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Maria
Vittoria Vittori
Leggendaria 70
settembre 2008
Indagine
nell'interiorità
Il sipario si apre su un'aula di
tribunale: si attende la sentenza di un processo per omicidio e l'intero
romanzo è costruito intorno a una struttura che alterna le diverse fasi
del dibattimento al flusso narrativo in flashback. Con l'avvincente
complicazione che questo flusso non appartiene a una voce sola: a
parlare sono Emma Perotti, l'insegnante accusata di aver ucciso la
studentessa An-ling Huang, il marito di Emma, Tom e il loro figlio
quindicenne Josh. Quando An-ling entra, anzi "scivola"
nell'aula di Manhattan in cui Emma insegna inglese agli immigrati è
negli Stati Uniti da soli tre mesi; ha un'aria tenera e indifesa e porta
al polso sottili braccialetti di perline, a nascondere una di quelle
cicatrici tremendamente espressive. C'è qualcosa in lei che va a
toccare le vecchie cicatrici di Emma, che risveglia un dolore profondo e
antico. Ognuno dei personaggi rivive e racconta a suo modo il drammatico
episodio - la morte accidentale della primogenita di Emma e Tom - che ha
cambiato la vita di tutti, anche di chi ancora non era nato come Josh.
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Attraverso i ricordi mai combacianti,le supposizioni divergenti e
talvolta ostili, ne Il prezzo del silenzio la scrittrice delinea il
quadro di una famiglia che crede di essere unita mentre invece è
fortemente lacerata: e l'elemento catalizzatore di questa scoperta è
proprio lei, la fragile ragazzina venuta da lontano. Emma, Tom e Josh ne
sono affascinati e respinti al tempo stesso, come se An-ling fosse una
misteriosa superficie in cui riflettere le proprie infelicità sommerse;
ognuno di loro avrebbe un buon motivo per ucciderla. Più che un
thriller vero e proprio, questa storia coinvolgente e profonda è
un'indagine nell'interiorità; e il vero processo non è quello
istituito nei confronti di Emma, ma quello che ognuno dei personaggi
istituisce nei confronti degli altri e di se stesso. |
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Michele
De Mieri
l'Unità
giugno 2008
Raccontare una vita cucendo tante vite
Incontro con
Camilla Trinchieri, italiana che scrive in inglese, perché all'estero
ha vissuto gran parte della sua esistenza. E il suo romanzo Il prezzo
del silenzio racconta di persone sradicate come lei
Un passato di doppiatrice poi giallista
Ora la prima prova fuori del genere
Proprio mentre una piccola ma
significativa pattuglia di scrittori, arrivati in Italia nell’arco
degli ultimi dieci quindici anni, sceglie la nostra lingua per
raccontare le loro storie, in controtendenza appare in Italia Il
prezzo del silenzio (Marcos y Marcos, pp. 312, euro16) un romanzo
scritto in inglese da un’italiana giramondo, come si rivela
l’avventurosa vita di Camilla Trinchieri, questi giorni in tour per
presentare il libro. Nella New York contemporanea l’arrivo della
ventenne cinese An-ling nella famiglia di Emma, insegnante italo
americana in scuola per stranieri, di Tom, suo marito, e di Josh, il
loro figlio adolescente, sconvolge l’ordine apparente che maschera un
segreto mai confessato al figlio: la morte, avvenuta prima della sua
nascita, di una sorellina di pochi anni, travolta con l’auto dalla
madre davanti casa. An-ling risveglia in Emma un amore materno sopito da
troppi anni, in Josh le prime concrete pulsioni sessuali e in Tom il
rancore contro questa sconosciuta che mina la già fragile corazza della
famiglia. Quando inizia Il prezzo del silenzio An-ling, giovane,
artista in cerca di successo, è morta, soffocata dentro il suo piccolo
loft. Le tre voci della famiglia, che raccontano la propria parziale
verità, sono collegate dall’istruttoria processuale in corso e che
vede Emma imputata dell’omicidio. Ruth Rendell è il primo riferimento
letterario che viene alla mente per l’indagine lenta ma inesorabile
che scava dentro le piccole e grandi omissioni; intriga la figura di
An-ling, che rimanda al cinema di Claude Chabrol e di Michael Haneke,
lei che ad un certo punto sembra manipolare madre, padre e figlio e
invece finisce per subire da ciascuno dei tre. Dentro la strategia
dell’intrigo, del processo indiziario, emerge un ritratto delle paure
dell’America media, di tutti quelli che, non molti anni addietro,
erano a loro volta nelle condizioni di An-ling; stranieri e soli nel
competitivo mondo dell’american way of life.
Quante vite ha
vissuto Camilla Trinchieri prima di scrivere Il prezzo del silenzio?
Di vite ne ho vissute un tante.
Papà era diplomatico e ogni quattro anni
cambiavamo paese e lingua fino a quando, dodicenne, arrivai con mia
sorella e papà in America dove abbiamo vissuto nove anni. Ho studiato a
New Orleans e a New York. L’unica scuola che ho frequentato in Italia
fu l’asilo con le suore a Roma. Perciò il mio italiano zoppica un
po’ purtroppo. Dopo il college raggiunsi mio padre a Tolosa, ma
scappai a Roma dove trovai lavoro nel doppiaggio americano. Tanti film
di Maciste e spaghetti western. Passai al doppiaggio italiano come
assistente “guarda labbra”, anni meravigliosi di lavoro duro ma
bello con grandi registi: Germi, Rosi, Monicelli, Visconti, Wertmuller e
Fellini. Fu proprio Fellini ad incitarmi a fare il passo verso
l’America quando la mia vita personale andò alla deriva. Mi mandò
dalla sua cartomante che mi disse:”cosa aspetti a partire? Lì potrai
sfoggiare la tua creatività”. Una volta a New York, scoprii che era
difficile trovare un buon lavoro. Il doppiaggio non si faceva e io non
mi sapevo vendere in un modo abbastanza aggressivo, così trovai lavoro
nella Little Italy vendendo la pasta de Cecco ai ristoranti di
Manhattan. Resistetti 6 mesi poi grazie a un’amica entrai in una ditta
che faceva le traduzioni. Poi trovai lavoro con un’agenzia
pubblicitaria. È lì che mi venne l’idea di uccidere, su carta, il
mio capo, visto che non mi voleva dare un aumento. Nacque così il primo
di una serie di sette gialli, firmati
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Camilla Crespi perché Trinchieri era troppo complicato per gli
americani, con protagonista un’italiana che si rifa la vita a New York
in un’agenzia pubblicitaria. Chissà come mi sarà venuta questa idea...
Qual è stato il
percorso di costruzione della trama e dei personaggi?
L’idea di come una donna
possa gestire il dolore e i sensi di colpa mi venne parecchi anni fa.
Arrivò dopo aver osservato una madre con la figlia piccola. C’era un
amore palese fra le due e in me, che non ho figli, suscitò una grande
tenerezza. Stavo scrivendo i gialli, avevo un contratto da rispettare,
non potevo mollare. Era meglio così. Questo amore materno doveva avere
il tempo di lievitare. Quando, anni dopo, mi misi finalmente a scrivere,
volevo raccontare la storia solo dal punto di vista di Emma, la madre,
ma gli altri personaggi non me lo hanno permesso. De Il prezzo del
silenzio non avevo tutta la storia in mente, solo i personaggi e il
punto nevralgico del racconto: la perdita della figlia. Il resto me lo
hanno spiegato loro. È per questo motivo che la storia salta da un
personaggio all’altro. Volevano farsi sentire tutti e quattro.
An-ling compare
nella vita di Emma con un ruolo che presto ci accorgiamo essere falso. I
segreti sono il cuore del libro, lei sembra dirci che nessuno ne è
esente?
Mi pare difficile non avere
segreti, sono una forma di auto-protezione. Spesso le cose che ci fanno
vergogna o ci danno dolore le nascondiamo, non solo agli altri ma a noi
stessi, per poterci guardare allo specchio la mattina. La cosa strana è
che nella mia vita ho cercato di essere più onesta, più diretta
possibile ma spesso questo ha ferito gli altri. Però Emma, Tom, An-ling
li capisco. Sbagliano di brutto. I loro silenzi, le loro bugie portano
alla morte, ma non sono capaci di fare altro. Sono stati travolti dal
passato. Fanno del loro meglio>>.
Lei è stata una
straniera in terra americana come accade sia a Emma che ad An-ling.
Nella condizione di immigrati i segreti, le vite precedenti, hanno un
valore ancora più speciale?
Le vite precedenti son quelle
che ci teniamo strette al cuore, anche se per molti non sono state
belle. Ci dicono chi siamo, almeno è così per me. Ma capisco che per
gli altri il viaggio da un paese all’altro per rifarsi la vita
comporta togliersi di dosso il “chi ero” per diventare “chi
sono”. Dipende dalle motivazioni che ci hanno spinto a partire. Si
entra in un paese (oppure, come usa adesso, nel paese virtuale di
Internet) e nessuno sa niente di te. Ti puoi inventare da zero, ma mi è
difficile credere che si riesca a lavare il passato di dosso.
La rimozione del
passato, l’occultamento del dolore genera solo altro dolore. Il prezzo del silenzio sembra indicare nella verità la
soluzione di ogni male, poi, però sembra suggerirci che troppa verità
è altrettanto letale. Come stanno le cose?
Si sa mai come stanno le cose?
Come scrittore, non voglio decidere io. Cecov dice che l’unico compito
dello scrittore è di essere un testimone imparziale. È il compito del
lettore trarre conclusioni.
Il prezzo del silenzio fa
pensare a tanto cinema: da Teorema di Pasolini a Dogville di Lars Von
Trier, a tutto Chabrol. Quanto è debitrice alla lettura e quanto al
racconto cinematografico?
Forse il cinema ha un peso
maggiore visto che ho lavorato al doppiaggio per diciassette anni
lavorando dodici ore al giorno. Quando scrivo, vedo la scena, i gesti,
tutto. Per fortuna ho imparato negli anni a non raccontare tutto quello
che vedo. I miei personaggi li scopro tramite il dialogo. In più da
giovane volevo solo fare l’attrice… Quanto mi piacerebbe se il
romanzo diventasse un film, sarebbe una nuova vita per tutti, anche per
me che ne ho vissute un po’.
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David
Frati
Mangialibri.com
giugno 2008
Dietro alla storia che racconti nel tuo romanzo Il prezzo del silenzio
è nascosta una ferita, un dolore. O forse più di una, più di uno.
Quale senti più tuo, quello dell’infanzia di An-Ling o quello di
madre piena di sensi di colpa della protagonista Emma?
La mia ferita è più quella di An-Ling che quella di Emma, anche io non
ho avuto una madre. Per cui sempre - anche nelle storie più leggere,
quelle da lasciare su un sedile in aeroporto - parto da lì. Ho deciso
di iniziare a scrivere l’1 gennaio del 1986, mi ricordo che sono
tornata a casa con quest’idea in testa e ho detto a mio marito: Ti
dispiace se oggi alla cena ci pensi tu? Volevo scrivere la storia di mia
madre, ma per questo ho dovuto iniziare a fare lunghe ricerche. Io
infatti sono nata a Praga, e poiché allora c’era ancora il comunismo
e semplicemente per ottenere un permesso turistico ci volevano minimo
otto mesi, avrei dovuto aspettare senza scrivere. Mi hanno dissuaso e ho
deciso nel frattempo di dedicarmi ad altre storie, e poiché all’epoca
lavoravo in un’agenzia pubblicitaria, e il mio antipatico boss mi
negava un aumento, ho deciso di scrivere un romanzo nel quale veniva
assassinato. Da lì sono partiti sette gialli con protagonista Simona
Griffo, un’italo-americana appassionata di arte e di cucina pubblicati
con lo pseudonimo di Camilla Crespi, ma ad un certo punto ho detto stop
e ho deciso di usare il mio vero nome per questa storia, che però non
è tanto autobiografica quanto mi sarei aspettata...
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Il romanzo è stato tradotto dall’inglese in italiano, una lingua che
comunque tu parli e scrivi correntemente. Che effetto fa essere tradotti
in una lingua che si capisce così bene? E’ una cosa che non capita
tutti i giorni a uno scrittore...
Essere tradotta in italiano dalla brava Erika Bianchi è stata una gioia
incredibile, mi sono sentita italiana e americana allo stesso tempo: mi
sono sentita compiuta. Si è trattato di un processo talmente naturale
che ad un certo punto ho iniziato a credere che il libro fosse stato
persino pensato in italiano. Solo in pochissimi momenti ho avuto
difficoltà a capire alcuni passaggi un po’ più arzigogolati, poi
però l’inglese è sparito e mi sono ritrovata a leggere il mio
libro, mi sembrava che la traduttrice non esistesse più, che avessi
fatto tutto io.
Definiresti Il prezzo del silenzio un legal thriller? E che ruolo ha il
racconto del processo nel tuo romanzo?
Il processo in realtà non c’era nella prima stesura, ho pensato di
inserirlo perché quel filo conduttore mi aiutava come scrittrice, solo
che mi sono trovata a domandarmi: E che ne so io di processi? Il caso ha
voluto che fossi convocata a far parte di una vera giuria popolare in un
vero processo, e vedere ‘dal di dentro’ come funziona il sistema
giudiziario americano mi ha aiutato a cavarmela. Comunque non si
trattava di un processo per omicidio, ma di un tipo che aveva rubato
70.000 dollari alla sorella...
Quali
sono gli scrittori ai quali guardi come punto di riferimento?
Più di tutti amo Henry James, anche se quando ho letto per la prima
volta le sue cose mi pareva una pizza il suo procedere a spirale nella
narrazione. Solo quando ho iniziato a scrivere ho capito che lui accenna
sempre alle cose, non le descrive mai apertamente, aggira i fatti, non
li rivela. Poi sono stati molto importanti per la mia crescita come
lettrice e come scrittrice Agatha Christie e tutti i classici del giallo
in genere.
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Mangialibri.com
giugno
2008
Si apre il processo
contro Emma Perotti, una professoressa di mezza età accusata
dell'omicidio di una giovane pittrice cinese, trovata nel suo loft
soffocata con una bomboletta di schiuma isolante. Emma insegna Inglese a
immigrati appena giunti negli Usa alla Welcome School di New York, e
proprio lì ha incontrato An-Ling Huang, una fascinosa ragazza dal
grande talento e dai modi enigmatici. Sin dalla prima volta che ha visto
la giovane a lezione, Emma ha avvertito per lei un'attrazione
inspiegabile: in qualche modo An-Ling le ricorda Amy, la figlia che ha
perso quando aveva solo due anni per una terribile disgrazia. Quello
della morte di Amy è il grande segreto, il grande buco della
vita della famiglia di Emma: suo marito Tom e lei hanno sempre nascosto
a loro figlio Josh, che ormai ha quattordici anni e suona la batteria,
che la bambina è stata investita dall'auto guidata da Emma dopo essere
uscita di casa sfuggendo al controllo di Tom, distratto da una partita.
A Josh è stato sempre detto invece che a uccidere Amy è stato “un
imbecille di coglione ubriaco”. Sia come sia, Emma ha preso sotto la
sua ala protettiva An-Ling, che ha iniziato a frequentare la sua casa e
i suoi pensieri, nonostante la forte contrarietà di Tom, che per lei
provava un'antipatia istintiva. Pian piano la ragazza si è insinuata
nella famiglia, scardinandone gli equilibri, tanto che Emma ha deciso di
lasciare figlio e marito per trasferirsi (a sue spese) in un loft con
An-Ling. La convivenza è finita dopo qualche mese a colpi di rancori e
litigi, e per questo la polizia è convinta che Emma abbia ucciso la
giovane cinese. Del resto le sue sono le uniche impronte digitali
trovate sul luogo del delitto, e numerose testimonianze sembrano
inchiodare la professoressa. Ma man mano che il processo avanza
scopriremo che anche Tom e Josh avevano motivi per odiare la ragazza, e
che la rete di bugie di An-Ling Huang è più fitta di quanto non si
sappia...
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Dopo una serie di gialli umoristici firmati con lo pseudonimo di Camilla
Crespi e inediti in Italia, Camilla Trinchieri riconquista il suo vero
nome grazie alla fierezza che le viene da un romanzo magnifico,
emozionante come pochi, capace di toccare corde profonde pur mantenendo
un impianto mainstream che lo rende sintetico, diretto, lineare,
efficace come un battito di cuore. Il prezzo del silenzio mutua ritmi,
atmosfere e intrecci dal noir più sofisticato, nonostante la struttura
da legal thriller, e non mancano i richiami al cinema di Roman Polanski
, di Jean-Luc Godard o di Alfred Hitchcock – cosa del resto niente
affatto sorprendente visto il curriculum dell'autrice, che per ben
diciassette anni ha lavorato come assistente al doppiaggio al fianco di
Federico Fellini, Luchino Visconti, Lina Wertmuller.
Il tema dell'intruso che fa deflagrare le contraddizioni, porta a
galla i non detto e svela i segreti di una famiglia borghese
apparentemente tranquilla non è nuovo, ma qui viene arricchito dal tema
del confronto tra culture (evidenziato da una serie di figure di
immigrati più o meno 'inseriti', più o meno 'annessi',
dall'italoamericana Emma dal passato drammatico alla sinoamericana
An-Ling dal passato segreto, dal proprietario ucraino di una ferramenta
alle variopinte studentesse della Welcome School) e da una vena di
ambiguità sessuale mai esplicitata, non risolta, ma non per questo meno
straniante. La prospettiva policentrica (la vicenda è raccontata in
soggettiva dai tre membri della famiglia, e a ogni pagina si va più in
profondità, più vicini alla verità) regala al romanzo la capacità di
sorprendere e un tocco di schizofrenia che non guasta. L'elaborazione
del lutto - del peggiore dei lutti – è raccontata senza retorica,
senza anestesia, senza paura di far male, e viene usata dalla Trinchieri
come una chiave per aprire il lettore – financo quello professionale -
per fargli abbassare le difese, per renderlo vulnerabile come i
protagonisti, più dei protagonisti. Consiglio caldamente di leggere il
romanzo tutto in una volta o al massimo in due, tre volte: ci sono pochi
modi di occupare qualche ora migliori della compagnia di un libro così
vibrante e sincero. Unico appunto: la grafica di copertina troppo
'lieve' e femminile, un po' fuorviante: potrebbe rendere più difficile
la comunicazione con i potenziali lettori del romanzo.
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Serena
De Carlo
elle.it
maggio 2009
An-ling
è tanti pezzi. Tanti frammenti che vengono fuori grazie alle
testimonianze delle persone che l’hanno conosciuta. Accolta da Emma -
che le fa da insegnante d’italiano nei corsi serali - nella sua casa,
la giovane protagonista si ingarbuglierà in una rete di bugie,
provocazioni e ricerche nel passato di una famiglia apparentemente
normale. In un crescendo di tensioni il rifugio di An-ling si trasformerà
in una prigione di dolori e di desideri nascosti dietro i silenzi di
Emma, del marito Tom e del figlio Josh, un cocktail micidiale che porterà
fino al tragico epilogo. Quale? Per saperlo bisogna arrivare
all’ultima pagina del libro. Camilla Trinchieri, l’autrice, tesse
con cura una trama in cui la protagonista sarà ricomposta come un
puzzle, da varie parti che alla fine porteranno a scoprire il segreto
che avvolge An-ling fin dal primo momento. Se vi piacciono i legal
thriller, Il prezzo del silenzio fa per voi. Parola di
esperti del genere come De Cataldo e Carofiglio.
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Niccolò
d'Aquino
Io Donna
giugno 2009
Figlia di un diplomatico italiano e di un'americana, nata a Praga, divisa
tra Roma e New York, tra il lavoro nel cinema e quello di piazzista di
pasta per approdare a fare la pittrice a Brooklyn, Camilla Trinchieri per
il suo romanzo d'esordio non poteva che scrivere di confronto tra culture.
In chiave noir. Dove nulla è ciò che sembra. E il dubbio, in un
crescendo di tensioni, sulla morte di una giovane cinese, spaurita e che a
stento parla l'inglese ma si rivelerà piena di segreti, non si scioglie
fino all'ultima pagina. Un libro che è praticamente pronto a diventare
film.
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