David Frati
Mangialibri
luglio 2008
Si apre il processo contro Emma Perotti,
una professoressa di mezza età accusata dell'omicidio di una giovane
pittrice cinese, trovata nel suo loft soffocata con una bomboletta di
schiuma isolante. Emma insegna Inglese a immigrati appena giunti negli Usa
alla Welcome School di New York, e proprio lì ha incontrato An-Ling Huang,
una fascinosa ragazza dal grande talento e dai modi enigmatici. Sin dalla
prima volta che ha visto la giovane a lezione, Emma ha avvertito per lei
un'attrazione inspiegabile: in qualche modo An-Ling le ricorda Amy, la
figlia che ha perso quando aveva solo due anni per una terribile
disgrazia. Quello della morte di Amy è il grande segreto, il grande buco
della vita della famiglia di Emma: suo marito Tom e lei hanno sempre
nascosto a loro figlio Josh, che ormai ha quattordici anni e suona la
batteria, che la bambina è stata investita dall'auto guidata da Emma dopo
essere uscita di casa sfuggendo al controllo di Tom, distratto da una
partita. A Josh è stato sempre detto invece che a uccidere Amy è stato
“un imbecille di coglione ubriaco”. Sia come sia, Emma ha preso sotto
la sua ala protettiva An-Ling, che ha iniziato a frequentare la sua casa e
i suoi pensieri, nonostante la forte contrarietà di Tom, che per lei
provava un'antipatia istintiva. Pian piano la ragazza si è insinuata
nella famiglia, scardinandone gli equilibri, tanto che Emma ha deciso di
lasciare figlio e marito per trasferirsi (a sue spese) in un loft con
An-Ling. La convivenza è finita dopo qualche mese a colpi di rancori e
litigi, e per questo la polizia è convinta che Emma abbia ucciso la
giovane cinese. Del resto le sue sono le uniche impronte digitali trovate
sul luogo del delitto, e numerose testimonianze sembrano inchiodare la
professoressa. Ma man mano che il processo avanza scopriremo che anche Tom
e Josh avevano motivi per odiare la ragazza, e che la rete di bugie di
An-Ling Huang è più fitta di quanto non si sappia...
Dopo una serie di gialli umoristici firmati con lo pseudonimo di Camilla
Crespi e inediti in Italia, Camilla Trinchieri riconquista il suo vero
nome grazie alla fierezza che le viene da un romanzo magnifico,
emozionante come pochi, capace di toccare corde profonde pur mantenendo un
impianto mainstream che lo rende sintetico, diretto, lineare, efficace
come un battito di cuore. Il prezzo del silenzio mutua ritmi, atmosfere e
intrecci dal noir più sofisticato, nonostante la struttura da legal
thriller, e non mancano i richiami al cinema di Roman Polanski , di
Jean-Luc Godard o di Alfred Hitchcock – cosa del resto niente affatto
sorprendente visto il curriculum dell'autrice, che per ben diciassette
anni ha lavorato come assistente al doppiaggio al fianco di Federico
Fellini, Luchino Visconti, Lina Wertmuller. Il tema dell'intruso
che fa deflagrare le contraddizioni, porta a galla i non detto e svela i
segreti di una famiglia borghese apparentemente tranquilla non è nuovo,
ma qui viene arricchito dal tema del confronto tra culture (evidenziato da
una serie di figure di immigrati più o meno 'inseriti', più o meno 'annessi',
dall'italoamericana Emma dal passato drammatico alla sinoamericana An-Ling
dal passato segreto, dal proprietario ucraino di una ferramenta alle
variopinte studentesse della Welcome School) e da una vena di ambiguità
sessuale mai esplicitata, non risolta, ma non per questo meno straniante.
La prospettiva policentrica (la vicenda è raccontata in soggettiva dai
tre membri della famiglia, e a ogni pagina si va più in profondità, più
vicini alla verità) regala al romanzo la capacità di sorprendere e un
tocco di schizofrenia che non guasta. L'elaborazione del lutto - del
peggiore dei lutti – è raccontata senza retorica, senza anestesia,
senza paura di far male, e viene usata dalla Trinchieri come una chiave
per aprire il lettore – financo quello professionale - per fargli
abbassare le difese, per renderlo vulnerabile come i protagonisti, più
dei protagonisti. Consiglio caldamente di leggere il romanzo tutto in una
volta o al massimo in due, tre volte: ci sono pochi modi di occupare
qualche ora migliori della compagnia di un libro così vibrante e sincero.
Unico appunto: la grafica di copertina troppo 'lieve' e femminile, un po'
fuorviante: potrebbe rendere più difficile la comunicazione con i
potenziali lettori del romanzo. |
Intervista di david Frati a Camilla Trinchieri
Dietro alla storia che racconti
nel tuo romanzo Il prezzo del silenzio è nascosta una ferita, un
dolore. O forse più di una, più di uno. Quale senti più tuo, quello
dell’infanzia di An-Ling o quello di madre piena di sensi di colpa
della protagonista Emma?
La mia ferita è più quella di An-Ling che quella di Emma, anche io
non ho avuto una madre. Per cui sempre - anche nelle storie più
leggere, quelle da lasciare su un sedile in aeroporto - parto da lì.
Ho deciso di iniziare a scrivere l’1 gennaio del 1986, mi ricordo
che sono tornata a casa con quest’idea in testa e ho detto a mio
marito: Ti dispiace se oggi alla cena ci pensi tu? Volevo scrivere la
storia di mia madre, ma per questo ho dovuto iniziare a fare lunghe
ricerche. Io infatti sono nata a Praga, e poiché allora c’era
ancora il comunismo e semplicemente per ottenere un permesso turistico
ci volevano minimo otto mesi, avrei dovuto aspettare senza scrivere.
Mi hanno dissuaso e ho deciso nel frattempo di dedicarmi ad altre
storie, e poiché all’epoca lavoravo in un’agenzia pubblicitaria,
e il mio antipatico boss mi negava un aumento, ho deciso di scrivere
un romanzo nel quale veniva assassinato. Da lì sono partiti sette
gialli con protagonista Simona Griffo, un’italo-americana
appassionata di arte e di cucina pubblicati con lo pseudonimo di
Camilla Crespi, ma ad un certo punto ho detto stop e ho deciso di
usare il mio vero nome per questa storia, che però non è tanto
autobiografica quanto mi sarei aspettata...
Il romanzo è stato tradotto
dall’inglese in italiano, una lingua che comunque tu parli e scrivi
correntemente. Che effetto fa essere tradotti in una lingua che si
capisce così bene? E’ una cosa che non capita tutti i giorni a uno
scrittore...
Essere tradotta in italiano dalla brava Erika Bianchi è stata una
gioia incredibile, mi sono sentita italiana e americana allo stesso
tempo: mi sono sentita compiuta. Si è trattato di un processo
talmente naturale che ad un certo punto ho iniziato a credere che il
libro fosse stato persino pensato in italiano. Solo in
pochissimi momenti ho avuto difficoltà a capire alcuni passaggi un
po’ più arzigogolati, poi però l’inglese è sparito e mi sono
ritrovata a leggere il mio libro, mi sembrava che la
traduttrice non esistesse più, che avessi fatto tutto io.
Definiresti Il prezzo del silenzio
un legal thriller? E che ruolo ha il racconto del processo nel tuo
romanzo?
Il processo in realtà non c’era nella prima stesura, ho pensato di
inserirlo perché quel filo conduttore mi aiutava come scrittrice,
solo che mi sono trovata a domandarmi: E che ne so io di processi? Il
caso ha voluto che fossi convocata a far parte di una vera giuria
popolare in un vero processo, e vedere ‘dal di dentro’ come
funziona il sistema giudiziario americano mi ha aiutato a cavarmela.
Comunque non si trattava di un processo per omicidio, ma di un tipo
che aveva rubato 70.000 dollari alla sorella...
Quali sono gli scrittori ai quali
guardi come punto di riferimento?
Più di tutti amo Henry James, anche se quando ho letto per la prima
volta le sue cose mi pareva una pizza il suo procedere a spirale nella
narrazione. Solo quando ho iniziato a scrivere ho capito che lui
accenna sempre alle cose, non le descrive mai apertamente, aggira i
fatti, non li rivela. Poi sono stati molto importanti per la mia
crescita come lettrice e come scrittrice Agatha Christie e tutti i
classici del giallo in genere.
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Michele
De Mieri
L’Unità
giugno 2008
Raccontare una vita
cucendo tante vite
Un
passato di doppiatrice poi giallista
Ora
la prima prova fuori del genere
Incontro con Camilla
Trinchieri, italiana che scrive in inglese, perché all’estero ha
vissuto gran parte della sua esistenza. E il suo romanzo Il
prezzo del silenzio racconta di persone sradicate come lei
Proprio mentre una
piccola ma significativa pattuglia di scrittori, arrivati in Italia
nell’arco degli ultimi dieci quindici anni, sceglie la nostra lingua per
raccontare le loro storie, in controtendenza appare in Italia Il
prezzo del silenzio (Marcos y Marcos, pp. 312, euro16) un romanzo
scritto in inglese da un’italiana giramondo, come si rivela
l’avventurosa vita di Camilla Trinchieri, questi giorni in tour per
presentare il libro. Nella New York contemporanea l’arrivo della
ventenne cinese An-ling nella famiglia di Emma, insegnante italo americana
in scuola per stranieri, di Tom, suo marito, e di Josh, il loro figlio
adolescente, sconvolge l’ordine apparente che maschera un segreto mai
confessato al figlio: la morte, avvenuta prima della sua nascita, di una
sorellina di pochi anni, travolta con l’auto dalla madre davanti casa.
An-ling risveglia in Emma un amore materno sopito da troppi anni, in Josh
le prime concrete pulsioni sessuali e in Tom il rancore contro questa
sconosciuta che mina la già fragile corazza della famiglia. Quando inizia
Il prezzo del silenzio An-ling, giovane, artista in cerca di
successo, è morta, soffocata dentro il suo piccolo loft. Le tre voci
della famiglia, che raccontano la propria parziale verità, sono collegate
dall’istruttoria processuale in corso e che vede Emma imputata
dell’omicidio. Ruth Rendell è il primo riferimento letterario che viene
alla mente per l’indagine lenta ma inesorabile che scava dentro le
piccole e grandi omissioni; intriga la figura di An-ling, che rimanda al
cinema di Claude Chabrol e di Michael Haneke, lei che ad un certo punto
sembra manipolare madre, padre e figlio e invece finisce per subire da
ciascuno dei tre. Dentro la strategia dell’intrigo, del processo
indiziario, emerge un ritratto delle paure dell’America media, di tutti
quelli che, non molti anni addietro, erano a loro volta nelle condizioni
di An-ling; stranieri e soli nel competitivo mondo dell’american way of life.
Quante
vite ha vissuto Camilla Trinchieri prima di scrivere <<Il prezzo del
silenzio>>?
<<Di vite ne ho
vissute un tante.
Papà era diplomatico e
ogni quattro anni cambiavamo paese e lingua fino a quando, dodicenne,
arrivai con mia sorella e papà in America dove abbiamo vissuto nove anni.
Ho studiato a New Orleans e a New York. L’unica scuola che ho
frequentato in Italia fu l’asilo con le suore a Roma. Perciò il mio
italiano zoppica un po’ purtroppo. Dopo il college raggiunsi mio padre a
Tolosa, ma scappai a Roma dove trovai lavoro nel doppiaggio americano.
Tanti film di Maciste e spaghetti western. Passai al doppiaggio italiano
come assistente “guarda labbra”, anni meravigliosi di lavoro duro ma
bello con grandi registi: Germi, Rosi, Monicelli, Visconti, Wertmuller e
Fellini. Fu proprio Fellini ad incitarmi a fare il passo verso l’America
quando la mia vita personale andò alla deriva. Mi mandò dalla sua
cartomante che mi disse:”cosa aspetti a partire? Lì potrai sfoggiare la
tua creatività”. Una volta a New York, scoprii che era difficile
trovare un buon lavoro. Il doppiaggio non si faceva e io non mi sapevo
vendere in un modo abbastanza aggressivo, così trovai lavoro nella Little
Italy vendendo la pasta de Cecco ai ristoranti di Manhattan. Resistetti 6
mesi poi grazie a un’amica entrai in una ditta che faceva le traduzioni.
Poi trovai lavoro con un’agenzia pubblicitaria. È lì che mi venne
l’idea di uccidere, su carta, il mio capo, visto che non mi voleva dare
un aumento. Nacque così il primo di una serie di sette gialli,
firmati |
Camilla Crespi perché
Trinchieri era troppo complicato per gli americani, con protagonista
un’italiana che si rifa la vita a New York in un’agenzia
pubblicitaria. Chissà come mi sarà venuta questa idea…>>.
Qual
è stato il percorso di costruzione della trama e dei personaggi?
<<L’idea di
come una donna possa gestire il dolore e i sensi di colpa mi venne
parecchi anni fa. Arrivò dopo aver osservato una madre con la figlia
piccola. C’era un amore palese fra le due e in me, che non ho figli,
suscitò una grande tenerezza. Stavo scrivendo i gialli, avevo un
contratto da rispettare, non potevo mollare. Era meglio così. Questo
amore materno doveva avere il tempo di lievitare. Quando, anni dopo, mi
misi finalmente a scrivere, volevo raccontare la storia solo dal punto di
vista di Emma, la madre, ma gli altri personaggi non me lo hanno permesso.
De Il prezzo del silenzio non
avevo tutta la storia in mente, solo i personaggi e il punto nevralgico
del racconto: la perdita della figlia. Il resto me lo hanno spiegato loro.
È per questo motivo che la storia salta da un personaggio all’altro.
Volevano farsi sentire tutti e quattro>>.
An-ling
compare nella vita di Emma con un ruolo che presto ci accorgiamo essere
falso. I segreti sono il cuore del libro, lei sembra dirci che nessuno ne
è esente?
<<Mi pare
difficile non avere segreti, sono una forma di auto-protezione. Spesso le
cose che ci fanno vergogna o ci danno dolore le nascondiamo, non solo agli
altri ma a noi stessi, per poterci guardare allo specchio la mattina. La
cosa strana è che nella mia vita ho cercato di essere più onesta, più
diretta possibile ma spesso questo ha ferito gli altri. Però Emma, Tom,
An-ling li capisco. Sbagliano di brutto. I loro silenzi, le loro bugie
portano alla morte, ma non sono capaci di fare altro. Sono stati travolti
dal passato. Fanno del loro meglio>>.
Lei
è stata una straniera in terra americana come accade sia a Emma che ad
An-ling. Nella condizione di immigrati i segreti, le vite precedenti,
hanno un valore ancora più speciale?
<<Le vite
precedenti son quelle che ci teniamo strette al cuore, anche se per molti
non sono state belle. Ci dicono chi siamo, almeno è così per me. Ma
capisco che per gli altri il viaggio da un paese all’altro per rifarsi
la vita comporta togliersi di dosso il “chi ero” per diventare “chi
sono”. Dipende dalle motivazioni che ci hanno spinto a partire. Si entra
in un paese (oppure, come usa adesso, nel paese virtuale di Internet) e
nessuno sa niente di te. Ti puoi inventare da zero, ma mi è difficile
credere che si riesca a lavare il passato di dosso>>.
La
rimozione del passato, l’occultamento del dolore genera solo altro
dolore. <<Il prezzo del silenzio>> sembra indicare nella verità
la soluzione di ogni male, poi, però sembra suggerirci che troppa verità
è altrettanto letale. Come stanno le cose?
<<Si sa mai come
stanno le cose? Come scrittore, non voglio decidere io. Cecov dice che
l’unico compito dello scrittore è di essere un testimone imparziale. È
il compito del lettore trarre conclusioni>>.
<<Il
prezzo del silenzio>> fa pensare a tanto cinema: da
<<Teorema<< di Pasolini a <<Dogville>> di Lars Von
Trier, a tutto Chabrol. Quanto è debitrice alla lettura e quanto al
racconto cinematografico?
<<Forse il cinema
ha un peso maggiore visto che ho lavorato al doppiaggio per diciassette
anni lavorando dodici ore al giorno. Quando scrivo, vedo la scena, i
gesti, tutto. Per fortuna ho imparato negli anni a non raccontare tutto
quello che vedo. I miei personaggi li scopro tramite il dialogo. In più
da giovane volevo solo fare l’attrice… Quanto mi piacerebbe se il
romanzo diventasse un film, sarebbe una nuova vita per tutti, anche per me
che ne ho vissute un po’>>.
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