avanguardista, che riteneva che si dovesse coscientemente sabotare la comunicazione e avvelenare tutti i pozzi) o perché si era avviata su un terreno molto intellettuale, sperimentale, autoreferenziale. Più o meno dagli anni ’80 del secolo scorso è in atto un tentativo di ricostruzione, si potrebbe dire di rifondazione, della poesia. A me pare che le cose più interessanti si situino in questo solco, con molte voci e modalità diverse, ma sempre con l’idea di tornare a credere che la poesia possa dire qualcosa che riguarda tutti. Mi pare che il valore della poesia contemporanea sia qui.

Ho recentemente intervistato Peter Hammill, che mi ha detto che per un musicista esordire attraverso Internet somiglia a fare qualcosa in una stanza insieme a tantissime persone che gridano tutte insieme in tante lingue diverse. È un problema che vale anche per i poeti? Internet è un canale che può dare un nuovo pubblico alla poesia, o un marasma in cui la cattiva poesia sommerge quella buona?

Non è facile rispondere, perché sono vere entrambe le cose. Per un lungo periodo è stata vera soprattutto la seconda: Internet era una specie di ‘luogo di pubblicazione’, nel senso etimologico di ‘messa in pubblico’, privo però di qualsiasi filtro. A lungo mi è sembrato che questo nuovo medium non stesse creando nuovi linguaggi e nuove situazioni. Da qualche tempo mi sembra però che siano nati dei blog abbastanza importanti e interessanti in cui, in forme nuove rispetto al passato, si svolge quel dibattito, quella riflessione, e si convoglia quell’attenzione, che una volta era appannaggio delle riviste letterarie. Forse la novità è questa: più la chiamata alla riflessione e al dibattito che non la pubblicazione dei testi.

Dopo aver sentito l’opinione del curatore, vediamo cosa ne pensano i poeti stessi. La prima che abbiamo interpellato è Mariagiorgia Ulbar: nata a Teramo, insegnante e traduttrice, ha pubblicato diversi testi poetici ed è lei stessa curatrice della collana ‘L’Isola’. Per Marcos y Marcos ha pubblicato la raccolta ‘Gli eroi sono gli eroi’.

Cosa significa fare poesia nell’epoca di Internet?

Non credo che cambi molto rispetto a chi ha fatto poesia prima e a chi la farà nel futuro, quando probabilmente cambierà ancora qualcosa in un modo che oggi non possiamo prevedere. Io penso, ed è un pensiero controcorrente e impopolare, che oggi la lettura di poesia, con l’abitudine a leggere velocemente sui siti Internet, e quindi con un tipo di comunicazione diversa, possa tornare in auge, e non scomparire come molti credono. Perché è una lettura per immagini, anche se suggerite dalle parole. Credo che sia questo che la poesia fa, o dovrebbe fare: imprimere immagini nel cervello.

Chi è oggi il pubblico della poesia? È un pubblico esiguo se si dichiara che si sta proponendo poesia. Se invece si propone un testo senza avvisare, il pubblico si allarga. Questa è perlomeno la mia esperienza, soprattutto con i lettori molto giovani. Se si propone una lettura poetica si incontra un muro, un blocco. Se invece si propongono direttamente versi, parole, testi, facendo sì che si ritrovino di fronte ad associazioni di parole, o a una storia raccontata in versi, allora la poesia funziona.

Come si diventa poeti? Per lei è stata un’esigenza insopprimibile, o qualcosa di meditato? Ho sempre letto poesia, fin dalle scuole elementari ho avuto curiosità per questo tipo di scrittura, prima ancora di averne del tutto coscienza. Ho iniziato nell’adolescenza facendo degli esperimenti, desiderando cioè di scrivere in maniera controllata dei pensieri che controllati non erano. Ma non ho mai scritto delle poesie come puro sfogo. Ciò che mi attratto è il rapporto con le parole, la compagnia che fanno, il gusto della composizione e del suono.

Il pubblico però sembra apprezzare soprattutto la poesia di tipo più immediato. È possibile fargli arrivare la poesia più sperimentale? O, come succede in musica, la sperimentazione è irrimediabilmente lontana dai non addetti ai lavori? Dovremmo chiarire bene cosa si intende per poesia sperimentale. C’è una sperimentazione che è interessante, come appunto accade anche in musica, per il percorso che fa, per il passaggio che mette in atto, ma che resta una poesia per poeti, fine a se stessa. Bisogna vedere qual è l’entità della sperimentazione: ce n’è in molti testi, senza che diventino necessariamente testi cosiddetti ‘sperimentali’. Quando tutto è eccessivo, non arriva e non comunica, ho delle riserve. La poesia, etimologicamente, è qualcosa che deve toccare, deve imprimere un cambiamento nello stato di coscienza.

Durante la presentazione della collana Stelvio Di Spigno ha recitato un suo testo che parlava del fallimento e si concludeva così: «Se ne potrebbe parlare, così che non spaventi più nessuno. Ma questa è solo una poesia». Mi spinge a chiederle: una poesia può cambiare il mondo?

È un tema che è stato declinato da molti. Per esempio c’è un libro di Patrizia Cavalli intitolato ‘Le mie poesie non cambieranno il mondo’. Io credo che, nel momento in cui qualcuno lo scrive e lo dice, sta cercando, a ragione o illudendosi, di dire il contrario, che cambierà il mondo o che ci proverà. O lo dice in senso antifrastico, per dire ‘non prendiamoci sul serio’. Una poesia, una manciata di parole, può cambiare qualcosa nella mente di qualcuno nel momento in cui la legge. Questo è cambiare il mondo? Se il mondo è ognuno di noi, allora sì.

Concludiamo con l’opinione di un altro poeta, Gabriele Belletti, che ha conseguito il dottorato di ricerca in letteratura italiana all’Università di Nantes,e che di recente ha esordito per Marcos y Marcos con il poemetto ‘Krill’.

Oggi le persone percepiscono la Natura soprattutto indirettamente attraverso la televisione. È un fatto che ha influenzato la sua poesia?

Sì, soprattutto nella parte dedicata all’esplosione della piattaforma Deepwater Horizon. Ha condizionato la scelta della voce, dal momento in cui di questi eventi tragici per l’ambiente si parla nei mezzi di comunicazione. Le immagini filtrano attraverso i telegiornali o le testate online, ed è molto difficile conoscere ciò che accade nel Golfo del Messico senza avere questo tipo di informazione. Questo però mi ha anche aiutato a criticare questo tipo di informazione rapida, che dà questo tipo di notizie ma poi quasi subito se ne dimentica, senza più interessarsi del destino effettivo dell’ambiente.

Quindi la poesia può essere un canale per far conoscere alle persone cose che sfuggono all’interesse dei media?

Penso di sì. Nel mio poemetto ci sono due storie. La prima è quella dedicata alla figura di Dina, una donna che si trova in un luogo che molto di rado viene frequentato dai mezzi di informazione, cioè una casa di riposo, e si sta arrendendo alla malattia. È una persona che ho conosciuto direttamente, l’ho incontrata a Nantes mentre con gli studenti abbiamo organizzato un pomeriggio di intrattenimento, canzoni italiane, per le persone che vivevano nella casa di riposo. Alla fine lei si è avvicinata a noi e ci ha chiesto una cosa molto precisa: di non dimenticarci di lei. A quel punto mi sono reso conto che forse lo strumento poetico può permettere, anche a chi non è avvezzo al suo linguaggio, di comprendere e riscattare storie come queste, che normalmente emergono solo in casi estremi.

La poesia oggi è spesso percepita come qualcosa che riguarda solo i poeti. Come si fa a farla arrivare al pubblico in generale?

Non ho una formula da proporre, posso solo parlare della mia storia personale. Ho avuto la fortuna di fare ricerca nel campo della letteratura italiana e in particolare della poesia. Questo mi ha concesso di conoscere diverse voci e di entrare in rapporto epistolare con dei poeti viventi, che mi hanno aiutato non solo a comprendere la loro poetica ma che tipo di rapporto possiamo avere con il lettore. Quando ho scritto questa raccolta mi sono posto il problema di come far interagire argomenti seri e spesso dolorosi con il possibile lettore. E quindi di creare un linguaggio che permettesse di dire le cose e farle comprendere attraverso il linguaggio della poesia, che negli ultimi decenni invece non ha mirato a entrare in contatto con un lettore che non fosse un poeta o un critico. Quindi la mia necessità è stata quella di avvicinarmi a un lettore magari dotato di meno strumenti critici ma che avesse la sensibilità adatta per avvicinarsi alla storia.

Anche lei, come Mariagiorgia Ulbar, trova che il pubblico diventi diffidente quando un testo viene proposto esplicitamente come poetico?

Io penso che il pubblico della poesia sia più ampio di quanto possa sembrare. Sono d’accordo che il fatto di presentarsi come poeta, come persona che ha il grande privilegio di raccontare le cose attraverso la poesia, per troppo tempo è stato visto come qualcosa di difficile, complesso, incomprensibile, quando invece, basta avere gli strumenti giusti. E qui sarebbe importante un avvicinamento alla scrittura poetica nell’ambito scolastico, come talvolta avviene fuori dall’Italia, che sciogliesse certi ghiacci che sembrano eterni e permettesse di vedere che al di là della distorsione dovuta alla lastra di ghiaccio c’è qualcosa di meraviglioso.

Che aspettative ha da questa nuova collana di poesia?

Non mi ha sorpreso una decisione così coraggiosa come aprire una nuova collana di poesia, perché Marcos y Marcos ha alle spalle una storia di indipendenza coerente con questa scelta. Ha una sua identità ben definita, e tra le sue caratteristiche c’è anche quella di sostenere iniziative, come per esempio ‘Letti di notte’ o ‘BookSound’, assolutamente necessarie in un momento in cui si parla sempre più di crisi della lettura è della partecipazione dei lettori. E infatti questa collana non è stata voluta per dare spazio a personalità poetiche, ma a storie e voci che possano arrivare al lettore, che possano portare un messaggio. Il modo in cui sono arrivato a collaborare con la casa editrice, da esordiente, è stato veramente trasparente, limpido e sorprendente; tutti si sono messi a disposizione del testo, e questo mi lascia ben sperare sulle future pubblicazioni della collana.