|
EDGAR
Hilsenrath |
|
|
|
|
|
Ana
Ciurans Blow Up maggio 2010 Che dopo l’apertura dei
cancelli di Auschwitz, nel gennaio del '45, sull’olocausto ci fosse poco
da scherzare è un fatto indiscutibile. Evitare oltre il danno la beffa
era, come minimo, una questione di buon gusto. E ovviamente al di là
dell’immaginazione che a scrollarsi di dosso il mantello vittimistico in
cui avrebbe potuto avvolgersi fosse proprio un ebreo plurideportato.
Infinitesime però le variazioni personali con cui l’uomo si scherma
dalla tragedia. Tra queste anche la possibilità di seppellirla, per
quanto possibile, sotto le macerie, pur amare, dell’ironia. Con questi
precedenti non stupisce dunque che nel ‘68 Il nazista e il barbiere
causasse non poco imbarazzo. Pubblicato quasi subito in America,
Inghilterra e altri paesi (con un finale diverso dall’originale
tedesco), fu rifiutato in Germania da circa venticinque editori per essere
pubblicato solo nel ‘77, cavando l’onda del milione di copie vendute e
soprattutto per intercessione di Heinrich Böll, che fece da garante alla
sua legittimità. Di pari passo la rocambolesca vita di Hilsenrath, nato a
Lipsia nel 1926. Incombono i prodromi del nazismo quando scappa con la
famiglia in Romania da dove vengono comunque deportati nel '41 nel ghetto
di Mogilev-Podolski fino al '44. Liberati dall’Armata Rossa, scampano a
una nuova deportazione, questa volta in Siberia. Dopo aver aderito al
movimento sionista, parte per la Palestina nel '45. Gli svariati giri
intercontinentali si fermano solo nel '75 quando si trasferisce
definitivamente a Berlino. In Italia il romanzo fu tradotto per la prima
volta nel '73 da Mondadori, dalla prima versione dell’edizione inglese.
Marcos y Marcos pubblica invece questa traduzione sempre di Bocchino ma
rivisitata e integrata da Marzia Luppi Cortaldo sul testo originale
tedesco, con cui condivide l’epilogo. Max Schulz e Itzig Finkelstein
nascono a due minuti e due passi l’uno dall’altro a Wieshalle nel
1907. Il primo tedesco, figlio del miglior barbiere della cittadina e
appartenete a una famiglia colta e agiata. Paradossalmente e ironicamente
brutto come la caricatura di un ebreo (,a ariano purissimo, almeno da
parte dei cinque potenziali padri) il primo e bello come il sole il
secondo. I due diventano subito amici. Inseparabili compagni di scuola e
colleghi di lavoro dopo. Max Schulz si rifugia da tanta sciagura nella
famiglia Finkelstein. Impara il mestiere, frequenta la sinagoga e sa fare
un mucchio di altre cose che fanno gli ebrei.
|
Dopo svariate peripezie raggiunge Berlino dove si fa tatuare un numero di Auschwitz, si fa circoncidere e diventa Itzig Finkelstein, sopravvissuto all’olocausto. Aderisce al sionismo ed è tra i primi a sbarcare dalla “Exitus” in terra d’Israele dove diventa un eroe della guerra dei “Sei giorni”. Non contento apre un salone da barbiere che ha lo stesso nome dei Finkelstein e sposa una ebrea. Vive il resto della sua miserabile esistenza senza mai destare dubbi sulla sua identità. Ma questo è solo un assaggio, credetemi. Di personaggi così, quintessenza di abiezione e perversità, non ce ne sono molti nella letteratura che reggano il confronto con Schulz. Vile, viscido, subdolo, camaleontico, opportunista, cinico fino all’aberrazione. Oltre l’orgia incontenibile di sinonimi, per capirci. Schulz sembra impersonificare l’anticristo di Primo Levi, essere l’agghiacciante capolavoro del suo opposto:: ho soppiantato il mio miglior amico, ho usurpato il suo pane. Lui è morto in vece mia. Ma la cifra de Il nazista e il barbiere non sta tanto nel plot, nell’indignazione che provoca questa fiaba nera, un colmo dei colmi così grottesco da essere palesemente ironico. Quel che conta è l’amara chiave d’interpretazione della parabola esistenziale del protagonista (e con lui della storia della Germania e del popolo dei rancorosi e disperati tutto), a cui essa si aggiunge e che Hilsenrath anticipa già nelle prime pagine: Volevo una vittima per ogni ferita, una vittima per ogni derisione, e non mi importava un corno se a ferirmi fosse stato Dio o il mondo. La risposta che annida in questo è semplicissima: Schulz non odia gli ebrei, semmai odia se stesso, verso di loro nutre un sentimento molto più pericoloso, l’invidia. Che ipoteticamente replicabile, calcolata per difetto, per i 250.000 membri delle SS, fece, neanche tanto trasversalmente, la storia. Non quella ufficiale ma quella che Hilsenrath cerca disperatamente e con urgenza in queste pagine, così fatalmente realistica da chiamarmi uomo. Non già la banalità del male, cieco come un lombrico dentro alle budella della terra, di uno Schulz. Un male strumentale al riscatto che non avrebbe mai avuto il coraggio di infliggere se non strumentalizzato dal potere e giustificato dall’ubbidienza. Un male senza possibilità di risarcimento. A sostegno stilistico di tutta la narrazione il tratto delirante del narratore onnisciente. Schulz, il piglio céliniano delle sue digressioni, funzionale all’atrocità e miscuglio di espressionismo, sarcasmo, poesia e straniamento, in un continuo cambio di registro. "Io, Max Schulz, sono sempre stato un idealista. Un idealista del tutto particolare. Di quelli che vanno dove tira il vento. Di quelli che si schierano accanto ai vincitori, non accanto ai perdenti". E sono brividi. Perché queste parole ci suonano tutt’oggi vagamente familiari. |
|
Alex
Pietrogiacomi Comincia così il romanzo di Edgar Hilsenrath, ripubblicato da Marcos y Marcos nella nuova collana minimarcos, che strega letteralmente con il suo stile crudele, divertente, che nella sua spietatezza narrativa sembra essere il resoconto fuorviante e fuorviato di un pazzo o di un ubriaco con pagine malate di conflitti pseudo esistenziali, manifestazioni di fanatismo e forse, una punta di amore, ma per cosa è difficile capirlo o forse, troppo semplice.
|
Un tuffo nella cruenta banalità del male. |
|
Mario
De Santis
|
Il film “Train
de vie” ad esempio si basava su un travestimento che scatenava
risate, qui alle estreme conseguenze a Schulz non basta aver ridotto a homo
sacer e poi a vittima annullata il suo amico, ne ha decretato
l’annullamento totale facendolo sparire e reincarnandosi in lui per
salvarsi. Ma il male non vince sul bene, perché per un doppio paradosso,
è Schulz a morire e sparire, davanti all’umanità, all’opinione
pubblica, alla storia. L’identità che sopravvive è quella dell’ebreo
Itzig, che sarà salvato e dunque ricordato dal nazista Max
attraverso l’estremo totalizzante sacrificio di sé, incarnandosi,
annullandosi in lui, permettendogli di fare e diventare ciò avrebbe
desiderato (tornare in Palestina). Certo non è uno scambio ala pari: per
la vittima Itzig non habeas corpus , non c’è il corpo, ma
il carnefice rinuncia al suo nome e alla sua identità culturale. Alla
fine anche grazie ai colloqui con un vecchio e ostinato giudice in
Israele, suo cliente, il fantasma di Max Schulz si ripresenta al suo
stesso corpo travestito da Itzig …e attraverso il corpo l’ultima
beffa, anzi la penultima, perché il carosello dei paradossi può non
avere mai fine….….La prosa di Hilsenrath è di sicuramente originale,
un misto di ironia amara, uno scavare nel torbido, un gioco intellettuale
che coinvolge anche il suo autore – ritenuto da Heinrich Boll come uno
dei più grandi della rosa tedesca – che la prigionia, la fuga dal
nazismo, la diaspora durante la guerra, l’epopea israeliana li ha
conosciuti sulla sua pelle. Lui, scrittore vittima della persecuzione
nazista ha dovuto provare ad immaginarsi carnefice, così come il
carnefice si immerge nell’anima della vittima. Alla fine forse il
paradosso vero che spreme una morale da questo romanzo è il più
indigesto, ma anche il più assoluto: gli uomini sono davvero tutti
uguali. E l’estrema uguaglianza la vera vendetta della storia. Il
nazista è esattamente identico al suo amico ebreo, così come lo
scrittore ebreo sa provare e raccontare e immedesimarsi nel suo
personaggio crudele e cinico. Questo non vuol essere una sottrarre di
responsabilità per gli assassini nazisti, ma forse proprio questa
identità salva almeno la memorie delle vittime dalla retorica. L’identità è un rivestimento di involucri vuoti, capaci di ogni cosa, di ogni aberrazione. Questa estrema democrazia, questo egualitarismo nichilista è una sfida alla sensibilità dei lettori, ma anche un invito all’intelligenza degli stessi a non aver paura di mettersi radicalmente in discussione. Ps: a proposito, anche la paura e in particolare la paura della morte è uguale, tra vittima e carnefice, ma anche questa è una garanzia di salvezza. |
|
Tiziana
Cappellini UN LIBRO ORIGINALE - È in questo modo che Edgar Hilsenrath racconta gli anni che precedono l’ascesa del nazismo e lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, narrando di una singolare amicizia che lega un ragazzo tedesco a un ragazzo ebreo. Ed è tramite i loro destini di segno opposto che dipinge un tragico affresco degli anni in cui si è consumato l’Olocausto, facendo ciò da un’angolazione insolita, apparentemente cinica ma che, in tal modo impostata, è impossibile che scivoli di dosso al lettore. Anzi: attraverso una prosa asciutta e incisiva, a tratti spiazzante – come a volere sottolineare passaggi altrettanto sferzanti – l’autore ci conduce nella vita e nella psicologia di Max, seguendolo dalla nascita fino al momento della morte e raccontando attraverso di lui i fatti salienti di quegli anni agghiaccianti. Questa è l’originalità di un libro che intende raccontare lo sterminio del popolo ebraico non, come sarebbe stato più prevedibile, attraverso la storia di un ebreo sopravvissuto ma attraverso quella di un uomo che, da ragazzo qualunque, diventa membro delle SS fino a diventare uno sterminatore. È questo un termine che – altra peculiarità del romanzo – ricorre spesso, con tutta la sua crudezza come crudi sono i racconti attraverso i quali emergono le inconcepibili realtà dei campi di concentramento e gli impensabili atti criminali compiuti dai nazisti. CAPOVOLGIMENTI - Non si tratta però dell’unico rovesciamento, perché in questo libro molte cose sono coraggiosamente ribaltate: Max ha l’aspetto di un ebreo, mentre Itzig sembra un tedesco, ma questo è un lato drammaticamente grottesco di quanto narrato, come drammaticamente grottesche sembrano anche le motivazioni – sempre raccontate da Max – che possono avere condotto alcune persone a diventare seguaci del nazismo, nel suo caso anche per riscattarsi dalle violenze subite. Nel momento in cui ormai l’ideologia nazista raggiunge il suo apice, Max vi aderisce e ne diventa uno degli strumenti fino a compiere quello che ritiene sia stato solamente “dovere” - affermando “eseguivo solo gli ordini” - un “dovere” però talmente spietato da essere compiuto anche nei confronti di coloro che un tempo lo avevano accolto nella propria casa, nel proprio salone e dei quali era diventato intimo amico. Se fino a questo momento il romanzo è stato sferzante e volutamente duro, quasi “cattivo”, ora sembra diventarlo ancora di più per il modo in cui la surreale parabola di Max prosegue. Persa la guerra, i nazisti vengono uccisi dai partigiani o dai russi o ricercati come criminali di guerra: Max è uno di questi ricercati, dunque troverà il sistema per salvarsi la vita, incappando poi in una sorta di avventura-incubo che aumenta i toni di humor nero che caratterizzano l’intero libro; infine, sceglierà una via scioccante per tornare a rifarsi una vita in Germania.
|
VICENDE SCONCERTANTI - Altrettanto sconcertante è la piega che prendono ora le sue vicissitudini: Max torna sì in Germania, ma lo fa appropriandosi dell’identità proprio di Itzig, aiutato anche dal suo aspetto e da una fortuna sinistra – verrebbe da pensare, la stessa fortuna che spesso ha assistito Adolf Hitler durante gli attentati orditi contro di lui, ogni volta falliti – che gli permette di sfuggire alla giustizia. I ragionamenti di Max – ormai Itzig – nella loro semplicità e asciuttezza sono spiazzanti, come lo è la nonchalance con la quale racconta ad altri personaggi ciò che ha fatto quando apparteneva alle SS, ma Hilsenrath non si ferma qui: dà un’ulteriore sferzata decidendo di far diventare Max un ebreo a tutti gli effetti, non solo con accorgimenti fisici, ma anche attraverso una nuova formazione che prima per necessità, poi anche per altro, s’impadronirà di lui. Questo Itzig usurpatore imparerà così bene la storia ebraica, si calerà così bene nella sua parte da arrivare a sentirsi lui stesso offeso se trattato con disprezzo perché “ebreo” e da arrivare perfino ad abbracciare la causa sionista una volta giunto in Palestina. Come se non bastasse, Max racconta tutto ciò a Itzig, al quale si rivolge fra sé stabilendo un’immaginaria conversazione che sorprende il lettore ancora una volta. NEL BOSCO DEI SEI MILIONI - Nonostante sia Max a dire che “l’antisemita è come una persona che ha un cancro; un male così profondo che non si può estirpare”, non si può parlare di vera conversione e di vero pentimento, per quanto i fatti evolvano in maniera tale da fare di lui una persona nuova che quasi, compiendo certi gesti, si riscatta. Ma con il suo passato non è possibile un vero riscatto e la verità della sua coscienza emergerà verso la fine del romanzo, quando Max camminerà nel “bosco dei sei milioni”, con gli alberi simboleggianti gli ebrei uccisi e stabilendo con essi una conversazione immaginaria proprio com’era avvenuto con Itzig. Non può esserci un vero riscatto come non può esserci una vera punizione per chi si è macchiato di crimini come quelli di Max: non c’è una vera punizione che possa rendere giustizia a tutte le sue vittime, perché nessuna punizione potrebbe mai riportarle in vita. Nel romanzo è molto presente anche la fisicità insieme alla carnalità, così come il nazista viene sarcasticamente descritto come un superuomo in realtà ridicolizzato anche nei suoi momenti più intimi. In tutto ciò, trova posto anche un certo tono poetico laddove l’autore descrive la natura, dalle foreste al mare e anche la morte di Max. Un autore che – in quanto ebreo tedesco – ha vissuto la drammaticità della persecuzione e la deportazione in un ghetto, ma che ha affidato a un ipotetico nazista il racconto di queste sofferenze che sono state anche le sue. |
|
Gianfranco
Franchi Apparentemente, è la storia di due grandi amici, inseparabili sin dall'infanzia: Max Schulz e Itzig Finkelstein. Max è un figlio di puttana – in senso stretto – figliastro d'un barbiere polacco germanizzato che si diverte a violentarlo, nei ritagli di tempo. È ariano, ma di ariano non ha niente: “Il mio amico Itzig era biondo e aveva gli occhi azzurri, il naso dritto, i denti bianchi e la bocca ben disegnata. Io invece, Max Schultz, figlio illeggitimo ma ariano puro, avevo i capelli neri, gli occhi da rospo, il naso a becco, le labbra gonfie e bitorzolute e i denti guasti. Potrete ben capire che molto spesso ci confondessero” (p. 33). Siamo a Wieshalle, cittadina oggi polacca. I due ragazzini sono i fenomeni della squadra di calcio del posto, e sono compagni di studi – entusiastici – da sempre. Studiano greco, latino, algebra, storia, mitologia: Itzig è brillante e veloce, Max caotico ma molto diligente. Assieme decidono di non studiare all'Università per imparare un mestiere: quello dei padri, il barbiere. Ma mentre il papà di Itzig è l'anima del Salone più amato e popolare in città, il patrigno di Max lavora in un buco sporco e dimenticato dal mondo. E allora che si fa? Si va a bottega, tutti e due, dal papà di Itzig. E intanto si imparano sia lo yiddish che gli usi e costumi del popolo ebraico, accompagnando tutta la famiglia di Itzig in sinagoga. “Ogni sabato accompagnavo il mio amico alla piccola sinagoga di Schillerstrasse, dicevo le preghiere con lui, per divertimento, sedevo in silenzio nella sinagoga, mi alzavo in piedi quando la congregazione si alzava, mi univo ai loro canti” (p. 32). Passano gli anni. Non succede granché. Max diventa barbiere ma rimane a vivere coi suoi; intanto, lavora dal papà di Itzak. Il salone è sempre più grande. La Germania, invece, sprofonda in una terribile recessione economica. È bene avere un mestiere, ma non basta. Non per tutti. Qualcuno comincia a interessarsi di Hitler. “Ci vendicherà di tutti gli stranieri che hanno rovinato il nostro focolare, cancellerà la vergogna del trattato di pace di Versailles. Porrà fine alla storia dei risarcimenti di guerra e aiuterà le ragazze madri di discendenza ariana a recuperare l'onore perduto” (p. 43), pensa la mamma di Max. Quando il capo dei nazisti si presenta in città a parlare al popolo predica morte e violenza: “Avete udito cosa è stato detto agli antichi: non uccidere, chiunque ucciderà dovrà essere giudicato. Ma io vi dico: chiunque ucciderà il nemico della nostra patria, santificherà il mio nome. E chiunque santificherà il mio nome, condividerà la mia santità” (p. 53). Non manca molto al giorno in cui prenderà il potere. Max e la sua famiglia, sempre molto sensibili a dove tira il vento più forte, primi a salire sul carro del vincitore, prendono e si comprano uniformi e stivaloni. Non solo. Max e il patrigno passano all'azione. “Ci ubriacammo, barcollammo per le strade, incontrando ovunque drappelli di uomini in uniforme che malmenavano i nemici del popolo, decidemmo di dare una mano e ci unimmo al pestaggio sudando, ruttando, ridendo, masturbandoci, scorreggiando... un gran divertimento, credetemi” (p. 58). Il piccolo barbiere dimentica la storia della sua vita: dimentica il suo migliore amico, dimentica il suo datore di lavoro, dimentica le giornate passate in sinagoga. Ora è un nazista: è quel che gli fa comodo. Prima nelle SA, poi nelle SS: quando è il momento giusto, si intende. Quando diventa chiaro che le SS sono “l'unione dei puritani neri, l'élite della nuova Germania” (p. 61).
|
Max ci dice che non aveva idea di come si fucilassero trentamila ebrei in una foresta. Fu così che cominciò a fumare. Accadde in Russia. Quindi, venne trasferito in Polonia, nel lager di Laubwalde. “A Laubwalde c'erano duecentomila ebrei. Li abbiamo fatti fuori tutti. Duecentomila! Eppure era un lager piuttosto piccolo perché, per lo più, i prigionieri venivano uccisi subito, o quasi, appena arrivavano. Era più pratico. Non ci toccava mai sorvegliarne troppi” (p. 72) Non sa nemmeno quanti ne abbia pestati o uccisi. Ha fatto quello che voleva, e quello che gli veniva comandato. Non s'è ribellato. S'è prestato al massacro, ne è stato protagonista e corresponsabile. Ma quando tutto finisce, con la sconfitta dei nazisti e la vittoria degli ebrei, Max non verrà condannato. Perchè Max è uno speciale. È un idealista a vento. “Di quelli che si schierano accanto ai vincitori, non accanto ai perdenti. È così. E gli ebrei hanno vinto la guerra” (p. 155). E cosa si inventa, pur di non venire processato? Si inventa un'altra identità: decide di diventare uno di quelli che aveva ucciso. Itzig: proprio il suo vecchio amico d'infanzia, ucciso assieme ai genitori nel lager. Chi può accorgersene? Sopravvissuto alle foreste polacche, e alle sinistre magie di una strega ninfomane, Max si ritrova a diventare Itzig. Vende i denti d'oro dei suoi deportati, come borsaro nero. Vende tutto, sigarette di contrabbando, vergini, cose da mangiare. Diventa un gran signore. Si fa circoncidere. Si fa levare il tatuaggio delle SS. Si fa tatuare un numero da deportato. Si lega a una donna aristocratica e influente. Sa, da buon cinico, che come ebreo non ha bisogno di mostrare documenti, o di convincere nessuno della sua storia, in quel periodo. Tutti sono pronti a essere solidali e generosi. E così, mentre Max Schultz è ricercato da tutte le parti, il nuovo Itzig si fa largo nel mondo. E si ritrova tra i primi emigrati in Israele, a combattere per la causa sionista. A lavorare come barbiere. A mostrarsi più integerrimo e radicale degli ebrei stessi. Nazista impunito. Convertito. Ladro di identità. Senz'anima, può avere quante anime vuole. “Nessuno sospetta di me. Quando parlo yiddish, sono un galiziano, per quanto sia un galiziano che non parla molto bene lo yiddish perché non ho mai vissuto in Galizia. Certo. Non sono un vero galiziano. Mi chiamano il galiziano così, per scherzo. Quando parlo tedesco, sono un ebreo tedesco. E quando uso i vocaboli forti delle SS, sono una vittima del campo di concentramento” (p. 303). Ecco. Questa è una storia che non avevo mai letto, e che non credo potrò facilmente dimenticare. È scritta con grande controllo e forte ironia, eppure non si riesce mai a ridere. C'è qualcosa di stranamente credibile in quel che racconta il narratore, Max. Grottesco, ma fatalmente credibile. Hilsenrath lascia un gran segno. Leggerlo fa bene e male allo stesso momento. Ma è un'esperienza che serve. |
|
quinews.it gennaio 2010 Max Schulz è certo di essere ariano. Sua madre, d’accordo, fa la prostituta, ma ha una clientela fissa, e tutti i possibili padri - Max Schulz ha controllato - sono ariani purissimi. Figlio di prostituta e vittima di un patrigno perverso: la vita di Max Schulz sarebbe ben triste se non fosse per il suo migliore amico, Itzig Finkelstein, figlio di un ricco barbiere. La famiglia di Itzig è colta, accogliente, ricca di tradizione. Un luogo caldo per Max Schulz, che partecipa ai canti dello Shabbat, frequenta la sinagoga, mastica persino un po’ di yiddish. Quando Hitler prende il sopravvento, Max Schulz si arruola nelle SS e impara il mestiere non facile dello sterminatore. Lo pratica a volontà a Laubwalde, un campetto di sterminio in Polonia, molto meno prestigioso di Auschwitz, si intende. Comunque il lavoro è lavoro e Max Schulz, molto professionalmente, si occupa di persona anche dello sterminio dell’amico Itzig e famiglia. Ma le cose cambiano sempre, e presto tocca a Max Schulz darsela a gambe, tallonato da russi e partigiani. Persona previdente, porta con sé un sacco pieno di denti d’oro. Sarebbe morto assiderato nella gelida foresta polacca se non fosse stato per Veronja, antichissima strega delle fiabe, che lo nasconde nella sua casetta ai margini del bosco.
|
Non si dà niente per niente, e anche Veronja vuole il suo tornaconto… Max si era imposto di non fare sesso con donne di più di settant’anni, ma fa di necessità virtù. Arriva la primavera, si può rompere il cranio a Veronja e tornare in Germania. A Berlino, bisogna organizzarsi un po’; i nazisti non godono di buona stampa. Soluzione: cambiare identità. Max Schulz si fa tatuare sul polso un numero di Auschwitz, si fa circoncidere. D’ora in avanti, sarà Itzig Finkelstein, sopravvissuto all’olocausto. Tra risarcimenti tedeschi, aiuti finanziari di magnati americani e commercio di denti d’oro, Max Schulz, alias Itzig Finkelstein, se la cava egregiamente. Animo curioso, si avvicina al movimento sionista. Sarà tra i primi a sbarcare in terra d’Israele, combatterà gli inglesi, pianterà alberi nel deserto del Neghev. “Uno per ogni ebreo ucciso”. Comprerà un salone da barbiere, sposerà una donna ammutolita - sopravvissuta dopo essere stata sepolta viva in una fossa comune. Pentito? No. Diabolico? Non solo. Più truce, più abile, più meschino… Non è facile ammetterlo, ma Max Schulz, alias Itzig Finkelstein, è in tutti noi. |
|
Paolo
Collo
|
Corriere
nazionale gennaio 2010 Il romanzo della ritorsione È possibile raccontare lo sterminio degli ebrei in Europa dalla prospettiva di un carnefice? L’arianissimo Max Schulyz, aguzzino nel campo di sterminio di Laubwalde in Polonia, a guerra terminata assume l’identità dell’ebreo Itzig Finkelstein,suo amico d’infanzia. Diventa quindi un affermato barbiere, si arricchisce con gli aiuti delle vittime dell’Olocausto e si avvicina al movimento sionista, emigrando in Israele. Da domani in libreria “Il nazista e il barbiere” di Edgar Hilsenrath (ed. Marcos y Marcos). L’originalità del libro non sta tanto nella trama, quanto nel sarcasmo, nella ferma compassione, nella ferocia di certe pagine ( ad esempio, Hitler osservato durante il Discorso della Montagna, con la Bibbia in mano). Un romanzo della ritorsione, mai della conciliazione. Per non dimenticare l’orrore che è stato, che è e sarà. |
|
Alfredo
Ronci Giovedì 21 settembre su Repubblica è apparso un articolo “Elfriede, la SS che visse da ebrea” firmato da Vittorio Zucconi, in cui si narra la vicenda di una cittadina tedesca che durante il nazismo si era volontariamente arruolata come sorvegliante in un lager (la sua specialità era aizzare i cani contro il gregge delle prigioniere tremanti per tenerle buone, in riga, disciplinate verso la “soluzione finale”) e che, dopo la guerra, nel 1959 sposa in Germania un americano ebreo che le da la possibilità di emigrare negli Usa e sistemarsi a San Francisco. Lì condurrà un’esistenza da perfetta casalinga ed “ebrea” fino a meritare, superando le obiezioni dei rabbini e dei responsabili del camposanto che abitualmente si opponevano alla sepoltura di “gentili”, di non ebrei, nella terra sacra, un loculo insieme al marito. Vicenda “esemplare” (come esempio di comportamento al di là di ogni decenza) che, se Zucconi lo avesse saputo lo avrebbe citato, ricorda in modo impressionante le vicende del romanzo dello scrittore tedesco Edgar Hilsenrath Il nazista & il barbiere (Marcos y Marcos). Andiamo con ordine. Scriveva Hannah Arendt su La banalità del male (Feltrinelli) a proposito del processo a Eichmann e della sua ultima dichiarazione prima della condanna: …lui non aveva mai odiato gli ebrei, non aveva mai voluto lo sterminio di essere umani. La sua colpa veniva dall’obbedienza che è sempre stata esaltata come una virtù. Di questa sua virtù i capi nazisti avevano abusato, ma lui non aveva mai fatto parte della cricca al potere, era una vittima, e solo i capi meritavano di essere puniti.(pag.254). Vecchia storia: Padre Feletti, uno degli artefici del rapimento Mortara (ricordate il bambino ebreo battezzato cristianamente perché creduto morente e poi sottratto da Pio XI ai genitori e mai restituito? ), di fronte ad un tribunale civile che gli chiedeva il perché della sua azione rispondeva d’essere stato semplice esecutore di disposizioni venute dall’alto. Centoventi anni dopo, Priebke, ad una domanda simile, avrebbe risposto allo stesso modo. Uniformità dunque di fronte a delitti inenarrabili. Max Schulz, ariano, occhi da rospo, naso a becco, figlio di padre ignoto, protagonista del romanzo Il nazista & il barbiere di Hilsenrath, ha un’idea del delitto del tutto diversa. In lui non si scorge il tentativo di deresponsabilizzarsi, anzi, confermerà fino |
alla fine, in una sorta di delirium onnicomprensivo, la sua colpevolezza. L’uomo, amico d’infanzia di una famiglia ebrea che gli aveva dato lavoro come barbiere, durante gli anni del potere di Hitler si iscrive alle SS e partecipa attivamente allo sterminio degli ebrei (“Quanti ne hai ammazzati con le tue mani, Max?” “Non lo so esattamente. Non li ho contati” “All’incirca, Max” “All’incirca diecimila. Ma potrebbero essere stati di più), ma quando l’esercito nazista è alla disfatta si rifugia in un vecchio casolare nella foresta polacca e dopo qualche tempo rientra in Germania assumendo le generalità dell’amico ebreo, Itzig Finkelstein. Da questo momento assistiamo ad una sorta di trasformazione stevensoniana: da carnefice dal cinismo aberrante (Si è messo in testa che gli apostoli di Hitler abbiano fatto sapone di sua moglie e dei suoi cinque figli. Da buon barbiere mi sarebbe piaciuto moltissimo domandargli: Che tipo di sapone? Perché tutti sanno che esistono tanti tipi diversi di sapone. Ma poi ho ritenuto più consigliabile tacere.) a vero e proprio paladino della questione ebraica (rinserrerà le file del terrorismo sionista contro la presenza in terra santa dell’esercito inglese). In tutto questo bailamme di avvenimenti però Max Schulz (o l’alter ego Itzig Finkelstein) non apporrà alla sua difesa argomenti di estraneità, anzi. Oddio, un tentativo maldestro e finale di corresponsabilità lo saggia (Io seguivo la corrente! Seguivo semplicemente la corrente! Anche gli altri seguivano la corrente. A quel tempo era legale.), ma è solo un singulto, perché a sopravvivere in lui non è un’autodifesa da sbarra, ma la convinzione che i propri ideali debbano, di necessità, correre parallelamente alla sua bramosia di riscatto personale e alla sua ricerca “personale” di una vita da vivere. Ci chiediamo: è peggio uno sterminatore che per placare la propria coscienza chiama al comune peso i propri superiori o un simile che per puro spirito di sopravvivenza (anche quando Max Schulz opta per il terrorismo sionista non scorgiamo un’ideale raggiunto, ma una mistificazione dei propri sentimenti libertari) si adatta, come un perfetto camaleonte, alle trasformazioni più imprevedibili? Edgar Hilsenrath, che ha vissuto personalmente la condizione di ebreo durante il nazismo, le deportazioni, il viaggio apparentemente salvifico in terra di Palestina, ha costruito un personaggio originale ed alienato. Ha aggiunto un tassello fondamentale nella ricostruzione di un periodo aberrante della storia moderna (si affaccia in lui, quasi timidamente, ma per vie davvero traverse, la denuncia ferma e sicura della Arendt a proposito della corresponsabilità delle associazioni ebraiche nel rastrellamento nei ghetti) e ci consegna un uomo difficilmente etichettabile se non nell’incomprensibilità feroce della guerra. Un personaggio “finto” talmente inetichettabile da avere il suo perfetto contraltare nella realtà: Elfriede Lina Rinkel.
|
| Luigi
Reitani Il Messaggero Veneto maggio 2006 È possibile raccontare lo
sterminio degli ebrei in Europa dalla prospettiva di un carnefice? Quando
nel 1971 Il nazista & il barbiere uscì in traduzione inglese, gli editori tedeschi diffidavano del suo
autore. Come si poteva fare dell'umorismo su una materia tanto tragica? E
per di più mettendo al centro della storia un criminale, un individuo
abietto e senza scrupoli, un assassino di migliaia di innocenti vittime,
una incarnazione della «banalità del male»? Ben venticinque case
editrici rifiutarono il romanzo e dovettero passare cinque anni prima che
– sull'onda del milione di copie venduto in Inghilterra e America –
l'opera potesse finalmente essere pubblicata nella sua lingua originale.
Solo allora, con la benedizione di Heinrich Böll, che si spese in
un'impegnativa “apologia”, Edgar Hilsenrath entrò nell'olimpo degli
scrittori di lingua tedesca. Così oggi l'autore, ormai ottantenne, può
assistere con soddisfazione a una edizione delle sue opere complete, e
godere di stima e riconoscimenti anche in Germania. |
suoi ricordi di nazista e il ruolo di ebreo che egli assume pubblicamente. Per l'eroe picaresco di questo romanzo nella vita non ci sono leggi morali da rispettare, ma solo un vantaggio da trarre. Il suo è un cinismo dichiarato e consapevole, che non ha paura di irridere i perdenti. Il linguaggio di Hilsenrath è crudo ed esplicito, ma con degli improvvisi scatti poetici, soprattutto nella descrizione dei paesaggi in Palestina. Nel testo ci sono poi riferimenti espliciti a situazioni e personaggi celebri della letteratura tedesca. Per esempio la Frau Holle, da cui Schulz trova rifugio nella Berlino del dopoguerra, ha lo stesso nome di una protagonista di una fiaba dei Grimm. In tal modo l'autore ha forse voluto rendere le stazioni della vita di Schulz passaggi esemplari di un attraversamento della cultura tedesca nel suo complesso. Ebreo tedesco nato a Lipsia nel 1926, Edgar Hilsenrath dopo il 1938 cercò riparo con la famiglia in Romania, ma lì conobbe l'esperienza della deportazione in Ucraina e le condizioni umilianti dei campi di concentramento, descritte nel suo primo romanzo, Notte. Dopo l'arrivo dell'Armata Rossa, Hilsenrath si metterà fortunosamente in salvo a Bucarest, da dove emigrerà con documenti falsi in Palestina, preferendo però nel 1951 trasferirsi negli Stati Uniti, in cui vivrà fino al 1975, anno del suo definitivo ritorno in Germania. Non c'è dubbio che Il nazista & il barbiere sia un romanzo per molti aspetti da preferire rispetto a molta letteratura sulla Shoah scritta dalla prospettiva delle vittime, il cui rischio maggiore è quello di finire per trasformarsi in un'epopea sentimentale a lieto fine, con l'eroe che nonostante le sofferenze e le perdite riesce a salvarsi dall'inferno della persecuzione. Nella grottesca parabola del carnefice che si trasforma in vittima per occultarsi alla giustizia e trovare ancora profitto dalla vita, si può invece leggere l'agghiacciante verità di un episodio centrale della nostra storia, che ha distrutto milioni di esistenze, senza che a esse sia possibile offrire un autentico risarcimento. Occorre tuttavia aggiungere che non tutto nel romanzo di Hilsenrath risulta convincente, a partire dalla psicologia del personaggio principale, ora sofisticato e intellettuale, ora cinico e rozzo. E troppo semplici sono le cause che fanno di Schulz un nazista assassino, come troppo palesi sono i sensi di colpa che in lui si manifestano in vecchiaia. Una prima traduzione italiana del romanzo era uscita nel 1973 da Mondadori, sulla base della prima edizione in inglese. Questa traduzione, opera di Maria Luisa Bocchino, viene ora riproposta, rivista e integrata da Marzia Luppi Cortaldo, che ha lavorato sull'originale tedesco. Una riproposta assolutamente meritevole, che però forse meritava una piccola nota informativa.
|
| Marina
Ghedini L’indice maggio 2006 Identità intercambiabile
|
dell’amico d’infanzia, che ha probabilmente ucciso lui stesso. Ma non basta: lo sterminatore si fa circoncidere, tatuare un numero di Auschwitz e con una carta d’identità da displaced person eccolo trasformato nel borsaro nero ebreo Itzig Finkelstein. Decide quindi di emigrare in Palestina, dove torna a fare il barbiere, combatte per il paese, diventando un eroe della guerra dei Sei giorni, si sposa e fa carriera. In questa edizione, come in quella tedesca, Max muore dopo aver inscenato con un vecchio giudice, ebreo tedesco, il processo allo sterminatore, che però non ha una conclusione, "perché non esiste punizione che possa riconciliarmi con le mie vittime" mentre nell’edizione americana Dio lo vorrebbe condannare per aver seguito la corrente; Max però rifiuta la condanna, perché Dio è più colpevole di lui e non può giudicarlo, essendosi limitato a guardare. La diversità dei due finali non è cosa da poco; l’autore ha scelto per l’edizione italiana il meno duro. Evidentemente non è vero che dopo Auschwitz non si può più fare poesia: la cifra del grottesco e della satira, anche se inusuale, è una possibilità concreta, naturalmente per uno scrittore ebreo, perché, come dice Hilsenrath, i tedeschi sono diventati filosemiti e non oserebbero. Questo romanzo è a tratti sgradevole, la banalità del male vi è dimostrata paradigmaticamente: Max Schulz ha il "cervello bacato", forse perché il patrigno lo violentava fin da neonato, ma non odia gli ebrei, anche se afferma di averne uccisi circa diecimila, tanto che è perfettamente integrato in Israele, dimostrazione vivente dell’intercambiabilità dell’identità umana.
|
| Edoardo
Caizzi Pulp marzo/aprile 2006 Le tragiche vicende dell’Olocausto sono state narrate in forme e linguaggi differenti, ma quelle che maggiormente finiscono per rimanere nella memoria sono quelle che ci inducono ad una risata illusoria prima di calarci senza appello nel dramma. È il caso di questo romanzo, che nella vicenda allegorica di Max Schulz ripercorre con gli occhi dei carnefici e con quelli delle vittime il dramma della deportazione. Figlio di padre ignoto, il protagonista trascorre la sua esistenza secondo un suo personale codice etico, "sempre dalla parte dei vincitori". Prima fa carriera nelle SS, poi si finge un deportato e si tatua un codice sul braccio, fuggendo con una borsa piena di denti d’oro. Diventa quindi un affermato barbiere, si arricchisce con gli aiuti delle vittime dell’Olocausto e si avvicina al movimento sionista, emigrando in Israele. |
Una vicenda picaresca e allegorica, tutta giocata sul continuo scambio di identità tra vittima e carnefice, e dove l’umorismo nero che accompagna le gesta di un personaggio opportunista e aberrante, riesce a far passare per normali stupri, violenze, uccisioni. L’orrore che diventa normalità e per questo scuote ancora di più, non la banalità del male che in qualche moda risulta autoassolutoria, ma la normalità del male, che inchioda alle proprie responsabilità anche gli spettatori più passivi. Hilsenrath ha voluto descrivere in modo provocatorio e grottesco il suo ""senso di colpa per essere sopravvissuto". Scritto nel '75, Il nazista & il barbiere viene ora riproposto da Marcos y Marcos, in un paese che ha vissuto tragedie di portata minore ma altrettanto drammatiche. Il tono grottesco della vicenda e il continuo ribaltamento del meccanismo fiabesco contribuiranno sicuramente a rendere più nitide delle pagine di storia che non devono essere dimenticate.
|
|
Luigi
Forte In Israele l’aguzzino nazista diventa un barbiere sionista Di questo libro di Edgar Hilsenrath, Il nazista e il barbiere, uscito in Germania nel 1976, il premio nobel Heirich Böll disse a suo tempo tutto il bene possibile. Il suo autore, ebreo di origine orientale nato a Lipsia nel 1926e fortunosamente scampato allo sterminio, girò il mondo per oltre trent’anni come esiliato e apolide. All’estero i suoi romanzi avevano successo, mentre in patria si esitava a pubblicarlo. Era forse troppo irriverente e mordace, qualcuno diceva amorale. E lui rispondeva: «Se potessi, non scriverei così. Mi sento in colpa per essere sopravvissuto». Contrariamente al balzano e sbandato protagonista del suo romanzo. Max Schulz, ariano di padre ignoto, con naso adunco e occhi da rospo, che pensa a una cosa sola: cancellare la colpa mutando identità. Rileggendo oggi Il nazista e il barbiere è difficile sottrarsi all’impressione di un gioco un po’ ripetitivo, in cui l’umorismo si stempera tra cadenze retoriche e vicende improbabili. Eppure il merito di questo romanzo in prima persona ( come Il tamburo di latta di Güten Grass, a cui Hilsenrath è stato accostato) è proprio quello di tradurre il Male assoluto in una favola grottesca e paradossale, in un apologo da cui trasuda humor noir. Viene in mente «La vita è bella» di Benigni. Ma se di film si deve parlare, allora l’esempio più calzante è «Il grande dittatore» di Chaplin, dove Charlot si sdoppia nel piccolo barbiere ebreo e nel despota di Tomania Adenoid Hynkel. Anche Max Schultz ha imparato a fare il parrucchiere nel rinomato salone «L’uomo di mondo» dell’ebreo Chaim Finkelstein, padre di quell’Itzig nato un paio di minuti dopo di lui, di cui per anni sarà grande amico. Ci pensa il nazismo a dividerli. L’ariano purosangue fa carriera nelle SS e diventa uno sterminatore, l’ebreo segue con la propria famiglia il destino di milioni di correligionari. E, guarda caso, finisce proprio nel lager di MAx, non più il vecchio amico né il garzone di bottega, ma un nazista sanguinario. I Finkelstein scompaiono nel nulla e il giovane Schulz, a guerra persa, riflette su una nuova identità. E allora perché non prendere quella di Itzig?
|
Hilsenrath delinea, forse in modo un po’ stravagante, la nascita dello Stato di Istraele, mentre immerge l’ariano Schulz dentro una realtà che lentamente dovrebbe aprirgli il cuore. Max è ormai un vero Itzig: tiene discorsi religiosi, combatte per Israele, s’avvicina al sionismo. È un eroe del popolo, il nuovo Chaim Finkelstein che riapre il vecchio salone «L’uomo di mondo». Chi potrebbe mai credere che quel barbiere è stato un aguzzino? Nemmeno il giudice Richter a cui lo confessa. Max Schulz è scomparso, lo dicono anche i giornali, e solo Dio sarà in grado di riconoscerlo e punirlo. La satira è pungente, la storia un po’ bislacca, anche se raccontata con sognante fantasia.
|
| Il
foglio quotidiano marzo 2006 Non sono molti, nella pur fornita
letteratura novecentesca, i personaggi negativi che possano reggere il
confronto con Max Schulz, protagonista di "Il nazista & il
barbiere". Difficile trovare nella letteratura contemporanea un
simile concentrato di abiezione e perversità. Figlio di una puttana e
figliastro di uno stupratore di bambini, Max è un vero eroe del male,
ottuso e vile, "di quelli che si schierano sempre accanto ai
vincitori". |
E sarà proprio Max a trasformarsi in carnefice del suo stesso amico e di tutta la famiglia Finkelstein. Sterminatore nel lager polacco di Laubwalde, deve fuggire con l’arrivo dei russi. Scappa nella foresta con una cassetta di denti d’oro rubati alle sue vittime e sopravvive rifugiandosi nella capanna di una diabolica vecchia che sembra appena uscita da una fiaba dei fratelli Grimm in versione horror. Alla fine della guerra, per salvarsi, non trova di meglio che assumere l’identità del suo vecchio amico Itzig. Max si fa circoncidere e tatuare un numero di Auschwitz, vende i denti d’oro, fa fortuna con la borsa nera e infine emigra in Palestina, dove si trasforma in un eroe dell’esercito israeliano con il quale combatte eroicamente nella Guerra dei Sei Giorni. Ma il tormentoso ricordo degli occhi delle sue vittime non gli dà tregua. Per raccontare l’orrore, Edgar Hilsenrath sfrutta una vasta gamma di registri che passano da un espressionismo grottesco e allucinato, al più feroce sarcasmo. La rappresentazione lirica di una foresta in primavera, dove "gli alberi smettono di piangere e la terra, il sole e la pioggia stendono un nuovo tappeto colorato d’erba e di fiori" è accostata a un’insistita ricerca dei particolari più sordidi, con la descrizione di uomini sbudellati "come donne mestruate, con un buco rosso tra le gambe nude". E un uso sapiente della tecnica dello straniamento, utilizzata nei momenti più drammatici, accentua l’assurdità delle situazioni narrate. Hilsenrath, ebreo di Lipsia internato in un ghetto rumeno, riparato in Palestina e poi negli Stati Uniti prima di tornare in Germania dove vive tuttora, scrive questa atroce denuncia degli orrori nazisti nel 1968, ottenendo un immediato successo negli Stati Uniti. Ma dovevano passare quasi dieci anni e il plauso di scrittori come Heirich Böll, prima che il suo romanzo venisse pubblicato in Germania. Ci voleva del tempo perché questa provocatoria parabola sulla "banalità del male" potesse essere accettata anche nel Paese in cui aveva avuto origine.
|
| Marilia
Piccone stradanove.net febbraio 2006 L'assassino col nome della vittima |
Finkelstein, racconta dall’inizio, la vita prima della guerra e poi il nazismo, la Notte dei Cristalli e le camicie nere, i corpi speciali in Russia e i duecentomila ebrei uccisi a Laubwalde, la fuga per sfuggire all’Armata Rossa e lo scontro con i partigiani nella foresta polacca. Il tono della narrazione è freddo, cinico, fortemente ironico e arriva a sfiorare il grottesco in alcune delle avventure di Max (quando è ancora un SS in fuga), come quando sverna in una casupola ospitato da una donna che sembra una strega delle favole e che lo obbliga, in una parodistica pena del contrappasso, a stremanti e disgustosi rapporti sessuali a suon di frustate, oppure più tardi quando Max trova alloggio da una donna con una gamba di legno che si chiama Frau Holle, come la vecchina della fiaba dei Grimm. E’ facile spacciarsi per un morto, quando non c’è più nessuno che lo possa riconoscere: la circoncisione è una piccola operazione, un intervento chirurgico toglie il tatuaggio da SS sotto l’ascella e un altro incide sul polso un numero di Auschwitz. Itzig Finkelstein, un tempo Max Schultz, è pronto per l’ultimo passo, salpare per Israele che ormai sarà la sua patria. Su una nave che si chiama ironicamente “Exitus” al posto della nota “Exodus”. Si fa beffe di tutto il neo Itzig Finkelstein nella sua continua menzogna, vendendo i denti d’oro portati via dal campo (anche per quelli ci sono delle storie macabramente ridicole), facendo iniezioni di vitamine ai bambini (nel campo si era esercitato con iniezioni letali), usando il fucile a difesa di Israele. Un ultimo grandioso paradosso finale chiude questo romanzo che causa uno strano effetto: ci fa molto male facendoci ridere. Ci obbliga a ricordare qualcosa per cui non c’è nessun perdono.
|
| Enzo
Di Mauro il manifesto febbraio 2006 Nemesi
tedesca Gli autori di lingua
tedesca nati nel corso degli anni venti del secolo scorso non hanno
potuto, per privilegio o dannazione d'anagrafe, confondere storia e mito,
esperienza e magia, memoria e superstizione. Anche senza voler provvedere
a una meticolosa mappatura, basti qui rammentare che Paul Celan è del
1920, del 1921 Erich Fried e Heiner Müller, Ingeborg Bachmann e Siegfried
Lenz del 1926, Günter Grass e Martin Walser del 1927, infine del 1929
Hans Magnus Enzensberger e forse vale la pena, inclinando all'indietro
di pochissimo e così forzando per affinità la costellazione, aggiungere
il nome di Heinrich Böll, classe 1917. In forme e maniere pure distanti e
con risultati spesso lontani e di peso divergente anni luce, a segnare e a
ferire la loro opera fu il rifiuto della rimozione. Qualunque tesi sarà
pronto a sostenere più tardi (autunno del 1997) W.G. Sebald nella sua
serie di conferenze zurighesi (si leggano ora in Storia naturale della
distruzione, Adelphi, 2004), nelle opere di quel gruppo di scrittori non
si coglie affatto l'«ansia di ritoccare l'immagine che si intendeva
tramandare di sé» e neppure, come logica conseguenza, l'incapacità,
almeno di quella generazione, «di descrivere e di consegnare alla nostra
memoria ciò di cui era stata testimone». Dunque nessun processo
preconscio, sono sempre parole di Sebald, «di autocensura allo scopo di
dissimulare un mondo ormai non più comprensibile». Si potrebbe persino e
ancora rispondere che a nessuno, di quella schiera, riuscì di distogliere
lo sguardo dalle macerie, magari lasciandosi abbagliare dalla consolatoria
luce dell'indicibile o dalla nozione di irrappresentabilità. Marchiarono
anzi di abominio e di vergogna il mito della ricostruzione tedesca, e se
in alcuni il futuro ebbe una funzione, ecco, essa fu solo di carattere
pratico, cioè di lotta politica mediante (ma non unicamente) la
scrittura. «Frau Holle si avviò zoppicando tra le macerie. La guerra era
stata spietata. Nietzschestrasse non era stata ancora sgomberata e il
transito era praticamente impossibile. In mezzo alla strada c'erano
crateri di bombe e, tra le scorie e i mucchi di rovine, carcasse di
veicoli e carri armati bruciati, alcuni sprofondati nel terreno, altri
rovesciati come enormi maggiolini morti. Le macerie ammassate ai bordi del
marciapiede sbrecciato parevano trattenere le grida, come se preparassero
un ultimo appello, come se volessero farsi riconoscere un'ultima volta dal
sole pallido, prima di morire. Il sole apparteneva ai vincitori, lacerava
le orbite infossate delle finestre, illuminava il campo di battaglia, come
se Dio, da lassù, stesse scattando un'istantanea col flash, sorridendo
alla gente che camminava senza meta con gli abiti a brandelli, barcollando
o zoppicando, e beffandosi della gamba di legno di Frau Holle»: ecco
piuttosto uno squarcio della capitale del Reich Millenario nei giorni
della caduta così come appare nel romanzo Il
nazista & il barbiere (traduzione di Maria Luisa Bocchino e Marzia
Luppi Cortaldo) di Edgar Hilsenrath,
anch'egli nato nel 1926, il 2 aprile, a Lipsia, da genitori di origine
ebraico-orientale fuggiti dalla Germania nel 1938. In Bucowina, dove si
erano stabiliti, conobbero nel 1941 la deportazione. I russi, che li
liberarono tre anni più tardi, tentarono a loro volta di spedirli in
Siberia.
|
Il futuro scrittore riesce a raggiungere la Palestina, poi (nel 1947) torna in Europa e, dalla Francia, nel 1951, parte per gli Stati Uniti. Rientra in Germania nel 1965, poi ancora a New York fino al 1975, quando decide di stabilirsi definitivamente a Berlino. Autore di sette romanzi nel 1991 Rizzoli pubblicò, nella traduzione di Claudio Groff, La fiaba dell'ultimo pensiero Hilsenrath ha veramente cominciato a scrivere negli anni cinquanta, anche se poi i suoi libri, essi sì, furono a lungo rimossi e alla lettera cancellati dal paesaggio editoriale e culturale tedesco, al punto che proprio Il nazista & il barbiere, composto nel 1968, venne pubblicato quasi subito in America e, in Germania, solo nel 1977, salutato da Böll come un'opera necessaria ovvero un capolavoro di smascheramento, un altro dei segnali di un conto mai chiuso con la storia. Tutta l'opera di Hilsenrath è attraversata da questa lancinante e coattiva emergenza morale e materiale, cioè politica, della testimonianza di chi, in primo luogo, fin dai banchi di scuola ha conosciuto l'incidenza del vilipendio e del ludibrio sul proprio abitare il mondo. Ecco perché l'anarchico, il disperato, l'esiliato Hilsenrath coglie, qui, nell'aberrante vicenda di Max Schulz, quasi l'allegorica traiettoria e per intero, senza risparmio e senza sconti della stessa storia, civile e politica, tedesca a partire dagli inizi del secolo scorso, quando già tutto era approntato perché nascesse il suo protagonista, massacratore e baro, campione del risentimento e traditore e idealista di indole particolare, «di quelli che si schierano accanto ai vincitori» e in ogni caso mai con i perdenti. Schulz è un mostro normale, un vicino di casa, un compagno di banco, di giochi e di avventure. È un apprendista. Impara le cose perché più avanti, col tempo e nell'occasione propizia, potranno servire. Figlio di puttana, dunque illegittimo, e figliastro di uno stupratore di bambini, «gli occhi da rospo, il naso a becco, le labbra bitorzolute e i denti marci», ancorché «ariano purissimo», il futuro sterminatore di massa viene al mondo lo stesso giorno e quasi la stessa ora di Itzig Finkelstein, la vittima dai capelli biondi, con «gli occhi azzurri, il naso dritto, i denti bianchi e la bocca ben disegnata» e tuttavia ebreo. I due sono dirimpettai, entrambi apprendono per famigliare discendenza il mestiere di barbiere. Crescono e studiano insieme. Max segue Itzig come un'ombra. Lo segue anche in sinagoga, dove impara l'ebraico, i canti e le preghiere e le ricorrenze religiose. Tutto serve. Più tardi, a guerra finita e tornato a Berlino con un sacco pieno di denti d'oro, il criminale di guerra Schulz si ricorderà e ricorderà di saper «pregare come un vero ebreo» e di saper «fare un mucchio di altre cose che fanno gli ebrei». Si dice: «Max Schulz! Se devi avere una seconda vita, devi diventare ebreo. Dopotutto ... abbiamo perso la guerra». Si farà circoncidere. Sul braccio si farà tatuare la A di Auschwitz e il numero 12314. Dopotutto è pronto per diventare Itzig Finkelstein. Ripartire da borsaro nero, fare carriera, sposare una contessa, arricchirsi, contribuire alla ricostruzione del paese, diventare cittadino israeliano, passeggiare nel «bosco dei sei milioni»: il futuro è dalla sua parte. Ma l'originalità del libro di Hilsenrath non va cercata tanto nello scheletro della trama, quanto piuttosto e meglio nella cifra che lo conduce e sostiene, ossia in quelle allucinate e aspre retrovie del miglior espressionismo, nell'irredimibile sarcasmo, nella ferma compassione, nella ferocia di certe pagine (ad esempio, Hitler osservato durante il Discorso della Montagna, con la Bibbia in mano). Nell'essere, in altri termini, un romanzo della ritorsione e mai della conciliazione. Narrato quasi sempre in prima persona dal protagonista, già nelle prime pagine egli saprà offrire un elemento cruciale ancorché agghiacciante di interpretazione: «Volevo una vittima per ogni ferita, una vittima per ogni derisione, e non m'importava un corno se a ferirmi fosse stato Dio o il mondo. Oggi lo capisco, perché i nodi che avevamo sputato nell'aria fossero ricaduti a caso su vittime innocenti. Non avevamo preso la mira: c'eravamo limitati a sputare».
|
| Dario
De Marco giudiziouniversale.it febbraio 2006 In una meravigliosa parabola di J.L.
Borges, Caino e Abele si incontrano dopo la morte di Abele. Si siedono a
mangiare, in silenzio; a un certo punto Caino alza lo sguardo e, vedendo
con terrore la ferita mortale sulla fronte del fratello, gli chiede
perdono. La risposta di Abele è sublime: "Tu hai ucciso me, o io ho
ucciso te? Non ricordo, siamo di nuovo qui insieme, come prima".
|
Finkelstein; poi si fa nazista, più per caso che per frustrazione, e in un campo di sterminio polacco uccide l’amico e tutta la famiglia; infine per salvare la pelle si fa circoncidere e tatuare il numero di Auschwitz, assume il nome di Itzig Finkelstein, è sionista fanatico e partecipa alla nascita d’Israele. Non dimentica ciò che ha fatto, ma non cerca giustificazioni per il passato né per il presente. Non dev’essere stato facile, per l’ebreo Hilsenrath, mettersi nei panni dell’ariano Max Schulz che a sua volta cerca di calarsi nella persona dell’ebreo Itzig Finkelstein. Il gioco di specchi potrebbe continuare all’infinito. Ma è inutile moltiplicare le identità: ne bastano due. Infatti questo discorso ci avvicina al cuore del problema, raffigurabile attraverso un dualismo, una dicotomia. Non già il dualismo Bene- Male: troppo ovvio, questo, troppo ottocentesco come dilemma. Il rapporto Bene- Male c’è ma è strumentale e, come nell’apologo di Borges, serve da trampolino per lanciarsi in un altro dualismo: il rapporto Io- Tu, il discorso sull’identità, caratteristico della grande letteratura del’900. Può essere formulato con semplici domande: chi sono io? E chi sei tu? Perché Io sono così e Tu sei cosà? E soprattutto, se Io fossi te e Tu fossi me, le cose sarebbero diverse? O non, piuttosto, assolutamente le stesse? La risposta che sembra suggerirci Hilsenrath è sconfortante: le stesse, assolutamente. Ovvero: l’uomo è una scatola vuota, che può essere dipinta all’esterno con qualsivoglia colore, anche più di una volta, ma mai riempita all’interno con qualcosa. Sì, questo è un uomo, viene da parafrasare. Un uomo è capace di uccidere migliaia di ebrei, come di vivere e morire assistendo i lebbrosi; un uomo è capace di inventare la bomba atomica, come la teoria della relatività. Più modestamente, un uomo è capace di partecipare a C’è posta per te, come di scrivere un libro notevole come Il nazista & il barbiere.
|
| Marino
Freschi Il Giornale gennaio 2006 Strano destino, tragico e grottesco allo stesso tempo, quello di tanti scrittori ebrei tedeschi. Ad esempio, Kafka diviene uno dei massimi autori della letteratura della modernità attraverso la pubblicazione negli Stati Uniti delle sue opere. In Germania pochi si erano accorti della grandezza di questo ignoto impiegato assicurativo. E una sorta analoga è capitata a Edgar Hilsenrath, che prima di divenire uno dei massimi narratori del secondo Novecento tedesco accanto a Grass e Böll, divenne un autore di successo nei paesi di lingua inglese. Hilsenrath, nato a Lipsia nel 1926, è profondamente radicato nella tradizione dell’ebraismo orientale, cui ha dedicato una rievocazione meravigliosa con La fiaba dell’ultimo pensiero (Rizzoli 1991), lasciò la Germania nel ’38, scampando in Romania, dove venne internato in un ghetto. Nel ’45 riparò in Palestina e nel ’51 negli Stati Uniti dove cominciò a scrivere e a conquistarsi il favore del pubblico per poi finalmente essere pubblicato in tedesco. Nel ’75 si trasferisce a Berlino e diventa uno degli autori emblematici dell’odissea tragica dell’ebraismo tedesco, narrata con una irresistibile vis comica che è probabilmente l’unica possibilità che abbiamo per accostarci a una tragedia incommensurabile, di cui non abbiamo ancora una completa consapevolezza storica, come dimostra proprio questo straordinario e strano romanzo, Il nazista & il barbiere, pubblicato nel 1974 da Mondatori, tradotto da M.L. Bocchino dall’edizione inglese, mentre ora siamo confrontati con una nuova stesura, in tedesco, tradotta da M.L. Cortaldo. Il racconto viene scritto in prima persona. Ma da chi? Da Max Schulz, il protagonista di questa grottesca, orribile peripezia di un tedesco qualunque del sottoproletariato che vive ai margini della società, passa l’infanzia in uno scantinato con un patrigno che lo sevizia e lo violenta e una madre amorale, a dir poco sconsiderata. La sua unica salvezza è l’amicizia con Itzig Finkelstein, nato nel suo stesso giorno, figlio del rinomato barbiere della cittadina. Max si fa quasi adottare dai suoi vicini ebrei, cresce con Itzig, studia con lui, frequenta la sinagoga, impara le preghiere ebraiche e l’ebraico e infine diventa apprendista nel negozio del padre di Itzig. Per un assurdo gioco del destino Itzig è un bel giovane, alto, biondo con gli occhi azzurri, mentre l’ariano Max sembra la caricatura di un ebreo con i suoi capelli scuri e crespi, il suo naso adunco, i suoi occhi da rospo, i suoi piedi piatti. La frequentazione dei Finkelstein non trasforma Max che nel ’33 aderisce al partito nazista dopo aver |
assistito a un comizio del Führer, che strega ed entusiasma i tedeschi, almeno tutti i tedeschi frustrati dalla storia e dalla società. Sono queste annotazioni di un’ironia e di una sapienza raffinata della psicologia delle masse, che potrebbero essere affiancate come alle tesi della personalità autoritaria tracciata da Adorno. Max è un codardo, un individuo ottuso e squallido, vittima di eventi crudeli, ma a sua volta pronto a trasformarsi lui stesso in carnefice, torturatore e sterminatore. Militando nelle SS presta servizio in un Lager polacco, adibito allo sterminio degli internati, tra cui la famiglia Finkelstein, che invano supplicano la sua pietà. All’arrivo dei russi, il Lager viene smantellato in fretta e in furia e i superuomini delle SS cadono in scontri con i partigiani polacchi. Solo Max si salva con una cassetta di denti d’oro delle sue vittime. Sopravvive agli inseguitori e all’impietoso inverno polacco in una capanna, protetto e insieme seviziato da una vecchia, che sembra una strega uscita da una fiaba dell’orrore. Giunto in Germania, si nasconde alle ricerche dei criminali nazisti con uno stratagemma che supera ogni immaginazione: si appropria dell’identità di Itzig Finkelstein, da vecchi camerati si fa tatuare il numero di Auschwitz e si fa circoncidere. Vende i denti e si arricchisce con la borsa nera e infine emigra in Palestina. E qui combatte eroicamente in un gruppo di terroristi ebrei e poi si arruola nell’esercito israeliano, si copre di gloria e nella guerra dei sei giorni giunge perfino al Canale di Suez, divenendo una sorta di icona del coraggio militare ebreo. Intanto si è sposato, esercita la sua professione di barbiere, aprendo un elegante ‘salone’. Il racconto assume inquietanti toni picareschi che rimandano ai grandi precedenti secenteschi e settecenteschi con una vena di amarezza e di follia. Alla fine Max, alias Itzig confessa a un giudice ebreo tedesco la sua vera identità, ma non viene creduto, viene ritenuto pazzo, una delle tante vittime dei campi di concentramento. A questo astutissimo imbroglione non riesce l’ultima truffa: quella della redenzione con la confessione dell’atroce colpa, ma appunto siffatta immensa atrocità non è credibile. E così torniamo all’inizio della nostra considerazione: troppo grande è stato il dramma dello sterminio per essere accettato. Non c’è punizione adeguata per un crimine che trascende ogni immaginazione, ogni comprensione. Il romanzo di Hilsenrath sceglie l’ilarità per raffigurare una amarezza sconfinata. La scrittura risulta inadeguata alla realtà e il grottesco e infine una sottile tonalità lirica e ironica tentano l’impossibile, giungendo a una rappresentazione intrigante, vivacissima, che magnetizza il lettore come pochissimi altri romanzi tedeschi degli ultimi anni.
|
| Franco
Marcoaldi La Repubblica gennaio 2006 Un'atroce
parabola sul Nazismo |
l’una con l’altra. Ma le sue metamorfosi sono infinite e non appena il nazismo prende il potere, il Nostro aderisce alle SS. Le amicizie ebraiche vengono lasciate alle spalle e quando, nel 1942, verrà spedito in Polonia nel campo di concentramento di Laubwalde, Max avrà modo di distinguersi come "sterminatore di ebrei". Finché, nel gennaio del 1945, sotto la pressione dei russi, i nazisti sono costretti alla ritirata e il sergente Schulz si ritrova da solo, in mezzo alla foresta polacca brulicante di partigiani, con un sacco pieno di denti d’oro strappati alle sue vittime. L’incontro con la terribile megera degna dei fratelli Grimm, che lo sottopone alle più umilianti vessazioni sessuali, finirà per innescare la nuova, definitiva metamorfosi. Conclusa la guerra, arriva il momento di cambiare identità: d’ora in avanti l’ariano Max Schulz assumerà i panni dell’ebreo Itzig Finkelstein, trucidato nel campo di Laubwalde. In mezzo alle macerie di Berlino Max trova il modo di farsi circoncidere e tatuare con il numero di un ipotetico internato di Auschwitz. Poi si mette in contatto con i comitati di soccorso agli ebrei superstiti e, dopo essersi legato momentaneamente a una contessa con la quale conduce brillanti affari al mercato nero, diventa un fervente sionista. Parte per la Palestina e proprio lì aprirà un negozio di barbiere: il nuovo salone dell’uomo di mondo. Ma gli occhi dei milioni di ebrei sterminati lo accompagnano ovunque, scrutando le sue giornate; a maggior ragione quelli di Itzig, a cui ha strappato la vita e l’identità. E quando Mira, la sua sposa, gli regalerà un maschietto, quello nascerà senza braccia né gambe. Senza corpo né faccia. "Aveva solamente gli occhi. Giganteschi occhi da rospo. Che si fissarono su di me e si chiusero per sempre". Di lì a poco, dopo un fallito tentativo di trapianto di cuore (il cuore di un rabbino), anche gli occhi di questa agghiacciante creatura si chiuderanno per sempre.
|
| Dario
Olivero repubblica.it gennaio 2006 Senza morale Il protagonista di questo libro è il sosia cattivo e oscuro di Forrest Gump. Un idiot savant dell'orrore con una storia raccapricciante. Nato e cresciuto in un ambiente di miserabili, un focolaio di sciatteria in cui ben attecchirà il male imminente, con una madre prostituta, di padre incerto fra cinque e patrigno stupratore e violento. Con un solo amico, bello biondo ma ebreo. Quel "ma" è perché la storia incomincia in prima guerra mondiale, prosegue a Weimar e ha il suo culmine con Hitler. |
Il protagonista, seppur piccolo e bruno vanta quattro quarti di sangue ariano (in tutti e cinque i candidati padri) e, nonostante (o forse grazie a) un evidente ritardo mentale probabile effetto delle attenzioni del patrigno scala la carriera degli onesti e volenterosi carnefici di Hitler. Quando finisce la seconda guerra, il suo amico biondo ma non ariano è morto in un campo di concentramento, come tanti che il nostro protagonista ha fatto morire. Quando le cose si mettono male, l'uomo si sa riciclare e ne assume l'identità e vive da ebreo. Bisognerebbe indignarsi dalla prima all'ultima riga, ma lo stile amorale di Edgar Hilsenrath - ebreo e sopravvissuto - ce lo impedisce e ci lascia spaesati.
|
|
Filippo
Benedetto
|
La nuova identità gli permetterà di ricevere il sussidio per le vittime dell'Olocausto, di entrare a far parte del movimento sionista, fino ad imbarcarsi sulla nave 'Exitus' alla volta di Israele, Paese che diverrà - con la nuova identità scippata - la sua nuova patria. In Israele assumerà, in una crescente iperbole che tocca vette di grottesco umorismo, i panni persino del benefattore di bambini, inniettando dosi di vitamine al posto del veleno, come invece faceva nella macabra quotidianità che animava la sua vita di ufficiale nazista del campo di sterminio di Laubwalde. 'Il nazista e il barbiere' è un romanzo intensissimo, con pagine palpitanti di orrore per la ferocia nazista. Ma è un orrore declinato, per un originale gioco di paradossi estremi, con ironia noir. Il lettore, seguendo la cinica parabola del negletto Shultz, testerà visivamente e in tutte le sue sconvolgenti sfaccettature non solo l'incarnazione del male, ma anche l'imperscrutabilità del destino umano. |