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Pareri & interviste
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Un
incontro con Marcos y Marcos Non è un paese per gli e-book «In Italia la carta conta più che altrove» europaquotidiano.it, Giovanni Dozzini, 2010 Intervista a Marco Zapparoli Va bene la tecnologia, va bene la comodità. Ma un conto è tenere in mano un oggetto dal fascino antico come un libro fatto di carta e inchiostro e colla e un altro è trafficare con un aggeggio elettronico, imbambolarsi di fronte all’ennesimo schermo, ritrovarsi a guardare trame di luce artificiale come ormai succede quasi in ogni momento del giorno. Insomma, ben venga l’e-book, ma andiamoci piano. Se i dati diffusi recentemente dall’Aie raccontano di un mercato in crescita costante (ma a dicembre dovrebbe coprire non più dello 0,1% del totale), la diffidenza del grosso dei lettori fatica ancora a venir meno. Ma gli editori, cosa ne pensano? Avete presente la Marcos y Marcos? Copertine colorate, ruvide, con illustrazioni splendide, pagine leggere che per sfogliarle basta sfiorarle, caratteri eleganti. Dietro e dentro la Marcos y Marcos ci sono Marco Zapparoli e Claudia Tarolo, marito e moglie, famiglia e lavoro e passione tutto insieme. L’abbiamo chiesto a lui, a Zapparoli, che futuro dobbiamo aspettarci, per l’e-book. E lui, come tutti nell’ambiente, non si sbilancia più di tanto. Perché soprattutto in Italia fare previsioni è difficile. «Sicuramente», dice, «da noi l’e-book incontrerà qualche resistenza in più che altrove. Da una parte c’è una compagine di lettori forti molto legati al libro tradizionale, mentre dall’altra c’è una folta rappresentanza di compratori di libri che amano notevolmente quest’oggetto pur non leggendo così tanto». Gente che compra molti più libri di quelli che riesce a leggere, quasi per puro gusto estetico. Uno potrebbe pensare che questo accada un po’ dappertutto. E invece no. «Prendiamo Francia o Germania. Lì i lettori forti sono più interessati al testo in sé, possono prescindere dall’idea dell’oggetto: per loro la versione digitale vale quella cartacea». L’impressione, in ogni caso, è che con l’espansione degli e-book gli editori si ritroveranno a pagare non poco in termini di riconoscibilità del proprio marchio. In fondo la ricerca della peculiarità – nella scelta delle copertine, della carta, dei formati – è da sempre una costante nel mercato editoriale. E Zapparoli, quello delle copertine colorate e tutto il resto, non può che essere d’accordo. «Pagheranno molto, sì. È indubbio che si riscontrerà una certa perdita di identità. Spesso il rapporto con i lettori è anche un po’ feticistico, e con la scomparsa dell’oggetto questo rapporto sarà in qualche modo depotenziato». Ma c’è un altro aspetto della questione che dovrebbe preoccupare tutti i piccoli editori. Vale a dire quello che riguarda i librai. Perché «se l’e-book prenderà piede, li indebolirà per forza, e di questo non c’è proprio bisogno. Noi siamo convinti che i librai siano molto importanti nel sostegno degli editori di qualità. E se già tra poco tempo le librerie perderanno fette sempre più consistenti delle vendite di manuali e classici a vantaggio delle edizioni elettroniche, avranno meno risorse e meno possibilità per occuparsi di narrativa. È questo scenario, a mio avviso, che è destinato a cambiare radicalmente entro i prossimi tre anni. Ci saranno sempre meno librerie, che dovranno essere molto più forti per non farsi scappare i lettori». Da qualche parte, comunque, questi e-book si dovranno comprare. Stanno nascendo parecchi portali dediti alla loro vendita, e la Marcos y Marcos ha già aderito a una di queste librerie online di seconda generazione, BookRepublic. «Un sito che unisce venditori ed editori di qualità (tra cui Minimum Fax, Isbn, Voland, ndr): questa corresponsabilità può essere un’ottima forma di garanzia». Però l’editore milanese non metterà online i suoi libri migliori. «Perché non vogliamo far concorrenza ai librai, e perché continuiamo a credere nel libro fatto di carta. In altre parole, tecnicamente siamo pronti, ma svilupperemo una formula particolare. Di fatto, stiamo pensando a dei contributi digitali da prevedere in allegato ai libri tradizionali, come delle bonus track, qualcosa che sia complementare al libro, e non una sua alternativa ». Vale ancora la pena di puntare sul libro di carta, insomma. E per l’anno prossimo, in occasione dei trent’anni di attività, la Marcos y Marcos ha pensato di rilanciare il meglio del proprio catalogo non cedendo alla tentazione di riproporlo in formato digitale, come faranno in molti. Anzi. «Faremo delle nuove edizioni di pregio: copertine più belle, formati un po’ diversi, magari un prezzo un po’ più basso. Siamo sicuri che i lettori apprezzeranno. Perché un libro è come un bel concerto: comprandolo vai sul sicuro. Al pari di un concerto ha qualcosa di effimero e irripetibile, e per goderlo non hai bisogno di nient’altro. Un concerto, non un vinile: per ascoltare un disco ti serve un buon giradischi, e c’è sempre il rischio che il supporto non funzioni, si rovini. Non si sa mai». Nel libro tradizionale, in altre parole, a differenza di quanto vale per l’e-book forma e sostanza si fondono quasi magicamente. Per questo non scomparirà mai. Attenzione, però. Le cose cambieranno comunque di molto. Magari non subito, ma già nei prossimi cinque-dieci anni. Gli strumenti per poter leggere gli e-book, infatti, sono e saranno sempre migliori. E non stiamo parlando solo di iPad. «C’è già in giro roba di qualità molto più alta», garantisce Zapparoli. «Perché arrivi in Italia ci vorrà un po’, come sempre, ma tra non molto potremo disporre di qualcosa di molto simile all’ebook reader ideale. E allora il mercato si dovrà adeguare, per forza. Magari la porzione dedicata alle novità si ridurrà drasticamente, si faranno meno libri e tirature più limitate». E a quel punto? «Bisognerà essere ancora più attenti. E ancora più bravi». Torna alla pagina Pareri e interviste
Parola d'Editore «Eravamo in vacanza in Nuova
Zelanda e un giorno siamo entrati in una libreria di Auckland, la
capitale, e abbiamo chiesto alla commessa di consigliarci un autore, un
volume. Lo abbiamo letto, ci è piaciuto e così abbiamo scoperto
Janette Turner Hospital. L’abbiamo cercata, trovata e così l’8
ottobre uscirà il suo “Orfeo perduto”, libro nel quale crediamo
molto, la storia tra un musicista e una scienziata che si occupa di
matematica della musica, di un grande amore, passione comuni e un
misterioso attentato. Invece adesso Marco è in Cile, me lo immagino
entrare ed uscire da chissà quante librerie e poi tornare in Italia con
qualcosa di interessante da pubblicare». Il Marco dell’episodio iniziale è Zapparoli (l’altro Marco del nome, ovvero Franza, nel frattempo è invece uscito dalla società) mentre la voce narrante è quella di Claudia Tarolo, già brillante dirigente di una multinazionale e poi assorbita dalla bella avventura della casa editrice, cui si è dedicata anima e corpo. «Siamo contenti di aver mantenuto la nostra dimensione abbastanza piccola, ma soprattutto indipendente – riprende a raccontare in maniera coinvolgente la Tarolo – e facciamo molto affidamento sui librai indipendenti. Sia noi che loro riusciamo così a difendere le cose che amiamo. Nel nostro caso quello che vogliamo pubblicare, gli autori che scopriamo, in maniera un po’… vagabonda per il mondo, ma anche in contatto con altri editori non solo europei o addirittura tramite internet, modalità meno… romantica ma comunque efficace. Attualmente pubblichiamo tredici novità l’anno. Forse è un numero piccolo rispetto ad altri editori, ma questa è la nostra dimensione. Anche perché così riusciamo a seguire gli autori e, in qualche maniera, a farci seguire da loro…». Un momento: editore
indipendente, solo 13 titoli l’anno, una piccola struttura
(all’inizio poco più che una mansarda) a Milano: ma allora, il
segreto per farcela dov’è nascosto? La qualità, come dimostra il
catalogo, non ne risente, anzi: In questi giorni, ad esempio, la Marcos y Marcos sta portando in giro Michael Zadoorian, in America lanciato proprio dai librai e qui da noi fresco del successo di “In viaggio contromano”. E anche il suo sarà un viaggio italiano in contro… tendenza rispetto alla grande editoria: la Marcos lo accompagna soprattutto nelle città di provincia, isole comprese, e nelle solite librerie indipendenti, a contatto con tanti lettori forti. «In questo modo i nostri autori li facciamo conoscere veramente – aggiunge Claudia Tarolo – e devo dire che, in un momento non buono anche per l’editoria, noi invece siamo in crescita, grazie anche al passaparola di quanti amano il nostro marchio. Piccoli numeri ma interessanti. Proprio come i nostri libri e i nostri autori». Va bene, poi però arriva il
pesce grande e… Ma ci sono altri libri che stanno per segnare la nuova stagione della Marcos y Marcos, ad iniziare da “Follia docente” di Fulvio Ervas, già in catalogo con l’editore milanese grazie a “Pinguini arrosto”: quello un poliziesco, questa la storia (ma non la solita solfa del genere…) del professor Elia, tra avventure, disavventure e farneticazioni di un docente in balìa della tempesta scolastica. Poco più in là, ad ottobre
inoltrato, uscirà invece “In fuga con la zia” di Miriam Toews, altra
autrice nella quale la Tarolo crede molto: Un’altra scoperta internazionale della Marcos è l’indiana-statunitense Jhumpa Lahiri: «Ci è stata segnalata da un amico editore olandese. Brava, ma senza riconoscimenti internazionali, e così i grandi editori non hanno colto l’occasione. Noi abbiamo preso e tradotto la raccolta di racconti “L’interprete dei malanni”, rapiti da una scrittura cristallina, minuziosa, Poi ha vinto il Pulitzer e tutti si sono accorti di lei…». Ma Claudia e Marco vanno avanti, con il gusto indipendente di chi può permettersi il lusso di entrare in una libreria di Auckland o battere la provincia italiana (ancora Cavina, a lungo inquilino di una casa popolare in un paese romagnolo) per tirare poi fuori tredici gemme l’anno. Torna alla pagina Pareri e interviste
«Un
bravo editore non ha pregiudizi: esce a caccia fischiettando e si
lascia guidare dal fiuto» Intervista agli editori di Marcos y Marcos I primi a rispondere alle nostre domande sono i Direttori della casa editrice Marcos y Marcos: Marco Zapparoli e Claudia Tarolo. Questa casa editrice, dall’esperienza ormai trentennale, nasce e cresce a Milano, partendo da piccole pubblicazioni fino ad arrivare a oggi con un catalogo ricco e articolato, corsi di editoria, arditi progetti in divenire come “BookJockey Day” e la “Letteratura Rinnovabile”. Grazie alla Marcos y Marcos oggi leggiamo e amiamo Boris Vian, John Fante, John Kennedy Toole e tanti altri, e, sempre grazie ad essa, possiamo inoltre scoprire autori contemporanei italiani, e non solo, di grande qualità come Cristiano Cavina, Davide Longo, Pedro Lemebel, Michael Zadoorian. Una casa editrice, dunque, che non si dimentica ma che si segue, fedelmente e con fiducia. Com’è nata Marcos y Marcos, ma soprattutto: chi sono Marco Zapparoli e Claudia Tarolo e cosa fanno? Marcos y Marcos è nata un po’ alla volta. Per qualche anno è stata piccolissima, poco più che un sogno, poi si è evoluta pian piano, sempre più intenta a mettere radici che a crescere troppo rapidamente in altezza. In principio c’erano due Marco, Zapparoli e Franza, poi il secondo Marco se n’è andato, e undici anni fa, dopo un lungo periodo monomarcos, Claudia Tarolo ha preso il suo posto. Marco Zapparoli e Claudia Tarolo sono animali abbastanza simili, tipi di cui si dice: dio li fa e poi li accoppia. Amano parecchio leggere e giocare, sono un po’ estremisti, in genere non hanno paura. Fanno gli editori anche quando dormono e non sempre sono di buona compagnia; esemplari, in questo senso, due battute di dialogo con una figlia: − Noi: questa non è una cena normale, è una cena di lavoro. − Figlia: allora è una cena normale. È che i due si sentono circondati da parecchie meraviglie, e prendono molto sul serio il compito di farne circolare qualcuna, di innescare incontri che hanno conseguenze. Perché pubblicare un libro: ovvero da dove parte la ricerca di autori e nuove proposte? Come valutate il materiale sia dal punto di vista della linea editoriale sia come lavoro pratico di selezione? Dove viene “cercato” l’autore e quanto peso nella scelta riservate alle proposte degli agenti letterari così amati/discussi? Un bravo editore non ha pregiudizi: esce a caccia fischiettando e si lascia guidare dal fiuto. Se ha la fortuna di essere indipendente, può divertirsi parecchio. Mentre arrivano fiumi di proposte, non si deve rinunciare a battere terreni inesplorati. Il criterio è sempre lo stesso: tendere occhi e orecchie per sentir squillare la qualità. Gli agenti a volte sollevano un po’ di polvere, ma un buon libro si può nascondere ovunque. La difficoltà maggiore per noi, in realtà, è trovare il tempo per vagliare con calma tutto ciò su cui, in un modo o nell’altro, mettiamo le mani. Non ci poniamo confini di genere, o territorio. Un buon libro è sopra le parti. Casa editrice/mondo web: qual è il rapporto, sia a livello di scouting ma non solo, tra voi e l'infinita complessità di offerta da parte di chi scrive online? Internet è oceanico, ma esistono piste anche lì; basta saperle individuare e seguire. Le informazioni offerte sono fin troppe, certo, ma hanno spesso il vantaggio di essere imparziali, di esprimere punti di vista liberi e personali. Abbiamo trovato autori importanti tramite il web – è il caso di Michael Zadoorian – e molti lettori hanno scoperto noi, o nostri libri poco conosciuti, grazie all’ampiezza del web. Usata bene, è una risorsa in più da ogni punto di vista. Nel vostro lavoro, ormai trentennale, di scandaglio della narrativa esordiente e non solo quali sono le caratteristiche, sia personali che letterarie, che oggi vi colpiscono maggiormente in uno scrittore per poterlo pubblicare? Vi sono capitati nel corso di questi anni, in tal senso, incontri inizialmente sfortunati che poi si sono rivelati estremamente belli e favorevoli? Spesso i nostri autori ci assomigliano, inutile negarlo: avventurosi e folli, capaci di entusiasmo, e di non mettere il successo, o l’illusione del successo, davanti a tutto. Non ricordiamo incontri partiti male e finiti bene, piuttosto il contrario: ci è spiaciuto perdere per strada un autore indubbiamente dotato come Davide Longo. Scuole e corsi di scrittura: qual è la vostra opinione in merito? Si può “imparare” a scrivere? Si deve imparare a scrivere: come in tutte le arti, è un lungo processo di affinamento e di ricerca, di confronto con i modelli e sviluppo di una cifra propria. Un corso appropriato è di grande stimolo e aiuta a mettersi seriamente di fronte ai propri limiti e alle difficoltà del mestiere. Naturalmente alla base occorre una predisposizione e un talento naturale che nessuna scuola ti può dare. I maestri migliori possono fartelo capire. Evoluzione e/o involuzione della scrittura: in tutti questi anni di esperienza maturata in ambito editoriale cosa ne pensate? La scrittura esordiente è in evoluzione o in involuzione? Se è in involuzione, cosa pensate di fare come editori per aiutare le sorti della narrativa? In ogni epoca ci sono autori veri e autori di scuola, maestri ed epigoni. Nell’epoca di internet gli epigoni hanno più spazio, e i veri autori rischiano di restare sommersi. Il nostro compito di editori è tentare di separare il grano dal loglio, anche quando il loglio, per un fatto di conformismo e di abitudine, rischia di piacere di più. Nel rapporto dell'Aie sui primi sei mesi del 2009 si legge di una notevole flessione del mercato editoriale italiano (-2,2% a valore, -4,2% a volume). Tuttavia, il dato che crediamo se non incoraggiante almeno confortante, è che sono i gruppi maggiori ad aver perso quote di mercato, mentre gli editori di piccola e media editoria di qualità hanno “tenuto”, perché puntano a soddisfare una domanda elitaria e più complessa. Voi, da editori appunto “di qualità”, come leggete questo dato? Parrebbe proprio così. Gli editori ben riconoscibili, che si concentrano sulla qualità delle proposte e lavorano sodo alla promozione dei libri, quest’anno tengono meglio degli altri. I veri lettori non rinunciano facilmente a un “vizio” che costa meno del fumo e rende molto di più. Arriviamo freschi dal successo dell’ultima edizione di Più libri più liberi, la fiera degli editori piccoli e medi che si svolge a Roma in dicembre, dove le vendite sono cresciute per tutti. Per noi il 2009 è stato un anno davvero ottimo. Senza aumentare le novità − per la narrativa siamo fermi a 13 l’anno − il fatturato è cresciuto del 18%. Non c’è che da ringraziare i librai e i lettori fedelissimi! Il mercato delle cosiddette “librerie online” sembra registrare una crescita esponenziale (alcune proiezioni parlando di una crescita di oltre il 25% nel primo semestre 2009). Vi interessa questo dato? Presidiate e monitorate con interesse il canale? Le librerie online per noi rappresentano il 5% del fatturato. Da tre anni, la crescita è del 30%. Ovviamente, per editori piccoli è vincente il fatto che queste librerie forniscano ai lettori tutto il catalogo, e in modo sempre più rapido. Negli ultimi due anni, in Italia, è cresciuta la fiducia − prima scarsa − negli acquisti online. Difficile dire se questa tendenza si manterrà, ma è molto probabile: non escludiamo che in altri tre anni le vendite online rappresentino il 10%. Da rivista letteraria che si occupa anche di fotografia e illustrazione non abbiamo potuto fare a meno di notare l’attenzione e la cura che riservate alla scelta delle copertine, alla scelta dei materiali e della qualità di stampa e allo stile molto personale che da sempre vi caratterizza e contraddistingue. Come nasce questa vostra scelta di campo? Quanto investite, concettualmente e non solo, nell’organico di un libro a questa fase di produzione? I nostri lettori sono molto esigenti, apprezzano moltissimo il fatto che si usi buona carta, che si rileghi a filo, che non ci siano troppi refusi. Basta dare un’occhiata ai pareri su Anobii per capire quanto ci tengono. La grafica per noi dovrebbe trasmettere molto dell’anima di un libro, la pasta di cui è fatta la casa editrice che lo propone. Quindi investiamo parecchio, e investiremo sempre di più in questo senso. Tra il 2010 e il 2012, anche in Italia la lettura degli ebook − complici strumenti molto migliori − inizierà a diffondersi. Questo intaccherà in parte il mercato dei libri tascabili, e in generale di bassa qualità. Il cerchio dei lettori forti si stringerà ancor di più attorno a chi i libri li farà con estrema attenzione alla loro consistenza fisica. Come proporre un libro sul mercato: in che modo lanciate un nuovo autore? Come lo “aiutate” ad affacciarsi nel complesso e ampio mondo delle librerie? Se è un autore “nuovo”, cerchiamo di capire che tipo è. Cerchiamo di immaginarci i librai che potrebbero aiutarlo a farsi conoscere. Poi, se i librai apprezzano il suo libro e si fanno avanti, se sono curiosi anche di come è il “personaggio”, cerchiamo di far sì che si incontrino. In pratica, noi non forziamo mai la mano a chi organizza festival, ai librai, e men che meno ai giornalisti, nel presentare un nuovo autore. Cerchiamo di metterne in luce l’originalità, ma aspettiamo che l’autore venga scoperto. La richiesta deve sempre nascere da chi poi proporrà il nuovo autore al pubblico. Sul piano pratico, questo comporta molto lavoro e anche molta pazienza. ma bisogna saper attendere. Creare occasioni propizie. Altrimenti, è molto più difficile che scattino veri entusiasmi. Un consiglio pratico per chi scrive. Lavorare molto. Non sottovalutare l’importanza dell’umile, a volte ripetitivo esercizio. Specie se si è consapevoli di non essere Kafka, il che sarebbe già un buon punto di partenza, riflettere molto sul senso di ciò che si sta scrivendo. E abituarsi a rifare, riscrivere, mettersi iper-criticamente di fronte a uno specchio. Un consiglio pratico per chi legge. Godere fino in fondo questo splendido privilegio.
«È
sempre più difficile restare indipendenti nell'editoria»
Avete
deciso di pubblicare meno libri in risposta alla febbre di nuove uscite
e, allo stesso tempo, per poter curare al meglio il titolo di turno e la
sua promozione. In pochi seguono la vostra linea, però… Ha
appena detto che da quando pubblicate meno libri, avendo più tempo per
curarli e promuoverli, ne vendete di più. Può quantificare con qualche
esempio questa affermazione? Di
recente sono nate due nuove collane, miniMarcos e MARCOSultra. Cosa c’è
nel futuro prossimo della sua casa editrice? Cosa
l’ha spinta, oltre all’amore per suo marito (Marco Zapparoli,
fondatore della casa editrice, ndr), a lasciare di punto in bianco il
prestigio e lo stipendio di una solida dirigenza di una multinazionale
per abbracciare il progetto Marcos y Marcos? Torna alla pagina Pareri e interviste
Intervista
agli editori di Marcos y Marcos
Messina. ‹‹All’inizio si parlava di noi come di un fenomeno da baraccone. Siamo nati nell’81 a Milano, in una mansarda ad un passo da Porta Venezia, dalla quale spedivamo edizioni numerate in giro per il mondo. Ma oggi –
continua fieramente Marco Zapparoli della casa editrice Marcos y Marcos
- siamo una delle case editrici indipendenti più affermate in
Italia››. Qual è la
vostra linea editoriale? Come avviene
la scelta dei titoli da pubblicare? Vi è mai
capitato di aver rifiutato un libro che in seguito a riscosso un grosso
successo? Cosa ne
pensate di quegli editori che richiedono un “contributo economico per
la pubblicazione”? Ne fate parte anche voi? Credete che in
futuro i negozi online possano indurre la chiusura delle librerie? Pochi anni fa
un libro difficilmente superava i 15 euro, cifra che adesso superano
facilmente quasi tutte le novità in commercio. La pirateria
ha messo in crisi l’industria cinematografica e quella discografica.
Vi spaventa l’ebook? L’offerta
economica più esosa per quale autore l’avete formulata? Secondo voi
esiste un libro fondamentale? Un libro che non può non essere letto? Torna alla pagina Pareri e interviste
«Il
mondo editoriale. Intervista a Claudia Tarolo, Marcos y Marcos»
Come inizia la sua avventura in Marcos y Marcos? È un’avventura che parte da lontano, dalle chiacchiere di due giovanissimi amici per sentieri di montagna; poi le strade si dividono, io scelgo la via più seriosa del diritto pur continuando a leggere e tradurre, mentre Marco Zapparoli fonda la casa editrice insieme a un altro Marco che ben presto se ne va. Tanti anni dopo le strade si incrociano nuovamente per unirsi nella vita e nel lavoro: da dieci anni Marcos y Marcos ha due anime. La sua casa editrice è una realtà editoriale indipendente, brillante e piuttosto variegata, in che modo valutate e approvate i testi destinati alla pubblicazione? I testi che pubblichiamo sono frutto di ricerche lunghe e complesse, spesso di rapporti coltivati negli anni. Leggiamo personalmente tutto quello che ci sembra interessante e non ci accontentiamo mai: pubblichiamo solo quello che ci piace davvero, che ha un’idea, una voce. È una scelta per molti versi istintiva, da lettori onnivori e voraci, ma sempre convinta. Avete tradotto e pubblicato Jhumpa Lahiri, straordinaria scrittrice divisa fra Stati Uniti e India, che ha all'attivo best-sellers internazionali, come ha scovato questo talento? Come ha affrontato la traduzione de “L'Omonimo”, dal quale Mira Nair ha tratto il film “Il destino del nome”? Jhumpa Lahiri è un bellissimo esempio di come la grande editoria spesso manchi di coraggio e spetti a noi indipendenti fare il salto nel vuoto. Quando noi l’abbiamo scelta, Jhumpa Lahiri era una giovane esordiente che aveva scritto una raccolta di racconti, L’interprete dei malanni; non vantava glorie o riconoscimenti internazionali. Ci è stata segnalata da un amico editore olandese e noi ci siamo innamorati della sua scrittura cristallina, della sua minuziosità chirurgica nell’analisi delle relazioni umane. Poi ha vinto il Premio Pulitzer, e i grandi editori si sono accorti di lei... ma a quel punto era più ovvio, più facile. Tradurre Jhumpa Lahiri è una bella sfida, perché la sua scrittura è calibratissima. Ha ritmo, dolcezza e misura. A me la sua precisione risulta particolarmente congeniale, la lingua entra ed esce senza intoppi, o almeno così mi sembra; di certo è un piacere profondo della mente. I vostri testi sono indubbiamente contraddistinti da vivaci e colorate copertine, nettamente riconoscibili sugli scaffali delle librerie, la carta è certamente fra le più pregiate, come viene studiata la scelta destinata ad ogni singolo testo? La carta deve essere piacevole al tatto, bella da vedere, piacevole alla lettura; da questo non si prescinde. Quando le cartiere Pigna, da cui ci approvvigionavamo, hanno chiuso la produzione, abbiamo cercato a lungo prima di trovare una nuova carta che ci soddisfacesse. Ogni copertina ha una storia a sé ed è sempre un’invenzione a tre. Io e Marco discutiamo all’infinito sull’idea da tradurre in immagine, Lorenzo Lanzi dà la sua interpretazione. A volte siamo tutti convinti al primo colpo, altre cambiamo due o tre volte idea fino a trovare la soluzione che ci piace. Del resto la copertina è importantissima, il primo richiamo per il lettore. Lei è certamente una delle più notevoli traduttrici italiane, LibrInTerra ha voluto dar luce anche a questa professione, così in penombra nel nostro paese, questo perché nel dialogo interculturale, chi meglio del traduttore, traduce una cultura. Condivide questo pensiero? Lei come si prepara nell'affrontare la traduzione di un libro? Quanto conta lo studio, quanto è talento naturale? Il traduttore si assume una responsabilità enorme, perché in realtà trasforma il testo originario in qualcosa di nuovo, che riparte da zero, creando un nuovo tessuto da offrire al lettore ignaro. Certo, è una trasposizione culturale, frutto di un viaggio lungo e faticoso fatto a piedi, qualche volta carponi… Per tradurre un testo, secondo me, bisogna possederlo, appropriarsene in senso quasi fisico, che lo si ami o meno. Personalmente ho bisogno di leggerlo e rileggerlo e poi partire. Quanto alla formazione, io ho avuto la fortuna di frequentare la miglior scuola di traduzione che esista in Italia e probabilmente nel mondo: cinque anni di liceo classico, ogni giorno a tradurre letteratura da due lingue diverse e meravigliose. È stata la mia palestra e la scoperta di una passione. Marcos y Marcos organizza anche corsi di editoria di notevole qualità, lei consiglierebbe la professione di editore? Quale suggerimento vorrebbe dare a chi vuole avvicinarsi al mondo editoriale? La professione di editore presuppone caratteristiche strane unite insieme: passione animale per i libri in senso materiale e immateriale, propensione fatale al gioco d’azzardo, anima recondita da mercante. Chi ha queste caratteristiche può fare l’editore e divertirsi, chi non le ha meglio che lasci stare. Naturalmente il mondo dell’editoria è vasto, e ciascuno può trovare il suo territorio più congeniale: molto diverso il ruolo dell’ufficio stampa, estroverso e chiacchierone, da quello del redattore, pignolo e silenzioso. Corsi come il nostro offrono la possibilità di decifrare i molti risvolti del mestiere, e sono utilissimi per capire se abbracciarlo, tenersene alla larga o scegliersi un proprio orticello più o meno appartato. Qual è la realtà editoriale italiana, in questo periodo storico così difficile, in un settore, quello culturale, dove gli investimenti paiono essere sempre più radi? Anche l’editoria funziona come ogni altro settore privato nel nostro paese: chi ha spirito di sacrificio e intraprendenza ce la può fare nonostante tutto. I lettori sono pochi ma forti e agguerriti, il desiderio di qualità è diffuso più di quanto non si pensi. Certo, uno stato più collaborativo non farebbe male... Qual è il suo sogno nel cassetto, per il suo futuro editoriale? Sogno che gli autori italiani bravissimi che abbiamo scovato, amato, protetto e portato nel mondo ottengano il riconoscimento che si meritano anche con una casa editrice come la nostra, indipendente e avventurosa ma senza ricchezze e senza potere. Torna alla pagina Pareri e interviste
«Twenty
questions 2010 a Marcos Y Marcos»
In che anno nasce la vostra casa editrice? "Nel 1981,
quindi l’anno prossimo compiamo 30 anni." "13 titoli
di narrativa, 1 di poesia, 4 saggi." "10 titoli
di narrativa straniera, e 3 di italiana." "Normalmente,
un titolo di poesia all’anno, alternando un poeta italiano a un poeta
straniero. Quest’anno pubblichiamo per esempio il nuovo libro di Fabio
Pusterla, e la celebre poetessa cilena Gabriela Mistral, che vinse il
Premio Nobel. E, ogni due anni, nella collana 'Testo a Fronte',
proponiamo un’antologia di poeti esordienti italiani." "Fulvio
Ervas, 'Finché c’è prosecco, c’è speranza'. Un autore su cui
puntiamo particolarmente. Capace di raccontare in modo spiritoso i
problemi e le contraddizioni del Nord-est, ma anche di proporre con
eleganza tematiche ecologiche e tecnologiche." "Siamo
ovviamente contrari, ci sembra una forma assurda di sfruttamento del
desiderio di pubblicare. Un vero editore scommette economicamente su un
autore, perché è convinto che abbia un valore e quindi più che 'spennarlo',
investe su di lui. Altrimenti, più che un editore è un avido
tipografo." "Circa 1.200
(milleduecento): e nonostante ci siano pochissimi testi davvero
interessanti, siamo convinti che da lì, un giorno, spunterà un romanzo
splendido." "Il fatto
che sia sconosciuto non è mai, nel nostro caso, una pregiudiziale
negativa. Il punto è solamente: questo testo racconta davvero una
storia, mette in scena personaggi, dispone di un stile che possono
interessare persone con gusti diversi dai parenti di chi lo ha
scritto?" "Moltissimo,
il lavoro di editing è estremamente importante. Soprattutto il rapporto
fra autore e editor, un rapporto basato sulla fiducia, sullo scambio
aperto e cooperativo, è fondamentale." "In media,
3.000 copie, se si tratta di un autore che pubblichiamo per la prima
volta. Altrimenti, si sale anche a 4.000 copie. Nel caso degli autori più
affermati, come Cristiano Cavina, di cui ricordiamo 'I frutti
dimenticati', candidato l’anno scorso al Premio Strega, o Michael
Zadoorian, autore di 'In viaggio contromano', la prima edizione è di
10.000 copie. "Fino ad
oggi non è mai successo, ma se anche accadesse, non ce la
prenderemmo." "Paolo Nori
- 'I malcontenti', appena pubblicato da Einaudi." "Balzac: 'Le
illusioni perdute' - Yourcenar, 'Memorie di Adriano' - Dostoevskj, 'I
fratelli Karamazov'. "Stravinskij, 'Sacre du Printemps' - Miles Davis, 'Kind of Blue' -
Radiohead, 'Hail To The Thief'." "Ormai è
troppo tardi per pensare a una iniziativa analoga a quella di Torino, e
aggiungiamo che anche la Fiera dell’editoria indipendente di Roma è
molto importante. Di festival e fiere del libro ce ne sono ormai
milioni. In futuro, Milano dovrebbe offrire nuove occasioni per
promuovere la lettura, che è la cosa più importante. Sulla promozione
della lettura ci sono ancora parecchi buchi da colmare." "In realtà,
questa definizione ci pare più calzante per il decennio precedente.
L’economia è stata drogata dalla finanziarizzazione del mondo. Questa
sarà una decade durissima, perché occorrerà ritrovare nuovi equilibri
fra debiti e crediti. Fra economia reale e economia virtuale,
un’economia troppo basata sulla rapidità con cui si spostano i soldi,
anziché sulla creazione di cose che hanno un reale valore. Una delle
frasi più abusate nel mondo della finanza, negli anni scorsi, è stata
'creare valore'. Una vera e propria fandonia! "Probabilmente
vivrebbe immerso nei libri. No, scherziamo. Ci sembra una domanda
davvero difficile, è sempre difficile giocare a 'come sarebbe se'..." "Davvero un
grande testimone e un grande produttore di omologazione e volgarità." "Penso di sì, ma non sappiamo se siano in condizioni migliori o peggiori delle spiagge di Taranto." Qual è l'angolo milanese che vi affascina di più? "L’interno dell’Accademia di Brera. Si tratta di un luogo magico per parecchi motivi. Una specie di cittadella ricca di cose molto diverse. C’è la Pinacoteca, piena di bei quadri nonostante le migliaia di tele relegate in cantina. C’è l’Accademia, con tutte quelle aule grandi e misteriose, piene di materiali manipolati dai giovani. C’è l’Orto Botanico, un giardino che emana profumi impensabili nel centro di una metropoli. C’è l’antichissimo Osservatorio, una finestra su cose molto distanti. C’è la Biblioteca Braidense, una delle più belle ed eleganti al mondo. Ci sono vialetti e angoli dove meditare.… davvero un luogo infinito. Borges non aveva idea di che meraviglia fosse Brera." |
«Fra
editori indipendenti e lettori si crea, nel tempo, una sorta di
piacevole complicità» Con quali difficoltà deve confrontarsi la piccola e media editoria? Ci
sono due bestiacce nere con cui è proprio difficile misurarsi.
Nonostante sia assurdo proporre decine di migliaia di novità ogni anno,
nonostante tutti sappiano che solo il 10% dei libri proposti ha una
reale possibilità di essere presa in seria considerazione dai librai e
quindi dal pubblico, ogni anno in Italia si pubblicano 60mila novità. Si può parlare di strategie che permettono ai piccoli e medi editori di contrastare i grandi gruppi oppure semplicemente di un tipo di offerta differente? I
piccoli e medi editori dispongono di un’arma micidiale. I piccoli e medi editori puntano su determinate fasce di lettori? I
piccoli e medi editori, quelli veri attenti e appassionati, puntano su
lettori veri. La qualità delle traduzioni pubblicate dai piccoli e medi editori è differente da quella dei grandi gruppi? I grandi editori collaborano con meravigliosi traduttori e pubblicano bellissime traduzioni, accuratamente riviste in redazione. Poi collaborano con traduttori meno meravigliosi e affidano la revisione ad agenzie esterne magari un po’ distratte. Poi collaborano con traduttori un tanto al chilo e tagliano decisamente la revisione. In sostanza: i grandi editori fanno molti libri e non possono curarli tutti allo stesso modo. Sono grandi aziende che ripartiscono le risorse secondo criteri aziendali. I piccoli editori di qualità, invece, sono un po’ ossessivi e feticisti, disposti a sacrifici disumani, e dedicano la stessa cura e attenzione a tutti libri che pubblicano. Questa è la differenza. C'è differenza tra editoria milanese e romana? I
Milanesi sono un po’ meno capaci di comunicare. Siete d'accordo sul fatto che gli italiani leggono poco? Diciamo che molti italiani non amano leggere, che la lettura non si può certamente considerare un’attività di massa, nel nostro paese. Se la cavano meglio la televisione, le partite di calcio, i centri commerciali e il gelato. E anche cose bellissime come la spiaggia e le montagne. Si legge di più, indubbiamente, nei paesi dove manca il sole. In Italia chi legge, però, è spinto da un forte desiderio, e a volte legge molto, legge bene, nel senso che curiosa, sceglie, sa quello che vuole. Pretende qualità. Qual è la vostra "mission"? Scegliere libri, persone e idee che vogliamo e possiamo sostenere e fare il possibile per farli conoscere, per innescare scintille, promuovere incontri, riconoscimenti. È il nostro compito di editori. Quali sono i vostri lettori forti? I lettori che cercano i nostri libri sono come noi: indipendenti. Si fidano del loro gusto e del loro giudizio, non hanno bisogno di rifugiarsi in ciò che è paludato, o certificato dalla televisione. Gente piuttosto simpatica, a occhio e croce. Come descrivereste la giornata tipo dell'editore? Comincia di notte, quando dilemmi e scadenze si stagliano nel buio. Si riesce a ricacciarle nelle tenebre da cui sono venute, si dorme ancora un po’. Se due editori, come nel caso della marcos, vivono sotto lo stesso tetto, la prima riunione è a colazione, e serve più che altro a mettere le cose in fila, illudendosi di poterle affrontare una alla volta. Poi si commette l’imprudenza di entrare in ufficio, dove tutto rovina addosso nello stesso tempo: copertine da inventare, trattative da portare avanti, presentazioni da organizzare, editing interminabili da concludere, comunicazioni da coordinare, libri da spedire, magazzino da rifornire, legatoria da sollecitare, fatture da pagare, interviste a cui rispondere, battaglie sulla legge del libro da portare avanti, lanci da impostare, buchi a cui rimediare, mail arretrate a cui rispondere, pareri su dodicimila dattiloscritti inviati da amici, parenti e conoscenti… e si potrebbe andare avanti all’infinito. Pranzare di solito si riesce, più difficile uscire dall’ufficio dopo il tramonto, anche perché quando tacciono i telefoni e l’ultimo collaboratore è sgusciato via, ci si immerge finalmente nel lavoro concentrato e di sostanza, si viaggia nei testi, e non si vorrebbe smettere più. Cosa pensate degli ebook, e quando sarà possibile libri marcos y marcos in qusto formato? Nel
2010 ci sarà una grande rivoluzione. Grandi aziende proporranno degli
aggeggi per leggere e-book di ottima qualità. Saranno molto flessibili,
gradevoli da maneggiare e utilizzare, perfino a colori. Molti li
useranno per leggere il giornale. Altri
per consultare repertori tecnici, frugare celermente fra i testi come
oggi si fa nel computer. Leggere in quel modo costerà meno. E in alcuni
casi, risulterà molto comodo. Non c’è alcun dubbio che avere in un
aggeggio piuttosto figo 500 libri non è niente male. Ma tenere in mano
un testo non è come tenere in mano un libro. Regalare un libro non è
come regalare un file. Possedere una biblioteca non è come possedere un
cugino dell’Ipod. Il mercato dei libri tascabili soffrirà la
concorrenza dell’ebook. Il mercato dei libri “indipendenti”, in
generale dei libri in cui l’oggetto è una parte rilevante, ne soffrirà
molto meno. I libri non rischiano affatto di fare la fine dei vinili,
per intenderci. Non verranno messi in soffitta per vent’anni, per poi
scoprirne di nuovo la magia. Il compito di marcos y marcos e di editori
come noi, sarà quello di rendere i nostri libri ancora più appetitosi.
E, certamente, tutti ci troveremo a combattere la pirateria, perché
molti testi circoleranno in formato elettronico senza che nessuno paghi
un euro. Sta accadendo in Germania, accadrà anche da noi. Libri marcos
y marcos in formato ebook? Presto per dirlo. Saremmo già in grado di
realizzarli, ma per noi proteggere autori e testi - e relativi diritti -
è un compito fondamentale. Dobbiamo prima esser certi che la pirateria
non si mangi tutto. Ne riparliamo in primavera?
Come
si fa un libro: corso di editoria Marcos y Marcos Perché avete sentito l'esigenza di fare un corso di editoria? Settimana
scorsa, un bravo parrucchiere ci ha confermato che il mestiere l’ha
imparato, come si suol dire, sul campo. A chi si rivolge il vostro corso? A
chiunque voglia fare sul serio con i libri: aspiranti editori e
redattori, traduttori, correttori di bozze; ma anche bibliotecari,
insegnanti, librai. Nelle librerie spesso il servizio è carente per mancanza di informazioni o per mancanza di passione? In
libreria di passione ce n’è davvero molta, ovunque. Si è sempre detto che in Italia si pubblica troppo e male, siete d'accordo? Si
pubblica certamente troppo. Il vostro corso è frutto di tanta esperienza maturata sul campo; cosa significa, nella situazione attuale, stare sul campo? Significa
fare in modo che i contenuti, le persone, le occasioni, si incontrino e
si sostengano nel modo migliore possibile. Allora, cosa c'è "dietro le quinte" di una casa editrice o, se vogliamo, di un libro? C’è
un lavoro fatto di cose più umili, semplici, ripetitive più di quanto
non si pensi.
L'Europa
non fa più sconti La
prima conferma:
una sala piena zeppa di librai, editori, agenti, bibliotecari, ma anche
autori e traduttori. La
seconda conferma:
nel momento in cui stendiamo queste note, tutte le case editrici che
dispongono di una collana di tascabili degna di rispetto, da Einaudi a
Feltrinelli, agli Elefanti di Garzanti, agli Oscar Mondadori –
propongono i propri libri, nelle librerie e su internet, con sconto
medio del 27% sul prezzo di copertina. Da mesi. Per mesi. Non
occasionalmente. André
Schiffrin ha
sottolineato come anche per il sistema del libro in USA, il trend che
vede vittime della concentrazione i piccoli editori e i librai
indipendenti in prima istanza, ma poi tutto il sistema della libreria. Dalla
rappresentante del Börsenverein des Deutschen Buchhandels, Jessica
Sänger, è
arrivata una importante indicazione. In un mercato regolamentato
seriamente, e grazie a un’associazione che rappresenta
sia gli editori sia i librai, le regole vengono fatte rispettare.
Incluso il prezzo fisso. Anche una logistica funzionante permette
maggior parità di concorrenza. Positiva,
molto incoraggiante la testimonianza di Liana
Levi: se si trova
un modo e uno stile di lavoro che protegge la collettività, se si vince
l’inerzia, è possibile raggiungere risultati molto positivi. Conclusione Proviamo a chiudere per un attimo gli occhi, fare due conti e immaginare un futuro diverso Se,
anziché buttar via ogni anno il 6% del valore del fatturato in libreria
(1 miliardo di euro) a suon di sconti; se evitassimo cioè di buttare
via 60 milioni di euro l’anno, e ne investissimo anche solo metà, cioè
30 (trenta milioni sono una cifra enorme!), in promozioni serie dedicate
alla lettura – non a spettacolini, ma alla lettura vera e propria –
probabilmente ci sarebbero abbastanza soldi non solo per regalare un
paio di milioni di libri durante ipotetiche Settimane del libro (3
milioni per i libri e 2 milioni per materiali promozionali, eventi e
pubblicità), come si fa in Olanda. Le righe precedenti, certamente, sono utopia. Tuttavia...
è davvero venuto il momento di far tesoro di quanto si fa all’estero,
e tracciare celermente intese fra editori e librai per evitare di remare
gli uni contro gli altri, creando vortici che risucchiano solo denaro
(sconti) ed energie (iperproduzione = iperrese).
«Venticinque
anni di Marcos y Marcos» Nel panorama della piccola editoria italiana un posto di rilievo è sicuramente occupato dalla Marcos Y Marcos. La casa editrice milanese quest’anno a compiuto i 25 anni di vita con una decisione che sembrava folle. Nel 2006, saranno pubblicate infatti 14 novità, anziché le tradizionali 17. Il risultato? Le vendite sono cresciute del 15 per cento. La Marcos ha sicuramente segnato il mercato "Se oggi John Fante non è più uno scrittore relegato alla polvere, forse lo si deve a questa casa editrice" spiegano orgogliosi Claudia Tarolo e Marco Zapparoli. "Se le copertine dei capolavori di Boris Vian, ovvero La schiuma dei giorni, e di John Kennedy Toole, ovvero Una banda di idioti, sono così inconfondibili, lo si deve allo stile grafico che Marcos y Marcos ha inaugurato a partire dai primi anni Novanta". Ma come nasce
l’idea della Marcos y Marcos? Come avete visto
cambiare il mondo dell’editoria e in particolare della piccola
editoria in questi 25 anni? Quali sono i
vostri autori di punta, a quali siete più legati? Quest’anno avete
deciso di pubblicare meno novità. Come mai? Qual è stata la molla che
vi ha condotto a questa scelta? A distanza di circa 10 mesi siete
pentiti? Nel marasma
generale di libri ed editori come può una piccola casa editrice
"aggredire" il mercato ed essere competitiva? Mi citate alcuni
colleghi editori che stimate e guardate con apprezzamento? Quale autore vi
siete fatti sfuggire? Quale vorreste "rubare"? Consigli ad un
giovane editore che vuole avviare una nuova impresa? Torna alla pagina Pareri e interviste
«Wuz
intervista Claudia Tarolo»
Ci racconti perché hai deciso di pubblicare Heloneida Studart? Ci ha colpito la sua passione, tanto generosa e femminile: sa unire magistralmente un'aspirazione generale alla pace come libera coesistenza tra diversi, con la passione amorosa, erotica, che nei suoi romanzi occupa il posto che merita senza mai diventare egoistica miopia. Altrettanto bella è la sua scrittura, ruvida e penetrante. Sono libri che lasciano il segno, entrano a far parte di noi: i libri che vogliamo pubblicare. A quale personaggio del libro ti senti più vicina? Certamente al personaggio di Mariana, la sorella forte e intelligente, capacissima di reggersi sulle proprie gambe, di prendersi le proprie responsabilità e di agire, eppure consapevole della necessità di abbandonarsi al richiamo delle emozioni, del cuore. Come descriveresti Heloneida Studart? Come una donna coraggiosa, impegnata per tutta la vita nella difesa dei deboli, dei poveri, delle donne, in un paese come il Brasile dove questo ha significato anche persecuzione vera, prigione. Tutto questo senza rinunciare alla propria femminilità, ad essere moglie e madre, senza rinunciare a sognare, a lasciar correre la fantasia nei suoi romanzi. La libertà è un passero blu o un Francobollo d'Addio? La libertà è un passero blu, un sogno semplice, un'utopia quotidiana. È già tanto conoscere e accettare i propri limiti, non farsi spegnere e soffocare dalle infinite, invisibili dipendenze che ci legano, alimentare un'allegra lucidità. La libertà è un francobollo d'addio, perché bisogna saper chiudere, dire di no quando è necessario, nella consapevolezza di poter e dover scegliere per tutta la vita. La condizione della donna in Brasile oggi rispetto a ieri? Questo andrebbe chiesto a Heloneida, se potesse ancora rispondere. Nei suoi romanzi ripete "Possibile che per le donne non arrivi mai la libertà?". Alcuni aspetti sono di certo migliorati, la famiglia non esercita più un potere assoluto di vita o di morte sulle figlie femmine, la verginità non è più un valore quasi sacro; eppure molti vincoli persistono, vischiosi e impercettibili, in Brasile, in Italia, in tutto il mondo. Soprattutto la condanna a dover scegliere tra femminilità e indipendenza. Ci saranno altri libri di Studart Heloneida da pubblicare? Ne abbiamo già uno in programmazione per il 2010, molto bello e molto duro, dove si parla ancora di amore ma anche di boia, di tortura. L'importanza della grafica delle vostre copertine: si ha sempre la sensazione che il grafico legga prima ogni libro che illustra. Cosa quasi unica in Italia La verità è che la nostra è una casa editrice "a conduzione familiare”, dove la nostra impronta personale è dappertutto: la copertina nasce da una collaborazione più che collaudata tra noi (io e Marco Zapparoli, i due editori) che conosciamo intimamente il libro e il nostro illustratore, Lorenzo Lanzi, che trasforma creativamente in immagini le nostre idee. Tra i vostri meriti l'aver tolto dall'oblio e dalla polvere autori come John Fante. È uno dei nostri marchi di fabbrica: ridare vita a gioielli sepolti sotto la polvere. È stato il caso di John Fante, ma anche di Vian, di John Kennedy Toole, di Dürrenmatt e di tanti altri. La velocità scriteriata che domina questo mercato di mordi e fuggi rischia di lasciare indietro meraviglie che sta a noi editori indipendenti, meno schiavi del mercato, proteggere, salvare, rilanciare, per il piacere dei tanti lettori forti ed esigenti che esistono pur sempre nel nostro paese. L'intuito di trovare fenomeni editoriali come Jasper Fforde... Si tratta sempre di saper rischiare: Jasper Fforde veniva ritenuto dai grandi editori troppo difficile da tradurre, o più in generale da importare, con tutte le sue invenzioni linguistiche e i riferimenti letterari. Noi abbiamo creduto di poter fare, con dedizione, fatica e parecchia inventiva, un buon lavoro, e i lettori entusiasti del mondo inventato da Jasper Fforde ci hanno dato ragione. Il mondo
editoriale oggi dove sta andando?
«Fare
gli editori a Milano»
Com’è inserita la Marcos y Marcos in questa città, come si sta muovendo? La casa editrice
sta attraversando un momento di grande apertura ai nuovi autori di tutto
il mondo. Siamo sensibilissimi al discorso della multiculturalità, a
cogliere le testimonianze significative degli altri mondi. Proprio in un
momento in cui invece la sensazione è che la cultura americana stia
diventando imperante. Le cose più vitali sembrerebbero sempre provenire
da lì. La Marcos sta facendo un discorso diverso, è partita
dall’America, un America classica anni ’30-’60, e ora sta facendo
un excursus dentro la letteratura di tutto il mondo. Se dovessimo
riassumere in un paradigma l’atteggiamento della casa editrice,
diremmo che è quello di costruire un mappamondo letterario. Voci di
popoli e nazioni disparate, Polonia, Russia, Africa, Cina. Come sta Milano secondo voi? Milano ha una
povertà culturale che ormai è quasi esemplare, soprattutto se la
confrontiamo con Roma, un luogo in cui le istituizoni, le associazioni
ma anche le stesse persone sono in grandissimo fermento. In questo
momento in quella città si stanno incontrando da un lato gli aiuti
istituzionali, da un altro le occasioni e da un altro ancora i desideri.
Questo crea un terreno culturale molto propizio, anche per l’editoria,
che ha la possibilità di inserirsi in un’attività più generale
della città. Qui a Milano è diverso, forse oggi l’unico contributo
possibile è testimoniare il desiderio di conservare le cose che
contano, in un ambiente in cui tutto è assolutamente appiattito.
Resistere. Milano dal punto di vista del vostro lavoro? E’ facile o difficile portare avanti il vostro progetto qui? Milano è un
luogo molto costoso dove stare, quindi tipografi, legatori stanno tutti
fuori, in Brianza. Però le librerie milanesi sono molto importanti. La
nostra è una città strana: apparentemente non c’è nulla, poi di
fatto i lettori stanno qui, è un mercato rilevantissimo. Da questo
punto di vista stare a Milano e avere rapporti coi librai milanesi è di
vitale importanza. Perchè a Milano manca questo? A causa
dell’atteggiamento del tutto cieco tenuto dalle istituzioni. Non c’è
stato alcun tipo di osmosi fra le realtà editoriali e le posizioni di
Comune e Provincia, tutte le volte che si sono chiesti degli aiuti, in
termini di iniziative, eventi ecc. sono sempre stati rifiutati,
addirittura con derisione. Se doveste raccontare Milano a un amico che non la conosce cosa gli direste? E’ una città
molto severa, ha delle bellezze nascoste, tra cui i lettori. Però non
viene offerta, a noi e a loro, nessuna occasione di incontro. La Milano di oggi e sempre più del prossimo futuro vedrà crescere la presenza di molte culture e popoli diversi: la fermentazione interculturale (rif. a Card. Martini) è un valore? Se sì come realizzarla (a scuola, nei servizi, nel tempo libero, nelle iniziative culturali...), qual è la via milanese al rendere valore questa coesistenza di diversità? Siamo a uno
stadio iniziale, adesso le persone che sono arrivate da fuori sono un
po’ arroccate, un po’ in difficoltà, anche perché c’è
un’altra parte della città che si ritira, che dice. Qual è la Milano che sta emergendo dalle trasformazioni in atto? Noi abbiamo visto
delle piccole trasformazioni architettoniche e urbanistiche - anche
plastici di futuri interventi - e siamo rimasti piacevolmente sorpresi
nel constatare con che larghezza e felicità si presenterebbe il
rapporto fra il verde e le cose costruite. Gli spazi dismessi e le aree
ex industriali sono tanti, un lavoro di concerto molto energico per
trasformare queste vecchie strutture in spazi dove si alternino nuove
architetture e aree verdi sarebbe davvero ciò che riqualifica Milano.
La strada non è certamente quella degli ipermercati, che portano alla
desertificazione. La Bicocca alla fine sembra un ghetto, una
realizzazione triste. Relativamente al vostro settore, cosa bisognerebbe fare? Noi siamo
milanesi e siamo abituati a far da soli, a non aspettarci troppo
dall’esterno. Un mercato del libro in pieno centro, sul modello di
Barcellona, è una buona cosa. Bisogna continuare a creare occasioni di
incontro fra gli editori e i lettori, e qualche evento, magari un po’
meno raffinato della Milanesiana. Va a finire che a Milano quando si fa
qualcosa, si fa una roba raffinatissima, in cui uno si sente anche un
po’ in soggezione. Che cosa siete disposti ad impegnarvi a fare per Milano oggi? A non usare
l’automobile e muoverci solo con la bicicletta... cosa che peraltro già
facciamo, ma saremmo ancora più rigorosi se ci dessero le piste
ciclabili e limitassero il traffico in città. E ad aderire con
entusiasmo a qualsiasi iniziativa coinvolgente che abbia un qualche
legame con la gente. I libri possono aiutare Milano? Siamo convinti che i libri siano sufficientemente dotati di contenuti per dare una smossa a una città ferma come la nostra. E poi leggere fa bene... un po’ come andare in bicicletta. Ti tiene ancorato a te stesso, ti mette a confronto con ciò che c’è scritto. E’ un modo diverso di affrontare la realtà, leggere fa quasi più bene che scrivere, mette in circolo delle idee. Leggere vuol dire anche ascoltare. E poi il contenuto dei libri è spesso sovversivo, in senso vero. Quasi sempre, nei libri intelligenti, c’è un pensiero forte, un’idea che aiuta a vivere meglio e a comportarsi in un modo più vicino alla felicità. |
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