Claudia Tarolo, Marcos y Marcos e l’amicizia del mondo


  • Data di pubblicazione:5/05/2014
  • Autore articolo:mengoli.it
  • Testata:mengoli.it

Se sei appassionato di narrativa contemporanea e hai un’età che a sentire “ventennio” non ti viene in mente solo il tempo scolastico, lontano e preciso, dei treni che arrivavano puntualissimi, allora, anche per te, caro oblòghista, la casa editrice Marcos y Marcos ha accompagnato gran parte della tua vita di lettore. Io, con colpevole ritardo, la casa editrice di Claudia Tarolo e Marco Zapparoli l’ho iniziata ad amare in modo serio negli anni Novanta. Prima, come dire, era soltanto un amore estivo. Poi ho scoperto John Fante – Chiedi alla polvere e Sogni di Bunker Hill – e da allora Marcos y Marcos è stata una compagna stabile delle mie letture. E il romanzo che ho amato di più – forse perché è quello che più mi ha sorpreso – è Il nazista e il barbiere, scritto da Edgar Hilsenrath nel 1976 e pubblicato in Italia, per l’appunto grazie al duo Tarolo & Zapparoli, nel 2006.
Prima di intervistare Claudia Tarolo, voglio dirvi un’altra cosa sul conto di Marcos y Marcos. È l’editore con le copertine più inconfondibili e accattivanti presenti sugli scaffali delle librerie italiane e quindi colgo l’occasione per fare i complimenti a Lorenzo Lanzi, che le realizza da oltre 15 anni.

Claudia, cosa le piace del suo mestiere?

“Adoro il mio mestiere, mi piace quasi tutto: leggere con ansiosa aspettativa tutto quello che riesco, la gioia immensa di trovare la voce giusta, l’incontro con l’autore e la complicità magnifica del lavoro sul testo, ideare le copertine e lavorarci con Lorenzo Lanzi, persino le fasi paranoiche della chiusura, e naturalmente il giorno in cui il libro fatto arriva. Mi piace pensare e discutere con Marco Zapparoli, Roberta Solari e con gli altri come farlo conoscere, la lotta che si fa. Mi piace anche insegnare, trasmettere la mia esperienza.”

Cosa odia del suo mestiere?

“Se penso a cosa odio del mestiere mi devo proprio sforzare, in effetti non vado matta per cerimonie e distintivi, per le chiacchiere a vuoto, per i milioni di contatti che bisogna comunque coltivare. Ah, ecco cosa odio davvero: dover dire tutti quei no, non riuscire mai a rispondere a tutti quelli che mi propongono qualcosa da pubblicare. Farmi tanti nemici…”

Pregi e difetti dei suoi colleghi editori?

“Dei miei colleghi editori amo la dedizione, così simile alla mia, la perversa passione. Non odio nessuno, ma diffido di chi fa questo lavoro per hobby, senza fare davvero i conti con i conti; ha una visione distorta, e produce distorsioni. E certo, odio i giochetti di potere, gli scambi di favori, il risalto che ottengono in questo modo cose che non lo meriterebbero.”

L’Italia e gli italiani?

“Dell’Italia amo il paesaggio, il clima, la cucina, la storia, i colori, gli odori, i treni, le montagne, la lingua, le pianure, i paesini, le città, i fiumi e anche i mari. Odio profondamente tutti gli scempi, tutte le brutture e le devastazioni che sono state fatte a una terra meravigliosa. Degli italiani amo il carattere, la flessibilità, l’inventiva, la sincera passione, l’apertura. Odio tutto ciò che Berlusconi ha incarnato così completamente: la meschinità, il cinismo, l’incredibile indulgenza verso i più bassi istinti e l’ignoranza. Odio la pigrizia e l’inconcludenza di alcuni, il pressapochismo. Odio gli imbrogli e le furbizie eretti a sistema. Odio che parlino male del nostro paese.”

Come si definisce in poche parole?

“Una persona tenace e appassionata sempre sorpresa dalla vita.”

Può raccontarci un episodio speciale che ha vissuto e che l’ha profondamente colpita?

“Anni fa durante un viaggio in India con Marco, di ritorno dalla piccola Benares del Sud che è Rameswaram, scendendo a una stazione secondaria a una cinquantina di chilometri da Madras, dimenticammo sul treno un marsupio con dentro carte di credito, documenti, biglietti aerei e parecchi contanti, dollari e rupie. Stavamo tornando in un alberghetto di Mamallapuram dove eravamo già stati, e prima di tutto l’albergatore si offrì di ospitarci e anticiparci i soldi che ci sarebbero serviti per tornare in Italia, da dove li avremmo restituiti con un bonifico. Poi, senza molte speranze, andammo alla stazione di Madras per chiedere se per caso non l’avessero trovato. Lì non ci dissero nulla di chiaro, ma ci palleggiarono da un ufficio all’altro, facendoci aspettare un tempo infinito. Dopo ore però ci accompagnarono fino a una piccola costruzione in fondo ai binari. Era il dopolavoro dei ferrovieri e li, fresco di doccia e di riposino, con un asciugamano intorno alla vita, c’era il controllore del nostro treno, che ci ha portato fino a una cassaforte da dove ha estratto con grande fierezza il nostro marsupio. Intatto, non mancava neppure una rupia. È un episodio del passato, ma non lo dimenticherò facilmente. Il mondo può esserci molto amico.”