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Marcos
y Marcos, il coraggio di insistere con la poesia in un mercato dei libri
in crisi... L'INTERVISTA
affaritaliani.it, Antonio Prudenzano, 2011
Quest'anno la Marcos y Marcos di Claudia Tarolo e Marco
Zapparoli ha festeggiato 30 anni di editoria indipendente. Il 3 novembre
la casa editrice milanese pubblica in contemporanea due raccolte di
poesia (la riedizione di "Pietra sangue" di Fabio Pusterla e
"Come non piangenti" di Cristina Alziati) e "La corsa dei
mantelli", l'unica prosa di Milo De Angelis.
Gli editori ad Affaritaliani.it spiegano dove trovano il coraggio di
insistere con la poesia ("...pubblicarli insieme, in edizione con
carte pregiate e grafica accurata, ci sembra il modo migliore per
chiudere in bellezza un cerchio lungo tre decenni, offrire ai lettori un
segnale di fiducia non solo nella poesia, ma nel libro tout court come
strumento ideale per godersi testi 'alti'..."), parlano
dell'innamoramento per i versi della Alziati ("...siamo stati
immediatamente investiti dalla sua purezza...) e della crisi del mercato
editoriale: "Il momento è difficile, non si può negare, anche
Marcos y Marcos quest'anno ha sentito l'incertezza del mercato, pur
riuscendo a resistere nella tempesta".
Marcos
y Marcos ha cominciato la sua
avventura 30 anni fa pubblicando poesia, genere letterario sempre meno
considerato dal mercato dei libri italiano.
Claudia Tarolo e Marco Zapparoli (nella foto sotto i due editori di
Marcos y Marcos, ndr), con che "coraggio" insistete
proponendo ancora poesia, e addirittura pubblicate in contemporanea (il
3 novembre) la raccolta di Cristina Alziati, "Come non
piangenti", la riedizione di "Pietra sangue" di
Fabio Pusterla e "La corsa dei mantelli", l'unica prosa
di uno dei poeti italiani contemporanei più apprezzati dalla critica,
Milo De Angelis?
"Per noi, il 2011 rappresenta l’anno della fierezza, l’anno in
cui festeggiamo la nostra indipendenza, il lavoro di anni e anni accanto
ai nostri autori. La poesia è un giacimento inesauribile di immagini,
pensieri, forze. Chi la ama la segue con una passione immutata, oggi
come trent’anni fa. La corsa dei mantelli di Milo De Angelis è
uno dei libri che più abbiamo ammirato e riletto da giovanissimi.
Appena prima che nascesse la casa editrice, ce lo siamo regalato con
grande amore. Si può immaginare cosa significhi per noi rilanciarlo
oggi in libreria in grande stile... Fabio Pusterla scrive poesie
meravigliose, è una splendida persona ed è vicino alla casa editrice
da un quarto di secolo. La riproposta di Pietra sangue si
affianca perfettamente a una pietra miliare come La corsa dei
mantelli. A chiudere il cerchio, Cristina Alziati, che per noi
rappresenta la grande scoperta del momento. Questi tre libri fanno
famiglia, così come per noi la casa editrice è davvero, soprattutto,
una casa. Sottolineano il nostro amore immutato nella forza delle
parole; pubblicarli insieme, in edizione con carte pregiate e grafica
accurata, ci sembra il modo migliore per chiudere in bellezza un cerchio
lungo tre decenni, offrire ai lettori un segnale di fiducia non solo
nella poesia, ma nel libro tout court come strumento ideale per godersi
testi 'alti'. Il pubblico della poesia è fedelissimo, e siamo certi che
apprezzerà".
Cristina Alziati rappresenta una delle "nuove voci" più
interessanti della nostra poesia. Di lei hanno scritto in passato
Fortini, Siciliano, Cucchi e Raffelli, e il "vostro" Pusterla
dice che oggi "in Italia non ci sono molti poeti in grado di tenere
il passo di Cristina Alziati”. Da editori e appassionati di poesia,
cosa vi colpisce dei testi della Alziati?
"Noi non ci sentiamo critici
letterari, il nostro non è un lavoro teorico; siamo prima di tutto
lettori voraci, appassionati, onnivori. Ci piace la poesia, da sempre,
leggiamo i filosofi, ma amiamo molto anche gialli e noir; fare l'editore
significa stabilire un contatto molto fisico, quasi istintivo con i
testi. Crediamo che molti decenni di lettura 'spregiudicata' ci abbiano
trasmesso una forza primaria fondamentale: saper distinguere la
scrittura autentica, sorgiva, dalla scrittura artefatta, dalla
pretenziosa ricerca stilistica. In questo senso amiamo le parole nude,
dirette, forti di se stesse e della propria imperfezione. Forti di un
messaggio pressante, profondamente sentito. Leggendo le poesie di
Cristina Alziati, siamo stati immediatamente investiti da questa
purezza. Dalla sua urgenza di dare un nome alle cose, perché non vadano
perdute; 'ultimo amore che contro la notte ama'. Dal suo bisogno vero di
prestare la propria voce alle piccole cose che sedimentano e si fanno
mute. Abbiamo amato il suo sguardo limpido anche sulle cose terribili,
persino quando la tragedia riguarda proprio lei, il suo stesso corpo;
forse la prova più difficile, riuscire a rendere testimonianza sommessa
e potentissima del momento in cui si cessa di sentirsi eterni; con la
precisione e la necessità del 'bisturi che da me me morente in me
stagliava".
Una domanda più generale: non è un momento facile per il mercato dei
libri in Italia. Come chiuderà il bilancio 2011 Marcos y Marcos? Siete
ottimisti per il futuro dell'editoria indipendente?
"Il momento è difficile, non si può negare; anche Marcos y Marcos
quest'anno ha sentito l'incertezza del mercato, pur riuscendo a
resistere nella tempesta. È un momento di passaggio, ma ce ne sono
stati tanti: l'importante è riconoscere, ogni volta, le tensioni
positive che ci proiettano in avanti. Nel bilancio positivo del 2011
contano molto le centinaia di persone che hanno partecipato ai nostri
incontri, che hanno risposto con entusiasmo ai nostri modi vari di
aprire le porte della casa editrice, di far risuonare la voce e
l'energia dei nostri testi anche al di là delle pagine scritte. Ci
sorregge, insomma, la convinzione di soddisfare un bisogno essenziale:
calarsi nel flusso della narrazione, che apre la strada a incroci e
collegamenti che che fanno vera rete, che "connettono“ davvero.
Il futuro della libreria dipende forse dalla sua capacità di
rappresentare sempre di più un luogo di incontro, un terreno di
scoperta; il nostro futuro di editori indipendenti dipende dalla capacità
di rispondere in modo vivo e coerente a questo desiderio di scambio e
confronto, reale e non virtuale, con un giusto tempo rallentato, nel
campo di forze del testo".
COSI' PUSTERLA SUL LIBRO DI CRISTINA ALZIATI: “La mia impressione è questa: siamo di fronte a
un’autrice vera, diversa dai poeti ‘di moda’, potente
nell’espressione, capace di condensare in immagini lancinanti un
pensiero di vasta portata, insieme lirico e, si potrebbe quasi dire,
epico, poiché sa attraversare la soggettività individuale affilata da
un’esperienza terribile (la malattia, un tumore, di cui le poesie
dicono parcamente ma chiaramente quel che si può dire, senza pietismi o
autocompiacimenti) e aprirsi a uno sguardo sugli altri, sui sofferenti,
sui minacciati, sui negati. Ne esce una poesia civile e persino politica
nel senso più ampio e più alto del termine; e basta scorrere
rapidamente le note conclusive per farsi un’idea chiara di questo
aspetto, e dell’ampiezza dello sguardo, che passa da Nairobi alle
isole Eolie, dalle Dolomiti ai romeni di Tor di Quinto, letti in
controluce con il comunicato nazista circa le Fosse Ardeatine, dai rom
ai bambini malati di cancro. Il titolo riassume molte cose; le parole
che lo compongono sono di Paolo di Tarso, e suggeriscono
contemporaneamente l’esistenza del dolore e la relativizzazione del
dolore; il male che ci accompagna e che dobbiamo credere di poter
superare; il realismo, la lucidità, ma insieme una specie di utopia da
difendere; e tutto questo con un tono leggermente alto, leggermente
solenne, ma di una solennità appena accennata. Poi, leggendo, ci si
sorprende di scoprire in questi versi una singolare commistione di realtà
concreta, concretissima e nominata senza paura, e di visionarietà. Non
vedo al momento in Italia molti poeti in grado di tenere il passo di
Cristina Alziati”.
L'AUTRICE - Cristina Alziati è nata nel 1963 e ha studiato
filosofia. Il suo esordio poetico risale al 1992, quando una sua
silloge, presentata con grande convinzione da Franco Fortini, esce in
un’antologia.
Suoi versi vengono poi pubblicati in varie riviste di poesia, e lei
stessa distribuisce copie ciclostilate della sua prima raccolta poetica,
suscitando reazioni entusiastiche.
Nel 2005 pubblica il suo primo libro, A compimento (Manni),
che si aggiudica il Premio internazionale di poesia Pier Paolo Pasolini
e giunge finalista al Premio Viareggio.
Cristina Alziati vive a Berlino, traduce poesia e narrativa dal tedesco
e dallo spagnolo.
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Troppi, costosi, effimeri.
Inchiesta sull'industria della lettura.
L'Espresso,
Antonella Fiori, settembre 2011
Intervista a Marco Zapparoli
Vetrine
monotitolo. Poster cartonati con volti e fisici da photoshop, che si
tratti di autori di thriller, filosofie o diete. E pile di volumi
davanti alle casse, dritte come colonne strutturate per sbatterci contro
appena attraversi l'ingresso. Lo spazio che vale di più? La vetrina
della libreria alla stazione Termini di Roma. Per il passaggio di gente,
ovviamente. Si paga in tanti modi la presenza in libreria. Io ti do 100
copie di Giorgio Faletti, Benedetta Parodi o del nuovo santone del
dimagrimento Pierre Dukan e tu me le tieni a certe condizioni
particolari. Condizioni che solo i grandi editori riescono a fare. È
l'editoria, bellezza. Che si è presentata col suo volto più aggressivo
in questi ultimi giorni: gli ultimi in cui era ancora possibile fare
campagne a prezzi stracciati prima che entrasse in vigore la legge che
regolamenta in Italia lo sconto sui libri. Presi come eravamo da manovre
economiche per non finire come la Grecia, in questi mesi non avevamo
capito che nel mondo dell'editoria il rischio catastrofe aveva il nome
di un altro paese: Gran Bretagna. Una nazione dove tra la fine degli
anni Novanta e inizio 2000 il prezzo del libro è diventato libero e
selvaggio. Prima conseguenza, sono sparite le librerie indipendenti
mangiate da quelle grosse catene. Poi quando i grandi store hanno
iniziato a vendere Harry Potter a quattro sterline, sono andate in crisi
anche queste.
Terremoti da cui le nostre catene – da Feltrinelli a Mondadori –
sono lontane: ma lo spettro inglese ha dato i brividi a molti quando
Amazon, il sito di libri on line più grande al mondo, ha cominciato a
vendere in Italia le novità a prezzi scontati del 40 per cento. Così
quello che non era stato possibile in anni di discussioni si è
materializzato in poche settimane: una legge fatta più per difendersi
dal colosso americano che per regolamentare il settore. «Se è vero che
fissa un tetto cercando di tutelare le piccole librerie e i piccoli
editori che non potevano concedere sconti sopra una determinata soglia,
è anche aggirabile», dice un esperto come Giuliano Vigini: «Basterà
non far pagare le spese di spedizione per le librerie in Internet o far
uscire dal catalogo più velocemente certi titoli che non vanno e quindi
vendere la 50 per cento nei remaiders».
Il ciclo del libro. In realtà dietro al limite dello sconto, al
tema delle piccole librerie afflitte dalla concorrenza della grande
distribuzione c'è un circolo vizioso difficile da spezzare. E non
scalfito da questa legge. Ogni giorno arrivano sul mercato circa 170
titoli. Un libraio in media ne riceve 30. e ne può gestire e promuovere
solo alcuni. Quali? Quelli che danno garanzie di essere venduti e hanno
una buona promozione. Più della metà del costo del libro serve a
pagare distribuzione, vendita al dettaglio, ma anche il libraio per
ottenere un posto in prima fila sui banchi o in vetrina (secondo gli
addetti ai lavori la vetrina costa 10 mila euro a settimana, mentre 6-7
mila si sborsano per una pila accanto alle casse). Dato che in Italia la
parte del leone la fanno cinque gruppi (Mondadori, Rcs, Gems, Giunti,
Feltrinelli) che nel 2010 hanno coperto il 62,7 per cento del mercato, i
conti sono presto fatti. Una libreria come Feltrinelli che ha un grosso
giro d'affari e ha dall'editore il 42 per cento di sconto può arrivare
anche a praticare il 20 per cento di riduzione al cliente perché le
resta ancora il 22 per cento di guadagno. Un libraio “normale” che
ha il 30 per cento di sconto e fa il 20 per cento per essere
concorrenziale ha solo un margine di guadagno del 10 per cento. Spiega
Francesco Cataluccio, autore di “Che fine faranno i libri”
(Nottetempo): «Amazon ha applicato sconti pazzeschi perché doveva
conquistarsi un mercato. Ma non avrebbe fatto il 40 per cento a vita.
Diverso il caso di catene come Feltrinelli: ha creato una società di
promozione libri e ha un rapporto diretto con l'editore, risparmiando
sulla promozione. Idem per Mondadori, Rcs e Gems. Ma il piccolo editore
se deve passare per le maglie di questa produzione resta strozzato».
Altro dato: il giro di affari italiani dei libri è di circa 3 miliardi
di euro. Ma da noi le persone che leggono più di un libro all'anno sono
solo il 15 per cento della popolazione. Di più: il nostro 46,8 per
cento di chi legge un solo libro ogni 12 mesi, in Francia arriva al 70,
in Svezia all'80 per cento. Gli italiani leggono poco, dunque. E su cosa
si punta per allargare il mercato? Ancora una volta, maggiori promozioni
(pubblicitarie) che possono mettere in atto solo grandi gruppi. Spiega
un libraio: «Se esce un libro di un editore piccolo che non ha
pubblicità io lo tengo una settimana». Per quel che riguarda la grande
distribuzione il meccanismo è ancora più perverso: le grandi catene
hanno un algoritmo che controlla i movimenti. Dopo 15 giorni, nel caso
il libro non venda, la fine nello scatolone delle rese è certa.
Risultato: se vent'anni fa un titolo restava in libreria almeno quattro
mesi, oggi al massimo il ciclo è di 40 giorni. E si rischia di non
trovare la “Repubblica” di Platone se nell'algoritmo della
movimentazione quel testo non ha venduto.
La bibliodiversità. L'altra strada intrapresa dall'editoria
negli ultimi 15 anni per reggere il peso della concorrenza è stata la
sovrapproduzione. Fino a inventarsi collane economiche che danno l'idea
di qualcosa di nuovo ma senza puntare alla qualità. «Capita sempre più
spesso che le grandi case editrici ritirino intere tirature perché ci
sono volumi che escono con pagine bianche, errori in copertina», dice
Andrea Spazzali della Centofiori di piazzale Dateo a Milano. Tra le vie
alternative all'occupazione di spazi, la funzione salvifica di alcuni
premi. Il Premio Tropea ha ripescato “Mia madre è un fiume” (Elliot)
di Donatella Petrantonio che dopo questo riconoscimento ha fatto cinque
edizioni.
La decrescita. Se la comunicazione del grande editore punta ad
avere risultati su titoli di grande richiamo a scapito di altri, c'è
chi invita a produrre meno, in una specie di slow food del libro dove
non solo l'editore, ma anche il libraio, abbia più tempo per gestire il
suo assortimento. Così Marco Zapparoli, coeditore di Marcos y Marcos,
ha lanciato un piano di decrescita: «Facevamo 18 novità di narrativa
all'anno, siamo calati a 13. I soldi che mettevamo nel produrre li
impieghiamo per dare condizioni più agevolate ai librai indipendenti».
Zapparoli spera nell'effetto contagio confortato dal fatto che in
America, dopo la crescita di Amazon e la crisi delle grandi catene, si
è creato spazio per una nuova generazione di piccoli librai creativi.
Ovviamente tutto questo sconquasso capita nell'era dell'e-book (non
toccato finora dalla nuova legge). «Se si pensa a regolamentare anche
il prezzo del libro digitale si deve partire dal fatto che sono i
lettori a fare la promozione sui social network», dice Marco Ferrario,
dello store digitale Book Republic. «Se il lettore di e-book pensa che
un libro costi troppo, finisce per cedere alla tentazione di scaricarlo
illegalmente».
La via per il prezzo giusto senza affossare l'editore e stare al passo
coi tempi è ardua. Chi se la sta cavando in questa bufera è Newton
Compton, più di 20 per cento di fatturato, che va benissimo con gli
e-book e due bestseller in classifica cartacea: “Regalo da Tiffany”
di Melissa Hill e “Il libro segreto di Dante” di Francesco Fioretti.
«Una legge ci voleva», dice Raffaello Avanzini di Newton: «Ma per i
piccoli può essere un boomerang: se un libro non si vendeva prima non
si vende neanche adesso». La ricetta? «Qualità a un prezzo
accessibile: non superando gli 11 euro in copertina, puntiamo sul
rapporto col libraio e sul passaparola. La follia è che in Italia il
prezzo medio di un bestseller è di 18 euro. E questo perché ogni volta
che c'è un libro che va forte in Usa e in Gran Bretagna facciamo
offerte stratosferiche. Siamo il primo Paese per anticipi pagati. E chi
lo paga alla fine questo sul prezzo di copertina? Ancora una volta il
lettore.
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Marcos
y Marcos, editore "idrosolubile" per amore dei libri
ilcannocchiale.it, Hermes Pitelli,
settembre 2011
La piccola casa milanese
festeggia 30 anni di attività e dal Festival letterario
Pordenonelegge.it spiega agli studenti e ai lettori come e perché
nascono quegli strani oggetti rilegati con pagine zeppe di parole
stampate.
Esistono persone che a causa
di insana, balzana, o forse geniale ‘alterazione mentale’, sedute
attorno ad un tavolo, decidono di fondare una casa editrice. Non per
spirito di commercio, ma – blasfemia – per amore dei libri. Come i
tipi della Marcos y Marcos di Milano che proprio nel corso di questo
2011 festeggiano i primi 30 folli anni di attività. Folli in un paese
come l’Italia spurio di una vera, seria, efficace legge
sull’editoria; folli per chi non considera la cultura una merce da
supermercato; folli per chi non è sostenuto dalle spalle poderose di
emittenti televisive o radiofoniche. Oggi questi pazzi, nelle persone di
Claudia Tarolo e Marco Zapparoli si sobbarcano anche il gratificante
compito di spiegare agli studenti delle classi superiori (lettori in
atto o in potenza...) come nasce un libro. Lo fanno all’interno della
manifestazione letteraria di rilevanza nazionale Pordenonelegge.it,
giunta, non senza le consuete polemiche politiche (anche a nord est
furoreggia l’opinione che la cultura non si possa mangiare come un
succulento panino), alla XII edizione.
Un libro non è solo il frutto dell’ingegno, del talento, della fatica
di un autore, ma un delicato, complicato, armonico lavoro d’equipe.
Comincia nel momento della selezione di un manoscritto tra le decine di
plichi italiani (per tacere quindi dei testi stranieri, altro settore
strategico della casa) che giungono in media in un solo giorno presso un
‘piccolo’ editore quale Marcos y Marcos. Una scrematura necessaria,
anche dolorosa, che spesso non implica una bocciatura letteraria
dell’opera scartata, ma solo una carenza di caratteristiche in
assonanza con le finalità e il progetto globale di un dato editore.
Entrano poi in gioco i ‘famigerati’ editor, non solo professionisti
di altissimo livello letterario, ma psicologi pazienti, capaci di
‘costringere’ gli autori a rivedere, limare, correggere i testi per
renderli giusti; giusti per i lettori di quella casa, giusti per
veicolare in modo limpido e potente la voce interiore più autentica di
un’opera originale. La nascita di un libro implica anche la creazione
della sua carta d’identità: la copertina. Altra scelta capitale,
altro lavoro d’equipe: in genere tra i grafici e gli editori; non per
volontà d’esclusione nei confronti degli autori, ma perché gli
scrittori di solito non riescono a valutare, ancora una volta, con
l’adeguato distacco, dalla adeguata prospettiva, i propri ‘figli’.
Fulvio Ervas, veneto, insegnante e scrittore di successo,
inizialmente riluttante alla pubblicazione (“Un disvelamento di sé
che può creare turbamenti e traumi”), targato proprio Marcos y
Marcos, ammette sinceramente l’importanza dell’editing: “Un
autore non è mai contento di rimaneggiare, cambiare o limare un proprio
testo. Dentro di sé è quasi sempre convinto di aver scritto una nuova
Divina Commedia. Ma è giusto essere umili. L’editing è un lavoro
severo e fondamentale che consente di attribuire il giusto peso alle
parole”. Peso, sinonimo di valore. Valore del libro inteso appunto
come forma d’arte, non come banale scatoletta di latta da piazzare in
un anonimo super, iper mercato o centro commerciale o in uno di questi
modernissimi, rutilanti non luoghi chiamati megalibrerie, molto spesso
gestite in proprio dalle grandi case editrici. Un fenomeno, quello dei
megastore libreschi nei quali acquistare i volumi un tanto al chilo, che
mette in ginocchio i librai tradizionali, come Mauro Danelli, libraio
pordenonese di lungo ‘segno’, che si sente “come l’ultimo
soldato giapponese nella giungla”; continua a combattere perché
nessuno gli ha detto che la guerra è finita. Negli Stati Uniti intanto
il crollo commerciale di una di queste catene, sta riportando in auge le
librerie vecchio stampo. Nel Belpaese, si sa, le rivoluzioni arrivano
sempre di terza mano. Anche libraio non è un lavoro, ma una sorta di
missione. Il libraio coccola i libri, li custodisce, sa disporli sugli
scaffali rendendo giustizia e importanza ad ogni singolo volume. Implica
un rapporto, un ‘trialogo’ tra chi consiglia i libri, le case
editrici e i lettori. Non è
un commercio finalizzato alla vendita di una merce, ma un altro aspetto
di questa insana passione culturale: l’autentico libraio è colui che
suggerisce in modo cortese e avveduto i libri adatti alle persone
adatte. La cortesia, certo; perché abbiamo smarrito, non solo il giusto
peso delle parole, ma anche uno dei sentimenti più nobili che
attraverso esse riuscivamo a condividere con gli altri. Per recuperare
questa virtù preziosa, Fulvio Ervas ha creato uno strano personaggio,
protagonista di molti suoi romanzi (anche dell’ultimo, ‘L’amore è
idrosolubile’), un ispettore (Stucky, pronunciato non all’americana,
ma in dialetto della Marca trevigiana) mezzo veneto, mezzo persiano,
perché in Iran la cortesia è un tratto distintivo, una caratteristica
comune della popolazione. “La
cortesia è un tappeto steso tra le persone, uno strumento potente di
dialogo e comprensione, ma alla bisogna anche una potente barriera”.
L’amore idrosolubile di Ervas chiude il cerchio in modo perfetto. In
versione pessimistica: è un sentimento debole che si scioglie perfino
nell’acqua. In versione ottimistica: l’acqua è un ‘solvente’
nel quale sciogliere ‘soluti’ (zucchero e/o sale ad esempio) per
ottenere una ‘soluzione’ con altre molteplici nuove proprietà, non
rintracciabili singolarmente. L’amore è dunque la soluzione: lunga
vita ai libri e ai pazzi che li amano.
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Editori
in via d’estinzione?
7 domande che salvano la vita.
Shilab.it
– IndieUp.com, Gianni Severino – Leonardo
Monaco, agosto 2011
1. Iniziamo con le presentazioni: raccontateci chi
siete e quali sono le caratteristiche peculiari della vostra Casa
Editrice e del vostro progetto editoriale.
Siamo una casa editrice indipendente che da trent’anni
pubblica una narrativa che secondo noi ha un senso pubblicare e
difendere: perché trasmette idee, provocazioni, emozioni, sostanza,
energia. Pubblichiamo libri che ci sembrano autentici, nati da impulsi
reali e non costruiti a tavolino per andare incontro a ipotetiche
“richieste del mercato”. Pubblichiamo libri molto diversi perché ci
preme valorizzare le differenze, il confronto, la letteratura che si
muove, viva e vitale. Pubblichiamo pochi libri perché vogliamo
difendere con tutte le nostre forze tutto quello che pubblichiamo, perché
nulla cada nel vuoto, con spreco di carta, e delusione delle aspettative
dell’autore.
2. Stato dell’arte: parliamo ancora dei cari
vecchi libri di carta. Come vanno le cose, a livello di vendite? E
invece a livello di costi di produzione? E’ ancora possibile stampare
libri di carta e non rimetterci dei soldi?
Il momento è difficile: la crisi generale colpisce anche
i libri e l’avvento del digitale crea grande confusione. L’ingresso
pesante di Amazon sul mercato ha creato problemi alle librerie
tradizionali, e questo non è mai positivo. Morale: le nostre vendite
reggono ma il timore è che presto mancherà il terreno sotto i piedi.
Per ora sì, è ancora possibile, a condizione di lavorare sempre e
continuare a partorire idee e progetti collaterali.
3. Entriamo nel digitale: qual è la vostra idea
del digitale applicato ai libri, e cosa vuol dire essere Editori
nell’epoca di iBookstore, Kindle, iPad e di tutti questi “strani”
strumenti che (sembra) sostituiranno nel tempo il libro cartaceo?
Il libro digitale può essere una meraviglia per tutti
gli usi professionali, per racchiudere opere voluminose di
consultazione, per rendere molto più accessibili le informazioni. Ma
godersi un romanzo su quello strumento perfetto, pratico, duraturo,
autosufficiente e insuperato che è un libro di carta resterà a lungo,
o molto a lungo, per tanti, la cosa vera. Pubblicare su carta continua a
essere un impegno reale, un investimento economico che sancisce una
scelta precisa, non casuale: nel mare dei testi in attesa, l’editore
sceglie quello, e non un altro, perché diventi libro, destinato a
restare. Il digitale creerà problemi immensi di sovrabbondanza e
indistinzione… a cui occorrerà porre rimedio.
4. Trasposizione in digitale: ovvero, mettiamo i
nostri cataloghi in digitale, facciamo degli Epub (magari in India che
non ci costa niente), o addirittura lasciamoli in Pdf: prospettive reali
di vendita ad oggi: praticamente zero, soprattutto visti i prezzi!
Quindi? Qual è il futuro del digitale in Italia e quali sono le reali
intenzioni degli Editori italiani, secondo voi?
In questo momento, molti editori si tuffano per non
mancare, per esserci. La paura, è quella di lasciarsi sfuggire un
mercato potenziale. Chi primo arriva meglio alloggia, parrebbe il
concetto. In realtà, nessuno, tranne forse Mondadori, è
particolarmente contento di questa evoluzione del mercato, di questa
smaterializzazione che rischia di metterci di fronte a una situazione di
insostenibilità economica di ogni progetto editoriale.
5. Secondo noi editoria digitale vuol dire un nuovo
modo di produrre contenuti: un’opportunità di innovazione per gli
Editori quindi, e non un pericolo. Questo però vuol dire andare oltre
la semplice trasposizione in digitale di ciò che già esiste. Un po’
come gli Enhanced Book di cui tanto si parla. Qual è la vostra opinione
in proposito?
Che sia assolutamente questa la strada da percorrere, ben
oltre gli Enhanced Books. Perché è davvero possibile realizzare
prodotti editoriali radicalmente nuovi. Esempio concreto: The New Yorker
realizza una versione digitale che è davvero altra cosa rispetto al
cartaceo.
6. 30% di disoccupazione giovanile in Italia: Buongiorno,
sono un giovane appassionato di Libri, voglio creare una mia impresa
(perché tanto di trovare lavoro oggi non se ne parla nemmeno) e voglio
creare una mia Casa Editrice? Cosa mi consigliate? Mi butto dal 7°
piano?
Questo non è davvero il momento per partire con
un’impresa concentrata sui contenuti. Molto più aperto il versante
eventi!
7. Conclusioni dopo l’impatto sull’asfalto: i
vostri progetti per il futuro, anche al di là del digitale, e qualche
consiglio di lettura per i “Likers” di Shilab?
Far libri-libri ancora più curati. La decrescita felice
di cui si parla tanto in questi giorni, se ricordate l’abbiamo
lanciata nel 2006, con un manifesto che si chiamava “meno tre”.
Dovremo decrescere ancora con la produzione. E aspettiamo che gli altri
editori, oltre che proclamarlo, lo facciano davvero. Inventare nuove
tipologie di eventi, e in quell’occasione produrre anche nuovi
contenuti digitali. A parte i classici, da non dimenticare mai, fra i
nostri libri di quest’anno (usciti finora) ne segnaliamo tre
1) Bruno Osimo, Dizionario affettivo della lingua ebraica;
2) Fulvio Ervas, L'amore è idrosolubile;
3) Ángeles Caso, Un lungo silenzio.
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L'intervista
a Claudia Tarolo e Marco Zapparoli di Marcos y Marcos sulla "legge
sul prezzo dei libri"
bookerang.blogspot.com
Marco Loprete 2011
Claudia
Tarolo e Marco Zapparoli, con la vostra Marcos y Marcos siete stati tra
i fondatori dell'associazione "I mulini a vento", che si è
battuta per modificare la prima versione, licenziata dalla Camera nel
luglio dell'anno scorso, del ddl Levi sulla "Nuova disciplina sul
prezzo dei libri". A un tratto, però, seppur a malincuore, avete
abbandonato gli altri promotori dell'iniziativa. Potete spiegarci cosa
è successo?
Non abbiamo mai smesso
di condividere l’assoluta necessità che alla proposta di Legge Levi
si dovessero apportare modifiche sostanziali. Impensabile non mettere un
tetto agli sconti nel corso delle campagne. E impossibile accettare che
le campagne si potessero riproporre a ripetizione. Siamo stati i primi a
batterci, ci siamo battuti fino all’ultimo. Per questo ci siamo
dissociati a malincuore, e dopo lunghi tentennamenti. Semplicemente, da
un certo momento in poi non abbiamo condiviso lo stile con il quale i
"Mulini" conducevano questa battaglia. Nulla di grave: anzi,
con alcuni di loro siamo in ottimi rapporti. Però ci sentivamo e ci
sentiamo molto più utili ed efficaci in due modi: 1) “mediando” le
posizioni all’esterno di questo gruppo con i grandi attori 2)
mantenendo una politica coerente sugli sconti non effettuando alcuna
campagna con sconto superiore al 20%, come invece fanno alcuni piccoli
editori, perfino attraverso il proprio sito.
Il
disegno di legge recentemente licenziato dal Senato prevede, oltre al
tetto del 15% agli sconti praticabili sui volumi, un limite del 25%
sulle promozioni degli editori e la non reiterabilità delle campagne
promozionali (che dovranno diversificarsi nel corso dell'anno solare).
Dal vostro punto di vista, si tratta di un successo, di un buon
compromesso o di un risultato deludente? E perché?
Secondo noi si tratta di
un successo, perché oggi non c’è alcun limite alle promozioni,
mentre se tutto va bene da settembre ci sarà. Forse, tentando qualche
mediazione in più, a questo risultato saremmo arrivati anche prima,
guadagnando quasi un anno. Un punto molto importante da sottolineare,
per il quale Marco Polillo (Presidente AIE) si è sempre battuto, sta
nel fatto che non si potranno più fare promozioni a dicembre. Sapete
quanto sono importanti per i librai le vendite di questo mese? Dicembre
per molti librai indipendenti rappresenta per molti il 25% del fatturato
di un anno!
Qualcuno
ha criticato aspramente il provvedimento, accusandolo di essere
contrario alla logica del mercato, di impedire l'abbassamento dei
prezzi, di osteggiare il mondo del mercato on-line (soggetto allo stesso
tipo di limitazioni). Cosa rispondete a queste critiche?
Chi avanza queste
critiche non ha idea di quanto una liberalizzazione dei prezzi
coinciderebbe con la fine del libero mercato del libro. Il nostro
mercato si basa sul fatto che si propongano libri sempre nuovi. Perché
questo accada, occorre accordare ai librai il diritto di resa. Il
pilastro su cui si regge il diritto di resa, però, è l’esistenza del
prezzo fisso. Sono tre passaggi strettamente collegati l’uno
all’altro. Cosa accadrebbe se invece ci fosse una totale
liberalizzazione dei prezzi? Nel giro di poco tempo si pubblicherebbero
solo best seller, e anche questi verrebbero svenduti. Oggi, pur di
“prendersi” il mercato, molti sarebbero disposti a vendere
sottocosto. Poi, però, tutti ne pagherebbero le conseguenze. Il che
accadrà anche se gli e-book verranno “svenduti”, e non proposti a
un prezzo adeguato: e da come si stanno mettendo le cose, sembra che si
vada proprio in questa direzione.
Per
restare in tema di digitale, internet e le nuove tecnologie in generale
stanno cambiando profondamente il mondo dell'editoria. Basti pensare a
quanto accade su Amazon.com, la più grande piattaforma e-commerce
mondiale, in cui il numero di e-book venuti ha sorpassato quello dei
volumi cartacei. Qual è il vostro atteggiamento nei confronti di questi
fenomeni? Come editori, guardate ad essi con preoccupazione oppure come
ad una risorsa?
La leggibilità, la
qualità degli ebook e dei supporti su cui li si leggono continua a
migliorare. Gli editori che continueranno a puntare sui libri di carta
dovranno renderli estremamente appetitosi. Sarebbe più conveniente che
gli ebook non fossero libri di carta in versione impoverita, ma
diventassero più interattivi. Creando un mercato diverso e
complementare rispetto al libro di carta. Entreremo sul mercato degli
ebook quando troveremo la formula giusta per proporre un prodotto
adeguato, attraente e NON in concorrenza con libri e librai. C’è poi
un altro problema legato alla diffusione degli ebook. Non è solo legato
ai prezzi, ma al fatto che chi domina le piattaforme digitali – non
gli editori, non gli agenti, non gli autori – potrebbe davvero farla
da padrone. Per intenderci, chi possiede le piattaforme potrebbe
svolgere il ruolo di primo attore che Steve Jobs ha avuto nei confronti
della diffusione della musica quando ha lanciato iTunes, trasformandolo
nello standard di diffusione della musica digitale. Attenzione quindi a
non farci troppi autogol: da un lato la pirateria, dall’altra i
colossi!
Prima di
diventare legge, il ddl dovrà ripassare alla Camera. C'è spazio, a
vostro giudizio, per eventuali ulteriori aggiustamenti o modifiche?
No, secondo noi si deve
chiudere al più presto, per evitare di slittare di un altro anno con
l’inizio dell’applicazione di questa preziosissima legge.
Vincenzo
Vita (PD), relatore al senato del ddl assieme al collega Franco Asciutti
(PdL), ha specificato come, nonostante la legge Levi costituisca un buon
passo in avanti, essa non sia «la vera riforma del sistema
dell’editoria». Quali sono, a vostro giudizio, i punti che
un'eventuale riorganizzazione legislativa del sistema dovrebbe tenere in
considerazione per salvaguardare soprattutto quel prezioso patrimonio
culturale rappresentato dall'editoria (e dalle librerie)
indipendenti?
Non abbiamo alcuna
ricetta, ma la nostra sensazione è che si potrebbe incentivare la
lettura in mille modi, anziché in nessuno, come si fa oggi.
In
conclusione, come spieghereste a un lettore/consumatore i vantaggi che
questa legge potrebbe apportare per lui?
I prezzi dei libri
smetteranno di aumentare. Gli sconti che attualmente vengono fatti sono
fasulli. Se chiudono le librerie e la maggior parte delle case editrici,
nel giro di una decina di anni i libri saranno un articolo costosissimo
e a disposizione di qualche decina di migliaia di lettori. Noi siamo
convinti che in uno scenario così terribile potremmo vendere i nostri
libri al doppio del prezzo attuale. Ma li venderemmo a duemila lettori
d’elite. Sarebbe un passo indietro di qualche secolo! Invece
quest’anno, per festeggiare i nostri 30 anni di attività con un gesto
coerente, per allargare il pubblico, anziché fare campagne con sconti,
sapete che abbiamo fatto? Un gesto controcorrente che non fa proprio
nessuno. Abbiamo abbassato i prezzi dei nostri titoli più importanti, e
li abbiamo proposti in una collana più accurata ed elegante del solito.
E i librai e i lettori stanno premiando questa scelta. I nostri titoli
di catalogo stanno vendendo il 20% in più dell’anno scorso. Con i
tempi che corrono, è quasi un miracolo!
Pronti
alla resa
La Repubblica, Loredana Lipperini, 2011
Settecentoventi
ore, trenta giorni. I più pessimisti dimezzano a quindici. In Italia,
il ciclo vitale di un libro equivarrebbe a una meteora. Negli ambienti
editoriali se ne parla da diverso tempo: all’inizio dell’autunno
furono i piccoli editori del Festival di Belgioioso a denunciare che
l’esistenza di un romanzo o di un saggio stava diventando effimera
come quella di una farfalla: se entro un mese non vende, si restituisce
all’editore. Le cause? “Troppa offerta, ma soprattutto poco curata:
occorre più attenzione a quello che si pubblica, la quantità non è
negativa di per sé – sostiene Paolo Pisanti, presidente
dell’Associazione Librai Italiani- Comunque, sessantamila novità
l’anno sono una cifra incredibile rispetto a qualsiasi categoria
merceologica, e senza soluzione di continuità. Un pasticcere sa che ci
sono i momenti più impegnativi, come il panettone a Natale e la colomba
a Pasqua. Noi non abbiamo pause. Non possiamo far altro che sostituire
le quasi-novità con altre novità”. Tutto, dunque, si giocherebbe
nell’arco di una manciata di giorni: non è troppo poco? “No. Perché
per fare spazio ai nuovi arrivi abbiamo bisogno di liberare i magazzini,
e prima ancora di passare dalla vetrina al banco e dal banco allo
scaffale: ci sono tempi tecnici, e tempi finanziari. I pagamenti
all’editore avvengono mediamente a novanta giorni. Se voglio fare
un’operazione economicamente valida, devo vendere i libri prima di
pagarli, ma in tempi così brevi è difficilissimo. Dunque, diventa
antieconomico tenere un libro che stenta a decollare più di
venti-trenta giorni: se fosse possibile pagare solo quello che si vende,
o avere termini di pagamento più lunghi, le cose andrebbero
diversamente. Infine, i numeri sono cresciuti troppo. Quindici anni fa
un best-seller vendeva centomila copie: oggi, per essere tale, deve
venderne un milione. Favorire un gruppo ristretto di autori danneggia il
pluralismo della diffusione: sembra un paradosso, ma l’Italia non è
il paese dei best-seller”.
Ma
non è neppure il paese dei troppi libri, dice Cecilia Perucci,
direttore editoriale di Corbaccio. “Anzi, teoricamente i libri non
sono mai abbastanza. Sicuramente c’è stata un’accelerazione dei
tempi, per esempio nel passaggio dall’edizione rilegata al tascabile.
Ma non di copie: l’editore, ormai, lavora in base agli ordini che
riceve dal libraio, che ha la parola finale sulla quantità. Certo, non
tutti i libri possono vendere centomila copie: se hai la fortuna di
averne tre o quattro l’anno, perà, puoi permetterti di investire in
testi che hanno una misura diversa”.
E,
forse, vita breve. La corsa alla pubblicazione rischia di essere un
falso traguardo per l’esordiente: “oggi – dice Marco Zapparoli,
direttore di Marcos y Marcos – sarebbe difficilissimo vendere un
Calvino al suo debutto. Ci sono libri che possono essere apprezzati solo
in tempi lunghi e sarebbe impossibile riconoscere la novità
rappresentata da Calvino in una manciata di giorni”. Responsabilità
dei librai o degli editori? “Diciamo che la situazione è divenuta
tesa per mancanza di complicità fra libraio ed editore: più gli
interessi sono solidali, più il libraio rifletterà prima di procedere
alle rese. Cosa che non può avvenire se l’editore continua a battere
moneta, ovvero a mettere fuori libri. Sa perché gli editori pubblicano
sempre più titoli? Perché pensano erroneamente di poter compensare le
rese che riceveranno e di far quadrare il budget: in poche parole, se in
un anno non è stata raggiunta la fatturazione prefissata, in quello
successivo si “picchiano fuori”, per usare il termine aggressivo
oggi di moda, più titoli a una tiratura alta. I librai stanno al gioco
per un po’, ma infine si stancano e rendono. Un abbaglio molto simile
a quello degli swap finanziari: che alla fine si sono rivelati carta
straccia senza alcun valore. Il libro ha un valore, invece: deve essere
trattato con rispetto proprio perché ha bisogno di maturare. Cinque
anni fa noi lanciammo la campagna Meno tre: passammo da
diciotto novità di narrativa annuali a quindici. L’anno successivo
siamo scesi a tredici. Andò benissimo e non abbiamo mai cambiato: anzi,
nel 2011 festeggiamo i nostri trent’anni proprio con una collana che
si chiama Tredici: perché le energie che prima mettevamo nella
produzione, le abbiamo trasferite nella promozione dei nostri libri”.
Annuisce,
a distanza, Romano Montroni, principe dei librai, a lungo direttore
delle librerie Feltrinelli, dal 2005 consulente delle Coop: “Il libro
è come una pianta: diventa grande se lo innaffi tutti i giorni. Trenta
giorni di vita? Può essere vero, ma dipende dalla libreria in cui viene
collocato e dalla missione di quella libreria. Nelle Coop abbiamo sempre
il trenta per cento di novità e il settanta di catalogo. Perché una
filosofia di comportamento è necessaria: vedo troppi librai che per
affrontare un problema finanziario fanno clic sul computer, tirano fuori
l’elenco dei libri che hanno venduto meno negli ultimi tre mesi e
rendono a più non posso. Una buona libreria deve sempre avere tre tipi
di libri: quelli che si vendono molto, quelli che si vendono meno e
quelli che servono a far vendere gli altri. E, soprattutto, un libraio
deve saper riconoscere il valore di un libro indipendentemente da quanto
vende: se a uno scrittore giovane dai fiducia, devi tenerlo. E non può
mancare, in nessuna libreria, un testo di Calvino. Anche solo una
copia”.
Anche se oggi, forse, vivrebbe la vita di una farfalla.
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Una
legge da migliorare
Claudia Tarolo e Marco
Zapparoli
Una
legge da migliorare...
Non c’è alcun dubbio: la legge
attualmente all'esame del senato deve essere migliorata.
Non farlo sarebbe dannoso per tutti coloro che lavorano
nel mondo del libro: editori grandi, medi e piccoli, librai di ogni
“taglia”, e indirettamente anche autori, traduttori.
Insomma, tutta la gente del libro.
I termini in cui è formulata questa Legge lascia aperte falle e
scivolosità che vanno emendate.
La principale falla da emendare, che non si può non emendare,
riguarda i termini relativi alle campagne promozionali.
Non c’è stata una sola occasione in cui non abbiamo ribadito
quanto il rispetto di questo parametro sia fondamentale: nel corso del
Convegno alla Fiera di Torino del 2009 abbiamo sottolineato le
conseguenze economiche di una Legge non solida. Nel corso del Forum del
Libro a Ivrea, nell’autunno del 2009, abbiamo segnalato questi due
punti – limiti alle campagne e controlli – pubblicamente, ma anche a
titolo personale ai Senatori Franco Asciutti e Vincenzo Vita, entrambi
mostratisi sensibili, come è recentemente emerso nel dibattito al
Senato. A Orvieto, abbiamo certamente sottolineato quanto il clima di
cooperazione fra AIE e ALI sia prezioso, e quanto una parte della Legge
sia in effetti positiva. Tuttavia, anche in quella sede – e questo
ultimo aspetto forse non è stato colto abbastanza – abbiamo segnalato
personalmente a Marco Polillo, a Paolo Pisanti, allo stesso Senatore
Ricardo Franco Levi – che, come sottolinea anche Riccardo Campino, si
sono prodigati per ottenere una mediazione fra parti molto distanti fra
loro – la debolezza rappresentata dalla mancanza di limiti
agli sconti nelle promozioni.
Vorremmo anche cogliere questa occasione per ricordare che il nostro
impegno a supporto di una equa Legge sulla regolamentazione per il
prezzo del libro risale al 2002, quando iniziammo – i librai e i
giornalisti più attenti ne sono testimoni – a sottolinearne sia nel
corso di dibattiti pubblici, sia nel corso di interviste l’importanza
morale e soprattutto economica.
Campagne promozionali & decrescita
infelice
Su questo tema, la Legge propone un
miglioramento innegabile.
Il divieto di far campagne a dicembre.
Con un riflesso economico positivo e tangibile: sarebbe ingiusto non
rilevarlo.
Se dicembre vale anche solo il 25% del fatturato annuo, vendere (tutti)
senza sconti significa recuperare parecchi soldi.
Ma questa legge purtroppo autorizza campagne, senza limiti di sconto,
nel corso dei rimanenti undici mesi, creando problemi economici, di
immagine, nonché iniquità di concorrenza di cui non è facile
calcolare la portata.
Se i margini di tutto il mondo del libro crescono per un mese, gli
stessi descrescono, e assai infelicemente, per tutto il resto
dell’anno.
I
La Legge non prevede alcun limite agli sconti effettuabili
nelle campagne.
Se oggi già si realizzano campagne con sconti del 30%, o addirittura 3
* 2 , perché mai non passare al 50%?
La Legge deve prevedere limiti agli sconti anche nelle
campagne.
II
La Legge recita: “le campagne possono avere durata massima di un
mese”.
Questo limite è vaghissimo, permette a ciascun editore
di far campagne undici mesi l’anno, in base ai criteri più svariati.
Per i grandi editori, è sufficiente organizzare campagne suddivise per
collane, come già fanno; ma anche chi non dispone di undici collane, può
proporre campagne tematiche di ogni genere.
Siamo davvero su un territorio troppo soggettivo.
La debolezza di questo punto rischia di
rendere cronica la tendenza già molto accentuata a
riempire di campagne le librerie. In pratica, la guerra di posizione
combattuta oggi dalle catene librarie si trasferirà sugli editori, che
finiranno per auto-spremersi fino all’insostenibile, pur di mantenere
uno spazio in libreria.
La legge deve delimitare in modo chiaro i limiti
temporali, per ciascun editore, delle campagne.
Il fatto che i Senatori Franco Asciutti – che rappresenta la
maggioranza – e Vincenzo Vita – che rappresenta l’opposizione –
abbiano recepito l’emergenza di questi punti, ci pare significativo e
incoraggiante.
Quanto gli editori stranieri ci hanno
confermato nel dibattito alla Fiera di Francoforte, all’inizio di
ottobre, sottolinea una volta di più quanto una buona Legge convenga
davvero a tutti.
Antoine Gallimard lo ha ribadito chiaro e forte: inizialmente, i grandi
editori francesi erano contrari, ma hanno goduto per primi, quindi
ammesso, gli effetti benefici di una Legge economicamente equilibrata.
Anche in Italia tutti dovrebbero
riconoscere che una buona Legge difende gli interessi e la salute
economica non solo dei cosiddetti “piccoli” editori, ma di tutti gli
attori di un settore così fragile e al tempo stesso così rilevante,
culturalmente e socialmente, come quello del libro.
Claudia Tarolo e Marco Zapparoli,
editori Marcos y Marcos
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Più
libri più liberi: incontro con la casa editrice
Marcos y Marcos
Beatrice Fiaschi,
mediapolitica.com,dicembre 2010
La
Marcos y Marcos è una piccola casa editrice milanese che si è
presentata durante uno dei primi incontri della Fiera della piccola e
media editoria a Roma, presso il sito multimediale del Digital Cafè.
L’incontro, coordinato da Giovanni Peresson, è stato intitolato “I
mestieri di chi produce contenuti culturali: l’editore”. Hanno
portato la loro personale esperienza Marco Zapparoli e Claudia Tarolo,
due delle più importanti figure della piccola redazione, composta in
totale da 8 elementi.
L’intervento è stato incentrato principalmente sulla descrizione del
processo di produzione del libro, dalla scelta dell’autore e del tema,
fino a editing e stampa. Marcos y Marcos nel 2011 compierà
trent’anni: un trentennio al servizio della narrativa e talvolta della
poesia,e dei loro amanti. La produzione di questa casa editrice si
attesta sui tredici titoli l’anno, sapientemente scelti e calibrati.
Si autodefiniscono indipendenti e ci tengono a precisare che grossa
fortuna rappresenta esserlo nell’editoria moderna, dove è d’uopo
credere che la concentrazione dia maggiore potere su mercato.
Una casa editrice piccola e indipendente può invece avere piena libertà
di scelta dei suoi autori e dei contenuti, può sperimentare e andare a
caccia di nuovi talenti, può pubblicare ciò in cui maggiormente crede,
visto che non ha l’onere di dover garantire dei profitti subito. Può
attentamente selezionare tra le decine di dattiloscritti che ogni giorno
vengono posti all’attenzione dell’editore. Ogni autore è seguito,
viene instaurato un rapporto personale, che nelle realtà più grandi
non può sussistere.
E non sussiste, di fatto, per ragione di numeri. Un conto è seguire
l’uscita di 600 testi da parte dei 10 addetti che se ne occupano, un
conto è avere otto persone che seguono altrettanti autori. Ogni fase è
coperta da ognuno degli elementi che lavorano in questa realtà e allo
stesso modo, ogni persona che lavora in Marcos y Marcos è abituato a
far tutto, dall’editing alla comunicazione. Tutte le persone in casa
editrice sono al corrente di tutto.
È una realtà ben avviata quella di Marcos y Marcos, che squarcia il
velo grigio dietro cui si cela l’editoria. Ma al di là del suo caso
particolare, lo spunto di riflessione che sarebbe opportuno cogliere è
legato al ruolo decisivo della casa editrice nell’ambito della filiera
del libro. Un ruolo troppe volte scordato e che invece fa la differenza.
È il tramite competente tra autore e mercato. Il nesso vincente in
momenti delicati. Infatti, può a volte accadere che ciò che un autore
scrive non sia esattamente nei piani editoriali della casa editrice con
cui già ha pubblicato. È il momento del “no” che fa crescere e che
gli addetti a questo compito devono saper gestire al meglio per non
inclinare il rapporto con l’autore. E nel prossimo “si” il
successo sarà moltiplicato.
Una bella lezione per chi credeva che il mondo dell’editoria è solo
polvere e carta. C’è sentimento e passione. E pagine bianche ancora
da scrivere. E da leggere.
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Marcos
y Marcos festeggia i 30 anni con la collana Tredici. I romanzi da non
perdere
Filippo Ferrari,Panorama, febbraio 2011
Il
27 gennaio, in occasione dei suoi trent’anni, la casa editrice Marcos
y Marcos ha fatto uscire nelle librerie la
collana Tredici, “crema” dell’ottima produzione che dal
1981 a oggi è ci è stata offerta da Claudia Tarolo e Marco Zapparoli,
i due editori.
Nel 1981, in una mansarda, i milanesi Marco
Franza (che lascia dopo un paio d’anni) e Marco
Zapparoli si improvvisano editori, creando piccole edizioni
curatissime nei caratteri e nella carta (fabbricata a mano). L’occhio
ai classici, Novalis, Leonardo, Heinrich von Kleist, ma anche John Fante
(che forse proprio grazie a loro si è potuto rispolverare in Italia).
Dagli anni novanta lo stile grafico delle copertine diventa
inconfondibile con Lorenzo Lanzi.
L’attuale duo, Marco Zapparoli e Claudia
Tarolo, si forma nel 2000, quando lei lascia il posto di
dirigente d’azienda per avventurarsi nell’editoria. Iniziano così a
scommettere su autori contemporanei. Un esempio, la giovane Jhumpa
Lahiri, Premio Pulitzer nel 2000 con L’interprete dei malanni,
pubblicato in tempi non sospetti dai Marcos. Il lancio
di esordienti, soprattutto italiani (nomi come Davide Longo e
Fulvio Ervas sono ora visti con interesse da tutti) si accompagna al
rilancio di autori come Dürrenmatt e Himes. Non solo libri, ma anche
diffusione della cultura editoriale in senso più ampio: corsi di editoria, scuole
di narrativa e incontri (Letteratura
Rinnovabile).
Tredici è un omaggio a questa carriera. Con una speciale veste
grafica, la collana ripubblica una scelta della produzione Marcos: Boris
Vian, Cristiano Cavina, John K. Toole. Tredici come il numero annuo
delle novità che escono dalla casa (controcorrente rispetto all’iperpubblicazione
delle grandi).
Suggeriamo qualche titolo tra i primi sette usciti (gli altri a fine
maggio): tre spunti per una lettura di qualità.
Una
banda di idioti, di John Kennedy Toole. Stefano Benni
introduce questo romanzo che è valso il Premio Pulitzer postumo al suo
autore, morto suicida nel 1969 a soli trentadue anni. Il protagonista è
Ignatius Reilly, corpulento e rozzo genio che si impegna in continui
attacchi contro un’America “priva di geometria e teologia”.
Tutt’intorno la città natale di Toole, una New Orleans che è un
palcoscenico carico di personaggi epici. “Quando nel mondo appare un
vero genio, lo si riconosce dal fatto che tutti gli idioti fanno banda
contro di lui”
In
viaggio contromano, di Michael Zadoorian, autore amante di
Carver, Toole e Brautigan e che da pochi anni si è dedicato alla
scrittura. La prefazione è di Paolo Giordano
(La solitudine dei numeri primi). Ella e John, a ottant’anni si
mettono sul loro camper e partono per un viaggio verso ovest da Detroit,
lungo la Route 66. Anche all’ultimo round di una vita normale si
possono fare cose grandiose. Un racconto sulla strada. La strada di una
vita che è passata con le cose che si ha amato, che non sono più. I
due si buttano sulle strade d’America, per un finale che non sia
scontato per le loro vite.
I frutti
dimenticati, di Cristiano Cavina, con prefazione di Massimo
Cirri. Il giovane e pluripremiato autore presenta un romanzo sulla forza
dell’amore, un linguaggio nascosto da riscoprire, fatto di storie e
racconti reali e immaginari. Un padre che torna dopo essere sparito nel
nulla. Il protagonista (Cristiano stesso) si ritrova a dover tornare
figlio mentre sta nascendo il suo, e mentre non è più sicuro di amare
la propria compagna.
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Un
incontro con Marcos y Marcos
Sul romanzo, Deborah Pirrera, 2010
All'inizio era poco più che un sogno di due ragazzi
ventenni, Marco Zapparoli e Marco Franza, oggi questo sogno si chiama
Marcos y Marcos ed è una realtà editoriale ben consolidata con quasi
trent'anni di vita alle spalle. Nell'ultimo anno, facendola in barba
alla crisi in generale e a quella della carta stampata in particolare
che purtroppo ha fatto chiudere piccole realtà editoriali e librerie
schiacciate dalla concorrenza, la casa editrice milanese ha visto
aumentare il suo fatturato del 25%:una crescita assai significativa.
Accade che chi lavori nella “nicchia” possa essere anticiclico, quasi
insensibile al trend che caratterizza il mercato generale, la media, trend effettivo che lascia i suoi segnali negativi
penalizzando le vendite veloci che si spostano ai centri commerciali e alle grandi librerie. È lecito immaginare che
i lettori forti rinuncino ad altri beni ma non al libro, considerato un bene primario, cosa che invece accade al
lettore debole, il quale compra saltuariamente libri: questa
è proprio la fascia più colpita oggi dalla crisi. il calo di
vendite si registra soprattutto tra quanti seguono piuttosto i fenomeni letterari del momento, lo scrittore di culto per
una stagione che sia il personaggio di spettacolo o televisivo. si presume che chi acquista un libro Marcos y
Marcos appartenga alla fascia del lettore forte, quanti hanno più voglia di investire e di avventurarsi in nuove
scoperte. ed ecco il perché di tanto successo, anche se il calo di vendita dei libri, di qualunque libro, toccando le
librerie non può non toccare una casa editrice quindi, indirettamente, anche la Marcos y Marcos.
Ma facciamo un passo indietro. si era alla fine degli anni ’70 e Marco zapparoli e Marco
Franza, allora studenti universitari, conobbero un poeta cileno di quelli che vendevano oggettini davanti alla satale,
il quale, intenerito dal progetto ambizioso dei due ragazzi convinti di voler fondare una casa editrice di “nicchia”,
quando riuscì a pubblicare il suo primo libro di poesie lo dedicò a loro, para Marcos y Marcos, ai due “Marchi”:
Marcos y Marcos, appunto.
Marco franza si è tirato indietro molto presto dal progetto iniziale: era piuttosto un teorico, un intellettuale, come dire
un sognatore della letteratura; ha preferito fare l’impiegato
di un’azienda piuttosto che vedere l’attività intellettuale e il suo amore per i libri contaminati dal commercio e dalle
leggi di mercato. ora coltiva privatamente la sua passione per i libri. al suo posto, qualche anno dopo, è subentrata
Claudia Tarolo, dalla cui voce ho raccolto queste testimonianze. Claudia
Tarolo e Marco Zapparoli si
conoscevano già da studenti e poi si erano persi di vista seguendo ognuno la propria strada; dodici anni fa si sono
ritrovati, nella vita e sul lavoro. claudia ha rinunciato con non poco coraggio alla propria carriera, “facevo tutt’altro”
per diventare una coppia fortissima dell’editoria e una coppia di fatto nella vita. “certamente parliamo non dico
sempre ma quasi sempre di lavoro, c’è una coincidenza molto forte fra il lavoro e la passione e viviamo giorno dopo
giorno la fortuna di poter fare il mestiere di editori come lo vogliamo fare, fortuna che ci conquistiamo giorno dopo
giorno e che è partita dal nulla. ci mettiamo tutta la nostra passione, cosa che è facile quando si fa quello che ti piace:
entrambi amiamo lavorare sporcandoci le mani con la materia libro. non esiste la componente competitiva perché
siamo abbastanza complementari nella vita come sul
lavoro. È difficile che ci siano delle zone di frizione, lui cura tutti gli aspetti commerciali, esterni, promozionali. io mi
occupo di talent scouting, editing, mentre sulla grafica, sul testo, sulle produzioni le scelte fondamentali le facciamo
sempre insieme”.
l’idea iniziale di Marco zapparoli, che non è troppo mutata nel tempo, era quella di una casa editrice che amasse in
primo luogo l’oggetto libro vedendolo come un oggetto quasi artigianale, infatti i primissimi libri della Marcos y
Marcos erano piegati a mano, edizioni numerate in carta pregiata, cosa che trent’anni fa ancora non esisteva, anche
se oggi il mercato è saturo di questo genere di iniziative editoriali. Marco e Marco andavano
personalmente a fornire le librerie e i librai, piuttosto incuriositi, offrivano loro qualche spazio
ospitandone alcune copie. Parlando di spazi la prima sede della casa editrice era in via settala, sempre
a Milano, vicino alla stazione centrale, una
mansarda piccolissima che in realtà era anche la
casa di Marco zapparoli.Poi la Marcos y Marcos si
è spostata rimanendo in via settala ma in uno spazio più grande. dieci anni fa il
salto negli ampi locali di via Padova, redazione e magazzino tutto insieme
“con colonne molto suggestive di libri sparse un po’ovunque”. E infine la sede attuale, in via ozanam a due passi dal centro,
facilmente raggiungibile
con la metro, sede che, a dire il vero, ricorda ancora molto la mansarda iniziale se non per dimensioni quantomeno
per la predominanza del legno chiaro. non è difficile immaginare che non sia neanche l’ultimo dei traslochi
vedendo come libri e scatoloni si stiano ancora pericolosamente ammassando, sebbene il magazzino e la
redazione non condividano più gli stessi spazi. Oggi alla Marcos y Marcos sono in sette a lavorare, in un
silenzio che in pieno centro di Milano risulta quasi surreale, e oggi come allora la casa editrice si basa esclusivamente
sui proventi della vendita dei libri, registrando in assoluto il suo primato di vendite con il libro
Una banda di idioti di
John Kennedy Toole, lo scrittore morto suicida nel 1969 a poco più di trent’anni.
La casa editrice fa il proprio punto di forza nella scoperta di autori italiani venuti dal nulla, non che non abbia
concorso al giusto riconoscimento in italia di autori stranieri altrove conosciuti e premiati, ma in quel caso si trattava di
scrittori che già nei loro paesi godevano di grandi fortune.
Il mestiere Claudia e Marco lo hanno imparato strada
facendo, misurandosi di volta in volta con problemi nuovi e affinando gli strumenti per superarli; magari un tempo si
vendevano meno libri ma la concorrenza era di certo meno agguerrita. Il loro fiore all’occhiello, lo scrittore si può dire di cui vadano
più fieri, è Cristiano Cavina, ora conteso da molte grosse
case editrici: «lo abbiamo preso da piccolo e poi la nostra è diventata una specie di alleanza, una sintonia su come
fare questo lavoro. Anche lui, in pieno accordo con la nostra politica, non vuole venire a compromessi con
case editrici che possano avere più potere, vuole semplicemente essere conosciuto solo per le sue
doti, per un talento che c’è o non c’è attraverso una risposta che deve arrivare dai lettori senza pressioni
esterne, considerando l’attività di scrittore come un’avventura, una conquista vera, autentica,
legata all’esposizione in prima persona, non calata dall’alto ma raggiunta con fatica e puntando alla
qualità. Mentre per vivere continua a fare le pizze, anche se comincia ad avere solo ora qualche provente
derivato dalle vendite dei libri». dopo aver parlato di passato e di presente
azzardiamo un’ipotesi sul futuro: cosa sarà della Marcos y Marcos negli anni che vedranno
prepotentemente affermarsi l’editoria online e l’e-book? Bisognerà continuare a sperare che almeno per la narrativa
il libro, oggetto comodo, “lettibile” (da leggere a letto e da tenere sul comodino) autosufficiente, quasi indistruttibile,
rimanga imbattibile. Per altri generi letterari, dalla
manualistica al saggio «la Marcos non teme la crescita dell’era online, certo ci sarà da attrezzarsi, ma già un buon
punto di partenza è pensare a questa evoluzione come una grossa opportunità, come in realtà è. la cosa bella
potrebbe essere, essendoci anche una crisi mondiale della carta su cui vale la pena fermarsi a ragionare, che si
continuino a stampare solo i libri che vale la pena di stampare e di leggere. noi cerchiamo di farlo di già, oggi
come allora: pubblicare libri che abbiano il diritto di restare
nel tempo»
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Editori
in vacanza
Due Marcos in bici lungo il Danubio
La
Stampa, Tuttolibri, Mirella Appiotti 2010
“Pedalare per mille chilometri è un antidoto perfetto contro le
frenesie editoriali”, quelle che per Claudia Tarolo e Marco Zapparoli,
quarantenni, sposati loro due e ancor più “sposati” con la loro
casa editrice, Marcos y Marcos. “La spiaggia non va bene, sembra fatta
apposta per leggere manoscritti; la montagna aiuta ma non basta, tutte
le nostre copertine sono nate lungo i sentieri alpini.
Così da qualche tempo
abbiamo scoperto le due ruote: un gioco, un’avventura e...sonni di
piombo”. Dopo il periplo di Vancouver Island e della Nuova Zelanda,
quest’anno un classico: la ciclopista del Danubio. “Siamo partiti in
treno per Passau. Di lì lungo il fiume sino a Budapest, 80 chilometri
al giorno, tra riserve naturali e luoghi mitici. Melk, Linz, Vienna, ci
fermiamo dove capita, magari quando piove più forte. La sera, davanti a
una birra, apriamo “Rosso Floyd” di Mari, “Bellas Mariposas” di
Atzeni, “Operaie” di Leslie Chang e finalmente “Il ponte sulla
Drina”, “Tempo di uccidere”, “Vita e destino”, con la libertà
dei lettori, senza secondi fini”.
Certo,
inevitabile qualche strappo, impossibile non scavare nelle librerie di
Vienna: “In fondo, uno scrittore geniale come Jasper Ford l’abbiamo
scovato a Copenhagen. In bicicletta”.
Non è un paese per gli e-book
«In Italia la carta
conta più che altrove»
europaquotidiano.it, Giovanni
Dozzini, 2010
Intervista a Marco Zapparoli
Va
bene la tecnologia, va bene la comodità. Ma un conto è tenere in mano
un oggetto dal fascino antico come un libro fatto di carta e inchiostro
e colla e un altro è trafficare con un aggeggio elettronico,
imbambolarsi di fronte all’ennesimo schermo, ritrovarsi a guardare
trame di luce artificiale come ormai succede quasi in ogni momento del
giorno. Insomma, ben venga l’e-book,
ma andiamoci piano. Se i dati diffusi recentemente dall’Aie raccontano
di un mercato in crescita costante (ma a dicembre dovrebbe coprire non
più dello 0,1% del totale), la diffidenza del grosso dei lettori fatica
ancora a venir meno. Ma gli editori, cosa ne pensano?
Avete
presente la Marcos y Marcos? Copertine colorate, ruvide, con
illustrazioni splendide, pagine leggere che per sfogliarle basta
sfiorarle, caratteri eleganti. Dietro e dentro la Marcos y Marcos ci
sono Marco Zapparoli e Claudia Tarolo, marito e moglie, famiglia e
lavoro e passione tutto insieme. L’abbiamo chiesto a lui, a Zapparoli,
che futuro dobbiamo aspettarci, per l’e-book.
E lui, come tutti nell’ambiente, non si sbilancia più di tanto. Perché
soprattutto in Italia fare previsioni è difficile.
«Sicuramente»,
dice, «da noi l’e-book
incontrerà qualche resistenza in più che altrove. Da una parte c’è
una compagine di lettori forti molto legati al libro tradizionale,
mentre dall’altra c’è una folta rappresentanza di compratori di
libri che amano notevolmente quest’oggetto pur non leggendo così
tanto». Gente che compra molti più libri di quelli che riesce a
leggere, quasi per puro gusto estetico. Uno potrebbe pensare che questo
accada un po’ dappertutto. E invece no. «Prendiamo Francia o
Germania. Lì i lettori forti sono più interessati al testo in sé,
possono prescindere dall’idea dell’oggetto: per loro la versione
digitale vale quella cartacea».
L’impressione,
in ogni caso, è che con l’espansione degli e-book
gli editori si ritroveranno a pagare non poco in termini di
riconoscibilità del proprio marchio. In fondo la ricerca della
peculiarità – nella scelta delle copertine, della carta, dei formati
– è da sempre una costante nel mercato editoriale. E Zapparoli,
quello delle copertine colorate e tutto il resto, non può che essere
d’accordo.
«Pagheranno
molto, sì. È indubbio che si riscontrerà una certa perdita di identità.
Spesso il rapporto con i lettori è anche un po’ feticistico, e con la
scomparsa dell’oggetto questo rapporto sarà in qualche modo
depotenziato».
Ma
c’è un altro aspetto della questione che dovrebbe preoccupare tutti i
piccoli editori. Vale a dire quello che riguarda i librai. Perché «se
l’e-book
prenderà piede, li indebolirà per forza, e di questo non c’è
proprio bisogno. Noi siamo convinti che i librai siano molto importanti
nel sostegno degli editori di qualità. E se già tra poco tempo le
librerie perderanno fette sempre più consistenti delle vendite di
manuali e classici a vantaggio delle edizioni elettroniche, avranno meno
risorse e meno possibilità per occuparsi di narrativa. È questo
scenario, a mio avviso, che è destinato a cambiare radicalmente entro i
prossimi tre anni. Ci saranno sempre meno librerie, che dovranno essere
molto più forti per non farsi scappare i lettori».
Da
qualche parte, comunque, questi e-book
si dovranno comprare. Stanno nascendo parecchi portali dediti alla loro
vendita, e la Marcos y Marcos ha già aderito a una di queste librerie
online di seconda generazione, BookRepublic. «Un sito che unisce
venditori ed editori di qualità (tra cui Minimum Fax, Isbn, Voland,
ndr): questa corresponsabilità può essere un’ottima forma di
garanzia». Però l’editore milanese non metterà online i suoi libri
migliori. «Perché non vogliamo far concorrenza ai librai, e perché
continuiamo a credere nel libro fatto di carta. In altre parole,
tecnicamente siamo pronti, ma svilupperemo una formula particolare. Di
fatto, stiamo pensando a dei contributi digitali da prevedere in
allegato ai libri tradizionali, come delle bonus
track,
qualcosa che sia complementare al libro, e non una sua alternativa ».
Vale
ancora la pena di puntare sul libro di carta, insomma. E per l’anno
prossimo, in occasione dei trent’anni di attività, la Marcos y Marcos
ha pensato di rilanciare il meglio del proprio catalogo non cedendo alla
tentazione di riproporlo in formato digitale, come faranno in molti.
Anzi. «Faremo delle nuove edizioni di pregio: copertine più belle,
formati un po’ diversi, magari un prezzo un po’ più basso. Siamo
sicuri che i lettori apprezzeranno. Perché un libro è come un bel
concerto: comprandolo vai sul sicuro. Al pari di un concerto ha qualcosa
di effimero e irripetibile, e per goderlo non hai bisogno di
nient’altro. Un concerto, non un vinile: per ascoltare un disco ti
serve un buon giradischi, e c’è sempre il rischio che il supporto non
funzioni, si rovini. Non si sa mai».
Nel
libro tradizionale, in altre parole, a differenza di quanto vale per
l’e-book
forma e sostanza si fondono quasi magicamente.
Per
questo non scomparirà mai. Attenzione, però. Le cose cambieranno
comunque di molto. Magari non subito, ma già nei prossimi cinque-dieci
anni. Gli strumenti per poter leggere gli e-book,
infatti, sono e saranno sempre migliori. E non stiamo parlando solo di iPad.
«C’è già in giro roba di qualità molto più alta», garantisce
Zapparoli.
«Perché
arrivi in Italia ci vorrà un po’, come sempre, ma tra non molto
potremo disporre di qualcosa di molto simile all’ebook
reader
ideale. E allora il mercato si dovrà adeguare, per forza. Magari la
porzione dedicata alle novità si ridurrà drasticamente, si faranno
meno libri e tirature più limitate». E a quel punto? «Bisognerà
essere ancora più attenti. E ancora più bravi».
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Parola d'Editore
Marcos
y Marcos: Indipendenti e fieri di restare così. Come i loro autori
Il secolo d'Italia, Igor Traboni, 2009
Intervista
a Claudia Tarolo
«Eravamo in vacanza in Nuova
Zelanda e un giorno siamo entrati in una libreria di Auckland, la
capitale, e abbiamo chiesto alla commessa di consigliarci un autore, un
volume. Lo abbiamo letto, ci è piaciuto e così abbiamo scoperto
Janette Turner Hospital. L’abbiamo cercata, trovata e così l’8
ottobre uscirà il suo “Orfeo perduto”, libro nel quale crediamo
molto, la storia tra un musicista e una scienziata che si occupa di
matematica della musica, di un grande amore, passione comuni e un
misterioso attentato. Invece adesso Marco è in Cile, me lo immagino
entrare ed uscire da chissà quante librerie e poi tornare in Italia con
qualcosa di interessante da pubblicare».
Anche così, in queste maniera tra l’epico e il romantico, alla Marcos
y Marcos scoprono nuovi autori, la vera forza di un editore che ha
saputo mantenersi indipendente nei suoi dieci anni di vita,
ritagliandosi una bella fetta di visibilità e qualche soddisfazione,
come la finale dello Strega con “I frutti dimenticati” di Cristiano
Cavina, fresco vincitore del Premio Castiglioncello.
Il Marco dell’episodio
iniziale è Zapparoli (l’altro Marco del nome, ovvero Franza, nel
frattempo è invece uscito dalla società) mentre la voce narrante è
quella di Claudia Tarolo, già brillante dirigente di una multinazionale
e poi assorbita dalla bella avventura della casa editrice, cui si è
dedicata anima e corpo.
«Siamo contenti di aver
mantenuto la nostra dimensione abbastanza piccola, ma soprattutto
indipendente – riprende a raccontare in maniera coinvolgente la Tarolo
– e facciamo molto affidamento sui librai indipendenti. Sia noi che
loro riusciamo così a difendere le cose che amiamo. Nel nostro caso
quello che vogliamo pubblicare, gli autori che scopriamo, in maniera un
po’… vagabonda per il mondo,
ma anche in contatto con altri
editori non solo europei o addirittura tramite internet, modalità
meno… romantica ma comunque efficace. Attualmente pubblichiamo tredici
novità l’anno. Forse è un numero piccolo rispetto ad altri editori,
ma questa è la nostra dimensione. Anche perché così riusciamo a
seguire gli autori e, in qualche maniera, a farci seguire da loro…».
Un momento: editore
indipendente, solo 13 titoli l’anno, una piccola struttura
(all’inizio poco più che una mansarda) a Milano: ma allora, il
segreto per farcela dov’è nascosto?
«In casa editrice siamo pochi – sorride soddisfatta la Tarallo – ma
ognuno di noi lavora per tre, così facciamo tutto… al prezzo di uno!
».
La qualità, come dimostra il
catalogo, non ne risente, anzi:
«Da un paio di anni abbiamo deciso di produrre di meno, ma di leggere
di più. Così arriviamo a voci fresche, originali, che il pubblico
dimostra di gradire. E gli autori, come dicevo, apprezzano questo
progetto».
In questi giorni, ad esempio,
la Marcos y Marcos sta portando in giro Michael Zadoorian, in America
lanciato proprio dai librai e qui da noi fresco del successo di “In
viaggio contromano”. E anche il suo sarà un viaggio italiano in
contro… tendenza rispetto alla grande editoria: la Marcos lo
accompagna soprattutto nelle città di provincia, isole comprese, e
nelle solite librerie indipendenti, a contatto con tanti lettori forti.
«In questo modo i nostri
autori li facciamo conoscere veramente – aggiunge Claudia Tarolo – e
devo dire che, in un momento non buono anche per l’editoria, noi
invece siamo in crescita, grazie anche al passaparola di quanti amano il
nostro marchio. Piccoli numeri ma interessanti. Proprio come i nostri
libri e i nostri autori».
Va bene, poi però arriva il
pesce grande e…
«Non sempre succede così – riprende il coeditore della Marcos –
Con Cavina, ad esempio, è accaduto l’esatto contrario. Dopo il
successo l’hanno cercato in tanti e comunque può vantare diversi
tentativi di imitazione, come la settimana enigmistica. Ma lui è
rimasto con noi, perché dice di sentirsi come Asterix nell’ultima
provincia della Gallia. E che qui può restare indipendente. E comunque
di successo».
Ma ci sono altri libri che
stanno per segnare la nuova stagione della Marcos y Marcos, ad iniziare
da “Follia docente” di Fulvio Ervas, già in catalogo con
l’editore milanese grazie a “Pinguini arrosto”: quello un
poliziesco, questa la storia (ma non la solita solfa del genere…) del
professor Elia, tra avventure, disavventure e farneticazioni di un
docente in balìa della tempesta scolastica.
Poco più in là, ad ottobre
inoltrato, uscirà invece “In fuga con la zia” di Miriam Toews, altra
autrice nella quale la Tarolo crede molto:
«L’abbiamo scoperta in Canada e questa è la storia di una zia on the
road. La protagonista ha appena 28 anni, ma già una famiglia disastrata
alle spalle, compresi i nipoti con i quali intraprende questo viaggio,
fino al confine con il Messico a cercare il padre. Viaggio che diventa
lo spunto di un dialogo continuo, e pieno di sorprese, tra una zia molto
giovane e due nipoti ancora più piccoli».
Un’altra scoperta
internazionale della Marcos è l’indiana-statunitense Jhumpa Lahiri:
«Ci è stata segnalata da un amico editore olandese. Brava, ma senza
riconoscimenti internazionali, e così i grandi editori non hanno colto
l’occasione. Noi abbiamo preso e tradotto la raccolta di racconti
“L’interprete dei malanni”, rapiti da una scrittura cristallina,
minuziosa, Poi ha vinto il Pulitzer e tutti si sono accorti di lei…».
Ma Claudia e Marco vanno
avanti, con il gusto indipendente di chi può permettersi il lusso di
entrare in una libreria di Auckland o battere la provincia italiana
(ancora Cavina, a lungo inquilino di una casa popolare in un paese
romagnolo) per tirare poi fuori tredici gemme l’anno.
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«Un
bravo editore non ha pregiudizi: esce a caccia fischiettando e si
lascia guidare dal fiuto»
La luna di traverso, Giammarco Raponi, 2009
Intervista
agli editori di Marcos y Marcos
I
primi a rispondere alle nostre domande sono i Direttori della casa
editrice Marcos y Marcos: Marco Zapparoli e Claudia Tarolo. Questa casa
editrice, dall’esperienza ormai trentennale, nasce e cresce a Milano,
partendo da piccole pubblicazioni fino ad arrivare a oggi con un
catalogo ricco e articolato, corsi di editoria, arditi progetti in
divenire come “BookJockey Day” e la “Letteratura Rinnovabile”.
Grazie alla Marcos y Marcos oggi leggiamo e amiamo Boris Vian, John
Fante, John Kennedy Toole e tanti altri, e, sempre grazie ad essa,
possiamo inoltre scoprire autori contemporanei italiani, e non solo, di
grande qualità come Cristiano Cavina, Davide Longo, Pedro Lemebel,
Michael Zadoorian. Una casa editrice, dunque, che non si dimentica ma
che si segue, fedelmente e con fiducia.
Com’è
nata Marcos y Marcos, ma soprattutto: chi sono Marco Zapparoli e Claudia
Tarolo e cosa fanno?
Marcos
y Marcos è nata un po’ alla
volta. Per qualche anno è stata piccolissima, poco più che un sogno,
poi si è evoluta pian piano, sempre più intenta a mettere radici che a
crescere troppo rapidamente in altezza. In principio c’erano due
Marco, Zapparoli e Franza, poi il secondo Marco se n’è andato, e
undici anni fa, dopo un lungo periodo monomarcos, Claudia Tarolo
ha preso il suo posto. Marco Zapparoli e Claudia Tarolo sono animali
abbastanza simili, tipi di cui si dice: dio li fa e poi li accoppia.
Amano parecchio leggere e giocare, sono un po’ estremisti, in genere
non hanno paura. Fanno gli editori anche quando dormono e non sempre
sono di buona compagnia; esemplari, in questo senso, due battute di
dialogo con una figlia:
−
Noi: questa non è una cena normale, è una cena di lavoro.
−
Figlia: allora è una cena normale.
È
che i due si sentono circondati da parecchie meraviglie, e prendono
molto sul serio il compito di farne circolare qualcuna, di innescare
incontri che hanno conseguenze.
Perché
pubblicare un libro: ovvero da dove parte la ricerca di autori e nuove
proposte? Come valutate il materiale sia dal punto di vista della linea
editoriale sia come lavoro pratico di selezione? Dove viene
“cercato” l’autore e quanto peso nella scelta riservate alle
proposte degli agenti letterari così amati/discussi?
Un
bravo editore non ha pregiudizi: esce a caccia fischiettando e si lascia
guidare dal fiuto. Se ha la fortuna di essere indipendente, può
divertirsi parecchio. Mentre arrivano fiumi di proposte, non si deve
rinunciare a battere terreni inesplorati. Il criterio è sempre lo
stesso: tendere occhi e orecchie per sentir squillare la qualità. Gli
agenti a volte sollevano un po’ di polvere, ma un buon libro si può
nascondere ovunque. La difficoltà maggiore per noi, in realtà, è
trovare il tempo per vagliare con calma tutto ciò su cui, in un modo o
nell’altro, mettiamo le mani. Non ci poniamo confini di genere, o
territorio. Un buon libro è sopra le parti.
Casa
editrice/mondo web: qual è il rapporto, sia a livello di scouting ma
non solo, tra voi e l'infinita complessità di offerta da parte di chi
scrive online?
Internet
è oceanico, ma esistono piste anche lì; basta saperle individuare e
seguire. Le informazioni offerte sono fin troppe, certo, ma hanno spesso
il vantaggio di essere imparziali, di esprimere punti di vista liberi e
personali. Abbiamo trovato autori importanti tramite il web – è il
caso di Michael Zadoorian – e molti lettori hanno scoperto noi, o
nostri libri poco conosciuti, grazie all’ampiezza del web. Usata bene,
è una risorsa in più da ogni punto di vista.
Nel
vostro lavoro, ormai trentennale, di scandaglio della narrativa
esordiente e non solo quali sono le caratteristiche, sia personali che
letterarie, che oggi vi colpiscono maggiormente in uno scrittore per
poterlo pubblicare? Vi sono capitati nel corso di questi anni, in tal
senso, incontri inizialmente sfortunati che poi si sono rivelati
estremamente belli e favorevoli?
Spesso
i nostri autori ci assomigliano, inutile negarlo: avventurosi e folli,
capaci di entusiasmo, e di non mettere il successo, o l’illusione del
successo, davanti a tutto. Non ricordiamo incontri partiti male e finiti
bene, piuttosto il contrario: ci è spiaciuto perdere per strada un
autore indubbiamente dotato come Davide Longo.
Scuole
e corsi di scrittura: qual è la vostra opinione in merito? Si può
“imparare” a scrivere?
Si
deve imparare a scrivere: come in tutte le arti, è un lungo processo di
affinamento e di ricerca, di confronto con i modelli e sviluppo di una
cifra propria. Un corso appropriato è di grande stimolo e aiuta a
mettersi seriamente di fronte ai propri limiti e alle difficoltà del
mestiere. Naturalmente alla base occorre una predisposizione e un
talento naturale che nessuna scuola ti può dare. I maestri migliori
possono fartelo capire.
Evoluzione
e/o involuzione della scrittura: in tutti questi anni di esperienza
maturata in ambito editoriale cosa ne pensate? La scrittura esordiente
è in evoluzione o in involuzione? Se è in involuzione, cosa pensate di
fare come editori per aiutare le sorti della narrativa?
In
ogni epoca ci sono autori veri e autori di scuola, maestri ed epigoni.
Nell’epoca di internet gli epigoni hanno più spazio, e i veri autori
rischiano di restare sommersi. Il nostro compito di editori è tentare
di separare il grano dal loglio, anche quando il loglio, per un fatto di
conformismo e di abitudine, rischia di piacere di più.
Nel
rapporto dell'Aie sui primi sei mesi del 2009 si legge di una notevole
flessione del mercato editoriale italiano (-2,2% a valore, -4,2% a
volume). Tuttavia, il dato che crediamo se non incoraggiante almeno
confortante, è che sono i gruppi maggiori ad aver perso quote di
mercato, mentre gli editori di piccola e media editoria di qualità
hanno “tenuto”, perché puntano a soddisfare una domanda elitaria e
più complessa. Voi, da editori appunto “di qualità”, come leggete
questo dato?
Parrebbe
proprio così. Gli editori ben riconoscibili, che si concentrano sulla
qualità delle proposte e lavorano sodo alla promozione dei libri,
quest’anno tengono meglio degli altri. I veri lettori non rinunciano
facilmente a un “vizio” che costa meno del fumo e rende molto di più.
Arriviamo freschi dal successo dell’ultima edizione di Più libri più
liberi, la fiera degli editori piccoli e medi che si svolge a Roma in
dicembre, dove le vendite sono cresciute per tutti. Per noi il 2009 è
stato un anno davvero ottimo. Senza aumentare le novità − per la
narrativa siamo fermi a 13 l’anno − il fatturato è cresciuto
del 18%. Non c’è che da ringraziare i librai e i lettori fedelissimi!
Il
mercato delle cosiddette “librerie online” sembra registrare una
crescita esponenziale (alcune proiezioni parlando di una crescita di
oltre il 25% nel primo semestre 2009). Vi interessa questo dato?
Presidiate e monitorate con interesse il canale?
Le
librerie online per noi rappresentano il 5% del fatturato. Da tre anni,
la crescita è del 30%. Ovviamente, per editori piccoli è vincente il
fatto che queste librerie forniscano ai lettori tutto il catalogo, e in
modo sempre più rapido. Negli ultimi due anni, in Italia, è cresciuta
la fiducia − prima scarsa − negli acquisti online. Difficile
dire se questa tendenza si manterrà, ma è molto probabile: non
escludiamo che in altri tre anni le vendite online rappresentino il 10%.
Da
rivista letteraria che si occupa anche di fotografia e illustrazione non
abbiamo potuto fare a meno di notare l’attenzione e la cura che
riservate alla scelta delle copertine, alla scelta dei materiali e della
qualità di stampa e allo stile molto personale che da sempre vi
caratterizza e contraddistingue. Come nasce questa vostra scelta di
campo? Quanto investite, concettualmente e non solo, nell’organico di
un libro a questa fase di produzione?
I
nostri lettori sono molto esigenti, apprezzano moltissimo il fatto che
si usi buona carta, che si rileghi a filo, che non ci siano troppi
refusi. Basta dare un’occhiata ai pareri su Anobii per capire quanto
ci tengono. La grafica per noi dovrebbe trasmettere molto dell’anima
di un libro, la pasta di cui è fatta la casa editrice che lo propone.
Quindi investiamo parecchio, e investiremo sempre di più in questo
senso. Tra il 2010 e il 2012, anche in Italia la lettura degli ebook
− complici strumenti molto migliori − inizierà a
diffondersi. Questo intaccherà in parte
il mercato dei libri tascabili, e in generale di bassa qualità. Il
cerchio dei lettori forti si stringerà ancor di più attorno a chi i
libri li farà con estrema attenzione alla loro consistenza fisica.
Come
proporre un libro sul mercato: in che modo lanciate un nuovo autore?
Come lo “aiutate” ad affacciarsi nel complesso e ampio mondo delle
librerie?
Se
è un autore “nuovo”, cerchiamo di capire che tipo è. Cerchiamo di
immaginarci i librai che potrebbero aiutarlo a farsi conoscere. Poi, se
i librai apprezzano il suo libro e si fanno avanti, se sono curiosi
anche di come è il “personaggio”, cerchiamo di far sì che si
incontrino. In pratica, noi non forziamo mai la mano a chi organizza
festival, ai librai, e men che meno ai giornalisti, nel presentare un
nuovo autore. Cerchiamo di metterne in luce l’originalità, ma
aspettiamo che l’autore venga scoperto. La richiesta deve sempre
nascere da chi poi proporrà il nuovo autore al pubblico. Sul piano
pratico, questo comporta molto lavoro e anche molta pazienza. ma bisogna
saper attendere. Creare occasioni propizie. Altrimenti, è molto più
difficile che scattino veri entusiasmi.
Un
consiglio pratico per chi scrive.
Lavorare
molto. Non sottovalutare l’importanza dell’umile, a volte ripetitivo
esercizio. Specie se si è consapevoli di non essere Kafka, il che
sarebbe già un buon punto di partenza, riflettere molto sul senso di ciò
che si sta scrivendo. E abituarsi a rifare, riscrivere, mettersi
iper-criticamente di fronte a uno specchio.
Un
consiglio pratico per chi legge.
Godere
fino in fondo questo splendido privilegio.
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«È
sempre più difficile restare indipendenti nell'editoria»
AffarItaliani.it,
Antonio Prudenzano, 2009
Intervista a Claudia Tarolo
Claudia
Tarolo,
con il compagno Marco Zapparoli, dirige la casa editrice Marcos
y Marcos. Questa piccola realtà, famosa per le sue
curatissime copertine e la scelta non convenzionale degli autori, è una
delle ultime (tra quelle di un certo valore e seguito) del tutto
indipendenti a Milano.
Affaritaliani.it,
nell’ambito della serie di interviste FARELIBRI
agli editori italiani, ha parlato con Claudia Tarolo del presente e del
futuro di Marcos
y Marcos.
Quanto
è difficile restare indipendenti e rilevanti in un mercato dominato dai
grandi gruppi e, allo stesso tempo, in cui ogni giorno nascono nuove
case editrici?
"Effettivamente
è molto complicato. Occorrono senz'altro passione, fantasia, coraggio,
e soprattutto coerenza. Ma proprio perché non è facile competere con i
grandi gruppi, insieme ad altre cinque case editrici indipendenti
(Minimum Fax, Iperboera, Nottetempo, Voland e Instar, ndr) abbiamo
deciso di fare delle cose insieme, pur restando totalmente indipendenti.
L'idea è nata circa sei mesi fa, ci vediamo spesso per confrontarci e
proporre possibili collaborazioni. Per ora non abbiamo un nome, anche se
tra di noi ci chiamiamo 'I mulini a vento'...".
Negli
ultimi anni la piccola/media editoria di qualità romana ha sorpassato
quella milanese. A Roma ci sono Minimum Fax, Fandango, e/o, Nottetempo,
Fazi, Fanucci…, mentre a Milano dominano i grandi gruppi. Come si
spiega questo fenomeno?
"A
Roma i piccoli editori sono molto sostenuti attraverso aiuti pubblici da
comune, provincia e regione, cosa che a Milano non accade. E anche
grazie a questi fondi che si riescono a organizzare bellissime
manifestazioni come la fiera della piccola editoria romana. Resta il
fatto che il capoluogo lombardo è una città comunque ideale per un
editore indipendente, in quanto è ricca sia economicamente, sia a
livello di lettori. Se non fossimo lasciati così soli dalle istituzioni
locali, però, si potrebbe fare molto di più".
I corsi di editoria che organizzate hanno grande successo. Non è però
una contraddizione, visto che in vari interventi lei ha parlato di
"sovrapproduzione maniacale di libri" causata anche dalla
continua nascita di nuovi piccoli o piccolissimi editori?
"Non
c'è nessuna contraddizione. Da editori, pensiamo sia importante fare i
libri molto bene, scegliendoli con cura e sostendendoli nel modo
migliore. Quest'ultimo è l'aspetto più importante, visto che è
fondamentale far arrivare il singolo libro al suo lettore ideale. Oggi
c'è un problema di sovrabbondanza della proposta, manca spesso la
qualità, ed è quasi inevitabile che sia così. Invece, andrebbero
proposti solo libri in cui si crede davvero. Venendo ai corsi che
organizziamo, essi non si pongono l'obiettivo di far nascere nuovi
editori, ma di accrescere la consapevolezza di chi vorrebbe fare questo
mestiere in vista di un futuro migliore per l'editoria italiana".
Avete
deciso di pubblicare meno libri in risposta alla febbre di nuove uscite
e, allo stesso tempo, per poter curare al meglio il titolo di turno e la
sua promozione. In pochi seguono la vostra linea, però…
"Prima
una premessa: da quando abbiamo diminuito i titoli in uscita, abbiamo
aumentato le nostre vendite. Venendo alla domanda, è vero, tranne
Iperborea e poche altre eccezioni anche i piccoli si fanno trascinare
dalla moda dell'iperproduzione. Molti si fanno prendere dall'ansia e
pubblicano troppi libri sperando che almeno qualcuno di essi venda
abbastanza. Secondo noi è un errore. Marcos y Marcos manda in libreria
13 novità di narrativa all'anno, più 4 libretti miniMarcos e 2 saggi
della collana 'Riga' sulla cultura del '900".
Ha
appena detto che da quando pubblicate meno libri, avendo più tempo per
curarli e promuoverli, ne vendete di più. Può quantificare con qualche
esempio questa affermazione?
"Un
romanzo uscito da pochissimo che sta andando molto bene, naturalmente
per quelli che sono i nostri parametri, è senz'altro 'In viaggio
contromano' di Michael Zadoorian, che ha raggiunto le 5000 copie. Ma c'è
anche un'eccezione negativa, quella rappresentata dalla raccolta di
racconti 'Gridare' di Ricardo Menéndez Salmòn, in cui credevo molto ma
che si è fermata a mille copie. Evidentemente, per le raccolte di
racconti il nostro non è il Paese ideale... Il sogno, comunque, è
pubblicare il grande libro in grado di vendere più delle 140.000 copie
del nostro bestseller, 'Una Banda di idioti' di John Kennedy Toole".
Di
recente sono nate due nuove collane, miniMarcos e MARCOSultra. Cosa c’è
nel futuro prossimo della sua casa editrice?
"Il
2009, con la nascita delle due nuove collane, è stato un anno di grandi
novità per noi. Adesso l'obiettivo è consolidarci. Ci sono però anche
progetti paralleli, come quello di portare in teatro i nostri
libri".
Cosa
l’ha spinta, oltre all’amore per suo marito (Marco Zapparoli,
fondatore della casa editrice, ndr), a lasciare di punto in bianco il
prestigio e lo stipendio di una solida dirigenza di una multinazionale
per abbracciare il progetto Marcos y Marcos?
"La
passione per la letteratura l'ho sempre avuta, e l'ho sviluppata con gli
studi classici e iniziando a fare piccole traduzioni durante gli studi
universitari in giurisprudenza. Inizialmente pensavo che nel mondo
dell'editoria ci fosse solo fumo, ecco perché ho optato per una
professione più concreta. Un'esperienza che mi è servita molto quando
poi ho deciso di 'cambiare vita'. Conosco Marco da trent'anni, e già da
ragazzi con lui si parlava tanto di libri. E' probabile che l'idea di
fondare Marcos y Marcos gli sia venuta anche a seguito di quei nostri
incontri...".
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Intervista
agli editori di Marcos y Marcos
Claudia Tarolo e arco Zapparoli
Il Gufetto,
Francesco Musolino, 2007
Messina.
‹‹All’inizio si parlava di noi come di un fenomeno da baraccone.
Siamo nati nell’81 a Milano, in una mansarda ad un passo da Porta
Venezia, dalla quale spedivamo edizioni numerate in giro per il mondo.
Ma oggi –
continua fieramente Marco Zapparoli della casa editrice Marcos y Marcos
- siamo una delle case editrici indipendenti più affermate in
Italia››.
Ciascun libro nasconde almeno tre storie: quella narrata, quella del suo
autore e quella che ha condotto alla sua pubblicazione, ma per ciascun
titolo pubblicato decine e decine vengono scartati: una selezione ardua
che ciascuna casa editrice svolge in base a propri criteri. Accorciare
la distanza fra i lettori e gli editori, creare un confronto fra le due
parti, era l’intento dell’apprezzato appuntamento che si è tenuto
Venerdì 16 Novembre alla Libreria Hobelix, intitolato: Leggere e far
leggere…ma cosa fanno gli editori?.Marco Zapparoli e Claudia Tarolo si
sono confrontati con le curiosità dei lettori presenti enunciando
diverse novità editoriali per il nuovo anno.
Qual è la
vostra linea editoriale?
Claudia Tarolo: ‹‹Noi puntiamo a quel settore di lettori in cerca
sia di nuove proposte sia di una riscoperta dei classici ingiustamente
accantonati, come è accaduto ad esempio per Durrenmatt. Scherzosamente
ci reputiamo degli esploratori››.
Marco Zapparoli: ‹‹Vale la pena sottolineare come le grandi case
editrici seguano spesso il trend del mercato, al contrario, ai nostri
lettori proponiamo qualcosa di diverso. Ad esempio siamo molto felici
del successo di Jasper FForde (Il caso Jane Eyre; Il Pozzo delle Trame
Perdute) che rende possibile l’ingresso fisico in un romanzo mediante
la creazione di un detective letterario che salva i personaggi.
Come avviene
la scelta dei titoli da pubblicare?
C.T.: ‹‹Ogni libro viene letto da entrambi in lingua originale. Se
il libro ci convince ci muoviamo celermente altrimenti lasciamo perdere.
Sono convinta che i bei libri ci siano, però bisogna trovarli››.
M.Z.: ‹‹La decisione di pubblicare il primo romanzo di Ricardo Menéndez
Almon – L’offesa - è stata presa in treno: ci siamo divorati il
libro strappandocelo di mano e abbiamo fatto immediatamente l’offerta
economica (il libro verrà pubblicato in Marzo).
Vi è mai
capitato di aver rifiutato un libro che in seguito a riscosso un grosso
successo?
M.Z.: ‹‹Fortunatamente no. In ogni caso noi crediamo che sia giusto
non puntare sui libri che non ci convincono pienamente, semplicemente
perché non riusciremmo a promuoverli nel giusto modo››.
Cosa ne
pensate di quegli editori che richiedono un “contributo economico per
la pubblicazione”? Ne fate parte anche voi?
M.Z.: Noi non abbiamo mai chiesto un contributo all’autore né mai lo
faremo. Sarebbe un contratto basato su una promessa inevasa: quella di
promuovere e tutelare sia l’autore che il suo libro. Noi paghiamo
sempre gli autori e se non credessimo nelle nostre scelte i nostri
lettori se ne accorgerebbero››.
C.T.: ‹‹L’editore che si fa pagare è un semplice tipografo. Agli
scrittori voglio dire: non abbiate ansia di farvi pubblicare. La
delusione peggiore non è quella di non essere pubblicati, ma quella di
rimanere invenduti››.
Credete che in
futuro i negozi online possano indurre la chiusura delle librerie?
C.T.: ‹‹Credo che nessun sito possa sopperire ad una libreria, che
deve essere inteso come un luogo nel quale ci si reca volentieri, dove
si sfogliano i libri costruendo un dialogo, magari silenzioso, con il
libraio.
Pochi anni fa
un libro difficilmente superava i 15 euro, cifra che adesso superano
facilmente quasi tutte le novità in commercio.
C.T.: ‹‹I libri costano. Noi abbiamo una politica di contenimento
che ci permette di bilanciare il costo dei libri che complessivamente
mettiamo in commercio. Tuttavia l’intero processo di pubblicazione è
molto esoso. Talvolta per limitare i costi si finisce per tagliare
qualcosa di fondamentale, ad esempio la cura della traduzione, è il
libro risulta meno curato di quanto dovrebbe.
M.Z.: ‹‹Nel caso degli editori piccolo-medi mi sento di poter dire
che il prezzo vale il prodotto messo in commercio. Il costo elevato di
un libro è la risultante di una serie di elementi: una complessa
traduzione, il numero di pagine e la promozione effettuata››.
La pirateria
ha messo in crisi l’industria cinematografica e quella discografica.
Vi spaventa l’ebook?
C.T.: ‹‹L’ipod è stata un’invenzione rivoluzionaria tuttavia il
libro stesso rappresenta un mondo che ti porti dietro e nel quale puoi
fare ingresso quando vuoi. Non credo che il libro sia sostituibile con
uno schermo di un pc››.
M.Z.: ‹‹Il vero rischio è il cosidetto “effetto fregante”,
causato dall’eccesso di prodotto scadente in commercio››.
L’offerta
economica più esosa per quale autore l’avete formulata?
C.T.: ‹‹Sicuramente per Cristiano Cavina. La curiosità è che non
è stato lui a farsi avanti ma noi sapevamo già che aveva ricevuto
diverse offerte. In tal modo lui si sente più tutelato e cresce il
rapporto di fiducia››.
M.Z.: ‹‹Proprio adesso stiamo promuovendo il suo nuovo libro
Un’ultima stagione da esordienti. E’ un autore davvero promettente
che ha già avuto un grande successo con Alla grande e con Nel paese di
Tolintesàc››.
Secondo voi
esiste un libro fondamentale? Un libro che non può non essere letto?
M.Z.: ‹‹ E’ una domanda difficile, sono indeciso fra I Fratelli
Karamàvoz e Delitto e Castigo››.
C.T.: ‹‹Amo Proust ma non credo che riuscirei ad
imporre un libro a nessuno. Un libro può aprirti un mondo, ciascuno
deve cercare la propria chiave››.
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Più libri
più liberi 2010: di fiera indipendenza, d'indipendente
fierezza
fuorilemura.com, Flavio Camilli, 2011
Durante
gli incontri di questa prima giornata di fiera un mio amico ha formulato
un concetto che mi piacerebbe avere la disonestà intellettuale di far
passare per mio.
Ha detto: “All’interno
di una grande organizzazione editoriale l’autore è un dettaglio del
meccanismo; nella realtà di una casa editrice indipendente, invece, può
essere considerato la componente di un organismo”. Questa, a
mio avviso, è una grande verità.
Lo sentite da voi come la frase è spezzata a metà: da una parte
l’acciaio, la freddezza dell’ingranaggio tra le cui spire si può
rimanere stritolati come Charlie Chaplin in Modern Times,
dall’altra il calore di una pianta che cresce e potrebbe fiorire.
Questa riflessione ha siglato l’incontro appassionato e appassionante
che ha visto la partecipazione dagli editori Marco
Zapparoli e Claudia
Tarolo della milanese Marcos
y marcos, casa editrice indipendente da 30 anni.
Queste tre decadi vorranno pur dire qualcosa. Si tratta di un tempo
troppo dilatato per considerare l’indipendenza come qualcosa che si va
perdendo, una sorta di adolescenza delle case editrici che lavorano
nell’attesa o nella speranza di essere comprate e/o inglobate. Non è
così.
Mr. & Mrs. Marcos y marcos impiegano davvero solo una manciata di
minuti a comunicare l’idea, potente, che essere piccoli e flessibili
ha i suoi vantaggi: la
strategia dell’indipendenza, la chiamano.
Un editore come Marcos può evitare di garantire uno standard di
produzione altissimo al fine di rientrare di costi esorbitanti (molto
spesso, aggiungo io, perché sa che molto difficilmente rientrerà anche
di costi niente affatto esorbitanti); ha tempo e risorse umane in misura
tale da poter curare ogni aspetto dell’edizione e del rapporto con il
proprio principale collaboratore, l’autore; ha la possibilità di
fregarsene del fenomeno vattelappesca e proprio per questo ha
l’obbligo di ricerca
dei propri punti di forza altrove. Spesso nella settorialità del
catalogo o nella voglia di sperimentare
o di fare talent
scouting. Questo continuo investimento
sul contenuto non è forse il processo esattamente agli
antipodi di quell’esaltazione della forma, di quella faciloneria che
sfiora la presa in giro che spesso caratterizza i fenomeni editoriali
studiati a tavolino per tappare buchi di budget?
O ancora, che ne è dello scrittore sul quale si punta solo perché lo
si crede un probabile ottimo venditore di storie? Che accade quando, al
secondo libro dopo l’eventuale boom, i record non vengono raggiunti o
superati? Va tutto, più o meno, nel cesso: addio ai complimenti, addio
ai premi prestigiosi, addio ai sorrisi. Indietro non si torna.
L’editore indipendente, nonostante senta sul collo il fiato di tutta
una serie di incombenze che definire scoraggianti è voler essere
positivi, è più aperto al rischio perché fondamentalmente ha più
coraggio, lavora in un mondo dove la costante è il superamento della
qualità del prodotto precedentemente pubblicato e non esclusivamente
dei suoi numeri.
Io, aggirandomi per la fiera, parlando con la gente, ascoltando i
commenti “appizzando” le orecchie ai limiti del voyeurismo, mi sono
chiesto: ma
tutte queste cose le persone le sanno? Osannano l’evento
ma sono a conoscenza del fatto che Più libri più liberi è dedicata
alla piccola e media editoria ma che questi appellativi non indicano
tanto una discriminante quantitativa quanto un vero e proprio modus
operandi opposto rispetto a quello che ha portato sul loro comodino
l’ultimo Dan Brown o il più recente Eco (per pescare dalla m… e
dalla cioccolata e far contenti tutti)? Io credo di no, che non si
sappia, che si credano gli editori indipendenti solo adolescenti troppo
poveri per potersi permettere lo smoking con i controcosiddetti da
indossare al ballo della scuola.
No, miei cari, l’editoria indipendente è il ragazzino che del ballo
se ne frega e magari se ne va ad un bel concerto, alzando il dito medio
in faccia a tutti i damerini imbellettati. O meglio, così si
comporterebbe l’editoria che vorrei.
Ma sapete che c’è? Per una volta sono disposto a soprassedere
evitando di precisare che non è tutto oro ciò che luccica, che di
canaglie ce ne sono anche tra gli indipendenti (editoria
a pagamento è il nome dell’associazione a delinquere) e che
forse se tutti questi signori pensassero un po’ meno al proprio
orticello e trovassero dei modi per stringersi attorno a manifesti o
cause contingenti, pur non snaturando le rispettive identità editoriali
(alcuni, come
i mulini a vento, lo hanno capito), allora forse non avrebbe
neanche senso parlare di indipendenza e oligopolio del mercato
editoriale, e vi sareste risparmiati questa noiosa sequela di parole.
Nonostante tutto, comunque, non si può esimersi dall’applaudire
uomini e donne che hanno capito che il
mercato non va assecondato ma creato, che a volte la domanda non
necessita di risposte ma di offerte differenti; che è possibile
educarla senza costringerla e che dovrebbe essere trattata alla stregua
di un bambino: a dirgli sempre sì vien su viziato.
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Ecco perché Marcos y
Marcos ha lasciato i Mulini a Vento. A malincuore...
Affaritaliani.it,
Antonio Prudenzano, 2011
L'INTERVISTA DOPPIA
Claudia Tarolo e Marco Zapparoli, gli editori di Marcos y Marcos, in
occasione dei festeggiamenti per i 30 anni della casa editrice
indipendente milanese, si raccontano a tutto campo. E parlano dei
momenti più belli vissuti, di quelli più difficili, dei libri che
hanno regalato loro più emozioni e soddisfazione (ma anche dei flop),
dei "tradimenti" subiti e, ancora, della "piccola scuola
di arti narrative" che stanno per lanciare. Poi anticipano quali
saranno i prossimi libri in uscita (compreso un nuovo autore italiano:
Bruno Osimo). Tra i temi trattati, anche la discussa Legge sul prezzo
del libro che ha diviso gli editori italiani: "A malincuore, dopo
lunghi tentennamenti, dallo scorso luglio la nostra strada si è divisa
da quella dei Mulini a Vento. I nostri colleghi non si sono resi conto
di quanto fosse delicata la situazione. Era fondamentale chiedere più
di quanto non prevedesse la bozza della legge proposta da Levi, questo sì’.
La bozza di giugno non prevedeva limiti agli sconti nel corso delle
campagne. Richiedere un tetto preciso agli “sconti-campagne” era
sacrosanto. Ma chiedere più di questo, era ed è irrealistico.
E..."
Qual
è stato il giorno più bello e quale il più difficile di
questi primi 30 anni?
"I più
belli... almeno due, visto che siamo in due a rispondere. Primo giorno
più bello: quando Cristiano Cavina, dopo essere entrato in classifica,
essere arrivato secondo al Premio Strega per le Scuole, ha vinto il suo
primo premio letterario importante: il Castiglioncello. Avevamo le
lacrime in tre. Secondo giorno più bello: il primo successo del
progetto Letteratura Rinnovabile, alla fine della maratona del
BookJockey Day. Trecento persone entusiaste, dopo otto ore di
competizioni letterarie e spettacolo. Giorni difficili. Forse è
meglio parlare in generale: i “giorni peggiori” sono quelli legati
ai tradimenti. Nella vita, i tradimenti bruciano tantissimo. Tradimento
del primo tipo, amaro ma a volte inevitabile: il giorno in cui perdi un
autore. Tradimento del secondo tipo, evitabile e quindi anche più
amaro: slealtà. Ci sono giorni in cui vorresti rompere tutto perché
qualcuno non rispetta il tuo lavoro, o lo calpesta, magari copiando una
tua idea pari pari: e poi fa finta di niente, non ti chiede nemmeno
scusa, nemmeno ammette di averlo fatto".
C'è
stato un momento in cui avete pensato di smettere?
"No,
questo non è proprio mai successo. Il nostro lavoro ci entusiasma e ci
convince al 100%, anche nei giorni difficili: i libri ci sembrano, oggi
più che mai, un’oasi fresca, sostanziosa, piena di acqua e di succo
d’arancia e lime in mezzo a un grande deserto polveroso".
Il
27 gennaio arriva in libreria "I TREDICI", la nuova collana
che prevede la pubblicazione di tredici tra i più amati romanzi
della Marcos y Marcos, riproposti con una nuova grafica e il marchio di
Franco Matticchio, arricchiti dalla prefazione di un lettore
d'eccezione. Quali saranno le uscite e da chi saranno introdotte?
"Abbiamo scelto (con qualche tormento!) i tredici libri che più
hanno lasciato il segno in questi trent’anni, ripercorrendo un po’
la storia della casa editrice: i primi sette escono il 27 gennaio, gli
altri sei a fine maggio. Prima di tutto Una banda di idioti di
John Kennedy Toole, il nostro libro-simbolo, con la prefazione di
Stefano Benni; La schiuma dei giorni di Boris Vian, dolce e
malinconica storia d’amore, presentata da Ivano Fossati. Poi La
principessa sposa di William Goldman, storia di avventura divertente
e appassionante, introdotta non a caso da Cristiano Cavina, di cui
proponiamo I frutti dimenticati, con la bella nota introduttiva
di Massimo Cirri; Il caso Jane Eyre di Jasper Fforde, per la
gioia di tutti i suoi fan, prefazione di Luca Crovi. Sempre tra i libri
'storici' L'uomo dei dadi di Luke Rhinehart, prefazione di Marco
Malvaldi. Tra i successi più recenti, In viaggio contromano di
Michael Zadoorian, storia di una vecchia coppia malandata che attraversa
l’America per un ultimo viaggio a Disneyland; Paolo Giordano, che ha
amato il romanzo al punto da farne un’occasione per un viaggio lungo
la route 66, scrive naturalmente l’introduzione (raccontando di questo
suo viaggio, del confronto tra letteratura e realtà...)".
Qual
è il libro pubblicato in questi primi 30 anni del quale andate più
orgogliosi? E ce n'è (almeno) uno che vi ha spinto a pentirvi
di averlo pubblicato?
"Difficile,
come sempre, dire quale figlio si ama di più; forse ancora più
difficile dire quello che si ama di meno... Certamente l’orgoglio più
vivo è legato agli italiani che abbiamo fatto esordire e che poi si
sono fatti amare; lì hai proprio l’impressione di svolgere una
funzione importante, di aiutare qualcosa a 'venire al mondo'. Ci
pentiamo dei rari casi in cui la scelta non è stata abbastanza
meditata, e il libro è scivolato via senza rilievo; negli ultimi anni
non è più accaduto. Non ci riterremmo mai pentiti di libri che hanno
venduto poco ma hanno per noi ugualmente un grande valore letterario,
come il magnifico Music Hall! di Gaétan Soucy, campione negativo
di incassi ma certamente un “classico del futuro”.
E'
in arrivo anche la "Piccola scuola di arti narrative - Pronto
soccorso letterario per ogni esigenza narrativa". In cosa si
distingue la vostra nuova scuola di scrittura dalle tante già presenti?
"Secondo
noi, ci sono due elementi peculiari. Primo: questo corso nasce da una
lunga esperienza di lavoro, di revisione attenta di centinaia di testi
altrui, di valutazione di migliaia di testi da scegliere. Anni e anni di
lavoro accanto ad autori e traduttori. E, ovviamente, anche centinaia e
centinaia di quarte di copertina scritte. Quindi non solo il semplice
punto di vista di chi crea – in questo corso ha comunque un ruolo
molto importante: Maurizio Matrone e Cristiano Cavina saranno fra i
docenti – ma di chi ri-crea, di chi coopera alla trasformazione dei
testi e ne imposta la comunicazione. Secondo punto: abbiamo messo a
punto un eserciziario molto mirato, basato non solo sulla scrittura (di
più per ora non vogliamo dire) che permetterà a chi partecipa di
mettersi in gioco a tutto campo e di migliorarsi. Noi non promettiamo a
nessuno mari e monti. Ma siamo certi che tutti i partecipanti faranno
ottimi passi avanti. Dodici anni di corsi di editoria ci hanno insegnato
come stare di fronte e accanto ai nostri allievi, come “spremerli”
al massimo. E a chiedere a noi stessi di dare il massimo!".
Quali
nuovi titoli importanti usciranno nei prossimi mesi e su quali puntate
di più?
"Una
bella combinazione è una “doppietta” di Paolo Nori: il 27
gennaio esce Disastri, la splendida raccolta di scritti di Daniil Charms
da lui curata e tradotta, mentre in aprile uscirà il suo nuovo libro,
come sempre dolce, intelligente, comico e malinconico: La
meravigliosa utilità del filo a piombo. Una bella occasione per
ascoltare un bellissimo monologo di Nori, contenuto nel prossimo libro e
dedicato a Charms. Il 3 febbraio a Milano un primo incontro
spettacolare: Nori con il coro delle mondine di Novi alla palazzina
liberty". Il terzo libro di Ricardo Menéndez Salmón, Il
correttore, in uscita il 3 marzo, ci offre una visione lucida sulla
strage di Atocha (Madrid, 11 marzo 2004). E in mezzo, un nuovo autore
italiano: Bruno Osimo, con il suo Dizionario affettivo della lingua
ebraica. Tre libri - Dizionario affettivo della lingua ebraica,
Il correttore, La meravigliosa utilità del filo a piombo, che
hanno qualcosa in comune: raccontano una storia che insieme è
un’accorata strategia di resistenza in un mondo difficile.
A
che punto è la battaglia sulla "Legge del prezzo del libro"
per la quale vi siete molto battuti insieme agli altri editori del
gruppo "Mulini a vento"?
"A
malincuore, dopo lunghi tentennamenti, la nostra strada si è divisa da
quella dei Mulini a Vento. Siamo stati fra i primi, quasi dieci anni fa,
a segnalare quanto una Legge sul prezzo del libro fosse fondamentale. E
oggi ne siamo convinti più che mai. Ma, dallo scorso luglio, non
condividiamo alcuni punti su cui gli altri Mulini si sono incaponiti. I
nostri colleghi non si sono resi conto di quanto fosse delicata la
situazione. Era fondamentale chiedere più di quanto non prevedesse la
bozza della legge proposta da Levi, questo sì’. La bozza di giugno
non prevedeva limiti agli sconti nel corso delle campagne. Richiedere un
tetto preciso agli “sconti-campagne” era sacrosanto. Ma chiedere più
di questo, era ed è irrealistico. Quando Marco Polillo, presidente
dell’AIE, ha dichiarato di aver fatto tutto il possibile per mediare
fra diverse istanze, noi gli abbiamo creduto, perché sappiamo quanto la
situazione sia intricata, e quanto sia importante e urgente che si
metta, almeno, una prima barriera per arginare gli sconti selvaggi; lì
c’è stato il primo disaccordo con gli altri mulini, che premevano
invece per una linea “o tutto o niente”, che noi, pragmaticamente,
non potevamo condividere. Così ci siamo trovati fra l’incudine e il
martello. Sapete perché? La Legge Levi così come era formulata, non
poteva andare, non era possibile non battersi per un miglioramento. Le
richieste dei Mulini, dall’altro lato, erano eccessive. I Mulini non
ci misero neppure al corrente che stavano chiedendo un’udienza al
Senato, perché ci ritenevano “di intralcio”, forse troppo
“allineati” con una linea pro-Levi. Risultato? Si è impiantato
tutto. Siamo ancora in tempo a chiudere al meglio la situazione. Una
Levi con lievi ritocchi è il giusto mezzo, ed è una soluzione oggi più
che mai auspicabile e urgente. Noi siamo determinati a batterci, come
avevamo dichiarato nel corso del convegno di Orvieto in giugno, accanto
all’Associazione Italiana Librai, perché questo sogno di una Legge si
trasformi in realtà. Oggi più che mai, con Amazon che fa vero e
proprio “dumping”, questa Legge può ridare ossigeno ai librai
(catene incluse!), agli altri negozi che operano su internet, a tutti
gli editori, grandi e piccoli."
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«Fra
editori indipendenti e lettori si crea, nel tempo, una sorta di
piacevole complicità»
La
Nota del traduttore, Dori Agrosì, dicembre
2009
Intervista
agli editori di Marcos y Marcos
Con
quali difficoltà deve confrontarsi
la piccola e
media editoria?
Ci
sono due bestiacce nere con cui è proprio difficile misurarsi.
Numero uno: i grandi mezzi di comunicazione.
Che sono in mano ai grandi editori e ai gruppi editoriali.
Per tutti noi, l’accesso alla televisione è molto difficile, per non
dire impossibile. Pensiamo a una trasmissione di successo come “Che
tempo che fa”. Quante volte i nostri amici ci chiedono candidamente:
perché non mandate mai un vostro autore a quella bella trasmissione?
Risposta: e credete che non ci abbiamo provato? Il punto è che lì ci
vanno autori di fama stellare, oppure
sostenuti appunto dai big.
Che di quelle trasmissioni sono anche sponsor.
Il giorno in cui uno dei programmi di grande ascolto accoglierà uno dei
nostri autori amati dai lettori “forti”, questi autori verranno
finalmente conosciuti dal grande pubblico. E il grande pubblico se li
divorerà, perché sono autori godibilissimi!
Numero due: la iper-produzione.
Che crea un mucchio di problemi.
Nonostante sia assurdo proporre decine di migliaia di novità ogni anno,
nonostante tutti sappiano che solo il 10% dei libri proposti ha una
reale possibilità di essere presa in seria considerazione dai librai e
quindi dal pubblico, ogni anno in Italia si pubblicano 60mila novità.
I librai sono letteralmente sommersi di novità.
Sono affaticati da un enorme lavoro di gestione del traffico.
Novità da prenotare, novità da ricevere, novità da mettere sui
banchi.
Talmente tante, le novità, che ovviamente moltissime non vendono.
E quando non si vendono, cioè spesso, bisogna anche renderle.
E i poveri librai quando hanno poi tempo per capire bene cosa hanno sui
banchi?
Inevitabile che diventino selettivi, che non siano in grado di proporre
per bene tutti i nuovi libri al pubblico.
Noi rinnoviamo l’invito ai colleghi, grandi e piccoli, a limitare le
novità.
Questo farà solo bene a tutti.
Si
può parlare di strategie che permettono ai piccoli e medi editori di
contrastare i grandi gruppi oppure semplicemente di un tipo di offerta
differente?
I
piccoli e medi editori dispongono di un’arma micidiale.
E il suo nome è: originalità. Questa originalità se la giocano in
tanti modi.
A partire dalle scelte editoriali.
Possono scommettere sui nuovi autori o su autori rifiutati o su autori
del passato che tutti hanno ormai dimenticato, terreno su cui i grandi
si muovono molto più guardinghi.
Nella grafica: l’innovazione nelle copertine, nella scelta delle carte
o nei caratteri più originali arriva soprattutto dagli editori piccoli
e medi.
Nella comunicazione: anche qui, i piccoli hanno inventato formule
innovative.
Promuovendo in generale una visione più gioiosa e meno doveristica
della lettura.
Ultima risorsa importante: tenere il filo, anche attraverso i librai,
con i propri lettori.
Fra
editori indipendenti e lettori si crea, nel tempo, una sorta di
piacevole complicità. Un patto. L’editore non tradisce le aspettative
dei lettori che seguono libro dopo libro quel che l’editore propone. E
il lettore gli resta fedele. Questo è assolutamente vincente. Tenere il
filo del discorso in modo corretto, senza tradire le aspettative.
I
piccoli e medi editori puntano su determinate fasce di lettori?
I
piccoli e medi editori, quelli veri attenti e appassionati, puntano su
lettori veri.
Personaggi rari, ma molto fedeli, molto ferrati, molto esigenti.
Conviene stare all’occhio: se si propone una porcheria, o anche solo
una mezza porcheria, ti impallinano subito.
La
qualità delle traduzioni pubblicate dai piccoli e medi editori è
differente da quella dei grandi gruppi?
I
grandi editori collaborano con meravigliosi traduttori e pubblicano
bellissime traduzioni, accuratamente riviste in redazione. Poi
collaborano con traduttori meno meravigliosi e affidano la revisione ad
agenzie esterne magari un po’ distratte. Poi collaborano con
traduttori un tanto al chilo e tagliano decisamente la revisione. In
sostanza: i grandi editori fanno molti libri e non possono curarli tutti
allo stesso modo. Sono grandi aziende che ripartiscono le risorse
secondo criteri aziendali. I piccoli editori di qualità, invece, sono
un po’ ossessivi e feticisti, disposti a sacrifici disumani, e
dedicano la stessa cura e attenzione a tutti libri che pubblicano.
Questa è la differenza.
C'è
differenza tra editoria milanese e romana?
I
Milanesi sono un po’ meno capaci di comunicare.
I Romani hanno la Rai in casa.
I Romani sono aiutati da Comune e Regione.
I Milanesi quando va bene da Comune e Regione ottengono un magnifico
Patrocinio. Sapete, tuttavia, in cosa consiste un Patrocinio? Nel
permesso di apporre un marchio sugli inviti. Nel 95% dei casi, nulla più
di questo.
Non a caso, la Fiera della Piccola e Media editoria si tiene a Roma.
I Milanesi hanno le più belle biblioteche d’Italia, ne hanno il
triplo dei Romani.
Ma le Biblioteche di Roma organizzano il sontuoso Festival di Massenzio
e mille altre diavolerie.
Le biblioteche milanesi stanno iniziando a guardarsi intorno: presto
passeranno alla riscossa. Il nuovo Assessore alla Cultura ha fatto
grandi promesse e certamente le manterrà.
I Romani hanno cento giorni di sole in più all’anno, organizzano
banchi dei libri a Castel Sant’Angelo e in mille altri luoghi.
Sono pieni di Bookabbar dove si legge poco ma in compenso si parla molto
di quel che si ama.
I Milanesi hanno i bar con pochi tavolini e praticamente nessun Book
Bar.
Si potrebbe continuare parecchio, se non fosse che invece è meglio
inventarsi una Milano un po’ più romana. Oppure decidere che è
meglio stare a casa a leggere e buonanotte al secchio.
In realtà alla fin fine a Milano ci sono meno editori e più lettori.
Siete
d'accordo sul fatto che gli italiani leggono poco?
Diciamo
che molti italiani non amano leggere, che la lettura non si può
certamente considerare un’attività di massa, nel nostro paese. Se la
cavano meglio la televisione, le partite di calcio, i centri commerciali
e il gelato. E anche cose bellissime come la spiaggia e le montagne. Si
legge di più, indubbiamente, nei paesi dove manca il sole. In Italia
chi legge, però, è spinto da un forte desiderio, e a volte legge
molto, legge bene, nel senso che curiosa, sceglie, sa quello che vuole.
Pretende qualità.
Qual
è la vostra "mission"?
Scegliere
libri, persone e idee che vogliamo e possiamo sostenere e fare il
possibile per farli conoscere, per innescare scintille, promuovere
incontri, riconoscimenti. È il nostro compito di editori.
Quali
sono i vostri lettori forti?
I
lettori che cercano i nostri libri sono come noi: indipendenti. Si
fidano del loro gusto e del loro giudizio, non hanno bisogno di
rifugiarsi in ciò che è paludato, o certificato dalla televisione.
Gente piuttosto simpatica, a occhio e croce.
Come
descrivereste la giornata tipo dell'editore?
Comincia
di notte, quando dilemmi e scadenze si stagliano nel buio. Si riesce a
ricacciarle nelle tenebre da cui sono venute, si dorme ancora un po’.
Se due editori, come nel caso della marcos, vivono sotto lo stesso
tetto, la prima riunione è a colazione, e serve più che altro a
mettere le cose in fila, illudendosi di poterle affrontare una alla
volta. Poi si commette l’imprudenza di entrare in ufficio, dove tutto
rovina addosso nello stesso tempo: copertine da inventare, trattative da
portare avanti, presentazioni da organizzare, editing interminabili da
concludere, comunicazioni da coordinare, libri da spedire, magazzino da
rifornire, legatoria da sollecitare, fatture da pagare, interviste a cui
rispondere, battaglie sulla legge del libro da portare avanti, lanci da
impostare, buchi a cui rimediare, mail arretrate a cui rispondere,
pareri su dodicimila dattiloscritti inviati da amici, parenti e
conoscenti… e si potrebbe andare avanti all’infinito. Pranzare di
solito si riesce, più difficile uscire dall’ufficio dopo il tramonto,
anche perché quando tacciono i telefoni e l’ultimo collaboratore è
sgusciato via, ci si immerge finalmente nel lavoro concentrato e di
sostanza, si viaggia nei testi, e non si vorrebbe smettere più.
Cosa
pensate degli ebook, e quando sarà possibile libri marcos y marcos in
questo formato?
Nel
2010 ci sarà una grande rivoluzione. Grandi aziende proporranno degli
aggeggi per leggere e-book di ottima qualità. Saranno molto flessibili,
gradevoli da maneggiare e utilizzare, perfino a colori. Molti li
useranno per leggere il giornale. Altri
per consultare repertori tecnici, frugare celermente fra i testi come
oggi si fa nel computer. Leggere in quel modo costerà meno. E in alcuni
casi, risulterà molto comodo. Non c’è alcun dubbio che avere in un
aggeggio piuttosto figo 500 libri non è niente male. Ma tenere in mano
un testo non è come tenere in mano un libro. Regalare un libro non è
come regalare un file. Possedere una biblioteca non è come possedere un
cugino dell’Ipod. Il mercato dei libri tascabili soffrirà la
concorrenza dell’ebook. Il mercato dei libri “indipendenti”, in
generale dei libri in cui l’oggetto è una parte rilevante, ne soffrirà
molto meno. I libri non rischiano affatto di fare la fine dei vinili,
per intenderci. Non verranno messi in soffitta per vent’anni, per poi
scoprirne di nuovo la magia. Il compito di marcos y marcos e di editori
come noi, sarà quello di rendere i nostri libri ancora più appetitosi.
E, certamente, tutti ci troveremo a combattere la pirateria, perché
molti testi circoleranno in formato elettronico senza che nessuno paghi
un euro. Sta accadendo in Germania, accadrà anche da noi. Libri marcos
y marcos in formato ebook? Presto per dirlo. Saremmo già in grado di
realizzarli, ma per noi proteggere autori e testi - e relativi diritti -
è un compito fondamentale. Dobbiamo prima esser certi che la pirateria
non si mangi tutto. Ne riparliamo in primavera?
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Come
si fa un libro: corso di editoria Marcos y Marcos
Booksblog, Giammarco
Raponi, 2009
Intervista agli editori di Marcos y Marcos
Perché
avete sentito l'esigenza di fare un corso di editoria?
Settimana
scorsa, un bravo parrucchiere ci ha confermato che il mestiere l’ha
imparato, come si suol dire, sul campo.
Ma all’interno della celebre “maison” per cui ha lavorato a lungo,
c’era una vera e propria scuola.
Da dieci anni, per noi è importante – proprio perché siamo impegnati
a fondo nel nostro lavoro, e non siamo teorici o storici dell’editoria
– mettere a disposizione i nostri “ferri del mestiere” nel modo più
efficace e immediato possibile.
Ogni volta che ci immergiamo in questa tre giorni intensiva, mentre
raccontiamo come si scopre un libro, come lo si presenta al mondo, come
si fa un contratto o si perfeziona un testo, impariamo qualcosa dagli
allievi.
E cerchiamo di affinare la didattica, che è estremamente importante.
A
chi si rivolge il vostro corso?
A
chiunque voglia fare sul serio con i libri: aspiranti editori e
redattori, traduttori, correttori di bozze; ma anche bibliotecari,
insegnanti, librai.
A ogni corso, sono quasi sempre presenti in veste di allievi tutte le
figure del mondo del libro.
E contribuiscono attivamente ai momenti di confronto aperto. Anche chi
è esperto su un tema specifico, in realtà scopre di aver molto da
imparare su mille altri punti.
Nelle
librerie spesso il servizio è carente per mancanza di informazioni o
per mancanza di passione?
In
libreria di passione ce n’è davvero molta, ovunque.
Non dimentichiamo che chi lavora in libreria si sottopone costantemente
a un mucchio di sacrifici.
Pur lavorando moltissimo, i librai conservano il desiderio di saperne di
più: cosa c’è dentro
un libro, e ancor di più cosa c’è dietro
un libro.
Ma la comunicazione fra editori e librai, non sempre funziona.
L’eccesso di produzione sottrae tempo a tutti: a pagarne le
conseguenze è prima di tutto proprio la comunicazione.
Per
noi è sempre una gioia accogliere i librai ai nostri corsi, si avvia
uno scambio estremamente proficuo.
A volte, nasce un’amicizia.
Si
è sempre detto che in Italia si pubblica troppo e male, siete
d'accordo?
Si
pubblica certamente troppo.
Più che male, verrebbe da dire in modo disordinato.
Molti editori, grandi inclusi, sfornano ottimi libri, curati in modo
egregio. Il problema è che proprio per i librai è difficilissimo
seguire tutte le novità che escono.
Così come è impossibile per gli editori far conoscere in modo adeguato
tutto quel che pubblicano.
Risultato: molti libri cadono nel vuoto.
Alcuni libri non sono necessari, ma altri, ottimi, sono cannibalizzati
semplicemente dalla quantità.
La quantità di libri che vanno al macero rappresenta uno sperpero, una
vera e propria dispersione energetica a cui converrebbe, e converrebbe a
tutti, porre rimedio.
Il
vostro corso è frutto di tanta esperienza maturata sul campo; cosa
significa, nella situazione attuale, stare sul campo?
Significa
fare in modo che i contenuti, le persone, le occasioni, si incontrino e
si sostengano nel modo migliore possibile.
Stare sul campo significa letteralmente alternare il proprio lavoro
“di scrivania” e di progettazione al rapporto con tutto ciò che ci
sta attorno.
Non solo scrittori, traduttori, librai, bibliotecari, allievi dei corsi
(ogni anno abbiamo più di cento allievi!) ma anche artisti, musicisti,
e perché no, anche le istituzioni.
Senza dimenticare la natura, che è rigenerante e fornisce ottime idee.
Pensate a quanto, ultimamente, si torni a “copiare” dalla natura:
nel design, in medicina, nella costruzione delle case.
Comunque oltre a stanare idee, persone, stili, è importante togliere un
po’ di polvere e ruggine dove ce n’è troppa.
Un lato divertentissimo del nostro lavoro è viaggiare e scoprire.
Far questo mestiere fino in fondo significa andare incontro a continue
scoperte.
Probabilmente è per questo che molti desiderano fare un mestiere così
difficile e affascinante.
Allora,
cosa c'è "dietro le quinte" di una casa editrice o, se
vogliamo, di un libro?
C’è
un lavoro fatto di cose più umili, semplici, ripetitive più di quanto
non si pensi.
C’è un mondo di idee, di cose da cogliere al volo, da trasmettere
agli altri, certo.
L’editoria è uno di quei settori dove fra il dire e il fare a volte
c’è più che il mare.
Invece occorre essere concreti, occorre essere come corridori fondisti:
mantenere una buona velocità, e non fermarsi mai.
Occorre passione, ma è necessaria competenza.
Per questo, pur lavorando molto, a volte occorre riflettere.
E bisogna anche saper creare una squadra, farla crescere di giorno in
giorno.
Un buon libro, ha il dono di durare molto a lungo.
Ma prima di sfornarlo, c’è da lavorare proprio tanto, e su fronti
molto diversi fra loro: letture, parole, conti, carte, internet,
viaggi...
Chi viene ai nostri corsi, inizia a prendere le misure, e sul serio, su
quello che accade in questo splendido lavoro.
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L'Europa
non fa più sconti
Tavola
rotonda al Salone internazionale del Libro di Torino 2009
Marco Zapparoli
La
prima conferma:
una sala piena zeppa di librai, editori, agenti, bibliotecari, ma anche
autori e traduttori.
Non è certo la prima volta che si indice una tavola rotonda sul tema
spinoso degli sconti al pubblico sui libri.
Ma gli sconti stanno prendendo piede: il 15% previsto dalla legge
italiana, è diventato la base di partenza. Una campagna promozionale
normalmente parte dal 20%. Ma sono sempre più frequenti campagne che
prevedono il 30%.
Ovviamente, questi sconti selvaggi, siccome erodono i margini, pesano
sui bilanci di tutti.
La
seconda conferma:
nel momento in cui stendiamo queste note, tutte le case editrici che
dispongono di una collana di tascabili degna di rispetto, da Einaudi a
Feltrinelli, agli Elefanti di Garzanti, agli Oscar Mondadori –
propongono i propri libri, nelle librerie e su internet, con sconto
medio del 27% sul prezzo di copertina. Da mesi. Per mesi. Non
occasionalmente.
Non
possiamo dire che questa situazione è fuori dalla legalità, possiamo
sottolineare una volta di più quanto tutto questo non porterà a
risultati soddisfacenti.
E,
come tutti i partecipanti alla tavola rotonda di Torino hanno segnalato,
non porterà neppure a un incremento effettivo delle vendite.
Scopo
di questo incontro, lo ripetiamo così come abbiamo detto a voce a
Torino, non è certo quello di tracciare una linea di demarcazione fra
un mondo dei buoni – i piccoli e indipendenti, editori e librai –
e i cattivi – i grandi, tutti.
Tutti
facciamo sconti – inclusi noi del gruppo organizzatore della tavola
rotonda– quindi, come si suol dire: “chi è senza peccato”... il
punto è che sempre, nella storia, quando non ci sono regole o quando si
vive solo di eccezioni, si crea un vortice che porta verso il basso.
E
da questo vortice in cui ci siamo infilati assolutamente tutti, dobbiamo
trovare il modo di uscire.
Era
doveroso ricordare in apertura quanto detto a Venezia alla fondazione
Cini, alla fine di gennaio 2009, dalla “gente del libro” UK: da
quando si è avviata una deregulation del mercato, il mercato inglese ha
inesorabilmente falciato le librerie.
Prima
le indipendenti, poi le catene. Il motto “Qualsiasi cosa facciate, non
fate come abbiamo fatto noi”, non proviene da piccoli editori
nostalgici, ma da responsabili dell’Ufficio Marketing di una primaria
catena di librerie.
André
Schiffrin ha
sottolineato come anche per il sistema del libro in USA, il trend che
vede vittime della concentrazione i piccoli editori e i librai
indipendenti in prima istanza, ma poi tutto il sistema della libreria.
A
riprova, ha segnalato che le librerie a New York sono passate da 350 a
35 in una ventina d’anni.
Se
inizialmente il mercato di Internet, dominato da amazon, prima vendeva
solo libri, presto venderà soprattutto ebooks, o prodotti in qualche
modo targati da amazon stessa.
Ci
sarebbe piaciuto sapere come funzionano le iniziative che vedono
impegnate le “cordate” di librai indipendenti, come nel caso di
BookSense, ma non c’è stato tempo.
Il
tempo, a questa tavola rotonda - iniziata con grande ritardo e conclusa
solo dopo 75 minuti - è stato davvero avarissimo.
Dalla
rappresentante del Börsenverein des Deutschen Buchhandels, Jessica
Sänger, è
arrivata una importante indicazione. In un mercato regolamentato
seriamente, e grazie a un’associazione che rappresenta
sia gli editori sia i librai, le regole vengono fatte rispettare.
Incluso il prezzo fisso. Anche una logistica funzionante permette
maggior parità di concorrenza.
Tutto
il mondo è paese, nemmeno in Germania siamo santi, ha detto fra le
righe.
Ma
il denaro pubblico serve a finanziare iniziative che hanno ricadute su
tutto il sistema del libro.
Di
sicuro, il nostro dipartimento legale, affronta e risolve casi spinosi
sia all’interno della BVDB, sia in tribunale. La nostra istituzione è
certamente costosa, ma se si valutano attentamente i benefici che se ne
traggono, si può dire che il suo contributo all’economia del libro è
decisivo.
Positiva,
molto incoraggiante la testimonianza di Liana
Levi: se si trova
un modo e uno stile di lavoro che protegge la collettività, se si vince
l’inerzia, è possibile raggiungere risultati molto positivi.
Liana
Levi ha ricordato come, prima della legge Lang sul prezzo fisso del
libro, che prevede uno sconto massimo del 5%, i grandi editori, incluso
Gallimard, fossero contrari.
Tutti
erano certi che questo avrebbe determinato una contrazione del mercato.
Ebbene,
in Francia è accaduto il contrario. Sono cresciute le catene, è
arrivata amazon.fr, la vendita su internet si è ritagliata una grande
fetta di mercato.
Ma
i librai indipendenti godono di discreta o buona salute.
Forse
non tutti sanno che in Francia è vietato agli editori vendere
direttamente tramite internet.
Anche
questo, per i librai, rappresenta ossigeno.
Sapete
la cosa più sorprendente? ha detto Liana Levi.
Non
solo Gallimard, a posteriori, ha dichiarato che mai più sarebbe tornato
al prezzo libero.
Ma FNAC, sempre più di rado ora mette i cartellini con lo sconto del 5%
sul retro dei libri.
Liana
Levi ha poi segnalato un’iniziativa avviata da un gruppo di 20 editori
indipendenti.
Anziché
far sconti ai clienti, che sono solo sconti “civetta” che poi
determinano un aumento del prezzo di copertina nelle novità dell’anno
successivo, questi editori hanno fondato una Associazione che finanzia
progetti originali di librerie indipendenti.
E
i fondi provengono da una autotassazione che il gruppo si è data come
regola.
Per
esempio, se il fatturato di copertina di questo gruppo è di 20 milioni
di euro, l l’1% di questo fatturato viene “investito” nei progetti
di cooperazione alle librerie.
La
cifra, pari a 200.000 euro l’anno, ha permesso di finanziare una
ventina di progetti l’anno, e a quando ha accennato Levi
successivamente al congresso, i progetti finanziati in 15 anni sono
stati più di 300.
L’intervento
di Koen Van
Gulik, breve e
molto divertente, ha sottolineato il clima positivo, fortemente
cooperativo che anima in Olanda il rapporto fra librai e editori. In
Olanda, la legge sul prezzo fisso esiste dal 2005, ma in pratica viene
applicata da 130 anni. La legge viene comunque rispettata da tutti,
perché sulla sua corretta applicazione vigila un’autorità nazionale,
una sorta di Commissariato dei Media, che anche se ha un nome un po’
buffo, in realtà punisce con grande severità le infrazioni. Il 30%
delle librerie è realmente indipendente. Le vendite nei supermercati
sono insignificanti. In effetti, sul totale del fatturato, che nel 2008
è stato di 650 milioni di euro, il valore delle librerie è pari al
75%. Esiste un solo distributore, il che potrebbe apparire negativo, ma
nel caso dei Paesi Bassi questo garantisce pari opportunità agli
editori. Fondamentale è invece il contributo istituzionale per le
campagne di promozione della lettura. Ci sono almeno tre specifiche
grandi manifestazioni diffuse per la promozione del libro, non basate su
sconti, ma su azioni di sensibilizzazione del pubblico attraverso le
librerie. Esiste una Fondazione per la promozione per il libro,
sostenuta da tutti i librai e tutti gli editori, che provvede a
finanziare queste campagne. Chi compra libri per almeno 15 euro, riceve
in omaggio un libro, stampato appositamente dalla Fondazione. Stessa
cosa vale per la settimana del libro per Ragazzi, e per il Mese del
Giallo.
Conclusione
Come
si diceva in apertura, il tempo è stato molto avaro, e non c’è stato
praticamente spazio per interventi strutturati: dagli sguardi delle
persone presenti, si è invece capito che il desiderio di intervenire
era grande e diffuso.
Di
sicuro rimane un po’ di invidia per questi Paesi dove i rapporti fra
editori e librai funzionano meglio, vuoi per migliore regolamentazione,
vuoi per usi, costumi, iniziative.
D’altro
canto, è evidente che occorre muoversi per cambiare il clima un po’
caotico e, scusateci la ripetizione, “al ribasso” che si è creato.
Secondo
noi, oltre a muoversi in modo congiunto - editori e librai - per
giungere a garantire un tetto chiaro allo sconto e al rispetto di regole
uguali per tutti, è giunto il momento di stabilire un clima di
maggiore, reale cooperazione.
Proviamo
a chiudere per un attimo gli occhi, fare due conti e immaginare un
futuro diverso
Se,
anziché buttar via ogni anno il 6% del valore del fatturato in libreria
(1 miliardo di euro) a suon di sconti; se evitassimo cioè di buttare
via 60 milioni di euro l’anno, e ne investissimo anche solo metà, cioè
30 (trenta milioni sono una cifra enorme!), in promozioni serie dedicate
alla lettura – non a spettacolini, ma alla lettura vera e propria –
probabilmente ci sarebbero abbastanza soldi non solo per regalare un
paio di milioni di libri durante ipotetiche Settimane del libro (3
milioni per i libri e 2 milioni per materiali promozionali, eventi e
pubblicità), come si fa in Olanda.
La
sensazione è che si potrebbe sponsorizzare una trasmissione televisiva
– fatta con i fiocchi – per ciascuno dei tre canali pubblici
(massimo 6 milioni, che tra l’altro alleggeriscono le spese di
produzione della RAI), si disporrebbe di un centro del libro degno di
questo nome (altri 3 milioni, poi vediamo che farne), si
sovvenzionerebbero corsi di formazione per librai e bibliotecari (altri
3 milioni).
Si
potrebbe addirittura finanziare in modo sostanzioso (abbiamo nel
cassetto ancora 13 milioni, forza che riusciamo a contribuire con
qualche spicciolo anche alle Fiere di rilevanza nazionale e anche qui
alleggerire il bilancio delle Regioni!) qualche progetto creativo che
permetta di far capire ai ragazzini, nelle scuole, che la lettura può
regalare cose meravigliose.
Le
righe precedenti, certamente, sono utopia.
Tuttavia...
è davvero venuto il momento di far tesoro di quanto si fa all’estero,
e tracciare celermente intese fra editori e librai per evitare di remare
gli uni contro gli altri, creando vortici che risucchiano solo denaro
(sconti) ed energie (iperproduzione = iperrese).
Proviamo
a dimostrare, anche solo con qualche episodio, che si possono vendere più
libri anche utilizzando altre strategie.
Magari,
ci convinceremo progressivamente che questo rende di più, e ci
metteremo a investire seriamente (e congiuntamente) su un futuro più
solido, fatto di intese costruttive, regole rispettate, promozioni che
non si traducano in retrocessioni.
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«Venticinque
anni di Marcos y Marcos»
Coolclub,
Pierpaolo Lala, 2006
Intervista agli
editori di Marcos y Marcos
Nel panorama della
piccola editoria italiana un posto di rilievo è sicuramente occupato
dalla Marcos Y Marcos. La casa editrice milanese quest’anno a compiuto
i 25 anni di vita con una decisione che sembrava folle. Nel 2006,
saranno pubblicate infatti 14 novità, anziché le tradizionali 17. Il
risultato? Le vendite sono cresciute del 15 per cento. La Marcos ha
sicuramente segnato il mercato "Se oggi John Fante non è più uno
scrittore relegato alla polvere, forse lo si deve a questa casa
editrice" spiegano orgogliosi Claudia Tarolo e Marco Zapparoli.
"Se le copertine dei capolavori di Boris Vian, ovvero La schiuma
dei giorni, e di John Kennedy Toole, ovvero Una banda di idioti, sono
così inconfondibili, lo si deve allo stile grafico che Marcos y Marcos
ha inaugurato a partire dai primi anni Novanta".
Ma come nasce
l’idea della Marcos y Marcos?
Nel 1981 due amici, Marco Franza e Marco Zapparoli, stampano edizioncine
di poesia, in tiratura limitata, aggraziata e numerata. Subito seguite
da ripescaggi di racconti di classica e contemporanei. Prima di mettere
le mani su veri inediti, e di discreto livello, ci abbiamo messo
parecchio. Avevamo 21 anni, ed eravamo piuttosto ignoranti. E non
particolarmente ambiziosi. Volevamo procedere con calma. Tuttavia,
gironzolando tra librai, tipografi, editori, gente piena di erudizione e
di consigli opportuni, l’appetito si è accresciuto. E nel 1991 è
nata finalmente la collana "portante", gli alianti, in cui
sono usciti Vian, Toole, Fante, Lem, Lahiri, Cavina, Lardner, i premiati
fratelli Strugatzki e i fratelli Ervas, e così via.
Come avete visto
cambiare il mondo dell’editoria e in particolare della piccola
editoria in questi 25 anni?
Il fenomeno più evidente è quello della moltiplicazione sempre più
frenetica delle case editrici e delle novità proposte rispetto a un
mercato sinistramente stabile nella sua drammatica debolezza. Questa
febbre della crescita disorienta i lettori e obbliga i librai a
prestazioni acrobatiche per offrire un minimo di spazio a tutti o quasi;
inevitabilmente, in questa estenuante "lotta per la vita", la
maggior parte dei libri sono destinati a soccombere prima di aver avuto
la possibilità di incontrare i loro lettori. È una selezione crudele e
non sempre vince il migliore...
Quali sono i
vostri autori di punta, a quali siete più legati?
Tra i classici, certamente Lem, Toole, Vian, Dürrenmatt e Hilsenrath.
Tra i nuovi autori, Cristiano Cavina e i fratelli Ervas stanno
proponendo romanzi che hanno il pregio di parlare sul serio del nostro
paese. Il che, in tempi di opprimente narcisismo, stilismo,
giovanilismo, è già un bel passo avanti.
Quest’anno avete
deciso di pubblicare meno novità. Come mai? Qual è stata la molla che
vi ha condotto a questa scelta? A distanza di circa 10 mesi siete
pentiti?
Siamo convinti che i libri abbiano bisogno di tempo: per sceglierli, per
curarli, per promuoverli. Ci sembra che la corsa affannosa alla
produzione nella speranza di imbroccare il grande successo generi
soltanto sprechi a danno della qualità. Noi preferiamo offrire pochi
libri, curarli al massimo e soprattutto investire tempo e risorse per
farli conoscere. A distanza di dieci mesi, possiamo dire che i risultati
hanno superato le nostre più rosee aspettative. Rispetto all’anno
scorso, abbiamo venduto più libri pur producendone di meno. I librai
hanno premiato il nostro tentativo di allentare la pressione numerica e
di migliorare il dialogo sui contenuti.
Nel marasma
generale di libri ed editori come può una piccola casa editrice
"aggredire" il mercato ed essere competitiva?
Può essere competitiva senza aggredire. Occorre cercare i libri con lo
stesso spirito con cui un bravo cuoco predilige ingredienti di origine
locale, freschi, di stagione. E non trattati. Tanto meglio se poi a
scegliere i libri ci sono due "anime": una maschile (Marco
Zapparoli) e l’altra femminile (Claudia Tarolo). Occorre poi
rivolgersi ai lettori senza dire troppo balle. Parlare alla sua
intelligenza e curiosità, invece di perder tempo dicendo che qualcosa
è bello perché è fantastico. O che è imperdibile perché 10
recensori americani hanno detto che è inimmaginabilmente al di sopra di
ogni altro libro ricevuto negli ultimi duecento anni.
Mi citate alcuni
colleghi editori che stimate e guardate con apprezzamento?
Nel nostro paese resistono magicamente numerose case editrici
indipendenti rette dalla passione e dalla tenacia di chi ci lavora. Ci
sentiamo affini a tutte quelle che difendono la dimensione artigianale e
lavorano davvero sulla ricerca. Le prime che ci vengono in mente:
Iperborea, Il Castoro, Cortina.
Quale autore vi
siete fatti sfuggire? Quale vorreste "rubare"?
Per la verità tendiamo a essere contenti di quello che abbiamo, e
crediamo fermamente nel destino: se siamo arrivati in ritardo con
qualche offerta, vuol dire che doveva essere così. Quando ci portano
via un autore ci rallegriamo di aver liberato tempo e risorse. Insomma,
senza un pizzico di follia, questo lavoro non lo fai.
Consigli ad un
giovane editore che vuole avviare una nuova impresa?
Ricordarsi che non basta saper leggere ma occorre davvero saper fare i
conti. Rimboccarsi le maniche, prepararsi al peggio e festeggiare ogni
più piccola vittoria; confrontarsi con la spietata realtà dei numeri e
cercare risposte con creatività. Soprattutto, non smettere mai di
ascoltare.
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«Wuz
intervista Claudia Tarolo»
Wuz, 2009
Ci racconti
perché hai deciso di pubblicare Heloneida Studart?
Ci ha colpito la
sua passione, tanto generosa e femminile: sa unire magistralmente
un'aspirazione generale alla pace come libera coesistenza tra diversi,
con la passione amorosa, erotica, che nei suoi romanzi occupa il posto
che merita senza mai diventare egoistica miopia. Altrettanto bella è la
sua scrittura, ruvida e penetrante. Sono libri che lasciano il segno,
entrano a far parte di noi: i libri che vogliamo pubblicare.
A quale
personaggio del libro ti senti più vicina?
Certamente al
personaggio di Mariana, la sorella forte e intelligente, capacissima di
reggersi sulle proprie gambe, di prendersi le proprie responsabilità e
di agire, eppure consapevole della necessità di abbandonarsi al
richiamo delle emozioni, del cuore.
Come
descriveresti Heloneida Studart?
Come una donna
coraggiosa, impegnata per tutta la vita nella difesa dei deboli, dei
poveri, delle donne, in un paese come il Brasile dove questo ha
significato anche persecuzione vera, prigione. Tutto questo senza
rinunciare alla propria femminilità, ad essere moglie e madre, senza
rinunciare a sognare, a lasciar correre la fantasia nei suoi romanzi.
La libertà è
un passero blu o un Francobollo d'Addio?
La libertà è un
passero blu, un sogno semplice, un'utopia quotidiana. È già tanto
conoscere e accettare i propri limiti, non farsi spegnere e soffocare
dalle infinite, invisibili dipendenze che ci legano, alimentare
un'allegra lucidità. La libertà è un francobollo d'addio, perché
bisogna saper chiudere, dire di no quando è necessario, nella
consapevolezza di poter e dover scegliere per tutta la vita.
La condizione
della donna in Brasile oggi rispetto a ieri?
Questo andrebbe
chiesto a Heloneida, se potesse ancora rispondere. Nei suoi romanzi
ripete "Possibile che per le donne non arrivi mai la libertà?".
Alcuni aspetti sono di certo migliorati, la famiglia non esercita più
un potere assoluto di vita o di morte sulle figlie femmine, la verginità
non è più un valore quasi sacro; eppure molti vincoli persistono,
vischiosi e impercettibili, in Brasile, in Italia, in tutto il mondo.
Soprattutto la condanna a dover scegliere tra femminilità e
indipendenza.
Ci saranno
altri libri di Studart Heloneida da pubblicare?
Ne abbiamo già
uno in programmazione per il 2010, molto bello e molto duro, dove si
parla ancora di amore ma anche di boia, di tortura.
L'importanza
della grafica delle vostre copertine: si ha sempre la sensazione che il
grafico legga prima ogni libro che illustra. Cosa quasi unica in Italia
La verità è che
la nostra è una casa editrice "a conduzione familiare”, dove la
nostra impronta personale è dappertutto: la copertina nasce da una
collaborazione più che collaudata tra noi (io e Marco Zapparoli, i due
editori) che conosciamo intimamente il libro e il nostro illustratore,
Lorenzo Lanzi, che trasforma creativamente in immagini le nostre idee.
Tra i vostri
meriti l'aver tolto dall'oblio e dalla polvere autori come John Fante.
È uno dei nostri
marchi di fabbrica: ridare vita a gioielli sepolti sotto la polvere. È
stato il caso di John Fante, ma anche di Vian, di John Kennedy Toole, di
Dürrenmatt e di tanti altri. La velocità scriteriata che domina questo
mercato di mordi e fuggi rischia di lasciare indietro meraviglie che sta
a noi editori indipendenti, meno schiavi del mercato, proteggere,
salvare, rilanciare, per il piacere dei tanti lettori forti ed esigenti
che esistono pur sempre nel nostro paese.
L'intuito di
trovare fenomeni editoriali come Jasper Fforde...
Si tratta sempre
di saper rischiare: Jasper Fforde veniva ritenuto dai grandi editori
troppo difficile da tradurre, o più in generale da importare, con tutte
le sue invenzioni linguistiche e i riferimenti letterari. Noi abbiamo
creduto di poter fare, con dedizione, fatica e parecchia inventiva, un
buon lavoro, e i lettori entusiasti del mondo inventato da Jasper Fforde
ci hanno dato ragione.
Il mondo
editoriale oggi dove sta andando?
C'è
una tendenza prevalente a puntare su pochi libri, a farne potentissimi
bestseller, assi pigliatutto. Noi, come Heloneida Studart, crediamo
nella diversità, nella varietà delle voci, nei mille rivoli da
difendere nella loro unicità, e la resistenza di tanti editori
indipendenti ci aiuta a sperare
«Fare
gli editori a Milano»
VivereMilano,
Roberta Folatti, 2006
Intervista agli editori di Marcos y Marcos
Com’è
inserita la Marcos y Marcos in questa città, come si sta
muovendo?
La casa editrice
sta attraversando un momento di grande apertura ai nuovi autori di tutto
il mondo. Siamo sensibilissimi al discorso della multiculturalità, a
cogliere le testimonianze significative degli altri mondi. Proprio in un
momento in cui invece la sensazione è che la cultura americana stia
diventando imperante. Le cose più vitali sembrerebbero sempre provenire
da lì. La Marcos sta facendo un discorso diverso, è partita
dall’America, un America classica anni ’30-’60, e ora sta facendo
un excursus dentro la letteratura di tutto il mondo. Se dovessimo
riassumere in un paradigma l’atteggiamento della casa editrice,
diremmo che è quello di costruire un mappamondo letterario. Voci di
popoli e nazioni disparate, Polonia, Russia, Africa, Cina.
La sede della Marcos è in via Padova, una zona particolarmente mista in
quanto a popolazione, l’integrazione è ancora in una fase primitiva.
Le persone che vengono da altri paesi sono ancora molto arroccate sulle
loro posizioni, molto unite, tendono ad aggregarsi tra loro.
Naturalmente dall’altra parte, tra i residenti più antichi, c’è
una presa di distanza. Però secondo noi non esiste un vero conflitto,
anzi ci pare ci sia una convivenza relativamente pacifica. Certo non si
può ancora parlare di scambio. Noi siamo contenti di essere qui, siamo
inseriti abbastanza bene in un ambiente di botteghe, di laboratori
artigiani, che è la dimensione in cui ci riconosciamo di più.
Come sta
Milano secondo voi?
Milano ha una
povertà culturale che ormai è quasi esemplare, soprattutto se la
confrontiamo con Roma, un luogo in cui le istituizoni, le associazioni
ma anche le stesse persone sono in grandissimo fermento. In questo
momento in quella città si stanno incontrando da un lato gli aiuti
istituzionali, da un altro le occasioni e da un altro ancora i desideri.
Questo crea un terreno culturale molto propizio, anche per l’editoria,
che ha la possibilità di inserirsi in un’attività più generale
della città. Qui a Milano è diverso, forse oggi l’unico contributo
possibile è testimoniare il desiderio di conservare le cose che
contano, in un ambiente in cui tutto è assolutamente appiattito.
Resistere.
Milano è una città difficile, sporca, priva di aree verdi, dove andare
in bici è un gesto quasi suicida, dove la gente non cammina per le
strade. Ma ci sono anche cose positive. Nella nostra zona, tra via
Padova, Loreto, piazza Argentina, sono in atto delle riforme
urbanistiche rilevanti, interessanti: stanno creando degli spazi che
consentono di stare per la strada. Idea estremamente positiva. La prova
è che appena questi spazi vengono creati, vengono utilizzati. In via
Morgagni hanno costruito una bocciofila dove prima c’era un
giardinetto sabbioso pieno di siringhe. Beh è diventato un punto di
riferimento incredibile. E’ un’ulteriore prova che il solo fatto di
mettere a disposizione uno spazio è importante perchè la popolazione
lo fa subito proprio, lo usa, lo fa vivere. Lo usano gli anziani, lo
usano tantissimo gli stranieri. Prendiamo anche l’esempio delle piste
ciclabili, le poche che ci sono, lungo i Navigli, sono belle e
frequentate.
In via Padova, stranamente, hanno creato dei bellissimi e spaziosi
marciapiedi, a scapito dei parcheggi e delle auto: secondo noi quella è
la direzione verso cui si deve andare. In città prima di tutto si
devono muovere le persone e le biciclette, il traffico dev’essere
deviato. Tutto questo a Milano non sta accadendo, ma in via Padova un
po’ sì. Ed è bellissimo vedere come questi marciapiedi vengono
subito popolati, diventano un luogo dove stare e parlare
Milano dal
punto di vista del vostro lavoro? E’ facile o difficile portare avanti
il vostro progetto qui?
Milano è un
luogo molto costoso dove stare, quindi tipografi, legatori stanno tutti
fuori, in Brianza. Però le librerie milanesi sono molto importanti. La
nostra è una città strana: apparentemente non c’è nulla, poi di
fatto i lettori stanno qui, è un mercato rilevantissimo. Da questo
punto di vista stare a Milano e avere rapporti coi librai milanesi è di
vitale importanza.
Però tutto questo avviene nella fatica, nella severità, è un fatto di
resistenza, come se si dovesse sempre contrastare un altro mondo fatto
di telefonini, passaggi rapidi, macchine troppo costose, superficialità.
Noi abbiamo la sensazione che manchi un tessuto, un reticolo di case
editrici milanesi significative, insomma si contano sulla punta delle
dita. C’è un salto pazzesco tra le megacase editrici Mondadori,
Rizzoli e quelle indipendenti. Non esiste un’editoria indipendente
vitale, non c’è una rete culturale che faccia capo alle case
editrici. Questa è una cosa molto negativa ed è una specificità
milanese.
Non c’è nemmeno una buona interconnessione tra editori e librai come
c’è a Roma, Roma è diventata il polo delle case editrici
indipendenti, anche perchè esiste un incrocio virtuoso tra librai e
editori.
Perchè a
Milano manca questo?
A causa
dell’atteggiamento del tutto cieco tenuto dalle istituzioni. Non c’è
stato alcun tipo di osmosi fra le realtà editoriali e le posizioni di
Comune e Provincia, tutte le volte che si sono chiesti degli aiuti, in
termini di iniziative, eventi ecc. sono sempre stati rifiutati,
addirittura con derisione.
Poi Roma ha fatto ben vedere cosa si poteva fare, con Massenzio, con le
agevolazioni all’apertura di librerie, con gli infiniti sostegni e
aiuti in termini anche di iniziative. Prendi le biblioteche romane che
fanno continuamente iniziative. La base non sono le sovvenzioni, sono le
attività sul territorio, che coinvolgono tutte le parti.
Il risultato è che gli editori indipendenti a Milano sono sempre di
meno e i librai fanno fatica. E’ molto più facile aprire qualcosa
fuori Milano, ci sono case editrici fiorenti a Varese, Treviso ecc. La
presunta centralità milanese non è più tale, non è più così
strategico stare a Milano.
Se doveste
raccontare Milano a un amico che non la conosce cosa gli direste?
E’ una città
molto severa, ha delle bellezze nascoste, tra cui i lettori. Però non
viene offerta, a noi e a loro, nessuna occasione di incontro.
A Milano molte cose avvengono al chiuso, di nascosto - questa è un
po’ la tradizione della città. I giardini più belli sono celati agli
sguardi. La cosa peculiare di Milano è che bisogna scoprirla con molta
difficoltà, apparentemente può sembrare chiusa, sbarrata. Anche le
cose più ovvie, tipo la gente per strada, i locali all’aperto sono
ristrette in poche zone, il resto è desolato, persino pericoloso.
A Milano non ci sono manifestazioni culturali degne di questo nome che
si svolgano all’aperto. Hanno provato a fare, copiando Barcellona, la
Fiera del libro e della rosa, in aprile. E’ già un passo avanti,
anche se forse dovrebbe essere un evento più legato alla tradizione
milanese. Comunque quando si crea un piccolo varco, le persone
rispondono, ci sono.
Milano ha avuto nel passato tentativi un po’ forzosi di coinvolgere le
persone, ci viene in mente il “risotto in piazza” all’epoca di
Craxi... se le occasioni fossero autentiche, secondo noi le persone
risponderebbero. Ma giustamente i milanesi sono anche molto orgogliosi,
hanno una forte dignità e non sono portati alle cose calate
dall’alto.
Troppe iniziative a Milano sono basate sul mordi e fuggi, sul concetto
di fregare la gente. E poi c’è quest’ossessione di fare una cosa
alla moda, artefatta, pompata. La piaga della moda dà la sua impronta a
molte cose, basate sull’apparenza, sulla falsa “figheria” senza un
vero significato. Anche questo aumenta la distanza con le persone
immigrate.
La Milano di
oggi e sempre più del prossimo futuro vedrà crescere la presenza di
molte culture e popoli diversi: la fermentazione interculturale (rif. a
Card. Martini) è un valore? Se sì come realizzarla (a scuola, nei
servizi, nel tempo libero, nelle iniziative culturali...), qual è la
via milanese al rendere valore questa coesistenza di diversità?
Siamo a uno
stadio iniziale, adesso le persone che sono arrivate da fuori sono un
po’ arroccate, un po’ in difficoltà, anche perché c’è
un’altra parte della città che si ritira, che dice.
Succederà questo: siccome sono proprio le persone appena arrivate ad
usare maggiormente le cose messe a disposizione (spazi, marciapiedi,
giardini), queste realtà nuove alla fine esprimeranno loro stesse dei
prodotti economici e culturali più rilevanti. Ci saranno delle
manifestazioni economicamente più solide sui territori utilizzati:
faranno magari dei bei ristoranti e staneranno i “bianchi”, i
locali, gli autoctoni, i “fondatori” (se vogliamo usare delle
definizioni un po’ provocatorie), che usano meno gli spazi e le
strutture esterne (se tralasciamo alcune fasce come quelle degli
anziani). Potrebbe essere una spinta a che le entità artigianali e
creative utilizzino a loro volta di più l’esterno. E alla fine ci
sarebbe un incontro, un confronto, sul positivo. Lì allora potrebbe
davvero rifiorire la città. Potrebbe esserci la ripartenza rispetto ai
romani. Noi siamo stati a Montreal e lì queste cose si sono un po’
realizzate, c’è un incrocio fra popoli diversi di questo tipo.
Ciascuno ha avuto una fase di difficoltà e assestamento, il passo
successivo è stato l’incontro, all’esterno, mediato da attività più
commerciali. Tornando a Milano, mettiamo che nasca un bar polacco: se è
fatto bene, gli autoctoni sono curiosi di andare a provarlo. Quando si
innescano queste micce, allora le cose partono. Certo l’osmosi verrà
nelle prossime generazioni, ora siamo tutti guardinghi, sia noi che gli
stranieri.
Qual è la
Milano che sta emergendo dalle trasformazioni in atto?
Noi abbiamo visto
delle piccole trasformazioni architettoniche e urbanistiche - anche
plastici di futuri interventi - e siamo rimasti piacevolmente sorpresi
nel constatare con che larghezza e felicità si presenterebbe il
rapporto fra il verde e le cose costruite. Gli spazi dismessi e le aree
ex industriali sono tanti, un lavoro di concerto molto energico per
trasformare queste vecchie strutture in spazi dove si alternino nuove
architetture e aree verdi sarebbe davvero ciò che riqualifica Milano.
La strada non è certamente quella degli ipermercati, che portano alla
desertificazione. La Bicocca alla fine sembra un ghetto, una
realizzazione triste.
Per fare tessuto bisogna riscommettere sulle entità più piccole, sul
fatto che si intersechino attività culturali, piccolo commercio e tante
altre voci.
Prendiamo Bologna: tu attraversi le vie e vedi che c’è un numero
sufficiente di negozi specializzati, che creano flusso di persone, dal
pesce al pane alla liuteria, tanto per fare degli esempi. Ci dev’essere
un sistema articolato di proposte, non come a Milano, dove il quartiere
studentesco ha magari tre lavanderie e nessun negozio. Se uno pensa a
Città Studi sembra incredibile che non ci siano librerie, bar, cinema,
teatri. E’ respingente per viverci. La gente ha bisogno di vivere in
un tessuto misto.
Relativamente
al vostro settore, cosa bisognerebbe fare?
Noi siamo
milanesi e siamo abituati a far da soli, a non aspettarci troppo
dall’esterno. Un mercato del libro in pieno centro, sul modello di
Barcellona, è una buona cosa. Bisogna continuare a creare occasioni di
incontro fra gli editori e i lettori, e qualche evento, magari un po’
meno raffinato della Milanesiana. Va a finire che a Milano quando si fa
qualcosa, si fa una roba raffinatissima, in cui uno si sente anche un
po’ in soggezione.
Ci vorrebbero tante altre iniziative normali, alla portata di tutti,
anche come orari, agibili anche a chi lavora. Nello stile, ad esempio,
delle Biblioteche in giardino.
Le istituzioni dovrebbero offrire, anzichè denaro, molte più
occasioni. Assodato che soldi ce ne sono pochi, potrebbero concertare il
rapporto con le Università e le Biblioteche, intensificando le attività
che ruotano attorno a queste strutture.
Per quanto riguarda le librerie, a noi non sono molto simpatiche le
megacatene, che funzionano come luoghi dove non ci sono davvero delle
persone. Gli eventi organizzati in questi posti rispondono a una logica
pienamente di mercato, per cui se c’è l’autore di richiamo arriva
la gente, se c’è un autore nuovo non viene nessuno. Questo succede
perchè non c’è dietro un rapporto personale coi clienti, una
comunicazione intorno ai nuovi autori: isole felici come la libreria di
porta Romana ne sono rimaste davvero poche.
Che cosa siete
disposti ad impegnarvi a fare per Milano oggi?
A non usare
l’automobile e muoverci solo con la bicicletta... cosa che peraltro già
facciamo, ma saremmo ancora più rigorosi se ci dessero le piste
ciclabili e limitassero il traffico in città. E ad aderire con
entusiasmo a qualsiasi iniziativa coinvolgente che abbia un qualche
legame con la gente.
Quella del cambiamento della circolazione è una battaglia a-politica,
una lotta civile, in cui saremmo disposti a spendere la nostra immagine
pubblica. Si tratta di un ripensamento generale, che comprende una
gestione diversa dei trasporti pubblici, un investimento su tutti i
mezzi alternativi alle auto e una campagna promozionale a favore di
questi. Andare in bici fa bene alla salute e fa bene al traffico, ma
bisogna rendere questo mezzo meno pericoloso. E poi c’è il discorso
legato al riscaldamento, alla riconversione delle caldaie. E quello sul
contenimento dei consumi, facciamo un uso smodato dell’energia, ci
vuole una campagna di educazione e sensibilizzazione. Pensiamo che
questo mondo debba avere un minimo di futuro...
I libri
possono aiutare Milano?
Siamo convinti
che i libri siano sufficientemente dotati di contenuti per dare una
smossa a una città ferma come la nostra. E poi leggere fa bene... un
po’ come andare in bicicletta. Ti tiene ancorato a te stesso, ti mette
a confronto con ciò che c’è scritto. E’ un modo diverso di
affrontare la realtà, leggere fa quasi più bene che scrivere, mette in
circolo delle idee. Leggere vuol dire anche ascoltare. E poi il
contenuto dei libri è spesso sovversivo, in senso vero. Quasi sempre,
nei libri intelligenti, c’è un pensiero forte, un’idea che aiuta a
vivere meglio e a comportarsi in un modo più vicino alla felicità.
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«Il
mondo editoriale. Intervista a Claudia Tarolo, Marcos y Marcos»
LibrInTerra,
Paola Zoppi, 2009
Come
inizia la sua avventura in Marcos y Marcos?
È un’avventura
che parte da lontano, dalle chiacchiere di due giovanissimi amici per
sentieri di montagna; poi le strade si dividono, io scelgo la via più
seriosa del diritto pur continuando a leggere e tradurre, mentre Marco
Zapparoli fonda la casa editrice insieme a un altro Marco che ben presto
se ne va. Tanti anni dopo le strade si incrociano nuovamente per unirsi
nella vita e nel lavoro: da dieci anni Marcos y Marcos ha due anime.
La
sua casa editrice è una realtà editoriale indipendente, brillante e
piuttosto variegata, in che modo valutate e approvate i testi destinati
alla pubblicazione?
I testi che
pubblichiamo sono frutto di ricerche lunghe e complesse, spesso di
rapporti coltivati negli anni. Leggiamo personalmente tutto quello che
ci sembra interessante e non ci accontentiamo mai: pubblichiamo solo
quello che ci piace davvero, che ha un’idea, una voce. È una scelta
per molti versi istintiva, da lettori onnivori e voraci, ma sempre
convinta.
Avete
tradotto e pubblicato Jhumpa Lahiri, straordinaria scrittrice divisa fra
Stati Uniti e India, che ha all'attivo best-sellers internazionali, come
ha scovato questo talento? Come ha affrontato la traduzione de
“L'Omonimo”, dal quale Mira Nair ha tratto il film “Il destino del
nome”?
Jhumpa Lahiri è
un bellissimo esempio di come la grande editoria spesso manchi di
coraggio e spetti a noi indipendenti fare il salto nel vuoto. Quando noi
l’abbiamo scelta, Jhumpa Lahiri era una giovane esordiente che aveva
scritto una raccolta di racconti, L’interprete dei malanni; non
vantava glorie o riconoscimenti internazionali. Ci è stata segnalata da
un amico editore olandese e noi ci siamo innamorati della sua scrittura
cristallina, della sua minuziosità chirurgica nell’analisi delle
relazioni umane. Poi ha vinto il Premio Pulitzer, e i grandi editori si
sono accorti di lei... ma a quel punto era più ovvio, più facile.
Tradurre Jhumpa Lahiri è una bella sfida, perché la sua scrittura è
calibratissima. Ha ritmo, dolcezza e misura. A me la sua precisione
risulta particolarmente congeniale, la lingua entra ed esce senza
intoppi, o almeno così mi sembra; di certo è un piacere profondo della
mente.
I
vostri testi sono indubbiamente contraddistinti da vivaci e colorate
copertine, nettamente riconoscibili sugli scaffali delle librerie, la
carta è certamente fra le più pregiate, come viene studiata la scelta
destinata ad ogni singolo testo?
La carta deve
essere piacevole al tatto, bella da vedere, piacevole alla lettura; da
questo non si prescinde. Quando le cartiere Pigna, da cui ci
approvvigionavamo, hanno chiuso la produzione, abbiamo cercato a lungo
prima di trovare una nuova carta che ci soddisfacesse. Ogni copertina ha
una storia a sé ed è sempre un’invenzione a tre. Io e Marco
discutiamo all’infinito sull’idea da tradurre in immagine, Lorenzo
Lanzi dà la sua interpretazione. A volte siamo tutti convinti al primo
colpo, altre cambiamo due o tre volte idea fino a trovare la soluzione
che ci piace. Del resto la copertina è importantissima, il primo
richiamo per il lettore.
Lei
è certamente una delle più notevoli traduttrici italiane, LibrInTerra
ha voluto dar luce anche a questa professione, così in penombra nel
nostro paese, questo perché nel dialogo interculturale, chi meglio del
traduttore, traduce una cultura. Condivide questo pensiero? Lei come si
prepara nell'affrontare la traduzione di un libro? Quanto conta lo
studio, quanto è talento naturale?
Il traduttore si
assume una responsabilità enorme, perché in realtà trasforma il testo
originario in qualcosa di nuovo, che riparte da zero, creando un nuovo
tessuto da offrire al lettore ignaro. Certo, è una trasposizione
culturale, frutto di un viaggio lungo e faticoso fatto a piedi, qualche
volta carponi… Per tradurre un testo, secondo me, bisogna possederlo,
appropriarsene in senso quasi fisico, che lo si ami o meno.
Personalmente ho bisogno di leggerlo e rileggerlo e poi partire. Quanto
alla formazione, io ho avuto la fortuna di frequentare la miglior scuola
di traduzione che esista in Italia e probabilmente nel mondo: cinque
anni di liceo classico, ogni giorno a tradurre letteratura da due lingue
diverse e meravigliose. È stata la mia palestra e la scoperta di una
passione.
Marcos
y Marcos organizza anche corsi di editoria di notevole qualità, lei
consiglierebbe la professione di editore? Quale suggerimento vorrebbe
dare a chi vuole avvicinarsi al mondo editoriale?
La professione di
editore presuppone caratteristiche strane unite insieme: passione
animale per i libri in senso materiale e immateriale, propensione fatale
al gioco d’azzardo, anima recondita da mercante. Chi ha queste
caratteristiche può fare l’editore e divertirsi, chi non le ha meglio
che lasci stare. Naturalmente il mondo dell’editoria è vasto, e
ciascuno può trovare il suo territorio più congeniale: molto diverso
il ruolo dell’ufficio stampa, estroverso e chiacchierone, da quello
del redattore, pignolo e silenzioso. Corsi come il nostro offrono la
possibilità di decifrare i molti risvolti del mestiere, e sono
utilissimi per capire se abbracciarlo, tenersene alla larga o scegliersi
un proprio orticello più o meno appartato.
Qual
è la realtà editoriale italiana, in questo periodo storico così
difficile, in un settore, quello culturale, dove gli investimenti paiono
essere sempre più radi?
Anche
l’editoria funziona come ogni altro settore privato nel nostro paese:
chi ha spirito di sacrificio e intraprendenza ce la può fare nonostante
tutto. I lettori sono pochi ma forti e agguerriti, il desiderio di
qualità è diffuso più di quanto non si pensi. Certo, uno stato più
collaborativo non farebbe male...
Qual
è il suo sogno nel cassetto, per il suo futuro editoriale?
Sogno che gli
autori italiani bravissimi che abbiamo scovato, amato, protetto e
portato nel mondo ottengano il riconoscimento che si meritano anche con
una casa editrice come la nostra, indipendente e avventurosa ma senza
ricchezze e senza potere.
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«Twenty
questions 2010 a Marcos Y Marcos»
MilanoWeb,
Grigo, 2010
Intervista agli editori di Marcos y Marcos
In
che anno nasce
la vostra casa editrice?
"Nel 1981,
quindi l’anno prossimo compiamo 30 anni."
Quanti libri pubblicate ogni
anno?
"13 titoli
di narrativa, 1 di poesia, 4 saggi."
Narrativa straniera o italiana?
"10 titoli
di narrativa straniera, e 3 di italiana."
Poesia?
"Normalmente,
un titolo di poesia all’anno, alternando un poeta italiano a un poeta
straniero. Quest’anno pubblichiamo per esempio il nuovo libro di Fabio
Pusterla, e la celebre poetessa cilena Gabriela Mistral, che vinse il
Premio Nobel. E, ogni due anni, nella collana 'Testo a Fronte',
proponiamo un’antologia di poeti esordienti italiani."
La prossima pubblicazione?
"Fulvio
Ervas, 'Finché c’è prosecco, c’è speranza'. Un autore su cui
puntiamo particolarmente. Capace di raccontare in modo spiritoso i
problemi e le contraddizioni del Nord-est, ma anche di proporre con
eleganza tematiche ecologiche e tecnologiche."
Cosa ne pensate del fatto che ci
siano case editrici che arrivano a chiedere fino a 8.000 euro per
pubblicare un esordiente dopo averlo paragonato a Faulkner e Hemingway?
"Siamo
ovviamente contrari, ci sembra una forma assurda di sfruttamento del
desiderio di pubblicare. Un vero editore scommette economicamente su un
autore, perché è convinto che abbia un valore e quindi più che 'spennarlo',
investe su di lui. Altrimenti, più che un editore è un avido
tipografo."
Quanti manoscritti vi arrivano
ogni anno?
"Circa 1.200
(milleduecento): e nonostante ci siano pochissimi testi davvero
interessanti, siamo convinti che da lì, un giorno, spunterà un romanzo
splendido."
In che percentuale la proposta di
uno scrittore sconosciuto trova la via della pubblicazione?
"Il fatto
che sia sconosciuto non è mai, nel nostro caso, una pregiudiziale
negativa. Il punto è solamente: questo testo racconta davvero una
storia, mette in scena personaggi, dispone di un stile che possono
interessare persone con gusti diversi dai parenti di chi lo ha
scritto?"
In che percentuale il lavoro di
un editor influisce sul prodotto finale?
"Moltissimo,
il lavoro di editing è estremamente importante. Soprattutto il rapporto
fra autore e editor, un rapporto basato sulla fiducia, sullo scambio
aperto e cooperativo, è fondamentale."
Quante copie prevede la prima
tiratura di un nuovo testo?
"In media,
3.000 copie, se si tratta di un autore che pubblichiamo per la prima
volta. Altrimenti, si sale anche a 4.000 copie. Nel caso degli autori più
affermati, come Cristiano Cavina, di cui ricordiamo 'I frutti
dimenticati', candidato l’anno scorso al Premio Strega, o Michael
Zadoorian, autore di 'In viaggio contromano', la prima edizione è di
10.000 copie.
Avete provato a bocciare una
proposta che poi, con un altro editore, si è rivelata un successo?
"Fino ad
oggi non è mai successo, ma se anche accadesse, non ce la
prenderemmo."
Potete dire il libro che vi è
piaciuto di più, fra gli ultimi letti, non pubblicato però dalla
vostra casa editrice?
"Paolo Nori
- 'I malcontenti', appena pubblicato da Einaudi."
In generale, i 3 libri della
vita…
"Balzac: 'Le
illusioni perdute' - Yourcenar, 'Memorie di Adriano' - Dostoevskj, 'I
fratelli Karamazov'.
E
i 3 dischi…
"Stravinskij, 'Sacre du Printemps' - Miles Davis, 'Kind of Blue' -
Radiohead, 'Hail To The Thief'."
Quando
avremo anche a Milano il Salone del libro "alla torinese"?
"Ormai è
troppo tardi per pensare a una iniziativa analoga a quella di Torino, e
aggiungiamo che anche la Fiera dell’editoria indipendente di Roma è
molto importante. Di festival e fiere del libro ce ne sono ormai
milioni. In futuro, Milano dovrebbe offrire nuove occasioni per
promuovere la lettura, che è la cosa più importante. Sulla promozione
della lettura ci sono ancora parecchi buchi da colmare."
E adesso qualche domanda di
carattere generale… Cosa ne pensate del fatto che 'Economist' abbia
definito il nuovo decennio appena iniziato "debtcade", cioè
dei debiti?
"In realtà,
questa definizione ci pare più calzante per il decennio precedente.
L’economia è stata drogata dalla finanziarizzazione del mondo. Questa
sarà una decade durissima, perché occorrerà ritrovare nuovi equilibri
fra debiti e crediti. Fra economia reale e economia virtuale,
un’economia troppo basata sulla rapidità con cui si spostano i soldi,
anziché sulla creazione di cose che hanno un reale valore. Una delle
frasi più abusate nel mondo della finanza, negli anni scorsi, è stata
'creare valore'. Una vera e propria fandonia!
Come vivrebbe l'uomo se i suoi
livelli di serotonina fossero tarati a un livello maggiore?
"Probabilmente
vivrebbe immerso nei libri. No, scherziamo. Ci sembra una domanda
davvero difficile, è sempre difficile giocare a 'come sarebbe se'..."
Un voto alla televisione
italiana…
"Davvero un
grande testimone e un grande produttore di omologazione e volgarità."
A Vladivostok ci sono le spiagge?
"Penso di sì,
ma non sappiamo se siano in condizioni migliori o peggiori delle spiagge
di Taranto."
Qual
è l'angolo milanese che vi affascina di più?
"L’interno
dell’Accademia di Brera. Si tratta di un luogo magico per parecchi
motivi. Una specie di cittadella ricca di cose molto diverse. C’è la
Pinacoteca, piena di bei quadri nonostante le migliaia di tele relegate
in cantina. C’è l’Accademia, con tutte quelle aule grandi e
misteriose, piene di materiali manipolati dai giovani. C’è l’Orto
Botanico, un giardino che emana profumi impensabili nel centro di una
metropoli. C’è l’antichissimo Osservatorio, una finestra su cose
molto distanti. C’è la Biblioteca Braidense, una delle più belle ed
eleganti al mondo. Ci sono vialetti e angoli dove meditare.… davvero
un luogo infinito. Borges non aveva idea di che meraviglia fosse
Brera."
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