CAMILLA TRINCHIERI
Il prezzo del silenzio


Recensioni

 

Mangialibri
luglio 2008

Interviste radiofoniche
 in formato mp3

L’Unità
giugno 2008

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A
Antonella Ottolina
giugno 2008

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 D-Repubblica
intervista di Monica Capuani
giugno 2008

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Psychologie
giugno 2008

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Donna moderna
giugno 2008

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Grazia
giugno 2008

David Frati
Mangialibri
luglio 2008

 

Si apre il processo contro Emma Perotti, una professoressa di mezza età accusata dell'omicidio di una giovane pittrice cinese, trovata nel suo loft soffocata con una bomboletta di schiuma isolante. Emma insegna Inglese a immigrati appena giunti negli Usa alla Welcome School di New York, e proprio lì ha incontrato An-Ling Huang, una fascinosa ragazza dal grande talento e dai modi enigmatici. Sin dalla prima volta che ha visto la giovane a lezione, Emma ha avvertito per lei un'attrazione inspiegabile: in qualche modo An-Ling le ricorda Amy, la figlia che ha perso quando aveva solo due anni per una terribile disgrazia. Quello della morte di Amy è il grande segreto, il grande buco della vita della famiglia di Emma: suo marito Tom e lei hanno sempre nascosto a loro figlio Josh, che ormai ha quattordici anni e suona la batteria, che la bambina è stata investita dall'auto guidata da Emma dopo essere uscita di casa sfuggendo al controllo di Tom, distratto da una partita. A Josh è stato sempre detto invece che a uccidere Amy è stato “un imbecille di coglione ubriaco”. Sia come sia, Emma ha preso sotto la sua ala protettiva An-Ling, che ha iniziato a frequentare la sua casa e i suoi pensieri, nonostante la forte contrarietà di Tom, che per lei provava un'antipatia istintiva. Pian piano la ragazza si è insinuata nella famiglia, scardinandone gli equilibri, tanto che Emma ha deciso di lasciare figlio e marito per trasferirsi (a sue spese) in un loft con An-Ling. La convivenza è finita dopo qualche mese a colpi di rancori e litigi, e per questo la polizia è convinta che Emma abbia ucciso la giovane cinese. Del resto le sue sono le uniche impronte digitali trovate sul luogo del delitto, e numerose testimonianze sembrano inchiodare la professoressa. Ma man mano che il processo avanza scopriremo che anche Tom e Josh avevano motivi per odiare la ragazza, e che la rete di bugie di An-Ling Huang è più fitta di quanto non si sappia...
Dopo una serie di gialli umoristici firmati con lo pseudonimo di Camilla Crespi e inediti in Italia, Camilla Trinchieri riconquista il suo vero nome grazie alla fierezza che le viene da un romanzo magnifico, emozionante come pochi, capace di toccare corde profonde pur mantenendo un impianto mainstream che lo rende sintetico, diretto, lineare, efficace come un battito di cuore. Il prezzo del silenzio mutua ritmi, atmosfere e intrecci dal noir più sofisticato, nonostante la struttura da legal thriller, e non mancano i richiami al cinema di Roman Polanski , di Jean-Luc Godard o di Alfred Hitchcock – cosa del resto niente affatto sorprendente visto il curriculum dell'autrice, che per ben diciassette anni ha lavorato come assistente al doppiaggio al fianco di Federico Fellini, Luchino Visconti, Lina Wertmuller. Il tema dell'intruso che fa deflagrare le contraddizioni, porta a galla i non detto e svela i segreti di una famiglia borghese apparentemente tranquilla non è nuovo, ma qui viene arricchito dal tema del confronto tra culture (evidenziato da una serie di figure di immigrati più o meno 'inseriti', più o meno 'annessi', dall'italoamericana Emma dal passato drammatico alla sinoamericana An-Ling dal passato segreto, dal proprietario ucraino di una ferramenta alle variopinte studentesse della Welcome School) e da una vena di ambiguità sessuale mai esplicitata, non risolta, ma non per questo meno straniante. La prospettiva policentrica (la vicenda è raccontata in soggettiva dai tre membri della famiglia, e a ogni pagina si va più in profondità, più vicini alla verità) regala al romanzo la capacità di sorprendere e un tocco di schizofrenia che non guasta. L'elaborazione del lutto - del peggiore dei lutti – è raccontata senza retorica, senza anestesia, senza paura di far male, e viene usata dalla Trinchieri come una chiave per aprire il lettore – financo quello professionale - per fargli abbassare le difese, per renderlo vulnerabile come i protagonisti, più dei protagonisti. Consiglio caldamente di leggere il romanzo tutto in una volta o al massimo in due, tre volte: ci sono pochi modi di occupare qualche ora migliori della compagnia di un libro così vibrante e sincero. Unico appunto: la grafica di copertina troppo 'lieve' e femminile, un po' fuorviante: potrebbe rendere più difficile la comunicazione con i potenziali lettori del romanzo. 

Intervista di david Frati a Camilla Trinchieri

Dietro alla storia che racconti nel tuo romanzo Il prezzo del silenzio è nascosta una ferita, un dolore. O forse più di una, più di uno. Quale senti più tuo, quello dell’infanzia di An-Ling o quello di madre piena di sensi di colpa della protagonista Emma?
La mia ferita è più quella di An-Ling che quella di Emma, anche io non ho avuto una madre. Per cui sempre - anche nelle storie più leggere, quelle da lasciare su un sedile in aeroporto - parto da lì. Ho deciso di iniziare a scrivere l’1 gennaio del 1986, mi ricordo che sono tornata a casa con quest’idea in testa e ho detto a mio marito: Ti dispiace se oggi alla cena ci pensi tu? Volevo scrivere la storia di mia madre, ma per questo ho dovuto iniziare a fare lunghe ricerche. Io infatti sono nata a Praga, e poiché allora c’era ancora il comunismo e semplicemente per ottenere un permesso turistico ci volevano minimo otto mesi, avrei dovuto aspettare senza scrivere. Mi hanno dissuaso e ho deciso nel frattempo di dedicarmi ad altre storie, e poiché all’epoca lavoravo in un’agenzia pubblicitaria, e il mio antipatico boss mi negava un aumento, ho deciso di scrivere un romanzo nel quale veniva assassinato. Da lì sono partiti sette gialli con protagonista Simona Griffo, un’italo-americana appassionata di arte e di cucina pubblicati con lo pseudonimo di Camilla Crespi, ma ad un certo punto ho detto stop e ho deciso di usare il mio vero nome per questa storia, che però non è tanto autobiografica quanto mi sarei aspettata...

Il romanzo è stato tradotto dall’inglese in italiano, una lingua che comunque tu parli e scrivi correntemente. Che effetto fa essere tradotti in una lingua che si capisce così bene? E’ una cosa che non capita tutti i giorni a uno scrittore...
Essere tradotta in italiano dalla brava Erika Bianchi è stata una gioia incredibile, mi sono sentita italiana e americana allo stesso tempo: mi sono sentita compiuta. Si è trattato di un processo talmente naturale che ad un certo punto ho iniziato a credere che il libro fosse stato persino pensato in italiano. Solo in pochissimi momenti ho avuto difficoltà a capire alcuni passaggi un po’ più arzigogolati, poi però l’inglese è sparito e mi sono ritrovata a leggere il mio libro, mi sembrava che la traduttrice non esistesse più, che avessi fatto tutto io.

Definiresti Il prezzo del silenzio un legal thriller? E che ruolo ha il racconto del processo nel tuo romanzo?
Il processo in realtà non c’era nella prima stesura, ho pensato di inserirlo perché quel filo conduttore mi aiutava come scrittrice, solo che mi sono trovata a domandarmi: E che ne so io di processi? Il caso ha voluto che fossi convocata a far parte di una vera giuria popolare in un vero processo, e vedere ‘dal di dentro’ come funziona il sistema giudiziario americano mi ha aiutato a cavarmela. Comunque non si trattava di un processo per omicidio, ma di un tipo che aveva rubato 70.000 dollari alla sorella...

Quali sono gli scrittori ai quali guardi come punto di riferimento?
Più di tutti amo Henry James, anche se quando ho letto per la prima volta le sue cose mi pareva una pizza il suo procedere a spirale nella narrazione. Solo quando ho iniziato a scrivere ho capito che lui accenna sempre alle cose, non le descrive mai apertamente, aggira i fatti, non li rivela. Poi sono stati molto importanti per la mia crescita come lettrice e come scrittrice Agatha Christie e tutti i classici del giallo in genere.

Michele De Mieri
L’Unità

giugno 2008

Raccontare una vita cucendo tante vite

Un passato di doppiatrice poi giallista

Ora la prima prova fuori del genere

Incontro con Camilla Trinchieri, italiana che scrive in inglese, perché all’estero ha vissuto gran parte della sua esistenza. E il suo romanzo Il prezzo del silenzio racconta di persone sradicate come lei

 

Proprio mentre una piccola ma significativa pattuglia di scrittori, arrivati in Italia nell’arco degli ultimi dieci quindici anni, sceglie la nostra lingua per raccontare le loro storie, in controtendenza appare in Italia Il prezzo del silenzio (Marcos y Marcos, pp. 312, euro16) un romanzo scritto in inglese da un’italiana giramondo, come si rivela l’avventurosa vita di Camilla Trinchieri, questi giorni in tour per presentare il libro. Nella New York contemporanea l’arrivo della ventenne cinese An-ling nella famiglia di Emma, insegnante italo americana in scuola per stranieri, di Tom, suo marito, e di Josh, il loro figlio adolescente, sconvolge l’ordine apparente che maschera un segreto mai confessato al figlio: la morte, avvenuta prima della sua nascita, di una sorellina di pochi anni, travolta con l’auto dalla madre davanti casa. An-ling risveglia in Emma un amore materno sopito da troppi anni, in Josh le prime concrete pulsioni sessuali e in Tom il rancore contro questa sconosciuta che mina la già fragile corazza della famiglia. Quando inizia Il prezzo del silenzio An-ling, giovane, artista in cerca di successo, è morta, soffocata dentro il suo piccolo loft. Le tre voci della famiglia, che raccontano la propria parziale verità, sono collegate dall’istruttoria processuale in corso e che vede Emma imputata dell’omicidio. Ruth Rendell è il primo riferimento letterario che viene alla mente per l’indagine lenta ma inesorabile che scava dentro le piccole e grandi omissioni; intriga la figura di An-ling, che rimanda al cinema di Claude Chabrol e di Michael Haneke, lei che ad un certo punto sembra manipolare madre, padre e figlio e invece finisce per subire da ciascuno dei tre. Dentro la strategia dell’intrigo, del processo indiziario, emerge un ritratto delle paure dell’America media, di tutti quelli che, non molti anni addietro, erano a loro volta nelle condizioni di An-ling; stranieri e soli nel competitivo mondo dell’american way of life.

Quante vite ha vissuto Camilla Trinchieri prima di scrivere <<Il prezzo del silenzio>>?

<<Di vite ne ho vissute un tante.

Papà era diplomatico e ogni quattro anni cambiavamo paese e lingua fino a quando, dodicenne, arrivai con mia sorella e papà in America dove abbiamo vissuto nove anni. Ho studiato a New Orleans e a New York. L’unica scuola che ho frequentato in Italia fu l’asilo con le suore a Roma. Perciò il mio italiano zoppica un po’ purtroppo. Dopo il college raggiunsi mio padre a Tolosa, ma scappai a Roma dove trovai lavoro nel doppiaggio americano. Tanti film di Maciste e spaghetti western. Passai al doppiaggio italiano come assistente “guarda labbra”, anni meravigliosi di lavoro duro ma bello con grandi registi: Germi, Rosi, Monicelli, Visconti, Wertmuller e Fellini. Fu proprio Fellini ad incitarmi a fare il passo verso l’America quando la mia vita personale andò alla deriva. Mi mandò dalla sua cartomante che mi disse:”cosa aspetti a partire? Lì potrai sfoggiare la tua creatività”. Una volta a New York, scoprii che era difficile trovare un buon lavoro. Il doppiaggio non si faceva e io non mi sapevo vendere in un modo abbastanza aggressivo, così trovai lavoro nella Little Italy vendendo la pasta de Cecco ai ristoranti di Manhattan. Resistetti 6 mesi poi grazie a un’amica entrai in una ditta che faceva le traduzioni. Poi trovai lavoro con un’agenzia pubblicitaria. È lì che mi venne l’idea di uccidere, su carta, il mio capo, visto che non mi voleva dare un aumento. Nacque così il primo di una serie di sette gialli, firmati 

Camilla Crespi perché Trinchieri era troppo complicato per gli americani, con protagonista un’italiana che si rifa la vita a New York in un’agenzia pubblicitaria. Chissà come mi sarà venuta questa idea…>>.

Qual è stato il percorso di costruzione della trama e dei personaggi?

<<L’idea di come una donna possa gestire il dolore e i sensi di colpa mi venne parecchi anni fa. Arrivò dopo aver osservato una madre con la figlia piccola. C’era un amore palese fra le due e in me, che non ho figli, suscitò una grande tenerezza. Stavo scrivendo i gialli, avevo un contratto da rispettare, non potevo mollare. Era meglio così. Questo amore materno doveva avere il tempo di lievitare. Quando, anni dopo, mi misi finalmente a scrivere, volevo raccontare la storia solo dal punto di vista di Emma, la madre, ma gli altri personaggi non me lo hanno permesso. De Il prezzo del silenzio non avevo tutta la storia in mente, solo i personaggi e il punto nevralgico del racconto: la perdita della figlia. Il resto me lo hanno spiegato loro. È per questo motivo che la storia salta da un personaggio all’altro. Volevano farsi sentire tutti e quattro>>.

An-ling compare nella vita di Emma con un ruolo che presto ci accorgiamo essere falso. I segreti sono il cuore del libro, lei sembra dirci che nessuno ne è esente?

<<Mi pare difficile non avere segreti, sono una forma di auto-protezione. Spesso le cose che ci fanno vergogna o ci danno dolore le nascondiamo, non solo agli altri ma a noi stessi, per poterci guardare allo specchio la mattina. La cosa strana è che nella mia vita ho cercato di essere più onesta, più diretta possibile ma spesso questo ha ferito gli altri. Però Emma, Tom, An-ling li capisco. Sbagliano di brutto. I loro silenzi, le loro bugie portano alla morte, ma non sono capaci di fare altro. Sono stati travolti dal passato. Fanno del loro meglio>>.

Lei è stata una straniera in terra americana come accade sia a Emma che ad An-ling. Nella condizione di immigrati i segreti, le vite precedenti, hanno un valore ancora più speciale?

<<Le vite precedenti son quelle che ci teniamo strette al cuore, anche se per molti non sono state belle. Ci dicono chi siamo, almeno è così per me. Ma capisco che per gli altri il viaggio da un paese all’altro per rifarsi la vita comporta togliersi di dosso il “chi ero” per diventare “chi sono”. Dipende dalle motivazioni che ci hanno spinto a partire. Si entra in un paese (oppure, come usa adesso, nel paese virtuale di Internet) e nessuno sa niente di te. Ti puoi inventare da zero, ma mi è difficile credere che si riesca a lavare il passato di dosso>>.

La rimozione del passato, l’occultamento del dolore genera solo altro dolore. <<Il prezzo del silenzio>> sembra indicare nella verità la soluzione di ogni male, poi, però sembra suggerirci che troppa verità è altrettanto letale. Come stanno le cose?

<<Si sa mai come stanno le cose? Come scrittore, non voglio decidere io. Cecov dice che l’unico compito dello scrittore è di essere un testimone imparziale. È il compito del lettore trarre conclusioni>>.

<<Il prezzo del silenzio>> fa pensare a tanto cinema: da <<Teorema<< di Pasolini a <<Dogville>> di Lars Von Trier, a tutto Chabrol. Quanto è debitrice alla lettura e quanto al racconto cinematografico?

<<Forse il cinema ha un peso maggiore visto che ho lavorato al doppiaggio per diciassette anni lavorando dodici ore al giorno. Quando scrivo, vedo la scena, i gesti, tutto. Per fortuna ho imparato negli anni a non raccontare tutto quello che vedo. I miei personaggi li scopro tramite il dialogo. In più da giovane volevo solo fare l’attrice… Quanto mi piacerebbe se il romanzo diventasse un film, sarebbe una nuova vita per tutti, anche per me che ne ho vissute un po’>>.

 


Interviste radiofoniche


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