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Prologo Angela rimpianse una volta
di più di non avere un cane. Aveva sempre desiderato averne uno, ma l’ex
marito, schizzinoso com’era, diceva che sono animali sporchi. Stuart
Burgess. Come aveva potuto lasciarsi attrarre da una persona così
sgradevole? Che tortura era stata vivere con un tipo così, che correva a
lavarsi le mani in continuazione, che andava in crisi se scopriva una
macchiolina sulla cravatta e veniva colto da un gran mal di testa se al
suo ritorno non trovava la casa in ordine come un museo. |
Quella notte orribile. Un brivido la attraversò. Aveva diciassette anni.
Carina, solare e piena di talento; nella sua vita non era mai accaduto
niente di davvero brutto. Fino a quella notte. Era cominciata in modo così innocente, e alla fine si era trasformata in tragedia. Forse era questo che ultimamente la turbava tanto, pensò. Era successo proprio in quel periodo dell’anno. Cercò di ricordarsi il giorno preciso. Certo, il 13 dicembre. Quella settimana sarebbero stati tredici anni esatti. Tredici maledetto. Angela non credeva nella sorte. Quando la gente diceva che era stata fortunata a ottenere quella parte a Broadway, un lavoro gratificante oltre che ben retribuito, le veniva voglia di riderle in faccia. Non era stata una questione di fortuna: anni di duro lavoro, perseveranza, sconfitte brucianti e difficili da mandar giù. Anche quel terribile evento di tredici anni prima, che non avrebbe dimenticato fino al giorno della sua morte, non era frutto della cattiva sorte. Era stato causato dal gesto deliberato e devastante di una ragazza. Rabbrividì ancora. Aveva voglia di chiamare Judson, ma era già mezzanotte passata. Sapeva che il giorno seguente avrebbe dovuto partecipare a una riunione di buon’ora e sarebbe stato egoista da parte sua svegliarlo. No, avrebbe superato quel momento di crisi e non appena Judson fosse tornato e avessero iniziato a pensare seriamente al matrimonio, programmato per la primavera successiva, tutta quell’inquietudine le sarebbe parsa stupida. Un’ora dopo era stesa sul letto con gli occhi spalancati a guardare la televisione. Assolutamente ridicolo. Non poteva star sveglia tutta la notte. Ne sarebbe uscita stremata e il mattino seguente avrebbe avuto un aspetto terribile. Aveva un’intervista per il «New York Magazine» all’una, con tanto di set fotografico, e un’altra rappresentazione in serata. No, una notte insonne non ci voleva proprio. Angela conosceva fin troppe attrici che erano diventate dipendenti dalle pillole. Non avrebbe mai permesso che una cosa simile accadesse a lei, ma talvolta un piccolo aiuto era proprio necessario. Con riluttanza, si trascinò fino al bagno, versò dell’acqua in un bicchiere e cercò nell’armadietto dei medicinali la sua confezione di Seconal. Se l’era fatto prescrivere un anno prima, nel periodo del divorzio, e da allora aveva preso quelle potenti pilloline rosse solo una decina di volte. Ne inghiottì una. Poco più tardi, con la televisione che ancora riempiva la stanza di voci, la testa di Angela si abbandonò sul cuscino. Nel giro di pochi minuti il suo respiro si fece profondo. Non la svegliò nemmeno il cigolio dell’anta di un armadio nella stanza degli ospiti. Un’ombra scivolò silenziosa lungo il corridoio. Si fermò per un istante sulla soglia della stanza da letto. Angela, pensò l’ombra. Un nome appropriato. Sembrava un angelo, profondamente addormentata, con i capelli che disegnavano un’aureola scura sul raso bianco della federa, le ciglia lunghe e nere sulla pelle d’avorio. Una pelle perfetta. L’ombra si avvicinò al letto, coprendo il viso placido di Angela. Non meritava tanta bellezza. Né tanta serenità. Non meritava ricchezza, fama, venerazione, la sua vita invidiabile. Dopo quello che aveva fatto, non meritava nulla. L’ombra alzò una spranga di ferro e la tenne sospesa un istante. La vita di Angela Ricci ormai era tutta in quell’istante. Bastava che la spranga cadesse... Tutto il corpo di Angela si contrasse all’impatto violento del primo colpo. Il cranio si ruppe. Il sangue schizzò e gli occhi si spalancarono di scatto. Ma la scossa, il ritorno alla veglia, durarono pochissimo. La spranga si accanì su di lei, squarciò la carne, frantumò le ossa, maciullò gli organi vitali. Un paio di minuti più tardi Angela Ricci giaceva contorta e senza forma, un disgustoso ammasso rosso sangue sulle lenzuola candide. Col respiro affannoso e le braccia tremanti per lo sforzo, l’assassino fissava il corpo e sorrideva. Un lavoro ben fatto, preparato con meticolosità, e durato così poco. Troppo poco. L’assassino guardò l’orologio. Le due e tredici minuti. Tredici maledetto. |