Il mondo editoriale. Intervista a Claudia Tarolo, Marcos y Marcos


  • Data di pubblicazione:6/08/2009
  • Autore articolo:Paola Zoppi
  • Testata:LibrInTerra

LibrInTerra è lieta di pubblicare, sul proprio blog, una esclusiva intervista rilasciata, per noi, da uno degli editori di Marcos y Marcos, Claudia Tarolo. La nostra rassegna ha cercato di presentare, nel suo piccolo, un frammento del mondo editoriale italiano, con le sue diverse sfaccettature e le più differenti pubblicazioni. Marcos y Marcos si distingue per essere una realtà indipendente. Nelle parole di Claudia Tarolo possiamo cogliere il fascino, ma anche le difficoltà e l’impegno che si nascondo dietro la figura dell’editore, ma non solo. Claudia Tarolo è una delle più note traduttrici italiane, traduttrice di grandi voci della letteratura contemporanea, nelle sue risposte ci svela alcuni particolari.

D: Come inizia la sua avventura in Marcos y Marcos?

R: È un’avventura che parte da lontano, dalle chiacchiere di due giovanissimi amici per sentieri di montagna; poi le strade si dividono, io scelgo la via più seriosa del diritto pur continuando a leggere e tradurre, mentre Marco Zapparoli fonda la casa editrice insieme a un altro Marco che ben presto se ne va. Tanti anni dopo le strade si incrociano nuovamente per unirsi nella vita e nel lavoro: da dieci anni Marcos y Marcos ha due anime.

D: La sua casa editrice è una realtà editoriale indipendente, brillante e piuttosto variegata, in che modo valutate e approvate i testi destinati alla pubblicazione?

R: I testi che pubblichiamo sono frutto di ricerche lunghe e complesse, spesso di rapporti coltivati negli anni. Leggiamo personalmente tutto quello che ci sembra interessante e non ci accontentiamo mai: pubblichiamo solo quello che ci piace davvero, che ha un’idea, una voce. È una scelta per molti versi istintiva, da lettori onnivori e voraci, ma sempre convinta.

D: Avete tradotto e pubblicato Jhumpa Lahiri, straordinaria scrittrice divisa fra Stati Uniti e India, che ha all’attivo best-sellers internazionali, come ha scovato questo talento? Come ha affrontato la traduzione de “L’Omonimo”, dal quale Mira Nair ha tratto il film “Il destino del nome”?

R: Jhumpa Lahiri è un bellissimo esempio di come la grande editoria spesso manchi di coraggio e spetti a noi indipendenti fare il salto nel vuoto. Quando noi l’abbiamo scelta, Jhumpa Lahiri era una giovane esordiente che aveva scritto una raccolta di racconti, L’interprete dei malanni; non vantava glorie o riconoscimenti internazionali. Ci è stata segnalata da un amico editore olandese e noi ci siamo innamorati della sua scrittura cristallina, della sua minuziosità chirurgica nell’analisi delle relazioni umane. Poi ha vinto il Premio Pulitzer, e i grandi editori si sono accorti di lei… ma a quel punto era più ovvio, più facile. Tradurre Jhumpa Lahiri è una bella sfida, perché la sua scrittura è calibratissima. Ha ritmo, dolcezza e misura. A me la sua precisione risulta particolarmente congeniale, la lingua entra ed esce senza intoppi, o almeno così mi sembra; di certo è un piacere profondo della mente.

D: I vostri testi sono indubbiamente contraddistinti da vivaci e colorate copertine, nettamente riconoscibili sugli scaffali delle librerie, la carta è certamente fra le più pregiate, come viene studiata la scelta destinata ad ogni singolo testo?

R: La carta deve essere piacevole al tatto, bella da vedere, piacevole alla lettura; da questo non si prescinde. Quando le cartiere Pigna, da cui ci approvvigionavamo, hanno chiuso la produzione, abbiamo cercato a lungo prima di trovare una nuova carta che ci soddisfacesse. Ogni copertina ha una storia a sé ed è sempre un’invenzione a tre. Io e Marco discutiamo all’infinito sull’idea da tradurre in immagine, Lorenzo Lanzi dà la sua interpretazione. A volte siamo tutti convinti al primo colpo, altre cambiamo due o tre volte idea fino a trovare la soluzione che ci piace. Del resto la copertina è importantissima, il primo richiamo per il lettore.

D: Lei è certamente una delle più notevoli traduttrici italiane, LibrInTerra ha voluto dar luce anche a questa professione, così in penombra nel nostro paese, questo perché nel dialogo interculturale, chi meglio del traduttore, traduce una cultura. Condivide questo pensiero? Lei come si prepara nell’affrontare la traduzione di un libro? Quanto conta lo studio, quanto è talento naturale?

R: Il traduttore si assume una responsabilità enorme, perché in realtà trasforma il testo originario in qualcosa di nuovo, che riparte da zero, creando un nuovo tessuto da offrire al lettore ignaro. Certo, è una trasposizione culturale, frutto di un viaggio lungo e faticoso fatto a piedi, qualche volta carponi… Per tradurre un testo, secondo me, bisogna possederlo, appropriarsene in senso quasi fisico, che lo si ami o meno. Personalmente ho bisogno di leggerlo e rileggerlo e poi partire. Quanto alla formazione, io ho avuto la fortuna di frequentare la miglior scuola di traduzione che esista in Italia e probabilmente nel mondo: cinque anni di liceo classico, ogni giorno a tradurre letteratura da due lingue diverse e meravigliose. È stata la mia palestra e la scoperta di una passione.

D: Marcos y Marcos organizza anche corsi di editoria di notevole qualità, lei consiglierebbe la professione di editore? Quale suggerimento vorrebbe dare a chi vuole avvicinarsi al mondo editoriale?

R: La professione di editore presuppone caratteristiche strane unite insieme: passione animale per i libri in senso materiale e immateriale, propensione fatale al gioco d’azzardo, anima recondita da mercante. Chi ha queste caratteristiche può fare l’editore e divertirsi, chi non le ha meglio che lasci stare. Naturalmente il mondo dell’editoria è vasto, e ciascuno può trovare il suo territorio più congeniale: molto diverso il ruolo dell’ufficio stampa, estroverso e chiacchierone, da quello del redattore, pignolo e silenzioso. Corsi come il nostro offrono la possibilità di decifrare i molti risvolti del mestiere, e sono utilissimi per capire se abbracciarlo, tenersene alla larga o scegliersi un proprio orticello più o meno appartato.

D: Qual è la realtà editoriale italiana, in questo periodo storico così difficile, in un settore, quello culturale, dove gli investimenti paiono essere sempre più radi?

R: Anche l’editoria funziona come ogni altro settore privato nel nostro paese: chi ha spirito di sacrificio e intraprendenza ce la può fare nonostante tutto. I lettori sono pochi ma forti e agguerriti, il desiderio di qualità è diffuso più di quanto non si pensi. Certo, uno stato più collaborativo non farebbe male…

D: Qual è il suo sogno nel cassetto, per il suo futuro editoriale?

R: Sogno che gli autori italiani bravissimi che abbiamo scovato, amato, protetto e portato nel mondo ottengano il riconoscimento che si meritano anche con una casa editrice come la nostra, indipendente e avventurosa ma senza ricchezze e senza potere.