Daniele Benati
Fine non finire
(Racconti di un giorno che sai)

Io tutti i giorni mi mettevo la stessa roba indipendentemente dall’impressione che potevo fare e solo per pigrizia portavo un paio di jeans lisi con una camicia scozzese e un giubbotto di pelle bovina che avevo comprato con lo sconto a Dublino in un negozio di quel centro commerciale che hanno costruito di fronte a Stephen’s Green basandosi sul modello architettonico della prigione di Kilmainham. E con quel giubbotto indosso mi sarò fatto fotografare non so quante volte in tutte le circostanze e molto spesso inquadrato dal di dietro con l’aiuto di un occasionale passante la cui comparsa potevo aver aspettato per ore e ore com’era accaduto in cima al Conor Pass dove poi nella foto mi si vede in piedi con laggiù in basso uno di quei laghetti cupi e sinistri che sorgono in mezzo alle torbiere irlandesi. Il problema è che avevo incominciato a vedere delle persone che non c’erano.
Ma partiamo dall’inizio, quando la mia domanda per un incarico all’Università di Slaigo, nell’Irlanda occidentale, era stata accolta dalla direttrice del dipartimento e io ero partito realizzando un sogno che covavo da tempo anche se si era trattato di un caso di omonimia che mi aveva portato a ottenere quel successo in concomitanza con la sbadataggine della direttrice la quale - come poi ho saputo quando l’equivoco è venuto alla luce - mi aveva scambiato per un italianista che si stava facendo largo in quel momento, ingannata forse anche dall’elenco di pubblicazioni che avevo messo nel curriculum confidando sulla validità dell’autocertificazione visto che al contrario io non avevo mai pubblicato niente e non avevo mai fatto altro che il supplente di scuola media senza nemmeno riuscire a entrar di ruolo - ma questo non vuol dire che non m’intendessi di letteratura perché anzi da questo punto di vista mi ritenevo di gran lunga su-
periore a quelli che sarebbero poi stati i miei colleghi.
Ma per i primi mesi nessuno s’era accorto di niente e io facevo la mia vita tranquilla come avevo sempre sognato di fare insegnando all’estero a livello universitario; andavo in aula alla mattina e facevo le mie belle lezioni davanti agli studenti che prendon nota di tutto quello che dicevo. L’inglese lo sapevo così così ma mi arrangiavo alla bell’e meglio con delle frasi un po’ abborracciate e delle volte mi scoppiava una parlantina incessante quando dovevo partecipare alle serate organizzate dalla società Dante Alighieri dove incontravo un gruppo di signore che volevano praticare l’italiano e sapere un mucchio di cose sulla vita di Padre Pio o quella di un parroco chiamato don Gino che non

conoscevo. Loro in cambio mi parlavano dei santi irlandesi che erano passati alla storia: come il santo Kevin che aveva fatto l’eremita aGlendalough e san Brandano che aveva scoperto il Paradiso nelle isole al largo delle coste irlandesi e sul quale io avevo mostrato parecchio interesse chiedendo: Com’è possibile? Com’è possibile? Com’è possibile? Domanda alla quale però loro mi guardavano stranite come se non se la fossero mai posta o non avessero nemmeno mai avuto la curiosità di andare a controllare di persona se quel racconto di Brandano corrispondeva al vero e veramente il Paradiso si trovava a un tiro di schioppo.Come casa avevo preso in affitto un appartamento in Saint Luke’s Place al secondo piano di un edificio popolare che però avevo mollato quasi subito per trasferirmi in una casa vicino alla cattedrale di San Finnbar nel centro della città. Alla sera andavo a giocare alle corse dei cani oppure al pub dello Spalpin Fanac dove suonavano la musica tradizionale irlandese o a quello dell’I.B. dove il gestore aveva l’aria di un preside che dà continuamente i numeri e che qualche volta mi aveva pure cacciato fuori dal locale senza una ragione che non fosse quella che lui probabilmente era matto. Ma poi era stato proprio per la mia cocciutaggine a voler frequentare lo stesso quel posto nonostante l’arroganza insensata del suo padrone che ho conosciuto una delle persone che avrebbero svolto un ruolo importante in questa storia e che avevano la caratteristica di essermi una simpatica e l’altra no.Quella simpatica si chiamava Bernie Murphy ed era un ometto sulla sessantina che qualche anno prima era balzato agli onori della cronaca perché era stato eletto sindaco della città nonostante fosse solo un povero ubriacone che fino a quel momento aveva vissuto col sussidio di disoccupazione oppure facendo l’uomo-sandwich in Patrick Street. Era successo che una cosidetta cordata di illustri avvocati e notai professionisti d’altro genere avevano scelto proprio lui come candidato per dimostrare ai cittadini che la politica è solo una farsa di intrighi sottobanco dove qualunque burattino è in grado di occupare una posizione di potere e lo avevano sostenuto in campagna elettorale fino a farlo diventare sindaco anche se lui era comparso a ogni comizio ubriaco marcio e aveva al massimo fatto qualche discorso sconclusionato. Quando l’ho conosciuto il suo mandato era ormai decaduto ma lui godeva ancora di grande popolarità visto che appena pochi giorni prima era stato invitato alla cerimonia d’insediamento del nuovo presidente americano alla Casa Bianca a cui però non aveva potuto partecipare perché al momento dell’imbarco per Washington si erano accorti che il suo passaporto era scaduto.
Comincia così
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