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Pareri & interviste


Un incontro con Marcos y Marcos
Sul romanzo, Deborah Pirrera, 2010
All'inizio era poco più che un sogno di due ragazzi ventenni, Marco Zapparoli e Marco Franza, oggi questo sogno si chiama Marcos y Marcos ed è una realtà editoriale ben consolidata con quasi trent'anni di vita alle spalle. Nell'ultimo anno, facendola in barba alla crisi in generale e a quella della carta stampata in particolare che purtroppo ha fatto chiudere piccole realtà editoriali e librerie schiacciate dalla concorrenza, la casa editrice milanese ha visto aumentare il suo fatturato del 25%:una crescita assai significativa.
Accade che chi lavori nella “nicchia” possa essere anticiclico, quasi insensibile al trend che caratterizza il mercato generale, la media, trend effettivo che lascia i suoi segnali negativi penalizzando le vendite veloci che si spostano ai centri commerciali e alle grandi librerie. È lecito immaginare che i lettori forti rinuncino ad altri beni ma non al libro, considerato un bene primario, cosa che invece accade al lettore debole, il quale compra saltuariamente libri: questa
è proprio la fascia più colpita oggi dalla crisi. il calo di
vendite si registra soprattutto tra quanti seguono piuttosto i fenomeni letterari del momento, lo scrittore di culto per una stagione che sia il personaggio di spettacolo o televisivo. si presume che chi acquista un libro Marcos y Marcos appartenga alla fascia del lettore forte, quanti hanno più voglia di investire e di avventurarsi in nuove scoperte. ed ecco il perché di tanto successo, anche se il calo di vendita dei libri, di qualunque libro, toccando le librerie non può non toccare una casa editrice quindi, indirettamente, anche la Marcos y Marcos.
Ma facciamo un passo indietro. si era alla fine degli anni ’70 e Marco zapparoli e Marco Franza, allora studenti universitari, conobbero un poeta cileno di quelli che vendevano oggettini davanti alla satale,
il quale, intenerito dal progetto ambizioso dei due ragazzi convinti di voler fondare una casa editrice di “nicchia”, quando riuscì a pubblicare il suo primo libro di poesie lo dedicò a loro, para Marcos y Marcos, ai due “Marchi”: Marcos y Marcos, appunto.
Marco franza si è tirato indietro molto presto dal progetto iniziale: era piuttosto un teorico, un intellettuale, come dire un sognatore della letteratura; ha preferito fare l’impiegato
di un’azienda piuttosto che vedere l’attività intellettuale e il suo amore per i libri contaminati dal commercio e dalle leggi di mercato. ora coltiva privatamente la sua passione per i libri. al suo posto, qualche anno dopo, è subentrata Claudia Tarolo, dalla cui voce ho raccolto queste testimonianze. claudia tarolo e Marco zapparoli si conoscevano già da studenti e poi si erano persi di vista seguendo ognuno la propria strada; dodici anni fa si sono
ritrovati, nella vita e sul lavoro. claudia ha rinunciato con non poco coraggio alla propria carriera, “facevo tutt’altro” per diventare una coppia fortissima dell’editoria e una coppia di fatto nella vita. “certamente parliamo non dico sempre ma quasi sempre di lavoro, c’è una coincidenza molto forte fra il lavoro e la passione e viviamo giorno dopo
giorno la fortuna di poter fare il mestiere di editori come lo vogliamo fare, fortuna che ci conquistiamo giorno dopo giorno e che è partita dal nulla. ci mettiamo tutta la nostra passione, cosa che è facile quando si fa quello che ti piace: entrambi amiamo lavorare sporcandoci le mani con la materia libro. non esiste la componente competitiva perché siamo abbastanza complementari nella vita come sul
lavoro. È difficile che ci siano delle zone di frizione, lui cura tutti gli aspetti commerciali, esterni, promozionali. io mi occupo di talent scouting, editing, mentre sulla grafica, sul testo, sulle produzioni le scelte fondamentali le facciamo sempre insieme”.
l’idea iniziale di Marco zapparoli, che non è troppo mutata nel tempo, era quella di una casa editrice che amasse in primo luogo l’oggetto libro vedendolo come un oggetto quasi artigianale, infatti i primissimi libri della Marcos y Marcos erano piegati a mano, edizioni numerate in carta pregiata, cosa che trent’anni fa ancora non esisteva, anche se oggi il mercato è saturo di questo genere di iniziative editoriali. Marco e Marco andavano personalmente a fornire le librerie e i librai, piuttosto incuriositi, offrivano loro qualche spazio ospitandone alcune copie. Parlando di spazi la prima sede della casa editrice era in via settala, sempre a Milano, vicino alla stazione centrale, una
mansarda piccolissima che in realtà era anche la
casa di Marco zapparoli.Poi la Marcos y Marcos si
è spostata rimanendo in via settala ma in uno spazio più grande. dieci anni fa il salto negli ampi locali di via Padova, redazione e magazzino tutto insieme 
“con colonne molto suggestive di libri sparse un po’ovunque”. E infine la sede attuale, in via ozanam a due passi dal centro, facilmente raggiungibile
con la metro, sede che, a dire il vero, ricorda ancora molto la mansarda iniziale se non per dimensioni quantomeno per la predominanza del legno chiaro. non è difficile immaginare che non sia neanche l’ultimo dei traslochi vedendo come libri e scatoloni si stiano ancora pericolosamente ammassando, sebbene il magazzino e la redazione non condividano più gli stessi spazi. Oggi alla Marcos y Marcos sono in sette a lavorare, in un silenzio che in pieno centro di Milano risulta quasi surreale, e oggi come allora la casa editrice si basa esclusivamente sui proventi della vendita dei libri, registrando in assoluto il suo primato di vendite con il libro Una banda di idioti di
John Kennedy Toole, lo scrittore morto suicida nel 1969 a poco più di trent’anni.
La casa editrice fa il proprio punto di forza nella scoperta di autori italiani venuti dal nulla, non che non abbia concorso al giusto riconoscimento in italia di autori stranieri altrove conosciuti e premiati, ma in quel caso si trattava di scrittori che già nei loro paesi godevano di grandi fortune.
Il mestiere Claudia e Marco lo hanno imparato strada
facendo, misurandosi di volta in volta con problemi nuovi e affinando gli strumenti per superarli; magari un tempo si vendevano meno libri ma la concorrenza era di certo meno agguerrita. Il loro fiore all’occhiello, lo scrittore si può dire di cui vadano più fieri, è Cristiano Cavina, ora conteso da molte grosse
case editrici: «lo abbiamo preso da piccolo e poi la nostra è diventata una specie di alleanza, una sintonia su come fare questo lavoro. Anche lui, in pieno accordo con la nostra politica, non vuole venire a compromessi con case editrici che possano avere più potere, vuole semplicemente essere conosciuto solo per le sue doti, per un talento che c’è o non c’è attraverso una risposta che deve arrivare dai lettori senza pressioni esterne, considerando l’attività di scrittore come un’avventura, una conquista vera, autentica, legata all’esposizione in prima persona, non calata dall’alto ma raggiunta con fatica e puntando alla qualità. Mentre per vivere continua a fare le pizze, anche se comincia ad avere solo ora qualche provente derivato dalle vendite dei libri». dopo aver parlato di passato e di presente azzardiamo un’ipotesi sul futuro: cosa sarà della Marcos y Marcos negli anni che vedranno
prepotentemente affermarsi l’editoria online e l’e-book? Bisognerà continuare a sperare che almeno per la narrativa il libro, oggetto comodo, “lettibile” (da leggere a letto e da tenere sul comodino) autosufficiente, quasi indistruttibile, rimanga imbattibile. Per altri generi letterari, dalla
manualistica al saggio «la Marcos non teme la crescita dell’era online, certo ci sarà da attrezzarsi, ma già un buon punto di partenza è pensare a questa evoluzione come una grossa opportunità, come in realtà è. la cosa bella potrebbe essere, essendoci anche una crisi mondiale della carta su cui vale la pena fermarsi a ragionare, che si continuino a stampare solo i libri che vale la pena di stampare e di leggere. noi cerchiamo di farlo di già, oggi come allora: pubblicare libri che abbiano il diritto di restare
nel tempo»



Editori in vacanza

Due Marcos in bici lungo il Danubio
La Stampa, Tuttolibri, Mirella Appiotti 2010

“Pedalare per mille chilometri è un antidoto perfetto contro le frenesie editoriali”, quelle che per Claudia Tarolo e Marco Zapparoli, quarantenni, sposati loro due e ancor più “sposati” con la loro casa editrice, Marcos y Marcos. “La spiaggia non va bene, sembra fatta apposta per leggere manoscritti; la montagna aiuta ma non basta, tutte le nostre copertine sono nate lungo i sentieri alpini.
Così da qualche tempo abbiamo scoperto le due ruote: un gioco, un’avventura e...sonni di piombo”. Dopo il periplo di Vancouver Island e della Nuova Zelanda, quest’anno un classico: la ciclopista del Danubio. “Siamo partiti in treno per Passau. Di lì lungo il fiume sino a Budapest, 80 chilometri al giorno, tra riserve naturali e luoghi mitici. Melk, Linz, Vienna, ci fermiamo dove capita, magari quando piove più forte. La sera, davanti a una birra, apriamo “Rosso Floyd” di Mari, “Bellas Mariposas” di Atzeni, “Operaie” di Leslie Chang e finalmente “Il ponte sulla Drina”, “Tempo di uccidere”, “Vita e destino”, con la libertà dei lettori, senza secondi fini”.

Certo, inevitabile qualche strappo, impossibile non scavare nelle librerie di Vienna: “In fondo, uno scrittore geniale come Jasper Ford l’abbiamo scovato a Copenhagen. In bicicletta”.






Non è un paese
per gli e-book
«In Italia la carta conta più che altrove»

europaquotidiano.it, Giovanni Dozzini, 2010

Intervista a Marco Zapparoli

Va bene la tecnologia, va bene la comodità. Ma un conto è tenere in mano un oggetto dal fascino antico come un libro fatto di carta e inchiostro e colla e un altro è trafficare con un aggeggio elettronico, imbambolarsi di fronte all’ennesimo schermo, ritrovarsi a guardare trame di luce artificiale come ormai succede quasi in ogni momento del giorno. Insomma, ben venga l’e-book, ma andiamoci piano. Se i dati diffusi recentemente dall’Aie raccontano di un mercato in crescita costante (ma a dicembre dovrebbe coprire non più dello 0,1% del totale), la diffidenza del grosso dei lettori fatica ancora a venir meno. Ma gli editori, cosa ne pensano?

Avete presente la Marcos y Marcos? Copertine colorate, ruvide, con illustrazioni splendide, pagine leggere che per sfogliarle basta sfiorarle, caratteri eleganti. Dietro e dentro la Marcos y Marcos ci sono Marco Zapparoli e Claudia Tarolo, marito e moglie, famiglia e lavoro e passione tutto insieme. L’abbiamo chiesto a lui, a Zapparoli, che futuro dobbiamo aspettarci, per l’e-book. E lui, come tutti nell’ambiente, non si sbilancia più di tanto. Perché soprattutto in Italia fare previsioni è difficile.

«Sicuramente», dice, «da noi l’e-book incontrerà qualche resistenza in più che altrove. Da una parte c’è una compagine di lettori forti molto legati al libro tradizionale, mentre dall’altra c’è una folta rappresentanza di compratori di libri che amano notevolmente quest’oggetto pur non leggendo così tanto». Gente che compra molti più libri di quelli che riesce a leggere, quasi per puro gusto estetico. Uno potrebbe pensare che questo accada un po’ dappertutto. E invece no. «Prendiamo Francia o Germania. Lì i lettori forti sono più interessati al testo in sé, possono prescindere dall’idea dell’oggetto: per loro la versione digitale vale quella cartacea».

L’impressione, in ogni caso, è che con l’espansione degli e-book gli editori si ritroveranno a pagare non poco in termini di riconoscibilità del proprio marchio. In fondo la ricerca della peculiarità – nella scelta delle copertine, della carta, dei formati – è da sempre una costante nel mercato editoriale. E Zapparoli, quello delle copertine colorate e tutto il resto, non può che essere d’accordo.

«Pagheranno molto, sì. È indubbio che si riscontrerà una certa perdita di identità. Spesso il rapporto con i lettori è anche un po’ feticistico, e con la scomparsa dell’oggetto questo rapporto sarà in qualche modo depotenziato».

Ma c’è un altro aspetto della questione che dovrebbe preoccupare tutti i piccoli editori. Vale a dire quello che riguarda i librai. Perché «se l’e-book prenderà piede, li indebolirà per forza, e di questo non c’è proprio bisogno. Noi siamo convinti che i librai siano molto importanti nel sostegno degli editori di qualità. E se già tra poco tempo le librerie perderanno fette sempre più consistenti delle vendite di manuali e classici a vantaggio delle edizioni elettroniche, avranno meno risorse e meno possibilità per occuparsi di narrativa. È questo scenario, a mio avviso, che è destinato a cambiare radicalmente entro i prossimi tre anni. Ci saranno sempre meno librerie, che dovranno essere molto più forti per non farsi scappare i lettori».

Da qualche parte, comunque, questi e-book si dovranno comprare. Stanno nascendo parecchi portali dediti alla loro vendita, e la Marcos y Marcos ha già aderito a una di queste librerie online di seconda generazione, BookRepublic. «Un sito che unisce venditori ed editori di qualità (tra cui Minimum Fax, Isbn, Voland, ndr): questa corresponsabilità può essere un’ottima forma di garanzia». Però l’editore milanese non metterà online i suoi libri migliori. «Perché non vogliamo far concorrenza ai librai, e perché continuiamo a credere nel libro fatto di carta. In altre parole, tecnicamente siamo pronti, ma svilupperemo una formula particolare. Di fatto, stiamo pensando a dei contributi digitali da prevedere in allegato ai libri tradizionali, come delle bonus track, qualcosa che sia complementare al libro, e non una sua alternativa ».

Vale ancora la pena di puntare sul libro di carta, insomma. E per l’anno prossimo, in occasione dei trent’anni di attività, la Marcos y Marcos ha pensato di rilanciare il meglio del proprio catalogo non cedendo alla tentazione di riproporlo in formato digitale, come faranno in molti. Anzi. «Faremo delle nuove edizioni di pregio: copertine più belle, formati un po’ diversi, magari un prezzo un po’ più basso. Siamo sicuri che i lettori apprezzeranno. Perché un libro è come un bel concerto: comprandolo vai sul sicuro. Al pari di un concerto ha qualcosa di effimero e irripetibile, e per goderlo non hai bisogno di nient’altro. Un concerto, non un vinile: per ascoltare un disco ti serve un buon giradischi, e c’è sempre il rischio che il supporto non funzioni, si rovini. Non si sa mai».

Nel libro tradizionale, in altre parole, a differenza di quanto vale per l’e-book forma e sostanza si fondono quasi magicamente.

Per questo non scomparirà mai. Attenzione, però. Le cose cambieranno comunque di molto. Magari non subito, ma già nei prossimi cinque-dieci anni. Gli strumenti per poter leggere gli e-book, infatti, sono e saranno sempre migliori. E non stiamo parlando solo di iPad. «C’è già in giro roba di qualità molto più alta», garantisce Zapparoli.

«Perché arrivi in Italia ci vorrà un po’, come sempre, ma tra non molto potremo disporre di qualcosa di molto simile all’ebook reader ideale. E allora il mercato si dovrà adeguare, per forza. Magari la porzione dedicata alle novità si ridurrà drasticamente, si faranno meno libri e tirature più limitate». E a quel punto? «Bisognerà essere ancora più attenti. E ancora più bravi».

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Parola d'Editore
Marcos y Marcos: Indipendenti e fieri di restare così. Come i loro autori

Il secolo d'Italia, Igor Traboni, 2009

Intervista a Claudia Tarolo

«Eravamo in vacanza in Nuova Zelanda e un giorno siamo entrati in una libreria di Auckland, la capitale, e abbiamo chiesto alla commessa di consigliarci un autore, un volume. Lo abbiamo letto, ci è piaciuto e così abbiamo scoperto Janette Turner Hospital. L’abbiamo cercata, trovata e così l’8 ottobre uscirà il suo “Orfeo perduto”, libro nel quale crediamo molto, la storia tra un musicista e una scienziata che si occupa di matematica della musica, di un grande amore, passione comuni e un misterioso attentato. Invece adesso Marco è in Cile, me lo immagino entrare ed uscire da chissà quante librerie e poi tornare in Italia con qualcosa di interessante da pubblicare».
Anche così, in queste maniera tra l’epico e il romantico, alla Marcos y Marcos scoprono nuovi autori, la vera forza di un editore che ha saputo mantenersi indipendente nei suoi dieci anni di vita, ritagliandosi una bella fetta di visibilità e qualche soddisfazione, come la finale dello Strega con “I frutti dimenticati” di Cristiano Cavina, fresco vincitore del Premio Castiglioncello.

Il Marco dell’episodio iniziale è Zapparoli (l’altro Marco del nome, ovvero Franza, nel frattempo è invece uscito dalla società) mentre la voce narrante è quella di Claudia Tarolo, già brillante dirigente di una multinazionale e poi assorbita dalla bella avventura della casa editrice, cui si è dedicata anima e corpo.

«Siamo contenti di aver mantenuto la nostra dimensione abbastanza piccola, ma soprattutto indipendente – riprende a raccontare in maniera coinvolgente la Tarolo – e facciamo molto affidamento sui librai indipendenti. Sia noi che loro riusciamo così a difendere le cose che amiamo. Nel nostro caso quello che vogliamo pubblicare, gli autori che scopriamo, in maniera un po’… vagabonda per il mondo,

ma anche in contatto con altri editori non solo europei o addirittura tramite internet, modalità meno… romantica ma comunque efficace. Attualmente pubblichiamo tredici novità l’anno. Forse è un numero piccolo rispetto ad altri editori, ma questa è la nostra dimensione. Anche perché così riusciamo a seguire gli autori e, in qualche maniera, a farci seguire da loro…».

Un momento: editore indipendente, solo 13 titoli l’anno, una piccola struttura (all’inizio poco più che una mansarda) a Milano: ma allora, il segreto per farcela dov’è nascosto?
«In casa editrice siamo pochi – sorride soddisfatta la Tarallo – ma ognuno di noi lavora per tre, così facciamo tutto… al prezzo di uno! ».

La qualità, come dimostra il catalogo, non ne risente, anzi:
«Da un paio di anni abbiamo deciso di produrre di meno, ma di leggere di più. Così arriviamo a voci fresche, originali, che il pubblico dimostra di gradire. E gli autori, come dicevo, apprezzano questo progetto».

In questi giorni, ad esempio, la Marcos y Marcos sta portando in giro Michael Zadoorian, in America lanciato proprio dai librai e qui da noi fresco del successo di “In viaggio contromano”. E anche il suo sarà un viaggio italiano in contro… tendenza rispetto alla grande editoria: la Marcos lo accompagna soprattutto nelle città di provincia, isole comprese, e nelle solite librerie indipendenti, a contatto con tanti lettori forti.

«In questo modo i nostri autori li facciamo conoscere veramente – aggiunge Claudia Tarolo – e devo dire che, in un momento non buono anche per l’editoria, noi invece siamo in crescita, grazie anche al passaparola di quanti amano il nostro marchio. Piccoli numeri ma interessanti. Proprio come i nostri libri e i nostri autori».

Va bene, poi però arriva il pesce grande e…
«Non sempre succede così – riprende il coeditore della Marcos – Con Cavina, ad esempio, è accaduto l’esatto contrario. Dopo il successo l’hanno cercato in tanti e comunque può vantare diversi tentativi di imitazione, come la settimana enigmistica. Ma lui è rimasto con noi, perché dice di sentirsi come Asterix nell’ultima provincia della Gallia. E che qui può restare indipendente. E comunque di successo».

Ma ci sono altri libri che stanno per segnare la nuova stagione della Marcos y Marcos, ad iniziare da “Follia docente” di Fulvio Ervas, già in catalogo con l’editore milanese grazie a “Pinguini arrosto”: quello un poliziesco, questa la storia (ma non la solita solfa del genere…) del professor Elia, tra avventure, disavventure e farneticazioni di un docente in balìa della tempesta scolastica.

Poco più in là, ad ottobre inoltrato, uscirà invece “In fuga con la zia” di Miriam Toews, altra autrice nella quale la Tarolo crede molto:
«L’abbiamo scoperta in Canada e questa è la storia di una zia on the road. La protagonista ha appena 28 anni, ma già una famiglia disastrata alle spalle, compresi i nipoti con i quali intraprende questo viaggio, fino al confine con il Messico a cercare il padre. Viaggio che diventa lo spunto di un dialogo continuo, e pieno di sorprese, tra una zia molto giovane e due nipoti ancora più piccoli».

Un’altra scoperta internazionale della Marcos è l’indiana-statunitense Jhumpa Lahiri: «Ci è stata segnalata da un amico editore olandese. Brava, ma senza riconoscimenti internazionali, e così i grandi editori non hanno colto l’occasione. Noi abbiamo preso e tradotto la raccolta di racconti “L’interprete dei malanni”, rapiti da una scrittura cristallina, minuziosa, Poi ha vinto il Pulitzer e tutti si sono accorti di lei…».

Ma Claudia e Marco vanno avanti, con il gusto indipendente di chi può permettersi il lusso di entrare in una libreria di Auckland o battere la provincia italiana (ancora Cavina, a lungo inquilino di una casa popolare in un paese romagnolo) per tirare poi fuori tredici gemme l’anno.

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«Un bravo editore non ha pregiudizi: esce a caccia fischiettando e si lascia guidare dal fiuto»
La luna di traverso, Giammarco Raponi, 2009

Intervista agli editori di Marcos y Marcos

I primi a rispondere alle nostre domande sono i Direttori della casa editrice Marcos y Marcos: Marco Zapparoli e Claudia Tarolo. Questa casa editrice, dall’esperienza ormai trentennale, nasce e cresce a Milano, partendo da piccole pubblicazioni fino ad arrivare a oggi con un catalogo ricco e articolato, corsi di editoria, arditi progetti in divenire come “BookJockey Day” e la “Letteratura Rinnovabile”. Grazie alla Marcos y Marcos oggi leggiamo e amiamo Boris Vian, John Fante, John Kennedy Toole e tanti altri, e, sempre grazie ad essa, possiamo inoltre scoprire autori contemporanei italiani, e non solo, di grande qualità come Cristiano Cavina, Davide Longo, Pedro Lemebel, Michael Zadoorian. Una casa editrice, dunque, che non si dimentica ma che si segue, fedelmente e con fiducia.

Com’è nata Marcos y Marcos, ma soprattutto: chi sono Marco Zapparoli e Claudia Tarolo e cosa fanno?

Marcos y Marcos è nata un po’ alla volta. Per qualche anno è stata piccolissima, poco più che un sogno, poi si è evoluta pian piano, sempre più intenta a mettere radici che a crescere troppo rapidamente in altezza. In principio c’erano due Marco, Zapparoli e Franza, poi il secondo Marco se n’è andato, e undici anni fa, dopo un lungo periodo monomarcos, Claudia Tarolo ha preso il suo posto. Marco Zapparoli e Claudia Tarolo sono animali abbastanza simili, tipi di cui si dice: dio li fa e poi li accoppia. Amano parecchio leggere e giocare, sono un po’ estremisti, in genere non hanno paura. Fanno gli editori anche quando dormono e non sempre sono di buona compagnia; esemplari, in questo senso, due battute di dialogo con una figlia:

− Noi: questa non è una cena normale, è una cena di lavoro.

− Figlia: allora è una cena normale.

È che i due si sentono circondati da parecchie meraviglie, e prendono molto sul serio il compito di farne circolare qualcuna, di innescare incontri che hanno conseguenze.

Perché pubblicare un libro: ovvero da dove parte la ricerca di autori e nuove proposte? Come valutate il materiale sia dal punto di vista della linea editoriale sia come lavoro pratico di selezione? Dove viene “cercato” l’autore e quanto peso nella scelta riservate alle proposte degli agenti letterari così amati/discussi?

Un bravo editore non ha pregiudizi: esce a caccia fischiettando e si lascia guidare dal fiuto. Se ha la fortuna di essere indipendente, può divertirsi parecchio. Mentre arrivano fiumi di proposte, non si deve rinunciare a battere terreni inesplorati. Il criterio è sempre lo stesso: tendere occhi e orecchie per sentir squillare la qualità. Gli agenti a volte sollevano un po’ di polvere, ma un buon libro si può nascondere ovunque. La difficoltà maggiore per noi, in realtà, è trovare il tempo per vagliare con calma tutto ciò su cui, in un modo o nell’altro, mettiamo le mani. Non ci poniamo confini di genere, o territorio. Un buon libro è sopra le parti.

Casa editrice/mondo web: qual è il rapporto, sia a livello di scouting ma non solo, tra voi e l'infinita complessità di offerta da parte di chi scrive online? 

Internet è oceanico, ma esistono piste anche lì; basta saperle individuare e seguire. Le informazioni offerte sono fin troppe, certo, ma hanno spesso il vantaggio di essere imparziali, di esprimere punti di vista liberi e personali. Abbiamo trovato autori importanti tramite il web – è il caso di Michael Zadoorian – e molti lettori hanno scoperto noi, o nostri libri poco conosciuti, grazie all’ampiezza del web. Usata bene, è una risorsa in più da ogni punto di vista.

Nel vostro lavoro, ormai trentennale, di scandaglio della narrativa esordiente e non solo quali sono le caratteristiche, sia personali che letterarie, che oggi vi colpiscono maggiormente in uno scrittore per poterlo pubblicare? Vi sono capitati nel corso di questi anni, in tal senso, incontri inizialmente sfortunati che poi si sono rivelati estremamente belli e favorevoli?

Spesso i nostri autori ci assomigliano, inutile negarlo: avventurosi e folli, capaci di entusiasmo, e di non mettere il successo, o l’illusione del successo, davanti a tutto. Non ricordiamo incontri partiti male e finiti bene, piuttosto il contrario: ci è spiaciuto perdere per strada un autore indubbiamente dotato come Davide Longo.

Scuole e corsi di scrittura: qual è la vostra opinione in merito? Si può “imparare” a scrivere?

Si deve imparare a scrivere: come in tutte le arti, è un lungo processo di affinamento e di ricerca, di confronto con i modelli e sviluppo di una cifra propria. Un corso appropriato è di grande stimolo e aiuta a mettersi seriamente di fronte ai propri limiti e alle difficoltà del mestiere. Naturalmente alla base occorre una predisposizione e un talento naturale che nessuna scuola ti può dare. I maestri migliori possono fartelo capire.

Evoluzione e/o involuzione della scrittura: in tutti questi anni di esperienza maturata in ambito editoriale cosa ne pensate? La scrittura esordiente è in evoluzione o in involuzione? Se è in involuzione, cosa pensate di fare come editori per aiutare le sorti della narrativa?

In ogni epoca ci sono autori veri e autori di scuola, maestri ed epigoni. Nell’epoca di internet gli epigoni hanno più spazio, e i veri autori rischiano di restare sommersi. Il nostro compito di editori è tentare di separare il grano dal loglio, anche quando il loglio, per un fatto di conformismo e di abitudine, rischia di piacere di più.

Nel rapporto dell'Aie sui primi sei mesi del 2009 si legge di una notevole flessione del mercato editoriale italiano (-2,2% a valore, -4,2% a volume). Tuttavia, il dato che crediamo se non incoraggiante almeno confortante, è che sono i gruppi maggiori ad aver perso quote di mercato, mentre gli editori di piccola e media editoria di qualità hanno “tenuto”, perché puntano a soddisfare una domanda elitaria e più complessa. Voi, da editori appunto “di qualità”, come leggete questo dato?

Parrebbe proprio così. Gli editori ben riconoscibili, che si concentrano sulla qualità delle proposte e lavorano sodo alla promozione dei libri, quest’anno tengono meglio degli altri. I veri lettori non rinunciano facilmente a un “vizio” che costa meno del fumo e rende molto di più. Arriviamo freschi dal successo dell’ultima edizione di Più libri più liberi, la fiera degli editori piccoli e medi che si svolge a Roma in dicembre, dove le vendite sono cresciute per tutti. Per noi il 2009 è stato un anno davvero ottimo. Senza aumentare le novità − per la narrativa siamo fermi a 13 l’anno − il fatturato è cresciuto del 18%. Non c’è che da ringraziare i librai e i lettori fedelissimi!

Il mercato delle cosiddette “librerie online” sembra registrare una crescita esponenziale (alcune proiezioni parlando di una crescita di oltre il 25% nel primo semestre 2009). Vi interessa questo dato? Presidiate e monitorate con interesse il canale?

Le librerie online per noi rappresentano il 5% del fatturato. Da tre anni, la crescita è del 30%. Ovviamente, per editori piccoli è vincente il fatto che queste librerie forniscano ai lettori tutto il catalogo, e in modo sempre più rapido. Negli ultimi due anni, in Italia, è cresciuta la fiducia − prima scarsa − negli acquisti online. Difficile dire se questa tendenza si manterrà, ma è molto probabile: non escludiamo che in altri tre anni le vendite online rappresentino il 10%.

Da rivista letteraria che si occupa anche di fotografia e illustrazione non abbiamo potuto fare a meno di notare l’attenzione e la cura che riservate alla scelta delle copertine, alla scelta dei materiali e della qualità di stampa e allo stile molto personale che da sempre vi caratterizza e contraddistingue. Come nasce questa vostra scelta di campo? Quanto investite, concettualmente e non solo, nell’organico di un libro a questa fase di produzione?

I nostri lettori sono molto esigenti, apprezzano moltissimo il fatto che si usi buona carta, che si rileghi a filo, che non ci siano troppi refusi. Basta dare un’occhiata ai pareri su Anobii per capire quanto ci tengono. La grafica per noi dovrebbe trasmettere molto dell’anima di un libro, la pasta di cui è fatta la casa editrice che lo propone. Quindi investiamo parecchio, e investiremo sempre di più in questo senso. Tra il 2010 e il 2012, anche in Italia la lettura degli ebook − complici strumenti molto migliori − inizierà a diffondersi. Questo intaccherà in parte il mercato dei libri tascabili, e in generale di bassa qualità. Il cerchio dei lettori forti si stringerà ancor di più attorno a chi i libri li farà con estrema attenzione alla loro consistenza fisica.

Come proporre un libro sul mercato: in che modo lanciate un nuovo autore? Come lo “aiutate” ad affacciarsi nel complesso e ampio mondo delle librerie?

Se è un autore “nuovo”, cerchiamo di capire che tipo è. Cerchiamo di immaginarci i librai che potrebbero aiutarlo a farsi conoscere. Poi, se i librai apprezzano il suo libro e si fanno avanti, se sono curiosi anche di come è il “personaggio”, cerchiamo di far sì che si incontrino. In pratica, noi non forziamo mai la mano a chi organizza festival, ai librai, e men che meno ai giornalisti, nel presentare un nuovo autore. Cerchiamo di metterne in luce l’originalità, ma aspettiamo che l’autore venga scoperto. La richiesta deve sempre nascere da chi poi proporrà il nuovo autore al pubblico. Sul piano pratico, questo comporta molto lavoro e anche molta pazienza. ma bisogna saper attendere. Creare occasioni propizie. Altrimenti, è molto più difficile che scattino veri entusiasmi.

Un consiglio pratico per chi scrive.

Lavorare molto. Non sottovalutare l’importanza dell’umile, a volte ripetitivo esercizio. Specie se si è consapevoli di non essere Kafka, il che sarebbe già un buon punto di partenza, riflettere molto sul senso di ciò che si sta scrivendo. E abituarsi a rifare, riscrivere, mettersi iper-criticamente di fronte a uno specchio.

Un consiglio pratico per chi legge.

Godere fino in fondo questo splendido privilegio.


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«È sempre più difficile restare indipendenti nell'editoria»
AffarItaliani.it, Antonio Prudenzano, 2009

Intervista a Claudia Tarolo


Claudia Tarolo, con il compagno Marco Zapparoli, dirige la casa editrice Marcos y Marcos. Questa piccola realtà, famosa per le sue curatissime copertine e la scelta non convenzionale degli autori, è una delle ultime (tra quelle di un certo valore e seguito) del tutto indipendenti a Milano.
Affaritaliani.it, nell’ambito della serie di interviste FARELIBRI agli editori italiani, ha parlato con Claudia Tarolo del presente e del futuro di Marcos y Marcos.

Quanto è difficile restare indipendenti e rilevanti in un mercato dominato dai grandi gruppi e, allo stesso tempo, in cui ogni giorno nascono nuove case editrici?

"Effettivamente è molto complicato. Occorrono senz'altro passione, fantasia, coraggio, e soprattutto coerenza. Ma proprio perché non è facile competere con i grandi gruppi, insieme ad altre cinque case editrici indipendenti (Minimum Fax, Iperboera, Nottetempo, Voland e Instar, ndr) abbiamo deciso di fare delle cose insieme, pur restando totalmente indipendenti. L'idea è nata circa sei mesi fa, ci vediamo spesso per confrontarci e proporre possibili collaborazioni. Per ora non abbiamo un nome, anche se tra di noi ci chiamiamo 'I mulini a vento'...".

Negli ultimi anni la piccola/media editoria di qualità romana ha sorpassato quella milanese. A Roma ci sono Minimum Fax, Fandango, e/o, Nottetempo, Fazi, Fanucci…, mentre a Milano dominano i grandi gruppi. Come si spiega questo fenomeno?

"A Roma i piccoli editori sono molto sostenuti attraverso aiuti pubblici da comune, provincia e regione, cosa che a Milano non accade. E anche grazie a questi fondi che si riescono a organizzare bellissime manifestazioni come la fiera della piccola editoria romana. Resta il fatto che il capoluogo lombardo è una città comunque ideale per un editore indipendente, in quanto è ricca sia economicamente, sia a livello di lettori. Se non fossimo lasciati così soli dalle istituzioni locali, però, si potrebbe fare molto di più".

I corsi di editoria che organizzate hanno grande successo. Non è però una contraddizione, visto che in vari interventi lei ha parlato di "sovrapproduzione maniacale di libri" causata anche dalla continua nascita di nuovi piccoli o piccolissimi editori?

"Non c'è nessuna contraddizione. Da editori, pensiamo sia importante fare i libri molto bene, scegliendoli con cura e sostendendoli nel modo migliore. Quest'ultimo è l'aspetto più importante, visto che è fondamentale far arrivare il singolo libro al suo lettore ideale. Oggi c'è un problema di sovrabbondanza della proposta, manca spesso la qualità, ed è quasi inevitabile che sia così. Invece, andrebbero proposti solo libri in cui si crede davvero. Venendo ai corsi che organizziamo, essi non si pongono l'obiettivo di far nascere nuovi editori, ma di accrescere la consapevolezza di chi vorrebbe fare questo mestiere in vista di un futuro migliore per l'editoria italiana".

Avete deciso di pubblicare meno libri in risposta alla febbre di nuove uscite e, allo stesso tempo, per poter curare al meglio il titolo di turno e la sua promozione. In pochi seguono la vostra linea, però…

"Prima una premessa: da quando abbiamo diminuito i titoli in uscita, abbiamo aumentato le nostre vendite. Venendo alla domanda, è vero, tranne Iperborea e poche altre eccezioni anche i piccoli si fanno trascinare dalla moda dell'iperproduzione. Molti si fanno prendere dall'ansia e pubblicano troppi libri sperando che almeno qualcuno di essi venda abbastanza. Secondo noi è un errore. Marcos y Marcos manda in libreria 13 novità di narrativa all'anno, più 4 libretti miniMarcos e 2 saggi  della collana 'Riga' sulla cultura del '900".

Ha appena detto che da quando pubblicate meno libri, avendo più tempo per curarli e promuoverli, ne vendete di più. Può quantificare con qualche esempio questa affermazione?

"Un romanzo uscito da pochissimo che sta andando molto bene, naturalmente per quelli che sono i nostri parametri, è senz'altro 'In viaggio contromano' di Michael Zadoorian, che ha raggiunto le 5000 copie. Ma c'è anche un'eccezione negativa, quella rappresentata dalla raccolta di racconti 'Gridare' di Ricardo Menéndez Salmòn, in cui credevo molto ma che si è fermata a mille copie. Evidentemente, per le raccolte di racconti il nostro non è il Paese ideale... Il sogno, comunque, è pubblicare il grande libro in grado di vendere più delle 140.000 copie del nostro bestseller, 'Una Banda di idioti' di John Kennedy Toole".

Di recente sono nate due nuove collane, miniMarcos e MARCOSultra. Cosa c’è nel futuro prossimo della sua casa editrice? 

"Il 2009, con la nascita delle due nuove collane, è stato un anno di grandi novità per noi. Adesso l'obiettivo è consolidarci. Ci sono però anche progetti paralleli, come quello di portare in teatro i nostri libri".

Cosa l’ha spinta, oltre all’amore per suo marito (Marco Zapparoli, fondatore della casa editrice, ndr), a lasciare di punto in bianco il prestigio e lo stipendio di una solida dirigenza di una multinazionale per abbracciare il progetto Marcos y Marcos?

"La passione per la letteratura l'ho sempre avuta, e l'ho sviluppata con gli studi classici e iniziando a fare piccole traduzioni durante gli studi universitari in giurisprudenza. Inizialmente pensavo che nel mondo dell'editoria ci fosse solo fumo, ecco perché ho optato per una professione più concreta. Un'esperienza che mi è servita molto quando poi ho deciso di 'cambiare vita'. Conosco Marco da trent'anni, e già da ragazzi con lui si parlava tanto di libri. E' probabile che l'idea di fondare Marcos y Marcos gli sia venuta anche a seguito di quei nostri incontri...".

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Intervista agli editori di Marcos y Marcos
Claudia Tarolo e arco Zapparoli

Il Gufetto, Francesco Musolino, 2007

 

Messina. ‹‹All’inizio si parlava di noi come di un fenomeno da baraccone. Siamo nati nell’81 a Milano, in una mansarda ad un passo da Porta Venezia, dalla quale spedivamo edizioni numerate in giro per il mondo.

Ma oggi – continua fieramente Marco Zapparoli della casa editrice Marcos y Marcos - siamo una delle case editrici indipendenti più affermate in Italia››.

Ciascun libro nasconde almeno tre storie: quella narrata, quella del suo autore e quella che ha condotto alla sua pubblicazione, ma per ciascun titolo pubblicato decine e decine vengono scartati: una selezione ardua che ciascuna casa editrice svolge in base a propri criteri. Accorciare la distanza fra i lettori e gli editori, creare un confronto fra le due parti, era l’intento dell’apprezzato appuntamento che si è tenuto Venerdì 16 Novembre alla Libreria Hobelix, intitolato: Leggere e far leggere…ma cosa fanno gli editori?.Marco Zapparoli e Claudia Tarolo si sono confrontati con le curiosità dei lettori presenti enunciando diverse novità editoriali per il nuovo anno.

Qual è la vostra linea editoriale?

Claudia Tarolo: ‹‹Noi puntiamo a quel settore di lettori in cerca sia di nuove proposte sia di una riscoperta dei classici ingiustamente accantonati, come è accaduto ad esempio per Durrenmatt. Scherzosamente ci reputiamo degli esploratori››.
Marco Zapparoli: ‹‹Vale la pena sottolineare come le grandi case editrici seguano spesso il trend del mercato, al contrario, ai nostri lettori proponiamo qualcosa di diverso. Ad esempio siamo molto felici del successo di Jasper FForde (Il caso Jane Eyre; Il Pozzo delle Trame Perdute) che rende possibile l’ingresso fisico in un romanzo mediante la creazione di un detective letterario che salva i personaggi.

Come avviene la scelta dei titoli da pubblicare?

C.T.: ‹‹Ogni libro viene letto da entrambi in lingua originale. Se il libro ci convince ci muoviamo celermente altrimenti lasciamo perdere. Sono convinta che i bei libri ci siano, però bisogna trovarli››.
M.Z.: ‹‹La decisione di pubblicare il primo romanzo di Ricardo Menéndez Almon – L’offesa - è stata presa in treno: ci siamo divorati il libro strappandocelo di mano e abbiamo fatto immediatamente l’offerta economica (il libro verrà pubblicato in Marzo).

Vi è mai capitato di aver rifiutato un libro che in seguito a riscosso un grosso successo?

M.Z.: ‹‹Fortunatamente no. In ogni caso noi crediamo che sia giusto non puntare sui libri che non ci convincono pienamente, semplicemente perché non riusciremmo a promuoverli nel giusto modo››.

Cosa ne pensate di quegli editori che richiedono un “contributo economico per la pubblicazione”? Ne fate parte anche voi?

M.Z.: Noi non abbiamo mai chiesto un contributo all’autore né mai lo faremo. Sarebbe un contratto basato su una promessa inevasa: quella di promuovere e tutelare sia l’autore che il suo libro. Noi paghiamo sempre gli autori e se non credessimo nelle nostre scelte i nostri lettori se ne accorgerebbero››.
C.T.: ‹‹L’editore che si fa pagare è un semplice tipografo. Agli scrittori voglio dire: non abbiate ansia di farvi pubblicare. La delusione peggiore non è quella di non essere pubblicati, ma quella di rimanere invenduti››.

Credete che in futuro i negozi online possano indurre la chiusura delle librerie?

C.T.: ‹‹Credo che nessun sito possa sopperire ad una libreria, che deve essere inteso come un luogo nel quale ci si reca volentieri, dove si sfogliano i libri costruendo un dialogo, magari silenzioso, con il libraio.

Pochi anni fa un libro difficilmente superava i 15 euro, cifra che adesso superano facilmente quasi tutte le novità in commercio.

C.T.: ‹‹I libri costano. Noi abbiamo una politica di contenimento che ci permette di bilanciare il costo dei libri che complessivamente mettiamo in commercio. Tuttavia l’intero processo di pubblicazione è molto esoso. Talvolta per limitare i costi si finisce per tagliare qualcosa di fondamentale, ad esempio la cura della traduzione, è il libro risulta meno curato di quanto dovrebbe.
M.Z.: ‹‹Nel caso degli editori piccolo-medi mi sento di poter dire che il prezzo vale il prodotto messo in commercio. Il costo elevato di un libro è la risultante di una serie di elementi: una complessa traduzione, il numero di pagine e la promozione effettuata››.

La pirateria ha messo in crisi l’industria cinematografica e quella discografica. Vi spaventa l’ebook?

C.T.: ‹‹L’ipod è stata un’invenzione rivoluzionaria tuttavia il libro stesso rappresenta un mondo che ti porti dietro e nel quale puoi fare ingresso quando vuoi. Non credo che il libro sia sostituibile con uno schermo di un pc››.
M.Z.: ‹‹Il vero rischio è il cosidetto “effetto fregante”, causato dall’eccesso di prodotto scadente in commercio››.

L’offerta economica più esosa per quale autore l’avete formulata?

C.T.: ‹‹Sicuramente per Cristiano Cavina. La curiosità è che non è stato lui a farsi avanti ma noi sapevamo già che aveva ricevuto diverse offerte. In tal modo lui si sente più tutelato e cresce il rapporto di fiducia››.
M.Z.: ‹‹Proprio adesso stiamo promuovendo il suo nuovo libro Un’ultima stagione da esordienti. E’ un autore davvero promettente che ha già avuto un grande successo con Alla grande e con Nel paese di Tolintesàc››.

Secondo voi esiste un libro fondamentale? Un libro che non può non essere letto?

M.Z.: ‹‹ E’ una domanda difficile, sono indeciso fra I Fratelli Karamàvoz e Delitto e Castigo››.
C.T.: ‹‹Amo Proust ma non credo che riuscirei ad imporre un libro a nessuno. Un libro può aprirti un mondo, ciascuno deve cercare la propria chiave››.

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«Il mondo editoriale. Intervista a Claudia Tarolo, Marcos y Marcos»
LibrInTerra, Paola Zoppi, 2009

 

Come inizia la sua avventura in Marcos y Marcos?

È un’avventura che parte da lontano, dalle chiacchiere di due giovanissimi amici per sentieri di montagna; poi le strade si dividono, io scelgo la via più seriosa del diritto pur continuando a leggere e tradurre, mentre Marco Zapparoli fonda la casa editrice insieme a un altro Marco che ben presto se ne va. Tanti anni dopo le strade si incrociano nuovamente per unirsi nella vita e nel lavoro: da dieci anni Marcos y Marcos ha due anime.

La sua casa editrice è una realtà editoriale indipendente, brillante e piuttosto variegata, in che modo valutate e approvate i testi destinati alla pubblicazione?

I testi che pubblichiamo sono frutto di ricerche lunghe e complesse, spesso di rapporti coltivati negli anni. Leggiamo personalmente tutto quello che ci sembra interessante e non ci accontentiamo mai: pubblichiamo solo quello che ci piace davvero, che ha un’idea, una voce. È una scelta per molti versi istintiva, da lettori onnivori e voraci, ma sempre convinta.

Avete tradotto e pubblicato Jhumpa Lahiri, straordinaria scrittrice divisa fra Stati Uniti e India, che ha all'attivo best-sellers internazionali, come ha scovato questo talento? Come ha affrontato la traduzione de “L'Omonimo”, dal quale Mira Nair ha tratto il film “Il destino del nome”?

Jhumpa Lahiri è un bellissimo esempio di come la grande editoria spesso manchi di coraggio e spetti a noi indipendenti fare il salto nel vuoto. Quando noi l’abbiamo scelta, Jhumpa Lahiri era una giovane esordiente che aveva scritto una raccolta di racconti, L’interprete dei malanni; non vantava glorie o riconoscimenti internazionali. Ci è stata segnalata da un amico editore olandese e noi ci siamo innamorati della sua scrittura cristallina, della sua minuziosità chirurgica nell’analisi delle relazioni umane. Poi ha vinto il Premio Pulitzer, e i grandi editori si sono accorti di lei... ma a quel punto era più ovvio, più facile. Tradurre Jhumpa Lahiri è una bella sfida, perché la sua scrittura è calibratissima. Ha ritmo, dolcezza e misura. A me la sua precisione risulta particolarmente congeniale, la lingua entra ed esce senza intoppi, o almeno così mi sembra; di certo è un piacere profondo della mente.

I vostri testi sono indubbiamente contraddistinti da vivaci e colorate copertine, nettamente riconoscibili sugli scaffali delle librerie, la carta è certamente fra le più pregiate, come viene studiata la scelta destinata ad ogni singolo testo?

La carta deve essere piacevole al tatto, bella da vedere, piacevole alla lettura; da questo non si prescinde. Quando le cartiere Pigna, da cui ci approvvigionavamo, hanno chiuso la produzione, abbiamo cercato a lungo prima di trovare una nuova carta che ci soddisfacesse. Ogni copertina ha una storia a sé ed è sempre un’invenzione a tre. Io e Marco discutiamo all’infinito sull’idea da tradurre in immagine, Lorenzo Lanzi dà la sua interpretazione. A volte siamo tutti convinti al primo colpo, altre cambiamo due o tre volte idea fino a trovare la soluzione che ci piace. Del resto la copertina è importantissima, il primo richiamo per il lettore.

Lei è certamente una delle più notevoli traduttrici italiane, LibrInTerra ha voluto dar luce anche a questa professione, così in penombra nel nostro paese, questo perché nel dialogo interculturale, chi meglio del traduttore, traduce una cultura. Condivide questo pensiero? Lei come si prepara nell'affrontare la traduzione di un libro? Quanto conta lo studio, quanto è talento naturale?

Il traduttore si assume una responsabilità enorme, perché in realtà trasforma il testo originario in qualcosa di nuovo, che riparte da zero, creando un nuovo tessuto da offrire al lettore ignaro. Certo, è una trasposizione culturale, frutto di un viaggio lungo e faticoso fatto a piedi, qualche volta carponi… Per tradurre un testo, secondo me, bisogna possederlo, appropriarsene in senso quasi fisico, che lo si ami o meno. Personalmente ho bisogno di leggerlo e rileggerlo e poi partire. Quanto alla formazione, io ho avuto la fortuna di frequentare la miglior scuola di traduzione che esista in Italia e probabilmente nel mondo: cinque anni di liceo classico, ogni giorno a tradurre letteratura da due lingue diverse e meravigliose. È stata la mia palestra e la scoperta di una passione.

Marcos y Marcos organizza anche corsi di editoria di notevole qualità, lei consiglierebbe la professione di editore? Quale suggerimento vorrebbe dare a chi vuole avvicinarsi al mondo editoriale?

La professione di editore presuppone caratteristiche strane unite insieme: passione animale per i libri in senso materiale e immateriale, propensione fatale al gioco d’azzardo, anima recondita da mercante. Chi ha queste caratteristiche può fare l’editore e divertirsi, chi non le ha meglio che lasci stare. Naturalmente il mondo dell’editoria è vasto, e ciascuno può trovare il suo territorio più congeniale: molto diverso il ruolo dell’ufficio stampa, estroverso e chiacchierone, da quello del redattore, pignolo e silenzioso. Corsi come il nostro offrono la possibilità di decifrare i molti risvolti del mestiere, e sono utilissimi per capire se abbracciarlo, tenersene alla larga o scegliersi un proprio orticello più o meno appartato.

Qual è la realtà editoriale italiana, in questo periodo storico così difficile, in un settore, quello culturale, dove gli investimenti paiono essere sempre più radi?

Anche l’editoria funziona come ogni altro settore privato nel nostro paese: chi ha spirito di sacrificio e intraprendenza ce la può fare nonostante tutto. I lettori sono pochi ma forti e agguerriti, il desiderio di qualità è diffuso più di quanto non si pensi. Certo, uno stato più collaborativo non farebbe male...

Qual è il suo sogno nel cassetto, per il suo futuro editoriale?

Sogno che gli autori italiani bravissimi che abbiamo scovato, amato, protetto e portato nel mondo ottengano il riconoscimento che si meritano anche con una casa editrice come la nostra, indipendente e avventurosa ma senza ricchezze e senza potere.

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«Twenty questions 2010 a Marcos Y Marcos»
MilanoWeb, Grigo, 2010

Intervista agli editori di Marcos y Marcos

 

In che anno nasce la vostra casa editrice?

"Nel 1981, quindi l’anno prossimo compiamo 30 anni."

Quanti libri pubblicate ogni anno?

"13 titoli di narrativa, 1 di poesia, 4 saggi."

Narrativa straniera o italiana?

"10 titoli di narrativa straniera, e 3 di italiana."

Poesia?

"Normalmente, un titolo di poesia all’anno, alternando un poeta italiano a un poeta straniero. Quest’anno pubblichiamo per esempio il nuovo libro di Fabio Pusterla, e la celebre poetessa cilena Gabriela Mistral, che vinse il Premio Nobel. E, ogni due anni, nella collana 'Testo a Fronte', proponiamo un’antologia di poeti esordienti italiani."

La prossima pubblicazione? 

"Fulvio Ervas, 'Finché c’è prosecco, c’è speranza'. Un autore su cui puntiamo particolarmente. Capace di raccontare in modo spiritoso i problemi e le contraddizioni del Nord-est, ma anche di proporre con eleganza tematiche ecologiche e tecnologiche."

Cosa ne pensate del fatto che ci siano case editrici che arrivano a chiedere fino a 8.000 euro per pubblicare un esordiente dopo averlo paragonato a Faulkner e Hemingway?

"Siamo ovviamente contrari, ci sembra una forma assurda di sfruttamento del desiderio di pubblicare. Un vero editore scommette economicamente su un autore, perché è convinto che abbia un valore e quindi più che 'spennarlo', investe su di lui. Altrimenti, più che un editore è un avido tipografo."

Quanti manoscritti vi arrivano ogni anno?

"Circa 1.200 (milleduecento): e nonostante ci siano pochissimi testi davvero interessanti, siamo convinti che da lì, un giorno, spunterà un romanzo splendido."

In che percentuale la proposta di uno scrittore sconosciuto trova la via della pubblicazione?

"Il fatto che sia sconosciuto non è mai, nel nostro caso, una pregiudiziale negativa. Il punto è solamente: questo testo racconta davvero una storia, mette in scena personaggi, dispone di un stile che possono interessare persone con gusti diversi dai parenti di chi lo ha scritto?"

In che percentuale il lavoro di un editor influisce sul prodotto finale?

"Moltissimo, il lavoro di editing è estremamente importante. Soprattutto il rapporto fra autore e editor, un rapporto basato sulla fiducia, sullo scambio aperto e cooperativo, è fondamentale."

Quante copie prevede la prima tiratura di un nuovo testo?

"In media, 3.000 copie, se si tratta di un autore che pubblichiamo per la prima volta. Altrimenti, si sale anche a 4.000 copie. Nel caso degli autori più affermati, come Cristiano Cavina, di cui ricordiamo 'I frutti dimenticati', candidato l’anno scorso al Premio Strega, o Michael Zadoorian, autore di 'In viaggio contromano', la prima edizione è di 10.000 copie.

Avete provato a bocciare una proposta che poi, con un altro editore, si è rivelata un successo?

"Fino ad oggi non è mai successo, ma se anche accadesse, non ce la prenderemmo."

Potete dire il libro che vi è piaciuto di più, fra gli ultimi letti, non pubblicato però dalla vostra casa editrice?

"Paolo Nori - 'I malcontenti', appena pubblicato da Einaudi."

In generale, i 3 libri della vita…

"Balzac: 'Le illusioni perdute' - Yourcenar, 'Memorie di Adriano' - Dostoevskj, 'I fratelli Karamazov'.

E i 3 dischi…

"Stravinskij, 'Sacre du Printemps' - Miles Davis, 'Kind of Blue' - Radiohead, 'Hail To The Thief'."

Quando avremo anche a Milano il Salone del libro "alla torinese"?

"Ormai è troppo tardi per pensare a una iniziativa analoga a quella di Torino, e aggiungiamo che anche la Fiera dell’editoria indipendente di Roma è molto importante. Di festival e fiere del libro ce ne sono ormai milioni. In futuro, Milano dovrebbe offrire nuove occasioni per promuovere la lettura, che è la cosa più importante. Sulla promozione della lettura ci sono ancora parecchi buchi da colmare."

E adesso qualche domanda di carattere generale… Cosa ne pensate del fatto che 'Economist' abbia definito il nuovo decennio appena iniziato "debtcade", cioè dei debiti?

"In realtà, questa definizione ci pare più calzante per il decennio precedente. L’economia è stata drogata dalla finanziarizzazione del mondo. Questa sarà una decade durissima, perché occorrerà ritrovare nuovi equilibri fra debiti e crediti. Fra economia reale e economia virtuale, un’economia troppo basata sulla rapidità con cui si spostano i soldi, anziché sulla creazione di cose che hanno un reale valore. Una delle frasi più abusate nel mondo della finanza, negli anni scorsi, è stata 'creare valore'. Una vera e propria fandonia!

Come vivrebbe l'uomo se i suoi livelli di serotonina fossero tarati a un livello maggiore?

"Probabilmente vivrebbe immerso nei libri. No, scherziamo. Ci sembra una domanda davvero difficile, è sempre difficile giocare a 'come sarebbe se'..."

Un voto alla televisione italiana…

"Davvero un grande testimone e un grande produttore di omologazione e volgarità."

A Vladivostok ci sono le spiagge?

"Penso di sì, ma non sappiamo se siano in condizioni migliori o peggiori delle spiagge di Taranto."

Qual è l'angolo milanese che vi affascina di più?

"L’interno dell’Accademia di Brera. Si tratta di un luogo magico per parecchi motivi. Una specie di cittadella ricca di cose molto diverse. C’è la Pinacoteca, piena di bei quadri nonostante le migliaia di tele relegate in cantina. C’è l’Accademia, con tutte quelle aule grandi e misteriose, piene di materiali manipolati dai giovani. C’è l’Orto Botanico, un giardino che emana profumi impensabili nel centro di una metropoli. C’è l’antichissimo Osservatorio, una finestra su cose molto distanti. C’è la Biblioteca Braidense, una delle più belle ed eleganti al mondo. Ci sono vialetti e angoli dove meditare.… davvero un luogo infinito. Borges non aveva idea di che meraviglia fosse Brera."

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«Fra editori indipendenti e lettori si crea, nel tempo, una sorta di piacevole complicità»
La Nota del traduttore, Dori Agrosì, dicembre 2009

Intervista agli editori di Marcos y Marcos

Con quali difficoltà deve confrontarsi la piccola e media editoria?

Ci sono due bestiacce nere con cui è proprio difficile misurarsi.
Numero uno: i grandi mezzi di comunicazione.
Che sono in mano ai grandi editori e ai gruppi editoriali.
Per tutti noi, l’accesso alla televisione è molto difficile, per non dire impossibile. Pensiamo a una trasmissione di successo come “Che tempo che fa”. Quante volte i nostri amici ci chiedono candidamente: perché non mandate mai un vostro autore a quella bella trasmissione? Risposta: e credete che non ci abbiamo provato? Il punto è che lì ci vanno autori di fama stellare, oppure  sostenuti appunto dai big.
Che di quelle trasmissioni sono anche sponsor.
Il giorno in cui uno dei programmi di grande ascolto accoglierà uno dei nostri autori amati dai lettori “forti”, questi autori verranno finalmente conosciuti dal grande pubblico. E il grande pubblico se li divorerà, perché sono autori godibilissimi!
Numero due: la iper-produzione.
Che crea un mucchio di problemi.

Nonostante sia assurdo proporre decine di migliaia di novità ogni anno, nonostante tutti sappiano che solo il 10% dei libri proposti ha una reale possibilità di essere presa in seria considerazione dai librai e quindi dal pubblico, ogni anno in Italia si pubblicano 60mila novità.
I librai sono letteralmente sommersi di novità.
Sono affaticati da un enorme lavoro di gestione del traffico.
Novità da prenotare, novità da ricevere, novità da mettere sui banchi.
Talmente tante, le novità, che ovviamente moltissime non vendono.
E quando non si vendono, cioè spesso, bisogna anche renderle.
E i poveri librai quando hanno poi tempo per capire bene cosa hanno sui banchi?
Inevitabile che diventino selettivi, che non siano in grado di proporre per bene tutti i nuovi libri al pubblico.
Noi rinnoviamo l’invito ai colleghi, grandi e piccoli, a limitare le novità.
Questo farà solo bene a tutti.

Si può parlare di strategie che permettono ai piccoli e medi editori di contrastare i grandi gruppi oppure semplicemente di un tipo di offerta differente?

I piccoli e medi editori dispongono di un’arma micidiale.
E il suo nome è: originalità. Questa originalità se la giocano in tanti modi.
A partire dalle scelte editoriali.
Possono scommettere sui nuovi autori o su autori rifiutati o su autori del passato che tutti hanno ormai dimenticato, terreno su cui i grandi si muovono molto più guardinghi.
Nella grafica: l’innovazione nelle copertine, nella scelta delle carte o nei caratteri più originali arriva soprattutto dagli editori piccoli e medi.
Nella comunicazione: anche qui, i piccoli hanno inventato formule innovative.
Promuovendo in generale una visione più gioiosa e meno doveristica della lettura.
Ultima risorsa importante: tenere il filo, anche attraverso i librai, con i propri lettori.
Fra editori indipendenti e lettori si crea, nel tempo, una sorta di piacevole complicità. Un patto. L’editore non tradisce le aspettative dei lettori che seguono libro dopo libro quel che l’editore propone. E il lettore gli resta fedele. Questo è assolutamente vincente. Tenere il filo del discorso in modo corretto, senza tradire le aspettative.

I piccoli e medi editori puntano su determinate fasce di lettori?

I piccoli e medi editori, quelli veri attenti e appassionati, puntano su lettori veri.
Personaggi rari, ma molto fedeli, molto ferrati, molto esigenti.
Conviene stare all’occhio: se si propone una porcheria, o anche solo una mezza porcheria, ti impallinano subito.

La qualità delle traduzioni pubblicate dai piccoli e medi editori è differente da quella dei grandi gruppi?

I grandi editori collaborano con meravigliosi traduttori e pubblicano bellissime traduzioni, accuratamente riviste in redazione. Poi collaborano con traduttori meno meravigliosi e affidano la revisione ad agenzie esterne magari un po’ distratte. Poi collaborano con traduttori un tanto al chilo e tagliano decisamente la revisione. In sostanza: i grandi editori fanno molti libri e non possono curarli tutti allo stesso modo. Sono grandi aziende che ripartiscono le risorse secondo criteri aziendali. I piccoli editori di qualità, invece, sono un po’ ossessivi e feticisti, disposti a sacrifici disumani, e dedicano la stessa cura e attenzione a tutti libri che pubblicano. Questa è la differenza.

C'è differenza tra editoria milanese e romana?

I Milanesi sono un po’ meno capaci di comunicare.
I Romani hanno la Rai in casa.
I Romani sono aiutati da Comune e Regione.
I Milanesi quando va bene da Comune e Regione ottengono un magnifico Patrocinio. Sapete, tuttavia, in cosa consiste un Patrocinio? Nel permesso di apporre un marchio sugli inviti. Nel 95% dei casi, nulla più di questo.
Non a caso, la Fiera della Piccola e Media editoria si tiene a Roma.
I Milanesi hanno le più belle biblioteche d’Italia, ne hanno il triplo dei Romani.
Ma le Biblioteche di Roma organizzano il sontuoso Festival di Massenzio e mille altre diavolerie.
Le biblioteche milanesi stanno iniziando a guardarsi intorno: presto passeranno alla riscossa. Il nuovo Assessore alla Cultura ha fatto grandi promesse e certamente le manterrà.
I Romani hanno cento giorni di sole in più all’anno, organizzano banchi dei libri a Castel Sant’Angelo e in mille altri luoghi.
Sono pieni di Bookabbar dove si legge poco ma in compenso si parla molto di quel che si ama.
I Milanesi hanno i bar con pochi tavolini e praticamente nessun Book Bar.
Si potrebbe continuare parecchio, se non fosse che invece è meglio inventarsi una Milano un po’ più romana. Oppure decidere che è meglio stare a casa a leggere e buonanotte al secchio.
In realtà alla fin fine a Milano ci sono meno editori e più lettori.

Siete d'accordo sul fatto che gli italiani leggono poco?

Diciamo che molti italiani non amano leggere, che la lettura non si può certamente considerare un’attività di massa, nel nostro paese. Se la cavano meglio la televisione, le partite di calcio, i centri commerciali e il gelato. E anche cose bellissime come la spiaggia e le montagne. Si legge di più, indubbiamente, nei paesi dove manca il sole. In Italia chi legge, però, è spinto da un forte desiderio, e a volte legge molto, legge bene, nel senso che curiosa, sceglie, sa quello che vuole. Pretende qualità.

Qual è la vostra "mission"?

Scegliere libri, persone e idee che vogliamo e possiamo sostenere e fare il possibile per farli conoscere, per innescare scintille, promuovere incontri, riconoscimenti. È il nostro compito di editori.

Quali sono i vostri lettori forti?

I lettori che cercano i nostri libri sono come noi: indipendenti. Si fidano del loro gusto e del loro giudizio, non hanno bisogno di rifugiarsi in ciò che è paludato, o certificato dalla televisione. Gente piuttosto simpatica, a occhio e croce.

Come descrivereste la giornata tipo dell'editore?

Comincia di notte, quando dilemmi e scadenze si stagliano nel buio. Si riesce a ricacciarle nelle tenebre da cui sono venute, si dorme ancora un po’. Se due editori, come nel caso della marcos, vivono sotto lo stesso tetto, la prima riunione è a colazione, e serve più che altro a mettere le cose in fila, illudendosi di poterle affrontare una alla volta. Poi si commette l’imprudenza di entrare in ufficio, dove tutto rovina addosso nello stesso tempo: copertine da inventare, trattative da portare avanti, presentazioni da organizzare, editing interminabili da concludere, comunicazioni da coordinare, libri da spedire, magazzino da rifornire, legatoria da sollecitare, fatture da pagare, interviste a cui rispondere, battaglie sulla legge del libro da portare avanti, lanci da impostare, buchi a cui rimediare, mail arretrate a cui rispondere, pareri su dodicimila dattiloscritti inviati da amici, parenti e conoscenti… e si potrebbe andare avanti all’infinito. Pranzare di solito si riesce, più difficile uscire dall’ufficio dopo il tramonto, anche perché quando tacciono i telefoni e l’ultimo collaboratore è sgusciato via, ci si immerge finalmente nel lavoro concentrato e di sostanza, si viaggia nei testi, e non si vorrebbe smettere più.

Cosa pensate degli ebook, e quando sarà possibile libri marcos y marcos in qusto formato?

Nel 2010 ci sarà una grande rivoluzione. Grandi aziende proporranno degli aggeggi per leggere e-book di ottima qualità. Saranno molto flessibili, gradevoli da maneggiare e utilizzare, perfino a colori. Molti li useranno per leggere il giornale.  Altri per consultare repertori tecnici, frugare celermente fra i testi come oggi si fa nel computer. Leggere in quel modo costerà meno. E in alcuni casi, risulterà molto comodo. Non c’è alcun dubbio che avere in un aggeggio piuttosto figo 500 libri non è niente male. Ma tenere in mano un testo non è come tenere in mano un libro. Regalare un libro non è come regalare un file. Possedere una biblioteca non è come possedere un cugino dell’Ipod. Il mercato dei libri tascabili soffrirà la concorrenza dell’ebook. Il mercato dei libri “indipendenti”, in generale dei libri in cui l’oggetto è una parte rilevante, ne soffrirà molto meno. I libri non rischiano affatto di fare la fine dei vinili, per intenderci. Non verranno messi in soffitta per vent’anni, per poi scoprirne di nuovo la magia. Il compito di marcos y marcos e di editori come noi, sarà quello di rendere i nostri libri ancora più appetitosi. E, certamente, tutti ci troveremo a combattere la pirateria, perché molti testi circoleranno in formato elettronico senza che nessuno paghi un euro. Sta accadendo in Germania, accadrà anche da noi. Libri marcos y marcos in formato ebook? Presto per dirlo. Saremmo già in grado di realizzarli, ma per noi proteggere autori e testi - e relativi diritti - è un compito fondamentale. Dobbiamo prima esser certi che la pirateria non si mangi tutto. Ne riparliamo in primavera?

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Come si fa un libro: corso di editoria Marcos y Marcos
Booksblog, Giammarco Raponi, 2009

Intervista agli editori di Marcos y Marcos

Perché avete sentito l'esigenza di fare un corso di editoria?

Settimana scorsa, un bravo parrucchiere ci ha confermato che il mestiere l’ha imparato, come si suol dire, sul campo.
Ma all’interno della celebre “maison” per cui ha lavorato a lungo, c’era una vera e propria scuola.
Da dieci anni, per noi è importante – proprio perché siamo impegnati a fondo nel nostro lavoro, e non siamo teorici o storici dell’editoria – mettere a disposizione i nostri “ferri del mestiere” nel modo più efficace e immediato possibile.
Ogni volta che ci immergiamo in questa tre giorni intensiva, mentre raccontiamo come si scopre un libro, come lo si presenta al mondo, come si fa un contratto o si perfeziona un testo, impariamo qualcosa dagli allievi.
E cerchiamo di affinare la didattica, che è estremamente importante.

A chi si rivolge il vostro corso?

A chiunque voglia fare sul serio con i libri: aspiranti editori e redattori, traduttori, correttori di bozze; ma anche bibliotecari, insegnanti, librai.
A ogni corso, sono quasi sempre presenti in veste di allievi tutte le figure del mondo del libro.
E contribuiscono attivamente ai momenti di confronto aperto. Anche chi è esperto su un tema specifico, in realtà scopre di aver molto da imparare su mille altri punti.

Nelle librerie spesso il servizio è carente per mancanza di informazioni o per mancanza di passione?

In libreria di passione ce n’è davvero molta, ovunque.
Non dimentichiamo che chi lavora in libreria si sottopone costantemente a un mucchio di sacrifici.
Pur lavorando moltissimo, i librai conservano il desiderio di saperne di più: cosa c’è
dentro un libro, e ancor di più cosa c’è dietro un libro.
Ma la comunicazione fra editori e librai, non sempre funziona.
L’eccesso di produzione sottrae tempo a tutti: a pagarne le conseguenze è prima di tutto proprio la comunicazione. 
Per noi è sempre una gioia accogliere i librai ai nostri corsi, si avvia uno scambio estremamente proficuo.
A volte, nasce un’amicizia.

Si è sempre detto che in Italia si pubblica troppo e male, siete d'accordo?

Si pubblica certamente troppo.
Più che male, verrebbe da dire in modo disordinato.
Molti editori, grandi inclusi, sfornano ottimi libri, curati in modo egregio. Il problema è che proprio per i librai è difficilissimo seguire tutte le novità che escono.
Così come è impossibile per gli editori far conoscere in modo adeguato tutto quel che pubblicano.
Risultato: molti libri cadono nel vuoto.
Alcuni libri non sono necessari, ma altri, ottimi, sono cannibalizzati semplicemente dalla quantità.
La quantità di libri che vanno al macero rappresenta uno sperpero, una vera e propria dispersione energetica a cui converrebbe, e converrebbe a tutti, porre rimedio.

Il vostro corso è frutto di tanta esperienza maturata sul campo; cosa significa, nella situazione attuale, stare sul campo?

Significa fare in modo che i contenuti, le persone, le occasioni, si incontrino e si sostengano nel modo migliore possibile.
Stare sul campo significa letteralmente alternare il proprio lavoro “di scrivania” e di progettazione al rapporto con tutto ciò che ci sta attorno.
Non solo scrittori, traduttori, librai, bibliotecari, allievi dei corsi (ogni anno abbiamo più di cento allievi!) ma anche artisti, musicisti, e perché no, anche le istituzioni.
Senza dimenticare la natura, che è rigenerante e fornisce ottime idee.
Pensate a quanto, ultimamente, si torni a “copiare” dalla natura: nel design, in medicina, nella costruzione delle case.
Comunque oltre a stanare idee, persone, stili, è importante togliere un po’ di polvere e ruggine dove ce n’è troppa.
Un lato divertentissimo del nostro lavoro è viaggiare e scoprire.
Far questo mestiere fino in fondo significa andare incontro a continue scoperte.
Probabilmente è per questo che molti desiderano fare un mestiere così difficile e affascinante.

Allora, cosa c'è "dietro le quinte" di una casa editrice o, se vogliamo, di un libro?

C’è un lavoro fatto di cose più umili, semplici, ripetitive più di quanto non si pensi.
C’è un mondo di idee, di cose da cogliere al volo, da trasmettere agli altri, certo.
L’editoria è uno di quei settori dove fra il dire e il fare a volte c’è più che il mare. 
Invece occorre essere concreti, occorre essere come corridori fondisti: mantenere una buona velocità, e non fermarsi mai.
Occorre passione, ma è necessaria competenza.
Per questo, pur lavorando molto, a volte occorre riflettere.
E bisogna anche saper creare una squadra, farla crescere di giorno in giorno.
Un buon libro, ha il dono di durare molto a lungo.
Ma prima di sfornarlo, c’è da lavorare proprio tanto, e su fronti molto diversi fra loro: letture, parole, conti, carte, internet, viaggi...
Chi viene ai nostri corsi, inizia a prendere le misure, e sul serio, su quello che accade in questo splendido lavoro.

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L'Europa non fa più sconti
Tavola rotonda al Salone internazionale del Libro di Torino 2009

Marco Zapparoli

La prima conferma: una sala piena zeppa di librai, editori, agenti, bibliotecari, ma anche autori e traduttori. 
Non è certo la prima volta che si indice una tavola rotonda sul tema spinoso degli sconti al pubblico sui libri.
Ma gli sconti stanno prendendo piede: il 15% previsto dalla legge italiana, è diventato la base di partenza. Una campagna promozionale normalmente parte dal 20%. Ma sono sempre più frequenti campagne che prevedono il 30%.
Ovviamente, questi sconti selvaggi, siccome erodono i margini, pesano sui bilanci di tutti.

La seconda conferma: nel momento in cui stendiamo queste note, tutte le case editrici che dispongono di una collana di tascabili degna di rispetto, da Einaudi a Feltrinelli, agli Elefanti di Garzanti, agli Oscar Mondadori – propongono i propri libri, nelle librerie e su internet, con sconto medio del 27% sul prezzo di copertina. Da mesi. Per mesi. Non occasionalmente.
Non possiamo dire che questa situazione è fuori dalla legalità, possiamo sottolineare una volta di più quanto tutto questo non porterà a risultati soddisfacenti.
E, come tutti i partecipanti alla tavola rotonda di Torino hanno segnalato, non porterà neppure a un incremento effettivo delle vendite.
Scopo di questo incontro, lo ripetiamo così come abbiamo detto a voce a Torino, non è certo quello di tracciare una linea di demarcazione fra un mondo dei buoni – i piccoli e indipendenti, editori e librai –  e i cattivi – i grandi, tutti.
Tutti facciamo sconti – inclusi noi del gruppo organizzatore della tavola rotonda– quindi, come si suol dire: “chi è senza peccato”... il punto è che sempre, nella storia, quando non ci sono regole o quando si vive solo di eccezioni, si crea un vortice che porta verso il basso.
E da questo vortice in cui ci siamo infilati assolutamente tutti, dobbiamo trovare il modo di uscire.
Era doveroso ricordare in apertura quanto detto a Venezia alla fondazione Cini, alla fine di gennaio 2009, dalla “gente del libro” UK: da quando si è avviata una deregulation del mercato, il mercato inglese ha inesorabilmente falciato le librerie.
Prima le indipendenti, poi le catene. Il motto “Qualsiasi cosa facciate, non fate come abbiamo fatto noi”, non proviene da piccoli editori nostalgici, ma da responsabili dell’Ufficio Marketing di una primaria catena di librerie.

André Schiffrin ha sottolineato come anche per il sistema del libro in USA, il trend che vede vittime della concentrazione i piccoli editori e i librai indipendenti in prima istanza, ma poi tutto il sistema della libreria.
A riprova, ha segnalato che le librerie a New York sono passate da 350 a 35 in una ventina d’anni.
Se inizialmente il mercato di Internet, dominato da amazon, prima vendeva solo libri, presto venderà soprattutto ebooks, o prodotti in qualche modo targati da amazon stessa.
Ci sarebbe piaciuto sapere come funzionano le iniziative che vedono impegnate le “cordate” di librai indipendenti, come nel caso di BookSense, ma non c’è stato tempo.
Il tempo, a questa tavola rotonda - iniziata con grande ritardo e conclusa solo dopo 75 minuti - è stato davvero avarissimo.

Dalla rappresentante del Börsenverein des Deutschen Buchhandels, Jessica Sänger, è arrivata una importante indicazione. In un mercato regolamentato seriamente, e grazie a un’associazione che rappresenta  sia gli editori sia i librai, le regole vengono fatte rispettare. Incluso il prezzo fisso. Anche una logistica funzionante permette maggior parità di concorrenza.
Tutto il mondo è paese, nemmeno in Germania siamo santi, ha detto fra le righe.
Ma il denaro pubblico serve a finanziare iniziative che hanno ricadute su tutto il sistema del libro. 
Di sicuro, il nostro dipartimento legale, affronta e risolve casi spinosi sia all’interno della BVDB, sia in tribunale. La nostra istituzione è certamente costosa, ma se si valutano attentamente i benefici che se ne traggono, si può dire che il suo contributo all’economia del libro è decisivo.

Positiva, molto incoraggiante la testimonianza di Liana Levi: se si trova un modo e uno stile di lavoro che protegge la collettività, se si vince l’inerzia, è possibile raggiungere risultati molto positivi.
Liana Levi ha ricordato come, prima della legge Lang sul prezzo fisso del libro, che prevede uno sconto massimo del 5%, i grandi editori, incluso Gallimard, fossero contrari.
Tutti erano certi che questo avrebbe determinato una contrazione del mercato.
Ebbene, in Francia è accaduto il contrario. Sono cresciute le catene, è arrivata amazon.fr, la vendita su internet si è ritagliata una grande fetta di mercato.
Ma i librai indipendenti godono di discreta o buona salute.
Forse non tutti sanno che in Francia è vietato agli editori vendere direttamente tramite internet.
Anche questo, per i librai, rappresenta ossigeno.
Sapete la cosa più sorprendente? ha detto Liana Levi.
Non solo Gallimard, a posteriori, ha dichiarato che mai più sarebbe tornato al prezzo libero.
Ma FNAC, sempre più di rado ora mette i cartellini con lo sconto del 5% sul retro dei libri.
Liana Levi ha poi segnalato un’iniziativa avviata da un gruppo di 20 editori indipendenti.
Anziché far sconti ai clienti, che sono solo sconti “civetta” che poi determinano un aumento del prezzo di copertina nelle novità dell’anno successivo, questi editori hanno fondato una Associazione che finanzia progetti originali di librerie indipendenti.
E i fondi provengono da una autotassazione che il gruppo si è data come regola.
Per esempio, se il fatturato di copertina di questo gruppo è di 20 milioni di euro, l l’1% di questo fatturato viene “investito” nei progetti di cooperazione alle librerie.
La cifra, pari a 200.000 euro l’anno, ha permesso di finanziare una ventina di progetti l’anno, e a quando ha accennato Levi successivamente al congresso, i progetti finanziati in 15 anni sono stati più di 300.

L’intervento di
Koen Van Gulik, breve e molto divertente, ha sottolineato il clima positivo, fortemente cooperativo che anima in Olanda il rapporto fra librai e editori. In Olanda, la legge sul prezzo fisso esiste dal 2005, ma in pratica viene applicata da 130 anni. La legge viene comunque rispettata da tutti, perché sulla sua corretta applicazione vigila un’autorità nazionale, una sorta di Commissariato dei Media, che anche se ha un nome un po’ buffo, in realtà punisce con grande severità le infrazioni. Il 30% delle librerie è realmente indipendente. Le vendite nei supermercati sono insignificanti. In effetti, sul totale del fatturato, che nel 2008 è stato di 650 milioni di euro, il valore delle librerie è pari al 75%. Esiste un solo distributore, il che potrebbe apparire negativo, ma nel caso dei Paesi Bassi questo garantisce pari opportunità agli editori. Fondamentale è invece il contributo istituzionale per le campagne di promozione della lettura. Ci sono almeno tre specifiche grandi manifestazioni diffuse per la promozione del libro, non basate su sconti, ma su azioni di sensibilizzazione del pubblico attraverso le librerie. Esiste una Fondazione per la promozione per il libro, sostenuta da tutti i librai e tutti gli editori, che provvede a finanziare queste campagne. Chi compra libri per almeno 15 euro, riceve in omaggio un libro, stampato appositamente dalla Fondazione. Stessa cosa vale per la settimana del libro per Ragazzi, e per il Mese del Giallo.

Conclusione

Come si diceva in apertura, il tempo è stato molto avaro, e non c’è stato praticamente spazio per interventi strutturati: dagli sguardi delle persone presenti, si è invece capito che il desiderio di intervenire era grande e diffuso.
Di sicuro rimane un po’ di invidia per questi Paesi dove i rapporti fra editori e librai funzionano meglio, vuoi per migliore regolamentazione, vuoi per usi, costumi, iniziative.
D’altro canto, è evidente che occorre muoversi per cambiare il clima un po’ caotico e, scusateci la ripetizione, “al ribasso” che si è creato.
Secondo noi, oltre a muoversi in modo congiunto - editori e librai - per giungere a garantire un tetto chiaro allo sconto e al rispetto di regole uguali per tutti, è giunto il momento di stabilire un clima di maggiore, reale cooperazione.

Proviamo a chiudere per un attimo gli occhi, fare due conti e immaginare un futuro diverso

Se, anziché buttar via ogni anno il 6% del valore del fatturato in libreria (1 miliardo di euro) a suon di sconti; se evitassimo cioè di buttare via 60 milioni di euro l’anno, e ne investissimo anche solo metà, cioè 30 (trenta milioni sono una cifra enorme!), in promozioni serie dedicate alla lettura – non a spettacolini, ma alla lettura vera e propria – probabilmente ci sarebbero abbastanza soldi non solo per regalare un paio di milioni di libri durante ipotetiche Settimane del libro (3 milioni per i libri e 2 milioni per materiali promozionali, eventi e pubblicità), come si fa in Olanda. 
La sensazione è che si potrebbe sponsorizzare una trasmissione televisiva – fatta con i fiocchi – per ciascuno dei tre canali pubblici (massimo 6 milioni, che tra l’altro alleggeriscono le spese di produzione della RAI), si disporrebbe di un centro del libro degno di questo nome (altri 3 milioni, poi vediamo che farne), si sovvenzionerebbero corsi di formazione per librai e bibliotecari (altri 3 milioni).
Si potrebbe addirittura finanziare in modo sostanzioso (abbiamo nel cassetto ancora 13 milioni, forza che riusciamo a contribuire con qualche spicciolo anche alle Fiere di rilevanza nazionale e anche qui alleggerire il bilancio delle Regioni!) qualche progetto creativo che permetta di far capire ai ragazzini, nelle scuole, che la lettura può regalare cose meravigliose.

Le righe precedenti, certamente, sono utopia.

Tuttavia... è davvero venuto il momento di far tesoro di quanto si fa all’estero, e tracciare celermente intese fra editori e librai per evitare di remare gli uni contro gli altri, creando vortici che risucchiano solo denaro (sconti) ed energie (iperproduzione = iperrese).
Proviamo a dimostrare, anche solo con qualche episodio, che si possono vendere più libri anche utilizzando altre strategie.
Magari, ci convinceremo progressivamente che questo rende di più, e ci metteremo a investire seriamente (e congiuntamente) su un futuro più solido, fatto di intese costruttive, regole rispettate, promozioni che non si traducano in retrocessioni.


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«Venticinque anni di Marcos y Marcos»
Coolclub, Pierpaolo Lala, 2006

Intervista agli editori di Marcos y Marcos

Nel panorama della piccola editoria italiana un posto di rilievo è sicuramente occupato dalla Marcos Y Marcos. La casa editrice milanese quest’anno a compiuto i 25 anni di vita con una decisione che sembrava folle. Nel 2006, saranno pubblicate infatti 14 novità, anziché le tradizionali 17. Il risultato? Le vendite sono cresciute del 15 per cento. La Marcos ha sicuramente segnato il mercato "Se oggi John Fante non è più uno scrittore relegato alla polvere, forse lo si deve a questa casa editrice" spiegano orgogliosi Claudia Tarolo e Marco Zapparoli. "Se le copertine dei capolavori di Boris Vian, ovvero La schiuma dei giorni, e di John Kennedy Toole, ovvero Una banda di idioti, sono così inconfondibili, lo si deve allo stile grafico che Marcos y Marcos ha inaugurato a partire dai primi anni Novanta".

Ma come nasce l’idea della Marcos y Marcos?

Nel 1981 due amici, Marco Franza e Marco Zapparoli, stampano edizioncine di poesia, in tiratura limitata, aggraziata e numerata. Subito seguite da ripescaggi di racconti di classica e contemporanei. Prima di mettere le mani su veri inediti, e di discreto livello, ci abbiamo messo parecchio. Avevamo 21 anni, ed eravamo piuttosto ignoranti. E non particolarmente ambiziosi. Volevamo procedere con calma. Tuttavia, gironzolando tra librai, tipografi, editori, gente piena di erudizione e di consigli opportuni, l’appetito si è accresciuto. E nel 1991 è nata finalmente la collana "portante", gli alianti, in cui sono usciti Vian, Toole, Fante, Lem, Lahiri, Cavina, Lardner, i premiati fratelli Strugatzki e i fratelli Ervas, e così via.

Come avete visto cambiare il mondo dell’editoria e in particolare della piccola editoria in questi 25 anni?

Il fenomeno più evidente è quello della moltiplicazione sempre più frenetica delle case editrici e delle novità proposte rispetto a un mercato sinistramente stabile nella sua drammatica debolezza. Questa febbre della crescita disorienta i lettori e obbliga i librai a prestazioni acrobatiche per offrire un minimo di spazio a tutti o quasi; inevitabilmente, in questa estenuante "lotta per la vita", la maggior parte dei libri sono destinati a soccombere prima di aver avuto la possibilità di incontrare i loro lettori. È una selezione crudele e non sempre vince il migliore...

Quali sono i vostri autori di punta, a quali siete più legati?

Tra i classici, certamente Lem, Toole, Vian, Dürrenmatt e Hilsenrath. Tra i nuovi autori, Cristiano Cavina e i fratelli Ervas stanno proponendo romanzi che hanno il pregio di parlare sul serio del nostro paese. Il che, in tempi di opprimente narcisismo, stilismo, giovanilismo, è già un bel passo avanti.

Quest’anno avete deciso di pubblicare meno novità. Come mai? Qual è stata la molla che vi ha condotto a questa scelta? A distanza di circa 10 mesi siete pentiti?

Siamo convinti che i libri abbiano bisogno di tempo: per sceglierli, per curarli, per promuoverli. Ci sembra che la corsa affannosa alla produzione nella speranza di imbroccare il grande successo generi soltanto sprechi a danno della qualità. Noi preferiamo offrire pochi libri, curarli al massimo e soprattutto investire tempo e risorse per farli conoscere. A distanza di dieci mesi, possiamo dire che i risultati hanno superato le nostre più rosee aspettative. Rispetto all’anno scorso, abbiamo venduto più libri pur producendone di meno. I librai hanno premiato il nostro tentativo di allentare la pressione numerica e di migliorare il dialogo sui contenuti.

Nel marasma generale di libri ed editori come può una piccola casa editrice "aggredire" il mercato ed essere competitiva?

Può essere competitiva senza aggredire. Occorre cercare i libri con lo stesso spirito con cui un bravo cuoco predilige ingredienti di origine locale, freschi, di stagione. E non trattati. Tanto meglio se poi a scegliere i libri ci sono due "anime": una maschile (Marco Zapparoli) e l’altra femminile (Claudia Tarolo). Occorre poi rivolgersi ai lettori senza dire troppo balle. Parlare alla sua intelligenza e curiosità, invece di perder tempo dicendo che qualcosa è bello perché è fantastico. O che è imperdibile perché 10 recensori americani hanno detto che è inimmaginabilmente al di sopra di ogni altro libro ricevuto negli ultimi duecento anni.

Mi citate alcuni colleghi editori che stimate e guardate con apprezzamento?

Nel nostro paese resistono magicamente numerose case editrici indipendenti rette dalla passione e dalla tenacia di chi ci lavora. Ci sentiamo affini a tutte quelle che difendono la dimensione artigianale e lavorano davvero sulla ricerca. Le prime che ci vengono in mente: Iperborea, Il Castoro, Cortina.

Quale autore vi siete fatti sfuggire? Quale vorreste "rubare"?

Per la verità tendiamo a essere contenti di quello che abbiamo, e crediamo fermamente nel destino: se siamo arrivati in ritardo con qualche offerta, vuol dire che doveva essere così. Quando ci portano via un autore ci rallegriamo di aver liberato tempo e risorse. Insomma, senza un pizzico di follia, questo lavoro non lo fai.

Consigli ad un giovane editore che vuole avviare una nuova impresa?

Ricordarsi che non basta saper leggere ma occorre davvero saper fare i conti. Rimboccarsi le maniche, prepararsi al peggio e festeggiare ogni più piccola vittoria; confrontarsi con la spietata realtà dei numeri e cercare risposte con creatività. Soprattutto, non smettere mai di ascoltare.

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«Wuz intervista Claudia Tarolo»
Wuz, 2009

 

Ci racconti perché hai deciso di pubblicare Heloneida Studart?

Ci ha colpito la sua passione, tanto generosa e femminile: sa unire magistralmente un'aspirazione generale alla pace come libera coesistenza tra diversi, con la passione amorosa, erotica, che nei suoi romanzi occupa il posto che merita senza mai diventare egoistica miopia. Altrettanto bella è la sua scrittura, ruvida e penetrante. Sono libri che lasciano il segno, entrano a far parte di noi: i libri che vogliamo pubblicare.

A quale personaggio del libro ti senti più vicina?

Certamente al personaggio di Mariana, la sorella forte e intelligente, capacissima di reggersi sulle proprie gambe, di prendersi le proprie responsabilità e di agire, eppure consapevole della necessità di abbandonarsi al richiamo delle emozioni, del cuore.

Come  descriveresti Heloneida Studart?

Come una donna coraggiosa, impegnata per tutta la vita nella difesa dei deboli, dei poveri, delle donne, in un paese come il Brasile dove questo ha significato anche persecuzione vera, prigione. Tutto questo senza rinunciare alla propria femminilità, ad essere moglie e madre, senza rinunciare a sognare, a lasciar correre la fantasia nei suoi romanzi.

La libertà è un passero blu o un Francobollo d'Addio?

La libertà è un passero blu, un sogno semplice, un'utopia quotidiana. È già tanto conoscere e accettare i propri limiti, non farsi spegnere e soffocare dalle infinite, invisibili dipendenze che ci legano, alimentare un'allegra lucidità. La libertà è un francobollo d'addio, perché bisogna saper chiudere, dire di no quando è necessario, nella consapevolezza di poter e dover scegliere per tutta la vita.

La condizione della donna in Brasile oggi rispetto a ieri?

Questo andrebbe chiesto a Heloneida, se potesse ancora rispondere. Nei suoi romanzi ripete "Possibile che per le donne non arrivi mai la libertà?". Alcuni aspetti sono di certo migliorati, la famiglia non esercita più un potere assoluto di vita o di morte sulle figlie femmine, la verginità non è più un valore quasi sacro; eppure molti vincoli persistono, vischiosi e impercettibili, in Brasile, in Italia, in tutto il mondo. Soprattutto la condanna a dover scegliere tra femminilità e indipendenza.

Ci saranno altri libri  di Studart Heloneida da pubblicare?

Ne abbiamo già uno in programmazione per il 2010, molto bello e molto duro, dove si parla ancora di amore ma anche di boia, di tortura.

L'importanza della grafica delle vostre copertine: si ha sempre la sensazione che il grafico legga prima ogni libro che illustra. Cosa quasi unica in Italia

La verità è che la nostra è una casa editrice "a conduzione familiare”, dove la nostra impronta personale è dappertutto: la copertina nasce da una collaborazione più che collaudata tra noi (io e Marco Zapparoli, i due editori) che conosciamo intimamente il libro e il nostro illustratore, Lorenzo Lanzi, che trasforma creativamente in immagini le nostre idee.

Tra i vostri meriti l'aver tolto dall'oblio e dalla polvere autori come John Fante.

È uno dei nostri marchi di fabbrica: ridare vita a gioielli sepolti sotto la polvere. È stato il caso di John Fante, ma anche di Vian, di John Kennedy Toole, di Dürrenmatt e di tanti altri. La velocità scriteriata che domina questo mercato di mordi e fuggi rischia di lasciare indietro meraviglie che sta a noi editori indipendenti, meno schiavi del mercato, proteggere, salvare, rilanciare, per il piacere dei tanti lettori forti ed esigenti che esistono pur sempre nel nostro paese.

L'intuito di trovare fenomeni editoriali come Jasper Fforde...

Si tratta sempre di saper rischiare: Jasper Fforde veniva ritenuto dai grandi editori troppo difficile da tradurre, o più in generale da importare, con tutte le sue invenzioni linguistiche e i riferimenti letterari. Noi abbiamo creduto di poter fare, con dedizione, fatica e parecchia inventiva, un buon lavoro, e i lettori entusiasti del mondo inventato da Jasper Fforde ci hanno dato ragione.

Il mondo editoriale oggi dove sta andando?

C'è una tendenza prevalente a puntare su pochi libri, a farne potentissimi bestseller, assi pigliatutto. Noi, come Heloneida Studart, crediamo nella diversità, nella varietà delle voci, nei mille rivoli da difendere nella loro unicità, e la resistenza di tanti editori indipendenti ci aiuta a sperare

 

«Fare gli editori a Milano»
VivereMilano, Roberta Folatti, 2006

Intervista agli editori di Marcos y Marcos

 

Com’è inserita la Marcos y Marcos in questa città, come si sta muovendo? 

La casa editrice sta attraversando un momento di grande apertura ai nuovi autori di tutto il mondo. Siamo sensibilissimi al discorso della multiculturalità, a cogliere le testimonianze significative degli altri mondi. Proprio in un momento in cui invece la sensazione è che la cultura americana stia diventando imperante. Le cose più vitali sembrerebbero sempre provenire da lì. La Marcos sta facendo un discorso diverso, è partita dall’America, un America classica anni ’30-’60, e ora sta facendo un excursus dentro la letteratura di tutto il mondo. Se dovessimo riassumere in un paradigma l’atteggiamento della casa editrice, diremmo che è quello di costruire un mappamondo letterario. Voci di popoli e nazioni disparate, Polonia, Russia, Africa, Cina.
La sede della Marcos è in via Padova, una zona particolarmente mista in quanto a popolazione, l’integrazione è ancora in una fase primitiva. Le persone che vengono da altri paesi sono ancora molto arroccate sulle loro posizioni, molto unite, tendono ad aggregarsi tra loro. Naturalmente dall’altra parte, tra i residenti più antichi, c’è una presa di distanza. Però secondo noi non esiste un vero conflitto, anzi ci pare ci sia una convivenza relativamente pacifica. Certo non si può ancora parlare di scambio. Noi siamo contenti di essere qui, siamo inseriti abbastanza bene in un ambiente di botteghe, di laboratori artigiani, che è la dimensione in cui ci riconosciamo di più. 

Come sta Milano secondo voi?

Milano ha una povertà culturale che ormai è quasi esemplare, soprattutto se la confrontiamo con Roma, un luogo in cui le istituizoni, le associazioni ma anche le stesse persone sono in grandissimo fermento. In questo momento in quella città si stanno incontrando da un lato gli aiuti istituzionali, da un altro le occasioni e da un altro ancora i desideri. Questo crea un terreno culturale molto propizio, anche per l’editoria, che ha la possibilità di inserirsi in un’attività più generale della città. Qui a Milano è diverso, forse oggi l’unico contributo possibile è testimoniare il desiderio di conservare le cose che contano, in un ambiente in cui tutto è assolutamente appiattito. Resistere.
Milano è una città difficile, sporca, priva di aree verdi, dove andare in bici è un gesto quasi suicida, dove la gente non cammina per le strade. Ma ci sono anche cose positive. Nella nostra zona, tra via Padova, Loreto, piazza Argentina, sono in atto delle riforme urbanistiche rilevanti, interessanti: stanno creando degli spazi che consentono di stare per la strada. Idea estremamente positiva. La prova è che appena questi spazi vengono creati, vengono utilizzati. In via Morgagni hanno costruito una bocciofila dove prima c’era un giardinetto sabbioso pieno di siringhe. Beh è diventato un punto di riferimento incredibile. E’ un’ulteriore prova che il solo fatto di mettere a disposizione uno spazio è importante perchè la popolazione lo fa subito proprio, lo usa, lo fa vivere. Lo usano gli anziani, lo usano tantissimo gli stranieri. Prendiamo anche l’esempio delle piste ciclabili, le poche che ci sono, lungo i Navigli, sono belle e frequentate.
In via Padova, stranamente, hanno creato dei bellissimi e spaziosi marciapiedi, a scapito dei parcheggi e delle auto: secondo noi quella è la direzione verso cui si deve andare. In città prima di tutto si devono muovere le persone e le biciclette, il traffico dev’essere deviato. Tutto questo a Milano non sta accadendo, ma in via Padova un po’ sì. Ed è bellissimo vedere come questi marciapiedi vengono subito popolati, diventano un luogo dove stare e parlare 

Milano dal punto di vista del vostro lavoro? E’ facile o difficile portare avanti il vostro progetto qui?

Milano è un luogo molto costoso dove stare, quindi tipografi, legatori stanno tutti fuori, in Brianza. Però le librerie milanesi sono molto importanti. La nostra è una città strana: apparentemente non c’è nulla, poi di fatto i lettori stanno qui, è un mercato rilevantissimo. Da questo punto di vista stare a Milano e avere rapporti coi librai milanesi è di vitale importanza.
Però tutto questo avviene nella fatica, nella severità, è un fatto di resistenza, come se si dovesse sempre contrastare un altro mondo fatto di telefonini, passaggi rapidi, macchine troppo costose, superficialità.
Noi abbiamo la sensazione che manchi un tessuto, un reticolo di case editrici milanesi significative, insomma si contano sulla punta delle dita. C’è un salto pazzesco tra le megacase editrici Mondadori, Rizzoli e quelle indipendenti. Non esiste un’editoria indipendente vitale, non c’è una rete culturale che faccia capo alle case editrici. Questa è una cosa molto negativa ed è una specificità milanese. 
Non c’è nemmeno una buona interconnessione tra editori e librai come c’è a Roma, Roma è diventata il polo delle case editrici indipendenti, anche perchè esiste un incrocio virtuoso tra librai e editori.

Perchè a Milano manca questo?

A causa dell’atteggiamento del tutto cieco tenuto dalle istituzioni. Non c’è stato alcun tipo di osmosi fra le realtà editoriali e le posizioni di Comune e Provincia, tutte le volte che si sono chiesti degli aiuti, in termini di iniziative, eventi ecc. sono sempre stati rifiutati, addirittura con derisione. 
Poi Roma ha fatto ben vedere cosa si poteva fare, con Massenzio, con le agevolazioni all’apertura di librerie, con gli infiniti sostegni e aiuti in termini anche di iniziative. Prendi le biblioteche romane che fanno continuamente iniziative. La base non sono le sovvenzioni, sono le attività sul territorio, che coinvolgono tutte le parti. 
Il risultato è che gli editori indipendenti a Milano sono sempre di meno e i librai fanno fatica. E’ molto più facile aprire qualcosa fuori Milano, ci sono case editrici fiorenti a Varese, Treviso ecc. La presunta centralità milanese non è più tale, non è più così strategico stare a Milano.

Se doveste raccontare Milano a un amico che non la conosce cosa gli direste?

E’ una città molto severa, ha delle bellezze nascoste, tra cui i lettori. Però non viene offerta, a noi e a loro, nessuna occasione di incontro.
A Milano molte cose avvengono al chiuso, di nascosto - questa è un po’ la tradizione della città. I giardini più belli sono celati agli sguardi. La cosa peculiare di Milano è che bisogna scoprirla con molta difficoltà, apparentemente può sembrare chiusa, sbarrata. Anche le cose più ovvie, tipo la gente per strada, i locali all’aperto sono ristrette in poche zone, il resto è desolato, persino pericoloso.
A Milano non ci sono manifestazioni culturali degne di questo nome che si svolgano all’aperto. Hanno provato a fare, copiando Barcellona, la Fiera del libro e della rosa, in aprile. E’ già un passo avanti, anche se forse dovrebbe essere un evento più legato alla tradizione milanese. Comunque quando si crea un piccolo varco, le persone rispondono, ci sono. 
Milano ha avuto nel passato tentativi un po’ forzosi di coinvolgere le persone, ci viene in mente il “risotto in piazza” all’epoca di Craxi... se le occasioni fossero autentiche, secondo noi le persone risponderebbero. Ma giustamente i milanesi sono anche molto orgogliosi, hanno una forte dignità e non sono portati alle cose calate dall’alto. 
Troppe iniziative a Milano sono basate sul mordi e fuggi, sul concetto di fregare la gente. E poi c’è quest’ossessione di fare una cosa alla moda, artefatta, pompata. La piaga della moda dà la sua impronta a molte cose, basate sull’apparenza, sulla falsa “figheria” senza un vero significato. Anche questo aumenta la distanza con le persone immigrate.

La Milano di oggi e sempre più del prossimo futuro vedrà crescere la presenza di molte culture e popoli diversi: la fermentazione interculturale (rif. a Card. Martini) è un valore? Se sì come realizzarla (a scuola, nei servizi, nel tempo libero, nelle iniziative culturali...), qual è la via milanese al rendere valore questa coesistenza di diversità?

Siamo a uno stadio iniziale, adesso le persone che sono arrivate da fuori sono un po’ arroccate, un po’ in difficoltà, anche perché c’è un’altra parte della città che si ritira, che dice. 
Succederà questo: siccome sono proprio le persone appena arrivate ad usare maggiormente le cose messe a disposizione (spazi, marciapiedi, giardini), queste realtà nuove alla fine esprimeranno loro stesse dei prodotti economici e culturali più rilevanti. Ci saranno delle manifestazioni economicamente più solide sui territori utilizzati: faranno magari dei bei ristoranti e staneranno i “bianchi”, i locali, gli autoctoni, i “fondatori” (se vogliamo usare delle definizioni un po’ provocatorie), che usano meno gli spazi e le strutture esterne (se tralasciamo alcune fasce come quelle degli anziani). Potrebbe essere una spinta a che le entità artigianali e creative utilizzino a loro volta di più l’esterno. E alla fine ci sarebbe un incontro, un confronto, sul positivo. Lì allora potrebbe davvero rifiorire la città. Potrebbe esserci la ripartenza rispetto ai romani. Noi siamo stati a Montreal e lì queste cose si sono un po’ realizzate, c’è un incrocio fra popoli diversi di questo tipo. Ciascuno ha avuto una fase di difficoltà e assestamento, il passo successivo è stato l’incontro, all’esterno, mediato da attività più commerciali. Tornando a Milano, mettiamo che nasca un bar polacco: se è fatto bene, gli autoctoni sono curiosi di andare a provarlo. Quando si innescano queste micce, allora le cose partono. Certo l’osmosi verrà nelle prossime generazioni, ora siamo tutti guardinghi, sia noi che gli stranieri. 

Qual è la Milano che sta emergendo dalle trasformazioni in atto?

Noi abbiamo visto delle piccole trasformazioni architettoniche e urbanistiche - anche plastici di futuri interventi - e siamo rimasti piacevolmente sorpresi nel constatare con che larghezza e felicità si presenterebbe il rapporto fra il verde e le cose costruite. Gli spazi dismessi e le aree ex industriali sono tanti, un lavoro di concerto molto energico per trasformare queste vecchie strutture in spazi dove si alternino nuove architetture e aree verdi sarebbe davvero ciò che riqualifica Milano. La strada non è certamente quella degli ipermercati, che portano alla desertificazione. La Bicocca alla fine sembra un ghetto, una realizzazione triste. 
Per fare tessuto bisogna riscommettere sulle entità più piccole, sul fatto che si intersechino attività culturali, piccolo commercio e tante altre voci.
Prendiamo Bologna: tu attraversi le vie e vedi che c’è un numero sufficiente di negozi specializzati, che creano flusso di persone, dal pesce al pane alla liuteria, tanto per fare degli esempi. Ci dev’essere un sistema articolato di proposte, non come a Milano, dove il quartiere studentesco ha magari tre lavanderie e nessun negozio. Se uno pensa a Città Studi sembra incredibile che non ci siano librerie, bar, cinema, teatri. E’ respingente per viverci. La gente ha bisogno di vivere in un tessuto misto.

Relativamente al vostro settore, cosa bisognerebbe fare?

Noi siamo milanesi e siamo abituati a far da soli, a non aspettarci troppo dall’esterno. Un mercato del libro in pieno centro, sul modello di Barcellona, è una buona cosa. Bisogna continuare a creare occasioni di incontro fra gli editori e i lettori, e qualche evento, magari un po’ meno raffinato della Milanesiana. Va a finire che a Milano quando si fa qualcosa, si fa una roba raffinatissima, in cui uno si sente anche un po’ in soggezione.
Ci vorrebbero tante altre iniziative normali, alla portata di tutti, anche come orari, agibili anche a chi lavora. Nello stile, ad esempio, delle Biblioteche in giardino.
Le istituzioni dovrebbero offrire, anzichè denaro, molte più occasioni. Assodato che soldi ce ne sono pochi, potrebbero concertare il rapporto con le Università e le Biblioteche, intensificando le attività che ruotano attorno a queste strutture. 
Per quanto riguarda le librerie, a noi non sono molto simpatiche le megacatene, che funzionano come luoghi dove non ci sono davvero delle persone. Gli eventi organizzati in questi posti rispondono a una logica pienamente di mercato, per cui se c’è l’autore di richiamo arriva la gente, se c’è un autore nuovo non viene nessuno. Questo succede perchè non c’è dietro un rapporto personale coi clienti, una comunicazione intorno ai nuovi autori: isole felici come la libreria di porta Romana ne sono rimaste davvero poche. 

Che cosa siete disposti ad impegnarvi a fare per Milano oggi?

A non usare l’automobile e muoverci solo con la bicicletta... cosa che peraltro già facciamo, ma saremmo ancora più rigorosi se ci dessero le piste ciclabili e limitassero il traffico in città. E ad aderire con entusiasmo a qualsiasi iniziativa coinvolgente che abbia un qualche legame con la gente.
Quella del cambiamento della circolazione è una battaglia a-politica, una lotta civile, in cui saremmo disposti a spendere la nostra immagine pubblica. Si tratta di un ripensamento generale, che comprende una gestione diversa dei trasporti pubblici, un investimento su tutti i mezzi alternativi alle auto e una campagna promozionale a favore di questi. Andare in bici fa bene alla salute e fa bene al traffico, ma bisogna rendere questo mezzo meno pericoloso. E poi c’è il discorso legato al riscaldamento, alla riconversione delle caldaie. E quello sul contenimento dei consumi, facciamo un uso smodato dell’energia, ci vuole una campagna di educazione e sensibilizzazione. Pensiamo che questo mondo debba avere un minimo di futuro...

I libri possono aiutare Milano?

Siamo convinti che i libri siano sufficientemente dotati di contenuti per dare una smossa a una città ferma come la nostra. E poi leggere fa bene... un po’ come andare in bicicletta. Ti tiene ancorato a te stesso, ti mette a confronto con ciò che c’è scritto. E’ un modo diverso di affrontare la realtà, leggere fa quasi più bene che scrivere, mette in circolo delle idee. Leggere vuol dire anche ascoltare. E poi il contenuto dei libri è spesso sovversivo, in senso vero. Quasi sempre, nei libri intelligenti, c’è un pensiero forte, un’idea che aiuta a vivere meglio e a comportarsi in un modo più vicino alla felicità.

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