CHARLES WILLEFORD
Playboy a Miami


Recensioni 

 

Corriere della Sera
settembre 2007
D - La Repubblica
febbraio 2007
XL - La Repubblica
febbraio 2007
thrillermagazine.it
gennaio 2007
Sandro Modeo
Corriere della Sera
settembre 2007

Un viaggio allucinante tra le luci di Miami dove muore la speranza

Scritto alla metà degli anni Settanta ma pubblicato in volume solo nel ‘93, cinque anni dopo la morte dell’autore, Playboy a Miami è una delle narrazioni in cui Charles Willeford rivela in pieno la sua maturità letteraria.
C’è la città anti-glamour di Miami Blues, coi suoi residence modulari, i suoi colori psichedelici, le sue spiagge-cronicari dove gli anziani vanno a morire come gli elefanti (vedi il centinaio di pensionati che si fissano – cinquanta per ogni veranda di due alberghi prospicienti – in una simmetria spettrale). C’è, al meglio, una sapienza compositiva che dispiega la vicenda di quattro trentenni single o separati (Larry, Hank, Eddie e Don, sottratti a una routine di cazzeggio da una serata in cui si ritroveranno in macchina il cadavere per overdose di una quattordicenne, e via via coinvolti in un dòmino di omicidi e suicidi) alternando sequenze in prima persona e altre in terza, fino a immergere il lettore in una specie di avvolgimento 

cubista. E c’è – ossessivo – il motivo della violenza sociale contigua a quella militare, col reduce Willeford che vede nei reduci di ogni guerra degli uomini-bomba pronti a far esplodere in qualunque momento un’aggressività in stand-by: non a caso, tre dei “quattro moschettieri” in questione – anche se mai operativi al fronte – sono ex-militari, e non a caso in tutto il libro si spara per impulsi “pavloviani”. Qui sta lo snodo decisivo. Perché se Willeford si mostra, al solito, antropologo feroce e irresistibile (che colpisce l’ottuso machismo misogino come l’astuta troiaggine femminile, per tacere delle invettive sui medici o gli avvocati), nella sua “visione” la morte è depotenziata a incidente-accidente tra altri di pari grado, come se – in una società alienata e denarocentrica – tra un vivo e un cadavere il discrimine fosse solo un’inessenziale variazione biochimica. É qui, cioè, che Willeford riesce a innestare sul nonsense comune ai suoi maestri (da Kafka a Beckett) quell’inconfondibile meccanicismo surreale “di genere” saccheggiato dai suoi allievi (Tarantino in testa). Con una differenza radicale: negli emuli tutto questo vira in nichilismo virtuosistico, mentre in lui (che si immedesima con la sofferenza opaca dei suoi personaggi) ogni gesto e ogni luce sono sempre imbevuti da una disperazione che vorrebbe – anche se non lo potrà mai – trasformarsi in speranza.

 

Lara Crinò
D - La Repubblica
febbraio 2007

In una città lussureggiante e cafona, amorale e   distratta perfino nel crimine, quattro quarantenni benestanti, che   abitano nello stesso condominio per single e si ritrovano a bere   drink a bordo piscina, sono coinvolti quasi per caso in omicidi e  minacce di morte. È Playboy a Miami, uno dei romanzi che Charles   Willeford non riuscì a pubblicare in vita (è scomparso nel 1988) e   che ora dimostra tutto il suo talento noir. Motore narrativo, come   nella saga del detective Moseley che diede a Willeford la celebrità  (Miami Blues, Tempi duri per i morti, Tiro mancino,

 

 Come si muore   oggi) è quella Miami in cui lo scrittore, nato in Arkansas e figlio   della Grande depressione, era approdato dopo essere stato vagabondo e   militare di carriera. In Playboy a Miami Moseley lascia il posto a   eccentrici personaggi uniti dalla propensione alle camicie   sgargianti , all'alcol e all'abbordaggio delle hostess. Dialoghi  brillanti, molti barbecue e un primo assurdo omicidio danno il via   all'intreccio. Poi la scrittura fa zoom, come in un buon film   d'azione, su un solo protagonista. Tocca al belloccio Hank,   informatore farmaceutico a tempo perso e seduttore a tempo pieno,   convincere il misterioso Mr. Wright, che l'insegue per ucciderlo, che   non è lui l'amante dell'intrigante Jannaire. 

Marco Philopat
XL - La Repubblica
febbraio 2007

Il sergente Hoke, un tipo da Pulp Fiction
Tanto che Tarantino ha dedicato il film al suo autore

Anacleto, un mio vecchio amico anarchico, oltre a essere un forte bevitore, amava il cibo molto saporito e rifiutava l’insalata perché non gli «diceva niente»…Anch’io sono abituato a leggere narrativa saporita e a gustare un romanzo condito dal concentrato dell’esperienza. Il “genere” noir, che tanto va di moda, ha per me lo stesso significato che l’insalata aveva per Anacleto. Inoltre non sopporto la presenza di poliziotti sbirri, di cani da guardia e fiancheggiatori vari nelle storie che leggo. Certamente ci sono delle eccezioni. Il losangelino Charles Willeford, vagabondo da ragazzino poi per vent’anni militare nell’esercito aveva un problema. Come riconciliare due fasi esistenziale così distanti? A 36 anni, negli anni 50, decise di mettersi a scrivere per colmare il baratro rendendosi presto 

 

 

conto che «una buona metà degli uomini che circolano nell’esercito americano sono psicopatici». Dopo due decenni e due libri a carattere autobiografico che passano inosservati, Charles, all’alba dei sessant’anni, s’inventa il personaggio di Hoke Moseley, sergente della Omicidi, ed è la svolta. Da quel momento, per quel poco tempo che gli resta, morirà nel 1988, i suoi libri escono a ripetizione. In Italia la coraggiosa e storica casa editrice indipendente Marcos y Marcos ne ha pubblicati quattro e ora arriva il quinto: Playboy a Miami.
Le strampalate e taglienti vicende di quattro vitelloni trentenni, tipici yuppie in carriera con le tasche piene di carte di credito e l’imbecillità in pericolosa espansione che si dimenano tra ragazzine suicide, mogli soffocanti, killer implacabili e fughe a Chicago. A leggerlo sembra proprio di essere davanti a un film di Quentin Tarantino che infatti ha dedicato Pulp Fiction a Willeford. La stessa implacabile leggerezza nel mostrare violenza, gli stessi assurdi profili dei protagonisti e soprattutto l’incalzante e vorticoso montaggio del plot in sovrapposizione continua. Playboy a Miami è una strana insalata noir che sarebbe piaciuta persino a un tipo come Anacleto.
Pino Cottogni
thrillermagazine.it
gennaio 2007

Una serata fra amici, a Miami, in un condominio di lusso riservato a soli single. Si chiacchiera, si gioca a carte, si buttano lì domande e provocazioni un po’ assurde, come capita fra single un po’ troppo machi. Salta fuori la domanda su quale sia il luogo dove sarebbe più difficile rimorchiare, a Miami, e una volta risposto che “certamente si tratta di un cinema drive in”, ecco che,Hank, il più gallo del gruppo lancia una sfida. “Credetemi, in meno di un’ora una donna la becco. Scommettiamo?”

Il fatto è che il gallo, nella sfida ci si butta sul serio. Il fatto è che la ragazzina che rimorchia, gli muore fra le braccia di overdose. E la reazione del “branco” non porta a nulla di buono. Il magnaccia un po’ improvvisato della ragazzina viene freddato senza tanto pensarci su. Mentre lo stesso Hank, a pochissima distanza dall’agghiacciante episodio, si trova nella parte della vittima, inseguito e minacciato di morte dal galoppino di una donna di cui si è innamorato. Ma è solo l’inizio di una serie di pasticci in cui questa banda di giovani “squali per bene” si trova progressivamente invischiata. Ciascuno dei quattro sul filo fra il desiderio di qualcosa di positivo, se non addirittura di amore, e l’abisso in cui finirà drammaticamente per cadere.

Playboy a Miami

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