Intervista a Claudia Tarolo e Marco Zapparoli


  • Data di pubblicazione:3/02/2006
  • Autore articolo:Roberta Folatti 
  • Testata:VivereMilano

La Marcos y Marcos è una casa editrice a conduzione quasi familiare, che negli anni ha saputo ritagliarsi un ruolo di grande autorevolezza nel panorama editoriale italiano.
Nata in una mansarda milanese, ad opera di due giovani che con le idee decisamente più ampie dei loro capitali, ha lanciato John Fante nel nostro paese e si contraddistingue da sempre per la ricerca di nuovi talenti.
Abbiamo parlato con i due responsabili, Claudia Tarolo e Marco Zapparoli, che sono anche una coppia nella vita e conoscono bene Milano.

Com’è inserita la Marcos y Marcos in questa città, come si sta muovendo?

La casa editrice sta attraversando un momento di grande apertura ai nuovi autori di tutto il mondo. Siamo sensibilissimi al discorso della multiculturalità, a cogliere le testimonianze significative degli altri mondi. Proprio in un momento in cui invece la sensazione è che la cultura americana stia diventando imperante. Le cose più vitali sembrerebbero sempre provenire da lì. La Marcos sta facendo un discorso diverso, è partita dall’America, un America classica anni ’30-’60, e ora sta facendo un excursus dentro la letteratura di tutto il mondo. Se dovessimo riassumere in un paradigma l’atteggiamento della casa editrice, diremmo che è quello di costruire un mappamondo letterario. Voci di popoli e nazioni disparate, Polonia, Russia, Africa, Cina.
La sede della Marcos è in via Padova, una zona particolarmente mista in quanto a popolazione, l’integrazione è ancora in una fase primitiva. Le persone che vengono da altri paesi sono ancora molto arroccate sulle loro posizioni, molto unite, tendono ad aggregarsi tra loro. Naturalmente dall’altra parte, tra i residenti più antichi, c’è una presa di distanza. Però secondo noi non esiste un vero conflitto, anzi ci pare ci sia una convivenza relativamente pacifica. Certo non si può ancora parlare di scambio. Noi siamo contenti di essere qui, siamo inseriti abbastanza bene in un ambiente di botteghe, di laboratori artigiani, che è la dimensione in cui ci riconosciamo di più.

Come sta Milano secondo voi?

Milano ha una povertà culturale che ormai è quasi esemplare, soprattutto se la confrontiamo con Roma, un luogo in cui le istituizoni, le associazioni ma anche le stesse persone sono in grandissimo fermento. In questo momento in quella città si stanno incontrando da un lato gli aiuti istituzionali, da un altro le occasioni e da un altro ancora i desideri. Questo crea un terreno culturale molto propizio, anche per l’editoria, che ha la possibilità di inserirsi in un’attività più generale della città. Qui a Milano è diverso, forse oggi l’unico contributo possibile è testimoniare il desiderio di conservare le cose che contano, in un ambiente in cui tutto è assolutamente appiattito. Resistere.
Milano è una città difficile, sporca, priva di aree verdi, dove andare in bici è un gesto quasi suicida, dove la gente non cammina per le strade. Ma ci sono anche cose positive. Nella nostra zona, tra via Padova, Loreto, piazza Argentina, sono in atto delle riforme urbanistiche rilevanti, interessanti: stanno creando degli spazi che consentono di stare per la strada. Idea estremamente positiva. La prova è che appena questi spazi vengono creati, vengono utilizzati. In via Morgagni hanno costruito una bocciofila dove prima c’era un giardinetto sabbioso pieno di siringhe. Beh è diventato un punto di riferimento incredibile. E’ un’ulteriore prova che il solo fatto di mettere a disposizione uno spazio è importante perchè la popolazione lo fa subito proprio, lo usa, lo fa vivere. Lo usano gli anziani, lo usano tantissimo gli stranieri. Prendiamo anche l’esempio delle piste ciclabili, le poche che ci sono, lungo i Navigli, sono belle e frequentate.
In via Padova, stranamente, hanno creato dei bellissimi e spaziosi marciapiedi, a scapito dei parcheggi e delle auto: secondo noi quella è la direzione verso cui si deve andare. In città prima di tutto si devono muovere le persone e le biciclette, il traffico dev’essere deviato. Tutto questo a Milano non sta accadendo, ma in via Padova un po’ sì. Ed è bellissimo vedere come questi marciapiedi vengono subito popolati, diventano un luogo dove stare e parlare

Milano dal punto di vista del vostro lavoro? E’ facile o difficile portare avanti il vostro progetto qui?

Milano è un luogo molto costoso dove stare, quindi tipografi, legatori stanno tutti fuori, in Brianza. Però le librerie milanesi sono molto importanti. La nostra è una città strana: apparentemente non c’è nulla, poi di fatto i lettori stanno qui, è un mercato rilevantissimo. Da questo punto di vista stare a Milano e avere rapporti coi librai milanesi è di vitale importanza.
Però tutto questo avviene nella fatica, nella severità, è un fatto di resistenza, come se si dovesse sempre contrastare un altro mondo fatto di telefonini, passaggi rapidi, macchine troppo costose, superficialità.
Noi abbiamo la sensazione che manchi un tessuto, un reticolo di case editrici milanesi significative, insomma si contano sulla punta delle dita. C’è un salto pazzesco tra le megacase editrici Mondadori, Rizzoli e quelle indipendenti. Non esiste un’editoria indipendente vitale, non c’è una rete culturale che faccia capo alle case editrici. Questa è una cosa molto negativa ed è una specificità milanese.
Non c’è nemmeno una buona interconnessione tra editori e librai come c’è a Roma, Roma è diventata il polo delle case editrici indipendenti, anche perchè esiste un incrocio virtuoso tra librai e editori.

Perchè a Milano manca questo?

A causa dell’atteggiamento del tutto cieco tenuto dalle istituzioni. Non c’è stato alcun tipo di osmosi fra le realtà editoriali e le posizioni di Comune e Provincia, tutte le volte che si sono chiesti degli aiuti, in termini di iniziative, eventi ecc. sono sempre stati rifiutati, addirittura con derisione.
Poi Roma ha fatto ben vedere cosa si poteva fare, con Massenzio, con le agevolazioni all’apertura di librerie, con gli infiniti sostegni e aiuti in termini anche di iniziative. Prendi le biblioteche romane che fanno continuamente iniziative. La base non sono le sovvenzioni, sono le attività sul territorio, che coinvolgono tutte le parti.
Il risultato è che gli editori indipendenti a Milano sono sempre di meno e i librai fanno fatica. E’ molto più facile aprire qualcosa fuori Milano, ci sono case editrici fiorenti a Varese, Treviso ecc. La presunta centralità milanese non è più tale, non è più così strategico stare a Milano.

Se doveste raccontare Milano a un amico che non la conosce cosa gli direste?

E’ una città molto severa, ha delle bellezze nascoste, tra cui i lettori. Però non viene offerta, a noi e a loro, nessuna occasione di incontro.
A Milano molte cose avvengono al chiuso, di nascosto – questa è un po’ la tradizione della città. I giardini più belli sono celati agli sguardi. La cosa peculiare di Milano è che bisogna scoprirla con molta difficoltà, apparentemente può sembrare chiusa, sbarrata. Anche le cose più ovvie, tipo la gente per strada, i locali all’aperto sono ristrette in poche zone, il resto è desolato, persino pericoloso.
A Milano non ci sono manifestazioni culturali degne di questo nome che si svolgano all’aperto. Hanno provato a fare, copiando Barcellona, la Fiera del libro e della rosa, in aprile. E’ già un passo avanti, anche se forse dovrebbe essere un evento più legato alla tradizione milanese. Comunque quando si crea un piccolo varco, le persone rispondono, ci sono.
Milano ha avuto nel passato tentativi un po’ forzosi di coinvolgere le persone, ci viene in mente il “risotto in piazza” all’epoca di Craxi… se le occasioni fossero autentiche, secondo noi le persone risponderebbero. Ma giustamente i milanesi sono anche molto orgogliosi, hanno una forte dignità e non sono portati alle cose calate dall’alto.
Troppe iniziative a Milano sono basate sul mordi e fuggi, sul concetto di fregare la gente. E poi c’è quest’ossessione di fare una cosa alla moda, artefatta, pompata. La piaga della moda dà la sua impronta a molte cose, basate sull’apparenza, sulla falsa “figheria” senza un vero significato. Anche questo aumenta la distanza con le persone immigrate.

La Milano di oggi e sempre più del prossimo futuro vedrà crescere la presenza di molte culture e popoli diversi: la fermentazione interculturale (rif. a Card. Martini) è un valore? Se sì come realizzarla (a scuola, nei servizi, nel tempo libero, nelle iniziative culturali…), qual è la via milanese al rendere valore questa coesistenza di diversità?

Siamo a uno stadio iniziale, adesso le persone che sono arrivate da fuori sono un po’ arroccate, un po’ in difficoltà, anche perchè c’è un’altra parte della città che si ritira, che dice .
Succederà questo: siccome sono proprio le persone appena arrivate ad usare maggiormente le cose messe a disposizione (spazi, marciapiedi, giardini), queste realtà nuove alla fine esprimeranno loro stesse dei prodotti economici e culturali più rilevanti. Ci saranno delle manifestazioni economicamente più solide sui territori utilizzati: faranno magari dei bei ristoranti e staneranno i “bianchi”, i locali, gli autoctoni, i “fondatori” (se vogliamo usare delle definizioni un po’ provocatorie), che usano meno gli spazi e le strutture esterne (se tralasciamo alcune fasce come quelle degli anziani). Potrebbe essere una spinta a che le entità artigianali e creative utilizzino a loro volta di più l’esterno. E alla fine ci sarebbe un incontro, un confronto, sul positivo. Lì allora potrebbe davvero rifiorire la città. Potrebbe esserci la ripartenza rispetto ai romani. Noi siamo stati a Montreal e lì queste cose si sono un po’ realizzate, c’è un incrocio fra popoli diversi di questo tipo. Ciascuno ha avuto una fase di difficoltà e assestamento, il passo successivo è stato l’incontro, all’esterno, mediato da attività più commerciali.
Tornando a Milano, mettiamo che nasca un bar polacco: se è fatto bene, gli autoctoni sono curiosi di andare a provarlo. Quando si innescano queste micce, allora le cose partono. Certo l’osmosi verrà nelle prossime generazioni, ora siamo tutti guardinghi, sia noi che gli stranieri.

Qual è la Milano che sta emergendo dalle trasformazioni in atto?

Noi abbiamo visto delle piccole trasformazioni architettoniche e urbanistiche – anche plastici di futuri interventi – e siamo rimasti piacevolmente sorpresi nel constatare con che larghezza e felicità si presenterebbe il rapporto fra il verde e le cose costruite. Gli spazi dismessi e le aree ex industriali sono tanti, un lavoro di concerto molto energico per trasformare queste vecchie strutture in spazi dove si alternino nuove architetture e aree verdi sarebbe davvero ciò che riqualifica Milano. La strada non è certamente quella degli ipermercati, che portano alla desertificazione. La Bicocca alla fine sembra un ghetto, una realizzazione triste.
Per fare tessuto bisogna riscommettere sulle entità più piccole, sul fatto che si intersechino attività culturali, piccolo commercio e tante altre voci.
Prendiamo Bologna: tu attraversi le vie e vedi che c’è un numero sufficiente di negozi specializzati, che creano flusso di persone, dal pesce al pane alla liuteria, tanto per fare degli esempi. Ci dev’essere un sistema articolato di proposte, non come a Milano, dove il quartiere studentesco ha magari tre lavanderie e nessun negozio. Se uno pensa a Città Studi sembra incredibile che non ci siano librerie, bar, cinema, teatri. E’ respingente per viverci. La gente ha bisogno di vivere in un tessuto misto.

Relativamente al vostro settore, cosa bisognerebbe fare?

Noi siamo milanesi e siamo abituati a far da soli, a non aspettarci troppo dall’esterno. Un mercato del libro in pieno centro, sul modello di Barcellona, è una buona cosa. Bisogna continuare a creare occasioni di incontro fra gli editori e i lettori, e qualche evento, magari un po’ meno raffinato della Milanesiana. Va a finire che a Milano quando si fa qualcosa, si fa una roba raffinatissima, in cui uno si sente anche un po’ in soggezione.
Ci vorrebbero tante altre iniziative normali, alla portata di tutti, anche come orari, agibili anche a chi lavora. Nello stile, ad esempio, delle Biblioteche in giardino.
Le istituzioni dovrebbero offrire, anzichè denaro, molte più occasioni. Assodato che soldi ce ne sono pochi, potrebbero concertare il rapporto con le Università e le Biblioteche, intensificando le attività che ruotano attorno a queste strutture.
Per quanto riguarda le librerie, a noi non sono molto simpatiche le megacatene, che funzionano come luoghi dove non ci sono davvero delle persone. Gli eventi organizzati in questi posti rispondono a una logica pienamente di mercato, per cui se c’è l’autore di richiamo arriva la gente, se c’è un autore nuovo non viene nessuno. Questo succede perchè non c’è dietro un rapporto personale coi clienti, una comunicazione intorno ai nuovi autori: isole felici come la libreria di porta Romana ne sono rimaste davvero poche.

Che cosa siete disposti ad impegnarvi a fare per Milano oggi?

A non usare l’automobile e muoverci solo con la bicicletta… cosa che peraltro già facciamo, ma saremmo ancora più rigorosi se ci dessero le piste ciclabili e limitassero il traffico in città. E ad aderire con entusiasmo a qualsiasi iniziativa coinvolgente che abbia un qualche legame con la gente.
Quella del cambiamento della circolazione è una battaglia a-politica, una lotta civile, in cui saremmo disposti a spendere la nostra immagine pubblica. Si tratta di un ripensamento generale, che comprende una gestione diversa dei trasporti pubblici, un investimento su tutti i mezzi alternativi alle auto e una campagna promozionale a favore di questi. Andare in bici fa bene alla salute e fa bene al traffico, ma bisogna rendere questo mezzo meno pericoloso. E poi c’è il discorso legato al riscaldamento, alla riconversione delle caldaie. E quello sul contenimento dei consumi, facciamo un uso smodato dell’energia, ci vuole una campagna di educazione e sensibilizzazione. Pensiamo che questo mondo debba avere un minimo di futuro…

I libri possono aiutare Milano?

Siamo convinti che i libri siano sufficientemente dotati di contenuti per dare una smossa a una città ferma come la nostra. E poi leggere fa bene… un po’ come andare in bicicletta. Ti tiene ancorato a te stesso, ti mette a confronto con ciò che c’è scritto. E’ un modo diverso di affrontare la realtà, leggere fa quasi più bene che scrivere, mette in circolo delle idee. Leggere vuol dire anche ascoltare. E poi il contenuto dei libri è spesso sovversivo, in senso vero. Quasi sempre, nei libri intelligenti, c’è un pensiero forte, un’idea che aiuta a vivere meglio e a comportarsi in un modo più vicino alla felicità.