|
Marco
Casa Letture gennaio 2008 Ogni cosa è illuminata dalla speranza Un lettore si appassiona a un libro ormai
introvabile e lo segnala al libraio di fiducia, Claudio Oxoli, il quale a
sua volta se ne innamora e lo fa conoscere a una coppia di editori,
Claudia Tarolo e Marco Zapparoli (ci sono ancora gli editori che dialogano
con i librai!), che coraggiosamente decidono di ripubblicarlo e rimetterlo
sul mercato italiano.
|
mondiale. Siamo nella Germania di Hitler,
alla vigilia dell’assedio di Stalingrado, e in una notte tempestosa un
sacerdote studia gli Atti del processo di un giovane militare, condannato
a morte per diserzione, che dovrà accompagnare al patibolo l’indomani.
Il soldato ha la sola colpa di aver amato una donna del nemico: «Ho
voluto vivere come un essere umano per qualche settimana, ecco; e ora la
pago così». L’imputato Baranowsky andrà a morire a testa alta, sereno
e fiero di avere agito nel bene. Anche le altre storie parallele (spesso risolte in poche righe) che si innestano su questa principale fanno riecheggiare lo stesso sentimento che porta il protagonista a ripudiare la guerra e a denunciare l’assurdità di questo strumento, in nessun caso giusto, che annienta l’uomo. A scriverlo è chi, anche nella realtà, ha dovuto testimoniare, vestito da soldato, l’amore di Dio per gli uomini, portando l’attaccamento alla vita là dove regnava sovrana solo la morte dell’anima. Con questa nuova edizione Marcos y Marcos ci restituisce un piccolo gioiello della narrativa tedesca del secondo dopoguerra. |
|
Goffredo
Fofi Goes, canto dalla parte dei vinti Albrecht Goes, pastore evangelico (1908-2000) ha scritto di teologia e di musica (Incontri con Bach, Claudiana 1961), una guida alla religione del Wurttemberg, qualche racconto e delle poesie. In Italia è ricordato soprattutto per i due racconti riuniti in Prima dell’alba da Einaudi nel 1959, nella limpida traduzione di Ruth Leiser Fortini. Uno dei due, La vittima, fu riproposto dalle edizioni di Linea d’ombra nel ’90, l’altro, Notte inquieta, da Giunti uno o due anni dopo, ed è quello che ha ora felicemente riscoperto Marcos y Marcos (Il libro è del 1950). In entrambi a scrivere in prima persona è un pastore, evidentemente lo stesso Goes a partire da esperienze personali. La vittima raccontava di un’incolta macellaia dal volto sfregiato presso cui, nell’immediato dopoguerra, l’autore ha affittato una camera, e di cui viene a sapere lentamente la storia: la sua macelleria era stata adibita per volontà superiore a servire gli ebrei un giorno la settimana, e così ella ha seguito la loro tragedia e, credendo ingenuamente, biblicamente che un sacrifico, un capro espiatorio, avrebbe forse potuto fermare quegli orrori, si è data fuoco, sopravvivendo per caso. Notte inquieta racconta invece di una “missione” del narratore, cappellano militare protestante sul fronte russo, che deve assistere un povero ragazzo tedesco di lingua polacca, figlio di n.n., condannato a morte per diserzione. Non è solo il mite Baranowski che egli incontra in quella notte, ma anche turpi graduati hitleriani (e lo spettro di Hitler aleggia su tutto, come nell’altro grandissimo racconto tedesco sulla guerra, anzi sull’ultimo giorno di guerra, Leviatano di Arno Schmidt), e soldati comuni, carcerati e secondini succubi e senza speranza, e soldati coscienti che la guerra non può che venir perduta e, alcuni, che è bene che venga perduta. Tra questi, il tenente Ernst che deve comandare il plotone d’esecuzione, laureato in teologia come il più bieco dei suoi colleghi, e il capitano Brentano che, all’alba, partirà per Stalingrado
|
da cui sa bene che non potrà ritornare vivo. Questi gli chiede di poter ospitare nella stanza dove devono passare insieme la notte, la sua amata, l’infermiera Melanie, con la quale potrà rimanere solo quando il pastore andrà ad adempiere il suo compito. Tutto finisce all’alba, per Baranowski e per il capitano, ma non per il pastore. Che ha detto al tenente Ernst: «Bisogna sconsacrare la guerra. Toglierle ogni incanto. Bisogna inculcare nella coscienza umana la certezza di come sia banale e laido questo mestiere di soldato. Che l’Iliade rimanga l’Iliade e il Canto dei Nibelunghi quel che è; ma noi dobbiamo sapere che lavorare con una pala e una zappa è più onorevole che andare a caccia di decorazioni». Nel momento in cui il cappellano dà l’ultima consolazione al condannato, davanti al plotone d’esecuzione, Baranowski gli chiede. «Vorrebbe darmi ancora una volta la mano? Con incertezza, cercava la mia mano senza quel senso del tatto che hanno i ciechi. Gliela strinsi, con calma e con forza. Meglio così. Come servo del Vangelo – per quello ero stato chiamato qui – dimostrai quale fosse il mio posto: dalla parte dei vinti. La verità del Vangelo o la follia del mondo, la sua ironia e il suo furore. Testimoniai di quella realtà. Poi retrocessi di qualche passo. Ero a metà quando sentii esplodere i colpi. Il tenente Ernst, con un gesto, senza parlare, aveva dato l’ordine». Da questa narrazione asciutta e intensissima, priva di qualsivoglia retorica e di una misura e di una tensione morale altissime, scaturisce nonostante tutto una speranza: il figlio che forse nascerà dall’infermiera Melanie. Ma, come dice «l’antica profezia: Quante forze avverse dovranno essere domate prima che il fanciullo impari a distinguere il Bene dal Male?»
|
| Enzo
Di Mauro Alias - Il manifesto dicembre 2007 LA DIVISA MARCESCENTE DEL CAPPELLANO: ALBRECHT GOES Il terzo capitolo del sopravvalutato
saggio di Sebald Guerra aerea e letteratura (testo che peraltro
termina, nella sua quarta parte, con alcune pagine assai ingiuste dedicate
ad Alfred Andersch) si chiude con questo efficace memento a futura,
definitiva memoria: «E nel pensare alle notti di fuoco a Colonia, ad
Amburgo e a Dresda, dovremmo anche ricordarci che già nell’agosto del
1942 – quando la Wehrmacht con le sue avanguardie della sesta armata,
aveva raggiunto il Volga e non pochi fra i suoi soldati fantasticavano del
tempo in cui, finita la guerra, si sarebbero stabiliti su una tenuta di
campagna con un bel giardino di ciliegi sul placido Don – la città di
Stalingrado, in quei giorni traboccante di profughi come più tardi
Dresda, veniva bombardata da milleduecento aviatori e che, durante
quell’attacco capace di suscitare sentimenti di giubilo fra le truppe
tedesche attestate sull’altra sponda, quarantamila persone persero la
vita». |
sufficienti a
trasformarlo in un artefice del diniego e dell’opposizione a un regime
criminale – trovarono tuttavia nell’esperienza di quei giorni
terribili un banco di prova che avrebbe potuto o incenerirli o
rafforzarli. Tutta la letteratura di Goes non potrà ruotare, dopo, che
intorno al rischio supremo di perdere Dio. Il racconto si avvia con la
contemplazione delle cose di natura. Dalla campagna dove paiono invisibili
le distruzioni, le macerie, gli stenti, l’orrore e dentro cui il
mondo sembra incontaminato, «buono e grande come nei primi giorni
della creazione». Il cappellano – il racconto ha cifra autobiografica,
da testimone appunto – deve assistere un uomo, un soldato, condannato a
morte per un tentativo di diserzione. L’ultima notte di vita di Fëdor
Baranowski prima della fucilazione all’alba. Cruciali sono due momenti o
evocazioni del libro: intanto il quadro d’insieme, cioè
l’atteggiamento e le parole dei comprimari, la dissoluzione di ogni
orgoglio guerriero, l’attesa priva di speranza, asciutta di futuro,
l’ironia acre benché rassegnata verso ogni forma di fede o di ideali;
poi l’incontro e il dialogo con il prete cattolico incaricato (per pura
crudeltà o per inerzia anch’essa non meno crudele e svergognata) di
presiedere il plotone d’esecuzione. In entrambi i religiosi è forte una
necessità, un’unica urgenza, ovvero quella di «perdere quella guerra».
Essi sanno, e lo dicono, dell’avvenuta eliminazione dei malati di mente
e delle persecuzioni e delle stragi a danno degli ebrei. Essi sanno di indossare divise «marcescenti» con su ricamato il grado imperdonabile di «assassino». E, si ripetono, «se anche dovessimo sopravvivere, allora avranno il diritto di chiederci: che cosa avete fatto? E noi tutti ci metteremo a dire: no, noi non abbiamo nessuna responsabilità, abbiamo fatto soltanto quello che ci è stato comandato. Mi pare di vederlo, l’esercito di quelli che si laveranno le mani come altrettanti innocenti. Ci vorrà un asciugamano grande come un sudario, per tutte quelle mani». Notte inquieta, in primo luogo, è già una sconsacrazione della guerra. Poi, è il tentativo (come è detto ne La vittima) di «erigere un segno», una stele vivente alla memoria da dentro l’efferatezza quotidiana, ben sapendo che il tempo sarà «grazia e giudizio» insieme. Goes, comunque, non scriverà mai d’altro. La casa editrice Claudiana, nel 1971, mandò in stampa quattro pezzi brevi – Il cucchiaino, con una buona introduzione di Enea Balmas – laddove, nel fuoco non ancora spento, svetta quell’«Israele occulto che ancora sussisteva intorno a noi ma non mai vicinissimo a noi, poiché è proprio della vita profetica il non poter essere avvicinata». Resta da dire, per tornare a Notte inquieta, che si tratta di uno dei grandi libri contro la pena di morte, al pari del Victor Hugo di Gli ultimi giorni di un condannato a morte e di Réflexions sur la guillotine di Albert Camus, pubblicato sette anni dopo. Nel racconto e in tutta l’opera di Goes circoleranno pure – come ha notato forse con affettuosa malizia Arno Schmidt – «troppi parroci», ma quel sentimento di «desolata tragicità» e quel «dialogare agitato, drammaticissimo» (così Ladislao Mittner) non sono comuni e non si scordano. |
|
Marilia
Piccone Vita e morte in una manciata di ore In genere è alla fine di
una recensione che è permesso dire che un libro è bello, dopo aver messo
in luce il perché. Per questo sottile romanzo dello scrittore tedesco
Albrecht Goes, “Notte inquieta”, lo diremo all’inizio, a mo’ di
introduzione, e alla fine, come conclusione e invito alla lettura. Perché
è bellissimo.
|
Per trasmettergli calma e
forza. In qualità di servo del Vangelo, dalla parte dei vinti. Mai come
in una guerra le parole “vincitori” e “vinti” sono nella mente di
ognuno, e in questo ottobre 1942, si può iniziare a riflettere su quale
sarà l’esito della guerra per la Germania. I più hanno capito che
ormai Hitler non riuscirà a vincere. Sono pochi, invece, quelli che, come
il cappellano, o come il tenente Ernst- pure lui un pastore della Chiesa,
in un altro mondo e in un’altra vita-, sono consapevoli che è
necessario perderla, quella guerra, se in futuro vorranno ancora avere una
vita degna di un uomo. |
| Grazia
Casagrande wuz.it dicembre 2007 Poche pagine che accontentano anche i lettori più esigenti. Un libro di fortissimo spessore capace di coinvolgere fin dalle prime righe. Scritto in prima
persona questo libro di sole 120 pagine è un vero gioiello.
|
L’ultima
tappa della giornata sarà la prigione in cui potrà incontrare il
condannato e là vedrà sia lui che gli altri detenuti per i quali
immediata è la pietà. Così uguale pietà, e sgomento, proverà quando
incontrerà colui a cui è stato ordinato di comandare il plotone
d’esecuzione: è anche lui un pastore, è molto turbato, quasi disperato
per quell’incarico odioso. Ed ecco quei due uomini, tormentati dal
sentirsi complici consapevoli dei delitti nazisti, dialogare sul male, la
colpa, la responsabilità. Giunto al suo alloggio, sa di doverlo
condividere con un altro militare, Brentano, un giovane capitano mandato a
Stalingrado, con ogni probabilità a morire. Brentano chiede di poter
accogliere nella stanza la fidanzata per un ultimo saluto. Diverse saranno le ore notturne per i tre: il pastore impegnato a leggere l’incartamento del processo di Baranowski, i due giovani ad amarsi. Baranowski, emerge dalle carte, è un ragazzo tranquillo, ferito in battaglia viene assegnato agli approvvigionamenti, conosce in uno dei villaggi la giovanissima Ljuba, con cui scambia bigliettini per fissare gli incontri, biglietti che poi trovati dalle SS lo perderanno: denunciato per tradimento di segreti militari, fugge sicuro della condanna, ma viene catturato e ora eccolo in attesa dell’esecuzione. Gli ultimi momenti prima della morte in cui la vicinanza del pastore si fa più dolorosa e intensa, richiesta disperatamente dal condannato, vissuta con tormento e impotenza dal pastore. Un libro breve, così forte, che mostra tutte le drammatiche contraddizioni di chi è comunque, senza condividere nulla, nelle maglie del potere nazista (di ogni potere?). Poche pagine ma che segnano il lettore nel profondo. |
| Ilaria
Sodini La voce d'Italia ottobre 2007 Albrecht Goes, ex capellano militare durante la seconda guerra mondiale, ci racconta le passioni di una notte, che distruggono l'animo senza smettere di incitare alla vita. Durante la guerra di Hitler un capellano militare viene inviato sul fronte russo ad assistere un soldato condannato a morte per diserzione. Dovrà dividere la stanza con un capitano in partenza per Salisburgo ed ospitare la sua amante, una crocerossina venuta a dirgli addio. |
Ma è proprio
nella bontà di pane e miele divisi coi compagni di stanza, nell'amore
ascoltato studiando le carte della persona che dovrà accompagnare al
patibolo, e nella sigaretta fumata nella sua cella, che il parroco
riscopre la bellezza della vita, che ovrebbe essere gioia
e non primitiva distruzione come la guerra. Goes ci racconta con
maestria il percorso interiore del pastore di anime, che uscirà
dall'esperienza distrutto, ma ancora convinto che ogni uomo può
fare qualcosa per fermare la guerra. Il libro fu edito in italia per la prima volta nel 1994 dall'editore Giunti, che poi si dichiarò non interessato a continuare le ristampe. A sette anni dalla morte dell'autore, Marcos y Marcos ci ripropongono un classico tradotto in 18 lingue e dal quale è già stato fatto un film.
|
| Valeria
Parrella Grazia ottobre 2007 SE L’AMORE NON CEDE ALLA GUERRA Siamo in guerra: non si può vivere come si vorrebbe, né tanto meno morire come si vorrebbe. È questo il pensiero che accompagna, alla fine del 1942, il cappellano militare di Vinniza, Ucraina. È questo il leitmotiv dello splendido romanzo di Albrecht
|
Goes che costruisce un personaggio rigoroso eppure umanissimo, che dopo giorni di battaglia si trova a distribuire estreme unzioni e scrivere lettere luttuose ai parenti dei soldati morti, piuttosto che ubriacarsi per dimenticare, riesce a concedersi lunghe passeggiate nella campagna ottobrina. Nei campi di girasoli pullulanti di partigiani, nei territori occupati e sfruttati in cui ogni promessa di liberazione si era rivelata un inganno. Con gioia di vivere e ironia dissacrante, durante una missione incontrerà un giovane condannato a morte e una coppia di amanti che devono dirsi addio. In una notte insonne, uomini e donni vivi e veri si scambiano, in pochi attimi estremi, miserie e meraviglie, drammi e poesia. Se c’è un bel romanzo di amore e guerra, è questo. |
| Goffredo
Fofi Internazionale ottobre 2007 UNA NOTTE AL FRONTE Einaudi lo pubblicò molti anni fa insieme a La vittima, un racconto forse perfino più straziante e religiosamente alto di questo, sotto il titolo unico di Prima dell’alba, e poi lo ristampò Giunti. Con Leviatano di Arno Schmidt è forse il più bel racconto tedesco sulla seconda guerra mondiale, dominato dallo spettro di Hitler. Goes, che era pastore evangelico a Stoccarda, fu cappellano militare e, nei suoi pochissimi scritti narrativi,
|
non inventò
probabilmente nulla. Qui parla di una notte al fronte in cui si intrecciano più incontri: con un povero soldato condannato a morte per diserzione, tedesco di lingua polacca; con un capitano cui cede la sua stanza perché possa incontrarvi, prima che all’alba debba partire per l’assedio di Stalingrado da cui certamente non tornerà vivo, l’infermiera che ama riamato; e con un contorno di giudici e secondini, graduati e soldati semplici, che sono biecamente inumani o tristemente coscienti (“Questa è l’amara verità: siamo dei complici”, gli dice il comandante di un plotone di esecuzione) o pedine del destino. Ma è di tutte le guerre che Goes ci parla, secondo “l’antica profezia: quante forze avverse dovranno essere domate prima che il fanciullo impari a distinguere il Bene dal Male?”. |