ALBRECHT GOES
Notte inquieta


Recensioni 

 

Letture
gennaio 2008
Alias - Il manifesto
dicembre 2007
stradanove
dicembre 2007
wuz.it
dicembre 2007

Riforma
novembre 2007

Grazia
ottobre 2007

Avvenire
ottobre 2007
La voce d'Italia
ottobre 2007
Internazionale
ottobre 2007

Marco Casa
Letture

gennaio 2008

Ogni cosa è illuminata dalla speranza

Un lettore si appassiona a un libro ormai introvabile e lo segnala al libraio di fiducia, Claudio Oxoli, il quale a sua volta se ne innamora e lo fa conoscere a una coppia di editori, Claudia Tarolo e Marco Zapparoli (ci sono ancora gli editori che dialogano con i librai!), che coraggiosamente decidono di ripubblicarlo e rimetterlo sul mercato italiano.
Ecco così che ritorna Notte inquieta del tedesco Albrecht Goes. Questa catena ha del miracoloso ed è anche un miracolo come la vita e la speranza possano resistere al buio del male, che è quello che si narra in questo racconto breve ed essenziale, scritto nel 1950 dal pastore protestante Goes, cappellano militare durante la Seconda Guerra 

 

mondiale. Siamo nella Germania di Hitler, alla vigilia dell’assedio di Stalingrado, e in una notte tempestosa un sacerdote studia gli Atti del processo di un giovane militare, condannato a morte per diserzione, che dovrà accompagnare al patibolo l’indomani. Il soldato ha la sola colpa di aver amato una donna del nemico: «Ho voluto vivere come un essere umano per qualche settimana, ecco; e ora la pago così». L’imputato Baranowsky andrà a morire a testa alta, sereno e fiero di avere agito nel bene.
Anche le altre storie parallele (spesso risolte in poche righe) che si innestano su questa principale fanno riecheggiare lo stesso sentimento che porta il protagonista a ripudiare la guerra e a denunciare l’assurdità di questo strumento, in nessun caso giusto, che annienta l’uomo. A scriverlo è chi, anche nella realtà, ha dovuto testimoniare, vestito da soldato, l’amore di Dio per gli uomini, portando l’attaccamento alla vita là dove regnava sovrana solo la morte dell’anima.
Con questa nuova edizione Marcos y Marcos ci restituisce un piccolo gioiello della narrativa tedesca del secondo dopoguerra.

Goffredo Fofi
Avvenire

ottobre 2007

Goes, canto dalla parte dei vinti

Albrecht Goes, pastore evangelico (1908-2000) ha scritto di teologia e di musica (Incontri con Bach, Claudiana 1961), una guida alla religione del Wurttemberg, qualche racconto e delle poesie. In Italia è ricordato soprattutto per i due racconti riuniti in Prima dell’alba da Einaudi nel 1959, nella limpida traduzione di Ruth Leiser Fortini. Uno dei due, La vittima, fu riproposto dalle edizioni di Linea d’ombra nel ’90, l’altro, Notte inquieta, da Giunti uno o due anni dopo, ed è quello che ha ora felicemente riscoperto Marcos y Marcos (Il libro è del 1950). In entrambi a scrivere in prima persona è un pastore, evidentemente lo stesso Goes a partire da esperienze personali. La vittima raccontava di un’incolta macellaia dal volto sfregiato presso cui, nell’immediato dopoguerra, l’autore ha affittato una camera, e di cui viene a sapere lentamente la storia: la sua macelleria era stata adibita per volontà superiore a servire gli ebrei un giorno la settimana, e così ella ha seguito la loro tragedia e, credendo ingenuamente, biblicamente che un sacrifico, un capro espiatorio, avrebbe forse potuto fermare quegli orrori, si è data fuoco, sopravvivendo per caso. Notte inquieta racconta invece di una “missione” del narratore, cappellano militare protestante sul fronte russo, che deve assistere un povero ragazzo tedesco di lingua polacca, figlio di n.n., condannato a morte per diserzione. Non è solo il mite Baranowski che egli incontra in quella notte, ma anche turpi graduati hitleriani (e lo spettro di Hitler aleggia su tutto, come nell’altro grandissimo racconto tedesco sulla guerra, anzi sull’ultimo giorno di guerra, Leviatano di Arno Schmidt), e soldati comuni, carcerati e secondini succubi e senza speranza, e soldati coscienti che la guerra non può che venir perduta e, alcuni, che è bene che venga perduta. Tra questi, il tenente Ernst che deve comandare il plotone d’esecuzione, laureato in teologia come il più bieco dei suoi colleghi, e il capitano Brentano che, all’alba, partirà per Stalingrado 

 

da cui sa bene che non potrà ritornare vivo. Questi gli chiede di poter ospitare nella stanza dove devono passare insieme la notte, la sua amata, l’infermiera Melanie, con la quale potrà rimanere solo quando il pastore andrà ad adempiere il suo compito. Tutto finisce all’alba, per Baranowski e per il capitano, ma non per il pastore. Che ha detto al tenente Ernst: «Bisogna sconsacrare la guerra. Toglierle ogni incanto. Bisogna inculcare nella coscienza umana la certezza di come sia banale e laido questo mestiere di soldato. Che l’Iliade rimanga l’Iliade e il Canto dei Nibelunghi quel che è; ma noi dobbiamo sapere che lavorare con una pala e una zappa è più onorevole che andare a caccia di decorazioni».

Nel momento in cui il cappellano dà l’ultima consolazione al condannato, davanti al plotone d’esecuzione, Baranowski gli chiede. «Vorrebbe darmi ancora una volta la mano? Con incertezza, cercava la mia mano senza quel senso del tatto che hanno i ciechi. Gliela strinsi, con calma e con forza. Meglio così. Come servo del Vangelo – per quello ero stato chiamato qui – dimostrai quale fosse il mio posto: dalla parte dei vinti. La verità del Vangelo o la follia del mondo, la sua ironia e il suo furore. Testimoniai di quella realtà. Poi retrocessi di qualche passo. Ero a metà quando sentii esplodere i colpi. Il tenente Ernst, con un gesto, senza parlare, aveva dato l’ordine». Da questa narrazione asciutta e intensissima, priva di qualsivoglia retorica e di una misura e di una tensione morale altissime, scaturisce nonostante tutto una speranza: il figlio che forse nascerà dall’infermiera Melanie. Ma, come dice «l’antica profezia: Quante forze avverse dovranno essere domate prima che il fanciullo impari a distinguere il Bene dal Male?»

 

Enzo Di Mauro
Alias - Il manifesto

dicembre 2007

LA DIVISA MARCESCENTE DEL CAPPELLANO: ALBRECHT GOES

Il terzo capitolo del sopravvalutato saggio di Sebald Guerra aerea e letteratura (testo che peraltro termina, nella sua quarta parte, con alcune pagine assai ingiuste dedicate ad Alfred Andersch) si chiude con questo efficace memento a futura, definitiva memoria: «E nel pensare alle notti di fuoco a Colonia, ad Amburgo e a Dresda, dovremmo anche ricordarci che già nell’agosto del 1942 – quando la Wehrmacht con le sue avanguardie della sesta armata, aveva raggiunto il Volga e non pochi fra i suoi soldati fantasticavano del tempo in cui, finita la guerra, si sarebbero stabiliti su una tenuta di campagna con un bel giardino di ciliegi sul placido Don – la città di Stalingrado, in quei giorni traboccante di profughi come più tardi Dresda, veniva bombardata da milleduecento aviatori e che, durante quell’attacco capace di suscitare sentimenti di giubilo fra le truppe tedesche attestate sull’altra sponda, quarantamila persone persero la vita».
Non ci è dato sapere se Sebald conoscesse o meno il romanzo breve Notte inquieta che Albrecht Goes pubblicò nel 1950 e che Einaudi mandò nelle librerie italiane, facendolo seguire dal racconto La vittima del 1954, in un volume dal titolo complessivo Prima dell’alba, nella medesima versione che ora viene ripresentata ai lettori e che già l’editore Giunti aveva ripreso nel 1994 (mentre, per La vittima, a recuperarlo provvide Linea d’ombra nel 1990). Non sappiamo, in altri termini, con quanti pallini di gradimento, come si usa con i film il venerdì o con i calciatori il lunedì, l’incontestabile Sebald lo avrebbe promosso o bocciato. Oppure, ancora, se qualche sia pure sottilissimo fibroma estetico o (peggio) paraestetico, dunque soltanto al suo occhio visibile, avrebbe condannato l’autore scomparso a Stoccarda a ottantadue anni nel 2000 a bruciare nel fuoco eterno di coloro i quali abdicarono alla funzione stessa di letteratura, e anzi contravvennero alla propria legittimazione. E se, insomma Goes fosse in possesso di uno sguardo implacabile in grado di raccontare, facendosene testimone non incolume, le ragioni della disfatta nazista e innanzitutto nell’ammettere le colpe dell’intera Germania.
La battaglia di Stalingrado, dunque. Proprio nel 1942 il pastore luterano Albrecht Goes – fu infatti consacrato nel 1930 e avrebbe lasciato il sacerdozio, per dedicarsi completamente alla sola scrittura, nel 1953 – si trovava sul fronte orientale, in Ucraina, per svolgere la propria missione di cappellano militare. Era anch’egli un soldato del Terzo Reich al servizio della guerra di Hitler. La sua sensibilità religiosa, la sua accesa spiritualità, il suo rigoroso sentimento – elementi che pure non furono 

sufficienti a trasformarlo in un artefice del diniego e dell’opposizione a un regime criminale – trovarono tuttavia nell’esperienza di quei giorni terribili un banco di prova che avrebbe potuto o incenerirli o rafforzarli. Tutta la letteratura di Goes non potrà ruotare, dopo, che intorno al rischio supremo di perdere Dio. Il racconto si avvia con la contemplazione delle cose di natura. Dalla campagna dove paiono invisibili le distruzioni, le macerie, gli stenti, l’orrore e dentro cui il  mondo sembra incontaminato, «buono e grande come nei primi giorni della creazione». Il cappellano – il racconto ha cifra autobiografica, da testimone appunto – deve assistere un uomo, un soldato, condannato a morte per un tentativo di diserzione. L’ultima notte di vita di Fëdor Baranowski prima della fucilazione all’alba. Cruciali sono due momenti o evocazioni del libro: intanto il quadro d’insieme, cioè l’atteggiamento e le parole dei comprimari, la dissoluzione di ogni orgoglio guerriero, l’attesa priva di speranza, asciutta di futuro, l’ironia acre benché rassegnata verso ogni forma di fede o di ideali; poi l’incontro e il dialogo con il prete cattolico incaricato (per pura crudeltà o per inerzia anch’essa non meno crudele e svergognata) di presiedere il plotone d’esecuzione. In entrambi i religiosi è forte una necessità, un’unica urgenza, ovvero quella di «perdere quella guerra». Essi sanno, e lo dicono, dell’avvenuta eliminazione dei malati di mente e delle persecuzioni e delle stragi a danno degli ebrei.
Essi sanno di indossare divise «marcescenti» con su ricamato il grado imperdonabile di «assassino». E, si ripetono, «se anche dovessimo sopravvivere, allora avranno il diritto di chiederci: che cosa avete fatto? E noi tutti ci metteremo a dire: no, noi non abbiamo nessuna responsabilità, abbiamo fatto soltanto quello che ci è stato comandato. Mi pare di vederlo, l’esercito di quelli che si laveranno le mani come altrettanti innocenti. Ci vorrà un asciugamano grande come un sudario, per tutte quelle mani». Notte inquieta, in primo luogo, è già una sconsacrazione della guerra. Poi, è il tentativo (come è detto ne La vittima) di «erigere un segno», una stele vivente alla memoria da dentro l’efferatezza quotidiana, ben sapendo che il tempo sarà «grazia e giudizio» insieme. Goes, comunque, non scriverà mai d’altro. La casa editrice Claudiana, nel 1971, mandò in stampa quattro pezzi brevi – Il cucchiaino, con una buona introduzione di Enea Balmas – laddove, nel fuoco non ancora spento, svetta quell’«Israele occulto che ancora sussisteva intorno a noi ma non mai vicinissimo a noi, poiché è proprio della vita profetica il non poter essere avvicinata».
Resta da dire, per tornare a Notte inquieta, che si tratta di uno dei grandi libri contro la pena di morte, al pari del Victor Hugo di Gli ultimi giorni di un condannato a morte e di Réflexions sur la guillotine di Albert Camus, pubblicato sette anni dopo.
Nel racconto e in tutta l’opera di Goes circoleranno pure – come ha notato forse con affettuosa malizia Arno Schmidt – «troppi parroci», ma quel sentimento di «desolata tragicità» e quel «dialogare agitato, drammaticissimo» (così Ladislao Mittner) non sono comuni e non si scordano.

Marilia Piccone
stradanove

dicembre 2007

Vita e morte in una manciata di ore

In genere è alla fine di una recensione che è permesso dire che un libro è bello, dopo aver messo in luce il perché. Per questo sottile romanzo dello scrittore tedesco Albrecht Goes, “Notte inquieta”, lo diremo all’inizio, a mo’ di introduzione, e alla fine, come conclusione e invito alla lettura. Perché è bellissimo.
Tutto avviene in una notte dell’ottobre 1942, in poche ore di buio, pochissime destinate al sonno. E’ una notte inquieta in cui c’è chi si prepara ad essere vicino ad un condannato a morte nei suoi ultimi istanti di vita, chi teme il momento in cui dovrà ordinare di far fuoco, chi fa l’amore prima di partire per il fronte, conscio che quasi certamente non vivrà per sapere se la sua ragazza porta in grembo suo figlio.
Dorme il maggiore Kartuschke della Kommandantur (“ci sono uomini che non dovrebbero esistere. E costui era uno di quelli”). Dorme, perché non sa che è la sua ultima notte, il ventiduenne Baranowski, condannato per diserzione. Gli altri vegliano, perché mai come in una guerra è imperativo chiedersi il significato di ogni singola azione che compiamo, se si vuole mantenere la dignità di essere umano. Anche un piccolo gesto come stringere la mano al maggiore Kartuschke ha la sua importanza- e il cappellano militare, che è il protagonista e voce narrante (“il clown del paradiso”, lo ha chiamato il maggiore con disprezzo), sa bene che quel contatto, di pura cortesia in altra situazione, lo bolla come un vinto in questo contesto. E tuttavia ben altro valore assume lo stesso gesto, il dare la mano all’uomo che di lì a poco sarà fucilato. 
   

 

Per trasmettergli calma e forza. In qualità di servo del Vangelo, dalla parte dei vinti. Mai come in una guerra le parole “vincitori” e “vinti” sono nella mente di ognuno, e in questo ottobre 1942, si può iniziare a riflettere su quale sarà l’esito della guerra per la Germania. I più hanno capito che ormai Hitler non riuscirà a vincere. Sono pochi, invece, quelli che, come il cappellano, o come il tenente Ernst- pure lui un pastore della Chiesa, in un altro mondo e in un’altra vita-, sono consapevoli che è necessario perderla, quella guerra, se in futuro vorranno ancora avere una vita degna di un uomo.
Perché - e stiamo parlando ad un livello strettamente personale-, come può il tenente Ernst ordinare di sparare su un uomo? Perché se non lo fa lui lo farà un altro? E in maniera peggiore? Si può fare del male per prevenire il Male? E, se lui e il cappellano si paragonano a Kartuschke, dov’è la differenza? Sono peggiori perché sanno quello che stanno facendo? O sono quantomeno diversi perché non approvano l’ingiustizia? Ma questo è il crimine peggiore dei regimi totalitari, di rendere tutti complici, tutti colpevoli.
Non c’è solo morte e attesa della morte, del corpo e dell’anima, in questa notte inquieta. C’è anche un barlume di luce in uno spazio angusto che riesce ad essere senza confini- nella locanda sovraffollata un capitano (si chiama Brentano, come il poeta romantico) chiede al cappellano se può far salire la sua ragazza nella stanza che condividono. Lui è stato inviato a Stalingrado (e sa bene che è una condanna a morte pure la sua) e sarà la sua prima e ultima notte d’amore.
Un libro che riesce a parlare di Bene e di Male, di vita e di morte, di odio e di amore verso il prossimo, senza sentimentalismi e senza retorica. Un libro bellissimo.

Grazia Casagrande
wuz.it

dicembre 2007

Poche pagine che accontentano anche i lettori più esigenti. Un libro di fortissimo spessore capace di coinvolgere fin dalle prime righe.

Scritto in prima persona questo libro di sole 120 pagine è un vero gioiello.
Siamo nell’ottobre del 1943, la giornata è bellissima, invita a passeggiare per sentieri e a immergersi nei profumi e nei colori dell’autunno. Il pastore (il narratore) si concede appunto qualche ora di libertà e quando rientra in ospedale viene convocato d’urgenza alla Terza Sezione, il  Tribunale militare. Il perché non è per lui un mistero: di certo deve assistere all’esecuzione di una sentenza. Rapidi preparativi e poi la partenza.
L’uomo da assistere, gli viene detto all’arrivo, è Fëdor Baranowski, condannato a morte per diserzione, sentenza che verrà eseguita la mattina successiva.
Il pastore chiede di poter conoscere il condannato e gli atti del processo perché la sua presenza possa avere una qualche utilità. La richiesta è rivolta al giudice, ma poi a dialogare con lui verrà un maggiore, un uomo così odioso, di quelli che “non dovrebbero esistere”, tanto quanto il generale, il terzo di cui farà conoscenza in quel luogo che già odora di morte.

 

L’ultima tappa della giornata sarà la prigione in cui potrà incontrare il condannato e là vedrà sia lui che gli altri detenuti per i quali immediata è la pietà. Così uguale pietà, e sgomento, proverà quando incontrerà colui a cui è stato ordinato di comandare il plotone d’esecuzione: è anche lui un pastore, è molto turbato, quasi disperato per quell’incarico odioso. Ed ecco quei due uomini, tormentati dal sentirsi complici consapevoli dei delitti nazisti, dialogare sul male, la colpa, la responsabilità. Giunto al suo alloggio, sa di doverlo condividere con un altro militare, Brentano, un giovane capitano mandato a Stalingrado, con ogni probabilità a morire. Brentano chiede di poter accogliere nella stanza la fidanzata per un ultimo saluto.
Diverse saranno le ore notturne per i tre: il pastore impegnato a leggere l’incartamento del processo di Baranowski, i due giovani ad amarsi.
Baranowski, emerge dalle carte, è un ragazzo tranquillo, ferito in battaglia viene assegnato agli approvvigionamenti, conosce in uno dei villaggi la giovanissima Ljuba, con cui scambia bigliettini per fissare gli incontri, biglietti che poi trovati dalle SS lo perderanno: denunciato per tradimento di segreti militari, fugge sicuro della condanna, ma viene catturato e ora eccolo in attesa dell’esecuzione. Gli ultimi momenti prima della morte in cui la vicinanza del pastore si fa più dolorosa e intensa, richiesta disperatamente dal condannato, vissuta con tormento e impotenza dal pastore. Un libro breve, così forte, che mostra tutte le drammatiche contraddizioni di chi è comunque, senza condividere nulla, nelle maglie del potere nazista (di ogni potere?). Poche pagine ma che segnano il lettore nel profondo.
Ilaria Sodini
La voce d'Italia

ottobre 2007

Albrecht Goes, ex capellano militare durante la seconda guerra mondiale, ci racconta le passioni di una notte, che distruggono l'animo senza smettere di incitare alla vita.

Durante la guerra di Hitler un capellano militare viene inviato sul fronte russo ad assistere un soldato condannato a morte per diserzione. Dovrà dividere la stanza con un capitano in partenza per Salisburgo ed ospitare la sua amante, una crocerossina venuta a dirgli addio. 

Ma è proprio nella bontà di pane e miele divisi coi compagni di stanza, nell'amore ascoltato studiando le carte della persona che dovrà accompagnare al patibolo, e nella sigaretta fumata nella sua cella, che il parroco riscopre la bellezza della vita, che ovrebbe essere gioia e non primitiva distruzione come la guerra. Goes ci racconta con maestria il percorso interiore del pastore di anime, che uscirà dall'esperienza distrutto, ma ancora convinto che ogni uomo può fare qualcosa per fermare la guerra
Il libro fu edito in italia per la prima volta nel 1994 dall'editore Giunti, che poi si dichiarò non interessato a continuare le ristampe. A sette anni dalla morte dell'autore, Marcos y Marcos ci ripropongono un classico tradotto in 18 lingue e dal quale è già stato fatto un film. 

 

Valeria Parrella
Grazia

ottobre 2007

SE L’AMORE NON CEDE ALLA GUERRA

Siamo in guerra: non si può vivere come si vorrebbe, né tanto meno morire come si vorrebbe. È questo il pensiero che accompagna, alla fine del 1942, il cappellano militare di Vinniza, Ucraina. È questo il leitmotiv dello splendido romanzo di Albrecht

 

Goes che costruisce un personaggio rigoroso eppure umanissimo, che dopo giorni di battaglia si trova a distribuire estreme unzioni e scrivere lettere luttuose ai parenti dei soldati morti, piuttosto che ubriacarsi per dimenticare, riesce a concedersi lunghe passeggiate nella campagna ottobrina. Nei campi di girasoli pullulanti di partigiani, nei territori occupati e sfruttati in cui ogni promessa di liberazione si era rivelata un inganno. Con gioia di vivere e ironia dissacrante, durante una missione incontrerà un giovane condannato a morte e una coppia di amanti che devono dirsi addio. In una notte insonne, uomini e donni vivi e veri si scambiano, in pochi attimi estremi, miserie e meraviglie, drammi e poesia. Se c’è un bel romanzo di amore e guerra, è questo.
Goffredo Fofi
Internazionale

ottobre 2007

UNA NOTTE AL FRONTE

Einaudi lo pubblicò molti anni fa insieme a La vittima, un racconto forse perfino più straziante e religiosamente alto di questo, sotto il titolo unico di Prima dell’alba, e poi lo ristampò Giunti. Con Leviatano di Arno Schmidt è forse il più bel racconto tedesco sulla seconda guerra mondiale, dominato dallo spettro di Hitler. Goes, che era pastore evangelico a Stoccarda, fu cappellano militare e, nei suoi pochissimi scritti narrativi,

 

non inventò probabilmente nulla.
Qui parla di una notte al fronte in cui si intrecciano più incontri: con un povero soldato condannato a morte per diserzione, tedesco di lingua polacca; con un capitano cui cede la sua stanza perché possa incontrarvi, prima che all’alba debba partire per l’assedio di Stalingrado da cui certamente non tornerà vivo, l’infermiera che ama riamato; e con un contorno di giudici e secondini, graduati e soldati semplici, che sono biecamente inumani o tristemente coscienti (“Questa è l’amara verità: siamo dei complici”, gli dice il comandante di un plotone di esecuzione) o pedine del destino. Ma è di tutte le guerre che Goes ci parla, secondo “l’antica profezia: quante forze avverse dovranno essere domate prima che il fanciullo impari a distinguere il Bene dal Male?”.

Scheda del libro

Home page